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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/12/2025

Cambogia e Thailandia firmano un nuovo cessate il fuoco

I governi della Thailandia e della Cambogia hanno firmato un nuovo accordo di cessate il fuoco per porre fine a quasi tre settimane di intensi scontri armati lungo il confine conteso.

«Le parti concordano di mantenere gli attuali schieramenti di truppe senza ulteriori movimenti» recita una dichiarazione congiunta firmata dai ministri della Difesa dei due paesi asiatici, il thailandese Natthaphon Narkphanit e il cambogiano Tea Seiha. «Qualsiasi rafforzamento aumenterebbe le tensioni e influenzerebbe negativamente gli sforzi a lungo termine per risolvere la crisi», sottolinea invece il ministero della Difesa cambogiano in una dichiarazione pubblicata sui propri profili social.

L’8 dicembre le forze armate dei due paesi avevano ripreso gli scontri infrangendo la precedente tregua negoziata dalla Malesia, in qualità di presidente di turno dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean), e dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Entrato in vigore questa mattina, l’accordo ha posto fine a 20 giorni di combattimenti che hanno causato la morte di almeno 101 persone e lo sfollamento di oltre mezzo milione di abitanti su entrambi i lati del confine.

Tra le principali clausole previste dall’intesa, c’è la cessazione immediata di ogni forma di attacco, il mantenimento delle posizioni attuali delle truppe, senza ulteriori rinforzi, e l’impegno della Thailandia a rimpatriare 18 soldati cambogiani catturati in precedenza, nel caso il cessate il fuoco regga per almeno 72 ore.

Un team di osservatori dell’ASEAN monitorerà l’attuazione dell’accordo attuale, afferma l’accordo, aggiungendo che entrambi i paesi hanno anche concordato di mantenere una comunicazione aperta “per risolvere” eventuali problemi sul campo.

Domenica il ministro degli Esteri cambogiano Prak Sokhonn si recherà nello Yunnan, in Cina, per tenere un incontro trilaterale con il suo omologo thailandese e il ministro di Pechino Wang Yi. L’incontro è stato presentato come un’iniziativa volta a rafforzare la “fiducia reciproca” e a ripristinare “pace, sicurezza e stabilità” lungo il confine.

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09/12/2025

La guerra di confine tra Thailandia e Cambogia riesplode: crolla la tregua, civili in fuga

La guerra lungo il confine tra Thailandia e Cambogia è riesplosa con una violenza che smentisce ogni illusione di stabilità. Nelle ultime quarantotto ore gli scontri si sono estesi a più province di frontiera, in un crescendo di artiglieria, droni, razzi e raid aerei che ha rimesso in moto la macchina militare dei due Paesi. La tregua siglata poche settimane fa, presentata come un primo passo verso la normalizzazione, è crollata alla prima frizione: da Bangkok si accusa Phnom Penh di aver colpito postazioni thailandesi con armi pesanti; dalla Cambogia si risponde che l’esercito ha atteso ventiquattr’ore prima di reagire, dopo ripetute incursioni e provocazioni dell’altra parte.

Il conflitto, che si trascina da decenni lungo una frontiera mai completamente definita, ha preso nelle scorse ore una direzione più netta. L’aviazione thailandese ha lanciato bombardamenti contro posizioni cambogiane, sostenendo di aver agito per respingere attacchi simultanei su più punti del confine. Phnom Penh denuncia invece un’aggressione pianificata, con colpi di artiglieria che hanno raggiunto villaggi abitati e costretto centinaia di famiglie a fuggire all’alba, lasciando tutto dietro di sé. I primi bilanci indicano vittime civili in Cambogia e militari morti e feriti in Thailandia, mentre le autorità locali avviano evacuazioni di massa temendo un’estensione ulteriore dei combattimenti.

Il fronte umanitario si sta deteriorando rapidamente. Ospedali e scuole nelle zone più esposte sono stati chiusi; migliaia di persone cercano riparo verso l’interno dei due Paesi, trascinando con sé quel che possono, mentre i governatori provinciali parlano di una crisi pronta a ingrandirsi se la controffensiva thailandese dovesse proseguire. I video diffusi online mostrano colonne di fumo che si alzano dai villaggi colpiti, strade tagliate dai crateri e i convogli militari che attraversano zone normalmente agricole e tranquille.

La radice della crisi è sempre la stessa: una frontiera di oltre ottocento chilometri, eredità dell’epoca coloniale, mai demarcata in modo definitivo. Questioni che sembrano tecniche si trasformano in rivendicazioni nazionaliste e diventano micce accese dal minimo incidente. Solo a ottobre, dopo settimane di combattimenti, le due parti avevano firmato un accordo di tregua con la mediazione di Stati regionali. Era stato presentato come un gesto di responsabilità, un tentativo di sottrarre il confine alla logica militare. Ma i meccanismi di verifica erano deboli, le misure di de-escalation affidate più alla fiducia reciproca che a un sistema reale di monitoraggio. È bastato un soldato ferito da una mina, con le accuse incrociate su chi l’avesse piazzata, e il castello diplomatico si è sbriciolato.

La sproporzione tra le forze in campo aggiunge un ulteriore elemento di instabilità. La Thailandia dispone di una capacità militare ampiamente superiore: aviazione moderna, mezzi corazzati, artiglieria più numerosa. Una pressione così forte rischia di spingere la Cambogia in una posizione difensiva permanente, alimentando narrazioni vittimiste e reazioni imprevedibili. Al tempo stesso, l’uso di bombardamenti e droni in aree abitate può trasformare rapidamente una disputa di confine in un conflitto più ampio, con conseguenze difficili da contenere.

Le diplomazie regionali osservano con crescente preoccupazione, sapendo che ogni ora di combattimenti aggiunge un nuovo ostacolo al ritorno al dialogo. Nelle capitali dell’Asia sud-orientale si teme che la crisi possa destabilizzare corridoi commerciali cruciali, innescare nuove ondate di profughi e bruciare quel poco che resta della fiducia accumulata negli ultimi anni tra i due Paesi. Intanto, sul terreno, restano le immagini di una popolazione sospesa tra paura e attesa, mentre le sirene e i boati dell’artiglieria continuano a scandire il ritmo di una crisi che nessuno sembra più in grado di controllare.

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28/07/2025

Thailandia-Cambogia, annunciato accordo per tregua immediata

Thailandia e Cambogia hanno concordato un cessate il fuoco immediato e incondizionato per fermare gli scontri armati iniziati il 24 luglio in una zona di confine contesa. L’intesa, mediata dalla Malesia e annunciata oggi, lunedì 28 luglio, nella residenza del premier malese Anwar Ibrahim vicino Kuala Lumpur, entrerà in vigore a mezzanotte (le 19 in Italia).

I primi ministri Hun Manet e Phumtham Wechayachai si sono impegnati a proseguire il dialogo per una soluzione definitiva.

Il conflitto, causato da una disputa storica su templi indù contesi, ha provocato oltre 30 morti e 180.000 sfollati. Fonte

27/07/2025

Cambogia-Thailandia, i motivi della nuova guerra in Asia


Proseguono gli scontri armati al confine tra Thailandia e Cambogia, con diversi colpi di artiglieria sparati da entrambi gli eserciti in ben 12 punti della frontiera. Ieri il bilancio degli scontri e dei bombardamenti più intensi dal 2011 era stato di 12 morti thailandesi e centinaia di feriti. Finora oltre 120 mila persone sono state evacuate dalle zone interessate dai combattimenti. Oggi il conteggio è salito a 19 morti thailandesi – di cui 13 civili e 6 militari – ed uno cambogiano.

L’esercito thailandese ha riferito di scontri avvenuti prima dell’alba nelle province di Ubon Ratchathani e Surin. La Cambogia avrebbe utilizzato artiglieria e sistemi missilistici BM-21 di fabbricazione russa, e la Thailandia avrebbe risposto al fuoco.

Le versioni dei due governi sulla scintilla che ha scatenato la nuova fiammata di violenza ovviamente sono opposte. Stando a quella di Bangkok, sei soldati cambogiani, uno dei quali armato di lanciarazzi, si sarebbero avvicinati alla frontiera e avrebbero aperto il fuoco dando il via a una sparatoria che poi è degenerata in scontro aperto.
Phnom Penh afferma invece che i militari cambogiani avrebbero agito per “autodifesa”, in risposta a un’incursione “ingiustificata” dei thailandesi.

In seguito le forze cambogiane avrebbero sparato una raffica di razzi, uno dei quali ha colpito una stazione di rifornimento in territorio thailandese. Bangkok avrebbe a quel punto fatto decollare sei caccia F-16 allo scopo di colpire vari obiettivi militari in Cambogia, due dei quali sarebbero stati abbattuti dall’anti-aerea di Phnom Penh che ha risposto con vari colpi di artiglieria contro una base militare oltreconfine. Il bombardamento avrebbe però colpito un ospedale e varie abitazioni, uccidendo 11 civili e un militare.

Dopo alcuni anni di relativa calma, il conflitto per il controllo di una porzione contesa di frontiera, contigua al cosiddetto “triangolo dello smeraldo”, era già esploso a maggio quando un breve scontro a fuoco tra i rispettivi militari aveva provocato la morte di un soldato cambogiano.

Lo scontro tra Phnom Penh e Bangkok risale all’epoca del tracciamento dei confini da parte dei colonizzatori francesi che creò una contesa sul possesso di alcune aree di un confine lungo 820 km. La prima divisione avvenne nel 1907 quando la Francia, che occupava la Cambogia, tracciò un confine mai accettato dalla Thailandia. Alcune delle aree rivendicate da entrambi i paesi sono piene di templi di grande valore storico, artistico e religioso, ed ovviamente simbolico.

Dopo il ritiro della Francia dall’area, nel 1953, la Cambogia si rivolse alla Corte di giustizia internazionale, che nel 1963 e di nuovo nel 2013 le diede ragione. Ma la decisione non fu accettata dalla Thailandia che non riconosce la giurisdizione dell’organismo internazionale. Nel 2008 la tensione sfociò in un violento scontro armato, che si protrasse per tre anni e causò la morte di 28 persone.

Ma dietro la nuova guerra ci sono anche motivazioni di altro tipo oltre a quelle legate all’annosa disputa territoriale: interessi economici legati allo sfruttamento di giacimenti di petrolio e di gas ancora inesplorati, ma anche ai casinò dislocati lungo la frontiera; l’intreccio di relazioni politiche e d’affari tra due famiglie storicamente alleate, gli Hun e gli Shinawatra; i rapporti di potere all’interno delle forze armate.

