Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Appennino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Appennino. Mostra tutti i post

21/09/2023

Una seria riflessione sull’utilizzo delle terre alte

di Sandro Moiso

Maurizio Dematteis, Michele Nardelli, Inverno liquido. La crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa, con una prefazione di Aldo Bonomi e una postfazione di Vanda Bonardo, DeriveApprodi, Roma 2022, pp. 302, 20 euro

Quelli che seguono sono ricordi di un breve soggiorno turistico sulle Dolomiti di qualche anno fa: i pascoli arrossati e resi inutilizzabili dall’uso della neve artificiale sopra Canazei in Val di Fassa; la miriade di impianti di risalita situati tra il passo Sella e quello del Pordoi; i rifugi trasformati in alberghi di lusso, i cui ristoranti fanno a gara nell’attirare i turisti non per le escursioni a quote relativamente praticabili da quasi tutti (a patto di aver un minimo di attrezzatura adatta), ma per i menù proposti da chef variamente stellati.

Cui si aggiungono le code infinite sui sentieri dovute, più che alla difficoltà alpinistica, all’inadeguata preparazione degli escursionisti e alla miserabile attrezzatura riscontrabile nelle scarpe da ginnastica indossate da molti o di quelle a tacco alto indossate da alcune “eleganti” signore. Il tutto condito dalle liti, sfioranti talvolta l’autentica rissa, per i posto a sedere attorno ai tavoli dei rifugi all’ora di pranzo.

Un bel quadretto davvero di turismo alpino, sotto lo sguardo impassibile della Marmolada che quest’anno, dopo la rovinosa valanga staccatasi dal suo ghiacciaio nel luglio 2022 (che causò 11 morti tra gli alpinisti coinvolti), ha raggiunto ad agosto la temperatura di 13,3 gradi a 3.343 metri di altitudine. E, soprattutto, un significativo punto di partenza per iniziare a parlare di un libro decisamente interessante, riguardante lo sfruttamento del territorio alpino in una fase di riscaldamento globale come quello che stiamo attraversando. Come afferma, infatti, nella sua prefazione Aldo Bonomi:

Questo testo, che nel sottotitolo induce una certa idea crepuscolare dello sviluppo, è molto di più di una fotografia della lunga coda del modello di industrializzazione turistica della montagna italiana costruita intorno alo sci di massa nel corso della seconda metà del Novecento. È, altresì, un variegato racconto polifonico, corredato da un’ampia rassegna di dati statistici, della complessa metamorfosi indotta dall’Antropocene, che ha nelle terre alpine e appenniniche uno straordinario e articolato laboratorio di una modernità costretta, causa il progressivo esaurirsi della materia prima che sosteneva le sue logiche estrattive, a fare i conti con i limiti che i cambiamenti climatici impongono alla logica degli investimenti che ne stanno alla base1.

Un testo che nel narrare esperienze comunitarie, storie di sfruttamento e iper-sfruttamento ambientale, fordismo turistico inizialmente soltanto alpino ma in seguito anche appenninico, intende muoversi tra il “non più” di ciò che è sempre più difficile sostenere dal punto di vista dei costi economici, sociali e ambientali e il “non ancora” della speranza di continuare a vivere nelle terre alte sulla base di una nuova coscienza più adatta ai luoghi e al tempo.

Testimonianza di un cambiamento di paradigma di sviluppo turistico che, ancor prima che fare i conti con le modificazioni morfologiche e climatiche indotte dall’innalzarsi delle temperature, ha dovuto e deve fare i conti prima di tutto con l’affermarsi di un turismo inteso come industria globale. In cui l’apertura internazionale dei mercati e la diversificazione dell’offerta di territori e occasioni da “consumare” ha significato, come afferma ancora Bonomi: «un innalzamento progressivo dell’asticella degli investimenti infrastrutturali necessari a mantenere le posizioni acquisite, determinando una prima grande scrematura delle tante stazioni cresciute sullo sci di massa»2.

