Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/09/2025

“Ora tocca all’Italia”. La strategia delle balle guerrafondaie

Sembra abbastanza evidente che il susseguirsi di allarmi inverificabili circa la presenza di “droni russi” sui cieli d’Europa, o di “interferenze” nelle comunicazioni, sia piuttosto chiaramente una “strategia comunicativa” attribuibile per intero all’Unione Europea, proprio mentre l’America di Trump sta scaricando la guerra ucraina sul Vecchio Continente.

Mettiamo in fila solo gli episodi più clamorosi, per non farla troppo lunga.

1) Prima c’è stata la notizia che l’aereo di Ursula von der Leyen aveva perso il segnale gps mentre volava sulla Bulgaria, dove era diretto, al punto da costringere i piloti ad usare “vecchie mappe cartacee” come i turisti degli anni ‘70 e ad accumulare 1 ora di ritardo, dopo aver rischiato di mancare l’atterraggio.

Nel giro di poche ore l’episodio è stato sbugiardato:
– dalla Bulgaria, paese Nato, che non ha rilevato nulla di anomalo sui propri radar;
– da alcune migliaia di esperti di aviazione, che hanno spiegato come il gps non serva per l’atterraggio (ci sono da decenni sistemi più moderni ed efficaci, specie su un aereo “presidenziale”); 
– dagli enti di controllo del volo, come FlightRadar e altri, che non hanno tracciato né cambiamenti di rotta né mancato funzionamento dei sistemi di bordo (la comunicazione tra velivolo e centrali di controllo è costante);
– dai registri dell’aeroporto, con l’aereo che aveva solo 5 minuti – e non un’ora – di ritardo.

Assodato questo, non è arrivata nessuna scusa per la bufala ammannita al pubblico mondiale. Anzi continua a essere ricordata, sui media, come un fatto accertato e confermato.

2) È stata poi la volta dei “droni russi sulla Polonia”, con addirittura una casa danneggiata come prova. Anche qui si è accertato che i droni erano in parte anche ucraini, che uno di quelli mostrati in foto era tranquillamente parcheggiato su una conigliera (senza neanche danneggiarne il tettuccio di eternit) e con il muso tenuto insieme con nastro isolante. E che la casa era stata colpita da un missile di fabbricazione americana sparato da un aereo polacco che intendeva abbattere uno dei droni.
Qualche giorno di silenzio per far dimenticare l'accaduto, quindi si è continuato a citare l’episodio come accertato e confermato.

3) È quindi stata la volta dell’Estonia, con tre aerei russi che avrebbero “invaso lo spazio aereo” su un’isola disabitata in mezzo al golfo di Finlandia.
Anche qui gli analisti militari hanno smontato il caso facendo vedere – cartine alla mano – che in quella zona le acque e i cieli territoriali di Estonia, Russia e Finlandia sono praticamente a contatto, e aerei o navi diretti o provenienti da San Pietroburgo hanno un corridoio ristretto dove passare.
Al punto che gli “sconfinamenti” sono così frequenti – da decenni – da essere risolti in genere con una telefonata tra controllori di volo.
Solita trafila: dopo qualche giorno è come se il fatto fosse di nuovo tornato vero, per la stampa occidentale.

4) La patata dell’allarme è poi passata a Danimarca e Norvegia, con altri “droni russi” che apparivano di sera su alcuni aeroporti.
Grande diffusione di allarme, al punto da costringere lo stesso ministero della difesa di Copenhagen ad affermare che “non c’era nessuna prova che quei droni fossero russi”. E che “non sono stati abbattuti per non far correre rischi alla popolazione”, o per non mostrare resti che avrebbero potuto dare altre certezze.

5) Il contagio si estende poi alla Francia, uno dei paesi “volenterosi” che vorrebbero mandare soldati in Ucraina. “Secondo fonti militari che hanno parlato con Radio France Internationale, questo fine settimana sono stati osservati droni non identificati sopra siti militari vicino a Mourmelon-le-Grand, nella Marna, nel nord della Francia”.
Non identificati ma decisamente distanti dalla frontiere con la Russia. Vero è che – come segnalato da alcuni analisti militari – è possibile far partire droni da navi o camion, come avevano fatto gli ucraini in Russia... E qui qualche sospetto comincia a venire...

6) Se poi Zelenskij twitta che “l’Italia potrebbe essere la prossima” il sospetto si fa quasi certezza. Poi toccherà alla Spagna e al Portogallo, così da completare il puzzle.
Basta considerare come avvengono i rapporti tra paesi alleati. Se hai una informazione su un possibile attacco o provocazione verso un tuo alleato metti in moto i normali canali di comunicazione, attraverso ministeri della Difesa e servizi segreti (se non altro per non allertare “il nemico”). I social non fanno parte della diplomazia ufficiale, ma del fantastico circo barnum della propaganda.

7) A coronamento di questa escalation di panna montata, i vertici europei avrebbero detto ai funzionari russi, a porte chiuse, che la NATO è pronta a intensificare l’abbattimento degli aerei russi, una sorta di avvertimento finale. Al che, sia l’ambasciatore russo in Francia, sia il navigatissimo ministro degli esteri Lavrov hanno risposto con l’ovvio “fatelo e saremo in guerra”.

Accertato insomma che sono tutte balle, che purtroppo producono comunque effetti politici – allarme sociale, spesa militare in drastico aumento, militarizzazione della società e dell’immaginario collettivo – c’è da chiedersi se questa “strategia” ha un senso e quale.

Mettiamo da parte per il momento l’ipotesi che “l’Europa”, da sola, si stia preparando alla guerra contro la Russia (solo dei dementi con deficit grave possono pensare di andare allo scontro diretto con una delle due principali potenze nucleari).

Restano le ipotesi “minori”.

a) Tanto allarmismo servirebbe a convincere Trump a non lasciare la patata ucraina nelle sole mani europee. Ma se questa raffica di allarmi sembra ridicola a noi, sicuramente alla Casa Bianca hanno informazioni migliori. E quindi non produrrà effetti (se non qualche ciclotimica affermazione di Trump via Truth).

b) Utilizzare l’antichissima arma del “nemico alle porte” per ridurre al minimo le frizioni sempre più evidenti tra paesi europei con interessi e pesi diversi, mettere la museruola alle proteste popolari (non solo in Francia), ecc. Nascondere insomma le molte crisi convergenti sotto il tappetone della corsa al riarmo per “difendere la nostra sicurezza”.

Se ci fosse un centro di comando unificato e funzionante non ci sarebbero così tanti dubbi su quale ipotesi sia più probabile. E proprio l’incertezza appare la dimostrazione della confusione che regna ai vertici della UE, costretti a passare in pochi mesi da un “sistema di regole” ormai mandato a memoria ad un mondo in cui non c’è più alcuna certezza per colpa del tuo “capo” o principale “alleato”.

Per fortuna l’allarmismo senza freni è stato fin qui un boomerang: nella misura in cui si è “spaventata”, l’opinione pubblica europea è diventata complessivamente ancora più contraria alla partecipazione ad una qualsiasi guerra.

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09/09/2024

La “sindrome dell’Avana”? La solita bufala della Cia

Il NIH annulla la ricerca sulla “sindrome dell’Avana”

Venerdì scorso il National Institutes of Health ha dichiarato che interromperà la ricerca sulla cosiddetta “sindrome dell’Avana”, una misteriosa malattia di cui hanno detto di soffrire numerose spie, soldati e diplomatici che hanno segnalato improvvisi sintomi debilitanti di origine sconosciuta.

L’NIH ha affermato che avrebbe interrotto il lavoro “per eccesso di cautela” dopo che un’indagine interna ha scoperto che alcune persone erano state costrette a partecipare alla ricerca.

La coercizione, ha specificato l’agenzia, non è stata da parte sua, ma l’NIH non ha indicato chi potrebbe aver forzato la partecipazione. Tuttavia, ha osservato che il consenso volontario è un pilastro fondamentale della condotta etica della ricerca.

Alcune delle persone che in precedenza avevano dichiarato di essere malate hanno affermato che la CIA le aveva costrette a partecipare alla ricerca come prerequisito per poter usufruire dell’assistenza sanitaria.

Un funzionario della CIA ha affermato che l’agenzia prende “molto seriamente qualsiasi denuncia di coercizione, o presunta coercizione, e ha collaborato pienamente con l’esame di questa questione da parte dell’NIH, e ha offerto accesso a tutte le informazioni richieste”.

Il funzionario ha dichiarato alla CNN che l’ispettore generale della CIA è a conoscenza delle conclusioni dell’NIH e delle precedenti accuse correlate.

“Apprezziamo molto gli sforzi della comunità scientifica per comprendere meglio questi incidenti sanitari segnalati. La CIA rimane impegnata a garantire un accesso continuo alle cure per gli ufficiali interessati e a indagare a fondo su qualsiasi segnalazione di incidenti sanitari”, ha affermato il funzionario in una dichiarazione.

“Volevano che fossimo cavie da laboratorio per una settimana prima di ricevere effettivamente le cure al Walter Reed, e come minimo questo è immorale e non etico”, ha detto Marc Polymeropoulos alla CNN a maggio.

Polymeropoulos, un ex agente della CIA che afferma di essere stato malato, è un sostenitore di coloro che sono stati colpiti da ciò che il governo degli Stati Uniti definisce “incidenti sanitari anomali”. A maggio ha affermato di credere che la partecipazione a questa ricerca sia stata “ordinata” dai vertici della CIA.

A marzo, la CIA ha rilasciato una dichiarazione in cui negava che le persone fossero obbligate a partecipare. L’agenzia non ha risposto alla richiesta di commento della CNN di venerdì.

Gli esperti di etica affermano che la partecipazione forzata a uno studio è considerata altamente immorale ed è estremamente rara.

Venerdì il NIH ha dichiarato di aver condiviso l’aggiornamento con JAMA, la rivista medica che a marzo ha pubblicato due studi derivati ​​dalla ricerca. JAMA non ha risposto alla richiesta di ulteriori commenti da parte della CNN.

L’NIH ha affermato che, nonostante la sospensione della ricerca, questa decisione non ne modifica le conclusioni.

Nonostante i sintomi riferiti dai dipendenti federali, nessuno dei due studi ha trovato nulla di definitivo che potesse indicar problemi di salute.

In uno studio, i ricercatori del NIH hanno esaminato più da vicino i cervelli di persone che si riteneva avessero la sindrome dell’Avana e non hanno trovato prove coerenti di lesioni cerebrali. Non c’erano inoltre differenze significative tra quel gruppo e un gruppo di confronto sano.

Nel secondo studio, gli scienziati del NIH hanno eseguito una serie di test su 86 dipendenti del governo statunitense e familiari che avevano segnalato la sindrome dell’Avana, confrontandoli con 30 persone che avevano lavori simili ma nessun sintomo del genere. Secondo la maggior parte delle misure cliniche e dei biomarcatori, hanno scoperto che i due gruppi erano gli stessi.

In un editoriale pubblicato su JAMA insieme agli studi, il dott. David Relman, professore di microbiologia e immunologia a Stanford che ha lavorato a precedenti indagini su questa popolazione di pazienti, ha sostenuto che, sebbene lo studio che coinvolgeva le scansioni cerebrali sembrasse dimostrare che “nulla, o nulla di grave” era accaduto in questi casi, giungere a questa conclusione “sarebbe sconsigliato”.

Altre ricerche hanno trovato prove di anomalie nel cervello, ha detto, e lo stesso vale per lo studio che coinvolge i test. Poiché la condizione può apparire diversa in ogni persona, ha detto, i dottori non hanno test specifici che possano determinare completamente cosa non va.

“Chiaramente, sono necessari nuovi test sensibili, standardizzati e non invasivi sulla funzionalità del sistema nervoso, in particolare quelli che coinvolgono il sistema vestibolare, come marcatori ematici più specifici di diverse forme di danno cellulare”, ha scritto Relman.

La malattia e la sua causa sono rimaste frustrantemente oscure sia per la comunità dell’intelligence sia per la comunità medica che ne indaga l’origine.

La malattia è stata soprannominata sindrome dell’Avana perché è emersa alla fine del 2016 nella capitale cubana. Alcuni diplomatici americani hanno segnalato sintomi coerenti con un trauma cranico, tra cui vertigini e forti mal di testa.

Da allora, lo scorso anno sono stati segnalati almeno 1.500 casi da parte del personale statunitense di stanza in 96 Paesi, hanno affermato le autorità.