A Bangkok il potere è stato per un anno in mano alla 38enne Paetongtarn Shinawatra, figlia dell’ex primo ministro e tycoon delle telecomunicazioni Thaksin, che dopo essere stato deposto da un colpo di stato militare nel 2006 trovò asilo proprio nella confinante Cambogia. Ad accoglierlo fu Hun Sen, padre dell’attuale premier Hun Manet, che poi nominò il politico thailandese suo consigliere economico causando una crisi diplomatica con il regime militare insediatosi a Bangkok.

Un nuovo conflitto politico e diplomatico è esploso nelle scorse settimane a causa della diffusione dell’audio di una telefonata tra la premier Paetongtarn Shinawatra e Hun Sen, realizzata per abbassare la tensione tra i due paesi dopo lo scontro a fuoco di maggio. Nella registrazione si sente l’allora premier thailandese rivolgersi in maniera deferente al politico cambogiano con l’appellativo di “zio” e pronunciare delle critiche alla condotta dei propri militari, in particolare al capo del Comando nordorientale dell’Esercito Thailandese Boonsin Phadklang, responsabile delle truppe che avevano aperto il fuoco contro una pattuglia cambogiana al confine.

L’audio della chiamata fu però diffuso via social proprio da Hun Sen, che evidentemente voleva utilizzarla per indebolire la giunta militare thailandese. A Bangkok si scatena un terremoto politico: prima il partito di destra “Orgoglio Thai” esce dalla maggioranza di governo, poi 36 senatori denunciano la premier Shinawatra che viene sospesa in attesa del pronunciamento della Corte Costituzionale.

Secondo vari analisti, Hun Sen avrebbe diffuso la registrazione della compromettente telefonata per vendicarsi nei confronti della famiglia Shinawatra, inadempiente rispetto alla promessa di accelerare i negoziati sulla definizione della cosiddetta “Area di rivendicazioni sovrapposte”, una zona di 26 mila km quadrati nel Golfo della Thailandia che secondo le stime ospita giacimenti di gas e petrolio finora non sfruttati del valore di 300 miliardi.

Il cambogiano Hun Sen, inoltre, sarebbe stato fortemente irritato da una legge, approvata dal governo di Bangkok a marzo, che legalizza i casinò e consente la realizzazione di alcune case da gioco anche nella regione del “Corridoio economico orientale”, al confine con il vicino. In Cambogia il gioco d’azzardo è legale da tempo solo per i turisti stranieri ma è vietato ai residenti locali, e i casinò cambogiani sono frequentati quindi soprattutto da visitatori cinesi e thailandesi che a questo punto però avranno a disposizione anche quelli aperti nel territorio di Bangkok. La concorrenza thailandese danneggerà un settore economico che rappresenta addirittura, secondo le stime, una quota tra il 5 e il 10% del Pil nazionale cambogiano.

Al centro della contesa tra i due paesi ci sono anche i “centri truffa”, strutture illegali gestite da gruppi criminali che operano in vari paesi del Sud-est asiatico per condurre frodi online, scommesse clandestine, falsi investimenti, furti di criptovalute ecc. Negli ultimi anni, anche a causa della repressione operata dalla giunta militare thailandese in collaborazione con Pechino, molte di queste attività si sono spostate in Cambogia grazie alla tolleranza del governo locale. Nei mesi scorsi, dopo il rapimento di un attore cinese da parte di una gang, le autorità thailandesi hanno preso di mira anche i centri truffa insediati in territorio cambogiano, tagliando ad esempio le connessioni dati verso la provincia cambogiana di Sa Kaeo.

Insomma i motivi di attrito tra Phnom Penh e Bangkok sono numerosi e si sovrappongono alla contesa territoriale che già in passato è sfociata in scontro armato, anche a causa del protagonismo di alcuni comandanti dell’esercito che tentano di utilizzare l’escalation per farsi strada nelle rispettive nomenklature militari o di accrescere il proprio ruolo per contestare i rispettivi governi.

Ad esempio in Cambogia alcuni generali della vecchia guardia, protagonisti della guerra contro i “khmer rossi”, sarebbero insoddisfatti delle riforme promesse dal premier Hun Manet, e starebbero cercando di indebolirlo proprio aumentando la tensione con la Thailandia.

Nelle ultime ore i governi dei due regni stanno apparentemente tentando di contenere gli scontri e di bloccare l’escalation. Uno scontro frontale avvantaggerebbe sicuramente Bangkok, che dispone di un esercito più numeroso e meglio equipaggiato.

Mentre oggi il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha indetto una riunione d’emergenza per affrontare la crisi gli Stati Uniti, da lungo tempo alleati della Thailandia, hanno chiesto la cessazione immediata delle ostilità. Anche la Cina, stretto alleato della Cambogia, ha dichiarato di essere profondamente preoccupata per il conflitto in corso e di sperare che entrambi i Paesi «risolvano adeguatamente la loro controversia attraverso il dialogo».

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24/07/2025

Thailandia e Cambogia ai ferri corti

Nuova fiammata tra i due paesi asiatici dopo decenni di tensione causati dalle opposte rivendicazioni sulla frontiera comune, lunga oltre 800 km, tracciata dai colonizzatori ai tempi della dominazione francese.

Nei giorni scorsi i due paesi avevano già interrotto parzialmente le relazioni diplomatiche portandole al livello minimo. La Thailandia ha richiamato il proprio ambasciatore in Cambogia, Tull Traisorat, ed ha annunciato l’espulsione dell’ambasciatore cambogiano a Bangkok, Hun Saroeun.

La misura è stata adottata dopo che il Ministero degli Esteri thailandese ha protestato con i propri vicini accusandoli di aver piazzato recentemente nuove mine in alcuni tratti della frontiera nel cosiddetto “Triangolo di Smeraldo”, che unisce Cambogia, Laos e Thailandia, causando il ferimento di un proprio militare.

La Cambogia però nega ogni addebito ed anzi accusa le truppe di Bangkok di aver violato la propria integrità territoriale. Phnom Penh ha deciso lo stop alle importazioni di frutta e verdura dalla Thailandia e messo al bando i film thailandesi.

Nelle ultime ore però la situazione sembra essere ulteriormente degenerata, dando vita a una crisi che sembra la più grave dal periodo 2008-2011, quando complessivamente gli scontri causarono la morte di 28 persone.

Già a maggio un soldato cambogiano era stato ucciso in uno scontro armato in una zona rivendicata da entrambi i regni asiatici. Nei giorni scorsi si sono verificati nuovi scontri a fuoco in diverse delle zone di confine contese, e la Thailandia ha deciso di chiudere tutti i varchi di accesso alla Cambogia.

Ieri poi cinque soldati di Bangkok sono rimasti feriti, uno in modo grave, dall’esplosione di una mina. Stamattina gli scontri si sono fatti molto più intensi. L’esercito thailandese ha informato di aver realizzato alcuni attacchi aerei su obiettivi cambogiani dopo che le forze di Phnom Penh hanno aperto il fuoco contro una base militare vicina ad un tempio a Prasat Ta Muen Thom, uccidendo 12 persone, 11 civili e un militare.

Secondo il Ministero della Difesa di Phnom Penh, l’aviazione nemica avrebbe bombardato una strada vicino all’antico tempio di Preah Vihear, assegnato alla Cambogia nel 1962 da una sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aja ribadita nel 2013.

L’escalation in atto giunge dopo che la premier della Thailandia Paetongtarn Shinawatra, che è anche ministro della Cultura, è stata sospesa dai suoi incarichi per ordine della Corte Costituzionale dopo che a giugno è trapelata una controversa telefonata tra lei e il presidente del Senato cambogiano Hun Sen, in cui contestava l’operato dell’esercito thailandese nella disputa.

L’escalation ha causato “forte preoccupazione” in Cina. I due Paesi sono «amici della Cina e membri importanti dell’Asean», ha ricordato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Guo Jiakun, insistendo sulla necessità di «gestire in modo adeguato le divergenze». «Siamo molto preoccupati per gli sviluppi e auspichiamo che entrambe le parti affrontino i problemi tramite dialogo e consultazioni», ha aggiunto, offrendo la mediazione di Pechino.

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29/08/2020

Thailandia - Inedite proteste studentesche attraversano il Paese


Rebecca Ratcliffe, Corrispondente dal Sud-est asiatico

Lunedi 24 Agosto 2020

Ogni mattina, quando l’inno nazionale viene suonato nelle scuole thailandesi, gli studenti devono alzarsi in piedi in segno di deferenza mentre viene issata la bandiera nazionale. Ma la scorsa settimana qualcuno di loro ha lanciato un messaggio di sfida, alzando le mani nel saluto delle tre dita, un gesto preso da The Hunger Games che è largamente usato dal crescente movimento thailandese pro-democrazia. Altri si sono riuniti nei cortili delle scuole per innalzare striscioni di carta bianca.

Da più di un mese ci sono cortei quasi quotidiani guidati dagli studenti che si diffondono in tutto il Paese, compresa una dimostrazione a Bangkok lo scorso fine settimana a cui hanno partecipato più di 10.000 persone. Gli osservatori sono stupefatti da quanto rapidamente la protesta si è diffusa, da come i giovani stanno sfidando le gerarchie tradizionali e dal coraggio delle loro richieste, alcune delle quali riguardano la potente famiglia reale.

“Tutti nella società thai sono molto sorpresi da quello che sta accadendo in questo momento” dice Kanokrat Lertchoosakul, lettrice alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università Chulalongkorn: “Non abbiamo mai visto un fenomeno come questo”. Dice che come gli studenti universitari anche ragazzini di 13 o 14 anni stavano organizzando flash mobs.

Il movimento di protesta non ha un’organizzazione centralizzata. Invece gruppi diversi hanno usato i social media per coordinare i cortei in tutto il Paese, guidati dalla rabbia verso un governo sostenuto dai militari che accusano di corrodere la democrazia e tenere il loro Paese bloccato.

I dimostranti chiedono al primo ministro Prayuth Chan-ocha, che è arrivato per la prima volta al potere durante un colpo di Stato nel 2014, lo scioglimento del parlamento, la fine delle aggressioni agli attivisti e riforme alla costituzione, che è stata scritta sotto un regime militare ed ha consolidato il potere dell’esercito.

Alcuni hanno anche reclamato cambiamenti per porre un freno ai poteri della monarchia, in discorsi che fino a poco tempo fa sarebbero stati impensabili.

Queste dichiarazioni comportano gravi rischi. Anche se per ora il re apparentemente non ha chiesto l’incriminazione secondo le rigide leggi del Paese sulla lesa maestà, almeno 10 dimostranti pro-democrazia sono stati arrestati con altre accuse compresa la sedizione, che comporta una condanna fino a sette anni.

