di Marco Santopadre
Le elezioni irlandesi del 29 novembre avrebbero potuto vedere la storica affermazione dei nazionalisti di sinistra del Sinn Féin, ma il risultato dei repubblicani è stato notevolmente inferiore anche a quello conseguito nel 2020.
Mentre scriviamo lo spoglio è ancora in corso – a causa di un complesso sistema elettorale, di tipo proporzionale ma basato sul “voto unico trasferibile” – ma le percentuali delle varie formazioni in lizza si sono stabilizzate permettendo di tracciare un bilancio abbastanza preciso, anche se per la distribuzione definitiva dei seggi al Dáil Éireann (che in totale aumenteranno da 160 a 174 grazie a una recente riforma) occorrerà aspettare ancora diverse ore.
I risultati
Se alle scorse elezioni lo Sinn Féin aveva conquistato la vetta con il 24,53%, frutto di un forte balzo in termini di consensi, stavolta si deve accontentare del 19,01% e del terzo posto.
In vetta è arrivato il Fianna Fáil, storico partito di centrodestra, con il 21,86%, praticamente la stessa percentuale ottenuta quattro anni fa (22,18%).
Subito dietro si posiziona l’altro storico partito di centrodestra, il Fine Gael, con il 20,8%, eguagliando esattamente il risultato del 2020.
In quarta posizione ma a grande distanza si posizionano i Socialdemocratici (centrosinistra) che con il 4,81% migliorano sensibilmente rispetto al 2,9% raggranellato alla precedente tornata.
Subito dietro si piazzano i Laburisti (sinistra moderata) con il 4,65%, risultato leggermente migliore rispetto al 4,38% di quattro anni fa.
Dalle elezioni escono invece sconfitti i Verdi (centrosinistra) che crollano dal 7,13 al 3,04%, puniti per la loro partecipazione ad un governo di centrodestra formato dalle due forze politiche conservatrici eredi degli opposti schieramenti che si sono combattuti durante la guerra civile. Dopo essersi alternati al potere negli ultimi cento anni, nel 2020 Fine Gael e Fianna Fáil hanno per la prima volta dovuto optare per una coalizione e imbarcare gli ecologisti per sbarrare la strada ai nazionalisti di sinistra.
People Before Profit, la coalizione di sinistra radicale legata ad alcuni movimenti sociali, migliora invece leggermente il proprio bottino passando dal 2,63 al 2,84%.
Tra le diverse formazioni di una magmatica galassia conservatrice sempre più affollata, due hanno ottenuto risultati di rilievo. Aontú (“Unità”), un partito creato nel 2019 dall’ex parlamentare dello Sinn Féin Peadar Tóibín, ha ottenuto un discreto 3,9% dei voti e 2 eletti. In rotta con la linea progressista dei repubblicani sui diritti civili, Tóibín e altri membri dell’ala tradizionalista del partito hanno accentuato negli ultimi anni il loro profilo identitario pur affermando di difendere un programma economico di centrosinistra e di continuare a battersi per la riunificazione dell’Irlanda.
Nel nuovo Dáil Éireann siederanno anche 4 rappresentanti di Independent Ireland (3,6%), una formazione costituita recentemente da alcuni ex membri del Sinn Féin e da vari indipendenti che dichiara un profilo politico conservatore (aderisce al gruppo liberale europeo Renew Europe come il Fianna Fáil) ma ha posizioni molto dure sull’immigrazione.
Si conferma in questa tornata l’appeal dei candidati indipendenti – che spaziano ideologicamente dall’estrema sinistra all’estrema destra – che hanno conquistato, in totale, più del 13% dei consensi rivelando una crescente frammentazione del sistema politico e un calo dei consensi nei confronti dei partiti. L’aumento della disaffezione si conferma anche nel calo dell’affluenza che passa dal 62,9% al 59,71%.
Visti i risultati, sicuramente i due partiti maggiori cercheranno di confermare la maggioranza uscente, sostituendo i Verdi con gli altri partiti di centrosinistra ed eventualmente con alcuni indipendenti.
