di Gianandrea Gaiani
L’attacco all’Iran mentre erano in corso trattative e che mette nel mirino le figure chiave del governo iraniano, non contiene particolari novità rispetto a quanto già sapevamo dell’approccio di Stati Uniti e Israele nei confronti di Teheran,
Non deve stupire che Stati Uniti e Israele decidano arbitrariamente di usare la forza contro chiunque considerino loro nemico in tutto il Mondo e lo facciano mentendo circa il programma nucleare iraniano, che nessuno considerava prossimo allo sviluppo di armi atomiche.
In fondo l’hanno sempre fatto con incursioni mirate, attacchi “preventivi” e persino rapimenti di capi di stato come nel caso venezuelano; azioni che se venissero compiute da altri non esiteremmo a definire terroristiche.
Lo fanno destabilizzando intere aree del Mondo, di solito quelle ad alto valore energetico, senza avvisare preventivamente gli alleati né consultarsi con loro. Il vicepremier italiano Matteo Salvini ha rivelato ieri che il governo italiano è stato informato dell’avvio delle operazioni militari dopo che queste erano cominciate. Quando Roma lo aveva già saputo dalle breaking-news televisive e dalle agenzie di stampa.
La vicenda del ministro della Difesa Guido Crosetto, bloccato a quanto pare con la famiglia a Dubai, su cui molti hanno ironizzato, dimostra in realtà che il Pentagono non ha informato i colleghi della NATO dell’imminente attacco a ulteriore conferma che Stati Uniti e Israele applicano da sempre un principio di superiorità sul resto del mondo basato sulla loro “eccezionalità”. Di fatto “io sono io e voi non siete un c....” per dirla con il Marchese del Grillo.
Nulla di sorprendente se si considera l’arroganza che riserva agli europei l’Amministrazione Trump e soprattutto che i nostri “alleati” d’oltreoceano, ben prima di Donald Trump, si comportano da molti anni da nostri acerrimi nemici.
Hanno scatenato le primavere arabe che hanno infiammato Nord Africa e Medio Oriente, hanno scatenato guerre in Libia, Iraq e Siria che hanno minato la sicurezza energetica e il “cortile di casa” dell’Europa; hanno attuato il cambio di governo a Kiev nel 2014 investendo nell’operazione Maidan 5 miliardi di dollari (come disse il sottosegretario Victoria Nuland al Congresso) aprendo il confronto militare con la Russia in seguito al quale hanno fatto esplodere il gasdotto Nord Stream... dopo che Biden e Nuland avevano dichiarato di volerlo distruggere.
Di fronte a tutto questo sarebbe puerile stupirsi perché gli statunitensi non mostrano riguardo né rispetto nei confronti degli alleati europei. Del resto non occorre essere particolarmente maliziosi per rendersi conto che l’attacco all’Iran, al di là dei suoi esiti, provocherà un rialzo del prezzo del greggio anche a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, decretato ieri dai Guardiani della Rivoluzione Islamica iraniani.
E non occorre essere fini analisti per intuire che il blocco del Golfo favorirà l’energia esportata dagli USA, e prezzi più alti renderanno più convenienti le estrazioni di petrolio negli Stati Uniti, dove la costosa tecnica del fracking non è sostenibile se le quotazioni non raggiungono almeno i 62/65 dollari al barile.
E neppure per comprendere che l’Europa, già oggi l’area industrializzata del Mondo che paga l’energia al prezzo più alto dopo la rinuncia a gas e petrolio russo (in quantità infinita e prezzi convenienti), subirà dall’attacco all’Iran ulteriori danni in termini economici e di sicurezza.
La cosa di cui dovremmo tutti stupirci è che i governi delle nazioni europee (lasciamo perdere l’Unione Europea, ormai ridotta a una nomenklatura di lobbisti che rispondono in buona parte a interessi statunitensi) continuino a restare prone alla prepotenza auto referenziale di Stati Uniti e Israele.
Per noi italiani, che consideriamo da tempo area strategica di primario interesse nazionale il cosiddetto “Mediterraneo Allargato” (esteso a est fino a Mar Rosso, Oceano Indiano e Golfo Persico) le operazioni militari in corso dovrebbero risultare inaccettabili proprio perché assicurano solo la destabilizzazione di questa regione.
Anche le milizie Houthi dello Yemen hanno annunciato la ripresa degli attacchi ai mercantili nello Stretto di Bab el-Mandeb e nel Golfo di Aden, in supporto all’Iran aggredito. Grazie a USA e Israele verrà, quindi, di nuovo penalizzato il traffico marittimo da e per il Mediterraneo, cioè verranno penalizzati i nostri porti e le nostre merci, il nostro import-export e non saranno certo le poche navi con pochissimi missili dell’Operazione UE Aspides a poter proteggere le navi in transito tenuto conto che persino gli Stati Uniti dovettero accordarsi con gli Houthi dopo aver esaurito le scorte di missili da difesa aerea di alcune unità della US Navy.
Non ha alcun senso per le nazioni europee oggi ribadire che siamo alleati con USA e Israele perché tra alleati ci si confronta, si prendono decisioni congiunte o condivise, soprattutto si evita di compiere azioni unilaterali che danneggino i partner. Invece gli europei vengono trattati come “utili idioti” per sostenere campagne militari e iniziative che vanno contro i loro interessi e tacciono, proni al padrone.
È pur vero che “chi è causa del suo male pianga sé stesso” ma è necessario che le nazioni europee si sveglino prima che sia troppo tardi. Gli interessi di Stati Uniti e Israele e dei loro leader sono non da oggi improntati alla destabilizzazione di intere aree geopolitiche ed energetiche: obiettivo che è esattamente l’opposto di quello che dovremmo perseguire noi europei.
Per questo occorre al più presto smarcarsi da un’alleanza sempre più a senso unico, ingombrante e pericolosa per la nostra sicurezza. Come l’Impero Romano, anche quello statunitense nella sua fase decadente diventa imprevedibile, pericoloso e guidato da leader poco strutturati, inaffidabili, impreparati quando non palesemente squilibrati.
Ha senso mettere in mano la nostra difesa e sicurezza, le nostre basi militari a una potenza che si dimostra ogni giorno di più nostra nemica?
Perché non basta la propaganda, con le sue ridicole note di linguaggio o le farneticanti dichiarazioni di Trump circa la minaccia imminente dell’Iran per gli Stati Uniti, a giustificare questa nuova guerra che semina il caos alle porte di un’Europa che, dopo 80 anni, dovrebbe trovare il coraggio di “liberarsi dei liberatori” per evitare, con pragmatismo e mettendo al bando dogmi settari, di continuare a farsi trascinare in guerre non sue.
Filo-ayatollah?
Non è infatti necessario essere fan del defunto ayatollah Khamenei (che già era malato e aveva 87 anni ma era una figura di spicco non solo dell’Iran ma dell’intero Islam scita) per notare che se definiamo “regime” quello iraniano, dovremmo dire la stessa cosa delle monarchie assolute ed ereditarie che governano con ben poco spazio per diritti civili e politici i petro-regni arabi del Golfo, tutti nostri alleati di ferro a cui ci siamo spesso prostrati in Europa in cambio di investimenti miliardari.
Ridicolo bollare come “movimento terroristico” i Guardiani della Rivoluzione Islamica iraniani (pasdaran), come ha fatto il parlamento europeo col via libera anche dell’Italia, senza ricordare che i terroristi islamici sono sunniti (ISIS, al-Qaeda, ecc.) e non sciiti.
Anzi gli sciiti, arabi o persiani, sono il principale bersaglio dell’estremismo terroristico sunnita come si evince leggendo i proclami di Osama bin Laden, Abu Musayb al-Zarqawi e Abu Bakr al-Baghdadi. Ed è pure il caso di ricordare che a impedire all’ISIS di prendere Baghdad nell’agosto 2014 non furono le truppe americane né tanto meno italiane ma tre reggimenti di pasdaran iraniani, a prezzo di ingenti perdite.
Così come a liberare il nord Iraq e la Siria Orientale dallo Stato Islamico furono in buona parte le milizie popolari sciite filo iraniane guidate dai pasdaran.
Certo si tratta di ricordi scomodi, specie oggi che il mondo intero ha riconosciuto un terrorista come Abu Mohammadal-Jolani (o Ahmed al-Sharaa, su cui pendeva una taglia di Washington da 10 milioni di dollari) leader della Siria che nessuno ha eletto, ma ha preso il potere guidando una milizia islamista sunnita alleata della Turchia.
Già luogotenente di Zarqawi ai tempi degli attentati contro l’ONU a Baghdad e contro gli italiani a Nassiryah, poi membro dell’ISIS, fondatore di al-Nusra e leader della milizia jihadista Tahrir al Sham, a cui tutti oggi stringono la mano, inclusi quelli che accusano di terrorismo i pasdaran.
Del resto il pragmatismo della politica rende ipocrita qualunque appello a valori di libertà e democrazia. Rinunciamo all’energia dell’autocrate Putin e la comperiamo dal regime del presidente azero Ilham Alyev, in carica dal 2003 succeduto al padre Heydar.
Già più volte messo all’indice per la repressione del dissenso e l’assenza di diritti umani e civili, il regime azero è forse l’unica repubblica rimasta al mondo insieme alla Corea del Nord dove il potere viene tramandato da padre a figlio con tanto di culto della personalità.
Allo stesso modo oggi la propaganda israeliana e americana (con la solita grancassa di media compiacenti e asserviti) ci propone la contrapposizione delle immagini delle ragazze iraniane all’epoca del regime dello Shah Reza Pahlevi e le donne col capo coperto (peraltro non obbligatorio) dell’Iran degli ayatollah.
Una contrapposizione già utilizzata con i burqa afghani quando USA e alleati puntavano a esportare la democrazia a Kabul, poi lasciata di nuovo ai talebani senza aver mai tolto i burqa alle donne. Eppure basta leggere la Storia o avere un’età adeguata a ricordare i fatti, per valutare che il ripristino a Teheran della monarchia dei Pahlavi non è certo garanzia di libertà e democrazia.
Lo Shah regnò col pugno di ferro contro ogni dissidenza utilizzando la famigerata polizia politica SAVAK e si fece proclamare “Imperatore”; unico all’epoca ad attribuirsi una simile carica insieme al dittatore centrafricano Jean-Bedel Bokassa. Non a caso l’impero dello shah, alleato di USA e Israele, crollò in seguito a grandi rivolte popolari.
Prospettive vaghe
Ammesso quindi che il “regime” iraniano venga rovesciato quali prospettive apre l’attacco israelo-americano? Forse solo una: il caos. L’Iran è in grado di rinnovare la sua classe dirigente decapitata dai raid missilistici israeliani probabilmente rafforzando il peso del Guardiani della Rivoluzione, quindi non certo dei riformisti.
Teheran gode del supporto (anche militare) silenzioso ma concreto di Russia e Cina mentre gli Stati Uniti e Israele potrebbero essere in grado di sobillare rivolte e forse anche di scatenare una guerra civile in Iran ma le probabilità che sbarchino un milione di soldati per liberare Teheran dagli ayatollah e dai pasdaran appaiono addirittura inferiori a quelle che le nazioni europee inviino i propri eserciti a combattere in Donbass.
Trump, del resto, esorta gli iraniani a ribellarsi, proprio come George H. Bush esortò curdi e sciiti a rivoltarsi contro Saddam Hussein nel 1991 ma non mosse un dito per difenderli dalle feroci rappresaglie di Saddam stesso.
Washington quindi non sembra avere una strategia precisa per il “regime-change” a Teheran e se è così il disastro è assicurato: basti ricordare come l’Iraq cadde nel caos e nella guerra civile dopo la rimozione di Saddam Hussein e l’occupazione anglo-americana.
Tutto questo considerato, appare evidente che il programma nucleare e balistico iraniano costituiscano solo dei pretesti per gettare l’Iran, alleato di Russia e Cina, nel caos più totale assieme alla sua produzione energetica oggi esportata in Asia che Washington vorrebbe mettere fuori gioco o, in alternativa, porre sotto il proprio controllo.
Del resto l’Iran aveva firmato un accordo internazionale nel 2015 con l’Amministrazione Obama che successivamente Donald Trump invalidò seguendo i diktat di Benjamin Netanyahu, lasciando già all’epoca il dubbio su chi tenga davvero le redini nell’alleanza tra Israele e Stati Uniti.
Oggi la pretesa di un nuovo accordo sul nucleare cade nel ridicolo dopo che nella guerra dei 12 giorni scatenata nel giugno scorso da Israele, proprio Trump aveva annunciato di aver cancellato il programma atomico iraniano dopo i raid dei bombardieri B-2 sui siti nucleari iraniani.
In realtà un intervento utile solo a fermare temporaneamente la guerra e salvare la faccia a Israele che aveva finito i missili anti-missile mentre Teheran aveva ancora molti missili balistici da poter lanciare. Anche nell’attuale campagna saranno forse le munizioni a determinare il successo o meno dei contendenti come ha evidenziato anche Scott Ritter. Finiranno prima i vettori balistici iraniani o le armi antimissile israeliane e statunitensi?