Da tempo si speculava su un nuovo tipo di arma come causa di queste malattie, ma l’anno scorso la comunità dell’intelligence statunitense ha dichiarato di non poter collegare alcun caso a un nemico straniero, ritenendo improbabile che la malattia inspiegabile fosse il risultato di una campagna mirata di un nemico degli Stati Uniti.

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31/08/2024

Bertulazzi era in carcere nel 1978 ma per estradarlo lo accusano di aver partecipato alla logistica del sequestro Moro

Leonardo Bertulazzi ha avuto un ruolo nella «logistica del rapimento Moro» e una sua funzione di «alto rango all’interno dell’organizzazione». È quanto ha scritto il ministero della sicurezza argentino nel suo comunicato ufficiale seguito alla revoca dell’asilo politico e al suo nuovo arresto. I vertici della Direzione centrale della polizia di prevenzione e gli altri uffici di polizia che hanno coordinato questa nuova operazione di fine estate sono riusciti a confezionare una gigantesca bufala per impressionare l’opinione pubblica e la magistratura argentina e rafforzare l’inconsistenza giuridica della loro bravata, gonfiando a dismisura il ruolo e la biografia politica da lui avuta all’interno delle Brigate rosse di fine anni Settanta, diffondendo addirittura la notizia di un suo coinvolgimento nel sequestro Moro.

Il falso sillogismo

È noto che la base di via Montalcini 8, a Roma, nella quale fu custodito Moro durante i 55 giorni del sequestro, venne acquistata da Laura Braghetti (e per questo condannata all’ergastolo) con una parte della somma del sequestro Costa. Ergo, siccome Bertulazzi è stato condannato a 15 anni di carcere per complicità – del tutto marginali – nel sequestro dell’armatore genovese, se ne deve concludere che lo stesso ha acquistato per conto delle Brigate rosse quella base e quindi ha avuto un ruolo nel sequestro. Più o meno è stato questo il falso sillogismo abilmente insinuato nei comunicati ufficiali che hanno portato la stampa e i vari siti d’informazione, ormai in mano a persone professionalmente disinformate, a replicare una simile castroneria. È bastata una velina per cancellare evidenze processuali e storiche stratificate da decenni.

La compagnia di giro Mollicone, Calabrò, Fioroni

Fake ripresa da tutti i giornali oltre che da una comica dichiarazione del responsabile cultura (e che cultura!) di Fratelli d’Italia, il parlamentare Federico Mollicone che, citando un libro di Maria Antonietta Calabrò e Giuseppe Fioroni (ex presidente della seconda commissione Moro), ha affermato che l’arresto di Bertulazzi può portare a «nuove evidenze nell’indagare sull’esatta ubicazione di Moro durante il sequestro». Per farla breve, secondo il Mollicone-Calabrò-Fioroni pensiero, Moro sarebbe stato trattenuto «in un box di Corso Vittorio 42, che era nelle disponibilità della residenza diplomatica dell’allora Ambasciatore del Cile presso la Santa Sede», per intenderci un diplomatico del dittatore Pinochet.

Le evidenze storiche, oltre che le sentenze sulla base delle quali sono stati comminati decine di ergastoli e secoli di carcere, ci dicono che i soldi del sequestro dell’armatore Costa furono redistribuiti equamente tra le varie colonne brigatiste. La colonna romana, che agli inizi del 1977 era in fase di costruzione, approfittò della sua quota per acquistare tre appartamenti: uno in via Palombini, l’altro via Albornoz e l’ultimo in via Montalcini. L’abitazione di via Palombini cadde nel maggio 1978 dopo la cattura e le torture inferte a Enrico Triaca, che gestiva la tipografia di via Pio Foà; via Albornoz non venne mai utilizzata perché solo dopo l’acquisto si scoprì che nello stesso pianerottolo abitava un carabiniere, quindi fu rivenduta; via Montalcini fu ceduta dopo il sequestro Moro. Di questo intricato giro di acquisizioni e vendite immobiliari Bertulazzi era totalmente estraneo.

Nel 1978 Bertulazzi era in carcere

Nulla c’entrava per due ragioni: la prima perché faceva parte di un’altra colonna all’interno della quale, semplice irregolare, non ha mai rivestito ruoli di vertice o dirigenziali. Proveniente dal Lotta continua entrò nella colonna genovese nel 1976 per restarvi poco tempo perché – e qui veniamo ala seconda ragione – nell’estate del 1977 sugli scogli di Vesima, nell’estremo occidente genovese, rimase gravemente ustionato alle mani e al viso mentre armeggiava con del materiale incendiario. Dall’ospedale lo condussero direttamente in prigione dove restò per scontare una condanna di due anni. Durante il sequestro Moro, Bertulazzi era detenuto. Questa è la verità.

Duramente sanzionato nonostante il ruolo marginale

Scarcerato nel 1979 dopo un periodo di congelamento fu reintegrato nell’organizzazione fino al disastro del settembre 1980, quando incappò con due suoi compagni in un posto di blocco da dove riuscì a fuggire mentre gli altri due furono arrestati. Condannato a 15 anni di reclusione in contumacia per un presunto ruolo marginale nel sequestro Costa, attribuitogli da un pentito, e poi a 19 anni per i reati associativi, Bertulazzi è stato duramente sanzionato dalla giustizia genovese fondamentalmente perché era latitante. Una volta cumulate le condanne con la continuazione la pena finale si è cristallizzata a 27 anni di reclusione. Una enormità per un irregolare che non ha mai sparato un colpo di pistola.

Raccontarla davvero grossa, dopo cinquant’anni, resta l’unica risorsa che il governo e le autorità di polizia hanno per riavere indietro questi esuli di un tempo che non c’è più.

Fonte

23/08/2021

[Contributo al dibattito] - Vaccini, green pass e bufale

Sembra necessario precisare qualche notizia scientificamente supportata e i dati disponibili sui vaccini anti-Covid fin qui resi disponibili. Troppe persone infatti, e tra esse molti compagni/e, dimostrano di avere informazioni carenti o decisamente sbagliate in materia. Tanto che spesso le discussioni sull’uso politico-padronale del si confondono con quelle sui vaccini, al punto che la giusta critica del primo finisce per adottare dei “sentito dire” che riguardano questi ultimi.

Procederemo in modo schematico, elencando via via le diverse pseudo-notizie o autentiche fake news in circolazione.

1. «I vaccini correnti sono in “sperimentazione” fino al...»?

Per tutti i farmaci e non solo per i vaccini contro il Covid-19, Aifa (l’Agenzia Italiana del Farmaco) prevede 4 fasi di sperimentazione. Tre di queste fasi vengono richieste prima dell’autorizzazione all’immissione in commercio, mentre la quarta fase avviene i l’autorizzazione ed è una fase di garanzia in cui «si acquisiscono ulteriori e nuove informazioni e vengono valutate le reazioni avverse più rare, quelle che negli studi clinici non potevano emergere, ma che con l’uso di massa del nuovo farmaco possono diventare rilevabili». [https://www.aifa.gov.it/sperimentazione-clinica-dei-farmaci].

Questa 4ª fase è in corso e prevede la consegna del report finale per Moderna il 27 ottobre 2022, per Pfizer-BioNTech il 2 maggio 2023, per Johnson & Johnson il 31 dicembre 2023 e per Astrazeneca il 31 marzo 2024

Quindi affermare che i vaccini sono ancora in una fase di sperimentazione non è di per sé completamente inesatto, ma non è corretto enfatizzare questa affermazione per far credere che questo significhi che i vaccini per il Covid-19 siano ancora “sperimentali”, nel senso di “non ancora testati a sufficienza”.

Tutti i vaccini approvati hanno concluso con successo la “fase 3” della sperimentazione con uno studio clinico controllato randomizzato con almeno 30 mila partecipanti, così come richiesto da Ema.

Per la precisione per il vaccino Comirnaty di Pfizer è stato fatto uno studio con 43.448 partecipanti [https://www.pfizer.it/cont/news/contenuti/1411/1800/news.asp?id=12195], per il vaccino Vaxzevria di Astrazeneca i partecipanti sono stati 32.449 [https://www.astrazeneca.it/News/Vaccino_analisi_ad_interim.html], per Spikevax di Moderna sono stati 30.420 [https://www.farmacovigilanza.eu/content/pubblicati-i-dati-di-fase-3-del-vaccino-anti-covid-19-di-moderna] e per il vaccino Janssen di Johnson & Johnson lo studio ha coinvolto 44.325 partecipanti [https://www.janssen.com/italy/johnson-johnson-completa-larruolamento-dei-partecipanti-allo-studio-di-fase-3-ensemble-il-vaccino].

Anche i vaccini cubani Soberana 2 e Soberana Plus hanno completato la fase 3 e ricevuto nei giorni scorsi l’autorizzazione del CecMed, equivalente cubano dell’Aifa.

Per fare un confronto, gli studi sugli anticorpi monoclonali autorizzati dal Ministero dalla Salute italiano per la cura dei malati Covid-19 con decreto del 6 febbraio 2021 [https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2021/02/08/21A00788/sg] hanno coinvolto per un primo prodotto solo 275 partecipanti [https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2035002], per un secondo 577 [https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2775647] e per un terzo 583 [https://www.aifa.gov.it/-/ema-formula-raccomandazioni-sull-uso-di-sotrovimab-vir-7831-per-il-trattamento-di-covid-19]

Quindi la richiesta di almeno 30.000 partecipanti per gli studi pre-autoritativi sui vaccini per il Covid-19 sembrerebbe molto superiore a quella richiesta per altri prodotti di cui spesso si parla come “cure alternative e più sicure” (comunque molto costose...).

Se poi si vuole dire che i protocolli di EMA e di AIFA non sono sufficienti, che sarebbero necessari più partecipanti, più test, più tempo... credo che lo possiamo dire senza bisogno di far confusione sul significato delle parole.

2. «Il vaccinato contagia lo stesso gli altri e non protegge neanche se stesso»

Il fatto che chi è vaccinato possa in una certa percentuale di casi essere positivo al tampone e anche essere ospedalizzato o addirittura correre il rischio di morire non è una novità.

Nessuno ha mai affermato il contrario e tutti gli studi sui vaccini parlano di una percentuale di protezione che varia a seconda dei prodotti e delle fasce di età, e a seconda che si intenda protezione dal contagio, dall’ospedalizzazione o dal decesso. Percentuale di protezione che comunque non è mai del 100%.

Nello specifico la copertura vaccinale prevista nelle autorizzazione Ema ed Aifa erano del 95% per Comirnaty di Pfizer-BioNtech [https://www.aifa.gov.it/documents/20142/847374/Comirnaty_CMA_opinion_2020-12_ITA.pdf], del 60% per Vaxzevria di AstraZeneca [https://www.aifa.gov.it/-/ema-raccomanda-l-autorizzazione-di-covid-19-vaccine-astrazeneca-nell-ue], del 94,1% per Spikevax di Moderna [https://www.aifa.gov.it/-/ema-raccomanda-l-autorizzazione-nell-ue-di-covid-19-vaccine-moderna] e dell’85% per Janssen di Johnson & Johnson [https://www.aifa.gov.it/-/aifa-approva-il-vaccino-janssen]

Le verifiche sul campo nei mesi successivi hanno mostrato che la percentuale di protezione offerta dai vaccini è mediamente dell’82% per la positività, del 95% per l’ospedalizzazione, del 97% per i ricoveri in terapia intensiva e per i decessi. [https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/bollettino/Bollettino-sorveglianza-integrata-COVID-19_11-agosto-2021.pdf]

Quindi non si può dire che “il vaccinato contagia esattamente come un non vaccinato”, ma che potrebbe essere contagioso in una percentuale del 18% in base ai report dell’ISS. Un non vaccinato invece potrebbe essere contagioso nel 100% dei casi. Oltre 5 volte di meno...

E allo stesso modo non si può dire è che il vaccino “non protegge quasi per niente”. Una protezione dell’82% nei confronti del contagio, del 95% nei confronti dell’ospedalizzazione e del 97% nei confronti del ricovero in terapia intensiva e/o della morte è comunque un risultato non disprezzabile, specie per quanto riguarda i decessi.

Se fossimo stati tutti vaccinati fin dall’inizio (cosa impossibile, certo, prima che la pandemia si manifestasse e iniziasse la ricerca) invece di 130.000 morti ne avremmo registrati fin qui 3.900.

Anche su questo punto naturalmente varrebbe la pena di approfondire. Ci sono dati apparentemente in controtendenza, come ad esempio quelli che riguardano il contagio in Israele nel mesi di luglio [https://datadashboard.health.gov.il/COVID-19/general], dati molto citati negli ambienti no-vax, che però ad una analisi approfondita parlano di un rischio contagio che comunque è molto minore tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati, anche se effettivamente questa differenza non è grande quanto ci si aspettava.