Il passo falso del Fine Gael
Le elezioni avrebbero dovuto tenersi entro marzo 2025, ma il Taoiseach (primo ministro, in gaelico) Simon Harris – subentrato nella primavera del 2024 a Leo Varadkar sia come leader del Fine Gael sia come capo del governo – ha voluto giocare la carta delle elezioni anticipate sulla base dei sondaggi che ne attestavano la crescente popolarità dandolo al 27% mentre lo Sinn Féin perdeva consensi rispetto al boom degli anni scorsi.
Molto concentrato a dare di sé un’immagine dinamica e moderna, il più giovane premier nella storia dell’Irlanda è stato subito ribattezzato “Tik Tok Taoiseach” per il suo presenzialismo sui social.
Poco prima di sciogliere il parlamento bicamerale, ha approfittato di un generoso surplus di bilancio, assicurato dai crescenti introiti fiscali versati dalle multinazionali (soprattutto statunitensi) che hanno stabilito il proprio domicilio fiscale nel paese che garantisce loro una delle tassazioni più basse del mondo, per varare una finanziaria elettorale ricca di bonus ed elargizioni.
Simon Harris aveva a disposizione 8 miliardi di euro da spendere – cifra consistente su un Pil intorno ai 500 miliardi – ed ha ben pensato di utilizzarne un paio per oliare la sua campagna elettorale, assicurando che il prossimo anno ogni lavoratore si troverà mille euro in più in busta paga. Le misure “natalizie” vanno da un aumento dei bonus garantiti alle famiglie con figli a quelli miranti ad alleviare il peso delle bollette fino ad un alleggerimento della tassazione sui redditi da lavoro inferiori ai 44 mila euro annui. Il salario minimo dovrebbe aumentare del 6%, arrivando a 13,50 euro l’ora, il secondo più alto d’Europa dopo quello garantito dal Lussemburgo. Altri fondi sono stati destinati ad alleviare il peso degli affitti sulle famiglie con redditi più bassi.
Il governo ha scelto però di non spendere i 14 miliardi di euro di tasse non pagate dalla Apple negli Stati Uniti e che la multinazionale dovrà versare a Dublino obbedendo ad una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. I fondi verranno versati su due nuovi fondi sovrani. Il centrodestra intende comunque finanziare ingenti investimenti sulla rete elettrica, il sistema idrico e il sistema dei trasporti, venendo incontro alle pressanti richieste delle imprese che gestiscono i voracissimi data center ma anche di una popolazione in crescita.
Nonostante una partenza “col botto”, in poche settimane di campagna elettorale Simon Harris ha però dilapidato il suo vantaggio. Anche se la situazione economica in generale è buona – il tasso di disoccupazione supera di poco il 4% – la maggioranza dell’opinione pubblica considera una priorità la soluzione alla crisi degli alloggi, che sono scarsi e i cui prezzi sono ormai inavvicinabili.
Molte preoccupazioni e malcontento generano il costo della vita e l’insufficienza dell’assistenza sanitaria pubblica. In molte regioni, poi, la popolazione si lamenta per la mancanza di insegnanti nelle scuole e dei prezzi degli asili nido.
Il problema della casa è sicuramente il più rilevante. Negli ultimi quattro anni la forza lavoro nel paese è aumentata di 600 mila unità, raggiungendo quota 2,8 milioni. La stragrande maggioranza sono immigrati provenienti da altri stati dell’Unione Europea, attirati nell’isola verde dai posti di lavoro offerti dalle multinazionali. A questi si aggiungono circa 110 mila cittadini ucraini arrivati in Irlanda dal 2022, solo parte dei quali sono ospitati in centri d’accoglienza. Seguono i lavoratori immigrati provenienti soprattutto da Brasile, India, Pakistan, Cina, Filippine e Sudafrica.