Le forze armate israeliane (IDF) stimano che l’Iran possieda attualmente circa 2.500 missili balistici. Prima della guerra del giugno 2025, le stesse fonti avevano dichiarato che l’Iran puntava ad accelerare significativamente il ritmo di produzione dei missili balistici per portarli da 3mila a 8mila entro due anni. Durante il conflitto di giugno, l’Iran ha lanciato oltre 500 missili contro Israele, e l’IDF ritiene di aver distrutto centinaia di missili negli attacchi e di aver impedito la produzione di altri 1.500 missili colpendo le fabbriche.
Negli ultimi mesi i militari israeliani ritengono che Teheran abbia investito sul ripristino delle capacità di produzione missilistica, producendo diverse decine di missili al mese fino a giungere a 2.500 ordigni. Un numero elevato che richiederebbe almeno il triplo di missili da difesa aerea con capacità anti-balistiche.
L’Iran del resto colpisce le basi americane nelle monarchie arabe del Golfo non solo perché obiettivi militari legittimi ma forse con l’intenzione di sollevare le popolazioni arabe, che detestano la politica di USA e Israele, e potrebbero forzare gli emiri a cacciare le basi USA che appaiono sempre di più come il braccio (più ricco e armato) di Israele.
Anche il dibattito accesosi tra Cipro e Gran Bretagna per due missili balistici iraniani definiti “vaganti” e potenzialmente diretti verso le basi britanniche nell’isola che fa parte della UE (anzi ne ha ora la presidenza semestrale) dovrebbe indurre a qualche riflessione su come la guerra scatenata dagli israelo-statunitensi possa minacciare direttamente Europa e UE.
In questa guerra il governo iraniano potrebbe infatti non essere l’unico a giocarsi tutto: USA e Israele rischiano non solo di non raggiungere gli obiettivi prefissati ma anche di perdere credibilità politica e militare (specie se l’Iran sarà in grado di infliggere dolorose perdite ai suoi nemici) facendosi odiare da gran parte del Mondo.
In termini politici occorre infatti chiedersi in base a quale diritto la principale potenza nucleare del mondo (insieme alla Russia) e una potenza nucleare “di fatto” come Israele che non si è mai sottoposta alle ispezioni dell’agenzia dell’Onu per il nucleare (AIEA) possano arrogarsi il diritto di negare l’arricchimento dell’uranio e addirittura lo sviluppo di missili balistici e armi atomiche all’Iran.
Alla legge del più forte? Con tanti saluti al tanto sbandierato diritto internazionale, alla “pace giusta” e alla contrapposizione aggressore-aggredito tanto cara a politici e opinionisti di casa nostra.
Infine, dopo appena 36 ore di guerra è già evidente che la più importante lezione che emerge da questo conflitto è quella nordcoreana: se Teheran avesse le armi nucleari, come le ha Pyongyang, nessuno oserebbe più attaccarla.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/08/2025
La svolta nei negoziati di pace emersa dal vertice in Alaska che molti fingono di non vedere
di Gianandrea Gaiani
I caccia F-35 Lightning II dell’USAF che scortano l’Ilyushin Il-96-300PU presidenziale sul quale viaggia il presidente russo Vladimir Putin di rientro in patria dopo il vertice con Donald Trump in Alaska, rappresentano pienamente, con la loro simbologia, il successo del summit tra i due presidenti.
La degna conclusione di un evento caratterizzato, come sottolineano i media russi, da una “accoglienza storica” riservata al presidente russo: dal tappeto rosso al sorvolo d’onore di un “flight” militare composto da un bombardiere B-2 Spirit e alcuni F-35 fino al trasferimento dei due presidenti a bordo della limousine presidenziale americana, “The Beast”.
Particolari che suggellano e ostentano il rilancio dell’amicizia, non solo delle relazioni, russo-americane. Un successo solo per Russia e Stati Uniti però, come avevamo previsto ieri nell’editoriale in cui a quanto pare abbiamo ipotizzato correttamente i possibili sviluppi dell’incontro.
Cooperazione a tutto campo
Pochi i dettagli emersi finora ma nelle dichiarazioni rese alla stampa (otto minuti e mezzo ha parlato Putin, meno di 4 minuti Trump) l’aspetto più rilevante è sembrato quello del rilancio delle relazioni bilaterali sul piano strategico (Artico e nucleare), economico (sanzioni e dazi) e politico.
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto ieri di aspettarsi che gli USA revochino alcune sanzioni alla Russia. “Ne toglieranno qualcuna, questo è certo”, ha detto Lavrov. Ne sapremo presto di più circa questo rilancio che aveva preso il via già negli incontri in Arabia Saudita tra Marco Rubio e Sergei Lavrov e che si era concretizzato in luglio col rilancio della cooperazione spaziale.
Russi e americani tornano a cooperare a livello globale riconoscendosi come grandi potenze di pari dignità e questo certo costituisce un trionfo per Putin non solo rispetto all’isolamento in cui volevano relegare la Russia gli USA di Joe Biden, l’Europa e i loro alleati (il cosiddetto “Occidente collettivo”) ma soprattutto rispetto alla missione che il presidente russo si era dato fin dalla sua ascesa al Cremlino.
Un successo anche per Trump, che sconta lo scetticismo del mondo dei media che non lo ha mai amato e di un’Europa che ha sempre malcelato l’ostilità nei suoi confronti fin dalla campagna elettorale per le presidenziali statunitensi.
Come abbiano scritto ieri, Trump ha bisogno di rinsaldare i rapporti con Putin perché tutti i maggiori interlocutori economici e strategici degli Stati Uniti (Cina, India, BRICS+, Corea del Nord, Iran...) sono stretti alleati di Mosca. Se davvero Trump vuole passare alla storia come “il pacificatore” (con o senza il Nobel per la Pace) dovrà negoziare con loro e sarà molto più facile farlo con il supporto, invece dell’ostilità, della Russia.
Oggi, forse, gli Stati Uniti hanno più bisogno di Mosca di un rapporto bilaterale saldo e amichevole.
La questione ucraina
Certo, resta irrisolta la guerra in Ucraina, e non poteva essere altrimenti, poiché gli Stati Uniti non possono decidere per Kiev e per i suoi alleati europei, né hanno interesse a farlo dal momento che il conflitto ucraino rappresenta oggi solo un fastidioso ostacolo al pieno rilancio delle relazioni tra Mosca e Washington.
È forse per questa ragione che i due presidenti ad Anchorage hanno evitato le domande dei giornalisti, domande a cui Trump non avrebbe potuto dare risposte esaustive e Putin avrebbe potuto solo ripetere le condizioni poste da Mosca per cessare le ostilità.
Da più parti è stato detto che Putin non voleva rispondere alle domande dei media ma in realtà il presidente russo in passato non si è mai sottratto anche a lunghe conferenze stampa, in patria e all’estero. Semmai avrebbe potuto rispondere, come fa di solito, con lunghi e articolati monologhi, ricchi di citazioni e richiami storici che avrebbero forse messo a disagio Trump, abituato invece a fornire risposte brevi, a volte contraddittorie e spesso sopra le righe.
Se escludiamo quindi il timore di Putin per i media, la rinuncia alla conferenza stampa potrebbe essere legata al fatto che Trump non poteva presentare soluzioni senza prima essersi consultato con ucraini ed europei, ma ha poi sottolineato la volontà di Putin di giungere alla pace.
Obiettivo confermato anche dal presidente russo, che ha parlato del popolo ucraino come “fratello, anche se può sembrare strano dirlo oggi” ma ha ribadito che Mosca vuole una soluzione del conflitto che tenga conto delle cause che lo hanno scatenato, non un cessate il fuoco temporaneo.
Le ragioni sono evidenti: i russi avanzano e stanno vincendo la guerra, una tregua darebbe solo respiro a Kiev e alle sue esauste truppe. Del resto quando Mosca ha proposto 100 giorni di tregua chiedendo che gli ucraini sospendessero per quel periodo gli arruolamenti, l’invio di truppe al fronte e arrivo di armi e munizioni occidentali, la risposta di Kiev e NATO è stata del tutto negativa. Un “no” che spiega bene quali fossero i reali obiettivi, militari non politici, nascosti dietro la richiesta di cessate il fuoco.
Putin ha elogiato Trump e gli ha offerto su un piatto d’argento l’opportunità di prendere ulteriori distanze da Kiev e dal conflitto riconoscendo pubblicamente che “quando il presidente Trump dice che se fosse stato lui al comando non ci sarebbe stata nessuna guerra, sono d’accordo. Posso confermarlo”.
Già nel maggio 2023, durante un evento pubblico della CNN, Trump aveva sostenuto che Putin non avrebbe mai intrapreso l’operazione militare con lui alla Casa Bianca. “Molte cose non sarebbero accadute: né la guerra, né la costruzione di certi oleodotti. Migliaia di vite, sia russe che ucraine, sarebbero state risparmiate e città intere non sarebbero state distrutte”, ha affermato.
Putin ha anche confrontato i rapporti con le due diverse amministrazioni statunitensi: inesistenti con Biden, più “professionali e affidabili” con Trump. “Io e il presidente Trump abbiamo sviluppato un rapporto basato sulla fiducia reciproca. Questo ci dà ragione di credere che, continuando su questa strada, sia possibile arrivare a una soluzione rapida del conflitto in Ucraina”.
Trump ha apprezzato dichiarando di essere stato “molto felice di sentire” Vladimir Putin affermare che “se fossi stato presidente, questa guerra non sarebbe mai successa”.
La svolta che molti vogliono ignorare
Oggi sui media e in ambito politico molti in Europa contestano che dal sumnit non è emersa una soluzione al conflitto in Ucraina. In realtà non è mai stato questo il motivo del vertice ma in ogni caso una svolta, e pure di grande rilievo, c’è stata. Siccome però non piace né a Kiev né agli europei in molti preferiscono ignorarla.
Il presidente americano ha riferito di “una giornata fantastica e di grande successo in Alaska! L’incontro con il presidente russo Vladimir Putin è andato molto bene, così come la telefonata a tarda notte con il presidente ucraino Zelensky e vari leader europei, tra cui il molto rispettato segretario generale della NATO. È stato deciso da tutti che il modo migliore per porre fine alla terribile guerra tra Russia e Ucraina è quello di arrivare direttamente a un accordo di pace, che metterebbe fine al conflitto, e non a un semplice accordo di cessate il fuoco, che spesso non viene rispettato”, ha aggiunto.
Di fatto quindi nel faccia a faccia tra i due presidenti con i rispettivi consiglieri, Putin ha convinto Trump a non cercare di imporre un cessate il fuoco che Mosca non potrebbe mai accettare per le ragioni già citate, ma di indurre ucraini ed europei a discutere la fine delle ostilità, cioè ad accettare le condizioni di Mosca, che sono sempre le stesse da tre anni:
– riconoscimento dell’annessione alla Russia di Crimea e Lugansk (totalmente in mani russe) della regione di Donetsk (controllata dai russi al 75%) e di Zaporizhzhia e Kherson (74%);
– rinuncia da parte di Kiev ad entrare nella NATO, e ad ospitarne truppe e armi;
– rinuncia di Kiev a disporre di armi offensive;
–“denazificazione” dell’Ucraina, cioè la rimozione di “banderisti” e leggi discriminatorie per i russi e i russofoni.
Che questo approccio sia oggi condiviso dagli Stati Uniti cambia completamente l’iter del processo negoziale e mette Zelensky e gli europei con le spalle al muro: accettare le condizioni di Mosca o continuare da soli una guerra contro i russi sgradita a Washington.
“Ora tocca al Presidente Zelensky. E direi anche che i Paesi europei devono essere un poco coinvolti. Ma deciderà Zelensky”, ha affermato Donald Trump nell’intervista concessa a Fox News subito dopo il vertice con Putin in cui ha detto che “siamo vicini a un accordo, anche se al momento non ce n’è uno”.
“Con il Presidente russo – ha aggiunto Trump – ha trovato accordo sulla maggior parte dei temi, ma ci sono ancora una o due questioni su cui c’è disaccordo” rifiutandosi però di spiegare quali siano. “Non c’è affatto un accordo. L’Ucraina deve essere d’accordo. Il presidente Zelensky deve essere d’accordo”. Il messaggio di Trump per Zelensky? “Fai un accordo”, ha risposto Trump.
Un messaggio molto chiaro che si traduce nell’accogliere le condizioni di Mosca prima che il prosieguo della guerra peggiori la situazione per Kiev e degli europei che continuano a sostenerla.
Una ricetta difficile da digerire anche per gli europei: è durata più di un’ora la telefonata di Donald Trump con Zelensky estesa ai leader europei, secondo quanto ha reso noto da Parigi, precisando che hanno preso parte alla chiamata Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Giorgia Meloni, Alexander Stubb, Karol Nawrocki, Mark Rutte e Ursula von der Leyen.
In precedenza, subito dopo la conclusione del vertice in Alaska, Zelensky aveva parlato da solo con Trump, in volo verso Washington sull’Air Force One, “per circa un’ora”. Zelensky incontrerà Trump il 18 agosto a Washington per discutere della risoluzione del conflitto in Ucraina, a seguito del summit in Alaska, come scrive lo stesso Zelensky su X, confermando che Trump lo ha informato dei “punti principali” dei colloqui con il presidente russo in Alaska.
Le reazioni in Europa sono improntate a far buon viso a cattivo gioco ma è chiaro che se Trump sostiene le condizioni poste da Mosca per cessare le ostilità la partita è definitivamente perduta sul piano politico oltre che sul campo di battaglia.
