Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/09/2026
15/09/2026
28/12/2025
Cambogia e Thailandia firmano un nuovo cessate il fuoco
I governi della Thailandia e della Cambogia hanno firmato un nuovo accordo di cessate il fuoco per porre fine a quasi tre settimane di intensi scontri armati lungo il confine conteso.
«Le parti concordano di mantenere gli attuali schieramenti di truppe senza ulteriori movimenti» recita una dichiarazione congiunta firmata dai ministri della Difesa dei due paesi asiatici, il thailandese Natthaphon Narkphanit e il cambogiano Tea Seiha. «Qualsiasi rafforzamento aumenterebbe le tensioni e influenzerebbe negativamente gli sforzi a lungo termine per risolvere la crisi», sottolinea invece il ministero della Difesa cambogiano in una dichiarazione pubblicata sui propri profili social.
L’8 dicembre le forze armate dei due paesi avevano ripreso gli scontri infrangendo la precedente tregua negoziata dalla Malesia, in qualità di presidente di turno dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean), e dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.
Entrato in vigore questa mattina, l’accordo ha posto fine a 20 giorni di combattimenti che hanno causato la morte di almeno 101 persone e lo sfollamento di oltre mezzo milione di abitanti su entrambi i lati del confine.
Tra le principali clausole previste dall’intesa, c’è la cessazione immediata di ogni forma di attacco, il mantenimento delle posizioni attuali delle truppe, senza ulteriori rinforzi, e l’impegno della Thailandia a rimpatriare 18 soldati cambogiani catturati in precedenza, nel caso il cessate il fuoco regga per almeno 72 ore.
Un team di osservatori dell’ASEAN monitorerà l’attuazione dell’accordo attuale, afferma l’accordo, aggiungendo che entrambi i paesi hanno anche concordato di mantenere una comunicazione aperta “per risolvere” eventuali problemi sul campo.
Domenica il ministro degli Esteri cambogiano Prak Sokhonn si recherà nello Yunnan, in Cina, per tenere un incontro trilaterale con il suo omologo thailandese e il ministro di Pechino Wang Yi. L’incontro è stato presentato come un’iniziativa volta a rafforzare la “fiducia reciproca” e a ripristinare “pace, sicurezza e stabilità” lungo il confine.
Fonte
«Le parti concordano di mantenere gli attuali schieramenti di truppe senza ulteriori movimenti» recita una dichiarazione congiunta firmata dai ministri della Difesa dei due paesi asiatici, il thailandese Natthaphon Narkphanit e il cambogiano Tea Seiha. «Qualsiasi rafforzamento aumenterebbe le tensioni e influenzerebbe negativamente gli sforzi a lungo termine per risolvere la crisi», sottolinea invece il ministero della Difesa cambogiano in una dichiarazione pubblicata sui propri profili social.
L’8 dicembre le forze armate dei due paesi avevano ripreso gli scontri infrangendo la precedente tregua negoziata dalla Malesia, in qualità di presidente di turno dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean), e dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.
Entrato in vigore questa mattina, l’accordo ha posto fine a 20 giorni di combattimenti che hanno causato la morte di almeno 101 persone e lo sfollamento di oltre mezzo milione di abitanti su entrambi i lati del confine.
Tra le principali clausole previste dall’intesa, c’è la cessazione immediata di ogni forma di attacco, il mantenimento delle posizioni attuali delle truppe, senza ulteriori rinforzi, e l’impegno della Thailandia a rimpatriare 18 soldati cambogiani catturati in precedenza, nel caso il cessate il fuoco regga per almeno 72 ore.
Un team di osservatori dell’ASEAN monitorerà l’attuazione dell’accordo attuale, afferma l’accordo, aggiungendo che entrambi i paesi hanno anche concordato di mantenere una comunicazione aperta “per risolvere” eventuali problemi sul campo.
Domenica il ministro degli Esteri cambogiano Prak Sokhonn si recherà nello Yunnan, in Cina, per tenere un incontro trilaterale con il suo omologo thailandese e il ministro di Pechino Wang Yi. L’incontro è stato presentato come un’iniziativa volta a rafforzare la “fiducia reciproca” e a ripristinare “pace, sicurezza e stabilità” lungo il confine.
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09/12/2025
La guerra di confine tra Thailandia e Cambogia riesplode: crolla la tregua, civili in fuga
La guerra lungo il confine tra Thailandia e Cambogia è riesplosa con una violenza che smentisce ogni illusione di stabilità. Nelle ultime quarantotto ore gli scontri si sono estesi a più province di frontiera, in un crescendo di artiglieria, droni, razzi e raid aerei che ha rimesso in moto la macchina militare dei due Paesi. La tregua siglata poche settimane fa, presentata come un primo passo verso la normalizzazione, è crollata alla prima frizione: da Bangkok si accusa Phnom Penh di aver colpito postazioni thailandesi con armi pesanti; dalla Cambogia si risponde che l’esercito ha atteso ventiquattr’ore prima di reagire, dopo ripetute incursioni e provocazioni dell’altra parte.
Il conflitto, che si trascina da decenni lungo una frontiera mai completamente definita, ha preso nelle scorse ore una direzione più netta. L’aviazione thailandese ha lanciato bombardamenti contro posizioni cambogiane, sostenendo di aver agito per respingere attacchi simultanei su più punti del confine. Phnom Penh denuncia invece un’aggressione pianificata, con colpi di artiglieria che hanno raggiunto villaggi abitati e costretto centinaia di famiglie a fuggire all’alba, lasciando tutto dietro di sé. I primi bilanci indicano vittime civili in Cambogia e militari morti e feriti in Thailandia, mentre le autorità locali avviano evacuazioni di massa temendo un’estensione ulteriore dei combattimenti.
Il fronte umanitario si sta deteriorando rapidamente. Ospedali e scuole nelle zone più esposte sono stati chiusi; migliaia di persone cercano riparo verso l’interno dei due Paesi, trascinando con sé quel che possono, mentre i governatori provinciali parlano di una crisi pronta a ingrandirsi se la controffensiva thailandese dovesse proseguire. I video diffusi online mostrano colonne di fumo che si alzano dai villaggi colpiti, strade tagliate dai crateri e i convogli militari che attraversano zone normalmente agricole e tranquille.
La radice della crisi è sempre la stessa: una frontiera di oltre ottocento chilometri, eredità dell’epoca coloniale, mai demarcata in modo definitivo. Questioni che sembrano tecniche si trasformano in rivendicazioni nazionaliste e diventano micce accese dal minimo incidente. Solo a ottobre, dopo settimane di combattimenti, le due parti avevano firmato un accordo di tregua con la mediazione di Stati regionali. Era stato presentato come un gesto di responsabilità, un tentativo di sottrarre il confine alla logica militare. Ma i meccanismi di verifica erano deboli, le misure di de-escalation affidate più alla fiducia reciproca che a un sistema reale di monitoraggio. È bastato un soldato ferito da una mina, con le accuse incrociate su chi l’avesse piazzata, e il castello diplomatico si è sbriciolato.
La sproporzione tra le forze in campo aggiunge un ulteriore elemento di instabilità. La Thailandia dispone di una capacità militare ampiamente superiore: aviazione moderna, mezzi corazzati, artiglieria più numerosa. Una pressione così forte rischia di spingere la Cambogia in una posizione difensiva permanente, alimentando narrazioni vittimiste e reazioni imprevedibili. Al tempo stesso, l’uso di bombardamenti e droni in aree abitate può trasformare rapidamente una disputa di confine in un conflitto più ampio, con conseguenze difficili da contenere.
Le diplomazie regionali osservano con crescente preoccupazione, sapendo che ogni ora di combattimenti aggiunge un nuovo ostacolo al ritorno al dialogo. Nelle capitali dell’Asia sud-orientale si teme che la crisi possa destabilizzare corridoi commerciali cruciali, innescare nuove ondate di profughi e bruciare quel poco che resta della fiducia accumulata negli ultimi anni tra i due Paesi. Intanto, sul terreno, restano le immagini di una popolazione sospesa tra paura e attesa, mentre le sirene e i boati dell’artiglieria continuano a scandire il ritmo di una crisi che nessuno sembra più in grado di controllare.
Fonte
Il conflitto, che si trascina da decenni lungo una frontiera mai completamente definita, ha preso nelle scorse ore una direzione più netta. L’aviazione thailandese ha lanciato bombardamenti contro posizioni cambogiane, sostenendo di aver agito per respingere attacchi simultanei su più punti del confine. Phnom Penh denuncia invece un’aggressione pianificata, con colpi di artiglieria che hanno raggiunto villaggi abitati e costretto centinaia di famiglie a fuggire all’alba, lasciando tutto dietro di sé. I primi bilanci indicano vittime civili in Cambogia e militari morti e feriti in Thailandia, mentre le autorità locali avviano evacuazioni di massa temendo un’estensione ulteriore dei combattimenti.
Il fronte umanitario si sta deteriorando rapidamente. Ospedali e scuole nelle zone più esposte sono stati chiusi; migliaia di persone cercano riparo verso l’interno dei due Paesi, trascinando con sé quel che possono, mentre i governatori provinciali parlano di una crisi pronta a ingrandirsi se la controffensiva thailandese dovesse proseguire. I video diffusi online mostrano colonne di fumo che si alzano dai villaggi colpiti, strade tagliate dai crateri e i convogli militari che attraversano zone normalmente agricole e tranquille.
La radice della crisi è sempre la stessa: una frontiera di oltre ottocento chilometri, eredità dell’epoca coloniale, mai demarcata in modo definitivo. Questioni che sembrano tecniche si trasformano in rivendicazioni nazionaliste e diventano micce accese dal minimo incidente. Solo a ottobre, dopo settimane di combattimenti, le due parti avevano firmato un accordo di tregua con la mediazione di Stati regionali. Era stato presentato come un gesto di responsabilità, un tentativo di sottrarre il confine alla logica militare. Ma i meccanismi di verifica erano deboli, le misure di de-escalation affidate più alla fiducia reciproca che a un sistema reale di monitoraggio. È bastato un soldato ferito da una mina, con le accuse incrociate su chi l’avesse piazzata, e il castello diplomatico si è sbriciolato.
La sproporzione tra le forze in campo aggiunge un ulteriore elemento di instabilità. La Thailandia dispone di una capacità militare ampiamente superiore: aviazione moderna, mezzi corazzati, artiglieria più numerosa. Una pressione così forte rischia di spingere la Cambogia in una posizione difensiva permanente, alimentando narrazioni vittimiste e reazioni imprevedibili. Al tempo stesso, l’uso di bombardamenti e droni in aree abitate può trasformare rapidamente una disputa di confine in un conflitto più ampio, con conseguenze difficili da contenere.
Le diplomazie regionali osservano con crescente preoccupazione, sapendo che ogni ora di combattimenti aggiunge un nuovo ostacolo al ritorno al dialogo. Nelle capitali dell’Asia sud-orientale si teme che la crisi possa destabilizzare corridoi commerciali cruciali, innescare nuove ondate di profughi e bruciare quel poco che resta della fiducia accumulata negli ultimi anni tra i due Paesi. Intanto, sul terreno, restano le immagini di una popolazione sospesa tra paura e attesa, mentre le sirene e i boati dell’artiglieria continuano a scandire il ritmo di una crisi che nessuno sembra più in grado di controllare.
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28/07/2025
Thailandia-Cambogia, annunciato accordo per tregua immediata
Thailandia e Cambogia hanno concordato un cessate il fuoco immediato e incondizionato per fermare gli scontri armati iniziati il 24 luglio in una zona di confine contesa. L’intesa, mediata dalla Malesia e annunciata oggi, lunedì 28 luglio, nella residenza del premier malese Anwar Ibrahim vicino Kuala Lumpur, entrerà in vigore a mezzanotte (le 19 in Italia).
I primi ministri Hun Manet e Phumtham Wechayachai si sono impegnati a proseguire il dialogo per una soluzione definitiva.
Il conflitto, causato da una disputa storica su templi indù contesi, ha provocato oltre 30 morti e 180.000 sfollati. Fonte
I primi ministri Hun Manet e Phumtham Wechayachai si sono impegnati a proseguire il dialogo per una soluzione definitiva.
Il conflitto, causato da una disputa storica su templi indù contesi, ha provocato oltre 30 morti e 180.000 sfollati. Fonte
27/07/2025
Cambogia-Thailandia, i motivi della nuova guerra in Asia
Proseguono gli scontri armati al confine tra Thailandia e Cambogia, con diversi colpi di artiglieria sparati da entrambi gli eserciti in ben 12 punti della frontiera. Ieri il bilancio degli scontri e dei bombardamenti più intensi dal 2011 era stato di 12 morti thailandesi e centinaia di feriti. Finora oltre 120 mila persone sono state evacuate dalle zone interessate dai combattimenti. Oggi il conteggio è salito a 19 morti thailandesi – di cui 13 civili e 6 militari – ed uno cambogiano.
L’esercito thailandese ha riferito di scontri avvenuti prima dell’alba nelle province di Ubon Ratchathani e Surin. La Cambogia avrebbe utilizzato artiglieria e sistemi missilistici BM-21 di fabbricazione russa, e la Thailandia avrebbe risposto al fuoco.
Le versioni dei due governi sulla scintilla che ha scatenato la nuova fiammata di violenza ovviamente sono opposte. Stando a quella di Bangkok, sei soldati cambogiani, uno dei quali armato di lanciarazzi, si sarebbero avvicinati alla frontiera e avrebbero aperto il fuoco dando il via a una sparatoria che poi è degenerata in scontro aperto.
Phnom Penh afferma invece che i militari cambogiani avrebbero agito per “autodifesa”, in risposta a un’incursione “ingiustificata” dei thailandesi.
In seguito le forze cambogiane avrebbero sparato una raffica di razzi, uno dei quali ha colpito una stazione di rifornimento in territorio thailandese. Bangkok avrebbe a quel punto fatto decollare sei caccia F-16 allo scopo di colpire vari obiettivi militari in Cambogia, due dei quali sarebbero stati abbattuti dall’anti-aerea di Phnom Penh che ha risposto con vari colpi di artiglieria contro una base militare oltreconfine. Il bombardamento avrebbe però colpito un ospedale e varie abitazioni, uccidendo 11 civili e un militare.
Dopo alcuni anni di relativa calma, il conflitto per il controllo di una porzione contesa di frontiera, contigua al cosiddetto “triangolo dello smeraldo”, era già esploso a maggio quando un breve scontro a fuoco tra i rispettivi militari aveva provocato la morte di un soldato cambogiano.
Lo scontro tra Phnom Penh e Bangkok risale all’epoca del tracciamento dei confini da parte dei colonizzatori francesi che creò una contesa sul possesso di alcune aree di un confine lungo 820 km. La prima divisione avvenne nel 1907 quando la Francia, che occupava la Cambogia, tracciò un confine mai accettato dalla Thailandia. Alcune delle aree rivendicate da entrambi i paesi sono piene di templi di grande valore storico, artistico e religioso, ed ovviamente simbolico.
Dopo il ritiro della Francia dall’area, nel 1953, la Cambogia si rivolse alla Corte di giustizia internazionale, che nel 1963 e di nuovo nel 2013 le diede ragione. Ma la decisione non fu accettata dalla Thailandia che non riconosce la giurisdizione dell’organismo internazionale. Nel 2008 la tensione sfociò in un violento scontro armato, che si protrasse per tre anni e causò la morte di 28 persone.
Ma dietro la nuova guerra ci sono anche motivazioni di altro tipo oltre a quelle legate all’annosa disputa territoriale: interessi economici legati allo sfruttamento di giacimenti di petrolio e di gas ancora inesplorati, ma anche ai casinò dislocati lungo la frontiera; l’intreccio di relazioni politiche e d’affari tra due famiglie storicamente alleate, gli Hun e gli Shinawatra; i rapporti di potere all’interno delle forze armate.
A Bangkok il potere è stato per un anno in mano alla 38enne Paetongtarn Shinawatra, figlia dell’ex primo ministro e tycoon delle telecomunicazioni Thaksin, che dopo essere stato deposto da un colpo di stato militare nel 2006 trovò asilo proprio nella confinante Cambogia. Ad accoglierlo fu Hun Sen, padre dell’attuale premier Hun Manet, che poi nominò il politico thailandese suo consigliere economico causando una crisi diplomatica con il regime militare insediatosi a Bangkok.
Un nuovo conflitto politico e diplomatico è esploso nelle scorse settimane a causa della diffusione dell’audio di una telefonata tra la premier Paetongtarn Shinawatra e Hun Sen, realizzata per abbassare la tensione tra i due paesi dopo lo scontro a fuoco di maggio. Nella registrazione si sente l’allora premier thailandese rivolgersi in maniera deferente al politico cambogiano con l’appellativo di “zio” e pronunciare delle critiche alla condotta dei propri militari, in particolare al capo del Comando nordorientale dell’Esercito Thailandese Boonsin Phadklang, responsabile delle truppe che avevano aperto il fuoco contro una pattuglia cambogiana al confine.