Sarà forse per questo motivo che, tra le tante narrazioni di esperienze locali proposte dal libro, siano state spesso le piccole località turistiche, come ad esempio Prali in Piemonte, a doversi porre il problema di come sopravvivere comunitariamente ai cambiamenti in atto (nei gusti, nelle proposte e dal punto di vista climatologico). Anche se il panorama delle proposte, delle resistenze e delle resilienze alpino-sciistiche si articola intorno a un panorama che si spinge dalle Alpi Occidentali a quelle Orientali, passando da Cortina e le velleità olimpiche di devastazione previste per il 2026 e, perpendicolarmente all’asse ovest-est a quello appenninico.

Un comparto industriale che vive di innevamento artificiale in un momento in cui la ritirata o la scomparsa dei ghiacciai, piccoli e grandi, che l’alimentavano si fa via via più evidente. Come ha affermato in una recente intervista Claudio Smiraglia, docente di geografia fisica all’Università di Milano e per molti anni presidente del Comitato glaciologico italiano:

In alta quota le montagne perdono compattezza, si sgretolano, si aprono voragini. Le studio da mezzo secolo e non ricordo mutamenti così rapidi come quelli che si stanno registrando negli ultimi anni […] Gli effetti sono spesso drammatici perché ci sono sistemi di rocce tenuti saldi da due elementi. Il primo è esterno: il ghiacciaio che le sovrasta le blocca. Il secondo è interno: il permafrost, l’acqua ghiacciata penetrata all’interno delle fessure della roccia fa da collante. Con un innalzamento della temperatura come quello che stiamo sperimentando questi due elementi di coesione spesso vengono meno […] il paesaggio cambia a velocità straordinaria. Prendiamo il ghiacciaio dei Forni, sopra Bormio, in Valtellina. Fino a due anni fa ci si arrivava tranquillamente. I turisti facevano l’ultimo mezzo chilometro passando su un tappeto di detriti e arrivavano a toccare il ghiaccio. [..] Vicino al ghiacciaio dei Forni c’è il Bivacco Meneghello, un posto in cui ho dormito tante volte. Poche settimane fa è crollato tutto il dosso roccioso che lo sosteneva. Ripeto: è l’intero paesaggio alpino a trasformarsi sotto i nostri occhi. […] Nell’arco di una trentina di anni i ghiacciai alpini sotto i 3.500 metri scompariranno se, come appare molto probabile, il ritmo di riscaldamento resterà costante o peggiorerà3.

Va qui ricordato, per sottolineare l’entità del cambiamento, che il ghiacciaio dei Forni, citato nell’intervista, è il secondo ghiacciaio delle Alpi italiane dopo quello dell’Adamello e che fino al 1995, prima cioè che il ghiacciaio dell’Adamello venisse riclassificato in un unico corpo glaciale, era il più grande ghiacciaio vallivo italiano e l’unico di tipo himalayano, originato da tre bacini collettori con tre lingue glaciali distinte confluenti a quota 3000 m in un’unica lingua di ablazione che nel XIX secolo si spingeva nel fondovalle fino a quote prossime ai 2000 m.

Un tale drastico mutamento non solo spinge a considerare, come afferma ancora Muraglia nel corso della sua intervista, che: «Le regole sulla sicurezza in montagna vanno totalmente riscritte. E il problema è che non le conosciamo ancora, stiamo imparando a nostre spese: sono gli errori che insegnano. Stiamo scoprendo che comportamenti che potevamo dire sicuri fino a 10 o 20 anni fa oggi creano rischi consistenti». Ma anche a riconsiderare le possibili ricadute su tutto il settore del turismo alpino e della vita sociale sulle terre alte. Come afferma Maurizio Dematteis:

Quando risalgo le valli alpine della mia regione, il Piemonte, mi fa male vedere la ruggine dei vecchi impianti di risalita abbandonati nei valloni laterali, tra rovina e incuria. Sono il simbolo di un turismo alpino ormai al tramonto, molto più, ad esempio, dello sci di fondo. Perché lo sci da discesa ha bisogno di infrastrutture pesanti e impattanti, per nulla adattabili ai cambiamenti di cui è da sempre soggetta la montagna. Penso che nel nostro paese ce ne sono a centinaia, piccole medie stazioni sciistiche dismesse, costruite a 1000 metri o poco più, che hanno resistito finché hanno potuto e poi sono state costrette a gettare la spugna. Anni di battaglie nell’inseguire una chimera di sviluppo insostenibile che si allontanava sempre di più, tra la diminuzione delle giornate con la neve, l’aumento delle spese e gli sciatori che svanivano. Gli sforzi per trovare sovvenzioni pubbliche, le offerte al ribasso e le costose manutenzioni che hanno fatto lievitare i debiti dei gestori degli impianti fino all’insolvenza. Perché sono proprio queste realtà figlie di un dio minore che oggi per prime fanno le spese del cambiamento « cultural-economico-ambientale», spesso lasciandosi alle spalle le macerie di un tempo che fu. Sono il simbolo di un sistema di crescita infinita che oggi è ormai al tramonto, un sogno interrotto che ha cullato e illuso le comunità delle terre alte4.

In questa riflessione sta un po’ tutto il senso della ricerca di una via di uscita che non può certo essere quella delle grandi stazioni di incrementare gli investimenti, “sparare” più neve artificiale e spostare gli impianti più in alto. E che, forse, non può nemmeno più essere quella di un turismo alternativo a base di trekking, mountain bike e sci di fondo.

Il “fallimento” dello sci di massa costituisce un po’ lo specchio del fallimento di un modo di produzione e di consumo obsoleto, dannoso e vorace basato sullo sfruttamento e l’estrazione di valore e ricchezza da ogni possibile risorsa (dalla forza lavoro a quelle ambientali come la terra e l’acqua). Il simbolo, paradossalmente come la strage di operai sulla linea ferroviaria a Brandizzo, di un mondo che non può più reggersi sui soliti, mortiferi e superati paradigmi della crescita economica e dello sviluppo.

Forse, ripensare le terre alte significa, soprattutto, ricordare che proprio lì è nata migliaia di anni fa l’agricoltura5 e che lì la specie ha trovato rifugio dai pericoli di vario genere che si annidavano e si spostavano più velocemente nelle valli e nelle pianure. Oggi, in un tempo di guerre e riscaldamento planetario, ancora una volta e in tal modo, le montagne dovrebbero essere ripensate e liberate da tutto ciò che è inutile. E questo libro, nonostante qualche perdurante abbaglio sull’economia del turismo alpino, si rivela davvero utile per iniziare a ripensare non solo un modo di produzione ma anche il consumo turistico dei territori e delle risorse ad esso collegato. Senza il primo il secondo non potrà infatti continuare ad esistere (e viceversa).

Fonte

12/01/2019

Terremotati, Appennini e bufalari


In questi giorni si fa un gran parlare di foto di campi profughi libanesi spacciati per le casette dei terremotati di Amatrice sotto la neve.

È evidentemente – per usare un termine molto di moda – una bufala utile ad alimentare propaganda razzistissima e scrivere amenità tipo «gli immigrati negli hotel e i terremotati nelle tende». Le questioni sono evidentemente slegate tra loro, a meno che questo governo non stia pensando di affidare i terremotati ai valdesi.

Ma davvero si può considerare la neve d’inverno sugli Appennini come una notizia? Il problema giornalistico, almeno per chi pensa che la cronaca sia una cosa seria, è che siamo al terzo inverno dopo il terremoto e potremmo tutti tranquillamente ripubblicare i pezzi dell’anno scorso o di due anni fa, cambiando giusto qualche dettaglio qua e là. E infatti in giro impazzano servizi sui disagi nei villaggi di Sae, sull’abbandono, sul commerciante che chiude perché nessuno entra nel suo negozio, sugli allevatori costretti a mungere a mano le mucche, sui cali di corrente, eccetera eccetera eccetera. Non è un giudizio negativo il mio, figuriamoci, anche io ho fatto recentemente un paio di servizi così, perché bisogna raccontare quello che succede, sempre e comunque.