Quasi tutti i governi europei guardano con interesse alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina di cui ha parlato Trump senza prendere impegni, ma si tratta più di un tentativo dei leader europei di trovare un buon appiglio per sottrarsi al rischio di finire tra gli sconfitti in questa guerra più che fiducia nelle garanzie di Trump a Kiev.
Gli accordi che garantiscono agli Stati Uniti il controllo delle risorse minerarie e delle infrastrutture ucraine (nei territori che resteranno sotto il controllo di Kiev) costituiscono forse l’unica garanzia credibile circa il futuro ruolo di Washington.
La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha dichiarato in un post su X che solide garanzie di sicurezza per Kiev e l’Europa sono “essenziali” in qualsiasi accordo di pace per porre fine alla guerra in Ucraina. “L’UE sta lavorando a stretto contatto con Zelensky e gli Stati Uniti per raggiungere una pace giusta e duratura. Sono essenziali solide garanzie di sicurezza che proteggano gli interessi vitali di sicurezza ucraini ed europei”, ha scritto von der Leyen.
Come le accade spesso, l’alto rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza Kaja Kallas, ha rilasciato una dichiarazione avulsa dalla realtà. “Mosca non porrà fine alla guerra finché non si renderà conto che non può continuare”. Non si è accorta che il tempo lavora a favore di Mosca, orma in asse con Washington, e contro gli interessi di Kiev e UE.
Sono le forze ucraine a essere vicine al collasso senza che l’Europa voglia o possa militarmente impedirlo: la pace è nell’interesse degli ucraini perché continuare la guerra in queste condizioni significherebbe perdere inutilmente vite e ulteriore territorio.
Il ministro degli Esteri norvegese Barth Eide finge che nulla sia cambiato e ha dichiarato alla stampa che la posizione resta invariata dopo il summit in Alaska. “È fondamentale mantenere la pressione sulla Russia, per mostrare chiaramente che l’aggressione ha un costo”.
I baltici ovviamente sono tra i più preoccupati dal successo del summit Trump-Putin. Il presidente della Lituania, Gitanas Nauseda, ha dichiarato che “poiché la Russia mostra riluttanza a fermare la guerra in Ucraina, è necessaria maggiore pressione, incluse sanzioni internazionali più severe. L’uccisione di civili innocenti deve cessare prima di negoziare un accordo di pace! Insieme agli alleati europei, la Lituania continuerà a sostenere gli sforzi del Presidente Zelensky con tutti i mezzi possibili”.
Un’Europa frustrata guidata da una classe dirigente inetta, esclusa dal tavolo dei grandi proprio perché prona a Washington durante l’Amministrazione Biden nel sostenere un confronto con la Russia risultato disastroso per tutti gli europei sul piano militare ed economico.
Anche Zelensky paga il prezzo di aver obbedito agli anglo-americani sacrificando l’Ucraina quando a fine marzo 2022 rifiutò l’accordo di pace messo a punto a Istanbul e che prevedeva solo la piena autonomia delle due regioni del Donbass.
Certo nessuna farà mea culpa né “autocritica costruttiva” ma in molti in Europa temono oggi di giocarsi la poltrona in seguito alla pace in Ucraina alle condizioni della Russia. Del resto posti al sole per servi e vassalli non ne sono previsti.
“Non è stata neanche sollevata, durante il vertice in Alaska, la possibilità di un incontro fra Donald Trump, Vladimir Putin e Volodymir Zelensky”, ha riferito il Consigliere per la politica estera del Cremlino, Yuri Ushakov.
Fonte
I caccia F-35 Lightning II dell’USAF che scortano l’Ilyushin Il-96-300PU presidenziale sul quale viaggia il presidente russo Vladimir Putin di rientro in patria dopo il vertice con Donald Trump in Alaska, rappresentano pienamente, con la loro simbologia, il successo del summit tra i due presidenti.
La degna conclusione di un evento caratterizzato, come sottolineano i media russi, da una “accoglienza storica” riservata al presidente russo: dal tappeto rosso al sorvolo d’onore di un “flight” militare composto da un bombardiere B-2 Spirit e alcuni F-35 fino al trasferimento dei due presidenti a bordo della limousine presidenziale americana, “The Beast”.
Particolari che suggellano e ostentano il rilancio dell’amicizia, non solo delle relazioni, russo-americane. Un successo solo per Russia e Stati Uniti però, come avevamo previsto ieri nell’editoriale in cui a quanto pare abbiamo ipotizzato correttamente i possibili sviluppi dell’incontro.
Cooperazione a tutto campo
Pochi i dettagli emersi finora ma nelle dichiarazioni rese alla stampa (otto minuti e mezzo ha parlato Putin, meno di 4 minuti Trump) l’aspetto più rilevante è sembrato quello del rilancio delle relazioni bilaterali sul piano strategico (Artico e nucleare), economico (sanzioni e dazi) e politico.
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto ieri di aspettarsi che gli USA revochino alcune sanzioni alla Russia. “Ne toglieranno qualcuna, questo è certo”, ha detto Lavrov. Ne sapremo presto di più circa questo rilancio che aveva preso il via già negli incontri in Arabia Saudita tra Marco Rubio e Sergei Lavrov e che si era concretizzato in luglio col rilancio della cooperazione spaziale.
Russi e americani tornano a cooperare a livello globale riconoscendosi come grandi potenze di pari dignità e questo certo costituisce un trionfo per Putin non solo rispetto all’isolamento in cui volevano relegare la Russia gli USA di Joe Biden, l’Europa e i loro alleati (il cosiddetto “Occidente collettivo”) ma soprattutto rispetto alla missione che il presidente russo si era dato fin dalla sua ascesa al Cremlino.
Un successo anche per Trump, che sconta lo scetticismo del mondo dei media che non lo ha mai amato e di un’Europa che ha sempre malcelato l’ostilità nei suoi confronti fin dalla campagna elettorale per le presidenziali statunitensi.
Come abbiano scritto ieri, Trump ha bisogno di rinsaldare i rapporti con Putin perché tutti i maggiori interlocutori economici e strategici degli Stati Uniti (Cina, India, BRICS+, Corea del Nord, Iran...) sono stretti alleati di Mosca. Se davvero Trump vuole passare alla storia come “il pacificatore” (con o senza il Nobel per la Pace) dovrà negoziare con loro e sarà molto più facile farlo con il supporto, invece dell’ostilità, della Russia.
Oggi, forse, gli Stati Uniti hanno più bisogno di Mosca di un rapporto bilaterale saldo e amichevole.
La questione ucraina
Certo, resta irrisolta la guerra in Ucraina, e non poteva essere altrimenti, poiché gli Stati Uniti non possono decidere per Kiev e per i suoi alleati europei, né hanno interesse a farlo dal momento che il conflitto ucraino rappresenta oggi solo un fastidioso ostacolo al pieno rilancio delle relazioni tra Mosca e Washington.
È forse per questa ragione che i due presidenti ad Anchorage hanno evitato le domande dei giornalisti, domande a cui Trump non avrebbe potuto dare risposte esaustive e Putin avrebbe potuto solo ripetere le condizioni poste da Mosca per cessare le ostilità.
Da più parti è stato detto che Putin non voleva rispondere alle domande dei media ma in realtà il presidente russo in passato non si è mai sottratto anche a lunghe conferenze stampa, in patria e all’estero. Semmai avrebbe potuto rispondere, come fa di solito, con lunghi e articolati monologhi, ricchi di citazioni e richiami storici che avrebbero forse messo a disagio Trump, abituato invece a fornire risposte brevi, a volte contraddittorie e spesso sopra le righe.
Se escludiamo quindi il timore di Putin per i media, la rinuncia alla conferenza stampa potrebbe essere legata al fatto che Trump non poteva presentare soluzioni senza prima essersi consultato con ucraini ed europei, ma ha poi sottolineato la volontà di Putin di giungere alla pace.
Obiettivo confermato anche dal presidente russo, che ha parlato del popolo ucraino come “fratello, anche se può sembrare strano dirlo oggi” ma ha ribadito che Mosca vuole una soluzione del conflitto che tenga conto delle cause che lo hanno scatenato, non un cessate il fuoco temporaneo.
Le ragioni sono evidenti: i russi avanzano e stanno vincendo la guerra, una tregua darebbe solo respiro a Kiev e alle sue esauste truppe. Del resto quando Mosca ha proposto 100 giorni di tregua chiedendo che gli ucraini sospendessero per quel periodo gli arruolamenti, l’invio di truppe al fronte e arrivo di armi e munizioni occidentali, la risposta di Kiev e NATO è stata del tutto negativa. Un “no” che spiega bene quali fossero i reali obiettivi, militari non politici, nascosti dietro la richiesta di cessate il fuoco.
Putin ha elogiato Trump e gli ha offerto su un piatto d’argento l’opportunità di prendere ulteriori distanze da Kiev e dal conflitto riconoscendo pubblicamente che “quando il presidente Trump dice che se fosse stato lui al comando non ci sarebbe stata nessuna guerra, sono d’accordo. Posso confermarlo”.
Già nel maggio 2023, durante un evento pubblico della CNN, Trump aveva sostenuto che Putin non avrebbe mai intrapreso l’operazione militare con lui alla Casa Bianca. “Molte cose non sarebbero accadute: né la guerra, né la costruzione di certi oleodotti. Migliaia di vite, sia russe che ucraine, sarebbero state risparmiate e città intere non sarebbero state distrutte”, ha affermato.
Putin ha anche confrontato i rapporti con le due diverse amministrazioni statunitensi: inesistenti con Biden, più “professionali e affidabili” con Trump. “Io e il presidente Trump abbiamo sviluppato un rapporto basato sulla fiducia reciproca. Questo ci dà ragione di credere che, continuando su questa strada, sia possibile arrivare a una soluzione rapida del conflitto in Ucraina”.
Trump ha apprezzato dichiarando di essere stato “molto felice di sentire” Vladimir Putin affermare che “se fossi stato presidente, questa guerra non sarebbe mai successa”.
La svolta che molti vogliono ignorare
Oggi sui media e in ambito politico molti in Europa contestano che dal sumnit non è emersa una soluzione al conflitto in Ucraina. In realtà non è mai stato questo il motivo del vertice ma in ogni caso una svolta, e pure di grande rilievo, c’è stata. Siccome però non piace né a Kiev né agli europei in molti preferiscono ignorarla.
Il presidente americano ha riferito di “una giornata fantastica e di grande successo in Alaska! L’incontro con il presidente russo Vladimir Putin è andato molto bene, così come la telefonata a tarda notte con il presidente ucraino Zelensky e vari leader europei, tra cui il molto rispettato segretario generale della NATO. È stato deciso da tutti che il modo migliore per porre fine alla terribile guerra tra Russia e Ucraina è quello di arrivare direttamente a un accordo di pace, che metterebbe fine al conflitto, e non a un semplice accordo di cessate il fuoco, che spesso non viene rispettato”, ha aggiunto.
Di fatto quindi nel faccia a faccia tra i due presidenti con i rispettivi consiglieri, Putin ha convinto Trump a non cercare di imporre un cessate il fuoco che Mosca non potrebbe mai accettare per le ragioni già citate, ma di indurre ucraini ed europei a discutere la fine delle ostilità, cioè ad accettare le condizioni di Mosca, che sono sempre le stesse da tre anni:
– riconoscimento dell’annessione alla Russia di Crimea e Lugansk (totalmente in mani russe) della regione di Donetsk (controllata dai russi al 75%) e di Zaporizhzhia e Kherson (74%);
– rinuncia da parte di Kiev ad entrare nella NATO, e ad ospitarne truppe e armi;
– rinuncia di Kiev a disporre di armi offensive;
–“denazificazione” dell’Ucraina, cioè la rimozione di “banderisti” e leggi discriminatorie per i russi e i russofoni.
Che questo approccio sia oggi condiviso dagli Stati Uniti cambia completamente l’iter del processo negoziale e mette Zelensky e gli europei con le spalle al muro: accettare le condizioni di Mosca o continuare da soli una guerra contro i russi sgradita a Washington.
“Ora tocca al Presidente Zelensky. E direi anche che i Paesi europei devono essere un poco coinvolti. Ma deciderà Zelensky”, ha affermato Donald Trump nell’intervista concessa a Fox News subito dopo il vertice con Putin in cui ha detto che “siamo vicini a un accordo, anche se al momento non ce n’è uno”.
“Con il Presidente russo – ha aggiunto Trump – ha trovato accordo sulla maggior parte dei temi, ma ci sono ancora una o due questioni su cui c’è disaccordo” rifiutandosi però di spiegare quali siano. “Non c’è affatto un accordo. L’Ucraina deve essere d’accordo. Il presidente Zelensky deve essere d’accordo”. Il messaggio di Trump per Zelensky? “Fai un accordo”, ha risposto Trump.
Un messaggio molto chiaro che si traduce nell’accogliere le condizioni di Mosca prima che il prosieguo della guerra peggiori la situazione per Kiev e degli europei che continuano a sostenerla.
Una ricetta difficile da digerire anche per gli europei: è durata più di un’ora la telefonata di Donald Trump con Zelensky estesa ai leader europei, secondo quanto ha reso noto da Parigi, precisando che hanno preso parte alla chiamata Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Giorgia Meloni, Alexander Stubb, Karol Nawrocki, Mark Rutte e Ursula von der Leyen.