Il gruppo Thai Lawyers for Human Rights dice di aver documentato 103 casi in cui gli studenti sono stati aggrediti o gli è stato impedito di esprimere le proprie opinioni politiche, anche solo facendo il saluto delle tre dita, indossando nastri bianchi o tenendo in mano pezzi di carta bianca. La scorsa settimana l’Unicef ha emesso una dichiarazione chiedendo di sostenere “il diritto all’espressione di bambini e giovani”.

Il Ministro dell’educazione della Thailandia, Nataphol Teepsuwan, ha detto che gli studenti hanno diritto di esprimere le loro vedute.

Kanokrat, che ha intervistato dozzine di giovani dimostranti, ha detto che sebbene il diritto degli studenti di esprimere opinioni politiche fosse protetto nella costituzione, la maggior parte delle scuole stavano cercando di fermare ogni forma di protesta. “In realtà, in una società molto conservatrice e moralista come la Thailandia, il potere di controllo nelle scuole è in mano ai singoli insegnanti” ha detto.

In un corteo all’esterno del Ministero dell’educazione mercoledì scorso, Nataphol è stato contestato dagli studenti – ben lontano dal trattamento rispettoso che ci si aspetta dagli studenti verso i più anziani. Nataphol si è seduto con i manifestanti per discutere le loro opinioni, per poi dichiarare che “il governo è sempre disponibile e pronto ad ascoltare tutti i suoi cittadini”.

Una studentessa di classe 11 che era tra questi dimostranti e ha chiesto di non esser nominata, ha detto che i giovani vogliono libertà di espressione, “Vogliamo una vera democrazia dove si possa parlare come si vuole senza essere arrestati” ha detto.

Aveva seguito le proteste su twitter e deciso di parteciparvi con degli amici. “All’inizio quando ci ho pensato avevo paura, ma poiché molta più gente [ha partecipato], dopo la sensazione è stata quella di voler lottare” ha detto. Non ha dovuto affrontare alcuna conseguenza.

Kanokrat ha detto che i social media sono stati uno dei fattori che hanno portato gli studenti a prendere coraggio nelle loro proteste. Online hanno trovato una comunità di persone con idee simili che avrebbero manifestato per supportarsi l’uno con l’altro.

“Ho intervistato studenti di medicina, mi ha detto che loro devono lavorare molto duro per studiare, ma la notte devono lavorare duro per promuovere l’hashtag” ha detto. I dimostranti stanno usando tutto da Tinder a TikTok per diffondere il loro messaggio, spesso usando simboli e satira.

Online e nei cortei, vengono condivisi manifesti gialli con la scritta “missing”, mostrando il volto di attivisti scomparsi. Gli studenti fanno un uso sovversivo dei riferimenti culturali, da Harry Potter a Hamtaro, il criceto di un cartone animato giapponese. In luoghi pubblici, i giovani cantano una versione riadattata del jingle del cartone animato Hamtaro correndo in cerchio, come la ruota di un criceto. Mentre corrono cantano: “Il cibo più delizioso è il denaro dei contribuenti”.

C’è una lunga tradizione di dimostranti thai che usano simbolismi. “Questo succede quando cresci sotto una dittatura o un regime altamente repressivo” ha detto la Dr.ssa Aim Sinpeng, lettrice all’Università di Sydney. Ha detto che i giovani oggi producono riferimenti e satira che sono “altamente condivisibili e adatti per i social media”.

I discorsi sono diventati sempre più diretti, con alcuni interventi che hanno chiesto di limitare il potere del Re Maha Vajiralongkorn (nella foto). Prayuth ha detto ai dimostranti di non coinvolgere la monarchia ma ha detto che prenderà in considerazione le loro idee sulla costituzione.

Qualcuno ha chiesto perché, se le richieste saranno ascoltate, gli attivisti vengono arrestati. “Il governo sta cercando di guadagnare tempo arrestando gli attivisti uno per uno” ha detto Tattep Ruangprapaikitseree, segretario generale del gruppo di protesta Free People Movement, che si trova ad affrontare molteplici accuse. “Pensano che la protesta si dissolverà, ma si sbagliano”.

Fonte: The Guardian

Traduzione per Codice Rosso di Nello Gradirà

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Interessante, al momento pare una mobilitazione del tutto interna ai canoni liberali occidentali.
Sarà interessante seguirne gli sviluppi.

11/02/2015

Manovre militari Usa in Thailandia


Sono iniziate ieri le manovre militari multinazionali denominate "Cobra Gold". Un’iniziativa ormai trentennale che rappresenta il maggiore evento multilaterale del genere in Asia-Pacifico.

L’edizione di quest’anno coinvolge 24 paesi, il maggior numero di sempre. Per la prima volta però con una limitata partecipazione cinese. Quella di quest'anno è un’edizione segnata anche da una ridotta partecipazione delle forze armate statunitensi (3600 effettivi contro 4300 nel 2014), che nel 1982 avviarono con quelle thailandesi l’iniziativa. Diverse e sfumate le ragioni addotte, tra cui le conseguenze del ridispiegamento delle forze Usa come conseguenza delle scelte strategiche e finanziarie di Washington.

Tuttavia, anche il proseguimento di un graduale allontanamento di Washington da Bangkok, dopo gli accordi che concedono basi importanti in territorio australiano, mentre Corea del Sud, Giappone e Singapore restano aperte per navi e aviazione statunitense e Filippine, Vietnam e India sono disponibili per scali periodici della Marina Usa.

Tuttavia, il relativo disimpegno statunitense dal paese ha anche ragioni nel riavvicinamento di Bangkok alla Cina dopo il colpo di stato militare del 22 maggio 2014 e nelle recenti tensioni diplomatiche. Le pressioni Usa per un rapido ritorno ad un regime parlamentare sono state viste dal regime come un appoggio all’opposizione e al precedente governo civile, come un segnale di incomprensione da parte della diplomazia statunitense, che non si differenza molto in realtà da quella Ue.

Una circostanza ammessa apertamente alla cerimonia d’inaugurazione dall’incaricato d’affari dell’ambasciata Usa, Patrick Murphy: “Non possiamo negare che questo è un periodo difficile, che ha imposto di modificare Cobra Gold per il tempo in cui la Thailandia gestirà il ritorno alla democrazia”.

Washington ha anche congelato 4,7 milioni di dollari della cooperazione alla difesa.

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09/10/2014

Dall’Italia armi e addestramento per i golpisti thailandesi

Al potere con un golpe dal 22 maggio scorso, i militari della Thailandia violano “sistematicamente” i diritti umani, ma per l’Italia sono alleati strategici da coccolare con velivoli da guerra e corsi d’addestramento presso le maggiori basi nazionali. Presso gli stabilimenti Piaggio di Villanova d’Albenga, alla presenza dei generali Carlo Magrassi (national security advisor della Presidenza del Consiglio) ed Enzo Vecciarelli (a capo della Direzione nazionale armamenti della Difesa), il vice-capo di Stato maggiore della Royal Thai Air Force – RTAF, Sutthiphan Kritsanakhup e l’Ad di Piaggio Aero Industries hanno firmato un contratto per la fornitura di un velivolo da trasporto executive “P180 Avanti II” per la sorveglianza multifunzionale del territorio. Non sono stati resi noti il valore della commessa né la data prevista per la consegna.

L’accordo è stato formalizzato il 29 settembre scorso nel corso di un incontro tra i vertici dell’Aeronautica da guerra thailandese e il Capo di Stato Maggiore dell’Ami, generale Pasquale Preziosa. Al vertice era pure presente il direttore vendite governative della Piaggio Aereo, Francescomaria Tuccillo. La delegazione della RTAF aveva poi visitato il 14° Stormo e il Centro Addestramento Equipaggi Multicrew (CAEMC) di Pratica di Mare (Roma), dove – come riferito dall’Aeronautica militare italiana – “ha acquisito informazioni circa le caratteristiche e l’impiego del velivolo e le capacità di addestramento che la stessa forza armata può fornire”.

Il P-180 Avanti II è un aereo ad ala media dotato di due motori turboelica Pratt & Whitney PT6A-66, tre superfici portanti, per missioni speciali e possibilità di configurazione per foto da ricognizione; ha una velocità di crociera di 644 Km/h, un’autonomia di 1.450 miglia nautiche e può raggiungere la quota di 41.000 piedi. Prodotto anche in versione aeroambulanza, radio misure e pattugliamento, l’Avanti II può decollare da una pista di 3.300 piedi con un carico massimo di 12.100 libbre. Può trasportare sino a 6 passeggeri.

La vendita del velivolo alle forze armate thailandesi da parte del gruppo Piaggio (il 98,05% del pacchetto azionario è nelle mani della Mubadala Development Company, la società di investimenti strategici del Governo degli Emirati Arabi Uniti, mentre il restante 1,95% è posseduto dall’ex presidente Piero Ferrari), avviene proprio quando s’intensificano a livello internazionale le denunce sul modus operandi della giunta militare insediatasi dopo le dimissioni della presidente Yingluck Shinawatra, condannata per abuso di potere dalla Corte costituzionale thailandese. L’11 settembre scorso, Amnesty International ha presentato il rapporto “Thailandia, cento giorni sotto la legge marziale” in cui si descrive minuziosamente il clima pesantissimo che si respira nel paese asiatico. Dopo il golpe di maggio, i militari hanno eseguito centinaia di arresti e detenzioni arbitrarie e le libertà d’espressione e manifestazione pacifica sono state “profondamente” limitate. Numerosi i casi di tortura, i pestaggi e le finte esecuzioni di persone detenute accertati, mentre aumentano i processi irregolari contro oppositori politici, intellettuali, sindacalisti. “Centinaia di siti Internet sono stati chiusi o bloccati, i mezzi d’informazione sono stati rigorosamente monitorati dai comitati per la censura e sono stati minacciati gli arresti per chiunque intendesse postare opinioni critiche”, scrive Amnesty. “Ai gruppi per i diritti umani è stato vietato di organizzare eventi pacifici e attivisti e giornalisti hanno continuato, come prima del colpo di stato, a essere incriminati per diffamazione. Il diritto a un processo equo è stato accantonato: una sessantina di imputati attende di essere processata dalle corti marziali, senza diritto d’appello contro la sentenza, per aver violato ordini militari che a loro volta violavano i diritti umani”. A settembre anche l’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha espresso “profonda preoccupazione” per le “crescenti restrizioni” imposte in Thailandia agli attivisti per i diritti umani e per le “intimidazioni da parte delle forze dell’ordine contro gli esponenti dell’opposizione”.

