A sole 30 ore dal suo lancio, milioni di vietnamiti hanno aderito alla campagna a sostegno di Cuba, che oggi ha raggiunto l’obiettivo inizialmente fissato a 65 miliardi di dong (oltre 2,47 milioni di dollari).
Questa è una chiara dimostrazione della solidarietà speciale, lealtà e fermezza del popolo vietnamita nei confronti del popolo cubano e, allo stesso tempo, una risorsa preziosa che aiuterà il paese a superare le difficoltà, stabilizzare la propria vita e continuare a svilupparsi, ha sottolineato il presidente della Croce Rossa vietnamita, Nguyen Hai Anh.
In un messaggio diffuso attraverso il servizio nazionale di messaggistica istantanea multipiattaforma Zalo, Hai Anh ha sottolineato che “questi nobili gesti non hanno solo valore materiale, ma irradiano anche valore spirituale, contribuendo a promuovere il simbolo immortale della solidarietà tra Vietnam e Cuba in ogni circostanza”.
Il presidente della Croce Rossa Vietnamita, l’organizzazione designata dal Partito Comunista (PCV), dallo Stato e dal Fronte Patriottico del Vietnam per guidare la campagna, ha ringraziato tutti coloro che finora hanno “accompagnato, condiviso e inviato il loro sostegno incondizionato al popolo cubano”.
Hain Anh ha inoltre sottolineato che, come annunciato il giorno prima al momento del lancio, il programma di raccolta fondi si estenderà per i 65 giorni previsti, fino al 16 ottobre.
La campagna, che si svolge durante l’Anno dell’Amicizia tra Vietnam e Cuba e nel contesto della commemorazione del sessantacinquesimo anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra i due paesi, ha ottenuto anche un’ampia e immediata ripercussione sui social media.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/08/2025
31/03/2022
Guerra in Ucraina - Tregua possibile ma la partita si gioca in Donbass. Evacuazione civili da Mariupol. Il rublo cresce sul dollaro
Il finale di partita prima di una possibile tregua nella guerra in Ucraina si giocherà probabilmente nel Donbass.
Il fronte militare
La Russia “sta ammassando le truppe per nuovi attacchi nel Donbass e ci prepariamo per questo” ha detto il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, in uno dei suoi discorsi televisivi. Mosca aveva annunciato ieri un riposizionamento dei suoi soldati per la “liberazione completa” del Donbass.
Le autorità russe hanno affermato che il 54 per cento della regione di Donetsk e 93 per cento di quella di Luhansk sono sotto il proprio controllo. Se confermati sono dati che mostrano come questa sia l’area dove sono stati raggiunti i risultati più importanti dell’operazione militare russa. Al 24 febbraio scorso, data dell’inizio della guerra, infatti i separatisti controllavano circa un terzo dell’intera regione del Donbass. Secondo le informazioni fornite dai servizi di intelligence occidentali, la Russia ha inviato dieci nuovi gruppi tattici per partecipare all’offensiva militare, di cui la maggior parte dovrebbero essere di stanza nel Donbass.
Il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov ha affermato che le unità delle forze armate della Federazione Russa, hanno preso il pieno controllo del villaggio di Zolotaya Niva, superando il fiume Kashlagach e che le truppe della Repubblica di Lugansk, dopo aver completato il controllo di Zhytlovka, sono avanzate di cinque chilometri e stanno combattendo con le forze ucraine alla periferia di Kremenna.
Mariupol
Il ministero della difesa russo ha annunciato un cessate il fuoco locale a Mariupol per consentire l’evacuazione dei civili dalla città portuale assediata dell’Ucraina. Lo riporta la France-Presse. Un corridoio umanitario da Mariupol a Zaporizhzhia, attraverso il porto di Berdiansk controllato dai russi, è stato istituito dalle 10 del mattino (7 Gmt), ha detto il ministero. “Affinché questa operazione umanitaria abbia successo, proponiamo di realizzarla con la partecipazione diretta dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e del Comitato Internazionale della Croce Rossa”, si legge nella nota.
“Questa sera abbiamo ricevuto un messaggio dal Comitato Internazionale della Croce Rossa sulla conferma da parte della Russia di essere pronta ad aprire un corridoio umanitario da Mariupol con transito per Berdyansk” ha affermato la vice prima ministra Iryna Vereshcuk su Telegram, annunciando l’invio da parte di Kiev di 45 autobus verso Mariupol.
La città portuale di Mariupol, facente parte della regione di Donetsk, da settimane si trova sotto assedio. La presenza in città del battaglione Azov, ha costretto i militari russi e gli uomini delle milizie della Repubblica di Donetsk a estenuanti scontri “casa per casa”, uno scenario tipico del conflitto in teatro urbano. I miliziani del battaglione Azov sono asserragliati in tre sacche all’Acciaieria, al porto e in un altro quartiere. La fuoriuscita dei civili da Mariupol, di fatto, faciliterebbe le operazioni russe per prendere il controllo della città.
Chi spara sulla Croce Rossa?
L’Ansa nel primo pomeriggio di ieri sparava un titolone in prima pagina sul fatto che a Mariupol era stato bombardato un edificio della Croce Rossa, fortunatamente senza vittime, anche perchè si trattava di un magazzino. Un atto ingiustificabile sicuramente, sempre sperando che nessun uomo armato o postazione armata fosse arbitrariamente presente nel magazzino. La notizia è stata diffusa dalla Pravda ucraina ma era stata ripresa solo da pochissimi media internazionali con il medesimo lancio uguale su tutte le testate.
Lo stesso portavoce della Croce Rossa in Ucraina ha confermato che le immagini circolate sui social media di un edificio distrutto erano magazzini appartenenti all’organizzazione a Mariupol.
La fonte della foto sono i miliziani del battaglione Azov.