L’audio della chiamata fu però diffuso via social proprio da Hun Sen, che evidentemente voleva utilizzarla per indebolire la giunta militare thailandese. A Bangkok si scatena un terremoto politico: prima il partito di destra “Orgoglio Thai” esce dalla maggioranza di governo, poi 36 senatori denunciano la premier Shinawatra che viene sospesa in attesa del pronunciamento della Corte Costituzionale.
Secondo vari analisti, Hun Sen avrebbe diffuso la registrazione della compromettente telefonata per vendicarsi nei confronti della famiglia Shinawatra, inadempiente rispetto alla promessa di accelerare i negoziati sulla definizione della cosiddetta “Area di rivendicazioni sovrapposte”, una zona di 26 mila km quadrati nel Golfo della Thailandia che secondo le stime ospita giacimenti di gas e petrolio finora non sfruttati del valore di 300 miliardi.
Il cambogiano Hun Sen, inoltre, sarebbe stato fortemente irritato da una legge, approvata dal governo di Bangkok a marzo, che legalizza i casinò e consente la realizzazione di alcune case da gioco anche nella regione del “Corridoio economico orientale”, al confine con il vicino. In Cambogia il gioco d’azzardo è legale da tempo solo per i turisti stranieri ma è vietato ai residenti locali, e i casinò cambogiani sono frequentati quindi soprattutto da visitatori cinesi e thailandesi che a questo punto però avranno a disposizione anche quelli aperti nel territorio di Bangkok. La concorrenza thailandese danneggerà un settore economico che rappresenta addirittura, secondo le stime, una quota tra il 5 e il 10% del Pil nazionale cambogiano.
Al centro della contesa tra i due paesi ci sono anche i “centri truffa”, strutture illegali gestite da gruppi criminali che operano in vari paesi del Sud-est asiatico per condurre frodi online, scommesse clandestine, falsi investimenti, furti di criptovalute ecc. Negli ultimi anni, anche a causa della repressione operata dalla giunta militare thailandese in collaborazione con Pechino, molte di queste attività si sono spostate in Cambogia grazie alla tolleranza del governo locale. Nei mesi scorsi, dopo il rapimento di un attore cinese da parte di una gang, le autorità thailandesi hanno preso di mira anche i centri truffa insediati in territorio cambogiano, tagliando ad esempio le connessioni dati verso la provincia cambogiana di Sa Kaeo.
Insomma i motivi di attrito tra Phnom Penh e Bangkok sono numerosi e si sovrappongono alla contesa territoriale che già in passato è sfociata in scontro armato, anche a causa del protagonismo di alcuni comandanti dell’esercito che tentano di utilizzare l’escalation per farsi strada nelle rispettive nomenklature militari o di accrescere il proprio ruolo per contestare i rispettivi governi.
Ad esempio in Cambogia alcuni generali della vecchia guardia, protagonisti della guerra contro i “khmer rossi”, sarebbero insoddisfatti delle riforme promesse dal premier Hun Manet, e starebbero cercando di indebolirlo proprio aumentando la tensione con la Thailandia.
Nelle ultime ore i governi dei due regni stanno apparentemente tentando di contenere gli scontri e di bloccare l’escalation. Uno scontro frontale avvantaggerebbe sicuramente Bangkok, che dispone di un esercito più numeroso e meglio equipaggiato.
Mentre oggi il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha indetto una riunione d’emergenza per affrontare la crisi gli Stati Uniti, da lungo tempo alleati della Thailandia, hanno chiesto la cessazione immediata delle ostilità. Anche la Cina, stretto alleato della Cambogia, ha dichiarato di essere profondamente preoccupata per il conflitto in corso e di sperare che entrambi i Paesi «risolvano adeguatamente la loro controversia attraverso il dialogo».
Fonte
24/07/2025
Thailandia e Cambogia ai ferri corti
Nuova fiammata tra i due paesi asiatici dopo decenni di tensione causati dalle opposte rivendicazioni sulla frontiera comune, lunga oltre 800 km, tracciata dai colonizzatori ai tempi della dominazione francese.
Nei giorni scorsi i due paesi avevano già interrotto parzialmente le relazioni diplomatiche portandole al livello minimo. La Thailandia ha richiamato il proprio ambasciatore in Cambogia, Tull Traisorat, ed ha annunciato l’espulsione dell’ambasciatore cambogiano a Bangkok, Hun Saroeun.
La misura è stata adottata dopo che il Ministero degli Esteri thailandese ha protestato con i propri vicini accusandoli di aver piazzato recentemente nuove mine in alcuni tratti della frontiera nel cosiddetto “Triangolo di Smeraldo”, che unisce Cambogia, Laos e Thailandia, causando il ferimento di un proprio militare.
La Cambogia però nega ogni addebito ed anzi accusa le truppe di Bangkok di aver violato la propria integrità territoriale. Phnom Penh ha deciso lo stop alle importazioni di frutta e verdura dalla Thailandia e messo al bando i film thailandesi.
Nelle ultime ore però la situazione sembra essere ulteriormente degenerata, dando vita a una crisi che sembra la più grave dal periodo 2008-2011, quando complessivamente gli scontri causarono la morte di 28 persone.
Già a maggio un soldato cambogiano era stato ucciso in uno scontro armato in una zona rivendicata da entrambi i regni asiatici. Nei giorni scorsi si sono verificati nuovi scontri a fuoco in diverse delle zone di confine contese, e la Thailandia ha deciso di chiudere tutti i varchi di accesso alla Cambogia.
Ieri poi cinque soldati di Bangkok sono rimasti feriti, uno in modo grave, dall’esplosione di una mina. Stamattina gli scontri si sono fatti molto più intensi. L’esercito thailandese ha informato di aver realizzato alcuni attacchi aerei su obiettivi cambogiani dopo che le forze di Phnom Penh hanno aperto il fuoco contro una base militare vicina ad un tempio a Prasat Ta Muen Thom, uccidendo 12 persone, 11 civili e un militare.
Secondo il Ministero della Difesa di Phnom Penh, l’aviazione nemica avrebbe bombardato una strada vicino all’antico tempio di Preah Vihear, assegnato alla Cambogia nel 1962 da una sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aja ribadita nel 2013.
L’escalation in atto giunge dopo che la premier della Thailandia Paetongtarn Shinawatra, che è anche ministro della Cultura, è stata sospesa dai suoi incarichi per ordine della Corte Costituzionale dopo che a giugno è trapelata una controversa telefonata tra lei e il presidente del Senato cambogiano Hun Sen, in cui contestava l’operato dell’esercito thailandese nella disputa.
L’escalation ha causato “forte preoccupazione” in Cina. I due Paesi sono «amici della Cina e membri importanti dell’Asean», ha ricordato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Guo Jiakun, insistendo sulla necessità di «gestire in modo adeguato le divergenze». «Siamo molto preoccupati per gli sviluppi e auspichiamo che entrambe le parti affrontino i problemi tramite dialogo e consultazioni», ha aggiunto, offrendo la mediazione di Pechino.
Fonte
Nei giorni scorsi i due paesi avevano già interrotto parzialmente le relazioni diplomatiche portandole al livello minimo. La Thailandia ha richiamato il proprio ambasciatore in Cambogia, Tull Traisorat, ed ha annunciato l’espulsione dell’ambasciatore cambogiano a Bangkok, Hun Saroeun.
La misura è stata adottata dopo che il Ministero degli Esteri thailandese ha protestato con i propri vicini accusandoli di aver piazzato recentemente nuove mine in alcuni tratti della frontiera nel cosiddetto “Triangolo di Smeraldo”, che unisce Cambogia, Laos e Thailandia, causando il ferimento di un proprio militare.
La Cambogia però nega ogni addebito ed anzi accusa le truppe di Bangkok di aver violato la propria integrità territoriale. Phnom Penh ha deciso lo stop alle importazioni di frutta e verdura dalla Thailandia e messo al bando i film thailandesi.
Nelle ultime ore però la situazione sembra essere ulteriormente degenerata, dando vita a una crisi che sembra la più grave dal periodo 2008-2011, quando complessivamente gli scontri causarono la morte di 28 persone.
Già a maggio un soldato cambogiano era stato ucciso in uno scontro armato in una zona rivendicata da entrambi i regni asiatici. Nei giorni scorsi si sono verificati nuovi scontri a fuoco in diverse delle zone di confine contese, e la Thailandia ha deciso di chiudere tutti i varchi di accesso alla Cambogia.
Ieri poi cinque soldati di Bangkok sono rimasti feriti, uno in modo grave, dall’esplosione di una mina. Stamattina gli scontri si sono fatti molto più intensi. L’esercito thailandese ha informato di aver realizzato alcuni attacchi aerei su obiettivi cambogiani dopo che le forze di Phnom Penh hanno aperto il fuoco contro una base militare vicina ad un tempio a Prasat Ta Muen Thom, uccidendo 12 persone, 11 civili e un militare.
Secondo il Ministero della Difesa di Phnom Penh, l’aviazione nemica avrebbe bombardato una strada vicino all’antico tempio di Preah Vihear, assegnato alla Cambogia nel 1962 da una sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aja ribadita nel 2013.
L’escalation in atto giunge dopo che la premier della Thailandia Paetongtarn Shinawatra, che è anche ministro della Cultura, è stata sospesa dai suoi incarichi per ordine della Corte Costituzionale dopo che a giugno è trapelata una controversa telefonata tra lei e il presidente del Senato cambogiano Hun Sen, in cui contestava l’operato dell’esercito thailandese nella disputa.
L’escalation ha causato “forte preoccupazione” in Cina. I due Paesi sono «amici della Cina e membri importanti dell’Asean», ha ricordato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Guo Jiakun, insistendo sulla necessità di «gestire in modo adeguato le divergenze». «Siamo molto preoccupati per gli sviluppi e auspichiamo che entrambe le parti affrontino i problemi tramite dialogo e consultazioni», ha aggiunto, offrendo la mediazione di Pechino.
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13/11/2022
Guerra in Ucraina - Contrasti nell’amministrazione Usa sui negoziati con la Russia
Secondo il New York Times l’amministrazione USA è divisa in merito all’opportunità di sollecitare Zelensky, a cercare una soluzione diplomatica al conflitto con la Russia.
Il New York Times, cita le recenti dichiarazioni del capo dello stato maggiore congiunto delle Forze armate Usa, generale Mark Milley, secondo cui il ritiro russo da Kherson potrebbe offrire l’opportunità per una cessazione delle ostilità. Fonti anonime citate dal quotidiano riferiscono che la posizione espressa da Milley si scontra però col parere diverso di “altri consiglieri del presidente Biden”, secondo i quali sarebbe ancora “troppo presto” per intavolare negoziati.
Per i “falchi”dell’amministrazione Usa, una pausa nelle ostilità in Ucraina “darebbe soltanto al presidente russo Vladimir Putin un’opportunità per riconsolidare” le sue forze. Diversi collaboratori di Biden ritengono che il conflitto in Ucraina “alla fine sarà risolto tramite negoziati, ma hanno concluso che il momento non sia quello giusto, e che gli Usa non dovrebbero mostrare di esercitare pressioni sull’Ucraina quando quest’ultima ha dalla sua l’iniziativa”.
Le due differenti posizioni all’interno dell’amministrazione statunitense avrebbero animato un dibattito acceso, divenuto di dominio pubblico dopo le ultime dichiarazioni del generale Milley, secondo cui il ritiro delle forze armate russe dalla sponda ovest del fiume Dnepr e da Kherson, se confermato, aprirebbe una “finestra di dialogo” per tentare di porre fine alla guerra in Ucraina. Per Milley il conflitto in corso dallo scorso febbraio è costato alla Russia la perdita di oltre 100 mila militari tra morti e feriti, e circa altrettanto all’Ucraina: allo stato attuale delle ostilità, sia la Russia che l’Ucraina dovrebbero giungere alla “mutua comprensione” che una vittoria “probabilmente non può essere raggiunta tramite mezzi militari, ed è dunque necessario tentare altre strade”. A detta di Milley, la Russia ha accumulato tra i 20 mila e i 30 mila militari a Kherson e nelle aree circostanti, dove le forze ucraine proseguono da settimane un’offensiva con scarso successo.
A parere degli analisti militari la difesa russa dei territori ad ovest del fiume Dnepr era diventata difficilissima da quando, grazie ai missili Himars forniti dagli Usa, gli ucraini avevano distrutto l’unico ponte attraverso cui Mosca poteva rifornire la regione di tutto il necessario: vettovaglie, armamenti, proiettili, medicamenti, truppe, mezzi corazzati. L’unico altro passaggio rimasto, circa 80 chilometri a Est di Kherson, è il ponte sulla diga di Nova Kakhovka, pure sotto il tiro dei missili ucraini, il cui cedimento provocherebbe inondazioni catastrofiche nel territorio conteso. Vladimir Leontyev, capo dell’amministrazione cittadina ha denunciato all’agenzia russa RIA Novosti che nella serata di ieri e per tutta la notte, le truppe ucraine hanno continuato a bombardare Novaya Kakhovka e la centrale idroelettrica di Kakhovka.
Avendo ritirato le truppe sulla sponda orientale, i russi si sono attestati su posizioni estremamente difficili da attaccare per le truppe ucraine. Inoltre in tutta la regione di Kherson, il Dnepr è largo almeno mezzo chilometro e costituisce dunque una barriera formidabile per un’eventuale prosecuzione dell’offensiva da parte delle truppe di Kiev. I russi a questo punto potranno spostare una gran quantità di uomini e mezzi nel Donbass e nella regione di Zaporizhzhia, stabilizzando così il fronte anche a Est.
I russi hanno mantenuto la capacità di danneggiare le infrastrutture elettriche e idriche ucraine e da quelle parti l’inverno ormai in arrivo è rigidissimo. Le temperature a Kiev, e non solo, scendono facilmente al di sotto dei 20 gradi sottozero. Chiedere ancora alla popolazione di resistere con acqua e luce razionata in queste condizioni sarebbe complicato e rischioso per le autorità di Kiev, e altrettanto complicato sarebbe garantire la produzione e i rifornimenti all’esercito.
L’attenzione a questo punto si sposta in Asia e precisamente a Phnom Pen in Cambogia, dove è in corso il vertice dell’Asean e sono presenti sia il ministro degli esteri russo che quello ucraino. Il ministro degli Esteri dell’Ucraina, ha affermato di essere pronto a considerare un eventuale incontro con l’omologo russo Sergej Lavrov, nel caso venisse avanzata tale richiesta. Lavrov “non ha chiesto un incontro, come si usa a livello diplomatico; qualora lo facesse, prenderemo attentamente in considerazione la richiesta, considerando tutti gli aspetti e la realtà della situazione attuale”, ha detto Kuleba. Il viceministro degli Esteri di Mosca, Serghei Ryabkov, aveva affermato nei giorni scorsi che la Russia è aperta al dialogo sull’Ucraina senza precondizioni.
Se può essere colto come segnale, la delegazione statunitense al vertice Asean questa volta è rimasta nella sala ad ascoltare l’intervento di Lavrov invece di alzarsi e andarsene come accaduto in altri vertici internazionali.
Ma al momento il vertice Asean in Cambogia, come prevedibile, si chiuderà senza accordo. La Russia si è opposta alla pubblicazione di un documento comune, definendo “inaccettabile” il linguaggio utilizzato sulla situazione in Ucraina da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati.
“Non c’è stato alcun accordo. Gli Stati Uniti e i loro alleati insistono su un linguaggio inaccettabile in relazione alla situazione in Ucraina, quindi verrà rilasciata una dichiarazione presidenziale”, ha detto Lavrov.
Il vertice Asean, in cui sono presenti sia Stati Uniti che Russia, si è quindi concluso senza un comunicato congiunto perché la Russia non ha potuto accettare i riferimenti alla guerra in Ucraina richiesti dagli Usa e dagli altri alleati; Phnom Pen si limiterà a una dichiarazione presidenziale.
Fonte
Il New York Times, cita le recenti dichiarazioni del capo dello stato maggiore congiunto delle Forze armate Usa, generale Mark Milley, secondo cui il ritiro russo da Kherson potrebbe offrire l’opportunità per una cessazione delle ostilità. Fonti anonime citate dal quotidiano riferiscono che la posizione espressa da Milley si scontra però col parere diverso di “altri consiglieri del presidente Biden”, secondo i quali sarebbe ancora “troppo presto” per intavolare negoziati.
Per i “falchi”dell’amministrazione Usa, una pausa nelle ostilità in Ucraina “darebbe soltanto al presidente russo Vladimir Putin un’opportunità per riconsolidare” le sue forze. Diversi collaboratori di Biden ritengono che il conflitto in Ucraina “alla fine sarà risolto tramite negoziati, ma hanno concluso che il momento non sia quello giusto, e che gli Usa non dovrebbero mostrare di esercitare pressioni sull’Ucraina quando quest’ultima ha dalla sua l’iniziativa”.