Nelle 4 settimane tra il 27 giugno e il 24 luglio ci sono stati in Israele 9.576 contagi tra la popolazione vaccinata con due dosi da più di un mese e 8.512 contagi tra quella non vaccinata. Facendo il confronto con le rispettive platee (5.733.904 vaccinati con due dosi da oltre un mese e 3.044.870 non vaccinati) risulta che in queste 4 settimane i contagiati sono stati 1.670 per milione relativamente ai vaccinati e invece 2.796 per milione relativamente ai non vaccinati.

E al contrario ci sono situazioni anche migliori di quelle delineate nel report dell’ISS, come ad esempio la USL Toscana nord-ovest, che ha rilasciato un report in cui afferma che nella settimana tra il 3 e il 9 agosto i nuovi positivi nel loro territorio (Massa, Lucca, Versilia, Pisa e Livorno) sono 1.593 di cui 1.524 non vaccinati (pari al 95%), 28 vaccinati solo con prima dose (pari al 2%) e 41 vaccinati con ciclo completo (pari al 3%). [https://www.uslnordovest.toscana.it/notizie/7517-coronavirus-1-593-nuovi-positivi-negli-ultimi-7-giorni-nell-asl-toscana-nord-ovest-il-punto-anche-sulle-vaccinazioni-anti-covid]

In conclusione prima di azzardare affermazioni apodittiche sia in un senso (il vaccino protegge al 100%) sia nell’altro (il vaccino non serve a nulla) forse varrebbe la pena di prendere seriamente in esame tutti i dati disponibili e di ragionare serenamente sulla cosa.

3. «Il vaccino ha effetti negativi di cui non si parla; in Europa si contano decine di migliaia di casi, tra cui almeno 6.000 morti e molti altri con danni permanenti

È del tutto inesatto. Aifa, per l’Italia, produce mensilmente un “Rapporto sulla Sorveglianza dei vaccini COVID-19” in cui vengono esaminate le segnalazioni di effetti negativi dopo la vaccinazione. L’ultimo è il settimo ed è stato pubblicato il 26 luglio scorso. [https://www.aifa.gov.it/documents/20142/1315190/Rapporto_sorveglianza_vaccini_COVID-19_7.pdf]

In questi rapporti Aifa riporta il numero delle “sospette reazioni” avverse che a fine luglio erano 84.322 su quasi 66 milioni di dosi somministrate e le analizza in modo dettagliato suddividendole per sesso, per età, per tipologia di reazione, ecc.

Di queste sospette reazioni avverse il 12,8% , circa 10.800, viene definito “grave” e mentre la maggior parte hanno avuto come esito la guarigione, per 498 è stato indicato come esito il decesso.

Ma, attenzione, si sta sempre parlando di “segnalazioni di effetti negativi” che chiunque, operatore sanitario o privato cittadino, può inserire a sistema e non di dati di cui è stata verificata la correlazione con il vaccino.

Nella “guida alla lettura dei dati” che Aifa riporta in ogni rapporto sta scritto chiaramente che “Ogni segnalazione rappresenta un sospetto che richiede ulteriori approfondimenti, attraverso un processo che porta, via via, a riconoscere se la reazione che è stata descritta possa avere una relazione con la somministrazione del vaccino.”

Ed è in base a questo processo che alla fine Aifa dichiara che su 498 segnalazioni di decessi, quelli che effettivamente hanno una correlazione verificata con il vaccino sono solo 7 (pagina 13 del rapporto citato).

Da dove arrivano allora i numeri riportati in molta pubblicistica online?

Questa storia dei seimila morti per il vaccino la si trova per la prima volta su Facebook in un’immagine pubblicata su FB il 25 aprile 2021 da una certa Manola Rossi, immagine intitolata «Il silenzio degli innocenti: 6.000 morti da vaccino secondo l’Ema». [https://www.facebook.com/photo?fbid=111415694419176]

L’immagine è a sua volta lo screenshot di un articolo del blog Il Simplicissimus, pubblicato qualche giorno prima, l’8 aprile 2021, [https://archive.vn/gwz6a] in cui si scrive testualmente «stiamo assistendo alla più grande strage da vaccino mai verificatasi nella storia delle medicina».

Simplicissimus scrive che i dati sono ricavati da fonti ufficiali dell’Ema, cioè l’agenzia del farmaco europea.

E in effetti questi dati provengono da EudraVigilance, cioè la Banca Dati Europea delle segnalazioni di sospette reazioni avverse ai farmaci [https://www.adrreports.eu/it/]

Il fatto che vengano fatte girare immagini di questi dati invece che fornire i link è una scelta ragionata.

Infatti il link permetterebbe di leggere il disclaimer iniziale di EudraVigilance: “Le informazioni presenti su questo sito web non rappresentano una conferma di un potenziale nesso tra il medicinale e l’effetto o gli effetti osservati. Le informazioni pubblicate su questo sito web riguardano le associazioni sospette che riflettono le osservazioni e i pareri del segnalatore.” [https://www.adrreports.eu/it/disclaimer.html]

Quello che si cerca di non far capire è che i dati di EudraVigilance sono i dati grezzi, non controllati e non verificati che possono corrispondere a un problema reale piuttosto che invece ad una situazione di paranoia.

Per capire come funziona EudraVigilance basta cercare i dati relativi ai vaccini a partire dalla pagina https://www.adrreports.eu/it/search_subst.html cercando per sostanza e alla lettera C si trovano i 4 vaccini contro il Covid 19: Moderna, Pfizer-BioNTech, Astrazeneca e Janssen.

Da aprile sono passati diversi mesi e infatti adesso i casi segnalati sono molti di più: per tutti 4 i vaccini nei paesi dell’Unione Europea si contano 525.473 reazioni avverse.

Tenendo presente che nei paesi UE sono stati inoculate circa 500 milioni di dosi si tratterebbe di una segnalazione ogni mille dosi di vaccino.

Ma per quanto riguarda il significato reale di queste segnalazioni, basta sfogliare i grafici del sito per accorgersi di diverse cose.

La maggior parte delle segnalazioni di effetti avversi relativi ai vaccini arrivano dall’Olanda, ben 118.524. Cioè il 22,55% del totale delle segnalazioni arriva da un paese che rappresenta il 3,86% della popolazione europea.

Ma questo solo per le segnalazioni relative ai 4 vaccini. Per quanto riguarda le segnalazioni relative a medicinali di uso comune, come possono essere paracetamolo (tachipirina), acido acetilsalicilico (aspirina) e ibuprofene (brufen) verifichiamo invece che quelle che provengono dall’Olanda sono proporzionali al peso demografico di questo Paese, e quindi 790 (2,66%) per il paracetamolo, 579 (1,57%) per l’acido acetilsalicilico e 705 (2,82%) per l’ibuprofene.

Inoltre per Astrazeneca e per Janssen il 75% delle segnalazioni arriva da privati cittadini e solo il 25% da operatori sanitari. E per gli altri due vaccini i rapporti sono di 50% e 50%. Mentre normalmente, per tutti gli altri medicinali, le segnalazioni provengono per la maggior parte da operatori sanitari e non da privati cittadini (ad esempio il 75% di segnalazioni relative all’ibuprofene arriva da operatori sanitari e l’85% di quelle relative all’acido acetilsalicilico).

Già solo prendendo in esame questi dati si capisce che buona parte delle segnalazioni di EudraVigilance relative ai vaccini Covid-19 è da attribuire più a situazioni di psicosi collettiva che a reali effetti negativi.

Altrimenti non si spiegherebbe come sia possibile che un quarto delle segnalazioni effettuate nella UE arrivi dall’Olanda, né come sia possibile che due terzi delle segnalazioni arrivino da privati cittadini invece che da operatori sanitari.

Da dire inoltre che negli USA esiste un sistema analogo che si chiama VAERS (Vaccine Adverse Event Reporting System) che funziona allo stesso modo di EudraVigilance, cioè come collettore di segnalazioni che poi vanno approfondite da altri enti, e nulla di più.

Proprio per questo anche prima della pandemia i no-vax nordamericani mistificavano i dati di VAERS facendo credere che questi dati fossero la prova provata che i vaccini erano responsabili delle peggiori nefandezze, sostenendo che ogni “segnalazione” valesse come una “verifica comprovata”.

Per denunciare questo uso improprio, un medico americano – il dottor James Laidler – ha inserito su VAERS un rapporto dicendo che, dopo aver fatto il vaccino antinfluenzale, la sua pelle era diventata verde e i suoi muscoli si sono gonfiati trasformandolo nell’Incredibile Hulk. Il suo rapporto è stato accettato e inserito nel database [https://skepticalinquirer.org/2018/11/diving-into-the-vaers-dumpster-fake-news-about-vaccine-injuries/]. Ovviamente la “verifica” successiva ha stabilito quel che doveva stabilire...

4. «I paesi col maggior numero di vaccinati sono quelli in cui la pandemia è ora più aggressiva e dove si sviluppano varianti più aggressive»

Anche questa informazione non è esatta.

Tralasciando quelli con meno di un milione di abitanti, i Paesi con un numero più alto di dosi inoculate in rapporto al numero degli abitanti sono gli Emirati Arabi Uniti (con 176 dosi per ogni 100 abitanti) seguiti dal l’Uruguay (147) e da Singapore (146). La molto citata Israele è solo al 4° posto con 143 dosi ogni 100 abitanti, seguito dal Bahrain (143) e la Danimarca (140), l’Islanda è al 7° posto con 139 dosi per 100 abitanti, seguita del Cile (139), dal Canada (137), dal Belgio (134), dal Portogallo (134), dalla Spagna (132), dalla Cina (131), dall’Irlanda (130) e infine dalla Gran Bretagna, in 15ª posizione con poco meno di 130 dosi ogni 100 abitanti. [https://ourworldindata.org/covid-vaccinations?country=OWID_WRL]

È vero per esempio che Israele, Gran Bretagna e Islanda – molto citati nella pubblicistica online – sono tra i paesi che in questo momento hanno il maggior numero di nuovi positivi (nelle due settimane tra il 15 e il 18 agosto sono stati 8.442 per milione di abitanti in Israele, 4.098 per milione di abitanti in Islanda, 6.048 per milione di abitanti in Gran Bretagna), ma non è vero che questi tre Paesi siano tra quelli con il maggior numero di vaccinazioni (sono in quarta, settima e quindicesima posizione).

Al contrario il paese con il maggior numero di vaccinazioni, cioè gli Emirati Arabi Uniti ha avuto nelle stesse due settimane solo 1.853 nuovi positivi per milione di abitanti, l’Uruguay secondo in classifica ne ha avuti 477 e Singapore 162. [https://news.google.com/covid19/map]

Sempre nelle stesse due settimane l’Iran ha avuto 6.481 nuovi positivi per milione di abitanti, cioè di più di quelli della Gran Bretagna, pur essendo in uno degli ultimi posti nella classifica delle vaccinazioni con 19 dosi ogni 100 abitanti e la Thailandia, con 34 dosi di vaccino ogni 100 abitanti, ha avuto 4.259 nuovi positivi per milione di abitanti; cioè tre volte di più di quelli dell’Islanda.

Di fatto il presunto collegamento tra maggior numero di vaccinazioni e “maggior forza” della pandemia è indimostrabile.

Anche per quanto riguarda le varianti sarebbe da ricordare che tutte le varianti sono state identificate prima che iniziasse la campagna vaccinale: la Alfa è stata identificata nel Regno Unito a settembre 2020, la Beta in Sud Africa a maggio 2020, la Gamma in Brasile a novembre 2020, la Delta in India a ottobre 2020 e infine la Lambda in Perù a dicembre 2020 [https://www.ecdc.europa.eu/en/covid-19/variants-concern]

È dunque difficile sostenere che la varianti siano effetto di un evento successivo alla loro individuazione.

5. In conclusione

In questo anno e mezzo di pandemia si sono diffuse le narrazioni più assurde e tossiche. Di questo dobbiamo essere consapevoli così come della necessità di un lavoro continuo di verifica. Mai come oggi il fatto che un concetto sia condiviso da molte persone non significa per questo che sia vero.

Con questo non voglio assolutamente dire che invece “la verità” stia scritta nei documenti ufficiali. Al contrario, anche i documenti ufficiali vanno sviscerati, analizzati, sottoposti a critica. Ma questo lavoro deve essere fatto con metodo scientifico e non con le scorciatoie, le semplificazioni, le frottole messe in giro dai complottisti.