Lo stesso battaglione Azov nel Twitter che ha diffuso la foto così commentava il ruolo della Croce Rossa Internazionale: “È necessario sottolineare che il CICR ha cooperato più strettamente con i russi recentemente. In particolare, aiutano la deportazione forzata degli ucraini nel paese aggressore e progettano di aprire un centro di accoglienza per gli ucraini a Rostov, in Russia”. (testuale dal loro profilo Twitter)
Occorre aggiungere però che nei giorni scorsi gli attacchi più duri alla Croce Rossa erano venuti proprio dalle autorità ucraine ferocemente contrarie ad aprire dei campi della Croce Rossa in Russia per i profughi che dall’Ucraina si sono rifugiati lì.
Ed anche ieri c’è stato un nuovo attacco: “Stiamo assistendo al cattivo esempio della Croce Rossa internazionale che sta aprendo un ufficio a Rostov sul Don” città russa a meno di 150 chilometri dal confine con l’Ucraina “e questo è il teatro dell’assurdo”. Lo ha dichiarato il sindaco di Leopoli, Andriy Sadovyi, nel suo intervento al gruppo di lavoro sull’Ucraina del Comitato europeo delle regioni. “Non sappiamo dove vadano a finire tutti i soldi donati alle organizzazioni internazionali”. Insomma chi ha sparato veramente sulla Croce Rossa?
Negoziati
David Arakhamia, rappresentante della delegazione ucraina, ha annunciato ieri sera che i colloqui di pace fra Kiev e Mosca riprenderanno domani in formato di videoconferenza. Arakhamia ha spiegato che, nel corso dell’ultimo incontro con la delegazione russa a Istanbul, i rappresentanti ucraini hanno proposto di organizzare un incontro fra i presidenti Zelensky e Putin. La delegazione di Mosca, tuttavia, ha respinto per il momento la proposta, affermando che è prematura e che è necessario lavorare ulteriormente per concordare una bozza di accordo di pace prima che i due capi di Stato si possano incontrare. Zelensky ha affermato ieri sera che i negoziati non hanno ancora portato ad accordi concreti, ma che sia innegabile che le proposte messe sul tavolo da ambo le parti abbiano quantomeno sbloccato lo stallo delle prime tornate negoziali.
Potrebbe volerci almeno un anno prima che l’Ucraina tenga un referendum sulla sua neutralità. Lo ha affermato il capo della delegazione ucraina ai colloqui di pace con la Russia, stando a quanto scrive la BBC. La neutralità ucraina è una richiesta fondamentale della Russia per porre fine alla guerra.
Sanzioni ed economia: il rublo recupera sul dollaro
Il rublo recupera sul dollaro e torna di slancio ai valori pre-aggressione russa contro l’Ucraina, attestandosi a quota 76 (-5,263%): per l’acquisto di un dollaro, in altri termini, servono adesso 76 rubli, contro gli 84,95 del 24 febbraio e i 139,7 registrati il 7 marzo nel momento di massima debolezza. Il trend rialzista ha beneficiato dell’ipotesi non esclusa dalla Cina di usare rubli o yuan nel commercio di fonti energetiche, in base a quanto riportato dalla Tass, citando il ministero degli Esteri di Pechino, secondo cui “gli operatori del mercato sono liberi di scegliere la valuta negli accordi bilaterali”.
L’India ha annunciato l’intenzione di raddoppiare le importazioni di carbone russo. Pochi giorni fa la Russia aveva sollecitato l’India a valutare investimenti nelle sue società energetiche dopo la fuga di soci occidentali. Secondo quanto scrive l’agenzia Bloomberg, le raffinerie cinesi, soprattutto quelle indipendenti, stanno acquistando sempre più petrolio russo, il greggio chiamato “Urals” che in questa fase si trova sul mercato a prezzi molto vantaggiosi. L’India è uno dei 35 paesi che si sono astenuti nella votazione Onu sulla risoluzione contro l’invasione in Ucraina e non sembra molto sensibile alle pressioni occidentali. Il commercio potrebbe anche essere potenziato da un accordo di scambio rublo-rupia. La Russia potrebbe iniziare a offrire prezzi più competitivi agli acquirenti cinesi e indiani dopo il calo dei flussi verso l’Europa.
Le Borse sono sull’altalena condizionate dalle notizie discordanti su una possibile tregua nella guerra in Ucraina. Ieri il Cremlino ha ridimensionato le attese su un accordo di tregua fra Ucraina e Russia, dopo che i colloqui di Istanbul di martedì avevano aperto spiragli di pace. Il portavoce Dmitry Peskov ha dichiarato che la Russia non ha notato “nulla di promettente”, mentre, a sorpresa, il ministro degli Esteri di Mosca, Serghei Lavrov ha definito i colloqui russo-ucraini un "significativo progresso”, aggiungendo che “Kiev capisce che Crimea e Donbass sono questioni chiuse”. Su quest’ultimo punto, però, le autorità ucraine sono divise, a dimostrazione che la strada verso una tregua resta in salita
Fonte
Il fronte militare
La Russia “sta ammassando le truppe per nuovi attacchi nel Donbass e ci prepariamo per questo” ha detto il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, in uno dei suoi discorsi televisivi. Mosca aveva annunciato ieri un riposizionamento dei suoi soldati per la “liberazione completa” del Donbass.
Le autorità russe hanno affermato che il 54 per cento della regione di Donetsk e 93 per cento di quella di Luhansk sono sotto il proprio controllo. Se confermati sono dati che mostrano come questa sia l’area dove sono stati raggiunti i risultati più importanti dell’operazione militare russa. Al 24 febbraio scorso, data dell’inizio della guerra, infatti i separatisti controllavano circa un terzo dell’intera regione del Donbass. Secondo le informazioni fornite dai servizi di intelligence occidentali, la Russia ha inviato dieci nuovi gruppi tattici per partecipare all’offensiva militare, di cui la maggior parte dovrebbero essere di stanza nel Donbass.
Il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov ha affermato che le unità delle forze armate della Federazione Russa, hanno preso il pieno controllo del villaggio di Zolotaya Niva, superando il fiume Kashlagach e che le truppe della Repubblica di Lugansk, dopo aver completato il controllo di Zhytlovka, sono avanzate di cinque chilometri e stanno combattendo con le forze ucraine alla periferia di Kremenna.