Il rapido e consistente aumento dei residenti ha aggravato fortemente la crisi degli alloggi – gli esperti calcolano che ne manchino almeno 300 mila – ed ha portato vicino al punto di rottura un sistema sanitario molto fragile. Il governo di coalizione ha dimostrato, al di là delle mance elettorali, di non essere in grado di aggredire e risolvere il problema. In più, durante una tappa della campagna elettorale, il taoiseach Harris ha maltrattato, davanti a numerosi giornalisti, la dipendente di una fondazione che assiste disabili che lo aveva accusato di non avere a cuore i lavoratori del settore.
Nel corso di un’iniziativa di sostegno a un candidato del Fine Gael, inoltre, l’amministratore delegato di Ryanair, Michael O’Leary, ha attaccato gli insegnanti – «non ho niente contro di loro ma non ne assumerei molti» – facendo arrabbiare molti potenziali elettori.
Lo Sinn Féin si sgonfia
Dopo l’esclusione dal governo nel 2020, i repubblicani hanno condotto una campagna elettorale permanente e aggressiva.
I nazionalisti di sinistra hanno chiesto al governo di investire una quota maggiore del surplus di bilancio per risolvere finalmente il problema della casa piuttosto che per diminuire il debito pubblico. Il Sinn Féin, in caso di vittoria, aveva promesso di stanziare 39 miliardi in 5 anni per far costruire un gran numero di alloggi, sovvenzionati dallo stato, da rivendere a prezzi ampiamente inferiori a quelli di mercato, e di iniettare consistenti risorse aggiuntive nell’istruzione, nella sanità e in progetti per ammodernare le infrastrutture del paese, spesso fatiscenti.
Nei due anni successivi alle scorse elezioni i sondaggi hanno attestato una forte ascesa dei repubblicani, arrivati a conquistare il 36% delle intenzioni di voto. A metà del 2022, però, la tendenza ha cominciato a invertirsi e alle elezioni amministrative e poi alle europee, nei mesi scorsi, i repubblicani hanno portato a casa risultati abbastanza magri.
A minare la fiducia nel partito che si batte per la riunificazione dell’isola sono stati innanzi tutto una serie di scandali. A metà ottobre la leader del partito Mary Lou McDonald è dovuta intervenire in parlamento per dar conto di quattro gravi episodi che hanno interessato membri anche importanti del Sinn Féin costretti a dimettersi. Tra questi spicca il caso dell’ex addetto stampa del partito Michael McMonagle, dichiaratosi colpevole di diversi reati legati alla pedofilia commessi mentre lavorava per l’ufficio della prima ministra dell’Irlanda del Nord, Michelle O’Neil. In questo e in altri casi la dirigenza ha evitato di rendere conto tempestivamente ed in maniera esauriente delle inchieste a carico di alcuni dei suoi eletti e responsabili, dando l’impressione di voler nascondere la verità per non danneggiare il partito.
Ma sicuramente le difficoltà maggiori le ha provocate il disagio – sfruttato ad arte dall’estrema destra – suscitato in una parte dell’elettorato popolare dei repubblicani dal repentino aumento dell’immigrazione, causato dall’arrivo di più di 100 mila rifugiati ucraini e da decine di migliaia di richiedenti asilo in un territorio che è da sempre terra di emigrazione (tuttora in molti prendono la via dell’Australia e degli USA) ma non aveva mai, prima d’ora, sperimentato l’immigrazione che rappresenta, ormai, il 20% dei 5,3 milioni di abitanti della Repubblica.
Nel 2020 erano state presentate in Irlanda solo 2.195 domande di protezione internazionale, ma nel 2022 le richieste sono diventate 11.115 per salire a 20 mila nei primi nove mesi del 2024.
La cattiva gestione da parte delle autorità e la propaganda dell’estrema destra che tende a incolpare immigrati e rifugiati di tutti i problemi – in primis l’aumento della criminalità – hanno rapidamente riscaldato il clima. Dal 2022 gruppi razzisti violenti si sono dedicati ad assaltare, quando non a incendiare, i centri di accoglienza, ad animare rivolte notturne e a diffondere fake news.