Le due differenti posizioni all’interno dell’amministrazione statunitense avrebbero animato un dibattito acceso, divenuto di dominio pubblico dopo le ultime dichiarazioni del generale Milley, secondo cui il ritiro delle forze armate russe dalla sponda ovest del fiume Dnepr e da Kherson, se confermato, aprirebbe una “finestra di dialogo” per tentare di porre fine alla guerra in Ucraina. Per Milley il conflitto in corso dallo scorso febbraio è costato alla Russia la perdita di oltre 100 mila militari tra morti e feriti, e circa altrettanto all’Ucraina: allo stato attuale delle ostilità, sia la Russia che l’Ucraina dovrebbero giungere alla “mutua comprensione” che una vittoria “probabilmente non può essere raggiunta tramite mezzi militari, ed è dunque necessario tentare altre strade”. A detta di Milley, la Russia ha accumulato tra i 20 mila e i 30 mila militari a Kherson e nelle aree circostanti, dove le forze ucraine proseguono da settimane un’offensiva con scarso successo.
A parere degli analisti militari la difesa russa dei territori ad ovest del fiume Dnepr era diventata difficilissima da quando, grazie ai missili Himars forniti dagli Usa, gli ucraini avevano distrutto l’unico ponte attraverso cui Mosca poteva rifornire la regione di tutto il necessario: vettovaglie, armamenti, proiettili, medicamenti, truppe, mezzi corazzati. L’unico altro passaggio rimasto, circa 80 chilometri a Est di Kherson, è il ponte sulla diga di Nova Kakhovka, pure sotto il tiro dei missili ucraini, il cui cedimento provocherebbe inondazioni catastrofiche nel territorio conteso. Vladimir Leontyev, capo dell’amministrazione cittadina ha denunciato all’agenzia russa RIA Novosti che nella serata di ieri e per tutta la notte, le truppe ucraine hanno continuato a bombardare Novaya Kakhovka e la centrale idroelettrica di Kakhovka.
Avendo ritirato le truppe sulla sponda orientale, i russi si sono attestati su posizioni estremamente difficili da attaccare per le truppe ucraine. Inoltre in tutta la regione di Kherson, il Dnepr è largo almeno mezzo chilometro e costituisce dunque una barriera formidabile per un’eventuale prosecuzione dell’offensiva da parte delle truppe di Kiev. I russi a questo punto potranno spostare una gran quantità di uomini e mezzi nel Donbass e nella regione di Zaporizhzhia, stabilizzando così il fronte anche a Est.
I russi hanno mantenuto la capacità di danneggiare le infrastrutture elettriche e idriche ucraine e da quelle parti l’inverno ormai in arrivo è rigidissimo. Le temperature a Kiev, e non solo, scendono facilmente al di sotto dei 20 gradi sottozero. Chiedere ancora alla popolazione di resistere con acqua e luce razionata in queste condizioni sarebbe complicato e rischioso per le autorità di Kiev, e altrettanto complicato sarebbe garantire la produzione e i rifornimenti all’esercito.
L’attenzione a questo punto si sposta in Asia e precisamente a Phnom Pen in Cambogia, dove è in corso il vertice dell’Asean e sono presenti sia il ministro degli esteri russo che quello ucraino. Il ministro degli Esteri dell’Ucraina, ha affermato di essere pronto a considerare un eventuale incontro con l’omologo russo Sergej Lavrov, nel caso venisse avanzata tale richiesta. Lavrov “non ha chiesto un incontro, come si usa a livello diplomatico; qualora lo facesse, prenderemo attentamente in considerazione la richiesta, considerando tutti gli aspetti e la realtà della situazione attuale”, ha detto Kuleba. Il viceministro degli Esteri di Mosca, Serghei Ryabkov, aveva affermato nei giorni scorsi che la Russia è aperta al dialogo sull’Ucraina senza precondizioni.
Se può essere colto come segnale, la delegazione statunitense al vertice Asean questa volta è rimasta nella sala ad ascoltare l’intervento di Lavrov invece di alzarsi e andarsene come accaduto in altri vertici internazionali.
Ma al momento il vertice Asean in Cambogia, come prevedibile, si chiuderà senza accordo. La Russia si è opposta alla pubblicazione di un documento comune, definendo “inaccettabile” il linguaggio utilizzato sulla situazione in Ucraina da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati.
“Non c’è stato alcun accordo. Gli Stati Uniti e i loro alleati insistono su un linguaggio inaccettabile in relazione alla situazione in Ucraina, quindi verrà rilasciata una dichiarazione presidenziale”, ha detto Lavrov.
Il vertice Asean, in cui sono presenti sia Stati Uniti che Russia, si è quindi concluso senza un comunicato congiunto perché la Russia non ha potuto accettare i riferimenti alla guerra in Ucraina richiesti dagli Usa e dagli altri alleati; Phnom Pen si limiterà a una dichiarazione presidenziale.
Fonte
01/09/2019
Appunti per comprendere i Khmer rouge
Comprendere ciò che è accaduto nella Cambogia tra il 1976 e il 1979, quando si chiamava Kampuchea Democratica, resta un nodo ancora da sciogliere nella storia del movimento comunista.
Come un’esperienza nata dalla lotta antimperialista contro gli USA si è potuta trasformare in una delle grandi tragedie del XX secolo?
Questo breve saggio non ha lo scopo di riabilitare nessuno, vuole semplicemente gettare le basi per un profondo studio della storia dei Khmer Rouge e della loro rivoluzione.
Esistono lavori certamente più approfonditi, come “Il sorriso di Pol Pot” o i lavori, disponibili solamente in lingua inglese, di due importanti storici come Michael Vickery e David P. Chandler a cui rimando per ulteriori approfondimenti.
Chi erano i Khmer Rouge?
I Khmer Rouge erano dei rivoluzionari che vollero costruire una società egualitaria e indipendente. L’indipendenza e l’autosufficienza erano due concetti chiave della loro ideologia.
Per prima cosa va tenuta in considerazione la composizione della classe dirigente dei Khmer Rouge, che era il braccio armato del Partito Comunista Khmer.
Essenzialmente vi troviamo due categorie, chi, come Ta Mok, era erede dei Khmer Issarak, ovvero dei guerriglieri nazionalisti impegnati negli anni ‘50 nella dura lotta contro l’imperialismo francese per ottenere l'indipendenza della Cambogia, e chi, come Pol Pot, in quegli anni andò a studiare in Francia, a Parigi o come Nuon Chea in Thailandia.
Questi intellettuali, durante i loro studi parigini, incontrarono il marxismo, avvicinandosi al PCF.
Queste infarinature di marxismo erano utili alla loro visione di lotta per l’autonomia e lo sviluppo del paese, come si evince dalla tesi di laurea in economia di Khieu Samphan, Capo di stato dal 1976 della Kampuchea Democratica, sul sottosviluppo della Cambogia.
In un certo qual modo, questi intellettuali si sentiranno sempre in debito nei confronti di chi lottò per l’indipendenza della Cambogia mentre loro studiavano all'estero.
Tornati in patria dovettero fare i conti con l'eclettismo e l’autocrazia del principe Sihanouk, il quale si spostò da posizioni di sinistra, con conseguente apertura alla sinistra cambogiana, a posizioni di destra che ebbero due conseguenze: la via della clandestinità per i Khmer Rouge e il progressivo trasferimento nelle mani dell’esercito del potere con il successivo golpe del 1970.
Mentre la Cambogia veniva coinvolta nel conflitto vietnamita e sul paese cadde una quantità gigantesca di bombe, i rivoluzionari di Pol Pot si erano rifugiati nella parte nord orientale del paese, in una zona nascosta dalla giungla, abitata da tribù primitive, contraddistinte da una società egualitaria da cui Pol Pot era affascinato, in una situazione di dipendenza dal Vietnam.
Nei rapporti con Hanoi, Pol Pot vide lungo nella sua analisi, soprattutto quando venne invitato a studiare in Vietnam dal PCV e capì il vero obiettivo dei vietnamiti, controllare i partiti comunisti del Laos e della Cambogia per poter costruire una federazione socialista sotto la loro egemonia.
Pol Pot era un nazionalista, non poteva accettare una situazione simile, soprattutto alla luce della storia recente del suo paese, con una secolare lotta tra Vietnam e Thailandia per controllarlo.
Di conseguenza inizierà una dura lotta per ottenere una faticosa autonomia che costerà ai Khmer Rouge la perdita degli aiuti vietnamiti e un certo ritardo nella presa di Phnom Penh che avverrà il 17 aprile 1975.
La vittoria sul regime di Lon Nol venne facilitata anche dall'alleanza con il principe Sihanouk, utilizzato come strumento di propaganda e per ottenere un maggiore consenso da parte della popolazione. Sihanouk, una volta ottenuta la vittoria finale, verrà progressivamente ridotto all'esilio.
Cosa successe dopo?
I Khmer Rouge entrarono in città e si verificarono subito degli scontri tra gli stessi guerriglieri, i quali non si conoscevano tra loro, frutto dell’estrema segretezza che ha contraddistinto l’intera esistenza del movimento.
La segretezza si accompagna ad una scarsa organizzazione e ai primi contrasti nel gruppo dirigente. Con l’eliminazione dei dirigenti moderati, ovvero Hou Youn e Hu Nim, prevarrà la linea di sinistra che porterà a scelte come l'evacuazione delle città, l’abolizione della moneta e l’instaurazione di una società agraria fortemente egualitaria.
Tolta la storia dell’uccisione di chi indossava gli occhiali, una vecchia leggenda che circolava anche ai tempi dei guerriglieri nazionalisti come certificato da Francois Ponchaud, un prete cattolico anticomunista che visse in Cambogia quando i Khmer Rouge presero il potere, l’arrivo dei guerriglieri nella città fu seguito dall'abbandono forzato di Phnom Penh e delle altre città del paese da parte dei loro abitanti, diretti, secondo le direttive dei guerriglieri, verso i loro villaggi di origine visto l’imminente attacco da parte degli USA.
La giustificazione della scarsità di cibo, dovuta alla guerra e al sovrappopolamento causato dall'arrivo negli anni dei contadini fuggiti dal conflitto, trova riscontro solamente per il caso della capitale ma non per altre città, come Battambang.
L’abbandono delle città venne caratterizzato da una scarsa organizzazione che provocò molti morti.
In generale la città veniva vista, in un’ottica da movimento contadino, come il cuore di un sistema corrotto e dispotico che ha generato una situazione di guerra, povertà e violenza, pertanto la città doveva essere rieducata, con i suoi abitanti: “Il badile sarà la vostra penna, la terra la vostra carta”.
L’Organizzazione Rivoluzionaria, con questo nome era conosciuto il Partito Comunista Khmer di cui si ignoravano segretario, ideologia ed esistenza, divise perciò la società in "nuova gente", gli abitanti della città, e "vecchia gente", i contadini.
La centralità della campagna non era frutto solamente di una visione da movimento contadino a cui molti episodi di violenza cieca possono essere rimandati, come afferma il sociologo marxista svedese Jan Mydral, anche perché progressivamente le industrie vennero rimesse in moto e le città vennero ripopolate, come raccontato dalle delegazioni che visitarono in quel periodo il paese, ma provengono da un’idea di autosufficienza spinta alle sue estreme conseguenze.
Se l’ambizione era quella di ottenere la prosperità e l’autosufficienza, le industrie e dei quadri tecnici erano indispensabili, quest’ultimo elemento entra in contrasto con la fede assoluta dei Khmer Rouge, ripresa dalla Cina maoista, nella creatività delle masse.
C’è una divertente storiella per spiegare questo fatto.
I Khmer Rouge riuscirono a catturare due aerei statunitensi e vollero imparare ad usarli.
Uno di loro, un contadino che non aveva mai imparato a guidare un aeroplano, venne messo alla guida del veicolo, data la cieca fiducia nella creatività delle masse dell’Organizzazione Rivoluzionaria.
Il povero sventurato imparò a guidare l’aereo ma non ad atterrare e si schiantò.
Per usare il secondo aereo venne chiamato un pilota che nel frattempo era stato spedito nelle risaie, costui si mise alla guida dell’aereo esclamando: “Si fa così compagni!” e volò via verso la Thailandia.
L’autosufficienza era sulla carta possibile, dato il rapporto tra popolazione e terra coltivabile disponibile, le strategie dei Khmer Rouge avevano un senso, come la costruzione dei canali di irrigazione che infatti vennero usati qualche decennio dopo dall'attuale governo, era errata la modalità con la quale ottenere tutto ciò.
I rapporti con il marxismo
I Khmer Rouge ebbero una breve infarinatura di marxismo in Francia.
Il marxismo nelle loro idee ebbe sempre meno peso, diventando più una serie di slogan ripresi a piene mani dalla Cina di Mao, il modello di Pol Pot, che una serie di analisi frutto di attente elaborazioni teoriche.
Per esempio, quando un membro della delegazione svedese che visitò il paese ebbe l'opportunità di parlare con un Khmer Rouge, questi gli chiese se fosse soddisfatto di quanto fatto nel paese, lo svedese rispose che c’era ancora molto da fare e il khmer rispose che avevano instaurato la dittatura del partito, cosa dovevano fare di più?
Il marxismo era lo strumento per ottenere un rapido sviluppo, questa era l’idea di fondo.
Il Super Grande balzo in avanti aveva questo scopo, un rapido sviluppo del paese mirato alla costruzione della prima società comunista nella storia dell’umanità, un successo da mostrare al mondo intero.
Tutto era finalizzato per far tornare il paese ad un’epoca di splendore ed indipendenza come quella di Angokr, i cui riferimenti nella vicenda della Kampuchea Democratica non mancano.
Questo obiettivo venne esplicitamente dichiarato da Khieu Samphan nel suo incontro con il Primo ministro cinese Zhou Enlai, nonostante quest'ultimo, memore degli errori del Grande balzo in avanti, con il quale la Cina tentò di risolvere la contraddizione tra città e campagna, sviluppando velocemente le forze produttive, invitò il Capo di stato khmer ad agire con moderazione e gradualità per fare il bene del suo popolo.
Dalla Cina arrivò un altro segnale, un misto tra rassegnazione e avvertimento, quando il vecchio Mao disse in un colloquio privato con Pol Pot che la Cina non era un paese egualitario, l’egualitarismo c’era solo negli slogan, la Cina era un capitalismo di stato senza capitalisti, come disse Lenin, e la strada verso il socialismo era piena di problemi da affrontare.
Nonostante gli avvertimenti del potente alleato si andò avanti con la linea del Super Grande balzo in avanti.
Questo progetto doveva essere affiancato dalla costruzione dell’Uomo Nuovo, come delineato dall'Organizzazione Rivoluzionaria.
Costui doveva essere un soggetto senza legami con il vecchio passato e se li aveva, per questo motivo doveva essere rieducato.
Era un lavoratore dedito alla costruzione della nuova Kampuchea, alla rivoluzione, fortemente egualitario ed ateo.
Per questo motivo venne dichiarata guerra alle religioni e ad ogni vecchia istituzione sociale, compresa la famiglia.
Il concetto di “madre” e “padre” doveva essere superato, il figlio veniva separato dalla famiglia e poteva rivolgersi ad un'altra persona solamente con l’appellativo compagno/a.
Dal cibo all'atto sessuale tutto era gestito dall'Organizzazione Rivoluzionaria.
I dirigenti
Dietro all'Organizzazione Rivoluzionaria si nascondevano i volti degli ideatori della Kampuchea Democratica.
Pol Pot: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary. Membro e leader del Partito Comunista Khmer, Primo ministro della Kampuchea Democratica dal 1975.
Khieu Samphan: studente universitario a Parigi, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in economia e dove frequentò il circolo marxista di Sary. Divenne un parlamentare e oppositore di sinistra negli anni ‘60, diventando poi Capo di stato della Kampuchea Democratica dal 1976.
Ieng Sary: studente universitario a Parigi, dove fondò un circolo marxista, divenne Ministro degli Esteri della Kampuchea Democratica. Era il cognato di Pol Pot.
Noun Chea: studente universitario in Thailandia, dove si laurea in giurisprudenza, divenne negli anni ‘60 il braccio destro di Pol Pot e, in seguito, Vice Primo ministro della Kampuchea Democratica.
Ieng Thirith: studentessa universitaria a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary che in seguito sposerà, divenne ministro degli Affari Sociali della Kampuchea Democratica.
Khieu Ponnary: fu una delle prime donne cambogiane a conseguire il diploma di scuola superiore, studentessa universitaria a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary. In seguito sposò Pol Pot e divenne membro del comitato centrale e presidente dell’organizzazione femminile della Kampuchea Democratica.
Son Sen: studente universitario a Parigi, poi insegnante. Fu il responsabile della zona nordorientale della Kampuchea Democratica ed in seguito ministro della Difesa.
Ta Mok: membro dei Khmer Issarak, fu responsabile della zona sudoccidentale della Kampuchea Democratica. Fu colui che destituì Pol Pot nel 1997, diventando l’ultimo leader dei Khmer Rouge.