Mariupol
Il ministero della difesa russo ha annunciato un cessate il fuoco locale a Mariupol per consentire l’evacuazione dei civili dalla città portuale assediata dell’Ucraina. Lo riporta la France-Presse. Un corridoio umanitario da Mariupol a Zaporizhzhia, attraverso il porto di Berdiansk controllato dai russi, è stato istituito dalle 10 del mattino (7 Gmt), ha detto il ministero. “Affinché questa operazione umanitaria abbia successo, proponiamo di realizzarla con la partecipazione diretta dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e del Comitato Internazionale della Croce Rossa”, si legge nella nota.
“Questa sera abbiamo ricevuto un messaggio dal Comitato Internazionale della Croce Rossa sulla conferma da parte della Russia di essere pronta ad aprire un corridoio umanitario da Mariupol con transito per Berdyansk” ha affermato la vice prima ministra Iryna Vereshcuk su Telegram, annunciando l’invio da parte di Kiev di 45 autobus verso Mariupol.
La città portuale di Mariupol, facente parte della regione di Donetsk, da settimane si trova sotto assedio. La presenza in città del battaglione Azov, ha costretto i militari russi e gli uomini delle milizie della Repubblica di Donetsk a estenuanti scontri “casa per casa”, uno scenario tipico del conflitto in teatro urbano. I miliziani del battaglione Azov sono asserragliati in tre sacche all’Acciaieria, al porto e in un altro quartiere. La fuoriuscita dei civili da Mariupol, di fatto, faciliterebbe le operazioni russe per prendere il controllo della città.
Chi spara sulla Croce Rossa?
L’Ansa nel primo pomeriggio di ieri sparava un titolone in prima pagina sul fatto che a Mariupol era stato bombardato un edificio della Croce Rossa, fortunatamente senza vittime, anche perchè si trattava di un magazzino. Un atto ingiustificabile sicuramente, sempre sperando che nessun uomo armato o postazione armata fosse arbitrariamente presente nel magazzino. La notizia è stata diffusa dalla Pravda ucraina ma era stata ripresa solo da pochissimi media internazionali con il medesimo lancio uguale su tutte le testate.
Lo stesso portavoce della Croce Rossa in Ucraina ha confermato che le immagini circolate sui social media di un edificio distrutto erano magazzini appartenenti all’organizzazione a Mariupol.
La fonte della foto sono i miliziani del battaglione Azov.
Lo stesso battaglione Azov nel Twitter che ha diffuso la foto così commentava il ruolo della Croce Rossa Internazionale: “È necessario sottolineare che il CICR ha cooperato più strettamente con i russi recentemente. In particolare, aiutano la deportazione forzata degli ucraini nel paese aggressore e progettano di aprire un centro di accoglienza per gli ucraini a Rostov, in Russia”. (testuale dal loro profilo Twitter)
Occorre aggiungere però che nei giorni scorsi gli attacchi più duri alla Croce Rossa erano venuti proprio dalle autorità ucraine ferocemente contrarie ad aprire dei campi della Croce Rossa in Russia per i profughi che dall’Ucraina si sono rifugiati lì.
Ed anche ieri c’è stato un nuovo attacco: “Stiamo assistendo al cattivo esempio della Croce Rossa internazionale che sta aprendo un ufficio a Rostov sul Don” città russa a meno di 150 chilometri dal confine con l’Ucraina “e questo è il teatro dell’assurdo”. Lo ha dichiarato il sindaco di Leopoli, Andriy Sadovyi, nel suo intervento al gruppo di lavoro sull’Ucraina del Comitato europeo delle regioni. “Non sappiamo dove vadano a finire tutti i soldi donati alle organizzazioni internazionali”. Insomma chi ha sparato veramente sulla Croce Rossa?
Negoziati
David Arakhamia, rappresentante della delegazione ucraina, ha annunciato ieri sera che i colloqui di pace fra Kiev e Mosca riprenderanno domani in formato di videoconferenza. Arakhamia ha spiegato che, nel corso dell’ultimo incontro con la delegazione russa a Istanbul, i rappresentanti ucraini hanno proposto di organizzare un incontro fra i presidenti Zelensky e Putin. La delegazione di Mosca, tuttavia, ha respinto per il momento la proposta, affermando che è prematura e che è necessario lavorare ulteriormente per concordare una bozza di accordo di pace prima che i due capi di Stato si possano incontrare. Zelensky ha affermato ieri sera che i negoziati non hanno ancora portato ad accordi concreti, ma che sia innegabile che le proposte messe sul tavolo da ambo le parti abbiano quantomeno sbloccato lo stallo delle prime tornate negoziali.
Potrebbe volerci almeno un anno prima che l’Ucraina tenga un referendum sulla sua neutralità. Lo ha affermato il capo della delegazione ucraina ai colloqui di pace con la Russia, stando a quanto scrive la BBC. La neutralità ucraina è una richiesta fondamentale della Russia per porre fine alla guerra.
Sanzioni ed economia: il rublo recupera sul dollaro
Il rublo recupera sul dollaro e torna di slancio ai valori pre-aggressione russa contro l’Ucraina, attestandosi a quota 76 (-5,263%): per l’acquisto di un dollaro, in altri termini, servono adesso 76 rubli, contro gli 84,95 del 24 febbraio e i 139,7 registrati il 7 marzo nel momento di massima debolezza. Il trend rialzista ha beneficiato dell’ipotesi non esclusa dalla Cina di usare rubli o yuan nel commercio di fonti energetiche, in base a quanto riportato dalla Tass, citando il ministero degli Esteri di Pechino, secondo cui “gli operatori del mercato sono liberi di scegliere la valuta negli accordi bilaterali”.