In precedenza, subito dopo la conclusione del vertice in Alaska, Zelensky aveva parlato da solo con Trump, in volo verso Washington sull’Air Force One, “per circa un’ora”. Zelensky incontrerà Trump il 18 agosto a Washington per discutere della risoluzione del conflitto in Ucraina, a seguito del summit in Alaska, come scrive lo stesso Zelensky su X, confermando che Trump lo ha informato dei “punti principali” dei colloqui con il presidente russo in Alaska.
Le reazioni in Europa sono improntate a far buon viso a cattivo gioco ma è chiaro che se Trump sostiene le condizioni poste da Mosca per cessare le ostilità la partita è definitivamente perduta sul piano politico oltre che sul campo di battaglia.
Quasi tutti i governi europei guardano con interesse alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina di cui ha parlato Trump senza prendere impegni, ma si tratta più di un tentativo dei leader europei di trovare un buon appiglio per sottrarsi al rischio di finire tra gli sconfitti in questa guerra più che fiducia nelle garanzie di Trump a Kiev.
Gli accordi che garantiscono agli Stati Uniti il controllo delle risorse minerarie e delle infrastrutture ucraine (nei territori che resteranno sotto il controllo di Kiev) costituiscono forse l’unica garanzia credibile circa il futuro ruolo di Washington.
La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha dichiarato in un post su X che solide garanzie di sicurezza per Kiev e l’Europa sono “essenziali” in qualsiasi accordo di pace per porre fine alla guerra in Ucraina. “L’UE sta lavorando a stretto contatto con Zelensky e gli Stati Uniti per raggiungere una pace giusta e duratura. Sono essenziali solide garanzie di sicurezza che proteggano gli interessi vitali di sicurezza ucraini ed europei”, ha scritto von der Leyen.
Come le accade spesso, l’alto rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza Kaja Kallas, ha rilasciato una dichiarazione avulsa dalla realtà. “Mosca non porrà fine alla guerra finché non si renderà conto che non può continuare”. Non si è accorta che il tempo lavora a favore di Mosca, orma in asse con Washington, e contro gli interessi di Kiev e UE.
Sono le forze ucraine a essere vicine al collasso senza che l’Europa voglia o possa militarmente impedirlo: la pace è nell’interesse degli ucraini perché continuare la guerra in queste condizioni significherebbe perdere inutilmente vite e ulteriore territorio.
Il ministro degli Esteri norvegese Barth Eide finge che nulla sia cambiato e ha dichiarato alla stampa che la posizione resta invariata dopo il summit in Alaska. “È fondamentale mantenere la pressione sulla Russia, per mostrare chiaramente che l’aggressione ha un costo”.
I baltici ovviamente sono tra i più preoccupati dal successo del summit Trump-Putin. Il presidente della Lituania, Gitanas Nauseda, ha dichiarato che “poiché la Russia mostra riluttanza a fermare la guerra in Ucraina, è necessaria maggiore pressione, incluse sanzioni internazionali più severe. L’uccisione di civili innocenti deve cessare prima di negoziare un accordo di pace! Insieme agli alleati europei, la Lituania continuerà a sostenere gli sforzi del Presidente Zelensky con tutti i mezzi possibili”.
Un’Europa frustrata guidata da una classe dirigente inetta, esclusa dal tavolo dei grandi proprio perché prona a Washington durante l’Amministrazione Biden nel sostenere un confronto con la Russia risultato disastroso per tutti gli europei sul piano militare ed economico.
Anche Zelensky paga il prezzo di aver obbedito agli anglo-americani sacrificando l’Ucraina quando a fine marzo 2022 rifiutò l’accordo di pace messo a punto a Istanbul e che prevedeva solo la piena autonomia delle due regioni del Donbass.
Certo nessuna farà mea culpa né “autocritica costruttiva” ma in molti in Europa temono oggi di giocarsi la poltrona in seguito alla pace in Ucraina alle condizioni della Russia. Del resto posti al sole per servi e vassalli non ne sono previsti.
“Non è stata neanche sollevata, durante il vertice in Alaska, la possibilità di un incontro fra Donald Trump, Vladimir Putin e Volodymir Zelensky”, ha riferito il Consigliere per la politica estera del Cremlino, Yuri Ushakov.
Fonte
15/08/2025
Il summit tra Putin e Trump sarà un successo, ma solo per Russia e USA
di Gianandrea Gaiani
Devono ancora incontrarsi ad Anchorage e hanno pianificato un secondo round di colloqui da tenersi in Russia. Questa notizia, confermata oggi dalla TASS, dovrebbe essere sufficiente a far comprendere a tutti, e soprattutto a ucraini ed europei, che i temi in agenda nel summit tra Vladimir Putin e Donald Trump saranno diversi e per lo più attinenti alle relazioni bilaterali. Insomma, non sarà un vertice sull’Ucraina ma un summit in cui si parlerà anche del conflitto in Ucraina.
“Ci aspettiamo che il presidente degli Stati Uniti visiti la Russia a sua volta. Questo è logico e sottolinea lo sviluppo e l’espansione delle relazioni tra Russia e Stati Uniti, dato che i legami tra le due maggiori potenze geopolitiche non riguardano solo l’Ucraina”, ha dichiarato questa mattina alla TASS Rodion Miroshnik, inviato speciale del ministero degli Esteri russo per i crimini compiuti dal regime di Kiev.
Miroshnik ha sottolineato che Washington e Mosca condividono un ampio programma, che comprende questioni internazionali e globali, nonché scambi diretti economici, culturali, sportivi e di altro tipo, molti dei quali sono stati sospesi e, a suo avviso, dovrebbero essere ripresi nell’interesse di entrambe le parti.
Che il vertice in Alaska costituisca l’avvio di un percorso di dialogo e distensione lo si può intuire anche dal fatto che Russia e Stati Uniti non hanno in programma di preparare nessun documento congiunto al termine del summit che si aprirà questa stasera (alle 21 ora italiana) , come ha detto ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov.
“Non è previsto alcun documento sui risultati del vertice, non è stato preparato nulla. Ed è improbabile che ci sarà alcun documento. Tuttavia, dato che ci sarà una conferenza stampa congiunta, il presidente illustrerà naturalmente la serie di accordi e intese che sarà in grado di raggiungere”, ha detto il portavoce.
La regia dello show punta sulla suspense
Una dichiarazione che potrebbe indicare i dubbi e le incertezze circa l’esito del faccia a faccia tra i due presidenti, ma anche un’affermazione che potrebbe far parte di una regia accurata per dare risalto ed enfasi all’incontro messa a punto da Mosca e Washington per assicurare suspense e spettacolarità all’evento descritto da alcuni come una “nuova Yalta”.
Una regia attentata sta infatti guidando i preparativi al summit sui due lati dello Stretto di Bering e non si può escludere che della sceneggiatura, ricca di richiami alla Guerra Fredda, faccia parte anche l’arrivo alla base aerea che ospita il summit del ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, con addosso uno felpa rossa con la scritta URSS.
Del resto anche Trump, consumato istrione, ha fatto la sua parte, annunciando il summit ad Anchorage solo poche ore dopo che aveva affermato con durezza di non voler incontrare Putin. “Questo incontro prepara il terreno per il secondo, ma c’è il 25% di possibilità che questo incontro non abbia successo”, ha detto ieri Trump a Fox News Radio, rinnovando così l’interesse internazionale per il summit.
Che dire poi del video realizzato dai ballerini Veronika Popova e Konstantin Soyko, che celebra il summit in Alaska ricordando i momenti storici che hanno sto Russia e Stati Uniti protagonisti del destino di tutto il mondo?
I due ballerini, in costumi che riprendono le due bandiere, danzano sulle immagini che ripercorrono l’incontro tra lo zar Alessandro I e l’ambasciatore americano e futuro presidente John Quincy Adams nel 1809, l’incontro sul fiume tedesco Elba nel maggio 1945 tra le truppe statunitensi e sovietiche, il Festival Mondiale della Gioventù del 1958, il pianista americano Van Cliburn che riceve il Premio Čajkovskij nel 1958, la visita di Nikita Krusciov negli Stati Uniti nel 1959, la missione spaziale congiunta Apollo-Soyuz nel 1975 e ovviamente l’incontro tra Putin e Trump nel 2017 in occasione del G20 in Germania.
Per non lasciare dubbi circa il tenore dell’iniziativa, il video si conclude con lo slogan “Insieme creiamo il futuro”.
Chi ha dimestichezza con questo genere di eventi sa bene che i summit vengono preparati minuziosamente da funzionari e “sherpa”, e vengono annunciati quando le intese sono già state raggiunte almeno in larga misura, mentre dove non è possibile trovare convergenze vengono messe a punto note di linguaggio utili a ridimensionare le differenze di vedute e sminuire i contrasti.
Un successo già confezionato?
Giova ricordare che funzionari statunitensi hanno riferito al Wall Street Journal che da mesi Trump e Putin si sentono al telefono. Inoltre, conoscendo i due personaggi, si può davvero credere che si incontrino con così ampio clamore mediatico senza aver già trovato il modo per definire entrambi il summit un grande successo? Difficile credere che entrambi rischino la propria immagine e reputazione, in patria e nel mondo, con un flop che li metterebbe alla berlina come dilettanti allo sbaraglio.
Il 12 agosto fonti della Casa Bianca hanno infatti fatto sapere al giornale Politico che il faccia a faccia di Ferragosto potrà essere “l’inizio di una nuova fase” e “un passo verso la fine della guerra in Ucraina” evitando però promesse di annunci di cessate il fuoco o altri accordi.
Alla Casa Bianca ricordano poi come l’idea del vertice sia nata dopo che l’inviato speciale Steve Witkoff, che la scorsa settimana ha incontrato Putin a Mosca, ha riferito a Trump che il presidente russo ha espresso il desiderio di incontrarlo. Inoltre Putin ha “offerto un piano, forse non un piano praticabile, ma c’è qualcosa su carta che mostra un progresso”.
Una storia che sembra confezionata ad hoc, perfetta per i media, anche se forse è più probabile che Witkoff e Putin abbiano discusso a Mosca dell’agenda dell’incontro ad Anchorage già da tempo pianificato, in cui la guerra in Ucraina sarà probabilmente solo uno dei temi di interesse bilaterale, che saranno almeno una mezza dozzina.
Del resto l’incontro è stato pianificato per avere un forte valore simbolico, a partire dal luogo in cui si tiene. L’Alaska era parte della Russia zarista, venne venduta agli USA nel 1867 ma vi sono ancora comunità che parlano russo e piccole chiese ortodosse nei villaggi che un tempo ospitavano le stazioni commerciali costiere di Mosca.
Separata dalla Kamchatka russa dagli 80 chilometri dello Stretto di Bering (in realtà l’isola russa di Grande Diomede e quella americana di Piccola Diomede distano meno di 4 chilometri) l’Alaska è stata a lungo luogo simbolo della Cortina di Ferro durante la Guerra Fredda ma appare con questo vertice un trait d’union tra Russia e Stati Uniti.
Ancor più rilevante se si considera che, come previsto, la visita di Putin in territorio americano verrà ricambiata con un secondo faccia a faccia tra i due da tenersi in Russia, forse in ottobre.
L’economia prima di tutto
La Casa Bianca ha appena incassato la dura reazione di India e Cina alle ingerenze e alle minacce di dazi. Una disfatta per l’arroganza di Trump (risultata vincente invece con i “vassalli” europei) che ha determinato non solo il consolidarsi dei rapporti strategici tra India, Russia e Cina ma addirittura un’inedita intesa cordiale tra cinesi e indiani che, dimenticando rivalità tra potenze nucleari dell’Indo-Pacifico e crisi militari di confine, hanno deciso di intensificare le relazioni diplomatiche ed economiche.
Dopo aver a lungo contestato Joe Biden e prima Barack Obama per le politiche ostili a Mosca che hanno portato a saldare in modo sempre più stretto l’alleanza tra Russia e Cina, Trump rischia di compiere lo stesso errore con l’uso spregiudicato e arrogante dell’arma dei dazi e delle minacce, col risultato di compattare mezzo mondo contro USA e Occidente.
Trump infatti non ha solo compromesso il lento avvicinamento tra USA e India ma sta rafforzando l’asse militare della Shangai Cooperation Organization (SCO – organizzazione di sicurezza asiatica guidata da Mosca e Pechino ma a cui aderiscono India, Pakistan, Iran e molte nazioni ex sovietiche tra cui la Bielorussia) e l’asse economico-finanziario dei BRICS, organizzazione sempre più ampia che raccoglie oggi 10 stati membri, 10 associati, 9 che hanno chiesto l’ammissione e 2 osservatori (Turchia e Algeria), determinati a rinunciare al dollaro nelle loro transazioni commerciali.
Un contesto in cui Trump oggi ha più che mai bisogno di avere un buon rapporto con Putin per negoziare sui temi commerciali con i BRICS e su quelli strategici con India, Iran e Corea del Nord, mentre Putin incassa l’uscita dall’isolamento decretato dall’Amministrazione Biden e ha oggi tutto l’interesse a trovare intese che portino ad abrogare le sanzioni alla Russia.