Vorn Vet: Vice Primo ministro, ministro dell'Economia e membro del comitato centrale fino al novembre 1978.
Yun Yat: moglie di Son Sen, ministro della Sanità, della Cultura, dell'Educazione e dell'Informazione. Nel 1977 fu incaricata di estirpare il Buddhismo dalla nazione.
Ke Pauk: fu segretario del Partito per la zona nord dal 1975, e nel 1976 fu il responsabile delle purghe nella zona centrale e di grandi massacri di civili nella zona est nel 1978.
Suong Sikoeun: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary di cui in seguito diventa fidato collaboratore. Sarà il responsabile delle visite degli stranieri di minore importanza.
Ok Sakun: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary, sarà il rappresentante della Kampuchea Democratica a Ginevra.
Duch: insegnante, sarà il Comandante del centro S-21, la prigione della polizia segreta della Kampuchea Democratica.
Hu Nim: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary, diventa parlamentare di sinistra negli anni ‘60. Sarà ministro degli Interni del governo in esilio del principe Sihanouk, verrà assassinato dai Khmer Rouge tra il 1975 il 1976.
Hou Youn: si laurea in economia in Cambogia, dove sarà parlamentare di sinistra e ministro delle Finanze. Sarà ministro dell'Informazione della Kampuchea Democratica. Verrà giustiziato nel 1977.
Il fallimento
Come si arrivò al fallimento?
I Khmer Rouge abbiamo detto erano caratterizzati dalla segretezza, non si conosceva il nome del partito, l’ideologia, si dichiararono marxisti-leninisti solamente a causa delle pressioni cinesi, i suoi leader durante la lotta armata non si conoscevano neanche tra i diversi gruppi armati.
Questa segretezza venne mantenuta anche nella gestione dello stato post-rivoluzionario.
Essenzialmente il paese venne diviso in zone affidate ad un capo locale, il quale assorbiva a modo suo le direttive del partito e i suoi piani.
L’eterogeneità così prodotta fece sì che in due villaggi vicini era facile avere da un lato una vita normale per i contadini e dall'altro un’acuta carestia.
Bisognava realizzare in ogni modo i piani, pena l’eliminazione anche fisica.
Pur di realizzare i piani del raccolto per raggiungere l’autosufficienza alimentare venivano modificati i dati sulla produzione, producendo uno spostamento progressivo del riso prodotto dal cibo necessario alla riproduzione della forza-lavoro al surplus da dare all'autorità centrale.
I dati modificati portarono l’Organizzazione Rivoluzionaria ad alzare l’asticella degli obiettivi, iniziando ad esportare il riso anche in Cina in cambio di macchinari e armamenti.
In questo modo venne spremuta sempre di più la forza-lavoro, con turni di lavoro anche la notte, illuminati da alcuni lampioni con gli altoparlanti che senza sosta ripetevano gli slogan rivoluzionari, ed ebbe così inizio la carestia.
La carestia non venne associata ai piani troppo esigenti bensì al sabotaggio del nemico interno in combutta con il nemico esterno, sia esso il KGB, il Vietnam o gli USA.
La situazione reale venne camuffata agli occhi dell’Organizzazione Rivoluzionaria, i cui membri non potevano visitare realmente le zone del paese perché le autorità locali creavano per loro dei palcoscenici ad hoc per illuderli sulla situazione reale del paese e per mantenere il proprio potere.
Queste messe in scena venivano ripetute anche per i visitatori provenienti dall'estero, in particolar modo gli europei, per mostrare un paese che lavorava sodo e guardava con fiducia verso un futuro socialista.
Di conseguenza questa situazione portò all'aumento esponenziale della repressione e della caccia alle streghe per scovare il nemico e la sua rete, con lo scopo di salvare la rivoluzione.
Questa macchina terribile finì per inghiottire in una spirale di follia i suoi stessi ideatori, portando i Khmer Rouge ad avere dei veri e propri atteggiamenti xenofobi nei confronti di intere minoranze etniche.
La repressioni fu incisiva contro tutte le minoranze etniche ma in particolar modo contro quelle vietnamite e cinesi.
I vietnamiti erano considerati la quinta colonna del grande nemico mentre i cinesi, nonostante l’alleanza con Pechino, rappresentano nelle società del Sudest asiatico quello che hanno rappresentato gli ebrei nell'Est Europa, ovvero una comunità nella comunità, con la sua cultura, che svolge nella società quasi sempre il ruolo del mercante e dello strozzino.
In Cambogia la repressione contro i cinesi, nonostante molti dirigenti khmer fossero di origine cinese, venne giustificata attraverso l’ideologia dei Khmer Rouge mentre in altri paesi della zona, come in Birmania, in Indonesia o in Malesia, venne giustificata attraverso la lotta al comunismo, ovvero contro la Cina di Mao, soprattutto negli anni della Rivoluzione Culturale.
Infatti nei quadri dei partiti comunisti della Birmania, dell’Indonesia, della Malesia o della Thailandia c’era una folta maggioranza di militanti di origine cinese e i loro partiti, nella rottura tra Mosca e Pechino, si schierarono con quest’ultima.
La spirale di follia si materializza nella tragica vicenda della prigione della polizia segreta, la famosa S-21, dove ancora oggi, diventata un museo, possiamo vedere le foto delle persone giustiziate. I Khmer Rouge avevano l’abitudine di fotografare il condannato, prima, durante e dopo l’avvenuta esecuzione.
Il nazionalismo dei Khmer Rouge porterà al conflitto con il Vietnam, esploso nel 1977 a causa delle dispute territoriali per il controllo della zona del delta del Mekong, storicamente appartenuta alla Cambogia e abitata da una cospicua minoranza khmer.
Tuttavia, questo conflitto regionale tra due stati socialisti divenne l’ennesimo fronte della Guerra Fredda.
Al fianco del Vietnam si schierarono l’URSS ed i suoi alleati, mentre la Cina aiutò la Kampuchea Democratica.
La Cina in seguito invase, con una spedizione punitiva, il Vietnam nel 1979.
I Khmer Rouge vennero facilmente sconfitti e costretti a tornare nella giungla alle loro attività di guerriglia mentre i vietnamiti instaurarono un governo fantoccio con il sostegno di un gruppo di disertori dei Khmer Rouge che negli anni avevano deciso di andare in esilio in Vietnam. In questo gruppo svettano i nomi di Heng Samrin, Pen Sovan e dell’attuale padre padrone della Cambogia, Hun Sen.
La guerriglia e la fine
La vittoria vietnamita costrinse i Khmer Rouge a tornare alle loro attività di guerriglia, questa volta contro il Vietnam.
In questa loro lotta vennero sostenuti non solo dalla Cina, che anche dopo la morte di Mao continuò a sostenere Pol Pot in chiave antivietnamita ed antisovietica, ma anche dagli USA, dall'Inghilterra e dalla Thailandia.
Nel 1981 avvenne la rinuncia ufficiale al comunismo da parte del Partito Comunista Khmer, che divenne semplicemente il Partito della Kampuchea Democratica, ufficialmente di osservanza socialista democratica e favorevole al libero mercato.
Nel 1982 venne fondato il Governo di coalizione della Kampuchea Democratica, egemonizzato dai Khmer Rouge, con i monarchici di Sihanouk e gli anticomunisti di Son Sann, sostenuto dai dollari di Reagan.
La lotta contro i vietnamiti proseguì fino agli anni ‘90, in questo periodo Pol Pot rimase nell'ombra, cedendo il ruolo di leader dei Khmer Rouge a Khieu Samphan.
Nel 1991, aiutati dal collasso dell’URSS, venne firmato un accordo di pace tra tutte le parte in conflitto e vennero indette le elezioni, la Cambogia non era più uno stato socialista e tornò ad essere una monarchia costituzionale con il ritorno del principe Sihanouk.
Tuttavia i Khmer Rouge non accettarono l’esito delle elezioni e nel 1992 ripresero la lotta armata, arroccandosi nelle loro roccaforti, come Pailin.
Nel 1996 iniziarono le diserzioni di massa, con l’addio di molti leader storici dei Khmer Rouge, come Sary, Shampan, il quale cercò di trasformare in un partito politico il movimento, fallendo anche per cause esterne in questo tentativo, e Thirith.
Il canto del cigno si ebbe nel 1997, quando Pol Pot fece uccidere Son Sen e la sua famiglia con l’accusa di tradimento, ciò provocò la reazione di Ta Mok, il quale fece catturare Pol Pot e lo condannò all’ergastolo.
Pol Pot morì nel 1998 e i Khmer Rouge vennero sciolti l’anno successivo.
Conclusioni
Questa tragica vicenda mostra il fallimento di un progetto basato su un soggettivismo che ha alla base, in questo caso, un partito, che con la forza, dall'alto, avrebbe voluto modificare radicalmente una società nel giro di pochi anni.
La loro era un fede incrollabile nella propria idea di uomo, capace di superare anche gli ostacoli di natura oggettiva.
Sembra di risentire le critiche del leggendario Charles Bettelheim a Che Guevara, quando questi era il ministro dell'Economia del governo rivoluzionario di Fidel Castro.
Erano dei rivoluzionari ma questa loro inclinazione li trasformò in assassini che hanno gettato nel terrore il popolo che avrebbero voluto aiutare.
La radicalità di un progetto deve essere sempre vista in un’ottica di trasformazione volontaria e di lungo periodo della società e dell’uomo. Lenin disse che il socialismo è un prodotto di una società superiore, noi abbiamo il dovere di fare i conti con l’uomo di questa società, non di quella che vorremmo.
Questa potrebbe essere una delle importanti lezioni che possiamo trarre dall'esperienza della Kampuchea Democratica.
Fonti
Il sorriso di Pol Pot, Peter Fröberg Idling, Iperborea
Brother number one, David P. Chandler, Westview Press
Cambodia, 1975-1982, Michael Vickery, South End Pr
S-21. La macchina di morte dei Khmer rossi, Rithy Panh, O Barra O Edizioni
Fonte
Come un’esperienza nata dalla lotta antimperialista contro gli USA si è potuta trasformare in una delle grandi tragedie del XX secolo?
Questo breve saggio non ha lo scopo di riabilitare nessuno, vuole semplicemente gettare le basi per un profondo studio della storia dei Khmer Rouge e della loro rivoluzione.
Esistono lavori certamente più approfonditi, come “Il sorriso di Pol Pot” o i lavori, disponibili solamente in lingua inglese, di due importanti storici come Michael Vickery e David P. Chandler a cui rimando per ulteriori approfondimenti.
Chi erano i Khmer Rouge?
I Khmer Rouge erano dei rivoluzionari che vollero costruire una società egualitaria e indipendente. L’indipendenza e l’autosufficienza erano due concetti chiave della loro ideologia.
Per prima cosa va tenuta in considerazione la composizione della classe dirigente dei Khmer Rouge, che era il braccio armato del Partito Comunista Khmer.
Essenzialmente vi troviamo due categorie, chi, come Ta Mok, era erede dei Khmer Issarak, ovvero dei guerriglieri nazionalisti impegnati negli anni ‘50 nella dura lotta contro l’imperialismo francese per ottenere l'indipendenza della Cambogia, e chi, come Pol Pot, in quegli anni andò a studiare in Francia, a Parigi o come Nuon Chea in Thailandia.
Questi intellettuali, durante i loro studi parigini, incontrarono il marxismo, avvicinandosi al PCF.
Queste infarinature di marxismo erano utili alla loro visione di lotta per l’autonomia e lo sviluppo del paese, come si evince dalla tesi di laurea in economia di Khieu Samphan, Capo di stato dal 1976 della Kampuchea Democratica, sul sottosviluppo della Cambogia.
In un certo qual modo, questi intellettuali si sentiranno sempre in debito nei confronti di chi lottò per l’indipendenza della Cambogia mentre loro studiavano all'estero.
Tornati in patria dovettero fare i conti con l'eclettismo e l’autocrazia del principe Sihanouk, il quale si spostò da posizioni di sinistra, con conseguente apertura alla sinistra cambogiana, a posizioni di destra che ebbero due conseguenze: la via della clandestinità per i Khmer Rouge e il progressivo trasferimento nelle mani dell’esercito del potere con il successivo golpe del 1970.
Mentre la Cambogia veniva coinvolta nel conflitto vietnamita e sul paese cadde una quantità gigantesca di bombe, i rivoluzionari di Pol Pot si erano rifugiati nella parte nord orientale del paese, in una zona nascosta dalla giungla, abitata da tribù primitive, contraddistinte da una società egualitaria da cui Pol Pot era affascinato, in una situazione di dipendenza dal Vietnam.
Nei rapporti con Hanoi, Pol Pot vide lungo nella sua analisi, soprattutto quando venne invitato a studiare in Vietnam dal PCV e capì il vero obiettivo dei vietnamiti, controllare i partiti comunisti del Laos e della Cambogia per poter costruire una federazione socialista sotto la loro egemonia.
Pol Pot era un nazionalista, non poteva accettare una situazione simile, soprattutto alla luce della storia recente del suo paese, con una secolare lotta tra Vietnam e Thailandia per controllarlo.
Di conseguenza inizierà una dura lotta per ottenere una faticosa autonomia che costerà ai Khmer Rouge la perdita degli aiuti vietnamiti e un certo ritardo nella presa di Phnom Penh che avverrà il 17 aprile 1975.
La vittoria sul regime di Lon Nol venne facilitata anche dall'alleanza con il principe Sihanouk, utilizzato come strumento di propaganda e per ottenere un maggiore consenso da parte della popolazione. Sihanouk, una volta ottenuta la vittoria finale, verrà progressivamente ridotto all'esilio.
Cosa successe dopo?
I Khmer Rouge entrarono in città e si verificarono subito degli scontri tra gli stessi guerriglieri, i quali non si conoscevano tra loro, frutto dell’estrema segretezza che ha contraddistinto l’intera esistenza del movimento.
La segretezza si accompagna ad una scarsa organizzazione e ai primi contrasti nel gruppo dirigente. Con l’eliminazione dei dirigenti moderati, ovvero Hou Youn e Hu Nim, prevarrà la linea di sinistra che porterà a scelte come l'evacuazione delle città, l’abolizione della moneta e l’instaurazione di una società agraria fortemente egualitaria.
Tolta la storia dell’uccisione di chi indossava gli occhiali, una vecchia leggenda che circolava anche ai tempi dei guerriglieri nazionalisti come certificato da Francois Ponchaud, un prete cattolico anticomunista che visse in Cambogia quando i Khmer Rouge presero il potere, l’arrivo dei guerriglieri nella città fu seguito dall'abbandono forzato di Phnom Penh e delle altre città del paese da parte dei loro abitanti, diretti, secondo le direttive dei guerriglieri, verso i loro villaggi di origine visto l’imminente attacco da parte degli USA.
La giustificazione della scarsità di cibo, dovuta alla guerra e al sovrappopolamento causato dall'arrivo negli anni dei contadini fuggiti dal conflitto, trova riscontro solamente per il caso della capitale ma non per altre città, come Battambang.
L’abbandono delle città venne caratterizzato da una scarsa organizzazione che provocò molti morti.
In generale la città veniva vista, in un’ottica da movimento contadino, come il cuore di un sistema corrotto e dispotico che ha generato una situazione di guerra, povertà e violenza, pertanto la città doveva essere rieducata, con i suoi abitanti: “Il badile sarà la vostra penna, la terra la vostra carta”.
L’Organizzazione Rivoluzionaria, con questo nome era conosciuto il Partito Comunista Khmer di cui si ignoravano segretario, ideologia ed esistenza, divise perciò la società in "nuova gente", gli abitanti della città, e "vecchia gente", i contadini.
La centralità della campagna non era frutto solamente di una visione da movimento contadino a cui molti episodi di violenza cieca possono essere rimandati, come afferma il sociologo marxista svedese Jan Mydral, anche perché progressivamente le industrie vennero rimesse in moto e le città vennero ripopolate, come raccontato dalle delegazioni che visitarono in quel periodo il paese, ma provengono da un’idea di autosufficienza spinta alle sue estreme conseguenze.
Se l’ambizione era quella di ottenere la prosperità e l’autosufficienza, le industrie e dei quadri tecnici erano indispensabili, quest’ultimo elemento entra in contrasto con la fede assoluta dei Khmer Rouge, ripresa dalla Cina maoista, nella creatività delle masse.
C’è una divertente storiella per spiegare questo fatto.
I Khmer Rouge riuscirono a catturare due aerei statunitensi e vollero imparare ad usarli.
Uno di loro, un contadino che non aveva mai imparato a guidare un aeroplano, venne messo alla guida del veicolo, data la cieca fiducia nella creatività delle masse dell’Organizzazione Rivoluzionaria.
Il povero sventurato imparò a guidare l’aereo ma non ad atterrare e si schiantò.
Per usare il secondo aereo venne chiamato un pilota che nel frattempo era stato spedito nelle risaie, costui si mise alla guida dell’aereo esclamando: “Si fa così compagni!” e volò via verso la Thailandia.