L’India ha annunciato l’intenzione di raddoppiare le importazioni di carbone russo. Pochi giorni fa la Russia aveva sollecitato l’India a valutare investimenti nelle sue società energetiche dopo la fuga di soci occidentali. Secondo quanto scrive l’agenzia Bloomberg, le raffinerie cinesi, soprattutto quelle indipendenti, stanno acquistando sempre più petrolio russo, il greggio chiamato “Urals” che in questa fase si trova sul mercato a prezzi molto vantaggiosi. L’India è uno dei 35 paesi che si sono astenuti nella votazione Onu sulla risoluzione contro l’invasione in Ucraina e non sembra molto sensibile alle pressioni occidentali. Il commercio potrebbe anche essere potenziato da un accordo di scambio rublo-rupia. La Russia potrebbe iniziare a offrire prezzi più competitivi agli acquirenti cinesi e indiani dopo il calo dei flussi verso l’Europa.
Le Borse sono sull’altalena condizionate dalle notizie discordanti su una possibile tregua nella guerra in Ucraina. Ieri il Cremlino ha ridimensionato le attese su un accordo di tregua fra Ucraina e Russia, dopo che i colloqui di Istanbul di martedì avevano aperto spiragli di pace. Il portavoce Dmitry Peskov ha dichiarato che la Russia non ha notato “nulla di promettente”, mentre, a sorpresa, il ministro degli Esteri di Mosca, Serghei Lavrov ha definito i colloqui russo-ucraini un "significativo progresso”, aggiungendo che “Kiev capisce che Crimea e Donbass sono questioni chiuse”. Su quest’ultimo punto, però, le autorità ucraine sono divise, a dimostrazione che la strada verso una tregua resta in salita
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21/05/2017
Lo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi è un grido di libertà e dignità
Sono già passati trentadue giorni. Quattro settimane, 768 ore, nutrendosi di acqua e sale per sopravvivere, 1700 prigionieri politici palestinesi stanno portando avanti a oltranza un sciopero della fame, lo sciopero della dignità e della libertà.
1700 anime, da più di un mese a stomaco vuoto, chiedono semplicemente che siano rispettati i diritti fondamentali di una vita in carcere, previsti in tutte le convenzioni di Ginevra, nel diritto internazionale e nel diritto umanitario. Ma il governo coloniale di Israele continua a ignorare queste richieste, e la maggior parte dei mezzi di informazione tacciono, pur conoscendo bene il rischio che corrono questi prigionieri.
Un grido di giustizia che attraversa i muri, i continenti, gli oceani, i monti, ma la sua eco non ritorna in quelle maledette carceri. Le piazze si muovono, ma le istituzioni, nazionali e internazionali, non danno segni di vita davanti a quei corpi umani che si trasformano in scheletri viventi, nelle carceri dello “Stato più democratico” chiamato Israele. Quel grido di libertà e giustizia è il grido di un popolo intero che resiste e lotta per la sua libertà, insieme a tutti gli uomini e le donne amanti della pace e della libertà nel mondo.
A stomaco vuoto, lottano per la vita e per la dignità, contro un governo occupante, responsabile di una atroce occupazione che perdura da più di mezzo secolo. Essa ha trasformato la vita del popolo palestinese in un inferno, dai posti di blocco alle esecuzioni a sangue freddo di ragazzi solo per un sospetto, per non parlare di un muro illegale lungo 650 km, che ha chiuso i palestinesi in ghetti. E ancora, parlano i numeri: su una popolazione di tre milioni, almeno in 800 mila hanno subito l’arresto, il che significa che tutte le famiglie palestinesi hanno avuto un prigioniero nelle carceri israeliane. E in queste carceri ci sono ancora più di 7000 mila prigionieri.
L’attuale battaglia dei prigionieri assume una grande importanza nella lotta per la libertà, di fronte alla fine di ogni speranza di una soluzione politica. E rischia, nel caso malaugurato di decesso di qualche prigioniero, di far scoppiare caos e violenza, con conseguenze imprevedibili, sia per i palestinesi sia per gli stessi israeliani.
Non ci stancheremo mai di rivolgerci alle organizzazioni internazionali ed ai singoli Stati, per un intervento deciso e forte nei confronti del governo occupante, e per trovare i modi adeguati per costringere Israele a rispettare i dettami delle convenzioni di Ginevra riguardanti i diritti dei prigionieri.
Da sottolineare la denuncia dei famigliari dei detenuti, che accusano di negligenza il comitato internazionale della croce rossa (ICRC), che non affronta con la dovuta responsabilità la questione dei 1700 prigionieri. ICRC ha sempre vantato di avere un ruolo neutrale rispetto alle condizioni dei prigionieri, tuttavia resta in silenzio mentre 1700 prigionieri sono arrivati al 32° giorno di sciopero della fame vivendo solo con acqua e sale, e alcuni di loro solo acqua, dopo che le amministrazioni penitenziarie hanno confiscato loro anche il sale.
Non è la prima volta che ICRC rimane in silenzio di fronte ai prigionieri in sciopero della fame mentre l’amministrazione penitenziaria israeliana li punisce. Il silenzio della Croce Rossa Internazionale e il suo rifiuto di incontrarsi con i prigionieri all’interno delle loro sezioni e delle loro celle può essere interpretato soltanto come collaborazione e connivenza con l’occupazione israeliana; esso contribuisce all’aggravamento della crisi e mette a rischio la vita dei prigionieri.
Fadwa Al-Barghouthi, moglie del leader prigioniero Marwan Al-Barghouthi – in sciopero della fame da più di 30 giorni –, ha detto che la Croce Rossa ha rifiutato di informarla sulle sue condizioni di salute, e si è limitata a trasmetterle solo i saluti del marito.
Ahmed Sa’adat, leader del FPLP, in sciopero anche lui, in un incontro con Addameer ha dichiarato che i prigionieri non hanno voluto incontrare la Croce Rossa in visita al carcere di “Askalan”, essendosi essa rifiutata di incontrare i prigionieri nelle loro celle.
La leadership dello sciopero, in una lettera uscita dal carcere, ha espresso la determinazione di continuare fino al raggiungimento degli obiettivi fissati all’inizio dello sciopero.
La solita politica dei due pesi e due misure viene applicata ogni volta che si parla di Palestina e di Palestinesi; è assordante il silenzio dei mass media italiani davanti al pericolo di morte di 1700 esseri umani in sciopero della fame, l’unica arma che hanno contro uno Stato potente; uno Stato che pretende di essere chiamato democratico!