Nella base militare di Elmendorf-Richardson, situata a nord di Anchorage, Trump e Putin annunceranno con ogni probabilità progressi sui fronti strategici, dell’economia e soprattutto dei rapporti bilaterali.
Lo indica anche la composizione delle delegazioni russa e statunitense con i ministri degli Esteri Marco Rubio e Sergei Lavrov, quelli della Difesa Andrei Belousov e Pete Hegseth.
In ambito economico i russi schierano in Alaska l’esperto ministro delle Finanze Anton Siluanov, protagonista della crescita economica russa nonostante le prolungate e rafforzate sanzioni occidentali e Kirill Dmitriev, capo del Fondo sovrano del Cremlino ma con studi negli USA e ottimi rapporti con le élites economiche americane.
Nella delegazione statunitense, oltre al vicepresidente JD Vance , ci sarà il segretario al Tesoro Scott Bessent e l’inviato speciale di Trump in Russia Steve Witkoff.
Appare quindi intuitivo ritenere che il tema della cooperazione politica ed economica sarà centrale in un summit in cui Mosca chiederà la rimozione delle sanzioni e Washington il supporto russo a trovare intese con i BRICS.
La guerra come elemento di disturbo nel rilancio delle relazioni USA-Russia
L’Ucraina sarà quindi solo uno dei temi in agenda e neppure il più importante, con buona pace di Volodymyr Zelensky e dei leader europei, terrorizzati all’idea di trovarsi da soli a gestire la crisi militare con la Russia.
La portavoce del dipartimento di Stato USA, Tammy Bruce, ha sottolineato ieri che Washington non considera il vertice come un negoziato sull’Ucraina.
“Ricordo che il Presidente non definisce questo incontro come un negoziato. Non è stato lui a richiedere questo incontro. Ha osservato che l’obiettivo è capire cosa sta succedendo, cosa è possibile. Quindi ritengo che negoziati sia la parola sbagliata”, ha dichiarato Bruce durante un briefing con la stampa.
Del resto se c’è qualcosa che accomuna Putin e Trump è l’ostentato disprezzo, espresso in più occasioni da entrambi i presidenti, nei confronti dell’Europa, anche se motivato per ognuno di loro da ragioni diverse.
Trump ha usato la spesa militare NATO al 5% del PIL e i dazi imposti alla UE per umiliare gli europei agli occhi del mondo mentre il portavoce del ministero degli Esteri russo, Alexey Fadeev ha affermato nei giorni scorsi che “consideriamo le consultazioni richieste dagli europei [sul vertice del 15 agosto] come un’azione politicamente e praticamente insignificante. Gli europei sostengono verbalmente gli sforzi diplomatici di Washington e Mosca per risolvere la crisi Ucraina, ma di fatto l’Unione europea li sabota”.
Come era apparso evidente già nei mesi scorsi durante i primi colloqui in Arabia Saudita tra Lavrov e Rubio, il conflitto in Ucraina costituisce oggi un elemento di disturbo, un fastidioso dettaglio che ostacola la ripresa in grande stile delle relazioni bilaterali Russia-USA.
Entrambe le super potenze si sono strutturate per incassare vantaggi dal conflitto. I russi perché stanno ottenendo la vittoria sul campo di battaglia e negozieranno con gli USA una nuova cornice di sicurezza ai loro confini occidentali.
Gli Stati Uniti perché si sono garantiti ampi interessi economici in quella parte dell’Ucraina che non finirà sotto il controllo o l’influenza russa ma soprattutto perché hanno messo in ginocchio gli europei che da alleati militari e competitor economici sono stati ridotti in meno di quattro anni allo status di vassalli auto condannatisi al declino economico e alla sudditanza strategica.
Il summit in Alaska appare quindi destinato ad essere un successo, ma per Stati Uniti e Russia, non necessariamente per Ucraina ed Europa, che hanno visto respinte e umiliate le richieste di sedersi al tavolo con i due presidenti.
Pronostici
Fare previsioni in questi casi è sempre un azzardo ma, oltre ai temi già citati, tra i punti strategici che verranno affrontati vi sarà forse anche il rilancio del Trattato INF sui missili balistici a raggio intermedio da cui Trump aveva ritirato gli USA nel 2019 e che Mosca ha fatto sapere il 5 agosto di non voler più rispettare.
Un segnale di distensione che scongiuri il rischio di avere presto missili statunitensi con armi nucleari in Germania puntate su Mosca e missili russi in Bielorussia puntati sull’Europa.
Possibile anche che venga annunciato il “rilancio” del Trattato START che limita il numero di testate nucleari e vettori strategici e di cui Mosca annunciò la sospensione dell’applicazione con un solenne discorso di Putin ai parlamentari della Duma il 21 febbraio 2023, dopo un anno di guerra in Ucraina, come rappresaglia per gli aiuti militari USA/NATO a Kiev.
L’annuncio del rilancio della cooperazione russo-americana sulle armi atomiche, strategiche e/o di teatro, sarebbe di per sé sufficiente ad assicurare una vasta eco al summit dopo tre anni e mezzo in cui da più parti si evoca l’incubo nucleare come scenario realistico del confronto con la Russia.
Russi e americani imbastiranno probabilmente anche un negoziato sull’Artico, teatro di crescenti tensioni economiche e strategiche, da sviluppare nel summit successivo.
Dopo l’incontro in Alaska con Putin, “il secondo incontro sarà molto, molto importante, perché sarà un incontro in cui si raggiungerà un accordo. E non voglio usare il termine ‘spartirsi le cose’, ma in un certo senso non è un termine sbagliato. Ci saranno scambi di opinioni su confini e territori” ha detto ieri Trump nell’intervista al The Brian Kilmeade Show di Fox News.
Questo significa che la fine della guerra in Ucraina o un annuncio di Putin circa il cessate il fuoco non è una aspettativa posta in agenda oggi. Se ne parlerà semplicemente ma con “scambi di opinioni” (cioè senza diktat e condizioni) mentre ogni decisione verrà rinviata al secondo incontro in Russia tra i due presidenti.
Ad Anchorage probabilmente Trump prenderà atto della disponibilità di Putin a chiudere la guerra ma solo una volta che Kiev avrà accettato le cessioni territoriali e le altre condizioni poste da Mosca. Una di queste è la non adesione alla NATO, esclusa peraltro anche da Trump.
Trump e Putin si daranno appuntamento al summit in Russia per valutare i progressi verso la pace ma, considerate le condizioni militari disastrose delle forze ucraine e i successi costanti dei russi che avanzano su tutti i fronti, Putin avrà probabilmente il tempo necessario per completare le operazioni militari e chiudere il conflitto. Specie ora che il massiccio sfondamento delle linee ucraine a nord-est di Pokrovsk, nella regione di Donetsk, sembra poter aprire la strada al tracollo dell’esercito di Kiev.
Le diverse ipotesi circolate in questi giorni di “congelamento del conflitto” o di un possibile ritiro russo da alcuni territori non appaiono credibili né coerenti con la posizione di Mosca, che ha sempre chiesto di negoziare la fine del conflitto e la rimozione delle sue cause. A meno che Kiev non accetti tutte le condizioni di pace poste da Putin, i russi non si fermeranno.
Zelensky, sostenuto dagli europei, ha ribadito che non intende “regalare lembi di territorio ucraino a Mosca” ma questi territori i russi li stanno espugnando combattendo, controllano circa il 20 per cento dell’Ucraina e continuano ad avanzare.
In Europa nessuno dovrebbe farsi illusioni: difficile credere che Trump rinuncerà a tutti gli affari che ha in ballo con la Russia e i suoi alleati per pretendere da Putin che cessi immediatamente e senza condizioni l’offensiva in Ucraina.
Se anche volesse farlo (e non sembra averne l’intenzione), Trump non avrebbe gli strumenti per mettere all’angolo Mosca né avrebbe interesse a farlo nonostante le sbruffonate anti-Putin rilasciate in alcune dichiarazioni pubbliche a cui la Russia, non a caso, non ha mai risposto, quasi fossero parte di quella sceneggiatura condivisa a cui abbiamo accennato in precedenza.
Sarà forse in base a questa consapevolezza che Frederikas Jansonas, consigliere del presidente della Repubblica lituana, Gitanas Nauseda, ha affermato ieri che “l’incontro in Alaska tra Trump e Putin è un fatto estremamente preoccupante”.
Oppure che il presidente lettone, Edgars Rinkevics, in un’intervista rilasciata oggi alla CNN, ha detto di auspicare che “in Alaska non si arrivi a decisioni affrettate in modo da trovare una soluzione che accontenti tutte le parti, specialmente quella ucraina. Concessioni territoriali non sarebbero che una ricompensa concessa alla Russia”.
Più lapidaria la valutazione del premier ungherese Viktor Orban: “L’Ucraina ha perso la guerra e il suo futuro sarà deciso da altri paesi, mentre la Russia ha vinto questa guerra. L’unica domanda è quando e in quali circostanze le figure occidentali che sostengono gli ucraini ammetteranno che ciò è accaduto, e cosa ciò significherà”.
Fonte
Devono ancora incontrarsi ad Anchorage e hanno pianificato un secondo round di colloqui da tenersi in Russia. Questa notizia, confermata oggi dalla TASS, dovrebbe essere sufficiente a far comprendere a tutti, e soprattutto a ucraini ed europei, che i temi in agenda nel summit tra Vladimir Putin e Donald Trump saranno diversi e per lo più attinenti alle relazioni bilaterali. Insomma, non sarà un vertice sull’Ucraina ma un summit in cui si parlerà anche del conflitto in Ucraina.
“Ci aspettiamo che il presidente degli Stati Uniti visiti la Russia a sua volta. Questo è logico e sottolinea lo sviluppo e l’espansione delle relazioni tra Russia e Stati Uniti, dato che i legami tra le due maggiori potenze geopolitiche non riguardano solo l’Ucraina”, ha dichiarato questa mattina alla TASS Rodion Miroshnik, inviato speciale del ministero degli Esteri russo per i crimini compiuti dal regime di Kiev.
Miroshnik ha sottolineato che Washington e Mosca condividono un ampio programma, che comprende questioni internazionali e globali, nonché scambi diretti economici, culturali, sportivi e di altro tipo, molti dei quali sono stati sospesi e, a suo avviso, dovrebbero essere ripresi nell’interesse di entrambe le parti.
Che il vertice in Alaska costituisca l’avvio di un percorso di dialogo e distensione lo si può intuire anche dal fatto che Russia e Stati Uniti non hanno in programma di preparare nessun documento congiunto al termine del summit che si aprirà questa stasera (alle 21 ora italiana) , come ha detto ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov.
“Non è previsto alcun documento sui risultati del vertice, non è stato preparato nulla. Ed è improbabile che ci sarà alcun documento. Tuttavia, dato che ci sarà una conferenza stampa congiunta, il presidente illustrerà naturalmente la serie di accordi e intese che sarà in grado di raggiungere”, ha detto il portavoce.
La regia dello show punta sulla suspense
Una dichiarazione che potrebbe indicare i dubbi e le incertezze circa l’esito del faccia a faccia tra i due presidenti, ma anche un’affermazione che potrebbe far parte di una regia accurata per dare risalto ed enfasi all’incontro messa a punto da Mosca e Washington per assicurare suspense e spettacolarità all’evento descritto da alcuni come una “nuova Yalta”.
Una regia attentata sta infatti guidando i preparativi al summit sui due lati dello Stretto di Bering e non si può escludere che della sceneggiatura, ricca di richiami alla Guerra Fredda, faccia parte anche l’arrivo alla base aerea che ospita il summit del ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, con addosso uno felpa rossa con la scritta URSS.
Del resto anche Trump, consumato istrione, ha fatto la sua parte, annunciando il summit ad Anchorage solo poche ore dopo che aveva affermato con durezza di non voler incontrare Putin. “Questo incontro prepara il terreno per il secondo, ma c’è il 25% di possibilità che questo incontro non abbia successo”, ha detto ieri Trump a Fox News Radio, rinnovando così l’interesse internazionale per il summit.
Che dire poi del video realizzato dai ballerini Veronika Popova e Konstantin Soyko, che celebra il summit in Alaska ricordando i momenti storici che hanno sto Russia e Stati Uniti protagonisti del destino di tutto il mondo?
I due ballerini, in costumi che riprendono le due bandiere, danzano sulle immagini che ripercorrono l’incontro tra lo zar Alessandro I e l’ambasciatore americano e futuro presidente John Quincy Adams nel 1809, l’incontro sul fiume tedesco Elba nel maggio 1945 tra le truppe statunitensi e sovietiche, il Festival Mondiale della Gioventù del 1958, il pianista americano Van Cliburn che riceve il Premio Čajkovskij nel 1958, la visita di Nikita Krusciov negli Stati Uniti nel 1959, la missione spaziale congiunta Apollo-Soyuz nel 1975 e ovviamente l’incontro tra Putin e Trump nel 2017 in occasione del G20 in Germania.
Per non lasciare dubbi circa il tenore dell’iniziativa, il video si conclude con lo slogan “Insieme creiamo il futuro”.
Chi ha dimestichezza con questo genere di eventi sa bene che i summit vengono preparati minuziosamente da funzionari e “sherpa”, e vengono annunciati quando le intese sono già state raggiunte almeno in larga misura, mentre dove non è possibile trovare convergenze vengono messe a punto note di linguaggio utili a ridimensionare le differenze di vedute e sminuire i contrasti.