L’autosufficienza era sulla carta possibile, dato il rapporto tra popolazione e terra coltivabile disponibile, le strategie dei Khmer Rouge avevano un senso, come la costruzione dei canali di irrigazione che infatti vennero usati qualche decennio dopo dall'attuale governo, era errata la modalità con la quale ottenere tutto ciò.
I rapporti con il marxismo
I Khmer Rouge ebbero una breve infarinatura di marxismo in Francia.
Il marxismo nelle loro idee ebbe sempre meno peso, diventando più una serie di slogan ripresi a piene mani dalla Cina di Mao, il modello di Pol Pot, che una serie di analisi frutto di attente elaborazioni teoriche.
Per esempio, quando un membro della delegazione svedese che visitò il paese ebbe l'opportunità di parlare con un Khmer Rouge, questi gli chiese se fosse soddisfatto di quanto fatto nel paese, lo svedese rispose che c’era ancora molto da fare e il khmer rispose che avevano instaurato la dittatura del partito, cosa dovevano fare di più?
Il marxismo era lo strumento per ottenere un rapido sviluppo, questa era l’idea di fondo.
Il Super Grande balzo in avanti aveva questo scopo, un rapido sviluppo del paese mirato alla costruzione della prima società comunista nella storia dell’umanità, un successo da mostrare al mondo intero.
Tutto era finalizzato per far tornare il paese ad un’epoca di splendore ed indipendenza come quella di Angokr, i cui riferimenti nella vicenda della Kampuchea Democratica non mancano.
Questo obiettivo venne esplicitamente dichiarato da Khieu Samphan nel suo incontro con il Primo ministro cinese Zhou Enlai, nonostante quest'ultimo, memore degli errori del Grande balzo in avanti, con il quale la Cina tentò di risolvere la contraddizione tra città e campagna, sviluppando velocemente le forze produttive, invitò il Capo di stato khmer ad agire con moderazione e gradualità per fare il bene del suo popolo.
Dalla Cina arrivò un altro segnale, un misto tra rassegnazione e avvertimento, quando il vecchio Mao disse in un colloquio privato con Pol Pot che la Cina non era un paese egualitario, l’egualitarismo c’era solo negli slogan, la Cina era un capitalismo di stato senza capitalisti, come disse Lenin, e la strada verso il socialismo era piena di problemi da affrontare.
Nonostante gli avvertimenti del potente alleato si andò avanti con la linea del Super Grande balzo in avanti.
Questo progetto doveva essere affiancato dalla costruzione dell’Uomo Nuovo, come delineato dall'Organizzazione Rivoluzionaria.
Costui doveva essere un soggetto senza legami con il vecchio passato e se li aveva, per questo motivo doveva essere rieducato.
Era un lavoratore dedito alla costruzione della nuova Kampuchea, alla rivoluzione, fortemente egualitario ed ateo.
Per questo motivo venne dichiarata guerra alle religioni e ad ogni vecchia istituzione sociale, compresa la famiglia.
Il concetto di “madre” e “padre” doveva essere superato, il figlio veniva separato dalla famiglia e poteva rivolgersi ad un'altra persona solamente con l’appellativo compagno/a.
Dal cibo all'atto sessuale tutto era gestito dall'Organizzazione Rivoluzionaria.
I dirigenti
Dietro all'Organizzazione Rivoluzionaria si nascondevano i volti degli ideatori della Kampuchea Democratica.
Pol Pot: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary. Membro e leader del Partito Comunista Khmer, Primo ministro della Kampuchea Democratica dal 1975.
Khieu Samphan: studente universitario a Parigi, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in economia e dove frequentò il circolo marxista di Sary. Divenne un parlamentare e oppositore di sinistra negli anni ‘60, diventando poi Capo di stato della Kampuchea Democratica dal 1976.
Ieng Sary: studente universitario a Parigi, dove fondò un circolo marxista, divenne Ministro degli Esteri della Kampuchea Democratica. Era il cognato di Pol Pot.
Noun Chea: studente universitario in Thailandia, dove si laurea in giurisprudenza, divenne negli anni ‘60 il braccio destro di Pol Pot e, in seguito, Vice Primo ministro della Kampuchea Democratica.
Ieng Thirith: studentessa universitaria a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary che in seguito sposerà, divenne ministro degli Affari Sociali della Kampuchea Democratica.
Khieu Ponnary: fu una delle prime donne cambogiane a conseguire il diploma di scuola superiore, studentessa universitaria a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary. In seguito sposò Pol Pot e divenne membro del comitato centrale e presidente dell’organizzazione femminile della Kampuchea Democratica.
Son Sen: studente universitario a Parigi, poi insegnante. Fu il responsabile della zona nordorientale della Kampuchea Democratica ed in seguito ministro della Difesa.
Ta Mok: membro dei Khmer Issarak, fu responsabile della zona sudoccidentale della Kampuchea Democratica. Fu colui che destituì Pol Pot nel 1997, diventando l’ultimo leader dei Khmer Rouge.
Vorn Vet: Vice Primo ministro, ministro dell'Economia e membro del comitato centrale fino al novembre 1978.
Yun Yat: moglie di Son Sen, ministro della Sanità, della Cultura, dell'Educazione e dell'Informazione. Nel 1977 fu incaricata di estirpare il Buddhismo dalla nazione.
Ke Pauk: fu segretario del Partito per la zona nord dal 1975, e nel 1976 fu il responsabile delle purghe nella zona centrale e di grandi massacri di civili nella zona est nel 1978.
Suong Sikoeun: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary di cui in seguito diventa fidato collaboratore. Sarà il responsabile delle visite degli stranieri di minore importanza.
Ok Sakun: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary, sarà il rappresentante della Kampuchea Democratica a Ginevra.
Duch: insegnante, sarà il Comandante del centro S-21, la prigione della polizia segreta della Kampuchea Democratica.
Hu Nim: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary, diventa parlamentare di sinistra negli anni ‘60. Sarà ministro degli Interni del governo in esilio del principe Sihanouk, verrà assassinato dai Khmer Rouge tra il 1975 il 1976.
Hou Youn: si laurea in economia in Cambogia, dove sarà parlamentare di sinistra e ministro delle Finanze. Sarà ministro dell'Informazione della Kampuchea Democratica. Verrà giustiziato nel 1977.
Il fallimento
Come si arrivò al fallimento?
I Khmer Rouge abbiamo detto erano caratterizzati dalla segretezza, non si conosceva il nome del partito, l’ideologia, si dichiararono marxisti-leninisti solamente a causa delle pressioni cinesi, i suoi leader durante la lotta armata non si conoscevano neanche tra i diversi gruppi armati.
Questa segretezza venne mantenuta anche nella gestione dello stato post-rivoluzionario.
Essenzialmente il paese venne diviso in zone affidate ad un capo locale, il quale assorbiva a modo suo le direttive del partito e i suoi piani.
L’eterogeneità così prodotta fece sì che in due villaggi vicini era facile avere da un lato una vita normale per i contadini e dall'altro un’acuta carestia.
Bisognava realizzare in ogni modo i piani, pena l’eliminazione anche fisica.
Pur di realizzare i piani del raccolto per raggiungere l’autosufficienza alimentare venivano modificati i dati sulla produzione, producendo uno spostamento progressivo del riso prodotto dal cibo necessario alla riproduzione della forza-lavoro al surplus da dare all'autorità centrale.
I dati modificati portarono l’Organizzazione Rivoluzionaria ad alzare l’asticella degli obiettivi, iniziando ad esportare il riso anche in Cina in cambio di macchinari e armamenti.
In questo modo venne spremuta sempre di più la forza-lavoro, con turni di lavoro anche la notte, illuminati da alcuni lampioni con gli altoparlanti che senza sosta ripetevano gli slogan rivoluzionari, ed ebbe così inizio la carestia.
La carestia non venne associata ai piani troppo esigenti bensì al sabotaggio del nemico interno in combutta con il nemico esterno, sia esso il KGB, il Vietnam o gli USA.
La situazione reale venne camuffata agli occhi dell’Organizzazione Rivoluzionaria, i cui membri non potevano visitare realmente le zone del paese perché le autorità locali creavano per loro dei palcoscenici ad hoc per illuderli sulla situazione reale del paese e per mantenere il proprio potere.
Queste messe in scena venivano ripetute anche per i visitatori provenienti dall'estero, in particolar modo gli europei, per mostrare un paese che lavorava sodo e guardava con fiducia verso un futuro socialista.
Di conseguenza questa situazione portò all'aumento esponenziale della repressione e della caccia alle streghe per scovare il nemico e la sua rete, con lo scopo di salvare la rivoluzione.
Questa macchina terribile finì per inghiottire in una spirale di follia i suoi stessi ideatori, portando i Khmer Rouge ad avere dei veri e propri atteggiamenti xenofobi nei confronti di intere minoranze etniche.
La repressioni fu incisiva contro tutte le minoranze etniche ma in particolar modo contro quelle vietnamite e cinesi.
I vietnamiti erano considerati la quinta colonna del grande nemico mentre i cinesi, nonostante l’alleanza con Pechino, rappresentano nelle società del Sudest asiatico quello che hanno rappresentato gli ebrei nell'Est Europa, ovvero una comunità nella comunità, con la sua cultura, che svolge nella società quasi sempre il ruolo del mercante e dello strozzino.
In Cambogia la repressione contro i cinesi, nonostante molti dirigenti khmer fossero di origine cinese, venne giustificata attraverso l’ideologia dei Khmer Rouge mentre in altri paesi della zona, come in Birmania, in Indonesia o in Malesia, venne giustificata attraverso la lotta al comunismo, ovvero contro la Cina di Mao, soprattutto negli anni della Rivoluzione Culturale.
Infatti nei quadri dei partiti comunisti della Birmania, dell’Indonesia, della Malesia o della Thailandia c’era una folta maggioranza di militanti di origine cinese e i loro partiti, nella rottura tra Mosca e Pechino, si schierarono con quest’ultima.
La spirale di follia si materializza nella tragica vicenda della prigione della polizia segreta, la famosa S-21, dove ancora oggi, diventata un museo, possiamo vedere le foto delle persone giustiziate. I Khmer Rouge avevano l’abitudine di fotografare il condannato, prima, durante e dopo l’avvenuta esecuzione.
Il nazionalismo dei Khmer Rouge porterà al conflitto con il Vietnam, esploso nel 1977 a causa delle dispute territoriali per il controllo della zona del delta del Mekong, storicamente appartenuta alla Cambogia e abitata da una cospicua minoranza khmer.
Tuttavia, questo conflitto regionale tra due stati socialisti divenne l’ennesimo fronte della Guerra Fredda.
Al fianco del Vietnam si schierarono l’URSS ed i suoi alleati, mentre la Cina aiutò la Kampuchea Democratica.
La Cina in seguito invase, con una spedizione punitiva, il Vietnam nel 1979.
I Khmer Rouge vennero facilmente sconfitti e costretti a tornare nella giungla alle loro attività di guerriglia mentre i vietnamiti instaurarono un governo fantoccio con il sostegno di un gruppo di disertori dei Khmer Rouge che negli anni avevano deciso di andare in esilio in Vietnam. In questo gruppo svettano i nomi di Heng Samrin, Pen Sovan e dell’attuale padre padrone della Cambogia, Hun Sen.
La guerriglia e la fine
La vittoria vietnamita costrinse i Khmer Rouge a tornare alle loro attività di guerriglia, questa volta contro il Vietnam.
In questa loro lotta vennero sostenuti non solo dalla Cina, che anche dopo la morte di Mao continuò a sostenere Pol Pot in chiave antivietnamita ed antisovietica, ma anche dagli USA, dall'Inghilterra e dalla Thailandia.
Nel 1981 avvenne la rinuncia ufficiale al comunismo da parte del Partito Comunista Khmer, che divenne semplicemente il Partito della Kampuchea Democratica, ufficialmente di osservanza socialista democratica e favorevole al libero mercato.
Nel 1982 venne fondato il Governo di coalizione della Kampuchea Democratica, egemonizzato dai Khmer Rouge, con i monarchici di Sihanouk e gli anticomunisti di Son Sann, sostenuto dai dollari di Reagan.
La lotta contro i vietnamiti proseguì fino agli anni ‘90, in questo periodo Pol Pot rimase nell'ombra, cedendo il ruolo di leader dei Khmer Rouge a Khieu Samphan.
Nel 1991, aiutati dal collasso dell’URSS, venne firmato un accordo di pace tra tutte le parte in conflitto e vennero indette le elezioni, la Cambogia non era più uno stato socialista e tornò ad essere una monarchia costituzionale con il ritorno del principe Sihanouk.
Tuttavia i Khmer Rouge non accettarono l’esito delle elezioni e nel 1992 ripresero la lotta armata, arroccandosi nelle loro roccaforti, come Pailin.
Nel 1996 iniziarono le diserzioni di massa, con l’addio di molti leader storici dei Khmer Rouge, come Sary, Shampan, il quale cercò di trasformare in un partito politico il movimento, fallendo anche per cause esterne in questo tentativo, e Thirith.
Il canto del cigno si ebbe nel 1997, quando Pol Pot fece uccidere Son Sen e la sua famiglia con l’accusa di tradimento, ciò provocò la reazione di Ta Mok, il quale fece catturare Pol Pot e lo condannò all’ergastolo.
Pol Pot morì nel 1998 e i Khmer Rouge vennero sciolti l’anno successivo.
Conclusioni
Questa tragica vicenda mostra il fallimento di un progetto basato su un soggettivismo che ha alla base, in questo caso, un partito, che con la forza, dall'alto, avrebbe voluto modificare radicalmente una società nel giro di pochi anni.
La loro era un fede incrollabile nella propria idea di uomo, capace di superare anche gli ostacoli di natura oggettiva.
Sembra di risentire le critiche del leggendario Charles Bettelheim a Che Guevara, quando questi era il ministro dell'Economia del governo rivoluzionario di Fidel Castro.
Erano dei rivoluzionari ma questa loro inclinazione li trasformò in assassini che hanno gettato nel terrore il popolo che avrebbero voluto aiutare.
La radicalità di un progetto deve essere sempre vista in un’ottica di trasformazione volontaria e di lungo periodo della società e dell’uomo. Lenin disse che il socialismo è un prodotto di una società superiore, noi abbiamo il dovere di fare i conti con l’uomo di questa società, non di quella che vorremmo.
Questa potrebbe essere una delle importanti lezioni che possiamo trarre dall'esperienza della Kampuchea Democratica.
Fonti
Il sorriso di Pol Pot, Peter Fröberg Idling, Iperborea
Brother number one, David P. Chandler, Westview Press
Cambodia, 1975-1982, Michael Vickery, South End Pr
S-21. La macchina di morte dei Khmer rossi, Rithy Panh, O Barra O Edizioni
Fonte
La Cambogia in fiamme
Nel 1967 l’Indocina era al centro delle contrapposizioni della Guerra Fredda tra il blocco orientale e occidentale.
In quel turbolento anno si stava ancora combattendo in Vietnam e in Laos contro l’imperialismo americano e i suoi alleati ma da questo scenario di guerra e violenza pareva restar fuori la confinante Cambogia, governata dallo stravagante principe Sihanouk.
Sihanouk, per darsi un'aria di modernità, da re abdicò in favore del padre nel 1955, diventando Primo Ministro, dopo la morte del padre lo fu con il titolo di principe e nel 1960 si fece nominare presidente a vita, ma governando il paese con le stesse modalità di un re.
A questo aggiunse la formazione di un suo personale partito, il Sangkum, caratterizzato da un misto di idee conservatrici, nazionaliste, corporativiste e socialiste.
Lo stravagante Sihanouk, famoso per il suo stile di vita da viveur, amante delle belle donne e della musica, celebri le sue esibizioni con il sassofono in pubblico, riuscì a mantenere una posizione di neutralità nei confronti dei conflitti dei paesi confinanti, strizzando l’occhio tanto agli USA, interessati alla neutralità cambogiana, quanto alla Cina e alle altre nazioni socialiste, in particolar modo al Vietnam del Nord.
Sihanouk permise, dietro pagamento, il passaggio di rifornimenti, tramite il tratto finale del famoso “Sentiero Ho Chi Minh”, dal Nord Vietnam ai Vietcong che combattevano nel Sud, permettendo ai primi di costruire di campi di addestramento allestiti in territorio cambogiano e di usufruire del porto di Sihanoukville.
Inizialmente Sihanouk era interessato ad entrare nel SEATO, un'alleanza militare capitanata dagli USA nel Sud-Est asiatico per arginare l’espansione del comunismo nella zona, ma in seguito si spostò su posizioni affini al movimento dei paesi non-allineati.
Tale scelta venne dettata dal timore del principe verso le possibili mire espansionistiche della Thailandia e del Vietnam che lo portò, nel 1955, alla conferenza di Bandung, ad avere i primi contatti con Zhou Enlai, il primo ministro cinese, e il ministro degli esteri del Nord Vietnam, Pham Van Dong, da cui ottenne sostegno e finanziamenti per il suo governo e rassicurazioni sulla tutela dell'indipendenza e dell’integrità territoriale della Cambogia.