La collaborazione tra le forze armate italiane e quelle thailandesi è stata formalizzata con l’accordo siglato a Roma l’11 settembre 2013 tra l’allora ministro della difesa Mario Mauro e il viceministro degli esteri Surapong Tovichakchaikul (poi deposto dalla giunta militare). “L’obiettivo del protocollo d’intesa è quello di rafforzare la cooperazione tra le rispettive Forze Armate, nell’intento di consolidare le capacità difensive e migliorare la comprensione reciproca sulle questioni della sicurezza, della formazione dei militari, dell’assistenza umanitaria, della ricerca e sviluppo”, si legge nella nota emessa a conclusione del vertice intergovernativo Italia – Thailandia, presenti pure il Presidente Enrico Letta ed il Primo ministro Yingluck Shinawatra.

Lo scorso marzo, due mesi prima del golpe, il Capo di Stato Maggiore della Royal Thai Air Force, Prajin Jungtong, e una folta delegazione di ufficiali thailandesi, erano venuti in Italia per incontrare il comandante in capo dell’Aeronautica militare Pasquale Preziosa e visitare la scuola volo per piloti presso il 61° Stormo di Galatina (Lecce). Il 30 luglio, quando a Bangkok vigeva la legge marziale da quasi 70 giorni, una seconda delegazione di ufficiali thailandesi veniva ospitata nella base pugliese di Galatina. “La visita al 61° Stormo ha evidenziato il forte interesse del Paese estero ai programmi di formazione e istruzione a livello internazionale del Reparto”, riferiva il portavoce dell’Aeronautica italiana. “Sono state presentate le principali attività e le specificità del Reparto con particolare riferimento alle significative evoluzioni e innovazioni degli iter addestrativi e dei sistemi impiegati dall’Aeronautica Militare per assicurare l’eccellenza nella formazione al volo”. I militari della Royal Thai Air Force avevano il modo di ammirare le strutture predisposte a Galatina per lo svolgimento delle attività di formazione alla guida dei cacciabombardieri: i simulatori dell’Aermacchi MB339; la sala R.E.S. (Representation and Elaboration System) che consente, in maniera automatizzata e computerizzata, di ricostruire la complessa dinamica delle missioni di volo; il Ground Basic Training System, il nuovo sistema addestrativo predisposto per gestire il caccia addestratore di ultimissima generazione “T-346 ITS”, prodotto da Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica). Il T-346, operativo presso il 61° Stormo da qualche settimana, trasformerà l’intero sistema addestrativo dell’Aeronautica militare italiana e dei maggiori alleati. “Le potenzialità e la tecnologia del T-346A renderanno possibile la migrazione presso la scuola di volo salentina di tutta una serie di attività che attualmente vengono svolte nell’ambito degli OCU Operational Conversion Unit (OCU) su macchine dal più alto costo operativo”, spiega il Ministero della difesa. “Grazie alle potenzialità tecnologiche che lo connotano, il nuovo velivolo permetterà ai neo piloti militari aerotattici di addestrarsi in scenari complessi, aria-aria, aria-suolo e di guerra elettronica”. Secondo quanto ammesso da Giovanni Timossi, vicepresidente di Alenia Aermacchi, le autorità thailandesi sarebbero interessate ad acquistare una decina dei nuovi caccia addestratori. Ovviamente, la formazione e l’addestramento dei piloti RTAF sarebbero curate a Galatina dal personale del 61 Stormo.
A febbraio, AgustaWestland, altra azienda Finmeccanica, ha consegnato all’esercito thailandese due elicotteri bimotore AW139, parte di un ordine siglato a fine 2012 per un numero imprecisato di velivoli. Con una velocità massima di crociera di 306 km/h e un’autonomia di oltre 920 km, gli AW139 possono ospitare fino a 15 passeggeri. Sono impiegati attualmente per missioni di trasporto uomini e mezzi, ricerca e soccorso, pattugliamento dei confini. Il contratto con l’esercito thailandese comprende anche la manutenzione dei mezzi e la formazione dei piloti con personale di AgustaWestland.

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29/08/2014

Thailandia a rischio tra Re senescente e giunta militare


Il generale golpista Prayuth Chan-ocha diventa Primo ministro di Thailandia per nomina di Re Bhumibol Adulyade, 86 anni, sul trono da 68. Il regno di Rama IX, l’altro nome del Re, è il più lungo tra quelli dei sovrani attualmente viventi ed è al 15º posto dei regni più lunghi della Storia.

Bhumibol Adulyadej Ramadhibodi Chakrinarubodin Sayamindaradhraj Boromanatbophit, nato a Cambridge, Gran Bretagna, il 5 dicembre 1927, attuale re di Thailandia, nono sovrano della dinastia Chakri. Conosciuto anche con il nome di Rama IX, è salito al trono il 9 giugno 1946. Bhumibol è legalmente un monarca costituzionale. Da quando è sovrano, vi sono stati 15 colpi di stato, 16 costituzioni e 27 cambi di primi ministri. Ha usato la sua influenza a volte per fermare i colpi di stato militari, rifiutando di riconoscere l’autorità dei generali che li avevano promossi, a volte no.

A fine agosto è arrivata l’approvazione di Re Bhumibol Adulyadej alla nomina a primo ministro del generale golpista Prayuth Chan-ocha. Con il suo benestare, il monarca che pare riverito in tutto il Paese nonostante le precarie condizioni, sancisce il congelamento di ogni principio di democrazia in favore dell’ennesima ascesa al potere dei militari. Diciottesimo colpo di Stato dal 1932 ad oggi, e di questi 12 si sono concretizzati. Il più recente il 20 maggio, quando i soldati agli ordini del generale Chan-ocha avevano imposto il coprifuoco a fronte delle crescenti proteste antigovernative di piazza.

Il generale Prayuth Chan-ocha, già comandante dell’esercito reale, autoproclamato presidente della “Commissione nazionale per il mantenimento della pace e dell’ordine” creata col golpe, è stato eletto a capo del governo dal parlamento che egli stesso aveva formato dopo la sospensione di tutte le istituzioni elette. Nelle prossime settimane si insedierà ufficialmente un governo di transizione, il cui compito sarà quello di guidare il Paese fino alle prossime elezioni che il generale-presidente ha promesso entro la fine del 2015. Se ne avrà voglia o, se vorrà, far vincere un governo di militari.

Con il colpo di Stato del 22 maggio i militari hanno deposto il governo della famiglia Shinawatra. Storia complessa di una carta politica ereditaria dove è difficile distinguere i ‘buoni’ dai ‘cattivi’. Il 7 maggio la primo ministro Yingluck Shinawatra, veniva destituita con sentenza Costituzionale per abuso di potere. Nel 2006 un precedente colpo di Stato - sempre in prima linea il generale Prayuth Chan-ocha - aveva deposto il fratello della signora Yingluck, Thaksin Shinawatra, salito al potere alle elezioni del 2001. Faida politica con affari di famiglia nel campo delle telecomunicazioni.

Adesso il nuovo primo ministro promette riforme economiche, politiche e sociali per un Paese che, afferma, “non dovrà essere la prossima Ucraina o il prossimo Egitto”. Un governo marcatamente repressivo nelle mani di una personalità estremamente autoritaria. Prezzo da pagare, dice qualcuno, per avere garanzie di stabilità soprattutto negli ultimi mesi nella capitale Bangkok. Stabilità e libertà di espressione, in Thailandia, si escludono a vicenda o debbano piuttosto essere tutelati proprio da un governo? Domanda legittima che però difficilmente troverà risposta nel nuovo governo thailandese.

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05/08/2014

La Thailandia dei militari

di Mario Lombardo

Il consolidamento del potere da parte delle élites thailandesi dietro al colpo di stato del maggio scorso ha fatto segnare una tappa importante qualche giorno fa, quando la giunta militare ha nominato i membri della nuova Assemblea Legislativa. Confermato dall’anziano monarca, Bhumibol Adulyadej, il Parlamento non eletto è composto da 200 deputati, di cui più della metà ufficiali militari e di polizia tuttora in servizio o in pensione.

Tra gli altri componenti dell’assemblea scelti dal regime militare guidato dal generale Prayuth Chan-ocha figurano alti dirigenti del business thailandese, accademici e alcuni ex membri del precedente Senato - anch’esso in parte non elettivo - tutti rigorosamente oppositori del deposto governo del partito Pheu Thai dell’ex premier Yingluck Shinawatra.

La presenza di nuovi legislatori come, ad esempio, i numeri uno di Toshiba Thailandia, di Colgate-Palmolive Thailandia e del gigante delle assicurazioni Liberty Insurance conferma l’appoggio del business indigeno al golpe e l’allineamento dei loro interessi alle iniziative della dittatura di Prayuth.

La nuova assemblea sostituisce le due camere del Parlamento thailandese - Camera dei Rappresentanti e, appunto, Senato - e avrà il compito di approvare leggi, un nuovo primo ministro e un gabinetto, il tutto dietro indicazioni del cosiddetto Consiglio Nazionale per la Pace e l’Ordine che manterrà il completo controllo sull’evoluzione politica nel paese.

La nuova assemblea si riunirà per la prima volta giovedì e già il giorno successivo dovrebbe eleggere il primo ministro, che secondo i media thailandesi sarà lo stesso generale Prayuth. In seguito, l’assemblea legislativa sceglierà il proprio presidente e il suo vice.

La nomina dell’assemblea è il risultato dell’adozione sempre da parte dei militari di una Costituzione provvisoria, annunciata il 22 luglio scorso. La nuova carta stabilisce inoltre la formazione di un “Consiglio per le riforme” e una commissione incaricata di scrivere una Costituzione definitiva. I poteri assegnati alla giunta militare sono ovviamente molto ampi e includono la possibilità di porre il veto sul contenuto della Costituzione definitiva e di intervenire nella vita politica del paese anche senza l’assenso del governo civile.

Una questione centrale che verrà affrontata con nuove leggi se non addirittura nella Costituzione sarà la messa al bando delle misure moderatamente progressiste adottate nell’ultimo decennio dai governi di Yingluck e del fratello, l’imprenditore miliardario in esilio Thaksin Shinawatra, anch’egli deposto da un colpo di stato militare nel 2006.