I dati sui contagi, sulle ospedalizzazioni, sui ricoveri in terapia intensiva, sui decessi sono davvero attendibili? E’ una domanda che è giusto porsi e bisogna essere consapevoli che questi dati possono anche essere falsificati – come è successo ad esempio in Sicilia, ma per difetto, in modo da evitare il passaggio in “zona rossa” – e che quindi vanno sempre e comunque controllati e ricontrollati più volte per individuare eventuali anomalie.

Per quanto riguarda gli effetti negativi dei vaccini, in particolare, se si vuole approfondire si possono ad esempio analizzare le 423 “segnalazioni” di decesso che riguardano l’Italia e capire se per caso i controlli dell’AIFA non abbiano escluso casi correlati con la vaccinazione, mentre sparare numeri a caso non serve a nulla

In conclusione, vorrei anche che fosse chiaro che personalmente considero il green pass una misura insufficiente e contraddittoria, che è stata disegnata soprattutto per dare uno strumento di coercizione in più alla parte padronale.

Ma per quanto riguarda la partecipazione alle mobilitazioni contro il green pass in Italia la questione centrale è se noi siamo vaccinati a sufficienza contro le infinite “fake news” diffuse da ogni tipo e specie di complottisti, negazionisti, no-mask, no-vax, QAnon e ViVi che le frequentano e, spesso, le organizzano.

P.s. Ieri la Food and Drug Administration statunitense (Fda), equivalente dell’Ema europea e dell’Aifa italiana, ha autorizzato definitivamente il vaccino Pfizer. Fin qui era stato autorizzato “solo per l’emergenza”, il che aveva aiutato la diffusione della prima falsa notizia (“sono ancora sperimentali”).

Per il microbiologo Andrea Crisanti questo apre le porte all’obbligo vaccinale per tutta la popolazione, superando in non senso del “lasciare libertà individuale” e poi imporre “certificati” senza i quali non si può lavorare, mangiare o altro in spazi chiusi.

Fonte

07/09/2020

Come si allevano le bufale

Corso accelerato di mistificazione storico-propagandistica.

In merito alla fossa comune trovata in Slovenia alcuni giorni fa.

Nei giorni 27 e 28 agosto leggiamo quanto segue.

Pagina di Radio Capodistria, firma Stefano Lusa:

«sono stati trovati anche i resti di almeno una donna, comunque non ce ne sarebbero più di cinque. Nessuno aveva meno di 15 anni».

L’Avvenire, firma Lucia Bellaspiga:

«Oltre un centinaio erano ragazzini tra i 15 e i 17 anni, e assieme a questi abbiamo rinvenuto anche cinque donne».

Il Giornale, firma Fausto Biloslavo:

«Dei resti di 250 vittime riesumate nella foresta di Kocevski (sic) oltre un centinaio avevano fra i 15 e 17 anni e almeno cinque sono donne».

Il giorno 29 su l’Avvenire appare una lettera di Matteo Salvini:

«… i resti umani di circa 250 persone, per lo più ragazzini tra i 15 e i 16 anni, innocenti».

Il 2 settembre abbiamo invece l’Unione degli Istriani che parla di

«resti di 250 giovani vittime dei partigiani comunisti titini»

ed il servizio di Andrea Romoli su Rai 2 (vedi foto):

«dove l’esercito di Tito aveva gettato donne e bambini».

Poi se gli fai presente che in conferenza stampa s’era detto che le donne erano 5 e che i minorenni (non minori di 15 anni) erano un centinaio, tu sei “negazionista”, non sono loro che ingrassano bufale che manco a Mondragone.

Fonte

27/08/2020

Strage di Bologna: la “pista palestinese” fa tappa in Bolivia?


Ancora sulla strage di Bologna, ancora un tentativo di depistaggio (40 anni dopo!) e ancora sulla base della presunta “pista palestinese”. Ce ne siamo occupati già diverse volte, ricordando come persino la magistratura italiana abbia voluto – nonostante anche ai primi riscontri si capisse che si trattava di una palese “bufala” – condurre un’indagine con tutti i crismi arrivando alla conclusione inevitabile. È una bufala.

Non fa niente, si continua sullo stesso canovaccio. Con la complicità sempre meno attribuibile al caso anche di testate “progressiste” – dopo il manifesto tocca ora a Il Dubbio – segno che gli interessi, e i soggetti motori (e paganti) di questo depistaggio sono fortissimi.

L’inchiesta svolta da Damnatio Memoriae su quest’ultimo “infortunio” della cosiddetta “informazione democratica” era iniziata come un semplice fact checking, che probabilmente si sarebbe esaurito in un post ironico.

Invece, tira un filo qui, tira un filo lì, ne viene fuori un quadro sicuramente molto interessante. A partire dal modo sgangherato di lavorare di gran parte del giornalismo italiano – che sbaglia persino su nomi a loro tempo famosi – capace di trasformare un fascista che ha lavorato per la CIA nel narcotraffico latinoamericano in un “testimone attendibile” di cose avvenute in un’altra parte del mondo (la nostra).

Ma non vogliamo togliervi il piacere della lettura e dunque non faremo spoiler…

*****

In un articolo del’8 agosto 2020, il quotidiano Il Dubbio presenta quella che definisce ‘una testimonianza’ di Giovanni Arcuri.

Il pezzo non ha suscitato interesse, malgrado – o forse proprio perché – affermasse cose sorprendenti: per dirne una, che il gruppo di Carlos (Ilich Ramirez Sanchez, terrorista di origine venezuelana all’ergastolo in Francia) avesse rapporti con i neonazisti. Il sogno democristiano degli opposti estremismi che si toccano, infine confermato?

Qui proponiamo un fact-checking dell’articolo, che dovreste leggere prima, e qualche considerazione che ne deriva.

Il ‘testimone’

Nell’introduzione, l’autore ricorda che per la strage di Bologna ci sono quattro condanne di membri dei NAR (gruppo neofascista italiano della seconda metà degli anni ’70), che però hanno avuto il sostegno di ‘diversi intellettuali di sinistra’ che ne mettono in dubbio la colpevolezza.

Di seguito, ricorda che per la strage di Bologna “non mancano indizi verso la pista palestinese. In esclusiva diamo spazio a una testimonianza che potrebbe corroborare quest’ipotesi” e introduce il testimone.

Giovanni Arcuri è romano, è stato ‘diversi anni’ in carcere, pena finita nel 2016, conosciuto come attore in un film premiato dei fratelli Taviani, e autore di libri scritti in galera. “Oggi è libero, anche se si è ritrovato nel 2016 accusato nuovamente di traffico di stupefacenti.”

Insomma recidivo poco dopo essere scarcerato, ma egli precisa di essere stato assolto in primo grado, “mi hanno solo mantenuto il delitto tentato”, che – tradotto – significa che il traffico di droga era stato fermato prima che avvenisse.

Ma, dice il giornalista “Va ribadito che parliamo di un passato che non appartiene più a Giovanni Arcuri.” Senz’altro vale la presunzione di innocenza anche per lui, un po’ meno le garanzie del giornalista. Che aveva appena ricordato che l’Arcuri “ebbe un ruolo nell’operazione Watch Tower, opera della CIA inerente al traffico di armi e stupefacenti, il cui scopo era quello di finanziare progetti della lotta anticomunista nei paesi dell’America Latina.”

L’Operazione Watchtower

Il giornalista si trova di fronte ad un potenziale testimone diretto di un’operazione clandestina, che rimonta al 1975-76, della quale si sa ancora oggi assai poco, e il cui cover-up farebbe rabbrividire il più assatanato dei complottisti, e... niente, non se ne cura.

L’Operazione Watchtower, che consisteva nell’installazione da parte delle forze speciali statunitensi, e su direzione della CIA, di un sistema di trasmettitori che da Bogotà, capitale della Colombia, fino a Panama creava una rotta coperta dalle intercettazioni lungo la quale gli aerei illegali potevano viaggiare contrabbandando così in tranquillità i loro carichi di cocaina.

L’operazione si ripeté almeno tre volte, per 3 o 4 settimane alla volta. Nelle ultime due passarono 30 e poi 40 aerei carichi – un traffico che si misura in decine o centinaia di tonnellate di cocaina pura – accolti all’arrivo a Panama da un ufficiale panamense e da un colonnello del Mossad israeliano, Michael Harari (noto per le disgraziate imprese di Lillehammer ed Entebbe, tra l’altro).

Quel che si conosce di Watchtower è dovuto soprattutto alle dichiarazioni del colonnello Edward P. Cutolo, che aveva diretto le ultime due missioni e che le raccontò in un affidavit (dichiarazione giurata a futura memoria) nel 1980, e venne ucciso un mese dopo.

Lo scopo dell’operazione, ricorda il giornalista “era quello di finanziare progetti della lotta anticomunista nei paesi dell’America Latina”. Propaganda, campagne di stampa, corruzione di politici al potere? No; tradotto, significa che venivano finanziati quegli squadroni della morte, torturatori, assassini, sistemi per far ‘scomparire’ i detenuti, che devastarono di lutti l’America latina per due decenni.

Lo schema era noto per essere già stato applicato con l’eroina importata dal Laos, e venne, proprio a seguito della Watchtower, ripreso ed ampliato dal colonnello Noriega, il cui primo socio fu subito Harari.

Dunque la CIA, mettendosi al soldo dei narcotrafficanti, poteva permettersi di continuare ed ampliare le operazioni speciali clandestine, ben oltre la compensazione di posti soppressi dall’amministrazione statunitense, e in barba alle proibizioni del Congresso.

I narcos, facevano il loro lavoro alla grande, si erano letteralmente comprati i militari americani e la CIA, ciò che garantiva loro ancor più discrezione e protezione.

Giuseppe Arcuri ha “avuto un ruolo” in tutto questo. Quale?

In casa Suarez

Egli stava dalla parte dei narcos colombiani, si può supporre. Perché la storia che racconta comincia in Bolivia, dove lui si trovava “perché avevo una relazione con la figlia di Roberto Suarez ed ero in contatto con personaggi che volevano mantenere lo status quo in Bolivia, che favoriva gli interessi degli Stati Uniti nell’area.”

La parte sui ‘personaggi per lo status quo’ è fin troppo criptica per delle deduzioni, permettendo molte speculazioni. Quanto alla relazione con figlia di Suarez, Heidy, si può dedurre che non fosse segreta; ovvero che l’Arcuri frequentasse casa sua e conoscesse il padre.

Roberto Suarez era effettivamente quel ‘re della cocaina’ di cui già all’epoca si parlava. Divenuto capo della sua ricca famiglia di allevatori, aveva preso in mano la lavorazione ed il commercio della pasta-base, prodotta dalla foglia di coca di cui è ricco il paese, e disponeva di una fortuna colossale.

Casa Suarez, una grande proprietà che includeva una pista privata per gli aerei (nella regione ve n’erano più di 60, e la sua sola flotta contava 28 Chessna), era ben frequentata.

Tra gli ospiti che non hanno bisogno di presentazioni, si ricorda Pablo Escobar con il suo socio Gonzalo Rodriguez Gacha, detto el Mexicano, il banchiere Roberto Calvi e il criminale di guerra nazista Klaus Barbie. Poi naturalmente moltissimi altri ancora, a cominciare da Arce Gomez, ministro dell’interno e cugino di Suarez. Si tratta di presenze fisiche sul posto, anche al momento dei fatti raccontati.

Se Arcuri stava con Heidy Suarez, questa era la gente che incrociava in casa. Ma pare che si trovasse lì a Santa Cruz de la Sierra, così, solo-per-amore, e nelle pause frequentava Fiebelkorn.

Il “faccendiere”

Joaquin Fiebelkorn, così egli lo chiama, è effettivamente Joachim Fiebelkorn, cittadino tedesco che ancora oggi usa anche il nome di Joaquin Legionario.

Nato nel 1947 a Lipsia, nel 1971 diserta dall’esercito tedesco e si arruola nella Legione straniera spagnola. Tornato a Francoforte, si arricchisce sfruttando quattro prostitute; viene denunciato per porto d’armi illegali.

Il suo impegno ‘politico’: con una associazione per la liberazione di Walter Reder, criminale di guerra nazista detenuto all’ergastolo in Italia quale principale responsabile della strage di Marzabotto, vicino a Bologna, dove nel 1944 nazisti e fascisti uccisero 1830 civili, tra cui centinaia di bambini.

Si trasferì in Paraguay, dove lavorava, ricorda Arcuri, “per l’amministrazione del presidente Stroessner”. Con ciò è da intendersi che figurava come “consigliere” della polizia politica del dittatore paraguaiano.