Sul fronte interno venne repressa ogni forma di dissenso, l’unica forza politica abbastanza organizzata e forte che Sihanouk temeva erano i comunisti, che definì con tono dispregiativo Khmer rouge.
Nel 1966 provvide a mettere al bando i comunisti mentre dentro l’elite cambogia si andava aprendo una netta spaccatura tra il principe e le forze conservatrici, in cui ricoprivano un ruolo centrale i militari anticomunisti, come Lon Nol, influenzati dagli USA.
Il sistema di Sihanouk sembrava reggere nelle città, dove la borghesia cambogiana viveva in pace e serenità, di questo benessere era espressione il grande sviluppo della musica cambogiana, come dimostra il successo di Pan Ron, ma nelle campagne montava sempre di più il malcontento verso il governo per colpa della povertà estrema e della crisi economica esplosa nel Paese. Ciò rafforzò il movimento comunista dei Khmer rouge.
Le tensioni esplosero nel 1967 con la rivolta contro l’aumento del prezzo del riso di Battambang, repressa, con il consenso del principe nel frattempo in visita in Francia, da Lon Nol che in seguito promulgò la legge marziale.
Ciò aumentò ancora di più la forza dei comunisti, i quali, dal loro quartier generale nel Nord Est del paese, iniziarono, nel 1968, a scatenare le prime offensive contro il governo cambogiano.
Il Partito Comunista di Kampuchea nacque nel 1951 come costola del Partito Comunista Indocinese, sotto l’ala protettiva dei comunisti vietnamiti, e dagli anni sessanta combatté con le altre formazioni comuniste dell’Indocina nei vari conflitti che insanguinarono la regione.
Nel 1960 nacque anche il suo braccio armato, i Khmer rouge, sostenuti dall’esercito popolare vietnamita.
Con le purghe degli anni sessanta ad opera di Sihanouk venne spazzata via la vecchia leadership del partito, ciò favorì l’affermazione di nuovi dirigenti, su tutti Pol Pot.
Pol Pot, figlio di una famiglia di piccoli proprietari terrieri di Prek Sbauv avente dei legami con la corte reale, era tornato nel paese dopo aver studiato per qualche anno in Francia e, come altri suoi collaboratori, apprese dai comunisti francesi i rudimenti del marxismo-leninismo.
A questo si aggiunse un importante viaggio negli anni sessanta nella Cina della Rivoluzione Culturale, di cui apprezzava la radicalità.
L’ala del partito facente capo a Pol Pot spiccava anche per un acceso nazionalismo che inevitabilmente portò a delle frizioni con i comunisti vietnamiti.
Le prime mosse del Pol Pot leader furono tese verso uno smarcamento dalle influenze dell’ingombrante vicino, attuando purghe contro i membri vicini al Vietnam e portando ad un nuovo livello il conflitto con il governo di Phnom Penh, iniziando una lunga guerra civile, in un primo momento senza il consenso di Hanoi.
Le risposte di Sihanouk alla nuova situazione furono molto ragionate.
Sul fronte interno cercò di coinvolgere elementi di sinistra nel governo del paese, tra cui molti dirigenti della futura Kampuchea Democratica, mentre su quello estero riallacciò, su consiglio di Lon Nol, i rapporti diplomatici con gli USA.
Questa scelta venne attuata tenendo in considerazione il sostegno di Nord Vietnam e Cina alla guerriglia comunista nel paese ed ebbe come conseguenza un rafforzamento delle posizioni conservatrici, forti di un maggior sostegno economico e militare del gigante americano.
Nel 1968, con l’elezione di Nixon e l’attuazione della Dottrina Nixon, iniziarono i bombardamenti segreti, resi noti all’opinione pubblica americana nel 1973, sulla Cambogia per impedire il transito dei rifornimenti verso i Vietcong.
L’enorme quantitativo di bombe sganciato dai B-52 americani sulla piccola nazione indocinese rafforzarono ulteriormente i Khmer rouge di cui aumentò esponenzialmente il numero di combattenti.
Nel 1970, mentre Sihanouk era in visita in Francia, scoppiò una rivolta, foraggiata dai conservatori, a Phnom Penh contro i vietnamiti, andando a fondere la situazione turbolenta della regione ai vecchi rancori dei cambogiani nei confronti del Vietnam, il quale per molti secoli sfidò la Thailandia per controllare la Cambogia.
Lon Nol sfruttò la rivolta per portare a termine il suo golpe, spostando in questo modo il paese nettamente su posizione filo-USA ed anticomuniste, e proclamò la nascita della Repubblica Khmer.
Nei momenti di macabra euforia successiva al colpo di stato vennero massacrati numerosi esponenti della minoranza etnica vietnamita in tutto il paese, a cui fecero eco i sinistri proclami sciovinisti del dittatore khmer.
Sihanouk, in esilio in Cina, polarizzò immediatamente le sue posizioni, sostenendo apertamente tutti i movimenti comunisti in lotta in Indocina, compresi i Khmer rouge con cui fondò un'alleanza militare alla base del GRUNK, il governo cambogiano in esilio che aveva il principe come Primo Ministro e il comunista Khieu Samphan, amico di Pol Pot dai tempi degli studi parigini, come vice Primo Ministro.
La Cambogia era definitivamente entrata nello scenario dei conflitti indocinesi, diventando un nuovo terreno per lo scontro frontale tra Stati Uniti e Nord Vietnam, con rispettivi alleati.
Nonostante gli sforzi degli USA, tesi ad indebolire la forza della guerriglia comunista nel paese per rafforzare la posizione di Lon Nol e facilitare l’abbandono della nazione, i Khmer rouge avanzavano nelle campagne, sostenuti dall’esercito nordvietnamita e dalla popolazione locale.
Tra il 1972 e il 1975 si svolsero le ultime fasi del conflitto.
Gli Accordi di Parigi del 1973, i quali posero fine alla Guerra del Vietnam, portarono Lon Nol alla proclamazione di un cessate il fuoco unilaterale, ignorato completamente dai guerriglieri comunisti.
Ormai il dittatore cambogiano controllava solamente le principali città della Cambogia ed era sempre più dipendente dagli aiuti americani mentre i Khmer rouge, applicando le tattiche di guerriglia maoiste, accerchiavano dalla campagna le città.
Il 17 aprile 1975 Phnom Penh cadde, i guerriglieri entrarono in città accolti da una folla in festa, e con loro calava sul paese un'infernale cappa che avrebbe, in seguito, svelato la contorta natura delle idee di Pol Pot, di cui si conobbe la reale identità solamente dopo il crollo della Kampuchea Democratica, e dei suoi collaboratori.
Fonte
In quel turbolento anno si stava ancora combattendo in Vietnam e in Laos contro l’imperialismo americano e i suoi alleati ma da questo scenario di guerra e violenza pareva restar fuori la confinante Cambogia, governata dallo stravagante principe Sihanouk.
Sihanouk, per darsi un'aria di modernità, da re abdicò in favore del padre nel 1955, diventando Primo Ministro, dopo la morte del padre lo fu con il titolo di principe e nel 1960 si fece nominare presidente a vita, ma governando il paese con le stesse modalità di un re.
A questo aggiunse la formazione di un suo personale partito, il Sangkum, caratterizzato da un misto di idee conservatrici, nazionaliste, corporativiste e socialiste.
Lo stravagante Sihanouk, famoso per il suo stile di vita da viveur, amante delle belle donne e della musica, celebri le sue esibizioni con il sassofono in pubblico, riuscì a mantenere una posizione di neutralità nei confronti dei conflitti dei paesi confinanti, strizzando l’occhio tanto agli USA, interessati alla neutralità cambogiana, quanto alla Cina e alle altre nazioni socialiste, in particolar modo al Vietnam del Nord.
Sihanouk permise, dietro pagamento, il passaggio di rifornimenti, tramite il tratto finale del famoso “Sentiero Ho Chi Minh”, dal Nord Vietnam ai Vietcong che combattevano nel Sud, permettendo ai primi di costruire di campi di addestramento allestiti in territorio cambogiano e di usufruire del porto di Sihanoukville.
Inizialmente Sihanouk era interessato ad entrare nel SEATO, un'alleanza militare capitanata dagli USA nel Sud-Est asiatico per arginare l’espansione del comunismo nella zona, ma in seguito si spostò su posizioni affini al movimento dei paesi non-allineati.
Tale scelta venne dettata dal timore del principe verso le possibili mire espansionistiche della Thailandia e del Vietnam che lo portò, nel 1955, alla conferenza di Bandung, ad avere i primi contatti con Zhou Enlai, il primo ministro cinese, e il ministro degli esteri del Nord Vietnam, Pham Van Dong, da cui ottenne sostegno e finanziamenti per il suo governo e rassicurazioni sulla tutela dell'indipendenza e dell’integrità territoriale della Cambogia.
Sul fronte interno venne repressa ogni forma di dissenso, l’unica forza politica abbastanza organizzata e forte che Sihanouk temeva erano i comunisti, che definì con tono dispregiativo Khmer rouge.
Nel 1966 provvide a mettere al bando i comunisti mentre dentro l’elite cambogia si andava aprendo una netta spaccatura tra il principe e le forze conservatrici, in cui ricoprivano un ruolo centrale i militari anticomunisti, come Lon Nol, influenzati dagli USA.
Il sistema di Sihanouk sembrava reggere nelle città, dove la borghesia cambogiana viveva in pace e serenità, di questo benessere era espressione il grande sviluppo della musica cambogiana, come dimostra il successo di Pan Ron, ma nelle campagne montava sempre di più il malcontento verso il governo per colpa della povertà estrema e della crisi economica esplosa nel Paese. Ciò rafforzò il movimento comunista dei Khmer rouge.
Le tensioni esplosero nel 1967 con la rivolta contro l’aumento del prezzo del riso di Battambang, repressa, con il consenso del principe nel frattempo in visita in Francia, da Lon Nol che in seguito promulgò la legge marziale.
Ciò aumentò ancora di più la forza dei comunisti, i quali, dal loro quartier generale nel Nord Est del paese, iniziarono, nel 1968, a scatenare le prime offensive contro il governo cambogiano.
Il Partito Comunista di Kampuchea nacque nel 1951 come costola del Partito Comunista Indocinese, sotto l’ala protettiva dei comunisti vietnamiti, e dagli anni sessanta combatté con le altre formazioni comuniste dell’Indocina nei vari conflitti che insanguinarono la regione.
Nel 1960 nacque anche il suo braccio armato, i Khmer rouge, sostenuti dall’esercito popolare vietnamita.
Con le purghe degli anni sessanta ad opera di Sihanouk venne spazzata via la vecchia leadership del partito, ciò favorì l’affermazione di nuovi dirigenti, su tutti Pol Pot.
Pol Pot, figlio di una famiglia di piccoli proprietari terrieri di Prek Sbauv avente dei legami con la corte reale, era tornato nel paese dopo aver studiato per qualche anno in Francia e, come altri suoi collaboratori, apprese dai comunisti francesi i rudimenti del marxismo-leninismo.
A questo si aggiunse un importante viaggio negli anni sessanta nella Cina della Rivoluzione Culturale, di cui apprezzava la radicalità.
L’ala del partito facente capo a Pol Pot spiccava anche per un acceso nazionalismo che inevitabilmente portò a delle frizioni con i comunisti vietnamiti.
Le prime mosse del Pol Pot leader furono tese verso uno smarcamento dalle influenze dell’ingombrante vicino, attuando purghe contro i membri vicini al Vietnam e portando ad un nuovo livello il conflitto con il governo di Phnom Penh, iniziando una lunga guerra civile, in un primo momento senza il consenso di Hanoi.
Le risposte di Sihanouk alla nuova situazione furono molto ragionate.
Sul fronte interno cercò di coinvolgere elementi di sinistra nel governo del paese, tra cui molti dirigenti della futura Kampuchea Democratica, mentre su quello estero riallacciò, su consiglio di Lon Nol, i rapporti diplomatici con gli USA.
Questa scelta venne attuata tenendo in considerazione il sostegno di Nord Vietnam e Cina alla guerriglia comunista nel paese ed ebbe come conseguenza un rafforzamento delle posizioni conservatrici, forti di un maggior sostegno economico e militare del gigante americano.
Nel 1968, con l’elezione di Nixon e l’attuazione della Dottrina Nixon, iniziarono i bombardamenti segreti, resi noti all’opinione pubblica americana nel 1973, sulla Cambogia per impedire il transito dei rifornimenti verso i Vietcong.
L’enorme quantitativo di bombe sganciato dai B-52 americani sulla piccola nazione indocinese rafforzarono ulteriormente i Khmer rouge di cui aumentò esponenzialmente il numero di combattenti.
Nel 1970, mentre Sihanouk era in visita in Francia, scoppiò una rivolta, foraggiata dai conservatori, a Phnom Penh contro i vietnamiti, andando a fondere la situazione turbolenta della regione ai vecchi rancori dei cambogiani nei confronti del Vietnam, il quale per molti secoli sfidò la Thailandia per controllare la Cambogia.
Lon Nol sfruttò la rivolta per portare a termine il suo golpe, spostando in questo modo il paese nettamente su posizione filo-USA ed anticomuniste, e proclamò la nascita della Repubblica Khmer.
Nei momenti di macabra euforia successiva al colpo di stato vennero massacrati numerosi esponenti della minoranza etnica vietnamita in tutto il paese, a cui fecero eco i sinistri proclami sciovinisti del dittatore khmer.
Sihanouk, in esilio in Cina, polarizzò immediatamente le sue posizioni, sostenendo apertamente tutti i movimenti comunisti in lotta in Indocina, compresi i Khmer rouge con cui fondò un'alleanza militare alla base del GRUNK, il governo cambogiano in esilio che aveva il principe come Primo Ministro e il comunista Khieu Samphan, amico di Pol Pot dai tempi degli studi parigini, come vice Primo Ministro.
La Cambogia era definitivamente entrata nello scenario dei conflitti indocinesi, diventando un nuovo terreno per lo scontro frontale tra Stati Uniti e Nord Vietnam, con rispettivi alleati.
Nonostante gli sforzi degli USA, tesi ad indebolire la forza della guerriglia comunista nel paese per rafforzare la posizione di Lon Nol e facilitare l’abbandono della nazione, i Khmer rouge avanzavano nelle campagne, sostenuti dall’esercito nordvietnamita e dalla popolazione locale.
Tra il 1972 e il 1975 si svolsero le ultime fasi del conflitto.
Gli Accordi di Parigi del 1973, i quali posero fine alla Guerra del Vietnam, portarono Lon Nol alla proclamazione di un cessate il fuoco unilaterale, ignorato completamente dai guerriglieri comunisti.
Ormai il dittatore cambogiano controllava solamente le principali città della Cambogia ed era sempre più dipendente dagli aiuti americani mentre i Khmer rouge, applicando le tattiche di guerriglia maoiste, accerchiavano dalla campagna le città.
Il 17 aprile 1975 Phnom Penh cadde, i guerriglieri entrarono in città accolti da una folla in festa, e con loro calava sul paese un'infernale cappa che avrebbe, in seguito, svelato la contorta natura delle idee di Pol Pot, di cui si conobbe la reale identità solamente dopo il crollo della Kampuchea Democratica, e dei suoi collaboratori.
Fonte
28/09/2014
Emergenza profughi: Australia «Lega Sud» li cede alla Cambogia
Il governo conservatore australiano sigla sottobanco un accordo con la Cambogia per «trasferire» un migliaio di profughi dai propri centri di accoglienza offshore, piazzati sulle isole, al poverissimo Stato asiatico dietro pagamento di un compenso. Scandalo e una vera e propria bufera su Canberra.
L’immigrazione massiccia pone problemi nuovi ovunque e tutti provano ad inventarsi rimedi. Ma all’altro capo del mondo forse esagerano. Il governo conservatore australiano sigla sottobanco un accordo con la Cambogia per «trasferire» un migliaio di profughi dai propri centri di accoglienza offshore (isolette tipo Ponza o Ventotene dei tempi mussoliniani) al poverissimo Stato asiatico per il pagamento di un compenso. Lo ammette il ministro Scott Morrison che spiega l’intesa raggiunta per «lo spostamento volontario» dei migranti dalla piccola isola del Pacifico Nauru a Phnom Penh.