Un successo già confezionato?
Giova ricordare che funzionari statunitensi hanno riferito al Wall Street Journal che da mesi Trump e Putin si sentono al telefono. Inoltre, conoscendo i due personaggi, si può davvero credere che si incontrino con così ampio clamore mediatico senza aver già trovato il modo per definire entrambi il summit un grande successo? Difficile credere che entrambi rischino la propria immagine e reputazione, in patria e nel mondo, con un flop che li metterebbe alla berlina come dilettanti allo sbaraglio.
Il 12 agosto fonti della Casa Bianca hanno infatti fatto sapere al giornale Politico che il faccia a faccia di Ferragosto potrà essere “l’inizio di una nuova fase” e “un passo verso la fine della guerra in Ucraina” evitando però promesse di annunci di cessate il fuoco o altri accordi.
Alla Casa Bianca ricordano poi come l’idea del vertice sia nata dopo che l’inviato speciale Steve Witkoff, che la scorsa settimana ha incontrato Putin a Mosca, ha riferito a Trump che il presidente russo ha espresso il desiderio di incontrarlo. Inoltre Putin ha “offerto un piano, forse non un piano praticabile, ma c’è qualcosa su carta che mostra un progresso”.
Una storia che sembra confezionata ad hoc, perfetta per i media, anche se forse è più probabile che Witkoff e Putin abbiano discusso a Mosca dell’agenda dell’incontro ad Anchorage già da tempo pianificato, in cui la guerra in Ucraina sarà probabilmente solo uno dei temi di interesse bilaterale, che saranno almeno una mezza dozzina.
Del resto l’incontro è stato pianificato per avere un forte valore simbolico, a partire dal luogo in cui si tiene. L’Alaska era parte della Russia zarista, venne venduta agli USA nel 1867 ma vi sono ancora comunità che parlano russo e piccole chiese ortodosse nei villaggi che un tempo ospitavano le stazioni commerciali costiere di Mosca.
Separata dalla Kamchatka russa dagli 80 chilometri dello Stretto di Bering (in realtà l’isola russa di Grande Diomede e quella americana di Piccola Diomede distano meno di 4 chilometri) l’Alaska è stata a lungo luogo simbolo della Cortina di Ferro durante la Guerra Fredda ma appare con questo vertice un trait d’union tra Russia e Stati Uniti.
Ancor più rilevante se si considera che, come previsto, la visita di Putin in territorio americano verrà ricambiata con un secondo faccia a faccia tra i due da tenersi in Russia, forse in ottobre.
L’economia prima di tutto
La Casa Bianca ha appena incassato la dura reazione di India e Cina alle ingerenze e alle minacce di dazi. Una disfatta per l’arroganza di Trump (risultata vincente invece con i “vassalli” europei) che ha determinato non solo il consolidarsi dei rapporti strategici tra India, Russia e Cina ma addirittura un’inedita intesa cordiale tra cinesi e indiani che, dimenticando rivalità tra potenze nucleari dell’Indo-Pacifico e crisi militari di confine, hanno deciso di intensificare le relazioni diplomatiche ed economiche.
Dopo aver a lungo contestato Joe Biden e prima Barack Obama per le politiche ostili a Mosca che hanno portato a saldare in modo sempre più stretto l’alleanza tra Russia e Cina, Trump rischia di compiere lo stesso errore con l’uso spregiudicato e arrogante dell’arma dei dazi e delle minacce, col risultato di compattare mezzo mondo contro USA e Occidente.
Trump infatti non ha solo compromesso il lento avvicinamento tra USA e India ma sta rafforzando l’asse militare della Shangai Cooperation Organization (SCO – organizzazione di sicurezza asiatica guidata da Mosca e Pechino ma a cui aderiscono India, Pakistan, Iran e molte nazioni ex sovietiche tra cui la Bielorussia) e l’asse economico-finanziario dei BRICS, organizzazione sempre più ampia che raccoglie oggi 10 stati membri, 10 associati, 9 che hanno chiesto l’ammissione e 2 osservatori (Turchia e Algeria), determinati a rinunciare al dollaro nelle loro transazioni commerciali.
Un contesto in cui Trump oggi ha più che mai bisogno di avere un buon rapporto con Putin per negoziare sui temi commerciali con i BRICS e su quelli strategici con India, Iran e Corea del Nord, mentre Putin incassa l’uscita dall’isolamento decretato dall’Amministrazione Biden e ha oggi tutto l’interesse a trovare intese che portino ad abrogare le sanzioni alla Russia.
Nella base militare di Elmendorf-Richardson, situata a nord di Anchorage, Trump e Putin annunceranno con ogni probabilità progressi sui fronti strategici, dell’economia e soprattutto dei rapporti bilaterali.
Lo indica anche la composizione delle delegazioni russa e statunitense con i ministri degli Esteri Marco Rubio e Sergei Lavrov, quelli della Difesa Andrei Belousov e Pete Hegseth.
In ambito economico i russi schierano in Alaska l’esperto ministro delle Finanze Anton Siluanov, protagonista della crescita economica russa nonostante le prolungate e rafforzate sanzioni occidentali e Kirill Dmitriev, capo del Fondo sovrano del Cremlino ma con studi negli USA e ottimi rapporti con le élites economiche americane.
Nella delegazione statunitense, oltre al vicepresidente JD Vance , ci sarà il segretario al Tesoro Scott Bessent e l’inviato speciale di Trump in Russia Steve Witkoff.
Appare quindi intuitivo ritenere che il tema della cooperazione politica ed economica sarà centrale in un summit in cui Mosca chiederà la rimozione delle sanzioni e Washington il supporto russo a trovare intese con i BRICS.
La guerra come elemento di disturbo nel rilancio delle relazioni USA-Russia
L’Ucraina sarà quindi solo uno dei temi in agenda e neppure il più importante, con buona pace di Volodymyr Zelensky e dei leader europei, terrorizzati all’idea di trovarsi da soli a gestire la crisi militare con la Russia.
La portavoce del dipartimento di Stato USA, Tammy Bruce, ha sottolineato ieri che Washington non considera il vertice come un negoziato sull’Ucraina.
“Ricordo che il Presidente non definisce questo incontro come un negoziato. Non è stato lui a richiedere questo incontro. Ha osservato che l’obiettivo è capire cosa sta succedendo, cosa è possibile. Quindi ritengo che negoziati sia la parola sbagliata”, ha dichiarato Bruce durante un briefing con la stampa.
Del resto se c’è qualcosa che accomuna Putin e Trump è l’ostentato disprezzo, espresso in più occasioni da entrambi i presidenti, nei confronti dell’Europa, anche se motivato per ognuno di loro da ragioni diverse.
Trump ha usato la spesa militare NATO al 5% del PIL e i dazi imposti alla UE per umiliare gli europei agli occhi del mondo mentre il portavoce del ministero degli Esteri russo, Alexey Fadeev ha affermato nei giorni scorsi che “consideriamo le consultazioni richieste dagli europei [sul vertice del 15 agosto] come un’azione politicamente e praticamente insignificante. Gli europei sostengono verbalmente gli sforzi diplomatici di Washington e Mosca per risolvere la crisi Ucraina, ma di fatto l’Unione europea li sabota”.
Come era apparso evidente già nei mesi scorsi durante i primi colloqui in Arabia Saudita tra Lavrov e Rubio, il conflitto in Ucraina costituisce oggi un elemento di disturbo, un fastidioso dettaglio che ostacola la ripresa in grande stile delle relazioni bilaterali Russia-USA.
Entrambe le super potenze si sono strutturate per incassare vantaggi dal conflitto. I russi perché stanno ottenendo la vittoria sul campo di battaglia e negozieranno con gli USA una nuova cornice di sicurezza ai loro confini occidentali.
Gli Stati Uniti perché si sono garantiti ampi interessi economici in quella parte dell’Ucraina che non finirà sotto il controllo o l’influenza russa ma soprattutto perché hanno messo in ginocchio gli europei che da alleati militari e competitor economici sono stati ridotti in meno di quattro anni allo status di vassalli auto condannatisi al declino economico e alla sudditanza strategica.
Il summit in Alaska appare quindi destinato ad essere un successo, ma per Stati Uniti e Russia, non necessariamente per Ucraina ed Europa, che hanno visto respinte e umiliate le richieste di sedersi al tavolo con i due presidenti.
Pronostici
Fare previsioni in questi casi è sempre un azzardo ma, oltre ai temi già citati, tra i punti strategici che verranno affrontati vi sarà forse anche il rilancio del Trattato INF sui missili balistici a raggio intermedio da cui Trump aveva ritirato gli USA nel 2019 e che Mosca ha fatto sapere il 5 agosto di non voler più rispettare.
Un segnale di distensione che scongiuri il rischio di avere presto missili statunitensi con armi nucleari in Germania puntate su Mosca e missili russi in Bielorussia puntati sull’Europa.
Possibile anche che venga annunciato il “rilancio” del Trattato START che limita il numero di testate nucleari e vettori strategici e di cui Mosca annunciò la sospensione dell’applicazione con un solenne discorso di Putin ai parlamentari della Duma il 21 febbraio 2023, dopo un anno di guerra in Ucraina, come rappresaglia per gli aiuti militari USA/NATO a Kiev.
L’annuncio del rilancio della cooperazione russo-americana sulle armi atomiche, strategiche e/o di teatro, sarebbe di per sé sufficiente ad assicurare una vasta eco al summit dopo tre anni e mezzo in cui da più parti si evoca l’incubo nucleare come scenario realistico del confronto con la Russia.
Russi e americani imbastiranno probabilmente anche un negoziato sull’Artico, teatro di crescenti tensioni economiche e strategiche, da sviluppare nel summit successivo.
Dopo l’incontro in Alaska con Putin, “il secondo incontro sarà molto, molto importante, perché sarà un incontro in cui si raggiungerà un accordo. E non voglio usare il termine ‘spartirsi le cose’, ma in un certo senso non è un termine sbagliato. Ci saranno scambi di opinioni su confini e territori” ha detto ieri Trump nell’intervista al The Brian Kilmeade Show di Fox News.
Questo significa che la fine della guerra in Ucraina o un annuncio di Putin circa il cessate il fuoco non è una aspettativa posta in agenda oggi. Se ne parlerà semplicemente ma con “scambi di opinioni” (cioè senza diktat e condizioni) mentre ogni decisione verrà rinviata al secondo incontro in Russia tra i due presidenti.
Ad Anchorage probabilmente Trump prenderà atto della disponibilità di Putin a chiudere la guerra ma solo una volta che Kiev avrà accettato le cessioni territoriali e le altre condizioni poste da Mosca. Una di queste è la non adesione alla NATO, esclusa peraltro anche da Trump.
Trump e Putin si daranno appuntamento al summit in Russia per valutare i progressi verso la pace ma, considerate le condizioni militari disastrose delle forze ucraine e i successi costanti dei russi che avanzano su tutti i fronti, Putin avrà probabilmente il tempo necessario per completare le operazioni militari e chiudere il conflitto. Specie ora che il massiccio sfondamento delle linee ucraine a nord-est di Pokrovsk, nella regione di Donetsk, sembra poter aprire la strada al tracollo dell’esercito di Kiev.
Le diverse ipotesi circolate in questi giorni di “congelamento del conflitto” o di un possibile ritiro russo da alcuni territori non appaiono credibili né coerenti con la posizione di Mosca, che ha sempre chiesto di negoziare la fine del conflitto e la rimozione delle sue cause. A meno che Kiev non accetti tutte le condizioni di pace poste da Putin, i russi non si fermeranno.
Zelensky, sostenuto dagli europei, ha ribadito che non intende “regalare lembi di territorio ucraino a Mosca” ma questi territori i russi li stanno espugnando combattendo, controllano circa il 20 per cento dell’Ucraina e continuano ad avanzare.
In Europa nessuno dovrebbe farsi illusioni: difficile credere che Trump rinuncerà a tutti gli affari che ha in ballo con la Russia e i suoi alleati per pretendere da Putin che cessi immediatamente e senza condizioni l’offensiva in Ucraina.
Se anche volesse farlo (e non sembra averne l’intenzione), Trump non avrebbe gli strumenti per mettere all’angolo Mosca né avrebbe interesse a farlo nonostante le sbruffonate anti-Putin rilasciate in alcune dichiarazioni pubbliche a cui la Russia, non a caso, non ha mai risposto, quasi fossero parte di quella sceneggiatura condivisa a cui abbiamo accennato in precedenza.
Sarà forse in base a questa consapevolezza che Frederikas Jansonas, consigliere del presidente della Repubblica lituana, Gitanas Nauseda, ha affermato ieri che “l’incontro in Alaska tra Trump e Putin è un fatto estremamente preoccupante”.
Oppure che il presidente lettone, Edgars Rinkevics, in un’intervista rilasciata oggi alla CNN, ha detto di auspicare che “in Alaska non si arrivi a decisioni affrettate in modo da trovare una soluzione che accontenti tutte le parti, specialmente quella ucraina. Concessioni territoriali non sarebbero che una ricompensa concessa alla Russia”.