Quando l’indifferenza diventa complicità... ribellarsi è un diritto.
Fonte
1700 anime, da più di un mese a stomaco vuoto, chiedono semplicemente che siano rispettati i diritti fondamentali di una vita in carcere, previsti in tutte le convenzioni di Ginevra, nel diritto internazionale e nel diritto umanitario. Ma il governo coloniale di Israele continua a ignorare queste richieste, e la maggior parte dei mezzi di informazione tacciono, pur conoscendo bene il rischio che corrono questi prigionieri.
Un grido di giustizia che attraversa i muri, i continenti, gli oceani, i monti, ma la sua eco non ritorna in quelle maledette carceri. Le piazze si muovono, ma le istituzioni, nazionali e internazionali, non danno segni di vita davanti a quei corpi umani che si trasformano in scheletri viventi, nelle carceri dello “Stato più democratico” chiamato Israele. Quel grido di libertà e giustizia è il grido di un popolo intero che resiste e lotta per la sua libertà, insieme a tutti gli uomini e le donne amanti della pace e della libertà nel mondo.
A stomaco vuoto, lottano per la vita e per la dignità, contro un governo occupante, responsabile di una atroce occupazione che perdura da più di mezzo secolo. Essa ha trasformato la vita del popolo palestinese in un inferno, dai posti di blocco alle esecuzioni a sangue freddo di ragazzi solo per un sospetto, per non parlare di un muro illegale lungo 650 km, che ha chiuso i palestinesi in ghetti. E ancora, parlano i numeri: su una popolazione di tre milioni, almeno in 800 mila hanno subito l’arresto, il che significa che tutte le famiglie palestinesi hanno avuto un prigioniero nelle carceri israeliane. E in queste carceri ci sono ancora più di 7000 mila prigionieri.
L’attuale battaglia dei prigionieri assume una grande importanza nella lotta per la libertà, di fronte alla fine di ogni speranza di una soluzione politica. E rischia, nel caso malaugurato di decesso di qualche prigioniero, di far scoppiare caos e violenza, con conseguenze imprevedibili, sia per i palestinesi sia per gli stessi israeliani.
Non ci stancheremo mai di rivolgerci alle organizzazioni internazionali ed ai singoli Stati, per un intervento deciso e forte nei confronti del governo occupante, e per trovare i modi adeguati per costringere Israele a rispettare i dettami delle convenzioni di Ginevra riguardanti i diritti dei prigionieri.
Da sottolineare la denuncia dei famigliari dei detenuti, che accusano di negligenza il comitato internazionale della croce rossa (ICRC), che non affronta con la dovuta responsabilità la questione dei 1700 prigionieri. ICRC ha sempre vantato di avere un ruolo neutrale rispetto alle condizioni dei prigionieri, tuttavia resta in silenzio mentre 1700 prigionieri sono arrivati al 32° giorno di sciopero della fame vivendo solo con acqua e sale, e alcuni di loro solo acqua, dopo che le amministrazioni penitenziarie hanno confiscato loro anche il sale.
Non è la prima volta che ICRC rimane in silenzio di fronte ai prigionieri in sciopero della fame mentre l’amministrazione penitenziaria israeliana li punisce. Il silenzio della Croce Rossa Internazionale e il suo rifiuto di incontrarsi con i prigionieri all’interno delle loro sezioni e delle loro celle può essere interpretato soltanto come collaborazione e connivenza con l’occupazione israeliana; esso contribuisce all’aggravamento della crisi e mette a rischio la vita dei prigionieri.
Fadwa Al-Barghouthi, moglie del leader prigioniero Marwan Al-Barghouthi – in sciopero della fame da più di 30 giorni –, ha detto che la Croce Rossa ha rifiutato di informarla sulle sue condizioni di salute, e si è limitata a trasmetterle solo i saluti del marito.
Ahmed Sa’adat, leader del FPLP, in sciopero anche lui, in un incontro con Addameer ha dichiarato che i prigionieri non hanno voluto incontrare la Croce Rossa in visita al carcere di “Askalan”, essendosi essa rifiutata di incontrare i prigionieri nelle loro celle.
La leadership dello sciopero, in una lettera uscita dal carcere, ha espresso la determinazione di continuare fino al raggiungimento degli obiettivi fissati all’inizio dello sciopero.
La solita politica dei due pesi e due misure viene applicata ogni volta che si parla di Palestina e di Palestinesi; è assordante il silenzio dei mass media italiani davanti al pericolo di morte di 1700 esseri umani in sciopero della fame, l’unica arma che hanno contro uno Stato potente; uno Stato che pretende di essere chiamato democratico!
Quando l’indifferenza diventa complicità... ribellarsi è un diritto.
Fonte
25/08/2016
Terremoto. I morti sono 247, ma non è solo fatalità
Si è messa in moto anche la solidarietà popolare. Un primo centro di raccolta coordinato dalle Brigate di Solidarietà Attiva è stato avviato a Campi del Tronto (Ascoli Piceno) sulla via Salaria.
Intanto cominciano anche ad emergere valutazioni critiche sullo stato del territorio in rapporto alla vulnerabilità sismica. "Facciamo sempre i soliti discorsi ma vediamo che non cambia nulla. Siamo il paese europeo con numero record di frane e alluvioni, siamo territorio sismico eppure per chi ci governa quando qualcosa succede è sempre una fatalità: bisognerebbe smetterla di pensare in questo modo e cominciare a ripensare seriamente al territorio" ha affermato in una intervista sull'HP il geologo Mario Tozzi, "siccome ormai è chiaro che dobbiamo avere a che fare con i terremoti dovremmo costruire e fare una manutenzione antisismica di tutti gli edifici pubblici e privati, i soldi devono essere impiegati in questo modo: è la priorità".