«Nessuno verrà forzato a partire», afferma Morrison alla radio, anche se i rifugiati, beneficiato dell’assistenza iniziale, dovrebbero provvedere per proprio conto a vitto e alloggio. Facile, visto che l’85% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Ovviamente la ricca Australia darà soldi al partner asiatico: 35 milioni di dollari nei prossimi 4 anni da sommare ai circa 75 milioni di dollari già stanziati per il 2014-2015. Associazioni umanitarie e Onu bollano l’accordo «contrario al diritto e immorale» con l’inganno di proporre assistenza a famiglie disperate in un Paese alle corde. Amnesty denuncia il record negativo dell’Australia in termini di accoglienza, con 3300 richiedenti asilo rinchiusi in centri di detenzione, compresi 222 bambini a Nauru. Poche settimane fa Canberra era finita sotto i riflettori per uno spot anti-immigrazione che sullo sfondo di un barcone carico di profughi recitava «No way», niente da fare, ingresso chiuso. Negli ultimi anni, in maniera simile a quanto avviene nel Mediterraneo, si sono moltiplicati i naufragi al largo di Christmas Island, una specie di Lampedusa nell’Oceano Indiano a qualche migliaio di chilometri dalle coste australiane.
Il governo conservatore del premier Tony Abbott ha risposto alle emergenze umanitarie con grande insensibilità e con pugno di ferro. I centri di detenzione non sono sul territorio nazionale ma sulle isole offshore come Nauru, a Manus e in Papua New Guinea. Ora lo scambio con la Cambogia che sta suscitando clamore e mette in difficoltà il governo forcaiolo. Il ministro Morrison promettere di monitorare il trattamento dei «trasferiti». Ma sul «New York Times», Human Rights Watch mette in guardia da Phnom Penh che nel 2009 avrebbe ‘accolto’ da Pechino 22 uiguri per poi imprigionarli.
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28/05/2014
Thailandia: mano dura dei golpisti contro opposizioni
A una settimana dal golpe del 22 maggio, il potere militare estende il controllo sui mass media, limita ancor più i potenziali oppositori e impone un’applicazione ancora più drastica della legge sulla lesa maestà associata all’uso della corte marziale. Un tribunale davanti alla quale è previsto che venga condotto, probabilmente già nelle prossime ore, l’ex ministro dell’Istruzione Chaturon Chaisaeng arrestato ieri dopo un’affollata conferenza stampa davanti ai media internazionali in cui aveva espresso il proprio dissenso nei confronti dell'esercito e della giunta golpista.
Intanto la riduzione di tre ore del coprifuoco, da mezzanotte alle 4 del mattino, e alcune scarcerazioni di esponenti del movimento delle Camicie Rosse e altri elementi considerati fedeli all’esecutivo deposto per decorrenza del periodo di sette giorni di detenzione preventiva, si alternano in queste ore ad arresti di altri presunti "estremisti" e al sequestro di armi e esplosivi.
Prosegue anche la rimozione di funzionari pubblici considerati vicini al precedente governo deposto dai militari. Oggi ad essere sollevati dall’incarico sono stati otto governatori di provincia e 16 ufficiali superiori della polizia.
Resta sostenuta sui social newtwork la reazione al colpo di stato, che ha invece un forte sostegno dei nazionalisti, filomonarchici, avversari del potere della famiglia Shinawatra e di chi vede nell’intervento militare un necessario elemento di pacificazione e di riforma del paese.
Continuano seppure ridotte e di breve durata, le manifestazioni pubbliche contro il regime, considerate illegali. In stato d’arresto rimangono due noti reporter thailandesi, mentre altri due, esperti di questioni militari, sono stati convocati per un colloquio dai responsabili per la comunicazione della giunta per avere messo in difficoltà con domande troppo specifiche il generale Prayuth Chan-ocha, che si è proclamato primo ministro sciogliendo il Senato.
Il "Consiglio nazionale per il mantenimento della pace e dell’ordine", l'altisonante nome che si è dato la giunta, è da oggi affiancato da dieci personalità chiamate a indirizzare gli affari di stato in diverse aree tra cui sicurezza, economia, commercio. Proprio la gestione della sicurezza è stata affidata al precedente comandante dell’esercito, generale Anupong Paojinda.
Intervento atteso e che ha sicuramente portato ai militari ampie simpatie, prosegue il pagamento a 800.000 risicoltori di quanto dovuto da molti mesi per il prodotto consegnato ai depositi governativi. In mancanza di proventi reali dalla vendita del riso, la giunta ha chiesto alle banche di finanziare i 50 miliardi di baht mancanti dalle casse pubbliche sui 90 miliardi di baht (circa 2 miliari di euro) necessari. La politica risicola è stato uno degli elementi utilizzati dalla protesta anti-governativa per chiedere da novembre 2013 e senza successo fino all’intervento dei generali, le dimissioni dell’esecutivo, già accusato di poca trasparenza, di sudditanza verso la famiglia Shinawatra attraverso la premier Yingluck Shinawatra e di politiche volte solo a garantirsi la base elettorale.
Proprio per smentire la volontà di ospitare un governo in esilio opposto alla giunta al potere, oggi il premier cambogiano Hun Sen ha dichiarato con chiarezza che la Cambogia non interferirà negli affari interni thailandesi e ha chiesto all’ex premier in esilio Thaksin Shinawatra, amico personale e consulente economico del suo governo, come pure alla sorella Yingluck, a capo dell’esecutivo defenestrato dai militari, di capire la posizione del suo paese.
Fonte
Intanto la riduzione di tre ore del coprifuoco, da mezzanotte alle 4 del mattino, e alcune scarcerazioni di esponenti del movimento delle Camicie Rosse e altri elementi considerati fedeli all’esecutivo deposto per decorrenza del periodo di sette giorni di detenzione preventiva, si alternano in queste ore ad arresti di altri presunti "estremisti" e al sequestro di armi e esplosivi.
Prosegue anche la rimozione di funzionari pubblici considerati vicini al precedente governo deposto dai militari. Oggi ad essere sollevati dall’incarico sono stati otto governatori di provincia e 16 ufficiali superiori della polizia.
Resta sostenuta sui social newtwork la reazione al colpo di stato, che ha invece un forte sostegno dei nazionalisti, filomonarchici, avversari del potere della famiglia Shinawatra e di chi vede nell’intervento militare un necessario elemento di pacificazione e di riforma del paese.
Continuano seppure ridotte e di breve durata, le manifestazioni pubbliche contro il regime, considerate illegali. In stato d’arresto rimangono due noti reporter thailandesi, mentre altri due, esperti di questioni militari, sono stati convocati per un colloquio dai responsabili per la comunicazione della giunta per avere messo in difficoltà con domande troppo specifiche il generale Prayuth Chan-ocha, che si è proclamato primo ministro sciogliendo il Senato.
Il "Consiglio nazionale per il mantenimento della pace e dell’ordine", l'altisonante nome che si è dato la giunta, è da oggi affiancato da dieci personalità chiamate a indirizzare gli affari di stato in diverse aree tra cui sicurezza, economia, commercio. Proprio la gestione della sicurezza è stata affidata al precedente comandante dell’esercito, generale Anupong Paojinda.
Intervento atteso e che ha sicuramente portato ai militari ampie simpatie, prosegue il pagamento a 800.000 risicoltori di quanto dovuto da molti mesi per il prodotto consegnato ai depositi governativi. In mancanza di proventi reali dalla vendita del riso, la giunta ha chiesto alle banche di finanziare i 50 miliardi di baht mancanti dalle casse pubbliche sui 90 miliardi di baht (circa 2 miliari di euro) necessari. La politica risicola è stato uno degli elementi utilizzati dalla protesta anti-governativa per chiedere da novembre 2013 e senza successo fino all’intervento dei generali, le dimissioni dell’esecutivo, già accusato di poca trasparenza, di sudditanza verso la famiglia Shinawatra attraverso la premier Yingluck Shinawatra e di politiche volte solo a garantirsi la base elettorale.
Proprio per smentire la volontà di ospitare un governo in esilio opposto alla giunta al potere, oggi il premier cambogiano Hun Sen ha dichiarato con chiarezza che la Cambogia non interferirà negli affari interni thailandesi e ha chiesto all’ex premier in esilio Thaksin Shinawatra, amico personale e consulente economico del suo governo, come pure alla sorella Yingluck, a capo dell’esecutivo defenestrato dai militari, di capire la posizione del suo paese.
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21/05/2014
"Gli Usa addestrano la polizia cambogiana a reprimere i lavoratori in sciopero"
L'ong statunitense Human Rights Watch ha denunciato il possibile contributo delle forze armate statunitensi alla preparazione dei reparti della polizia cambogiana coinvolti nella repressione dei lavoratori e degli attivisti dell'opposizione durante le proteste che hanno scosso il paese negli ultimi mesi. Alcune prove sono state raccolte addirittura su Facebook, dove molte immagini compromettenti sono state postate tra il materiale riguardante le manovre militari annuali denominate 'Angkor Sentinel' tenutesi tra il 21 e il 30 aprile scorsi.
Per Hrw, le forze armate Usa hanno fornito addestramento ai militari cambogiani per affinare le tecniche di repressione e renderle più efficaci.
In sostanza, addestratori statunitensi avrebbero supervisionato operazioni di rastrellamento con irruzione in abitazioni, come pure verifica di veicoli sospetti che includeva il puntamento delle armi contro il guidatore.
Queste e altre situazioni descritte dall’organizzazione con base a New York, contravverrebbero alle regole di finanziamento per l’addestramento militare e assistenza alla sicurezza della Cambogia, apertamente proibite nelle modalità individuate dall’associazione per i diritti umani, con esclusione della protezione di operazioni umanitarie, sminamento e addestramento ai diritti umani.
“Trovo sconcertante che l’esercito statunitense stia fornendo addestramento armato per operazioni del genere a poche settimane dall’uccisione di lavoratori in sciopero nelle piazze di Phnom Penh – ha ricordato Brad Adams, direttore di Hrw per l’Asia – Sebbene non sia specificato il nemico contro cui le operazioni sarebbero rivolte, è chiaro che queste sono tra quelle utilizzate recentemente contro oppositori del regime e operai che manifestavano”.
Fonte
29/04/2014
Cambogia: imprenditori chiedono al governo di impedire gli scioperi
Nel tentativo preventivo d'impedire una nuova ondata di manifestazioni dei lavoratori prevista per questa settimana, l’Associazione cambogiana delle manifatture dell’abbigliamento ha chiesto al governo di Phnom Penh di impedire gli scioperi nelle aree economiche speciali della città orientale di Bavet.
Definendo “illegali” le azioni di protesta dei dipendenti, l’associazione padronale ha segnalato al governo la propria delusione per l’inattività contro gli scioperi e la mancanza di efficaci misure preventive. Preoccupazione è stata espressa dagli imprenditori per la possibile estensione delle proteste ad altre zone industriali se non ci saranno interventi ufficiali e immediati.
La comunicazione degli imprenditori segue uno sciopero che la scorsa settimana ha bloccato numerose aziende manifatturiere dell’abbigliamento e delle calzature a Bavet, motivato del mancato versamento dei 50 dollari per lavoratore promessi dalle aziende ai dipendenti se non avessero aderito a uno sciopero nazionale proclamato dai sindacati legati all’opposizione politica nei giorni immediatamente successivi il Capodanno cambogiano a inizio aprile.
Il presidente dell’Unione collettiva del movimento dei lavoratori, uno dei sindacati anti-governativi che guidano scioperi e manifestazioni, ha confermato la protesta per questa settimana se non ci saranno concessioni salariali da parte degli imprenditori.
Da tempo i lavoratori iscritti ai sindacati indipendenti (poco meno del 20% del totale), sono in agitazione per ottenere un aumento del salario garantito mensile dai 100 dollari attuali a 160 dollari, appoggiandosi anche all’opposizione politica che preme per le dimissioni del governo frutto delle elezioni dello scorso luglio considerate truccate dai partiti esclusi dal potere.
Una situazione, comunque, che sta creando serie difficoltà a un’industria del valore di 5,5 miliardi di dollari all’anno e che impiega oltre 600.000 dipendenti in un migliaio di aziende.
Fonte
Definendo “illegali” le azioni di protesta dei dipendenti, l’associazione padronale ha segnalato al governo la propria delusione per l’inattività contro gli scioperi e la mancanza di efficaci misure preventive. Preoccupazione è stata espressa dagli imprenditori per la possibile estensione delle proteste ad altre zone industriali se non ci saranno interventi ufficiali e immediati.
La comunicazione degli imprenditori segue uno sciopero che la scorsa settimana ha bloccato numerose aziende manifatturiere dell’abbigliamento e delle calzature a Bavet, motivato del mancato versamento dei 50 dollari per lavoratore promessi dalle aziende ai dipendenti se non avessero aderito a uno sciopero nazionale proclamato dai sindacati legati all’opposizione politica nei giorni immediatamente successivi il Capodanno cambogiano a inizio aprile.
Il presidente dell’Unione collettiva del movimento dei lavoratori, uno dei sindacati anti-governativi che guidano scioperi e manifestazioni, ha confermato la protesta per questa settimana se non ci saranno concessioni salariali da parte degli imprenditori.
Da tempo i lavoratori iscritti ai sindacati indipendenti (poco meno del 20% del totale), sono in agitazione per ottenere un aumento del salario garantito mensile dai 100 dollari attuali a 160 dollari, appoggiandosi anche all’opposizione politica che preme per le dimissioni del governo frutto delle elezioni dello scorso luglio considerate truccate dai partiti esclusi dal potere.
Una situazione, comunque, che sta creando serie difficoltà a un’industria del valore di 5,5 miliardi di dollari all’anno e che impiega oltre 600.000 dipendenti in un migliaio di aziende.
Fonte
04/04/2014
Cambogia: le fabbriche di abbigliamento uccidono
Un gran numero di operai di manifatture tessili sono intossicati ogni anno da solventi, collanti e vernici. Una realtà poco nota, emersa oggi per il ricovero di 118 dipendenti di due aziende che producono per importanti marchi internazionali, tra cui Puma e Adidas.
A segnalarlo sono all'agenzia di stampa Misna fonti della polizia di Phnom Penh, a conferma della precarietà delle condizioni d lavoro nel paese asiatico, tra i preferiti dai brand internazionali che terziarizzano sovente a imprese di proprietà cinese, come Shen Zhou e Daqian Textile, dove lavoravano gli intossicati di oggi nella capitale. Un ulteriore colpo per l’immagine del paese e un ulteriore rischio che le multinazionali delle calzature sportive o dell’abbigliamento si allontanino verso mete forse meno lucrose ma più accettabili per i loro clienti. Puma e Adidas hanno già annunciato un’inchiesta sui malori odierni.
Nessuna certezza sull’accaduto, salvo che le testimonianze parlano di operai caduti a terra senza ragioni apparenti o più probabilmente diverse rispetto ai rischi abituali. Fonti sindacali parlano di 200 lavoratori svenuti solo in questa settimana, con 53 sicuramente intossicati dalle vernici utilizzate.
Situazioni come quelle di oggi non sono infrequenti nel paese, data la scarsa ventilazione degli ambienti di lavoro e l’uso di prodotti tossici. Iniziative governative e private per limitare queste patologie del lavoro hanno portato a pochi risultati, dato il contemporaneo aumento delle iniziative produttive. Le sole manifatture dell’abbigliamento danno lavoro a 600.000 cambogiani e garantiscono alla modesta economia cambogiana un introito indispensabile di oltre 5 miliardi di dollari all’anno.
Fonte
A segnalarlo sono all'agenzia di stampa Misna fonti della polizia di Phnom Penh, a conferma della precarietà delle condizioni d lavoro nel paese asiatico, tra i preferiti dai brand internazionali che terziarizzano sovente a imprese di proprietà cinese, come Shen Zhou e Daqian Textile, dove lavoravano gli intossicati di oggi nella capitale. Un ulteriore colpo per l’immagine del paese e un ulteriore rischio che le multinazionali delle calzature sportive o dell’abbigliamento si allontanino verso mete forse meno lucrose ma più accettabili per i loro clienti. Puma e Adidas hanno già annunciato un’inchiesta sui malori odierni.
Nessuna certezza sull’accaduto, salvo che le testimonianze parlano di operai caduti a terra senza ragioni apparenti o più probabilmente diverse rispetto ai rischi abituali. Fonti sindacali parlano di 200 lavoratori svenuti solo in questa settimana, con 53 sicuramente intossicati dalle vernici utilizzate.
Situazioni come quelle di oggi non sono infrequenti nel paese, data la scarsa ventilazione degli ambienti di lavoro e l’uso di prodotti tossici. Iniziative governative e private per limitare queste patologie del lavoro hanno portato a pochi risultati, dato il contemporaneo aumento delle iniziative produttive. Le sole manifatture dell’abbigliamento danno lavoro a 600.000 cambogiani e garantiscono alla modesta economia cambogiana un introito indispensabile di oltre 5 miliardi di dollari all’anno.
Fonte
03/01/2014
Cambogia. La polizia spara sugli operai, 3 morti
Delocalizzare la produzione significa anche esportare il conflitto sociale altrove. E se qui nei "paesi avanzati" la paura di perdere il posto di lavoro per il momento sembra prevalere sulla necessità di conquistare un miglioramento nelle condizioni di vita, altrove la crescita impetuosa della produzione e dei profitti scatena la lotta per rivendicare salari più alti.