Si riuniva per ‘coordinare i compiti dell’intelligence’ con alti ufficiali della Seconda Divisione delle Forze Armate, la stessa che partecipava all’Operazione Condor, presso l’Hotel Guaranì e al Dado Rojo – uno dei bordelli che Fiebelkorn frequentava.

Proprio davanti a quest’ultimo sfidò, ubriaco, Adolf Meinike alla roulette russa: l’ex-SS ci lasciò la pelle, e Joaquin Legionario dovette sloggiare.

Arrivò in Bolivia con il suo gruppo e la cianfrusaglia del terzo Reich che amava tanto, per mettersi al servizio di Roberto Suarez Gomez, ‘il re della cocaina’. Non che a questi mancassero gli uomini armati, ma nel mondo dei narcos tutti provano a fregare tutti, diceva, e gli servivano maggiori affidabilità e competenze in armi.

Lo squadrone si dette come nome i Fidanzati della morte, e cominciò coll’intervenire sui problemi creati dai colombiani che talvolta partivano senza pagare, risolvendo la cosa con dei bazooka piazzati sulla pista di decollo.

Venne poi mobilitato da Klaus Barbie per la preparazione del golpe che portò sanguinosamente al potere il generale Garcia Meza e e il colonnello Arce Gomez. I fidanzati si distinsero nei massacri e nelle torture, spesso ricordati con l’immagine di ambulanze da cui scendevano e vennero ufficialmente inquadrati come “Gruppo Aquila”.

“Fiebelkorn è stato variamente descritto come un magnaccia, un uomo di mano, un assassino e un delinquente neofascista”, così scrivevano Linklater, Hilton e Ascherson nel lontano 1984. (Fiebelkorn has been variously described as pimp, strong-arm man, murderer, drugs dealer and neo-Fascist thug.)

Oggi Giovanni Arcuri e Damiano Aliprandi ce lo presentano come un “faccendiere”.
‘Faccendiere’ è “nel linguaggio giornalistico, persona che, per conto e a vantaggio di un imprenditore privato, svolge, con metodi per lo più poco leciti, attività di mediazione tra l’imprenditore e la pubblica amministrazione”
secondo il Treccani. Si può chiamare così, al limite, uno che commercia in armi, non certo uno che le usa di mestiere. Lo stesso Fiebelkorn probabilmente si offenderebbe a sentirsi appellare così.

Questa falsità non è una svista, e il fatto che la definizione sia stata addirittura messa nel titolo del pezzo lascia supporre che il giornale abbia verificato la cosa, rendendo più credibile la citazione tra virgolette.

Basti pensare alla differenza di effetto che avrebbe prodotto usando, anziché faccendiere, pappone, fanatico nazista o qualsiasi altra definizione basata sul suo reale curriculum. D’altro canto, solo guardando le sue fotografie, la cosa salta letteralmente agli occhi: sempre in uniforme – volentieri con quella delle SS – ed armato, a chi verrebbe mai in mente di definirlo un faccendiere?

‘Separat’, davvero?

Arriviamo così al centro della questione, le sue dichiarazioni e la rivelazione che dovrebbe ‘corroborare’ la “pista palestinese” per la strage di Bologna.

La ‘testimonianza’ di Arcuri è sostanzialmente un sentito dire: nel corso di una serata – ubriachi al bordello, si può immaginare, forse al Bavaria appena aperto da Fiebelkorn – “dove il liquore e le donnine abbondarono, mi parlò di Separat e di Carlos”.

Proprio così: Fiebelkorn che nel 1980 racconta di “Separat”. Ora, questo non era, né fu mai, il nome del gruppo di Carlos. La banda che mise su, dopo essere stato espulso dal FPLP, non aveva un nome, non produsse un solo documento politico o programmatico, quando qualsiasi altro gruppo armato dell’epoca ne produceva a iosa, e finì per improvvisare il nome ORI – Organizzazione Rivoluzionari Internazionali – per poter firmare una rivendicazione. In un’altra occasione, usò la sigla “Organizzazione della lotta armata araba”.

Separat è invece il nome del dossier, un Operativvorgang prodotto dall’Hauptabteilung XXII della StaSi su Carlos e il suo gruppo, che neppure lo stesso Carlos conosceva. La rivelazione pubblica di questo nome è avvenuta ben dopo il crollo del Muro di Berlino.

Come poteva Fiebelkorn conoscere questo nome nel 1980? Impossibile, salvo forse avere un contatto diretto con la StaSi, e presumibilmente non dei minori.

Non che la StaSi non avesse contatti con neonazisti della Germania occidentale. Aveva numerosi infiltrati (una sessantina) nei gruppi neonazi dell’ovest, poiché era specialmente interessata a che non solidificassero rapporti con quelli nascenti dell’est.

Ed è soprattutto noto il caso di Odfried Hepp, neonazista della Repubblica Federale Tedesca che venne ospitato e riciclato nella Repubblica Democratica Tedesca proprio come avvenne con alcuni ex-militanti della RAF.

Ma da lì ad immaginare che un Fiebelkorn qualsiasi, tramite il miglior contatto con la StaSi, potesse venire a conoscenza del nome di un dossier riservato concernente ben altro affare, ce ne corre. Tralasciando qui il fatto che le carte della StaSi indicano Fiebelkorn come quello che doveva recarsi in Italia poco prima dell’attentato di Bologna.

Una spiegazione meno fantascientifica della sorprendente affermazione di Arcuri è che Fiebelkorn NON gli parlò di Separat, e che egli stesso gli abbia attribuito a posteriori la conoscenza di quel nome: azzerando così il valore della propria ‘testimonianza’.

Di nuovo: una testimonianza ‘i’ consiste nel precisare ciò che si è sentito dire da qualcuno, e se al qualcuno vengono falsamente attribuite parole o conoscenze, la testimonianza de relato, già in sé irrisoria, perde qualsivoglia credibilità.

Qui casca l’asino, bis e tris

Ma veniamo al punto “cruciale”, come scrive Damiano Aliprandi: «Fiebelkorn – prosegue Arcuri – mi disse che avrebbe dovuto incontrare il suo grande amico Thomas Kram nel mese di agosto, in Germania. Kram sarebbe arrivato dall’Italia perché aveva un importante missione da concludere».

Fiebelkorn indica nome e cognome di quello che è un perfetto sconosciuto per Arcuri ed il resto del mondo, nel mezzo di bagordi con alcol e donne, senza alcun motivo apparente.

Arcuri se lo ricorda perfettamente dopo esattamente quaranta anni.

Fiebelkorn giustifica la conoscenza degli spostamenti di Kram poiché questi è un “suo grande amico”.

Nessun elemento è dato per confermare quella grande amicizia. Tra i due profili biografici non risalta alcun punto comune.

Di quello di Fiebelkorn si è detto sopra, fino all’epoca di cui si parla qui, quello di Kram è forse un po’ più noto a chi si occupa della cosa.

Thomas Kram nasce a Berlino, e lì studia pedagogia. Partecipa al movimento nato nel ’68 e per una protesta contro la guerra del Vietnam subisce il Berufsverbot, l’interdizione di lavorare. Diventa gestore, nel 1974, della Libreria alternativa di Bochum. Viene brevemente incarcerato nel 1976 per la diffusione di scritti sovversivi. Ha un breve impiego come educatore e va a Perugia a seguire un corso d’italiano per stranieri.

Nel 2009 sarà condannato a due anni con la condizionale per partecipazione all’attività delle RZ – Revolutionäre Zelle, che avevano come organizzazione sorella la Rote Zora, composta da donne – negli anni ’80.

Tra il curriculum di Fiebelkorn e quello di Kram non si trova alcun punto di contatto che potrebbe indicare una conoscenza personale tra i due. Né geograficamente, l’uno a Francoforte, l’altro a Berlino; né culturalmente, l’uno sfruttatore di prostitute, l’altro femminista; né politicamente, uno neonazista, l’altro comunista libertario.

Al contrario, appare un contrasto irriducibile su ogni aspetto, che nega la sola ipotesi di una ‘grande amicizia’. Proprio un caso da manuale dove un chiarimento deve essere ineludibile. Perché la ‘grande amicizia’ raccontata da Fiebelkorn ad Arcuri è la ragione medesima che giustificherebbe la conoscenza degli spostamenti di Kram in Europa da parte di Fiebelkorn in America latina.

Un’amicizia che implica inoltre un contatto vivo, a distanza intercontinentale, in un epoca senza WhatsApp, sms e telefoni cellulari. Contatto non solo per fissare un appuntamento, c’è anche l’informazione della “importante missione in Italia” che Kram avrebbe trasmesso a Fiebelkorn.

Informazione che almeno in qualche misura avrebbe dovuto essere segreta, se la missione era segreta, e che quindi all’epoca non si comunicava semplicemente per telefono o per telescrivente. Non risulta che nel periodo precedente Fiebelkorn fosse stato in Europa, né che Kram si fosse recato in America latina.

La domanda è semplice, come ha fatto Fiebelkorn a sapere della ‘missione’ e a fissare un appuntamento? La risposta non c’è.

Testimonianza od opinione?

Il resto delle dichiarazioni di Arcuri sono sue opinioni, tanto che precisa – excusatio non petita: “[È il mio] punto di vista derivante non da una presa di posizione di parte ma da fonti a mio avviso attendibili di persone legate a chi potrebbe avere avuto a che fare con tutto ciò”.

I fatti concreti:

– Arcuri è a Santa Cruz de la Sierra nel 1980, fidanzato con la figlia di Suarez Gomez. Affermazione sua non contestabile, tanto più che secondo altre fonti Heidy Suarez Levy, ebbe effettivamente spasimanti e boyfriend italiani.

– Era in contatto “con personaggi che volevano mantenere lo status quo in Bolivia, che favoriva gli interessi degli Stati Uniti nell’area”. Tra questi personaggi misteriosi non si può contare né Suarez né Fiebelkorn, che preparavano un golpe proprio in quel momento (il contrario dello status quo). L’analisi degli interessi USA nella regione riprende paro paro la tesi di Stefano Delle Chiaie, che a quel golpe partecipò.

– Conosce Fiebelkorn arrivato dal Paraguay con la sua banda. La descrizione dei Fidanzati della morte, “c’era anche Herbert Kopplin ex SS, esperto in armi corte...” riprende quasi alla lettera un passaggio della traduzione italiana del libro di memorie di Ayda Levy, moglie di Suarez.

– Fiebelkorn gli confida la grande amicizia con Kram ed il loro prossimo appuntamento, dopo l’importante missione in Italia di questi. Il contenuto della confidenza appare completamente inverosimile.

Le altre affermazioni sono indirette o mischiate a considerazioni. Si veda: “Mi fece capire che ogni tanto Carlos utilizzava i loro servigi in varie parti del mondo. Nel caso di Kram il contratto era stato appaltato per conto dello Fplp di Habbas anche se probabilmente dietro c’era sempre l’Olp ma non poteva ovviamente comparire poiché Arafat stava tentando di far riconoscere lo Stato Palestinese”.

Fiebelkorn dunque non glielo disse direttamente ma glielo ‘fece capire’.

Con questa formula di comodo si può introdurre nel già labile ‘sentito dire’ praticamente qualsiasi cosa, in particolare ciò che si ritiene aver capito, che sia oggi o 40 anni fa.

Da qui, e fino alla fine, l’intervista non ha più nulla della testimonianza e diventa un argomentare di sospetti che avrebbero dovuto intitolare ‘perché mi sono convinto che Kram ha messo la bomba a Bologna’, ancorché con un tale titolo qualsiasi redazione l’avrebbe cestinata.

Fa apertamente ricorso a cose che ha letto o sentito – da Francesco Pazienza! – per cucire il suo ‘contributo’ sull’ipotesi preconfezionata dell’attentato palestinese.

Il giornalista lo lascia fare, la sola distanza che prende sono le virgolette nel testo.

Kram mercenario in appalto

Eppure Arcuri non va a casaccio, ma mira a due punti molto deboli del costrutto, ovvero il fatto che Kram non sia mai stato membro del gruppo di Carlos, e che abbia usato i documenti a suo nome in albergo a Bologna.

Facendo sua la teoria della pista palestinese, Arcuri ne propone uno schema strutturato in subappalti: l’OLP chiede al FPLP di mettere una bomba in Italia; l’FPLP passa il mandato a Carlos; e Carlos lo subappalta a Kram.