Non mancano sollecitazioni e sottolineature anche sul piano dell'organizzazione dei soccorsi. Una voce viene dalla Croce Rossa. “Vogliamo partire per le zone terremotate e svolgere il nostro lavoro, vogliamo rispondere agli appelli dei Sindaci di Amatrice, di Accumoli, di Posta, di Arquata del Tronto e di Pescara del Tronto. Noi soccorritori della CRI siamo pronti a partire, ma non ce lo permettono”, la denuncia viene da Mirco Jurinovic, dirigente sindacale di USB e soccorritore qualificato della Croce Rossa Italiana della Lombardia, che continua: “Da Marzo 2015, cioè dalla riforma che ha privatizzato la CRI, mi ritrovo, insieme ad altri 200 soccorritori, a pattugliare a piedi le strade di Milano, svolgendo un servizio di pochissima utilità per i cittadini e dispendioso, sia in termini economici sia, soprattutto, di professionalità che viene dispersa”.
L’Unione Sindacale di Base CRI rende noto che in tutta Italia sono circa 900 i soccorritori dell’Ente altamente qualificati e non utilizzati per operazioni di soccorso, i quali dal prossimo 1 settembre verranno messi in mobilità e utilizzati in diversi uffici della Pubblica Amministrazione dove ci sono carenze d’organico. “Domani – prosegue Jurinovic – sottoporremo la questione al Prefetto di Milano, perché questa situazione è inaccettabile. Bisogna ridare funzione e dignità a personale altamente qualificato che per colpa del decreto 178/2012 non presta più servizio sulle ambulanze e che da settembre rischia di finire la carriera dietro la scrivania di un qualsiasi ente pubblico. Tutto questo accade in un paese ad alto rischio sismico e idrogeologico, che da un lato taglia risorse e privatizza servizi quali la CRI e i Vigili del Fuoco, mentre dall’altro finanzia missioni di guerra in tutto il mondo”.
“Metteteci in condizione di partire e di essere coordinati nelle operazioni di soccorso. Vogliamo essere utili, poter far fronte alle richieste di aiuto che dalle zone terremotate rimbombano nelle nostre orecchie. Siamo pagati e vogliamo svolgere la nostra professione per quello che è sempre stata – conclude il sindacalista USB – cioè una missione di aiuto verso chi ne ha bisogno”.
Nel sostenere le istanze di questi lavoratori, l’USB promuove il presidio che si terrà oggi, 25 agosto alle ore 15.00 presso la Prefettura di Milano, a cui invita tutti i cittadini.
Fonte
15/02/2016
Yemen - Nel vietnam saudita Riyadh non vuole l'ONU
Il no di Croce Rossa e Nazioni Unite arriva all’unisono: la richiesta
mossa dall’Arabia Saudita – ritirate i vostri cooperanti e i vostri
staff dalle zone sotto il controllo dei ribelli Houthi – viene rispedita
al mittente.
A muovere la richiesta era stato l’ambasciatore saudita all’Onu
al-Mouallimi che chiedeva alle organizzazioni umanitarie di abbandonare
le aree dove a mantenere il controllo è il movimento ribelle. Una
richiesta che sottintende un’intensificazione dei bombardamenti e della
campagna militare in corso da parte della coalizione sunnita guidata da
Riyadh.
Il primo a rispondere è stato Stephen O’Brien, responsabile
dell’assistenza umanitaria dell’Onu in Yemen, in una lettera indirizzata
a al-Mouallimi: l’Onu proseguirà nelle attività salva-vita a favore della popolazione civile. Stessa reazione da parte della Croce Rossa.
“Per raggiungere tutti coloro che ne hanno bisogno – ha detto la
portavoce della Croce Rossa, Rima Kamal – continueremo a chiedere
garanzie di sicurezza da parte di tutti gli attori. Non abbiamo
intenzione di cambiare e resteremo impegnati a operare in tutte le
regioni e a fare il possibile per raggiungere i civili”.
La risposta contiene il chiaro riferimento ai crimini
commessi nei mesi scorsi dai jet sauditi che più volte hanno avuto come
target cliniche, ospedali e strutture umanitarie in tutto lo Yemen,
nonostante le organizzazioni che operano nel paese abbiano più volte
reso note le proprie coordinate. La richiesta saudita forse era volta
proprio ad evitare altre critiche: se di cooperanti non ce ne sono, non
saranno neppure colpiti. Un’interpretazione del conflitto che mostra
palesemente il rispetto che la coalizione ha dei civili yemeniti: nullo.
Meglio lasciarli senza aiuti. Ne ricevono già pochissimi a causa del
blocco aereo imposto da Riyadh che impedisce l’arrivo di consistente
assistenza umanitaria e anche del carburante necessario agli
spostamenti.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: dalla fine di marzo,
quando l’operazione “Tempesta Decisiva” fu lanciata, sono morte oltre
6.100 persone, mentre ammonta a 1.5 milioni il numero di rifugiati e
sfollati interni e a 20 milioni (l’80% della popolazione totale) i
civili che necessitano di aiuti immediati.
Nel mirino restano tre città: la capitale Sana’a; Taiz al
centro, strategica perché collegamento tra il nord e il Golfo di Aden; e
la stessa Aden. Le operazioni contro Sana’a si stanno intensificando,
insieme alle stragi: ieri l’ennesima, con l’uccisione di un’intera
famiglia. Tre bambini e i loro genitori, due giornalisti dell’emittente
Yemen Tv (controllata dagli Houthi), il 37enne Munir al-Hakami e la
moglie 30enne Suaad Hujaira.
Le forze pro-governative sono a 40 km dalla capitale, dopo la presa
della cittadina di Nihm e della base della 312 Brigata, diventata
quartier generale dei ribelli Houthi. “Siamo sulla strada per Sana’a”,
diceva ieri un combattente del governo. Ma al di là delle
piccole vittorie saudite e governative, è ormai chiaro che Riyadh è
rimasta impantanata in un conflitto che non riesce a districare: se
anche i ribelli Houthi venissero sconfitti, questa campagna ha riacceso
le spinte separatiste dei movimenti meridionali e l’autorità anti-statale
delle tribù. Ma soprattutto ha rafforzato la vera forza anti-sistemica
in Yemen, al Qaeda nella Penisola Arabica, che prosegue nell’occupazione di città e comunità a sud-est.