All’inizio dell’anno, quando Simon Harris ha sostituito l’impopolare Leo Varadkar alla guida del governo, ha impresso una svolta a destra alle politiche dell’esecutivo sull’immigrazione, sgomberando alcune tendopoli di immigrati a Dublino e sforbiciando i sussidi.
Lo Sinn Féin ha criticato il governo e si è impegnato in una campagna di denuncia delle falsificazioni dei gruppi razzisti (che oltretutto contendono ai repubblicani l’eredità indipendentista), ma al tempo stesso ha rivisto il proprio programma sull’immigrazione, promettendo in caso di vittoria di creare una “Immigration Management Agency” per gestire più razionalmente i flussi, di accelerare le decisioni in materia di asilo e le espulsioni, e di tagliare i sostegni statali ai rifugiati ucraini.
La destra cresce ma non sfonda
Visti i risultati, una parte del potenziale elettorale repubblicano ha scelto evidentemente di votare per partiti di destra ed estrema destra che però, contrariamente alle aspettative, non sfondano, penalizzati dalla frammentazione e dal sistema elettorale.
Mentre scriviamo sembra che l’estrema destra non sia riuscita a far eleggere nessun candidato, dopo l’irruzione di alcuni eletti nelle istituzioni locali del giugno scorso, anche se rispetto al 2020 i consensi a quest’area sono notevolmente aumentati.
Dei sessanta candidati dell’estrema destra presentatisi alle elezioni di venerdì scorso, una trentina sono riconducibili alla “National Alliance”, una federazione composta dal National Party, dagli Irish People, da Ireland First e da altri gruppi.
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17/06/2020
Irlanda, il governo anti Sinn Féin
Dopo quattro mesi di negoziati, i due partiti che si sono
tradizionalmente divisi il potere nella Repubblica d’Irlanda hanno
raggiunto un faticoso accordo per provare a far nascere un nuovo inedito
governo con la partecipazione dei Verdi. Fianna Fáil e Fine Gael non
hanno mai fatto parte di uno stesso esecutivo in tutta loro storia,
nonostante gli orientamenti conservatori che accomunano entrambi. La
forte crescita del Sinn Féin nelle elezioni di febbraio
e la crisi scatenata dall’epidemia di Coronavirus hanno però costretto i
due principali partiti irlandesi a prendere una decisione che, almeno
in prospettiva, potrebbe avere effetti dirompenti sugli equilibri
politici di questo paese.
L’annuncio dell’intesa è stato dato alla stampa nella giornata di lunedì, assieme a un programma ambizioso quanto indefinito che ha nascosto a fatica le scelte dolorose che si prospettano per garantire la tenuta del capitalismo irlandese. A livello generale, il nuovo governo di Dublino potrà contare su una maggioranza numericamente stabile, ma la composizione e le circostanze in cui nasce sono piuttosto l’espressione di una profonda crisi politica che, anche qui, sta scardinando dalle fondamenta un sistema consolidato sostanzialmente bipolare.
Dopo il voto di febbraio era subito emerso come la priorità fosse l’esclusione del Sinn Féin da qualsiasi trattativa o accordo di governo. L’ex braccio politico dell’IRA (“Irish Republican Army”) aveva ottenuto 37 seggi sui 160 totali del parlamento, vale a dire lo stesso numero del Fianna Fáil e due in più del Fine Gael del premier uscente, Leo Varadkar. Il Sinn Féin era stato premiato in modo clamoroso e in larga misura inaspettato grazie a una campagna elettorale basata su un’agenda progressista che metteva al primo posto la risoluzione della crisi abitativa e il ripristino di servizi pubblici devastati da oltre un decennio di austerity. La prestazione era apparsa oltretutto sottostimata, perché i vertici del partito avevano presentato appena 42 candidati in tutti i collegi della Repubblica, probabilmente perché non si aspettavano livelli di sostegno così consistenti.
Nel programma di Fianna Fáil, Fine Gael e dei Verdi sono previsti in primo luogo interventi di sostegno all’economia colpita dal Coronavirus. Un piano di stimolo alla ripresa dovrebbe essere messo in campo fino al 2022, ma già nel mese di ottobre sarà stilata, assieme alla prossima legge di bilancio, una “road-map” di medio e lungo periodo di segno esattamente opposto.