Trasformando Kram in una ‘quarta entità’ a cui viene passato l’appalto stragista, evita di ripetere la sfacciata bugia di Giusva Fioravanti (condannato come autore della strage) che sostiene che Kram fosse “il braccio destro di Carlos”, quando è chiara l’inesistenza di una qualche integrazione di Kram nella banda Carlos.

Arcuri si appoggia su ciò che Fiebelkorn gli avrebbe ‘fatto capire’: “Questi individui non facevano parte del gruppo di Carlos, ma erano contattati ogni qual volta la loro presenza era fondamentale per la loro professionalità e riservatezza comprovata”.

Gli individui in questione sarebbero i mercenari (incidentalmente: fa sorridere la ‘riservatezza comprovata’ visto il racconto della missione segreta prima ancora che abbia luogo). Thomas Kram è dunque da considerarsi in questa categoria di operatori: non avendo alcuna ragione di mettere una bomba in una stazione italiana, l’avrà fatto per soldi.

In azione come mercenario, non si capisce perché mai abbia usato i propri documenti originali d’identità.

Arcuri trova la soluzione: “Alcuni mercenari che erano in Bolivia” gli dissero “che dall’Europa in quel periodo c’erano dei problemi con i documenti”.

È un’affermazione generica e incontrollabile, oltre che irrilevante. L’uso di questo semplice, ma pessimo, argomento retorico – che sarebbe ridicolo se non fosse legato ad un evento così drammatico – non fa che squalificare ulteriormente il suo discorso.

Passato da testimone ad accusatore, conclude da giudice obiettivo: “Potrebbe essere stata una scelta obbligata per non far saltare l’operazione, un’emergenza? Non possiamo né assicurare né smentire, quello che è certo è che Kram era a Bologna il 2 agosto e poi andò in Germania come disse Fiebelkorn”.

Ancora su Fiebelkorn

Arcuri perse di vista Joaquin Legionario qualche giorno dopo le confidenze. Questi partecipò, come si è detto, al golpe, ed Arce Gomez gli consegnò una lista di 140 piccoli trafficanti. Tutta la concorrenza a Roberto Suarez, che aveva finanziato il golpe, andava spazzata via, cosa che la banda fece con piacere, arricchendosi a dismisura.

Una volta finita l’epoca nel ‘narcogoverno’, la banda, i cui eccessi avevano scandalizzato gli stessi gorilla ed addirittura Klaus Barbie, dovette fuggire. Vennero arrestati alla frontiera col Brasile, con armi, cianfrusaglia nazista e 3 kg di cocaina come regalo di buon viaggio.

Si accordò allora con la DEA, l’agenzia antidroga statunitense, che lo passò al BKA (Bundeskriminalamt, la polizia federale tedesca). La sua collaborazione produsse degli arresti, quale quello di Rudolph Grab.

Fiebelkorn era stato nel frattempo accusato della strage di Bologna, ovvero di essersi recato in Italia su indicazione di Delle Chiaie.

Ed in Germania era accusato anche di altri reati, oltre al traffico di droga c’era la tortura di un’impiegata di Suarez. La testimonianza di Rudolph Grob, che era con lui in Bolivia a ricevere un carico, gli dette un alibi per le accuse italiane, che caddero.

Nel 1982 Roberto Suarez junior, figlio del boss, venne arrestato in Svizzera. La madre Ayda, la sorella Heidy e gli altri due fratelli che erano li a godersi la vita del jet-set, si videro improvvisamente confrontati con i metodi poco elvetici del commissario Cattaneo.

Questi fa chiamare Fiebelkorn e lo incontra nell’ufficio della DEA di Milano, poi gli fa un passaporto falso e lo porta in Svizzera, senza neppure informare i superiori, per mandarlo ad un colloquio in carcere con Roby Suarez. Questi, non sapendo di avere a che fare con un infiltrato, gli chiede di riunire i Fidanzati ed organizzare la sua evasione.

Roby sarà invece estradato negli Stati Uniti. La faccenda ebbe un eco mondiale, poiché il padre Roberto scrisse al Presidente Reagan offrendo di saldare di tasca propria il debito della Bolivia verso gli USA, domanda che venne respinta.

Roby venne però prosciolto e liberato, in smacco alla polizia ticinese, da un giudice di Miami poiché le accuse riguardavano Roberto senior, e non lui.

Nelle sue memorie, il commissario Cattaneo ci offre un esempio del ‘lasciare intendere’:
“Comunque, io non ho ancora finito con i due neonazi. Il magistrato italiano Gentile, incaricato delle indagini sulla strage che fece più di 85 morti e 150 feriti alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980, aveva emesso un mandato d’arresto internazionale per Fiebelkorn. Un ex “fidanzato della morte” lo accusava di aver posato la bomba.

Ora, Fiebelkorn dispone di un solido alibi: il giorno della strage stava ricevendo un carico di narcodollari in un aeroporto clandestino dei Suarez, alibi confermato da Rudi Grob, nonostante non avesse alcun motivo per fare un regalo all’uomo che lo ha fatto arrestare.

Anche se scagionato, l’impressione è che i due conoscano la verità sulla strage di Bologna. Sanno che è stata organizzata e preparata in Bolivia. Non me lo hanno mai detto direttamente, ma me lo hanno fatto intendere. All’epoca, presso i “fidanzati della morte”, si trovavano alcuni terroristi italiani di estrema destra, tra cui il temibile Stefano Delle Chiaie, ricercato in Italia per la sua partecipazione a diverse stragi.

Grob e Fiebelkorn avrebbero visto in Bolivia un importante politico italiano, hanno evocato la loggia massonica P2 e parlato del trasferimento in l’Italia di enormi somme di denaro. Mi hanno fatto capire che, se gli fossero fornite delle precise garanzie, soldi e passaporti, accetterebbero di collaborare. Gli italiani rifiutano e l’accordo salta.”
Finale con autogol

Oggi Joachim Fiebelkorn vive in Spagna, ha una grande finca presso Alicante, organizzata come un fortino, dove riceve vecchi commilitoni e ufficiali delle forze armate spagnole. Accanto all’altare per la messa, ha piazzato due mitragliatrici su treppiede. È facilmente raggiungibile, e sarebbe probabilmente contento di ricevere un giornalista che parlerà ancora di lui. Ma occorre la volontà di verificare quanto ha detto Arcuri, cosa che sembra mancare al giornalista de Il Dubbio.

Non si ha sentore in tutto il pezzo di un qualche controllo di fatti e fonti. Il nome del capo del FPLP, George Habbash (Abu Abbas è invece il nome del capo del FLP, altra frazione), viene indicato due volte come Habbas: l’errore, in sé piccolo, è sintomatico di quanto anche le più semplici correzioni di contenuto, le più facili da verificare, siano state evitate.

Aliprandi si appiattisce sul racconto di Arcuri e pare condividerne appieno l’orientamento. Nella conclusione dà redazionalmente spazio alla posizione di Kram, che è evidentemente quella dell’accusato, riportando delle spiegazioni date da Kram.

Lo introduce però con una formulazione assai problematica: “Per dovere di cronaca Kram ha da sempre rigettata le accuse di aver fatto parte dell’organizzazione di Carlos”. Si lascia intendere che egli sia stato accusato da una qualche autorità in Germania, in Italia o altrove, il che è falso.

‘Dovere di cronaca’ significa dovere al pubblico un’informazione completa. Recte: “Per dovere di cronaca Kram non è mai stato accusato di far parte del gruppo di Carlos”.

Qualche riga più sotto una sorta di chiarimento: le accuse sono quelle della campagna stampa, che procede a colpi di ’scoop’. L’ultimo dice che Kram era già stato nello stesso albergo, che contemporaneamente ospitava Paolo Bellini, di Avanguardia Nazionale. Sfugge al lettore cosa debba ora sospettare: che Kram era in contatto con Avanguardia Nazionale, e dunque avrebbe ricevuto da questa, e non da Carlos, il mandato omicida?

La frase finale del pezzo è folgorante.

“Kram, cinque mesi prima della strage era stato già a Bologna, e quel giorno, in quello stesso albergo, ha soggiornato anche Paolo Bellini, l’ex primula nera di Avanguardia nazionale. Ricordiamo che i Nar, invece, erano una formazione nata come punto di rottura e antagonismo nei confronti delle formazioni golpiste e stragiste.”

I NAR secondo Aliprandi erano antagonisti, cioè rivali, nemici, di Avanguardia Nazionale. Non nascono ammazzando comunisti, come Roberto Scialabba e Ivo Zini, né sono intenti stragisti il lancio di due bombe a mano contro una sede del PCI, con 27 feriti, e le mitragliate contro un collettivo di donne a Radio Città Futura con tanto di lancio di molotov in un locale chiuso.

Il cerchio della mistificazione si completa: Fiebelkorn è un faccendiere e Fioravanti un antifascista.

Anche nelle questioni più gravi, l’Italia va a tifoserie. Nella memoria pubblica italiana, la magistratura ha i suoi fans, chi critica la sentenza di condanna viene arruolato tra i fans della squadra avversaria, quella che scommette su una Verità Alternativa. E chi dubita della Verità Alternativa subisce la stessa sorte, in senso contrario.

Poi c’è chi s’arruola volontariamente da una parte: il pezzo discusso qui si proponeva di contribuire alla campagna contro Kram, ma, grazie alla sua splendida e partigiana ignoranza, finisce per essere un autogol che la stessa tifoseria per la “pista palestinese” fischierà.

Ciò che sorprende, è che questo appaia su un giornale che si vuole, salvo errori, garantista e attento ai diritti dei deboli.

Fonte

08/04/2020

Coronavirus - Smontate le principali fake news contro la Cina

C’è un virus che ha ormai contagiato gran parte delle redazioni del circuito informativo mainstream. Non si tratta dell’ormai famigerato Covid-19. Si tratta bensì del virus delle fake news. Un virus che nei confronti della Cina è andato ad acquistare virulenza man mano che il gigante asiatico è riuscito a sconfiggere l’epidemia di Covid-19, mostrando così al mondo intero come il socialismo sia di gran lunga superiore al capitalismo neoliberista capace solo di devastare i sistemi sanitari occidentali. Col risultato che i paesi cosiddetti avanzati si sono trovati letteralmente travolti dal coronavirus.

Contro la Cina hanno scritto e detto, i soliti noti che ormai ben conosciamo e che non citiamo per non regalargli immeritata pubblicità, che ha barato sui numeri come mostrerebbero le consegne delle urne funerarie nella città di Wuhan e cercato di nascondere l’epidemia al mondo.

Queste accuse rispondono al vero? Andiamo a controllare.

Le immagini di lunghe code e pile di urne nelle case funebri di Wuhan - scrive Global Times - hanno dato a politici e media stranieri nuove munizioni per attaccare la trasparenza della Cina sui dati relativi al coronavirus.

Alcuni media occidentali, come Newsweek, hanno fatto una stima audace ma dubbia, usando l'immagine di una lunga fila, alcune dichiarazioni dei residenti locali e urne distribuite, per affermare che Wuhan avesse un bilancio di 26.000 vittime.

La città è rimasta sigillata per due mesi, quindi anche le pompe funebri. Oltre alle morti causate dal virus sono da registrare anche le morti non causate dal virus in una metropoli da 9 milioni di abitanti. Come spiegato da Zheng Shuqian, un dipendente di uno dei centri sanitari della comunità di Wuhan, che ha anche accompagnato i residenti a raccogliere le urne. Un totale di 47.900 persone sono morte a Wuhan nel 2018, il che significa che circa 4.000 persone sono morte mensilmente in media, secondo i dati dell'ufficio di statistica di Wuhan.

I dati ufficiali mostrano che 2.535 persone a Wuhan sono morte a causa del virus, portando il tasso di moralità della città al 4,6 per cento.

Martedì, la Cina ha anche ordinato l'inclusione dei casi di coronavirus senza sintomi nella cifra delle statistiche nazionali. Ma il numero è relativamente piccolo. Secondo la National Health Commission (NHC), un totale di 1.541 pazienti asintomatici sono stati messi sotto osservazione in Cina a partire da lunedì.

Il quotidiano South China Morning Post, ha affermato di aver ottenuto un documento riservato dove viene detto che la Cina ha omesso di riferire tutti i suoi casi confermati di COVID-19, circa un terzo, ossia più di 40.000 infezioni.

L'NHC ha dichiarato martedì che le autorità hanno iniziato a censire i pazienti asitomatici già dal 28 gennaio. Ai pazienti asintomatici e ai loro stretti contatti è stato richiesto di mettersi in quarantena di 14 giorni, il che ha confuta le affermazioni secondo cui la Cina non è riuscita a regolare o aveva "coperto" questo gruppo di pazienti.