22/08/2014
Aiuti umanitari, Mosca sfida Kiev e manda i camion a Lugansk
Inatteso colpo di scena nei rapporti già tesissimi tra giunta al potere in Ucraina e governo russo. Dopo molti giorni di tira e molla, rassicurazioni e smentite e balletti vari, il governo russo ha deciso questa mattina di dare ordine al convoglio carico di aiuti umanitari fermo da più di una settimana al posto di frontiera di Izvarino di lasciare il confine e di entrare nel Donbass. Senza il consenso delle autorità centrali di Kiev che, a giudicare dalle prime reazioni, non l'hanno presa bene.
A informare della decisione è stato il ministero degli Esteri di Mosca in persona, sostenendo che «tutti i pretesti» utilizzati per diversi giorni dal governo nazionalista «per ritardare l'invio degli aiuti si sono esauriti». «Non possiamo più sopportare questo oltraggio, queste chiare bugie e questo rifiuto di Kiev di giungere a un accordo. La Russia ha deciso di agire» afferma Lavrov in una nota inviata alla stampa. "Abbiamo una forte sensazione che le autorità ucraine correnti stiano intenzionalmente trascinando la consegna degli aiuti umanitari per fare in modo che non resti nessuno che possa ricevere questa assistenza" recita ancora la dura dichiarazione che mette esplicitamente in guardia Kiev contro ogni tentativo di interrompere una "missione puramente umanitaria". "Il convoglio con tonnellate di carichi umanitari, così necessari per le persone di queste regioni, è stato bloccato per una settimana sul confine russo-ucraino" - dice la nota. "Durante questo periodo di tempo la Russia ha compiuto sforzi senza precedenti per risolvere le formalità necessarie in tutte le direzioni ed a tutti i livelli possibili".
Poco dopo l'agenzia russa Itar-Tass ha riferito che almeno 32 dei circa 280 tir carichi di acqua, generatori, sacchi a pelo e medicinali destinati alle martoriate popolazioni delle città del Donbass vittima dei bombardamenti e dell’assedio delle forze militari di Kiev hanno varcato la frontiera. Secondo l'agenzia Ria Novosti ad attraversare il confine sarebbero stati invece già 70 camion Kamaz.
A informare della decisione è stato il ministero degli Esteri di Mosca in persona, sostenendo che «tutti i pretesti» utilizzati per diversi giorni dal governo nazionalista «per ritardare l'invio degli aiuti si sono esauriti». «Non possiamo più sopportare questo oltraggio, queste chiare bugie e questo rifiuto di Kiev di giungere a un accordo. La Russia ha deciso di agire» afferma Lavrov in una nota inviata alla stampa. "Abbiamo una forte sensazione che le autorità ucraine correnti stiano intenzionalmente trascinando la consegna degli aiuti umanitari per fare in modo che non resti nessuno che possa ricevere questa assistenza" recita ancora la dura dichiarazione che mette esplicitamente in guardia Kiev contro ogni tentativo di interrompere una "missione puramente umanitaria". "Il convoglio con tonnellate di carichi umanitari, così necessari per le persone di queste regioni, è stato bloccato per una settimana sul confine russo-ucraino" - dice la nota. "Durante questo periodo di tempo la Russia ha compiuto sforzi senza precedenti per risolvere le formalità necessarie in tutte le direzioni ed a tutti i livelli possibili".
Poco dopo l'agenzia russa Itar-Tass ha riferito che almeno 32 dei circa 280 tir carichi di acqua, generatori, sacchi a pelo e medicinali destinati alle martoriate popolazioni delle città del Donbass vittima dei bombardamenti e dell’assedio delle forze militari di Kiev hanno varcato la frontiera. Secondo l'agenzia Ria Novosti ad attraversare il confine sarebbero stati invece già 70 camion Kamaz.
Secondo quanto riferito dai giornalisti e da alcuni testimoni il convoglio composto da camion bianchi è scortato da alcuni pulmann e automobili con a bordo alcuni miliziani delle Repubbliche Popolari che hanno il compito di difenderlo, evidentemente, da eventuali attacchi. Ambigua la reazione della Croce Rossa Internazionale, che del resto non ha dimostrato grande coraggio o impegno neanche nei giorni scorsi. Secondo una nota diffusa dalla CRI i suoi rappresentanti non si sono uniti alla carovana a causa della mancanza di «sufficienti garanzie di sicurezza».
Sul fronte dei combattimenti sia i comandi militari golpisti sia le milizie popolari rivendicano importanti risultati. Secondo Kiev l'avanzata del suo esercito è “inarrestabile” anche se di fatto le dichiarazioni trionfali sulla ‘liberazione’ di Lugansk di qualche giorno fa si sono rivelate prive di fondamento e nella città al confine con la Russia gli scontri proseguono. Si è rivelata pura propaganda – e a buon mercato – la notizia diffusa ieri sul sequestro di due carri armati russi da parte delle truppe ucraine, ennesimo tentativo di accusare Mosca di essere intervenuta direttamente nella guerra civile.
La difesa ucraina ha comunque comunicato di aver distrutto 11 lanciamissili Grad e tre carri armati nei pressi della città di Snizhne e di aver ucciso addirittura 100 insorti. Il governo ucraino ha però dovuto ammettere l'abbattimento di un elicottero militare Mi-24 nei pressi di Gheorghievka, nella regione di Lugansk, avvenuto due giorni fa con la morte dei due piloti.
Gli insorti invece hanno annunciato di aver ripreso il controllo di due importanti postazioni ad ovest di Snizhne e di aver catturato 13 soldati ucraini.
Fonte
Sul fronte dei combattimenti sia i comandi militari golpisti sia le milizie popolari rivendicano importanti risultati. Secondo Kiev l'avanzata del suo esercito è “inarrestabile” anche se di fatto le dichiarazioni trionfali sulla ‘liberazione’ di Lugansk di qualche giorno fa si sono rivelate prive di fondamento e nella città al confine con la Russia gli scontri proseguono. Si è rivelata pura propaganda – e a buon mercato – la notizia diffusa ieri sul sequestro di due carri armati russi da parte delle truppe ucraine, ennesimo tentativo di accusare Mosca di essere intervenuta direttamente nella guerra civile.