L’attuale regime ha già abolito il programma di acquisto di riso da parte del governo che garantiva ai produttori - soprattutto nel nord rurale della Thailandia, dove il clan Shinawatra ha la propria base elettorale - prezzi più alti rispetto a quelli di mercato.
Già in vista c’è poi la fine dei sussidi pubblici che contribuiscono ad abbassare i prezzi dei carburanti, mentre una recente rivelazione ha ipotizzato la cancellazione anche di una delle iniziative più popolari introdotte da Thaksin, cioè la rete di assistenza sanitaria universale praticamente gratuita.

In seguito alla rivelazione, la giunta militare ha negato che possa essere introdotto nell’immediato il pagamento di una sorta di “ticket” che potrebbe arrivare fino al 50% del costo delle prestazioni sanitarie, anche se una soluzione di questo genere è già allo studio per il prossimo futuro.

Più in generale, i prossimi mesi in Thailandia vedranno l’implementazione di misure di austerity che nei mesi della crisi che ha attraversato il paese del sud-est asiatico erano state richieste a gran voce dalla comunità degli affari domestica e internazionale in seguito allo stallo dell’economia.

Come è noto, per circa sette mesi l’opposizione thailandese, organizzata nel cosiddetto Comitato Popolare per la Riforma Democratica, aveva chiesto le dimissioni del governo con insistenti manifestazioni di protesta. L’obiettivo era però stato raggiunto solo con l’ennesimo colpo di stato dei militari del 22 maggio, preparato da una serie di procedimenti legali contro il capo del governo sulla base di accuse gonfiate di corruzione e abuso di potere.

Parallelamente, le elezioni tenute a febbraio e vinte dal Pheu Thai di Yingluck Shinawatra sono state subito delegittimate dai tribunali, nonostante le operazioni di voto non fossero state completate a causa dei disordini provocati dall’opposizione di piazza.

La giunta guidata dal generale Prayuth, una volta preso il potere, ha poi proceduto con arresti e restrizioni imposte ai leader del partito Pheu Thai. Purghe e censure sono infine seguite con il pieno appoggio della monarchia e degli altri tradizionali ambienti di potere thailandesi da tempo penalizzati dall’ascesa del clan Shinawatra.

Nonostante i timori, il rovesciamento dell’ordine democratico in Thailandia è avvenuto senza eccessivi scontri o tensioni interne. Le proteste degli anni scorsi da parte dei sostenitori di Thaksin e del suo movimento politico (“Camicie rosse”) in risposta alle precedenti iniziative dei militari risultano finora assenti, principalmente a causa della decisione presa dai vertici del Fronte Unito per la Democrazia Contro la Dittatura di non mobilitare alcuna opposizione.

Questi ultimi avevano a lungo minacciato di marciare su Bangkok in caso di deposizione del governo legittimo ma, con ogni probabilità per il timore che la situazione possa sfuggire di mano, in seguito alla mobilitazione delle classi rurali e urbane più povere, affermano ora di volere attendere tempi migliori.

Nel frattempo, di fronte alle critiche formali espresse dai governi occidentali, i quali hanno però sostanzialmente appoggiato il golpe, la giunta militare continua ad agitare la possibilità di stabilire rapporti più stretti con la Cina come arma per ottenere una qualche legittimità sul piano internazionale.

In questo senso va interpretata ad esempio la recente approvazione di un progetto ferroviario ad alta velocità da oltre 20 miliardi di dollari che in meno di un decennio dovrebbe collegare la Cina alla Thailandia.

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28/05/2014

Thailandia: mano dura dei golpisti contro opposizioni

A una settimana dal golpe del 22 maggio, il potere militare estende il controllo sui mass media, limita ancor più i potenziali oppositori e impone un’applicazione ancora più drastica della legge sulla lesa maestà associata all’uso della corte marziale. Un tribunale davanti alla quale è previsto che venga condotto, probabilmente già nelle prossime ore, l’ex ministro dell’Istruzione Chaturon Chaisaeng arrestato ieri dopo un’affollata conferenza stampa davanti ai media internazionali in cui aveva espresso il proprio dissenso nei confronti dell'esercito e della giunta golpista.
Intanto la riduzione di tre ore del coprifuoco, da mezzanotte alle 4 del mattino, e alcune scarcerazioni di esponenti del movimento delle Camicie Rosse e altri elementi considerati fedeli all’esecutivo deposto per decorrenza del periodo di sette giorni di detenzione preventiva, si alternano in queste ore ad arresti di altri presunti "estremisti" e al sequestro di armi e esplosivi.
Prosegue anche la rimozione di funzionari pubblici considerati vicini al precedente governo deposto dai militari. Oggi ad essere sollevati dall’incarico sono stati otto governatori di provincia e 16 ufficiali superiori della polizia.
Resta sostenuta sui social newtwork la reazione al colpo di stato, che ha invece un forte sostegno dei nazionalisti, filomonarchici, avversari del potere della famiglia Shinawatra e di chi vede nell’intervento militare un necessario elemento di pacificazione e di riforma del paese.
Continuano seppure ridotte e di breve durata, le manifestazioni pubbliche contro il regime, considerate illegali. In stato d’arresto rimangono due noti reporter thailandesi, mentre altri due, esperti di questioni militari, sono stati convocati per un colloquio dai responsabili per la comunicazione della giunta per avere messo in difficoltà con domande troppo specifiche il generale Prayuth Chan-ocha, che si è proclamato primo ministro sciogliendo il Senato.
Il "Consiglio nazionale per il mantenimento della pace e dell’ordine", l'altisonante nome che si è dato la giunta, è da oggi affiancato da dieci personalità chiamate a indirizzare gli affari di stato in diverse aree tra cui sicurezza, economia, commercio. Proprio la gestione della sicurezza è stata affidata al precedente comandante dell’esercito, generale Anupong Paojinda.

Intervento atteso e che ha sicuramente portato ai militari ampie simpatie, prosegue il pagamento a 800.000 risicoltori di quanto dovuto da molti mesi per il prodotto consegnato ai depositi governativi. In mancanza di proventi reali dalla vendita del riso, la giunta ha chiesto alle banche di finanziare i 50 miliardi di baht mancanti dalle casse pubbliche sui 90 miliardi di baht (circa 2 miliari di euro) necessari. La politica risicola è stato uno degli elementi utilizzati dalla protesta anti-governativa per chiedere da novembre 2013 e senza successo fino all’intervento dei generali, le dimissioni dell’esecutivo, già accusato di poca trasparenza, di sudditanza verso la famiglia Shinawatra attraverso la premier Yingluck Shinawatra e di politiche volte solo a garantirsi la base elettorale.

Proprio per smentire la volontà di ospitare un governo in esilio opposto alla giunta al potere, oggi il premier cambogiano Hun Sen ha dichiarato con chiarezza che la Cambogia non interferirà negli affari interni thailandesi e ha chiesto all’ex premier in esilio Thaksin Shinawatra, amico personale e consulente economico del suo governo, come pure alla sorella Yingluck, a capo dell’esecutivo defenestrato dai militari, di capire la posizione del suo paese.

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24/05/2014

La pace buddhista e i golpe continui

Anche se ai golpe militari thailandesi siamo ormai abituati, chi ha avuto modo di visitare questo splendido Paese non può fare a meno di provare un disagio di fondo rammentando le immagini viste e la presenza pervasiva della simbologia buddhista in ogni strada di Bangkok e di altre città.

Il buddhismo – come tutti sanno – è la religione non violenta per eccellenza. Esorta a distaccarsi dagli eventi del mondo, a meditare sulla caducità di ogni cosa che ci circonda, a trascurare l’esteriorità concentrando l’attenzione sulla nostra dimensione interiore e più profonda. Non solo. Ben prima dei Greci, i filosofi buddhisti avevano “scoperto” la fondamentale distinzione tra apparenza e realtà.

E, contrariamente a quanto ritiene il senso comune, l’apparenza è il mondo esterno che è solo illusione, mentre la realtà “vera” si trova all’interno di noi. Per raggiungerla occorre una grande disciplina, basata su esercizi assai complicati per la mentalità occidentale. Tuttavia tale disciplina, se praticata con costanza e pazienza, è in grado di condurci all’illuminazione che il fondatore aveva raggiunto al massimo grado. Questa la strada per conseguire la pace dell’anima, premessa indispensabile per superare violenza e conflitti che caratterizzano da sempre il mondo come noi lo vediamo.

Agli occhi intesi come organi di senso bisogna dunque sostituire l’occhio interiore, in grado di appurare l’illusorietà di oggetti ed eventi che, apparentemente, costituiscono l’ossatura della realtà.

Il richiamo a questi concetti, in Thailandia, è costante. A ogni angolo si trovano pagode che all’interno contengono file interminabili di Buddha dorati. Impressionante è l’enorme Buddha sdraiato (Wat Pho) in un tempio al centro della capitale. Le sue dimensioni sono tali che occorre parecchio tempo per arrivare dalla testa ai piedi, anche se la visione è sempre parziale proprio a causa delle suddette dimensioni.

Se poi si percorre in barca il grande fiume Chao Phraya che divide Bangkok in due parti, che spesso esonda spazzando via le misere baracche in cui vive la parte più povera (e numerosa) della popolazione, è frequente vedere sulla riva altre grandi statue dorate del Buddha sempre ritratto in posa ieratica.

Ora il golpe dei militari ci riporta però a una realtà molto più simile a quella del senso comune e che con anima e meditazione ha ben poco a che fare. Già, perché la storia Thai, come la storia di ogni altra nazione, è segnata da conflitti e violenze senza fine, e dalla lotta a volte feroce tra fazioni politiche contrapposte. Il sorriso del Buddha resta sullo sfondo, qualcosa di lontano e irraggiungibile.

Stesso discorso nell’altro grande Paese buddhista confinante. La Birmania – ora chiamata Myanmar – è reduce da una lunga e feroce dittatura militare e solo adesso comincia ad aprirsi all’esterno. In quel contesto il lungo isolamento ha fatto sì che l’influenza della religione sia ancora maggiore.

E’ tuttavia importante notare che tanto in Birmania quanto in Thailandia sono in atto dure repressioni nei confronti delle minoranze islamiche presenti in entrambe le nazioni. Qualcuno potrebbe notare – malignamente – che gli islamici in fondo se lo meritano visto che, dove sono maggioranza, perseguitano senza remore i seguaci di altre fedi. Resta però il fatto che, agendo in questo modo, lo spirito buddhista viene tradito.

L’ennesimo golpe thailandese e gli altri avvenimenti dianzi menzionati ci rammentano, in conclusione, che il distacco dalla realtà di ogni giorno è più facile in teoria che nella pratica. O, meglio ancora, ci fa capire che tale distacco può essere praticato con successo solo da pochi illuminati. La gente comune è condannata a vivere in un mondo in cui la violenza continua a dominare.