Il rientro del deficit e il ridimensionamento della spesa pubblica torneranno a essere le parole d’ordine del governo di Dublino. Anzi, in entrambi i due principali partiti sono già emersi malumori per un programma giudicato troppo dispendioso, soprattutto se si calcolano le misure “ecologiche” promesse per assicurarsi l’appoggio dei Verdi. Tra di esse, spiccano la sospensione delle licenze per l’estrazione di gas naturale, l’aumento della “carbon tax”, la fissazione di un obiettivo annuale per la riduzione di emissioni inquinanti e il dirottamento degli investimenti per il miglioramento della viabilità dalla costruzione di strade ai trasporti pubblici.
Il ritorno a politiche di rigore potrebbe dare un’ulteriore spinta al Sinn Féin, il cui ruolo inedito di primo partito dell’opposizione rappresenta già di per sé un fattore importante nell’evoluzione da formazione marginale a partito integrato anche nel panorama politico della Repubblica d’Irlanda. Proprio i timori per una possibile continua ascesa del Sinn Féin si sono intravisti nell’opposizione interna ai tre partiti che hanno appena sottoscritto l’accordo di governo.
Nel Fianna Fáil, il leader Micheál Martin ha dovuto fronteggiare l’ostilità del suo vice, Eamon O Cuiv, e di una cinquantina di membri del direttivo del partito. Questa fazione contraria al governo di coalizione sostiene di avere l’appoggio di almeno mille iscritti. Perplessità per l’accordo sono presenti anche nel Fine Gael. Nel partito del primo ministro Varadkar si sono fatte sentire le voci di quanti temono l’impatto degli impegni in senso ecologista sull’Irlanda rurale e, ancor più, per l’assenza nel programma appena sottoscritto di misure che abbiano un qualche effetto sulla crisi sociale che attraversa il paese e in grado perciò di intercettare almeno una parte dei consensi del Sinn Féin.
Anche i Verdi devono fare i conti con inquietudini simili, da ricondurre in buona parte al discredito che comporta l’ingresso in un gabinetto dominato da forze di centro-destra. Tre dei 12 deputati di questo partito si sono infatti astenuti nel voto che ha ratificato l’accordo. L’entusiasmo tutt’altro che generalizzato per il nuovo governo potrebbe così creare qualche sorpresa nei prossimi giorni, quando l’accordo stesso sarà sottoposto agli iscritti dei tre partiti per l’approvazione definitiva. Soprattutto il via libera dei Verdi merita attenzione, poiché, a differenza di Fianna Fáil e Fine Gael, questo partito prevede che sia necessaria una maggioranza a favore dell’intesa pari ai due terzi dei propri membri.
Sia Micheál Martin sia Leo Varadkar hanno comunque sottolineato come la situazione di crisi attuale richieda la formazione rapida di un nuovo esecutivo. Gli effetti dell’epidemia, gestiti per il momento con una certa efficacia da Dublino, potrebbero essere ancora più rovinosi in assenza di un piano di intervento efficace. Soprattutto, poi, il persistere dello stallo rischierebbe di mandare il paese a nuove elezioni che produrrebbero un probabile trionfo del Sinn Féin.
I risultati della consultazione tra la base dei tre partiti della nascente coalizione per approvare l’accordo saranno noti il 26 giugno prossimo. In caso di esito positivo, già il giorno successivo il parlamento di Dublino potrebbe eleggere il nuovo primo ministro (“taoiseach”). Per questa carica è previsto un avvicendamento, come accaduto recentemente in Israele tra Netanyahu e il suo ex rivale Benny Gantz. A guidare l’Irlanda sarà per primo il leader del Fianna Fáil, Micheál Martin, a cui succederà dalla metà di dicembre del 2022 il premier uscente e numero uno del Fine Gael, Leo Varadkar.