La difesa ucraina ha comunque comunicato di aver distrutto 11 lanciamissili Grad e tre carri armati nei pressi della città di Snizhne e di aver ucciso addirittura 100 insorti. Il governo ucraino ha però dovuto ammettere l'abbattimento di un elicottero militare Mi-24 nei pressi di Gheorghievka, nella regione di Lugansk, avvenuto due giorni fa con la morte dei due piloti.
Gli insorti invece hanno annunciato di aver ripreso il controllo di due importanti postazioni ad ovest di Snizhne e di aver catturato 13 soldati ucraini.
Fonte
12/08/2014
Kiev a Mosca: “bloccheremo convoglio umanitario diretto in Donbass”
Il regime di Kiev ha affermato oggi che le sue forze militari non permetteranno l'ingresso nel paese del convoglio russo partito questa mattina all’alba alla volta di Lugansk, nel Donbass, con 2.000 tonnellate di aiuti umanitari e che tutto il carico dei 280 camion andrà consegnato alla Croce rossa al confine con la regione di Kharkov, controllata dalle autorità nazionaliste.
Ad affermarlo è stato il vice capo dell'amministrazione presidenziale ucraina, Valeriy Chalyy. "Non prenderemo in considerazione la possibilità di alcun movimento della colonna russa sul territorio ucraino" ha detto l'alto funzionario del regime golpista, aggiungendo che i materiali inviati dalla Russia dovranno essere caricati sui mezzi di trasporto forniti dalla Croce rossa internazionale.
Sull'invio di aiuti umanitari russi all'Est dell'Ucraina da ieri si rincorrono dichiarazioni e smentite, in un quadro molto confuso riguardo cosa sia stato effettivamente concordato tra Mosca, Kiev e la Croce rossa. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov aveva detto ieri che erano stati discussi con il governo ucraino tutti i dettagli della missione, cosa poi ridimensionata dalla parte ucraina, mentre stamattina a Ginevra un portavoce della Croce Rossa ha detto che c'era ancora bisogno di "chiarimenti, dettagli sul contenuto (del convoglio) e del tipo di trasporto e magazzino necessari".
Dopo Barroso (Ue) e i rappresentanti dell’Onu, degli Stati Uniti e dell’Italia, oggi anche il presidente francese Francois Hollande ha voluto personalmente intervenire sulla vicenda per dare un altolà alla Russia. Il leader socialista francese ha chiamato al telefono il presidente russo Vladimir Putin, insistendo “sulle forti inquietudini che suscita la prospettiva di una missione unilaterale russa su territorio ucraino». Il presidente francese, scrive l'Eliseo in una nota, «ha insistito sul fatto che un'operazione umanitaria può intervenire sul territorio ucraino solo con l'accordo delle autorità nazionali ucraine, sia sulla formula che sulle modalità di messa in atto. Il quadro dev'essere multilaterale e sotto l'egida del Comitato internazionale della Croce Rossa».
Intanto Mosca ha reso noto che il convoglio russo carico di aiuti umanitari arriverà al confine con l'Ucraina «domani nella prima metà della giornata». Vedremo a quel punto cosa succederà e se il regime nazionalista permetterà realmente alla Croce Rossa di prendere in carico gli aiuti e distribuirli alla popolazione della regione di Lugansk stremata da mesi di combattimenti e assedio da parte delle truppe regolari ucraine e delle bande neonaziste inquadrate nella Guardia Nazionale.
Fonte
Ho l'impressione che si stia cercando di arrivare, da entrambe le parti a una frizione incontenibile...
Ad affermarlo è stato il vice capo dell'amministrazione presidenziale ucraina, Valeriy Chalyy. "Non prenderemo in considerazione la possibilità di alcun movimento della colonna russa sul territorio ucraino" ha detto l'alto funzionario del regime golpista, aggiungendo che i materiali inviati dalla Russia dovranno essere caricati sui mezzi di trasporto forniti dalla Croce rossa internazionale.
Sull'invio di aiuti umanitari russi all'Est dell'Ucraina da ieri si rincorrono dichiarazioni e smentite, in un quadro molto confuso riguardo cosa sia stato effettivamente concordato tra Mosca, Kiev e la Croce rossa. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov aveva detto ieri che erano stati discussi con il governo ucraino tutti i dettagli della missione, cosa poi ridimensionata dalla parte ucraina, mentre stamattina a Ginevra un portavoce della Croce Rossa ha detto che c'era ancora bisogno di "chiarimenti, dettagli sul contenuto (del convoglio) e del tipo di trasporto e magazzino necessari".
Dopo Barroso (Ue) e i rappresentanti dell’Onu, degli Stati Uniti e dell’Italia, oggi anche il presidente francese Francois Hollande ha voluto personalmente intervenire sulla vicenda per dare un altolà alla Russia. Il leader socialista francese ha chiamato al telefono il presidente russo Vladimir Putin, insistendo “sulle forti inquietudini che suscita la prospettiva di una missione unilaterale russa su territorio ucraino». Il presidente francese, scrive l'Eliseo in una nota, «ha insistito sul fatto che un'operazione umanitaria può intervenire sul territorio ucraino solo con l'accordo delle autorità nazionali ucraine, sia sulla formula che sulle modalità di messa in atto. Il quadro dev'essere multilaterale e sotto l'egida del Comitato internazionale della Croce Rossa».
Intanto Mosca ha reso noto che il convoglio russo carico di aiuti umanitari arriverà al confine con l'Ucraina «domani nella prima metà della giornata». Vedremo a quel punto cosa succederà e se il regime nazionalista permetterà realmente alla Croce Rossa di prendere in carico gli aiuti e distribuirli alla popolazione della regione di Lugansk stremata da mesi di combattimenti e assedio da parte delle truppe regolari ucraine e delle bande neonaziste inquadrate nella Guardia Nazionale.
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Ho l'impressione che si stia cercando di arrivare, da entrambe le parti a una frizione incontenibile...
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