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Sarà che va così perché dalla notte dei tempi il mondo si divide tra un 10% scarso che se lo gode e un 90% che lo fa funzionare?

21/05/2014

Golpe alla thailandese

di Mario Lombardo

Un nuovo capitolo dello stallo politico thailandese è stato aggiunto nella primissima mattinata di martedì con l’ingresso diretto nella crisi in corso delle Forze Armate indigene, senza dubbio l’istituzione più potente del paese del sud-est asiatico. In un’apparizione televisiva alle 3 del mattino locali, il comandante Prayuth Chan-ocha ha annunciato l’adozione della legge marziale, prefigurando così un sempre più probabile colpo di Stato, sia pure con modalità ancora da appurare.

La decisione dell’esercito sarebbe stata presa per ristabilire l’ordine pubblico in Thailandia dopo sei mesi di scontri provocati dalle proteste dell’opposizione che continua a chiedere l’installazione di un esecutivo non eletto per mettere in atto una serie di “riforme”, volte sostanzialmente a impedire il ritorno al potere del clan Shinawatra.

L’occasione per dichiarare la legge marziale sembra essere giunta settimana scorsa dopo un attentato contro un gruppo di manifestanti anti-governativi a Bangkok che ha fatto 3 morti. Prayuth ha intimato alle formazioni allineate all’opposizione e a quelle filo-governative (“Camicie rosse”) di non allontanarsi dai siti in cui sono accampate, così da evitare scontri.

Soprattutto, il potente generale thailandese ha tenuto a rassicurare la popolazione che quello in corso non sarebbe un colpo di stato, chiedendo perciò la continuazione delle normali attività di tutti i giorni.

In realtà, la legge marziale consente alle Forze Armate di assumere ampi poteri, tra cui quelli di proibire assemblee pubbliche, perquisire edifici e veicoli privati a piacimento, imporre il coprifuoco, chiudere i media, nonché sottoporre a interrogatorio e arrestare chiunque venga considerato come possibile sospetto.

Inoltre, nonostante la costituzione thailandese preveda la legge marziale, per giustificarne l’implementazione Prayuth nel suo annuncio ha fatto riferimento in maniera inquietante ad una norma del 1914, quando il paese era ancora una monarchia assoluta.

Il governo provvisorio di Bangkok, da parte sua, ha cercato di minimizzare la decisione dei militari, con il ministro della Giustizia ad interim, Chaikasem Nitisiri, impegnato a garantire che l’esecutivo “non ha problemi” con la legge marziale e che continuerà a “governare normalmente il paese”. Tuttavia, l’imposizione della legge marziale non è stata coordinata con le autorità di governo, le quali hanno appreso la notizia solo in seguito all’apparizione televisiva del capo delle Forze Armate.

Un’altra dichiarazione del generale Prayuth, inoltre, ha già sottratto al governo alcune competenze nell’ambito della sicurezza, sciogliendo cioè l’organo del gabinetto deputato a questo incarico (Centro per l’amministrazione della Pace e dell’Ordine), per essere sostituito da un’apposita unità dell’esercito.

Se poi le stazioni televisive hanno ricevuto indicazione di continuare a trasmettere i loro programmi, i militari hanno di fatto chiuso una decina di reti affiliate ai vari partiti politici, mentre a tutti i media è stato fatto divieto di “riportare o distribuire notizie o immagini che possano danneggiare la sicurezza nazionale”.

Malgrado le rassicurazioni, il governo nutre profondi timori per la situazione venutasi a creare nel paese, come confermano le dichiarazioni rilasciate dal primo ministro Niwattumrong Boonsongpaisan. Quest’ultimo - nominato recentemente dopo la rimozione di Yingluck Shinawatra in seguito ad una sentenza politica della Corte Costituzionale che l’ha ritenuta responsabile di abuso di potere - ha chiesto ai militari di rispettare la Costituzione, sostenendo che “qualsiasi operazione venga intrapresa [per ristabilire l’ordine] deve essere pacifica, non violenta e imparziale”.

D’altra parte, visto lo scenario attuale appare difficile credere che l’azione dei militari non rappresenti la preparazione della rimozione definitiva del governo eletto guidato dal partito Pheu Thai. Nelle prossime ore, secondo gli osservatori, risulterà chiaro se le Forze Armate riterranno più opportuno portare a termine un golpe a tutti gli effetti o, più probabilmente, se delegheranno la deposizione dell’esecutivo ai tribunali o al Senato, al centro in questi giorni delle manovre dell’opposizione per forzare la nomina di un nuovo primo ministro.

L’irruzione dei generali sulla scena politica thailandese era comunque ampiamente prevedibile e lo stesso Prayuth da mesi avvertiva che, pur non essendo interessati ad un colpo di stato, i militari sarebbero intervenuti nel caso le violenze nel paese fossero aumentate. La presunta neutralità finora ribadita dalle Forze Armate è però poco credibile, viste le tradizionali simpatie per l’opposizione e il loro allineamento con le altre istituzioni ostili a Thaksin (monarchia, burocrazia statale).

I militari, inoltre, avevano già deposto il premier-miliardario con un colpo di stato nel 2006, mentre nei giorni scorsi non hanno mosso un dito per impedire ai manifestanti anti-governativi di occupare una parte del palazzo del governo dove si trovava il primo ministro ad interim.

Il gabinetto del Pheu Thai si trova così in una posizione sempre più precaria e, probabilmente, con i giorni contati. I tentativi di indire una nuova tornata elettorale per il 20 di luglio dopo il voto di febbraio annullato dalla Corte Costituzionale sembrano essere ormai falliti, con la Commissione Elettorale - anch’essa simpatizzante dell’opposizione - che ha citato i probabili disordini che verrebbero nuovamente causati dalle inevitabili proteste di piazza dell’opposizione.

La crescente campagna anti-governativa è resa possibile anche dall’evidente riluttanza dei leader del Pheu Thai e delle “Camicie rosse” a mobilitare i propri sostenitori, organizzati nel Fronte Unito per la Democrazia contro la Dittatura (UDD). Martedì, infatti, il leader di questa organizzazione, Jatuporn Promphan, si è rifiutato di condannare l’adozione della legge marziale, invitando anzi i propri uomini accampati a Bangkok a collaborare con i militari.

Addirittura, lo stesso Jatuporn si è detto disponibile a negoziare con il leader dell’opposizione di piazza, l’ex vice primo ministro Suthep Thaugsuban, se il generale Prayuth dovesse accettare di ricoprire il ruolo di mediatore.

I vertici dell’UDD nelle scorse settimane avevano più volte minacciato una marcia di milioni di persone sulla capitale nel caso il governo eletto fosse stato deposto con la forza ma il procedere degli eventi verso questa soluzione non ha comunque portato per il momento a nessuna reale mobilitazione.

Il timore del governo e dell’UDD è forse quello che le forze su cui si basano da oltre un decennio i successi del clan Shinawatra, vale a dire le classi più disagiate della Thailandia e quelle tradizionalmente escluse dal potere, possano sfuggire di mano e avanzare richieste di cambiamenti sociali ben più radicali di quelli approvati finora da Thaksin e Yingluck.

In definitiva, in presenza di tensioni sociali esplosive e con una situazione economica sempre più pesante, il governo auspica una soluzione indolore della crisi anche tramite l’intervento dei militari, a patto che questi ultimi non attuino l’ennesimo colpo di stato della storia thailandese.

Sul finire della giornata di martedì, intanto, il governo del premier Niwattumrong ha convocato una riunione di emergenza dell’esecutivo, mentre la Commissione Elettorale ha fatto sapere di avere ricevuto dal gabinetto provvisorio una richiesta per tenere le elezioni il 3 agosto prossimo. La stessa Commissione deciderà mercoledì se accogliere o meno la richiesta.

Tra le reazioni provenienti dall’estero, infine, spicca la mancata condanna delle Forze Armate da parte di Washington, in linea con l’atteggiamento tenuto dall’amministrazione Obama all’indomani delle sentenze anti-democratiche che i tribunali thailandesi hanno recentemente emesso contro l’ex premier Yingluck.

Il Dipartimento di Stato americano si è limitato ad emanare il consueto appello ad evitare atti di violenza, nella speranza che i militari - con cui gli USA vantano una stretta partnership - riescano ad incanalare la crisi in Thailandia verso una soluzione gradita e il meno imbarazzante possibile.

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20/05/2014

Golpe in Thailandia, carri armati in strada. Ora è legge marziale


Comanda l’esercito che - dopo aver decretato la legge marziale - ha anche ordinato la censura di tutti i media. Dieci canali tv sono stati privati delle antenne di trasmissione. Intanto soldati e mezzi militari sono stati schierati in centro a Bangkok. Golpe ‘moderato’ e temporaneo chiedono gli Usa.

Come da manuale del perfetto golpista, lezione numero uno: controllare le trasmissioni radio-tv. Dopo aver decretato la legge marziale in Thailandia, l’esercito ha quindi ordinato la censura di tutti i media. Dieci canali tv sono stati addirittura privati delle antenne di trasmissione. Intanto soldati e mezzi militari sono stati schierati in centro a Bangkok. Legge marziale a scadenza programmata, come la mozzarella, avvertono gli Stati Uniti che forse non sono esattamente dispiaciuti a vedere divise per strada al posto di masse popolari urlanti da mesi impegnate in scontri furiosi di fazioni.

Legge marziale “temporanea” che non deve mettere a rischio la democrazia, avvertono gli Stati Uniti, senza spiegare come sia possibile l’assurdo di legge parziale e democrazia. “Tutte le parti in campo devono rispettare i principi democratici e garantire la libertà d’espressione”, afferma in un comunicato la portavoce del dipartimento di Stato americano Jen Psaki, esprimendo l’inquietudine di Washington per la crisi politica in Thailandia. Anche il Giappone che sta riscoprendo l’orgoglio militarista nipponico esprime “grave preoccupazione” visti i molti giapponesi che vivono nel Paese.