Più lapidaria la valutazione del premier ungherese Viktor Orban: “L’Ucraina ha perso la guerra e il suo futuro sarà deciso da altri paesi, mentre la Russia ha vinto questa guerra. L’unica domanda è quando e in quali circostanze le figure occidentali che sostengono gli ucraini ammetteranno che ciò è accaduto, e cosa ciò significherà”.
Fonte
14/06/2025
Due guerre impossibili da “vincere”
È inevitabile – davanti alle due guerre in corso ai nostri confini – chiedersi quali siano gli obiettivi strategici dei diversi paesi coinvolti. Parliamo degli obiettivi realistici, quelli che con molti sforzi si possono raggiungere, non quelli onirici ribaditi nelle dichiarazioni pubbliche di esponenti politici inetti che non sanno neanche in che mondo stanno.
In fondo dovrebbe essere noto che “vincere” significa raggiungere un nuovo equilibrio stabile, non “fare più danni possibili” al proprio avversario. E questo “nuovo equilibrio” possibile non si vede proprio nel caso di Ucraina e Israele (l'“annientamento” degli avversari è un delirio febbrile, non qualcosa di realizzabile).
E se per Russia e Iran gli obiettivi sono chiari – bloccare l’ulteriore espansione della Nato ad est, nel primo caso, garantirsi uno sviluppo pacifico nel secondo (giova ricordare che Tehran, sia che piaccia sia che la si odi, non ha fin qui mai attaccato nessuno) – assai meno chiari sono quelli della junta che governa a Kiev (e quindi quelli di Stati Uniti e Unione Europea) e della banda di genocidi millenaristici che impazza a Tel Aviv.
Persino l’eventuale uso dell’arma atomica – che Israele possiede, ma l’Ucraina no – garantirebbe a Tel Aviv un periodo limitato di “prevalenza strategica”, compensato però da un maggior numero di nuovi nemici e da un isolamento internazionale (non da parte degli Usa, certo) pressoché totale.
Se si sta alle dichiarazioni, infatti, bisognerebbe assumere che l’obiettivo della guerra sia per entrambi... cambiare il proprio nemico. Ossia scatenare un auspicato “regime change” in Russia e Iran. Non mancano, come in nessun paese del mondo, malcontenti popolari per le più diverse ragioni, ma anche gli analisti più euro-atlantici sono costretti a ricordare che entrambi i popoli, di fronte a un “pericolo esistenziale”, sono da sempre abituati a stringersi e resistere.
L’unico “regime change” avvenuto in quei paesi a causa di una guerra esterna è stato addirittura una sciagura per il capitalismo occidentale: la Rivoluzione e la nascita dell’Unione Sovietica e della Repubblica islamica
Siamo perciò andati a vedere tra i diversi analisti di strategie militari e abbiamo trovato questo notevole ragionamento di Gianandrea Gaiani, su Analisi Difesa, peraltro denso di informazioni che – al contrario della propaganda bellica stile Corsera o Repubblica – restituiscono un quadro assai meno trionfalistico per i “beniamini” dell’imperialismo neoliberista.
Buona lettura.
In fondo dovrebbe essere noto che “vincere” significa raggiungere un nuovo equilibrio stabile, non “fare più danni possibili” al proprio avversario. E questo “nuovo equilibrio” possibile non si vede proprio nel caso di Ucraina e Israele (l'“annientamento” degli avversari è un delirio febbrile, non qualcosa di realizzabile).
E se per Russia e Iran gli obiettivi sono chiari – bloccare l’ulteriore espansione della Nato ad est, nel primo caso, garantirsi uno sviluppo pacifico nel secondo (giova ricordare che Tehran, sia che piaccia sia che la si odi, non ha fin qui mai attaccato nessuno) – assai meno chiari sono quelli della junta che governa a Kiev (e quindi quelli di Stati Uniti e Unione Europea) e della banda di genocidi millenaristici che impazza a Tel Aviv.
Persino l’eventuale uso dell’arma atomica – che Israele possiede, ma l’Ucraina no – garantirebbe a Tel Aviv un periodo limitato di “prevalenza strategica”, compensato però da un maggior numero di nuovi nemici e da un isolamento internazionale (non da parte degli Usa, certo) pressoché totale.
Se si sta alle dichiarazioni, infatti, bisognerebbe assumere che l’obiettivo della guerra sia per entrambi... cambiare il proprio nemico. Ossia scatenare un auspicato “regime change” in Russia e Iran. Non mancano, come in nessun paese del mondo, malcontenti popolari per le più diverse ragioni, ma anche gli analisti più euro-atlantici sono costretti a ricordare che entrambi i popoli, di fronte a un “pericolo esistenziale”, sono da sempre abituati a stringersi e resistere.
L’unico “regime change” avvenuto in quei paesi a causa di una guerra esterna è stato addirittura una sciagura per il capitalismo occidentale: la Rivoluzione e la nascita dell’Unione Sovietica e della Repubblica islamica
Siamo perciò andati a vedere tra i diversi analisti di strategie militari e abbiamo trovato questo notevole ragionamento di Gianandrea Gaiani, su Analisi Difesa, peraltro denso di informazioni che – al contrario della propaganda bellica stile Corsera o Repubblica – restituiscono un quadro assai meno trionfalistico per i “beniamini” dell’imperialismo neoliberista.
Buona lettura.
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Sacrificare vite per salvare poltrone?
Sacrificare vite per salvare poltrone?
Un filo comune unisce in modo sempre più stretto Benjamin Netanyahu a Volodymyr Zelensky: entrambi vogliono o devono continuare a combattere guerre che hanno ampiamente dimostrato di non essere in grado di vincere sul campo di battaglia.
A ben vedere, entrambi gli statisti fanno di tutto per allargare il conflitto coinvolgendo l’Europa e la NATO contro la Russia o gli Stati Uniti contro l’Iran perché nessuno dei due ha raggiunto gli obiettivi militari che si era prefissato, né sembra essere in grado di raggiungerli in un futuro ragionevolmente breve.
Netanyahu aveva dato il via alle operazioni a Gaza il 27 ottobre 2023 in risposta all’attacco di Hamas di 20 giorni prima con l’obiettivo dichiarato di distruggere militarmente la milizia islamista palestinese. Che è stata indubbiamente indebolita ma non è stata annientata. A essere completamente distrutta è stata invece la Striscia di Gaza, che l’esercito israeliano ha occupato per poi ritirarsi da molte aree e in queste ore ricominciare ad avanzare per riprenderne il possesso di una parte.
Anche sugli altri fronti non è andata meglio. Israele ha distrutto molti centri del Libano meridionale e alcuni quartieri di Beirut uccidendo molti miliziani di Hezbollah che però mantiene ampie capacità militari.
In Cisgiordania gli scontri continuano e la minaccia di riempire la regione di colonie ebraiche e cacciarvi i palestinesi non si è ancora concretizzata mentre in Siria gli israeliani hanno occupato la regione meridionale pur senza aver subito attacchi da quel confine dopo la caduta del regime di Bashar Assad.
Gli Houthi yemeniti sono ancora in grado di colpire Israele con missili e droni; l’accordo che la milizia ha stipulato con gli Stati Uniti ha portato alla fine degli attacchi ai mercantili in transito tra Golfo di Aden e Mar Rosso in cambio della sospensione dei raid americani ma non riguarda gli attacchi allo Stato ebraico.
In questo contesto Netanyahu ha attaccato i siti nucleari dell’Iran proprio mentre Donald Trump tenta faticosamente di negoziare con Teheran. Il presidente statunitense prima ha preso le distanze dall’attacco dicendo che ne era informato ma le forze americane non avevano avuto nessun ruolo, poi (con la coerenza e lucidità che Trump dimostra ormai ogni giorno) ha definito “eccellenti” i raid israeliani perché impediranno all’Iran di avere armi atomiche.
L’attacco israeliano non offre però alcuna garanzia di successo poiché parte dei siti atomici, come di quelli missilistici, sono stati da tempo trasferiti in bunker situati molte decine di metri sotto terra o all’interno di montagne, al riparo anche dalle più potenti e precise bombe a penetrazione.
Inoltre l’Iran ha dimostrato l’anno scorso di possedere missili che per velocità e manovrabilità sono in grado di colpire Israele senza farsi intercettare.
In risposta alle dure critiche di Trump, che ha addirittura minacciato di riconoscere lo Stato di Palestina, il premier israeliano ha annunciato che occorre prepararsi a combattere anche senza l’aiuto statunitense.
Frase patriottica ad effetto ma che esprime però un concetto inapplicabile sul piano finanziario e militare. Israele combatte da 20 mesi grazie agli aiuti militari aggiuntivi statunitensi per 10 miliardi di dollari, soprattutto munizioni, forniti nel 2024, senza i quali non avrebbe potuto alimentare l’offensiva a Gaza.
Senza di essi l’industria della Difesa israeliana non sarebbe in grado di produrre armi e munizioni a sufficienza per alimentare tutti i fronti di guerra aperti da Israele.
Karnit Flug, ex governatore della Banca d’Israele e attuale ricercatrice senior presso l’Israel Democracy Institute (IDI) ha affermato il mese scorso che la ripresa dei combattimenti a Gaza e l’aumento del fabbisogno di finanziamenti per la difesa potrebbero mettere a rischio i servizi pubblici israeliani, già sotto pressione, come ospedali, scuole e trasporti.
Si teme che l’incombente minaccia di sanzioni economiche da parte degli alleati occidentali possa ulteriormente compromettere la qualità della vita degli israeliani, limitare i motori di crescita del Paese e innescare un massiccio deflusso di contribuenti e capitale umano, ha ammonito Flug, che presenterà a breve i risultati di uno studio sulle ripercussioni del cambiamento di priorità di bilancio da parte del Governo dallo scoppio del conflitto. Lo studio esamina anche le implicazioni che il previsto aumento della spesa per la difesa potrebbe avere sulla spesa civile e sui servizi pubblici.
La guerra senza vittoria di Israele non è quindi più sostenibile in termini militari e finanziari, per questo l’attacco all’Iran mira a coinvolgere anche gli Stati Uniti e l’Europa in un conflitto che altrimenti Israele perderebbe per mancato raggiungimento degli obiettivi.
Scenario simile in Ucraina per Volodymyr Zelensky le cui truppe perdono terreno ogni giorno su tutti i fronti e Kiev punta ad alzare l’escalation con attacchi in Russia alle basi dei bombardieri strategici difficilmente attuabili senza l’aiuto di nazioni aderenti alla NATO con l’obiettivo di coinvolgerci tutti nella guerra.
Del resto l’Ucraina non sembra avere nessuna possibilità di riconquistare i territori perduti, ma neppure di riuscire a fermare l’avanzata russa. La difesa area è ormai priva di missili e l’Occidente non può fornirne altri mentre quelli nuovi ordinati alle aziende produttrici potranno consegnarli forse tra 12 o 18 mesi.
Senza difesa aerea gli stabilimenti industriali ucraini sono già oggi alla mercé dei sempre più intensi bombardamenti russi e nascondere nei centri urbani le fabbriche per produrre droni potrà aumentare il numero di vittime civili, non fermare i bombardamenti russi.
Scarseggiano anche le munizioni d’artiglieria mentre le perdite tra i militari di Kiev sono talmente elevate da provocare proteste tra gli ufficiali e rischi di ammutinamento tra le truppe dove già abbondano le diserzioni. Diverse fonti, anche ucraine, valutano che in assenza di un accordo per il cessate il fuoco le forze di Kiev possano collassare a partire dal prossimo mese.
Un articolo del giornale svizzero Les Temps ha riferito della stanchezza dei soldati ucraini, giunti al limite delle loro capacità tra perdite enormi, massicce diserzioni e renitenza alla leva e difficoltà nel reclutamento forzato. I russi invece continuano ad arruolare volontari a contratto: 175 mila nei primi mesi dell’anno, 35 mila al mese secondo fonti di Mosca che sono in linea con le valutazioni ucraine che ne stimano oltre 1.200 al giorno e quelle della NATO pari a circa 30 mila al mese.
Per il presidente della Commissione Difesa della Duma russa, Andrei Kartapolov, “l’Ucraina ha sufficienti risorse rimaste per supportare azioni militari attive per circa un mese. Dopo questo periodo, con ogni probabilità, non assisteremo più ad azioni tanto intense quanto quelle attuali, da parte loro. Gli europei ne sono pienamente consapevoli e ben informati in proposito. L’intera posizione dell’Occidente (a proposito del cessate il fuoco) si basa sulla constatazione di questo fatto. È chiaro, lo sappiamo, ed è per questo che non abbiamo intenzione di accettare un cessate il fuoco”.
La valutazione del parlamentare russo sembra trovare conferme negli Stati Uniti e nella stessa Ucraina. Un rapporto del Pentagono dello scorso settembre stimava in 7/9 mesi la capacità residuale di resistenza ucraina. A fine gennaio di quest’anno il capo dei servizi segreti militari ucraini Kirylo Budanov, riferì che in assenza di un accordo entro 6 mesi l’Ucraina avrebbe rischiato un processo disgregativo.
Come ha detto il mese scorso l’ex consigliere presidenziale Oleksy Arestovic, l’Ucraina può perdere oggi Crimea e altre quattro regioni accettando le condizioni poste da Mosca, oppure continuare a combattere e tra sei mesi perderne setto o otto.