Martedì gli esperti medici hanno anche dichiarato al Global Times che era ragionevole per la Cina escludere in precedenza i pazienti asintomatici, perché se uno non ha sintomi non ha bisogno di essere curato.

Wang Guangfa, direttore del dipartimento di medicina respiratoria e di terapia intensiva presso il Primo Ospedale dell'Università di Pechino, ha sottolineato che la Cina ha testato e riportato più soggetti rispetto ad alcuni paesi occidentali, tra cui persone con sintomi lievi e contatti stretti.

All'inizio dell'epidemia, la Cina ha trascurato di controllare sospetti contagiati e stretti contatti a causa della mancanza di conoscenza del virus e dell'assenza di kit di test. Il governo è stato presto avvisato dalla gravità del virus e ha corso contro il tempo per radunare quelli che dovevano essere messi in isolamento, e ha classificato le misure di quarantena di tutti i pazienti COVID-19, casi sospetti e contatti stretti.

Il virologo belga Guido Vanham, ex capo della virologia presso l'Istituto di medicina tropicale dell'Università di Anversa, ritiene che la Cina abbia svolto un lavoro migliore rispetto alla maggior parte dei paesi in Europa e negli Stati Uniti. È possibile che all'inizio ci siano state alcune esitazioni a Wuhan e Hubei, ma questa era una situazione completamente nuova. È molto meno comprensibile che la maggior parte dei paesi europei e degli Stati Uniti, dopo aver visto ciò che era accaduto in Cina, non abbiano anticipato in precedenza e abbiano esitato così a lungo a prendere le misure appropriate, che sono in esecuzione proprio ora.

I paesi potrebbero non aver creato un sistema per identificare i pazienti con COVID-19, ma hanno una base diagnostica molto simile, tra cui sintomi clinici, CT e risultati dei test nucleici, ha affermato l'epidemiologo capo del Centro cinese per le malattie e il controllo Zeng Guang, rilevando che è sbagliato accusare la Cina di adottare diversi criteri diagnostici solo per ridurre il numero di infezioni del paese.

I media britannici hanno affermato che il primo ministro Boris Johnson è stato avvertito da alcuni consulenti scientifici che le statistiche dichiarate ufficialmente dalla Cina sul numero di casi di infezione da coronavirus potrebbero essere “sottostimate da un fattore di 15 a 40 volte", ma tali rapporti non specificavano chi fossero i consulenti o come sono arrivati alle loro conclusioni.

L’accusa però è totalmente infondata.

A tali accuse infondate non potevano non unirsi i politici USA. Il presidente Trump ha espresso i suoi dubbi sul numero di casi COVID-19 segnalati dalla Cina. "Non sappiamo quali sono i numeri in Cina", ha detto il presidente quando gli è stato chiesto da un giornalista se fosse sorpreso che gli Stati Uniti abbiano superato la Cina nel numero dei casi.

Unendosi a Trump, il senatore Marco Rubio - uno dei falchi in servizio permanente contro i paesi progressisti e socialisti in America Latina - ha scritto su Twitter che si tratta di "un cattivo giornalismo" riferire che gli Stati Uniti hanno più casi di coronavirus rispetto alla Cina, in quanto "[noi] non abbiamo IDEA di quanti casi la Cina abbia realmente, ma senza dubbio sono significativamente più di quanto ammettano”.

Molti politici in Occidente sono avvelenati da questa "mentalità malsana" che rende difficile per loro accettare il fatto che l'epidemia si stata neutralizzata in Cina così in fretta, ha detto il professor Zhang Yiwu dell'Università di Pechino.

Zhang ha affermato che la mentalità origina dalla loro supposta "supremazia occidentale" ed è stata amplificata dal netto contrasto tra la vittoria graduale della Cina sul virus nei confronti dei loro strazianti sforzi di prevenzione del virus.

"In precedenza avevano criticato le misure di blocco della Cina e la sua costruzione di ospedali improvvisati, che in seguito si sono rivelati l'unica soluzione efficace ed è stato come uno schiaffo in faccia. Quindi hanno spostato il loro attacco alla Cina sulla trasparenza dei dati".

Gli osservatori hanno notato che è inutile incolparsi l'un l'altro in un momento così critico, poiché tutti sono esposti al danno del virus. "È tempo che i paesi si uniscano per combattere insieme il virus", ha esortato Zhang.

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13/05/2019

Il libero pensiero secondo i social

La chiusura di 23 pagine Facebook italiane – buona parte “tifose” della Lega o dei Cinque Stelle – è una classica “novità” da esaminare con attenzione.

La decisione dei vertici del social fondato da Mark Zuckerberg è arrivata dopo un’inchiesta condotta da Avaaz, una ong internazionale che ha censito con cura una serie di account intestati a nomi improbabili e che veicolavano “informazioni false e contenuti divisivi contro i migranti, antivaccini e antisemiti”.

Roba da chiudere anche a mazzate, insomma. E, fin qui, nulla da eccepire. Siamo tutti tormentati quotidianamente da centinaia di post “condivisi” – spesso da gente che si fa abbindolare solo da un titolo studiato apposta – che sparano idiozie di ogni tipo. Noi stessi, quasi ogni giorno, segnaliamo ai nostri lettori fake news di grande rilevanza, magari diffuse dai più accreditati media mainstream...

Stiamo parlando qui di pagine abbastanza seguite (un totale di quasi due milioni e mezzo di followers), che contribuivano insomma a creare un pubblico intossicato da “informazioni” false, slogan razzisti, credenze antiscientifiche, ecc. Gente che poi vota in base a quel che crede di “sapere”...

I problemi su cui ragionare, dunque, non riguardano affatto la “difesa della libertà di espressione” – che ai falsari consapevoli va sempre negata (gli errori sono un’altra cosa, e li commettono tutti: si riconoscono, si chiede scusa e si va avanti) – ma sull’origine di questa operazione di “pulizia”.

Che è totalmente privata. Lo è l’ong Avaaz; lo è soprattutto Facebook, il social con più utenti al mondo, che sulle scemenze e i profili individuali rivenduti sul “mercato” ha costruito l’immensa fortuna del suo fondatore.

Un “privato” può indubbiamente negare a chiunque creda l’accesso sulla sua piattaforma. Ma questo toglie parecchio fascino a un “luogo” che è stato presentato come un palestra di libera espressione. In futuro, per esser chiari, a seconda delle vicende politiche del mondo, potrebbero essere “bannate” altre tipologie di utenti o creatori di pagine, in base a criteri decisi soltanto dal “proprietario”.

Non si tratta di un’illazione, in quanto tra le motivazioni addotte c’è esplicitamente anche la capacità di quelle pagine di “influire sulle elezioni”. Se questa volta l’operazione “repulisti” ha colpito gente che poteva essere tranquillamente repressa dalla “mano pubblica” (ma ce lo vedete voi Salvini chiudere le pagine dei contafrottole che l’hanno gonfiato come un pallone nei consensi?), la prossima potrà toccare ad altre forze o ideologie sgradite al “proprietario”.

Una volta inaugurata la prassi dell’esclusione “per via privata”, insomma, non c’è teoricamente o legalmente alcun limite: tutto dipende dagli interessi di mr. Zuckerberg (sia commerciali che politici o geopolitici).

In questo senso, si conferma in mondo concreto che la “globalizzazione” è finita. E con essa l’indifferenza per le varie opzioni, idee, concezioni del mondo, ideologie. E Facebook tende a trasformarsi in “piattaforma dell’Occidente”, contrapposta a quelle cinesi o russe o – se ne esistessero, nella decadente Unione Europea dell’austerità e della ridottissima ricerca scientifica – europea. Anzi, di un Occidente politically correct il cui baricentro viene fissato da un solo azionista...

Non è l’unico punto critico nascosto sotto questa notizia. C’è il tema dell’impotenza degli Stati – specie quelli meno grandi e meno dotati sul piano tecnologico – davanti allo strapotere delle multinazionali (come se non bastassero le “oscillazioni di mercato” e lo spread). Il fatto che la legalità di alcuni contenuti – la loro “propagandabilità” – sia decisa non da istituzioni democraticamente elette, ma da singoli imprenditori, segna un fondamentale punto di crisi nello sviluppo della democrazia.

C’è il tema del significato reale delle presunte “condivisioni”, istituzionalmente ridotte a impressioni senza alcun fondamento. La superficialità con cui, su qualsiasi social network, si concede un like o si gira un contenuto – rendendolo potenzialmente virale – è un risultato di un lungo processo di svuotamento del pensiero. Sia individuale che collettivo.

Pensateci un attimo. Si dedica meno tempo – e riflessione – a un atto del genere, potenzialmente creatore di un senso comune politicamente influente, piuttosto che a qualsiasi altro gesto della banalissima vita quotidiana. Al punto che ci si “affilia” a una linea ideologica con molta meno attenzione di quanto non si dedica alla cottura di due uova al tegamino.

Ma “siamo liberi di decidere”, no?

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12/01/2019

Terremotati, Appennini e bufalari


In questi giorni si fa un gran parlare di foto di campi profughi libanesi spacciati per le casette dei terremotati di Amatrice sotto la neve.

È evidentemente – per usare un termine molto di moda – una bufala utile ad alimentare propaganda razzistissima e scrivere amenità tipo «gli immigrati negli hotel e i terremotati nelle tende». Le questioni sono evidentemente slegate tra loro, a meno che questo governo non stia pensando di affidare i terremotati ai valdesi.

Ma davvero si può considerare la neve d’inverno sugli Appennini come una notizia? Il problema giornalistico, almeno per chi pensa che la cronaca sia una cosa seria, è che siamo al terzo inverno dopo il terremoto e potremmo tutti tranquillamente ripubblicare i pezzi dell’anno scorso o di due anni fa, cambiando giusto qualche dettaglio qua e là. E infatti in giro impazzano servizi sui disagi nei villaggi di Sae, sull’abbandono, sul commerciante che chiude perché nessuno entra nel suo negozio, sugli allevatori costretti a mungere a mano le mucche, sui cali di corrente, eccetera eccetera eccetera. Non è un giudizio negativo il mio, figuriamoci, anche io ho fatto recentemente un paio di servizi così, perché bisogna raccontare quello che succede, sempre e comunque.

Il problema è che quello dei terremotati non è un problema giornalistico. E lo dico da cronista, cioè da persona che grazie a ‘sta roba ci mette insieme il pranzo con la cena. Non si può ridurre il terremoto a guerra di propaganda tra opposte fazioni, tra un selfie e una giustificazione, perché se «quelli di prima» non hanno fatto niente, «quelli di adesso» in sette mesi sono riusciti nella straordinaria impresa di peggiorare le cose.

Il problema è politico, e non nasce oggi, né ieri, né è davvero nato la notte del 24 agosto del 2016. È dagli anni ‘80 che tutti si sono convinti del fatto che la società non esista, ma esistano soltanto gli individui e le loro famiglie. Quindi l’abbandono delle zone terremotate non è legato solo alle condizioni effettivamente difficili in cui decine di migliaia di persone devono vivere. L’abbandono è una strategia, come dice Leonardo Animali, nel senso che nessuno, proprio nessuno, punta davvero sulla rinascita di queste zone.

Una notizia: sull’Appennino ci nevicava anche prima del terremoto, ed era un disastro lo stesso. Un’altra notizia: queste zone erano in crisi già da prima del terremoto, e adesso il processo di svuotamento (demografico, culturale, sociale) sta soltanto andando più veloce. Un’ultima notizia: quando sono stati costruiti i villaggi per i terremotati, nessuno ha pensato a fare centri di aggregazione o simili; ci hanno dovuto pensare i privati a farlo, ed è meglio non chiedersi il perché di tanta generosità. E guardate che un paese non è soltanto un mucchio di case in cui la gente va a dormire, ma anche un vissuto che si è sviluppato nel tempo e che procede o dovrebbe procedere grazie a una comunità che si muove e si incontra tutti i giorni.

Viviamo in un paese in cui la società è negata, in cui la politica è un eterno tentativo di mettere gli ultimi contro i penultimi per raccattare quattro voti in vista delle elezioni, in cui la soluzione dei problemi è sempre contabile (ci sono i soldi o non ci sono i soldi) ma mai culturale: avete mai sentito qualcuno parlare di come sarà l’Appennino tra venti, trenta o cinquant’anni? No. Perché nessuno crede davvero che esisterà ancora qualcosa sull’Appennino tra venti, trenta o cinquant’anni.