Fonte
L’annuncio dell’intesa è stato dato alla stampa nella giornata di lunedì, assieme a un programma ambizioso quanto indefinito che ha nascosto a fatica le scelte dolorose che si prospettano per garantire la tenuta del capitalismo irlandese. A livello generale, il nuovo governo di Dublino potrà contare su una maggioranza numericamente stabile, ma la composizione e le circostanze in cui nasce sono piuttosto l’espressione di una profonda crisi politica che, anche qui, sta scardinando dalle fondamenta un sistema consolidato sostanzialmente bipolare.
Dopo il voto di febbraio era subito emerso come la priorità fosse l’esclusione del Sinn Féin da qualsiasi trattativa o accordo di governo. L’ex braccio politico dell’IRA (“Irish Republican Army”) aveva ottenuto 37 seggi sui 160 totali del parlamento, vale a dire lo stesso numero del Fianna Fáil e due in più del Fine Gael del premier uscente, Leo Varadkar. Il Sinn Féin era stato premiato in modo clamoroso e in larga misura inaspettato grazie a una campagna elettorale basata su un’agenda progressista che metteva al primo posto la risoluzione della crisi abitativa e il ripristino di servizi pubblici devastati da oltre un decennio di austerity. La prestazione era apparsa oltretutto sottostimata, perché i vertici del partito avevano presentato appena 42 candidati in tutti i collegi della Repubblica, probabilmente perché non si aspettavano livelli di sostegno così consistenti.
Nel programma di Fianna Fáil, Fine Gael e dei Verdi sono previsti in primo luogo interventi di sostegno all’economia colpita dal Coronavirus. Un piano di stimolo alla ripresa dovrebbe essere messo in campo fino al 2022, ma già nel mese di ottobre sarà stilata, assieme alla prossima legge di bilancio, una “road-map” di medio e lungo periodo di segno esattamente opposto.
Il rientro del deficit e il ridimensionamento della spesa pubblica torneranno a essere le parole d’ordine del governo di Dublino. Anzi, in entrambi i due principali partiti sono già emersi malumori per un programma giudicato troppo dispendioso, soprattutto se si calcolano le misure “ecologiche” promesse per assicurarsi l’appoggio dei Verdi. Tra di esse, spiccano la sospensione delle licenze per l’estrazione di gas naturale, l’aumento della “carbon tax”, la fissazione di un obiettivo annuale per la riduzione di emissioni inquinanti e il dirottamento degli investimenti per il miglioramento della viabilità dalla costruzione di strade ai trasporti pubblici.
Il ritorno a politiche di rigore potrebbe dare un’ulteriore spinta al Sinn Féin, il cui ruolo inedito di primo partito dell’opposizione rappresenta già di per sé un fattore importante nell’evoluzione da formazione marginale a partito integrato anche nel panorama politico della Repubblica d’Irlanda. Proprio i timori per una possibile continua ascesa del Sinn Féin si sono intravisti nell’opposizione interna ai tre partiti che hanno appena sottoscritto l’accordo di governo.
Nel Fianna Fáil, il leader Micheál Martin ha dovuto fronteggiare l’ostilità del suo vice, Eamon O Cuiv, e di una cinquantina di membri del direttivo del partito. Questa fazione contraria al governo di coalizione sostiene di avere l’appoggio di almeno mille iscritti. Perplessità per l’accordo sono presenti anche nel Fine Gael. Nel partito del primo ministro Varadkar si sono fatte sentire le voci di quanti temono l’impatto degli impegni in senso ecologista sull’Irlanda rurale e, ancor più, per l’assenza nel programma appena sottoscritto di misure che abbiano un qualche effetto sulla crisi sociale che attraversa il paese e in grado perciò di intercettare almeno una parte dei consensi del Sinn Féin.