Per Zelensky vale quindi lo stesso interrogativo che si pone per Netanyahu: perché continuare a combattere guerre che con tutta evidenza non si possono vincere? Perché si sacrificano vite perseguendo obiettivi ormai chiaramente irraggiungibili?
L’unica risposta plausibile è che la sconfitta determinerebbe per entrambi i leader il forte rischio, se non la certezza, di vedere conclusa la propria parabola politica. In poche parole, perderebbero poltrona e potere.
Una spiegazione che a ben guardare sembra costituire la motivazione che muove molti leader europei, da Ursula von der Leyen ai suoi commissari fino a Macron, Starmer, Merz, i leader baltici e nordici, tutti protesi a far continuare un conflitto, a patto che continuino a morire invano solo gli ucraini (l’Occidente bellicoso sulla pelle degli ucraini), la cui conclusione renderebbe manifesto il loro già evidente fallimento politico, economico e militare.
Per tutti loro la missione sembra essere una sola: sacrificare ancora a lungo inutilmente molte vite per conservare temporaneamente le poltrone.
Fonte
24/08/2023
In Ucraina gli scandali minano il fronte interno
di Gianandrea Gaiani
Le difficoltà militari dell’Ucraina sembrano moltiplicare i segnali di instabilità politica interna. L’ultimo scandalo legato a corruzione e malversazione nello sforzo bellico dell’Ucraina è venuto a galla intorno a Ferragosto, con l’arresto nella regione centro-orientale di Khmelnytsky, di un commissario militare sorpreso dai servizi di sicurezza interni mentre riceveva una tangente.
Lo hanno riferito gli organi inquirenti, precisando che l’uomo avrebbe ricevuto 4.500 dollari da una persona che voleva sfuggire all’arruolamento. In cambio della tangente il commissario avrebbe promesso d’influenzare la commissione medica militare per farlo dichiarare disabile e quindi non idoneo al servizio militare: diagnosi che consente ai maschi ucraini tra i 18 e i 60 anni di non essere più soggetti alla coscrizione né al divieto di recarsi all’estero. Il commissario è stato rimosso dall’incarico e rischia fino a otto anni di carcere.
La corruzione dei commissari adibiti al reclutamento non riguarda certo solo la regione di Khmelnytsky (una delle più colpite nelle ultime settimane dai bombardamenti di precisione russi scatenasti contro depositi di armi e munizioni) e del resto l’11 agosto il presidente Volodymyr Zelensky ha annunciato durante una riunione del Consiglio per la Sicurezza Nazionale lo scioglimento di tutti i comitati militari regionali. La decisione è stata presa dopo i risultati emersi dalle ispezioni che hanno portato ad avviare procedimenti penali contro 112 funzionari e commissari nelle regioni di Donetsk, Poltava, Vinnitsa, Odessa, Kiev e Lviv.
Secondo quanto emerso dalle ispezioni, ha spiegato Zelensky, vi sono stati casi di “arricchimento illegale e fondi ottenuti irregolarmente per profitti personali”. Nell’ultimo mese alcuni responsabili dei Centri territoriali di reclutamento e sostegno sociale sono stati coinvolti in scandali con casi anche eclatanti come quelli a Odessa e Dniepropetrovsk, dove funzionari hanno ottenuto immobili all’estero e auto di lusso in cambio della cancellazione dei nomi di alcuni uomini chiamati alle armi.
“La soluzione è sciogliere i comitati militari regionali. Cinismo e corruzione in tempo di conflitto equivalgono a tradimento”, ha detto Zelensky, aggiungendo che “questa struttura dovrebbe essere gestita da persone che sanno esattamente cosa è la guerra, da soldati che sono stati al fronte e che non possono più stare in trincea perché hanno perso la salute o gli arti, ma hanno conservato la dignità e non hanno cinismo. Prima della nomina dei nuovi commissari militari ci saranno controlli da parte del servizio di sicurezza”, ha assicurato Zelensky.
Malaffare e malversazione non sono certo una novità in Ucraina, in testa fin da molto prima della guerra a tutte le classifiche negative di malgoverno e corruzione, ma il pessimo andamento del conflitto ha ingigantito il problema dei tanti uomini, giovani e meno giovani, che cercano in ogni modo di evitare l’arruolamento per non venire inviati nei tritacarne della controffensiva ucraina che in due mesi e mezzo ha già provocato perdite stimate in 45/50 mila uomini.
Testimonianze specifiche cui vanno aggiunte le continue manifestazioni spontanee a Kiev e in tante città ucraine in cui madri e mogli chiedono notizie dei propri cari poiché tantissimi militari risultano dispersi.
Il Financial Times ha raccontato che il numero di uomini fermati al confine mentre cercava di fuggire all’estero equivale agli effettivi di cinque brigate dell’esercito ucraino. Il portavoce del servizio di frontiera ucraino Andrey Demchenko, ha rivelato che 13.600 maschi in età di arruolamento sono stati catturati mentre tentavano di attraversare il confine al di fuori dei valichi di frontiera mentre altri 6.100 sono stati fermati con documenti falsi ai punti di controllo regolari.
Nei mesi scorsi anche alti dirigenti del ministero della Difesa vennero arrestati dopo che era emerso che acquistavano viveri per i soldati a prezzi gonfiati intascandosi la differenza con il prezzo di mercato. Da mesi gira voce che il ministro della Difesa Oleksy Reznikov, uno dei fedelissimi di Zelensky, sia a rischio rimozione e possieda ricchezze sospette all’estero (come diversi membri del governo e delle forze armate). Lo stesso Reznikov ha detto il 19 agosto che potrebbe dimettersi presto.
Inoltre anche i rapporti con alcuni stati membri della NATO dell’Europa Orientale sembrano messi a dura prova dalla decisione di questi ultimi di non assorbire più parte dell’export di grano e cereali ucraino che danneggia i produttori agricoli locali. Se l’Ungheria è da tempo ai ferri corti con Kiev per il rifiuto del suo governo ad applicare sanzioni a Mosca e fornire armi all’Ucraina, ora sembra incrinarsi anche l’asse con la Polonia che manterrà il blocco alle importazioni di grano ucraino benché la Ue intenda revocarlo a partire dal 15 settembre.
Il 14 agosto il presidente polacco Andrzej Duda ha confermato che il suo Paese “sostiene costantemente l’Ucraina nella sua difesa contro l’aggressione russa, ma il nostro dovere più importante è quello di curare gli interessi del nostro Paese. Pertanto, per proteggere il mercato interno e il mercato dell’UE, dobbiamo iniziare da noi”, ha affermato Duda durante un’intervista al settimanale ‘Sieci’.
Duda ha poi anche criticato l’uso che le autorità ucraine stanno facendo delle dichiarazioni del segretario di Stato polacco, Marcin Przydacz, che rimproverava a Kiev la sua presunta mancanza di gratitudine per gli aiuti ricevuti.
Il tema della “gratitudine ucraina” era già emerso al vertice NATO di Vilnius con la diatriba tra Kiev e il ministro della Difesa britannico Ben Wallace. Przydacz ha detto che gli ucraini “dovrebbero iniziare ad apprezzare il ruolo che la Polonia ha svolto negli ultimi mesi”. Kiev ha convocato l’ambasciatore polacco, Bartosz Cichocki, provvedimento replicato allo stesso modo da Varsavia.
Fonte
Le difficoltà militari dell’Ucraina sembrano moltiplicare i segnali di instabilità politica interna. L’ultimo scandalo legato a corruzione e malversazione nello sforzo bellico dell’Ucraina è venuto a galla intorno a Ferragosto, con l’arresto nella regione centro-orientale di Khmelnytsky, di un commissario militare sorpreso dai servizi di sicurezza interni mentre riceveva una tangente.
Lo hanno riferito gli organi inquirenti, precisando che l’uomo avrebbe ricevuto 4.500 dollari da una persona che voleva sfuggire all’arruolamento. In cambio della tangente il commissario avrebbe promesso d’influenzare la commissione medica militare per farlo dichiarare disabile e quindi non idoneo al servizio militare: diagnosi che consente ai maschi ucraini tra i 18 e i 60 anni di non essere più soggetti alla coscrizione né al divieto di recarsi all’estero. Il commissario è stato rimosso dall’incarico e rischia fino a otto anni di carcere.
La corruzione dei commissari adibiti al reclutamento non riguarda certo solo la regione di Khmelnytsky (una delle più colpite nelle ultime settimane dai bombardamenti di precisione russi scatenasti contro depositi di armi e munizioni) e del resto l’11 agosto il presidente Volodymyr Zelensky ha annunciato durante una riunione del Consiglio per la Sicurezza Nazionale lo scioglimento di tutti i comitati militari regionali. La decisione è stata presa dopo i risultati emersi dalle ispezioni che hanno portato ad avviare procedimenti penali contro 112 funzionari e commissari nelle regioni di Donetsk, Poltava, Vinnitsa, Odessa, Kiev e Lviv.
Secondo quanto emerso dalle ispezioni, ha spiegato Zelensky, vi sono stati casi di “arricchimento illegale e fondi ottenuti irregolarmente per profitti personali”. Nell’ultimo mese alcuni responsabili dei Centri territoriali di reclutamento e sostegno sociale sono stati coinvolti in scandali con casi anche eclatanti come quelli a Odessa e Dniepropetrovsk, dove funzionari hanno ottenuto immobili all’estero e auto di lusso in cambio della cancellazione dei nomi di alcuni uomini chiamati alle armi.
“La soluzione è sciogliere i comitati militari regionali. Cinismo e corruzione in tempo di conflitto equivalgono a tradimento”, ha detto Zelensky, aggiungendo che “questa struttura dovrebbe essere gestita da persone che sanno esattamente cosa è la guerra, da soldati che sono stati al fronte e che non possono più stare in trincea perché hanno perso la salute o gli arti, ma hanno conservato la dignità e non hanno cinismo. Prima della nomina dei nuovi commissari militari ci saranno controlli da parte del servizio di sicurezza”, ha assicurato Zelensky.
Malaffare e malversazione non sono certo una novità in Ucraina, in testa fin da molto prima della guerra a tutte le classifiche negative di malgoverno e corruzione, ma il pessimo andamento del conflitto ha ingigantito il problema dei tanti uomini, giovani e meno giovani, che cercano in ogni modo di evitare l’arruolamento per non venire inviati nei tritacarne della controffensiva ucraina che in due mesi e mezzo ha già provocato perdite stimate in 45/50 mila uomini.
Testimonianze specifiche cui vanno aggiunte le continue manifestazioni spontanee a Kiev e in tante città ucraine in cui madri e mogli chiedono notizie dei propri cari poiché tantissimi militari risultano dispersi.
Il Financial Times ha raccontato che il numero di uomini fermati al confine mentre cercava di fuggire all’estero equivale agli effettivi di cinque brigate dell’esercito ucraino. Il portavoce del servizio di frontiera ucraino Andrey Demchenko, ha rivelato che 13.600 maschi in età di arruolamento sono stati catturati mentre tentavano di attraversare il confine al di fuori dei valichi di frontiera mentre altri 6.100 sono stati fermati con documenti falsi ai punti di controllo regolari.
Nei mesi scorsi anche alti dirigenti del ministero della Difesa vennero arrestati dopo che era emerso che acquistavano viveri per i soldati a prezzi gonfiati intascandosi la differenza con il prezzo di mercato. Da mesi gira voce che il ministro della Difesa Oleksy Reznikov, uno dei fedelissimi di Zelensky, sia a rischio rimozione e possieda ricchezze sospette all’estero (come diversi membri del governo e delle forze armate). Lo stesso Reznikov ha detto il 19 agosto che potrebbe dimettersi presto.
Inoltre anche i rapporti con alcuni stati membri della NATO dell’Europa Orientale sembrano messi a dura prova dalla decisione di questi ultimi di non assorbire più parte dell’export di grano e cereali ucraino che danneggia i produttori agricoli locali. Se l’Ungheria è da tempo ai ferri corti con Kiev per il rifiuto del suo governo ad applicare sanzioni a Mosca e fornire armi all’Ucraina, ora sembra incrinarsi anche l’asse con la Polonia che manterrà il blocco alle importazioni di grano ucraino benché la Ue intenda revocarlo a partire dal 15 settembre.
Il 14 agosto il presidente polacco Andrzej Duda ha confermato che il suo Paese “sostiene costantemente l’Ucraina nella sua difesa contro l’aggressione russa, ma il nostro dovere più importante è quello di curare gli interessi del nostro Paese. Pertanto, per proteggere il mercato interno e il mercato dell’UE, dobbiamo iniziare da noi”, ha affermato Duda durante un’intervista al settimanale ‘Sieci’.
Duda ha poi anche criticato l’uso che le autorità ucraine stanno facendo delle dichiarazioni del segretario di Stato polacco, Marcin Przydacz, che rimproverava a Kiev la sua presunta mancanza di gratitudine per gli aiuti ricevuti.
Il tema della “gratitudine ucraina” era già emerso al vertice NATO di Vilnius con la diatriba tra Kiev e il ministro della Difesa britannico Ben Wallace. Przydacz ha detto che gli ucraini “dovrebbero iniziare ad apprezzare il ruolo che la Polonia ha svolto negli ultimi mesi”. Kiev ha convocato l’ambasciatore polacco, Bartosz Cichocki, provvedimento replicato allo stesso modo da Varsavia.
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