Il problema è che quello dei terremotati non è un problema giornalistico. E lo dico da cronista, cioè da persona che grazie a ‘sta roba ci mette insieme il pranzo con la cena. Non si può ridurre il terremoto a guerra di propaganda tra opposte fazioni, tra un selfie e una giustificazione, perché se «quelli di prima» non hanno fatto niente, «quelli di adesso» in sette mesi sono riusciti nella straordinaria impresa di peggiorare le cose.

Il problema è politico, e non nasce oggi, né ieri, né è davvero nato la notte del 24 agosto del 2016. È dagli anni ‘80 che tutti si sono convinti del fatto che la società non esista, ma esistano soltanto gli individui e le loro famiglie. Quindi l’abbandono delle zone terremotate non è legato solo alle condizioni effettivamente difficili in cui decine di migliaia di persone devono vivere. L’abbandono è una strategia, come dice Leonardo Animali, nel senso che nessuno, proprio nessuno, punta davvero sulla rinascita di queste zone.

Una notizia: sull’Appennino ci nevicava anche prima del terremoto, ed era un disastro lo stesso. Un’altra notizia: queste zone erano in crisi già da prima del terremoto, e adesso il processo di svuotamento (demografico, culturale, sociale) sta soltanto andando più veloce. Un’ultima notizia: quando sono stati costruiti i villaggi per i terremotati, nessuno ha pensato a fare centri di aggregazione o simili; ci hanno dovuto pensare i privati a farlo, ed è meglio non chiedersi il perché di tanta generosità. E guardate che un paese non è soltanto un mucchio di case in cui la gente va a dormire, ma anche un vissuto che si è sviluppato nel tempo e che procede o dovrebbe procedere grazie a una comunità che si muove e si incontra tutti i giorni.

Viviamo in un paese in cui la società è negata, in cui la politica è un eterno tentativo di mettere gli ultimi contro i penultimi per raccattare quattro voti in vista delle elezioni, in cui la soluzione dei problemi è sempre contabile (ci sono i soldi o non ci sono i soldi) ma mai culturale: avete mai sentito qualcuno parlare di come sarà l’Appennino tra venti, trenta o cinquant’anni? No. Perché nessuno crede davvero che esisterà ancora qualcosa sull’Appennino tra venti, trenta o cinquant’anni.

[La foto è di Michele Massetani, è stata scattata a Muccia (Mc) poco prima di Natale. E sì, già nevicava]

Fonte

16/12/2014

Escursionisti o fascisti in addestramento sull’Appennino Tosco-Romagnolo?

Riceviamo e pubblichiamo questa testimonianza.

*****

Ogni tanto, per caso, capita di incontrare alcuni compagni che da anni si sono ritirati a "vita privata". Cesena, nonostante i radicali cambiamenti di questi ultimi 30 anni, è ancora una cittadina e nel giro di qualche mese persone con cui hai condiviso militanza politica o rapporti di amicizia, le incontri per caso e scambi quattro chiacchere. Del più e del meno.

Ed è in uno di questi incontri casuali che ho scambiato quattro parole con un compagno che da tanti anni  si è letteralmente dedicato a coltivare il suo orto, a fare del buon vino (quest'anno è un'annata di merda), e a fare lunghe scarpinate nei bellissimi monti dell'Appennino Tosco-Romagnolo. Vuoi dargli torto?

Mentre lui sorseggia una birra e io un grappino al bancone mi dice: "Ma sai... che cosa mi è capitato qualche settimana fa?". Dimmi quale altra sfiga ti è successa?"

"Sono uscito a fare una delle mie scarpinate con zaino e roba da mangiare per stare via tutto il giorno. Tutto normale fino a quando arrivo nel rifugio, in quel momento vuoto, per fermarmi a mangiare qualcosa. Esco un attimo dalla porta e vedo in lontananza una quindicina di uomini in tuta mimetica venire a passo spedito verso il rifugio. Lì per lì ho pensato che fosse la Forestale: magari in cerca di qualche bracconiere o per catturare qualche animale. Poi più si avvicinavano più mi rendevo conto che i colori delle divise non erano quelle dei  forestali e che si muovevano marciando quasi in formazione militare. E che tutti i componenti del gruppo avevano capelli cortissimi o le teste rasate.