Anche i Verdi devono fare i conti con inquietudini simili, da ricondurre in buona parte al discredito che comporta l’ingresso in un gabinetto dominato da forze di centro-destra. Tre dei 12 deputati di questo partito si sono infatti astenuti nel voto che ha ratificato l’accordo. L’entusiasmo tutt’altro che generalizzato per il nuovo governo potrebbe così creare qualche sorpresa nei prossimi giorni, quando l’accordo stesso sarà sottoposto agli iscritti dei tre partiti per l’approvazione definitiva. Soprattutto il via libera dei Verdi merita attenzione, poiché, a differenza di Fianna Fáil e Fine Gael, questo partito prevede che sia necessaria una maggioranza a favore dell’intesa pari ai due terzi dei propri membri.
Sia Micheál Martin sia Leo Varadkar hanno comunque sottolineato come la situazione di crisi attuale richieda la formazione rapida di un nuovo esecutivo. Gli effetti dell’epidemia, gestiti per il momento con una certa efficacia da Dublino, potrebbero essere ancora più rovinosi in assenza di un piano di intervento efficace. Soprattutto, poi, il persistere dello stallo rischierebbe di mandare il paese a nuove elezioni che produrrebbero un probabile trionfo del Sinn Féin.
I risultati della consultazione tra la base dei tre partiti della nascente coalizione per approvare l’accordo saranno noti il 26 giugno prossimo. In caso di esito positivo, già il giorno successivo il parlamento di Dublino potrebbe eleggere il nuovo primo ministro (“taoiseach”). Per questa carica è previsto un avvicendamento, come accaduto recentemente in Israele tra Netanyahu e il suo ex rivale Benny Gantz. A guidare l’Irlanda sarà per primo il leader del Fianna Fáil, Micheál Martin, a cui succederà dalla metà di dicembre del 2022 il premier uscente e numero uno del Fine Gael, Leo Varadkar.
Fonte
03/05/2016
Irlanda: verso un nuovo governo pro-austerity
Dopo alcuni mesi di stallo successivi alle elezioni di febbraio, la situazione politica in Irlanda sembra definirsi in maniera più chiara: nel week-end i due partiti centristi principali, il Fine Gael e il Fianna Fail, hanno raggiunto un accordo per un governo di minoranza a guida Fine Gael. In pratica il Fianna Fail si limiterà ad un supporto esterno all’esecutivo, appoggiando l’approvazione delle leggi di bilancio almeno fino al 2018, astenendosi in caso di voto di sfiducia o di rimpasti di governo. Questo tuttavia non esclude che su singole questioni i due partiti possano assumere posizioni diverse. Pare quindi quasi certa la riconferma dell’attuale premier Enda Kenny fino al 2018.
Il Fine Gael era alla guida della coalizione di governo insieme al Labour fautrice delle politiche di austerità UE e che è stata duramente castigata dagli elettori nel voto di febbraio: il partito di Kenny è passato da 66 a 50 seggi. Per i laburisti è andata anche peggio, e il centrosinistra è letteralmente crollato da 33 a soli 7 seggi, rendendo quindi impossibile la riedizione della vecchia maggioranza che non aveva più i numeri. Inevitabile a quel punto, quanto inedita, l’alleanza con il Fianna Fail (passato da 21 a 44 seggi), partito simile al Fine Gael per ideologia e programma ma suo storico rivale a causa delle differenti posizioni prese ai tempi dell’indipendenza irlandese. Sebbene i due partiti avessero ripetutamente dichiarato di non volersi alleare, si sono visti costretti a farlo per porre fine ad uno stallo che cominciava ad inquietare gli osservatori internazionali e i mercati. E quindi alla fine anche in Irlanda lo smottamento, seppur parziale, del sistema politico precedente ha obbligato a varare una ‘grande coalizione’, anche se tra partiti relativamente omogenei per quanto riguarda le priorità politiche principali.