Tutto nasce dai contrasti tra la premier Yingluck Shinawatra e le opposizioni sino alle travagliate elezioni di febbraio che la Corte Costituzionale thailandese ha dichiarato illegittime. Voto nullo in quanto non si è tenuto per tutta la popolazione lo stesso giorno. Difficile prevedere una decisione diversa. Le proteste cominciate a novembre hanno costretto la primo ministro Yingluck Shinawatra alle dimissioni nel tentativo di placare la rabbia. Una mossa tardiva che non è bastata a placare le tensioni e a impedire il blocco della capitale Bangkok dove erano stati occupati gli edifici governativi

In Thailandia l’esercito è stato autore in passato di diversi colpi di Stato. Una situazione di tensione legata alla organizzazione istituzionale stessa del Paese. Monarchia d’altri tempi e fuori dal mondo. L’attuale Re Bhumibol Aduyadej, della dinastia Rama IX, guida il Paese dal 1946, ha 86 anni ed è malato. Il suo successore, il Principe Vajiralongcorn, risulta privo di carisma e per giunta impopolare. La Regina Skirikit, al contrario, non nasconderebbe il suo appoggio ai democratici, ma rimaniamo comunque a forme di pluralità politica espresse secondo modi e criteri pre moderni.

Fonte

08/05/2014

Thailandia, il golpe dei tribunali

di Mario Lombardo

Dopo sei mesi di scontri e proteste di piazza, l’opposizione anti-governativa e i tradizionali centri di poteri thailandesi hanno ottenuto uno dei loro obiettivi principali nella giornata di mercoledì grazie ad una sentenza tutta politica del più altro tribunale del paese del sud-est asiatico. Quello che è avvenuto a Bangkok è stato nulla di meno di un golpe giudiziario, portato a termine dalla Corte Costituzionale contro il primo ministro, Yingluck Shinawatra, rimossa dal suo incarico con l’accusa di “abuso di potere”.

Il procedimento contro il capo del governo era stato avviato da alcuni senatori dell’opposizione ed era legato al trasferimento ad altro incarico del numero uno del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, Thawil Pliensri, nel settembre del 2011 subito dopo la vittoria elettorale del partito Pheu Thai. Secondo l’accusa, Thawil era stato messo da parte per fare spazio ad un membro di quest’ultimo partito, nonché parente di Yingluck, Priewpan Damapong, con modalità che, appunto, avrebbero indicato un “abuso di potere”.

La decisione rischia ora di aggravare ulteriormente la situazione già tesa in Thailandia, soprattutto in vista delle annunciate iniziative dei sostenitori del governo nelle strade della capitale, Bangkok. Inoltre, la Corte Costituzionale ha declinato la nomina di un nuovo premier, così che un esecutivo già notevolmente indebolito e con un incarico ad interim dallo scorso dicembre si troverà a dover gestire una difficile uscita dalla crisi e a provare ad evitare il completamento di un colpo di stato sempre più probabile.

I nove giudici della Corte Costituzionale thailandese hanno dunque votato all’unanimità per condannare Yingluck e rendere nullo il suo status di primo ministro. Contemporaneamente, anche una decina di ministri in carica ora e durante i fatti incriminati sono stati sollevati dai loro incarichi, tra cui quelli delle Finanze, degli Esteri e del Lavoro.

Secondo la Corte, la rimozione di Thawil dalla guida del Consiglio per la Sicurezza Nazionale rientrava in realtà tra i poteri del premier, ma la decisione sarebbe stata presa in maniera precipitosa e, soprattutto, allo scopo unico di liberare l’incarico per un suo parente. La natura quanto meno bizzarra del procedimento contro Yingluck e le ragioni puramente politiche dietro ad esso sono confermate poi dal fatto che lo stesso Thawil era stato reintegrato lo scorso marzo al suo posto da un tribunale amministrativo thailandese, mentre egli stesso aveva più volte affermato le sue simpatie per il movimento di opposizione anti-governativo.

Anche se la sentenza di mercoledì incoraggerà le forze anti-governative a dare la spallata decisiva a quello che viene definito come il “regime degli Shinawatra”, alla maggioranza del Pheu Thai è stata riconosciuta la possibilità di scegliere un nuovo premier provvisorio per traghettare il paese verso nuove elezioni. Poche ore dopo il verdetto, così, un vertice del partito ha nominato il ministro del Commercio, Niwatthamrong Boonsongpaisarn, alla carica di premier ad interim al posto di Yingluck.

L’opposizione politica dominata dal Partito Democratico e quella attiva nelle piazze, organizzata nel cosiddetto Comitato Popolare per la Riforma Democratica (PDRC), intendono invece rimandare la data del voto, così da creare un esecutivo di transizione non eletto che operi una serie di “riforme” volte a sradicare l’influenza della famiglia di Yingluck e dell’ex premier in esilio Thaksin.

Proprio la settimana scorsa, l’ex primo ministro Democratico, Abhisit Vejjajiva, aveva incontrato i vertici supremi delle forze armate thailandesi - finora ufficialmente neutrali anche se con chiare simpatie per l’opposizione - proponendo una sorta di “road map” per superare lo stallo, con contenuti virtualmente simili a quelli avanzati da mesi dai leader del PDRC.

La data del voto era stata in ogni caso stabilita recentemente per il 20 luglio prossimo tra il governo e la Commissione Elettorale. Ciò si è reso necessario dopo che sempre la Corte Costituzionale aveva invalidato l’elezione dello scorso febbraio vinta dal Pheu Thai, poiché non si era potuta tenere in un unico giorno in tutto il paese a causa proprio delle manifestazioni di protesta messe in atto dai gruppi di opposizione.

Dopo la sentenza di mercoledì, la premier Yingluck ha respinto le accuse di abuso di potere, mentre molto dura è stata la reazione del numero due del partito Pheu Thai, Phokin Palakul, il quale ha definito il parere della Corte Costituzionale come un tentativo di distruggere la sua formazione politica. Phokin ha poi invitato tutti i thailandesi “che amano la democrazia ad esprimere la loro opposizione alla sentenza in modi pacifici”, mentre ha affermato che il voto di luglio servirà a “risolvere la crisi politica in maniera democratica”.

L’appello alla mobilitazione del leader del partito Pheu Thai fa eco alle minacce dei vertici delle cosiddette “Camicie rosse” filo-governative di portare centinaia di migliaia di thailandesi nelle strade di Bangkok. Alcuni giorni fa, in previsione della decisione della Corte su Yingluck, il numero uno delle “Camicie rosse”, Jatuporn Prompan, aveva annunciato una manifestazione nella capitale per sabato prossimo, anche se già giovedì potrebbero esserci i primi cortei a sostegno della deposta premier.

I simpatizzanti del governo in carica vengono in larga misura dalle aree rurali della Thailandia tradizionalmente emarginati dalla borghesia della capitale e delle provincie meridionali del paese, da dove il Partito Democratico, la casa regnante, le Forze Armate e la burocrazia statale traggono il proprio sostegno.

Queste ultime forze si sentono da tempo minacciate dall’irruzione sulla scena politica thailandese del clan Shinawatra, a cominciare dal successo elettorale nel 2001 di Thaksin che lo portò per la prima volta alla guida del governo. Il magnate delle telecomunicazioni ha da allora coltivato una solida base elettorale tra i ceti più disagiati del suo paese, soprattutto attraverso limitate politiche di riforma sociale.

Avendo perso ogni elezione da due decenni a questa parte, il Partito Democratico, con l’appoggio dei centri di potere ad esso vicini, ha allora utilizzato i militari e i tribunali per cercare di liquidare dapprima lo stesso Thaksin e in seguito i governi e i partiti che lo hanno succeduto.

Un ruolo di primo piano in questo senso lo ha giocato proprio la Corte Costituzionale, le cui prerogative erano state ampliate dalla nuova Costituzione redatta nel 2007 da una commissione nominata dalla giunta militare dopo il colpo di stato dell’anno precedenti ai danni di Thaksin.

Sempre nel 2007, poi, per via giudiziaria venne sciolto il partito di Thaksin - Thai Rak Thai - con l’accusa di violazione della legge elettorale e più di 100 suoi membri furono banditi dall’attività politica per cinque anni. Nel 2008, la Corte Costituzionale avrebbe messo fuori legge anche il successore del Thai Rak Thai, il Partito del Potere Popolare, e rimosso contestualmente dalla carica di primo ministro Somchai Wongsawat, cognato di Thaksin. Poche settimane prima, la stessa sorte di quest’ultimo era toccata al suo predecessore, il defunto Samak Sundaravej, colpevole di non avere abbandonato la conduzione di un programma culinario in televisione dopo la nomina a primo ministro.

Queste iniziative giudiziarie si sono risolte infine nell’ascesa al potere senza passare attraverso il voto popolare del Partito Democratico sotto la guida di Abhisit, responsabile assieme al suo vice e all’attuale leader del PDRC, Suthep Thaugsuban, della durissima repressione avvenuta a Bangkok nel 2010 delle “Camicie Rosse”, tra i cui sostenitori si contarono un centinaio di morti.

Se, ad esempio, Suthep rimane oggi in libertà nonostante un mandato di arresto per avere ordinato il massacro, i tribunali thailandesi sono tornati a perseguire i vertici del nuovo governo a partire dall’autunno scorso, quando sono riesplose le proteste di piazza in seguito ad un fallito tentativo da parte del partito di maggioranza di modificare la Costituzione e di fare approvare un’amnistia che avrebbe permesso a Thaksin di rientrare in patria nonostante una condanna per abuso di potere.

Oltre al procedimento che ha portato mercoledì alla destituzione di Yingluck, la ormai ex premier e vari parlamentari del suo partito erano finiti al centro di altri procedimenti motivati politicamente, usati come strumento per operare un cambio di governo.

Yingluck è accusata anche di avere gestito in maniera sconsiderata un piano di acquisto di riso dai coltivatori indigeni a prezzi superiori a quelli di mercato, mentre decine di parlamentari del Pheu Thai erano stati indagati sostanzialmente per avere fatto il loro dovere, presentando cioè la già citata proposta di modifica costituzionale per rendere interamente elettivo il Senato thailandese.

La situazione nel paese dell’Asia sud-orientale rischia dunque di precipitare nei prossimi giorni, oltretutto con gli indicatori economici continuamente ritoccati verso il basso a causa del persistere delle tensioni interne.

Nelle ultime settimane erano perciò aumentate le voci preoccupate per lo stallo a Bangkok, con gli ambienti politici e finanziari internazionali sempre più orientati a tollerare - almeno tacitamente - un colpo di mano per togliere di mezzo il governo di Yingluck e favorire uno sblocco della situazione che, contestualmente, potrebbe portare alla fine definitiva delle politiche populiste favorite dal Pheu Thai e incanalare anche la Thailandia sulla strada dell’austerity.

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27/03/2014

Thailandia, governo in bilico

di Mario Lombardo

Una recente sentenza della Corte Costituzionale thailandese, assieme all’aggravamento dei guai giudiziari del primo ministro Yingluck Shinawatra e ad un imminente appuntamento elettorale, ha contribuito in questi giorni a rianimare le proteste di piazza contro il governo di Bangkok, riesplose ormai dallo scorso novembre dopo due anni di relativa pace nel paese dell’Asia sud-orientale.