Quando sono arrivati ho capito che non si trattava nè di Forestali nè di militari ma di un gruppo di fascisti in addestramento. Dopo i "formali" saluti sono entrati e mi sono ritrovato in mezzo a un gruppo di fascistoni fiorentini pieni di tatuaggi del Duce, svastiche, croci celtiche. Era evidente che non si trattava di una normale scampagnata per fuggire dal logorio della vita moderna ma di un gruppo con un programma di addestramento con equipaggiamento di prim'ordine: rilevatori gps, baionette, pugnali, bussole e via discorrendo.

Gli zaini belli pieni mi hanno fatto ricordare un libro sull'addestramento dei guerriglieri salvadoregni: addestramento tattico: marciare spediti per almeno 20 km al giorno con 20 kg sulla schiena.

C'erano due, i più anziani, fra i 45-50 anni che parlavano mentre gli altri tutti più giovani stavano zitti o si rivolgevano a loro con fare subordinato. I due "ufficiali" hanno cominciato a parlare di "politica" e hanno capito subito che ero dell'altra sponda. Dopo di che hanno cominciato a tirar fuori il solito disco che il nemico è comune e che sarebbe stato meglio combattere insieme il sistema etc. etc.

Non ho chiesto di che gruppo erano ma ho avuto la sensazione che fossero di Casa Pound anche se non posso affermarlo con certezza.

Poi quando hanno detto che di lavoro, loro due, facevano gli investigatori privati e che avevano il porto d'armi mi è venuto il sospetto che oltre a baionette e pugnali avessero dietro anche qualche arnese e a quel punto ho tolto il disturbo". E qui finisce la disavventura.

Non è la prima volta che si sente di persone che hanno avuto incontri ravvicinati di questo tipo in varie località degli Appennini. Se stiamo parlando di organizzazioni è evidente che c'è un livello ben organizzato e disciplinato da non confondere con qualche gruppo di amici esaltati con il mito del Duce.

Voglio dire che se c'è questo tipo di "fumo" c'è anche l'arrosto...

Momotombo

Fonte

21/06/2014

Piccoli paesi contro i mostri

di Alessandro Iacuelli

Ci sono in Italia 5000 piccoli borghi al di sotto dei 5000 abitanti. Di questi, due terzi sono collocati lungo la dorsale appenninica e c'è chi ha scelto di viverci. Chi perché ci è nato, chi perché era emigrato e dopo anni è tornato a casa, chi perché ha scelto di allontanarsi da città sempre più congestionate, sovraffollate e invivibili. Questi borghi stanno scomparendo, sotto i colpi di una “modernizzazione”, di uno “sviluppo” che va in una direzione imposta e non condivisa.

A colpi successivi, governi ed enti locali li stanno spopolando, forzando la migrazione verso le squallide periferie delle grandi città. Progressivamente nel tempo, si delocalizza la scuola che c'era nel piccolo borgo, un'altra volta si chiude l'ospedale che serviva 10 o 20 di questi piccoli centri, e la carenza di servizi forza gli abitanti a migrare verso le grandi aree urbane.
E' un piano studiato a tavolino di spopolamento delle zone interne dell'Appenino, soprattutto quello centrale e meridionale, che rischia di sconvolgere la stessa geografia dell'Italia. Spostare sì, ma a quale scopo?

Anche se il mondo della politica non lo dice, appare fin troppo chiara una scientifica pianificazione di una nuova riorganizzazione del territorio della penisola. Le aree interne, secondo le intenzioni di chi ha governato e governa, trasversalmente all'arco costituzionale, vanno riusate a nuovi scopi non abitativi.
Così, dopo la Basilicata, è il turno dell'Irpinia di essere al centro di una nuova campagna di trivellazioni petrolifere nelle valli e sulle montagne. Pazienza se si va ad insistere su una zona dove si preleva acqua che va a dissetare un bacino di sei milioni di persone, il 10% degli italiani.