Almeno tre operai sono morti oggi in Cambogia quando la polizia militare ha aperto il fuoco per tentare di sedare una protesta dei lavoratori di una fabbrica tessile. Secondo i testimoni i morti potrebbero essere anche quattro. Gli agenti erano armati di fucili d'assalto (armi militari, dunque) e pistole, mentre i lavoratori disponevano soltanto di sassi e bottiglie.
La richiesta esplicita alla base dello sciopero che dura da molti giorni e che ha portato alla paralisi di fabbriche e strade è il raddoppio del salario minimo, mentre l'esecutivo pochi giorni fa si era detto disponibile al massimo ad un aumento da 80 a 95 dollari al mese. Proposta oscena che i sindacati hanno rifiutato continuando la mobilitazione dei 650 mila lavoratori del settore che traina le esportazioni del paese all'estero.
La risposta del governo è stata il fuoco aperto dalla polizia. Secondo la stampa un centinaio di soldati in tenuta antisommossa - membri di una speciale unità antisommossa dell’esercito (l’Unità 911) - si sono avventati con violenza sui lavoratori che protestavano fuori dalla loro fabbrica situata a circa 20 km ad ovest della capitale Phnom Penh. Oltre ai morti e ai feriti ci sarebbero almeno 10 operai arrestati.
Le proteste dei lavoratori del settore tessile e non solo si sono sommate a quelle dei partiti di opposizione scesi in piazza per chiedere le dimissioni del premier Hun Sen, rieletto lo scorso luglio con una consultazione dichiarata irregolare dagli oppositori dopo 28 anni al potere.
Fonte
La roba letta fino ad ora mi ha fatto venire in mente questo pezzo:
Almeno tre operai sono morti oggi in Cambogia quando la polizia militare ha aperto il fuoco per tentare di sedare una protesta dei lavoratori di una fabbrica tessile. Secondo i testimoni i morti potrebbero essere anche quattro. Gli agenti erano armati di fucili d'assalto (armi militari, dunque) e pistole, mentre i lavoratori disponevano soltanto di sassi e bottiglie.
La richiesta esplicita alla base dello sciopero che dura da molti giorni e che ha portato alla paralisi di fabbriche e strade è il raddoppio del salario minimo, mentre l'esecutivo pochi giorni fa si era detto disponibile al massimo ad un aumento da 80 a 95 dollari al mese. Proposta oscena che i sindacati hanno rifiutato continuando la mobilitazione dei 650 mila lavoratori del settore che traina le esportazioni del paese all'estero.
La risposta del governo è stata il fuoco aperto dalla polizia. Secondo la stampa un centinaio di soldati in tenuta antisommossa - membri di una speciale unità antisommossa dell’esercito (l’Unità 911) - si sono avventati con violenza sui lavoratori che protestavano fuori dalla loro fabbrica situata a circa 20 km ad ovest della capitale Phnom Penh. Oltre ai morti e ai feriti ci sarebbero almeno 10 operai arrestati.
Le proteste dei lavoratori del settore tessile e non solo si sono sommate a quelle dei partiti di opposizione scesi in piazza per chiedere le dimissioni del premier Hun Sen, rieletto lo scorso luglio con una consultazione dichiarata irregolare dagli oppositori dopo 28 anni al potere.
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La roba letta fino ad ora mi ha fatto venire in mente questo pezzo:
Aria di crisi in Asia Orientale
di Mario Lombardo
Le ultime ore del 2013 e le prime del nuovo anno sono state segnate da gravi tensioni in almeno tre paesi dell’Asia sud-orientale dove crisi e contraddizioni interne si trascinano irrisolte ormai da tempo. Se la Thailandia è da settimane nel caos a causa delle prolungate proteste dell’opposizione contro il governo in carica, in Malaysia e Cambogia sono tornati a esplodere gli scontri dopo la calma apparente seguita alle controverse elezioni andate in scena nei mesi scorsi.
Mercoledì la Commissione Elettorale thailandese ha messo seriamente in dubbio la possibilità di tenere elezioni anticipate il 2 febbraio prossimo, come deciso dal governo dopo lo scioglimento del Parlamento. Un possibile rinvio sarebbe dovuto alla mancata registrazione dei candidati per almeno il 95% dei seggi della camera bassa. Ciò è stato causato dalle proteste dei manifestanti che stanno cercando di impedire l’accesso agli edifici deputati alla registrazione delle candidature.
Le tensioni nel paese erano poi aumentate ulteriormente la scorsa settimana, con i sostenitori dell’opposizione che erano stati protagonisti di violenti scontri con le forze di polizia. A mandare segnali inquietanti al governo era stato anche il potente comandante dell’esercito thailandese, generale Prayuth Chan-ocha, il quale si era rifiutato di escludere un intervento dei militari per risolvere la crisi. L’ultimo colpo di stato delle forze armate in Thailandia era avvenuto nel 2006, quando venne deposto il primo ministro, Thaksin Shinawatra, fratello dell’attuale premier, Yingluck.
Il timore di un’iniziativa dei militari, i quali nelle scorse settimane avevano ufficialmente appoggiato la soluzione elettorale, continua ad agitare il governo di Bangkok, tanto che lo stesso primo ministro è tornata mercoledì nella capitale dopo due settimane trascorse nel nord del paese. Giovedì, Yingluck ha così chiesto ai militari di appoggiare la Polizia nel ristabilire l’ordine se i manifestanti, guidati dall’ex vice-premier del Partito Democratico di opposizione, Suthep Thaugsuban, dovessero mettere in atto la minaccia di paralizzare Bangkok nei prossimi giorni.
Di fronte a quest’ultima eventualità, sempre giovedì il capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale militare, Paradorn Pattanatabut, ha affermato che le forze armate starebbero considerando la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza. L’opposizione è animata dal Partito Democratico, dagli ambienti reali e da una borghesia urbana che si sente minacciata da un decennio di politiche populiste e di modeste riforme sociali sotto la guida dei governi di Thaksin e dei suoi sostenitori.
Di fronte ad una quasi certa sconfitta elettorale, l’opposizione chiede non solo le dimissioni immediate del premier Yingluck ma anche la creazione di un anti-democratico “consiglio popolare” non eletto per decidere le sorti del paese e “sradicare” l’influenza del clan Shinawatra dalla Thailandia.
L’incapacità del governo di mettere fine alla crisi scaturita dal tentativo nel mese di novembre di fare approvare modifiche alla Costituzione e un’amnistia che avrebbe consentito il ritorno in patria dell’ex premier Thaksin, ora in esilio volontario a Dubai per sfuggire ad una condanna per corruzione e abuso di potere a suo dire politicamente motivata, sta creando non poche apprensioni nel paese.
I giornali in questi giorni continuano infatti ad insistere sul continuo rallentamento dell’economia, sulla fuga dei capitali stranieri e sul crollo della moneta thailandese (Baht). In questo scenario, quella militare sembra essere la soluzione preferita da parte dei tradizionali centri di potere che stanno dietro le proteste, anche se le forze armate continuano a temere le conseguenze di un intervento che scatenerebbe ancor più il caos nel paese in seguito alla pressoché certa mobilitazione dei sostenitori del clan Shinawatra.
Oltre
il confine meridionale thailandese, anche in Malaysia la fine del 2013
ha visto il ritorno in piazza di attivisti anti-governativi. La sera del
31 dicembre, tra 15 e 25 mila manifestanti hanno causato l’interruzione
dei festeggiamenti per il nuovo anno in corso in una piazza della
capitale, Kuala Lumpur, provocando l’intervento delle forze di polizia.
Qui, le proteste sono seguite all’annuncio da parte del primo ministro, Najib Razak, di volere aumentare il prezzo della benzina, dello zucchero e di altri beni di prima necessità per cercare di ridurre il debito del paese, come richiesto dagli ambienti finanziari internazionali.
Ai gruppi di protesta soprattutto studenteschi si sono uniti in questi giorni esponenti della principale formazione politica dell’opposizione che, dopo le elezioni di maggio, aveva tentato senza successo di dare una spallata al regime della coalizione Barisan Nasional (Fronte Nazionale, BN), in diverse forme al potere in Malaysia fin dall’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1957.
Il voto aveva provocato accese proteste, soprattutto perché i partiti che appoggiano il governo avevano ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi pur risultando in minoranza relativamente ai consensi espressi su scala nazionale. L’opposizione del Pakatan Rakyat (Alleanza Popolare, PR) dell’ex premier Anwar Ibrahim era riuscita a capitalizzare il malcontento diffuso per i metodi autoritari impiegati dal regime e le tradizionali discriminazioni nei confronti delle minoranze indiana e cinese, suscitando qualche entusiasmo tra gli elettori più giovani e quelli che vivono nelle principali aree urbane della Malaysia.
Alcune proteste di piazza dopo il voto non avevano comunque scosso il regime e il mancato appoggio degli Stati Uniti o di altri governi stranieri aveva riportato la situazione alla normalità. La recente decisione di Najib di procedere con il taglio dei sussidi di cui beneficiano decine di milioni di malesi ha però riacceso gli animi, offrendo una nuova opportunità ad un’opposizione che, tuttavia, appoggia misure di libero mercato ancora più estreme di quelle prospettate in questi giorni dal governo.
Un
clima di crisi ha segnato infine il passaggio al nuovo anno anche nella
vicina Cambogia, dove l’opposizione dell’ex ministro delle Finanze, Sam
Rainsy, sta trovando una boccata d’ossigeno grazie ad una serie di
proteste e scioperi da parte dei lavoratori del settore tessile. Questi
ultimi chiedono un aumento dello stipendio minimo da fame ben superiore a
quello garantito recentemente dal regime del premier Hun Sen, il quale
già a fine luglio aveva visto minacciata la sua permanenza al potere da
manifestazioni dell’opposizione che chiedevano una ripetizione del voto
per presunte irregolarità.
Della mobilitazione di lavoratori tra i più sfruttati del pianeta, e che garantiscono all’industria tessile indigena entrate per oltre 5 miliardi di dollari l’anno, ne sta approfittando anche in questo caso l’opposizione del Partito della Salvezza Nazionale (CNRP) per chiedere una serie di concessioni che non era riuscita ad ottenere dopo il voto.
Il CNRP e il Partito Popolare Cambogiano (CPP) al potere si incontreranno così venerdì per discutere esclusivamente di riforma elettorale e di possibili elezioni anticipate, misure che, nelle speranze dell’opposizione, dovrebbero consentire un ricambio alla guida del paese nel prossimo futuro.
L’intenzione dell’opposizione politica, d’altra parte, è anche in questo caso quella di far confluire la lotta dei lavoratori in una protesta relativamente inoffensiva per un sistema, come quello della Cambogia, che deve continuare a mettere a disposizione manodopera a bassissimo costo per le grandi compagnie internazionali.
Fonte
Le ultime ore del 2013 e le prime del nuovo anno sono state segnate da gravi tensioni in almeno tre paesi dell’Asia sud-orientale dove crisi e contraddizioni interne si trascinano irrisolte ormai da tempo. Se la Thailandia è da settimane nel caos a causa delle prolungate proteste dell’opposizione contro il governo in carica, in Malaysia e Cambogia sono tornati a esplodere gli scontri dopo la calma apparente seguita alle controverse elezioni andate in scena nei mesi scorsi.
Mercoledì la Commissione Elettorale thailandese ha messo seriamente in dubbio la possibilità di tenere elezioni anticipate il 2 febbraio prossimo, come deciso dal governo dopo lo scioglimento del Parlamento. Un possibile rinvio sarebbe dovuto alla mancata registrazione dei candidati per almeno il 95% dei seggi della camera bassa. Ciò è stato causato dalle proteste dei manifestanti che stanno cercando di impedire l’accesso agli edifici deputati alla registrazione delle candidature.
Le tensioni nel paese erano poi aumentate ulteriormente la scorsa settimana, con i sostenitori dell’opposizione che erano stati protagonisti di violenti scontri con le forze di polizia. A mandare segnali inquietanti al governo era stato anche il potente comandante dell’esercito thailandese, generale Prayuth Chan-ocha, il quale si era rifiutato di escludere un intervento dei militari per risolvere la crisi. L’ultimo colpo di stato delle forze armate in Thailandia era avvenuto nel 2006, quando venne deposto il primo ministro, Thaksin Shinawatra, fratello dell’attuale premier, Yingluck.
Il timore di un’iniziativa dei militari, i quali nelle scorse settimane avevano ufficialmente appoggiato la soluzione elettorale, continua ad agitare il governo di Bangkok, tanto che lo stesso primo ministro è tornata mercoledì nella capitale dopo due settimane trascorse nel nord del paese. Giovedì, Yingluck ha così chiesto ai militari di appoggiare la Polizia nel ristabilire l’ordine se i manifestanti, guidati dall’ex vice-premier del Partito Democratico di opposizione, Suthep Thaugsuban, dovessero mettere in atto la minaccia di paralizzare Bangkok nei prossimi giorni.
Di fronte a quest’ultima eventualità, sempre giovedì il capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale militare, Paradorn Pattanatabut, ha affermato che le forze armate starebbero considerando la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza. L’opposizione è animata dal Partito Democratico, dagli ambienti reali e da una borghesia urbana che si sente minacciata da un decennio di politiche populiste e di modeste riforme sociali sotto la guida dei governi di Thaksin e dei suoi sostenitori.
Di fronte ad una quasi certa sconfitta elettorale, l’opposizione chiede non solo le dimissioni immediate del premier Yingluck ma anche la creazione di un anti-democratico “consiglio popolare” non eletto per decidere le sorti del paese e “sradicare” l’influenza del clan Shinawatra dalla Thailandia.
L’incapacità del governo di mettere fine alla crisi scaturita dal tentativo nel mese di novembre di fare approvare modifiche alla Costituzione e un’amnistia che avrebbe consentito il ritorno in patria dell’ex premier Thaksin, ora in esilio volontario a Dubai per sfuggire ad una condanna per corruzione e abuso di potere a suo dire politicamente motivata, sta creando non poche apprensioni nel paese.
I giornali in questi giorni continuano infatti ad insistere sul continuo rallentamento dell’economia, sulla fuga dei capitali stranieri e sul crollo della moneta thailandese (Baht). In questo scenario, quella militare sembra essere la soluzione preferita da parte dei tradizionali centri di potere che stanno dietro le proteste, anche se le forze armate continuano a temere le conseguenze di un intervento che scatenerebbe ancor più il caos nel paese in seguito alla pressoché certa mobilitazione dei sostenitori del clan Shinawatra.
Qui, le proteste sono seguite all’annuncio da parte del primo ministro, Najib Razak, di volere aumentare il prezzo della benzina, dello zucchero e di altri beni di prima necessità per cercare di ridurre il debito del paese, come richiesto dagli ambienti finanziari internazionali.
Ai gruppi di protesta soprattutto studenteschi si sono uniti in questi giorni esponenti della principale formazione politica dell’opposizione che, dopo le elezioni di maggio, aveva tentato senza successo di dare una spallata al regime della coalizione Barisan Nasional (Fronte Nazionale, BN), in diverse forme al potere in Malaysia fin dall’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1957.
Il voto aveva provocato accese proteste, soprattutto perché i partiti che appoggiano il governo avevano ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi pur risultando in minoranza relativamente ai consensi espressi su scala nazionale. L’opposizione del Pakatan Rakyat (Alleanza Popolare, PR) dell’ex premier Anwar Ibrahim era riuscita a capitalizzare il malcontento diffuso per i metodi autoritari impiegati dal regime e le tradizionali discriminazioni nei confronti delle minoranze indiana e cinese, suscitando qualche entusiasmo tra gli elettori più giovani e quelli che vivono nelle principali aree urbane della Malaysia.
Alcune proteste di piazza dopo il voto non avevano comunque scosso il regime e il mancato appoggio degli Stati Uniti o di altri governi stranieri aveva riportato la situazione alla normalità. La recente decisione di Najib di procedere con il taglio dei sussidi di cui beneficiano decine di milioni di malesi ha però riacceso gli animi, offrendo una nuova opportunità ad un’opposizione che, tuttavia, appoggia misure di libero mercato ancora più estreme di quelle prospettate in questi giorni dal governo.
Della mobilitazione di lavoratori tra i più sfruttati del pianeta, e che garantiscono all’industria tessile indigena entrate per oltre 5 miliardi di dollari l’anno, ne sta approfittando anche in questo caso l’opposizione del Partito della Salvezza Nazionale (CNRP) per chiedere una serie di concessioni che non era riuscita ad ottenere dopo il voto.
Il CNRP e il Partito Popolare Cambogiano (CPP) al potere si incontreranno così venerdì per discutere esclusivamente di riforma elettorale e di possibili elezioni anticipate, misure che, nelle speranze dell’opposizione, dovrebbero consentire un ricambio alla guida del paese nel prossimo futuro.
L’intenzione dell’opposizione politica, d’altra parte, è anche in questo caso quella di far confluire la lotta dei lavoratori in una protesta relativamente inoffensiva per un sistema, come quello della Cambogia, che deve continuare a mettere a disposizione manodopera a bassissimo costo per le grandi compagnie internazionali.
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