Benché i contenuti precisi del documento di accordo non siano ancora stati resi pubblici, un primo risultato certo sembra essere la vittoria dei movimenti pro acqua pubblica, animati dalla coalizione anti-austerity “Anti-Austerity Alliance – People Before Profits” (passato da 4 a 6 deputati nelle ultime elezioni). Infatti, l’accordo siglato nel week-end prevede una sospensione per 9 \mesi delle tasse sull’acqua (imposte insieme ad altre misure adottate da Dublino in cambio del pacchetto di aiuti UE-FMI), nell’attesa di una ulteriore discussione sul tema. Una vittoria, anche se parziale, per il movimento che da mesi si batte per l’abolizione delle tariffe e per la ripubblicizzazione dell’acqua, la cui gestione è ora affidata ad una utility. Sarà infatti molto difficile tornare indietro e reintrodurre le tariffe dopo 9 mesi di sospensione se i movimenti e i comitati saranno in grado di mantenere organizzazione e mobilitazione.
La strada per il governo rimane comunque in salita. Per arrivare ad ottenere un voto di fiducia, il Fine Gael avrà bisogno dell’appoggio di almeno 6 deputati indipendenti, con i quali sono in corso febbrili consultazioni. E anche se il governo sarà formato le prospettive rimangono instabili, date le premesse non solidissime. Una ulteriore opportunità di crescita per le forze anti austerity come l’AAA e il partito repubblicano di sinistra Sinn Feinn, che alle elezioni ha ottenuto 23 seggi, arrivando ad essere la terza forza politica nella Repubblica, anche se rimanendo al di sotto delle aspettative della vigilia.
Panofsky (da Dublino)
Fonte
Il Fine Gael era alla guida della coalizione di governo insieme al Labour fautrice delle politiche di austerità UE e che è stata duramente castigata dagli elettori nel voto di febbraio: il partito di Kenny è passato da 66 a 50 seggi. Per i laburisti è andata anche peggio, e il centrosinistra è letteralmente crollato da 33 a soli 7 seggi, rendendo quindi impossibile la riedizione della vecchia maggioranza che non aveva più i numeri. Inevitabile a quel punto, quanto inedita, l’alleanza con il Fianna Fail (passato da 21 a 44 seggi), partito simile al Fine Gael per ideologia e programma ma suo storico rivale a causa delle differenti posizioni prese ai tempi dell’indipendenza irlandese. Sebbene i due partiti avessero ripetutamente dichiarato di non volersi alleare, si sono visti costretti a farlo per porre fine ad uno stallo che cominciava ad inquietare gli osservatori internazionali e i mercati. E quindi alla fine anche in Irlanda lo smottamento, seppur parziale, del sistema politico precedente ha obbligato a varare una ‘grande coalizione’, anche se tra partiti relativamente omogenei per quanto riguarda le priorità politiche principali.
Benché i contenuti precisi del documento di accordo non siano ancora stati resi pubblici, un primo risultato certo sembra essere la vittoria dei movimenti pro acqua pubblica, animati dalla coalizione anti-austerity “Anti-Austerity Alliance – People Before Profits” (passato da 4 a 6 deputati nelle ultime elezioni). Infatti, l’accordo siglato nel week-end prevede una sospensione per 9 \mesi delle tasse sull’acqua (imposte insieme ad altre misure adottate da Dublino in cambio del pacchetto di aiuti UE-FMI), nell’attesa di una ulteriore discussione sul tema. Una vittoria, anche se parziale, per il movimento che da mesi si batte per l’abolizione delle tariffe e per la ripubblicizzazione dell’acqua, la cui gestione è ora affidata ad una utility. Sarà infatti molto difficile tornare indietro e reintrodurre le tariffe dopo 9 mesi di sospensione se i movimenti e i comitati saranno in grado di mantenere organizzazione e mobilitazione.
La strada per il governo rimane comunque in salita. Per arrivare ad ottenere un voto di fiducia, il Fine Gael avrà bisogno dell’appoggio di almeno 6 deputati indipendenti, con i quali sono in corso febbrili consultazioni. E anche se il governo sarà formato le prospettive rimangono instabili, date le premesse non solidissime. Una ulteriore opportunità di crescita per le forze anti austerity come l’AAA e il partito repubblicano di sinistra Sinn Feinn, che alle elezioni ha ottenuto 23 seggi, arrivando ad essere la terza forza politica nella Repubblica, anche se rimanendo al di sotto delle aspettative della vigilia.
Panofsky (da Dublino)
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