Contemporaneamente, dalle Marche e dall'alto Lazio fino alla stessa Irpinia, è tutto un fiorire di progetti di centrali elettriche, il più delle volte a gas, o ad incenerimento di rifiuti prodotti altrove, che vanno poi allacciate alla rete elettrica nazionale mediante elettrodotti ad alta tensione che sconvolgono il territorio, distruggono ed eliminano aree destinate all'agricoltura o all'allevamento, portano inquinamento elettromagnetico elevato in borghi medievali di 2000 abitanti, che fino a ieri non sapevano neanche cosa fosse l'inquinamento.
Ancora, come se non bastasse, i territori diventano destinatari di progetti di smaltimento dei rifiuti delle grandi città, dalle discariche, fino alle piattaforme per far sparire dalla vista i rifiuti industriali pericolosi.

Per rendere realtà questo progetto di “modernizzazione” del Paese c'è un impedimento da superare: l'esistenza dei cittadini, visti sempre più come il peggiore ostacolo per una democrazia moderna. Pertanto, funzionale al grande progetto, è necessario forzare lo spopolamento, l'abbandono dei piccoli centri.

Certo, non si può deportare la popolazione con la forza, quindi la strategia adottata è quella di far sparire i servizi. Eliminare istruzione, sanità, uffici pubblici, negozi e centri commerciali, fabbriche e attività economiche e, quando la popolazione locale scende oltre un certo limite, viene rimosso anche il medico di base; il tutto per fare in modo che la gente decida da sé di andarsene altrove, togliendo il disturbo.

La terra e la gente dei piccoli paesi delle aree interne meridionali, dall’Irpinia al Salernitano, dalla Puglia alla Lucania, sono sotto attacco. I vecchi emigranti che erano ritornati vedono i figli e i nipoti fare le valige e abbandonare un territorio dove lo stato sociale e i servizi essenziali non sono più garantiti.
Mentre scompaiono presìdi scolastici e sanitari, piccoli tribunali e uffici postali, azzerando in pochi anni le conquiste ottenute dal dopoguerra, procede, di pari passo, l’aggressione a un territorio il cui destino sembra lo spopolamento e il degrado.

Terra, aria, acqua sono a rischio o già compromesse: discariche abusive e sversamenti diffusi, esplorazioni petrolifere in aree sismiche e ricche d’acqua, eolico selvaggio ed elettrodotti, aree di ricarica dei bacini idrici a rischio, depuratori inesistenti, emissioni fuori norma nei nuclei industriali, impianti a biomassa che successivamente diventano inceneritori e molto altro.

Da qualche tempo, gli abitanti di questi piccoli centri, soprattutto in Campania, hanno iniziato a dialogare tra di loro, da Torrita Tiberina a Castelvetere sul Calore, dando vita ad un “forum ambientale” dell'Appennino, dove mettono in comune le proprie esperienze e assieme concertano iniziative di resistenza.

E' un movimento in crescita: ad ogni incontro il numero di partecipanti aumenta. Non per coscienza politica o ambientale, quella magari verrà dopo, ma per paura. Paura delle grandi aziende che gli rubano la terra e mettono centrali, inceneritori, impianti a biomassa che poi diventano chissà cosa.
Paura di cosa c’è nell’acqua che bevono e fanno bere ai loro figli, delle microdiscariche vicino casa e dell’amianto che altri vanno a scaricare, paura degli elettrodotti che passeranno, di quelli che già ci sono e di tanto altro ancora.

Da questa paura, che si trasforma in partecipazione, sta nascendo un centro studi, una serie di iniziative sia di pressione politica, a tutti i livelli, sia di informazione verso la popolazione. L'obiettivo dichiarato è quello di spingere verso una revisione delle politiche territoriali, per rendere l'Appennino territorio di una nuova forma di sviluppo: dalla piccola agricoltura, al ripristino delle forme di allevamento, fino al turismo paesaggistico, il tutto condito dal recupero dei vecchi borghi storici e del riabitarli.

Un movimento dal basso di cui seguire progressi ed evoluzioni. Una speranza, per la bellezza dell'Appennino, la cui unica possibilità di resistere sta nel passare dalla rassegnazione alla consapevolezza e poi all’azione politica.

Fonte