[La foto è di Michele Massetani, è stata scattata a Muccia (Mc) poco prima di Natale. E sì, già nevicava]

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10/08/2018

I fascio/bufalisti chiedono l’espulsione di Aboubakar Soumahoro

I fascisti sono quelli di sempre. Non può esserci chiesto di non odiarli, perché è umanamente impossibile. Non può esserci chiesto di non combatterli con tutti i mezzi, perché è moralmente impossibile. Se poi, oltre che di droga, diventano anche spacciatori di bufale, la soglia di tolleranza scende sotto lo zero. Figuriamoci quando oltre ad essere odiosi, bufalari, spacciatori si confermano anche ottusi e ignoranti ogni oltre ogni misura.

Il noto sito fascio/bufalaro Voxnews ha pubblicato un articolo nel quale chiede l’espulsione dall’Italia per Aboubakar Soumahoro, il sindacalista italo-africano dell’Usb che sta guidando le lotte dei braccianti nel Meridione contro il caporalato e lo sfruttamento nella filiera alimentare ipotecata dai grandi gruppi della distribuzione.

Il sito riprende scandalizzato una dichiarazione di Aboubakar durante la manifestazione sotto la Prefettura di Foggia in cui, riferendosi al ministro Savini, ha affermato: “Siamo lavoratori, non vediamo mafiosi. I mafiosi sono in giacca e cravatta in Lombardia e forse sono quelli che l’hanno eletta senatore”. Apriti cielo!! Per i fascisti/bufalisti Aboubakar avrebbe offeso il 30% degli elettori italiani (quindi non quelli che hanno votato materialmente per Salvini, ma quelli che secondo i sondaggi potrebbero votarlo, ndr).

Dunque il “negro infedele” deve essere espulso dall’Italia. Aggiungendo poi significativamente che: “Questo (Abou, ndr), se potesse, farebbe quello che i suoi simili fanno ai nostri simili in Sudafrica”, riferendosi probabilmente ai loro sodali boeri che, dopo la fine dell’apartheid, non godono più dei privilegi dovuti alla segregazione razziale della maggioranza nera del Sudafrica.

Questi fascisti non sanno che dovrebbero baciare la terra dove ha camminato Nelson Mandela se il cambio di regime è avvenuto in modo pacifico e non hanno dovuto pagare come avrebbero meritato le dovute e giuste conseguenze di decenni di oppressione razziale, omicidi, torture, stupri, incarcerazioni arbitrarie, ecc.

Ma i fascisti/bufalisti di Voxnews ignorano anche che Aboubakar è cittadino italiano, oltre che ivoriano. Invocano dunque l’espulsione di un cittadino italiano... dall’Italia. Ottenebrati dal colore della pelle, immaginano che la cittadinanza possa essere privilegio dei soli “bianchi”. Mezza nazionale italiana d’atletica, improvvisamente, smetterebbe di conquistare medaglie...

I fascisti/bufalisti non sono però al loro primo incidente. Da ottobre 2015 la polizia postale li ha messi sotto “attenzione” per il loro sistematico lavoro di diffusione di notizie false, ma soprattutto tendenziose. I siti di fascisti/bufalisti segnalati sono infatti il già citato Voxnews.info, seguito da Tutti i crimini degli immigrati.com, Identità.com, e Resistenza nazionale.com.

Tutti e quattro fanno capo allo stesso responsabile, tal Giovanni Tognoli. Anche se su internet si cela dietro un generico ‘redazione’ o pseudonimi di varia natura, come “giannitogni”. A costoro la pagina di debunking Bufale.net ha dedicato una corposa inchiesta.

Vogliamo dunque non solo esprimere la nostra solidarietà ad Aboubakar e il nostro orgoglio di esserne da anni compagni di lotta, vogliamo anche riaffermare che combattere i fascisti e i razzisti è una questione di principio, in questo caso insindacabile e non delegabile. Quindi, per essere chiari: giù le mani da Aboubakar!!

Fonte

07/08/2018

TAP - Strategicità? Differenziazione? Risparmio economico? Tutte bufale!

Vi chiediamo di leggere fino in fondo questo comunicato, anche se è un po’ più lungo del solito, perché quello che emerge è fondamentale per valutare realmente cosa è Tap. A differenza delle passerelle televisive e dei titoloni tendenziosi di giornale, noi ci informiamo, e scoviamo documenti reali e dati di fatto su quella che sembrerebbe una delle più grandi prese in giro della storia economica mondiale, il TAP.

E’ di Luglio 2018, pubblicato il 2 Agosto scorso, un nuovo articolo scientifico di Simon Pirani, “Senior Visiting Research Fellow on natural gas” dell’Oxford Institute of Energy Studies. Già il titolo di questo articolo non lascia dubbi: “Non esageriamo. Le prospettive per il 2030 del Corridoio Sud del Gas”.

In questo articolo, una bomba che smaschera le illazioni ignoranti e non documentate degli sciacalli della speculazione, vengono utilizzati scientificamente i dati a disposizione, per arrivare a decretare l’inutilità di Tap.


L’apertura è già significativa: “l’Europa riceverà circa 10 miliardi di metri cubi, non più del 2% della sua domanda complessiva, attraverso il corridoio meridionale [...]. Mentre i leader politici continuano a dipingere le prospettive del corridoio dopo il 2021-22 con colori molto brillanti, le dinamiche del mercato [...] sono meno promettenti. Le condizioni commerciali per il successo del corridoio meridionale sono peggiorate con il crescere del sostegno politico”. In premessa, viene affermato dunque che gli interessi che ruotano attorno al Corridoio Sud del Gas sono esclusivamente di natura politica, poiché economicamente e strategicamente l’opera non porterà alcun beneficio a nessuno! Ma andiamo avanti:

Strategicità: falso!

“[...] il corridoio meridionale è stato avviato in una forma molto più modesta di quanto previsto, con l’obiettivo di fornire circa il 2% della domanda di gas europea nel 2020, piuttosto che il 10-20% inizialmente previsto. [...]” E in prospettiva, il giacimento di Shah Deniz è in costante e repentino esaurimento: “La produzione di prima fase dovrebbe entrare in declino naturale nel 2024, raggiungendo 4,1-4,2 miliardi di metri cubi nel 2030 e cessare la produzione prima del 2035.”

Come inoltre afferma lo stesso autore, “[...]È importante sottolineare la portata modesta di queste prospettive, al fine di contrastare le affermazioni vaghe ed esagerate che appaiono regolarmente nei media, non solo da alti funzionari azeri, ma anche da ricercatori.”

Differenziazione: falso!

Gazprom è implicata direttamente nella costruzione del Corridoio Sud del Gas, nella gestione dei giacimenti petroliferi nel Mar Caspio e nel trasporto di gas in Europa. Come afferma Pirani, “[...] È nell’interesse commerciale di Gazprom vendere volumi di gas, con profitto, ai clienti in Azerbaigian e Georgia che sono serviti da oleodotti esistenti. Ma non è nell’interesse di Gazprom vendere a un prezzo inferiore al netback europeo, altrimenti potrebbe liberare volumi di gas azero per l’esportazione in Europa, dove sarebbe in concorrenza con il gas di Gazprom. [...]”.

Ma non basta: nell’articolo si legge che la gestione del Mar Caspio, dal punto di vista giuridico, è in alto mare e la Russia si propone come paese capofila per definirne la gestione! “Un ostacolo di lunga data [...] è stato lo status giuridico irrisolto del Mar Caspio e le controversie di demarcazione in sospeso tra alcuni stati litoranei...”, “Il progetto di Convenzione sul quale la Russia sta lavorando non è stato pubblicato, ma ne sono state riportate notizie nei media russi. La bozza include una clausola sulla costruzione di condotte sottomarine [...]”, e soprattutto “La posizione della Russia è cambiata: la sua priorità sembra essere quella di consolidare la sua posizione strategica e di sicurezza nel Caspio, in linea con il suo ruolo più attivo in Asia centrale e in Medio Oriente.”

Ancora più interessante è la conclusione: “Mentre Gazprom preferirebbe non incoraggiare un concorrente diretto, potrebbe preferire trarre profitto dall’offrire a tale concorrente un accesso limitato a una rotta verso l’Europa che controlla, piuttosto che consentire l’apertura di una nuova rotta.”

vantaggi economici: falso!

“[...]Il confronto principale si trova tra il costo stimato del trasporto dal confine orientale della Turchia al punto di prelievo di Eskisher ($ 79/mcm) e il costo stimato del trasporto da il confine orientale della Turchia verso l’Italia ($ 103/mcm per TANAP e $ 75/mcm per TAP, totale $ 178/mcm. [...]”. Si evince, dall’articolo, che solo per il trasporto del gas andremmo a pagare più del doppio del costo naturale! Ma non basta. Continuando a leggere, notiamo che “Il costo di trasporto verso l’Italia è essenzialmente proibitivo: è difficile vedere le circostanze in cui il gas potrebbe competere con altre forniture in Italia per un periodo prolungato.”

Continua dicendo: “il livello della domanda nei mercati europei e turchi e il livello dei prezzi del gas, che sono bassi rispetto ai costi di consegna del gas del corridoio meridionale, hanno anche limitato i progressi del corridoio meridionale e continueranno a farlo. Il costo della fornitura di gas dall’Azerbaijan è stato stimato in $ 273-293/mcm in Italia e $ 179-189/mcm in Turchia [...]”. Sono costi esorbitanti rispetto agli attuali costi del trasporto e fornitura di gas in Europa, per cui, dove starebbe la convenienza economica? Questi costi influirebbero inevitabilmente sulle tasche dei cittadini! E infatti, come afferma lo stesso Pirani, “[...] tali volumi potrebbero faticare a competere nei grandi mercati europei contro le fonti alternative di approvvigionamento”. “[...]Il gas azero è molto meno competitivo in Europa agli attuali prezzi di mercato, e infatti il gas prodotto dai giacimenti di acque profonde e trasportato su lunghe distanze sarà sempre difficile da competere in un contesto di prezzi bassi. [...]” e, in conclusione, “[...] Nei maggiori mercati europei, la flessione della domanda nel periodo 2009-2014, la natura limitata della ripresa della domanda, le previsioni di una crescita della domanda molto graduale negli anni 2020 e i grandi volumi di gas russo e GNL potenzialmente disponibili, tutto ciò significa che i prezzi potrebbero rimanere bassi. Questa prospettiva ha inibito i progetti di condotte in generale e ha contribuito a ridurre le dimensioni del corridoio meridionale rispetto alle aspettative iniziali.”

Le conclusioni dell'articolo sono estremamente sintomatiche dell’inutilità di quest’opera:

“1. Il gas azero farà fatica a essere competitivo nei grandi mercati europei in un ambiente a basso costo. [...] 2. Il gas azero e probabilmente altri gas del corridoio meridionale potrebbero essere trasferiti in Turchia o nelle destinazioni dell’Europa sud-orientale in modo competitivo, più facilmente che nei più grandi mercati europei. 3. [...] altre fonti di gas importato sono disponibili per il mercato europeo a costi inferiori. 4. I paesi considerati dalla CE come potenziali fornitori del corridoio meridionale hanno investito in vie di esportazione alternative [...]. 5. L’Azerbaijan, l’unico paese con risorse di gas scoperte che è probabile che contribuisca materialmente al corridoio meridionale durante il 2020, avrebbe difficoltà a sviluppare tutte queste risorse simultaneamente. [...]”

Infine, dice che la situazione potrebbe essere differente dopo il 2030, ma “[...] tali fattori che favorirebbero l’espansione del corridoio meridionale potrebbero essere annullati da altre tendenze. Un’attuazione seria delle politiche di decarbonizzazione potrebbe significare che la domanda di gas in Europa sarà ulteriormente ridotta. Altre potenziali fonti di approvvigionamento potrebbero essersi espanse a quel punto. I cambiamenti politici ed economici a più lungo termine possono influenzare non solo i potenziali fornitori del corridoio meridionale [...]”.

Un documento di questa portata, redatto da uno degli istituti più importanti al mondo in materia energetica, non può passare inosservato. Anziché andare in televisione a fare dichiarazioni populiste e ignoranti (“abbasseremo la bolletta del 10%”, “il gas è strategico per l’Europa”, ecc.), Ministri e politici farebbero bene a studiare e a informarsi realmente!

TAP non serve, è inutile, anacronistico e figlio di un sistema speculativo. Non lo diciamo noi, lo dice la scienza! Basterebbe questo articolo per la tanto acclamata “analisi costi/benefici”, per arrivare alla conclusione che Tap non si deve fare!

Politici e giornalisti continuano la loro campagna del terrore, noi informiamo!

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