A riportare i sostenitori dell’opposizione, della monarchia e dell’esercito nelle strade della capitale è stata innanzitutto la decisione del più alto tribunale della Thailandia di annullare le elezioni per la camera bassa del Parlamento, tenute il 2 febbraio scorso e vinte nettamente dal partito di governo (Pheu Thai). L’annullamento non è stato dovuto a brogli o irregolarità, bensì al fatto che le operazioni non sono avvenute in un unico giorno, rendendo il procedimento incostituzionale.

In effetti, 28 distretti del paese non avevano potuto votare, a causa però del blocco degli uffici elettorali proprio da parte dei manifestanti anti-governativi organizzati nel cosiddetto Comitato Popolare per la Riforma Democratica (PDRC), i quali avevano impedito la registrazione dei candidati. In altri 5 distretti elettorali, poi, le urne sono rimaste chiuse in seguito ai disordini causati sempre dall’opposizione il giorno del voto.

Di fronte a questi ostacoli, la Commissione Elettorale si era rifiutata di registrare i candidati in sedi alternative, giudicando più opportuno rimandare la consultazione nei distretti in questione pur sapendo di mettere a rischio la costituzionalità dell’intera operazione di voto.

Sia la Corte Costituzionale che la Commissione Elettorale, d’altra parte, sono considerate vicine all’opposizione. La prima, in particolare, dopo essere stata trasformata dai militari in seguito al colpo di stato del 2006 che depose l’allora premier, Thaksin Shinawatra, ha vari precedenti nei quali ha favorito politicamente i rivali di quest’ultimo.

Nel 2007, ad esempio, il tribunale sciolse il partito di Thaksin – Thai Rak Thai – e l’anno successivo avrebbe fatto lo stesso con il suo successore – Partito del Potere Popolare – basando la propria sentenza su accuse di frode elettorale.

L’annullamento delle elezioni, perciò, è l’ennesimo tentativo del potere giudiziario thailandese di estromettere dal governo i sostenitori di Thaksin, spianando di fatto la strada ad un regime non eletto per salvaguardare gli interessi delle élite minacciate dall’evoluzione del quadro politico dell’ultimo decennio.

Intanto, i manifestanti guidati dall’ex vice-primo ministro e già deputato del Partito Democratico di opposizione, Suthep Thaugsuban, nella giornata di mercoledì hanno marciato a Bangkok per il terzo giorno consecutivo. Queste manifestazioni, secondo gli organizzatori, dovrebbero servire a raccogliere partecipanti ad una protesta ancora più massiccia in programma sabato prossimo per promuovere nuovamente la “riforma” del sistema thailandese prima di procedere con nuove elezioni.

La protesta anticiperà di un solo giorno il voto per il rinnovo di poco più della metà del Senato e che l’opposizione non ha alcuna intenzione di boicottare. Anzi, in questo caso i militanti anti-governativi intendono utilizzare l’appuntamento elettorale a loro favore per esercitare ancora maggiori pressioni sul governo.

Secondo l’ordinamento thailandese, solo 77 membri del Senato su 150 vengono scelti dagli elettori, mentre i rimanenti seggi sono assegnati da una speciale commissione formata da alcuni dei più importanti esponenti del potere giudiziario, tra cui i presidenti della Corte Costituzionale e della Commissione Elettorale.

Potendo contare dunque sulla nomina di senatori ben disposti verso la causa dell’opposizione, a quest’ultima basterà conquistare una manciata di seggi nel voto popolare di domenica per avere la maggioranza dei tre quinti nella Camera alta, necessari per rimuovere dal proprio incarico la premier Yingluck.

Inoltre, il presidente del Senato Nikom Wairatpanich, considerato vicino al governo, è stato sospeso dal suo incarico in attesa di una decisione dell’organo legislativo thailandese sulla possibilità di sottoporlo ad impeachment per avere abusato delle proprie funzioni. Al suo posto è stato nominato il vice, Surachai Liengboonlertchai, decisamente meglio disposto verso l’opposizione se dovesse essere chiamato, come prevede la costituzione, a scegliere un primo ministro ad interim nelle prossime settimane.

Ciò potrebbe essere la conseguenza di un procedimento di impeachment che minaccia di essere aperto a breve anche nei confronti della sorella dell’ex primo ministro in esilio Thaksin. Yingluck è infatti indagata dalla Commissione Nazionale Anti-Corruzione – anch’essa schierata a fianco dell’establishment thailandese – per avere gestito in maniera sconsiderata un piano di acquisto di riso dai coltivatori indigeni a prezzi superiori a quelli di mercato. Questo progetto, che contribuì al successo elettorale del partito di governo, ha causato gravi perdite per le casse pubbliche, con tonnellate di riso invenduto e decine di migliaia di contadini tuttora senza compenso.

Yingluck avrà tempo fino al 31 marzo per presentare la propria difesa e, nel caso dovesse essere ritenuta colpevole, verrebbe con ogni probabilità rimossa dalla carica di primo ministro e bandita almeno per alcuni anni dall’attività politica.

In questo scenario sempre più teso potrebbe inserirsi anche l’intervento dei sostenitori del governo, le cosiddette “Camicie Rosse”, i cui leader negli ultimi giorni hanno rilasciato dichiarazioni minacciose. Questi gruppi filo-governativi formati in gran parte da contadini e membri delle classi più disagiate del nord del paese, che hanno beneficato maggiormente delle limitate politiche di riforma sociale dei fratelli Shinawatra, hanno già manifestato qualche giorno fa contro la sentenza della Corte Costituzionale e hanno annunciato una nuova manifestazione per il 5 aprile, possibilmente a Bangkok, facendo aumentare il rischio di scontri violenti con l’opposizione del PDRC.

Secondo alcuni osservatori, al contrario, la sentenza di annullamento delle elezioni del 2 febbraio potrebbe essere l’occasione per superare lo stallo nel paese. Se il Partito Democratico, che aveva boicottato il voto, dovesse decidere di partecipare alle prossime consultazione, si potrebbe aprire infatti un percorso condiviso verso la risoluzione della crisi all’interno del quadro costituzionale.

I segnali provenienti dall’opposizione politica e di piazza, tuttavia, sembrano andare nella direzione opposta, con il leader del PDRC che ha ad esempio già minacciato nuovi disordini se venisse indetta un’altra elezione a breve.
Per Suthep e i suoi seguaci, l’obiettivo rimane quello di creare un “consiglio del popolo” non elettivo che nomini un nuovo esecutivo per “riformare” il sistema politico.

Il numero uno del Partito Democratico, l’ex primo ministro Abhisit Vejjajiva, ha anch’egli lasciato poche speranze, dichiarando martedì che la sua formazione non parteciperà al voto finché “le regole continueranno a risultare inaccettabili per la popolazione”. Il riferimento di Abhisit alla popolazione thailandese appare però assurda, visto che il suo partito e i gruppi di protesta anti-governativi rappresentano in larga misura le tradizionali strutture di potere del paese del sud-est asiatico.

In ogni caso, i vertici del Partito Democratico si riuniranno nel fine settimana per stabilire la propria posizione ufficiale in relazione alla questione elettorale, così come i membri della Commissione Elettorale si incontreranno nei prossimi giorni con i rappresentanti dei vari partiti per discutere del voto.

Il clima generale appare però sempre più cupo per il governo, già privato dei pieni poteri fin dallo scioglimento della precedente legislatura, costretto a fare i conti con un’economia in rapido deterioramento e assediato dai tradizionali poteri forti thailandesi, ben intenzionati a mettere fine una volta per tutte alla lunga parentesi di potere del clan Shinawatra.

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05/02/2014

Thailandia, rischio paralisi

di Mario Lombardo

Il primo parziale esito delle elezioni anticipate andate in scena domenica scorsa in Thailandia ha registrato come previsto un’affluenza alle urne relativamente bassa in seguito al boicottaggio annunciato da tempo dal principale partito di opposizione. Ancor più dei numeri ancora lontani dall’essere definitivi, tuttavia, le cattive notizie per il governo della premier Yingluck Shinawatra sono legate ora alle dispute legali che si annunciano attorno al voto e ad una situazione economica in rapido deterioramento nel paese del sud-est asiatico.

La Commissione Elettorale thailandese ha finora diffuso solo alcuni dati provvisori per le 68 province (su 77) dove il voto si è effettivamente tenuto senza gli ostacoli posti dai manifestanti anti-governativi. Complessivamente, le operazioni sono state possibili nell’89% dei distretti elettorali, dove l’affluenza è stata del 46%, contro il 73% registrato nel 2011. Nella capitale, Bangkok, questo dato è stato appena del 26%, principalmente a causa della mancanza di schede elettorali in alcuni seggi dopo che i gruppi di protesta avevano impedito la distribuzione del materiale necessario.

Decisamente superiore alla media è risultata invece l’affluenza nelle roccaforti del partito al potere - Pheu Thai - nel nord del paese, dove in molti casi ha superato il 72%. Come ha riportato il Bangkok Post, però, anche alcuni distretti considerati favorevoli al governo e dominati dalle cosiddette “camicie rosse” hanno fatto segnare dati di poco superiori al 50%. Ciò suggerirebbe un certo calo di popolarità del Pheu Thai, probabilmente a causa sia dei mancati pagamenti ai coltivatori nell’ambito del programma di acquisto di riso da parte del governo a prezzi gonfiati sia della abortita legge sull’amnistia che, oltre a riportare in patria l’ex premier Thaksin Shinawatra, avrebbe assolto i leader del precedente gabinetto dalle accuse di avere ordinato la repressione nel sangue delle proteste animate dalle “camicie rosse” nel 2010.

Lo stesso quotidiano in lingua inglese della capitale ha poi ipotizzato una proiezione sui seggi nella camera bassa. Qui il Pheu Thai potrebbe aggiudicarsene almeno 300, incrementando i 264 conquistati nel 2011, anche se in questa occasione era assente dalle schede elettorali il Partito Democratico che di seggi ne deteneva 159.

Per essere ritenuto valido, il voto in Thailandia deve in ogni caso eleggere almeno il 95% dei 500 deputati totali della camera bassa, così che l’assemblea possa essere convocata per scegliere un nuovo governo. A causa dei blocchi dei manifestanti nelle scorse settimane, in alcuni distretti elettorali non era stato possibile registrare alcun candidato e appare perciò tutt’altro che certo il raggiungimento della quota prevista dalla Costituzione.

Tale percentuale non sembra infatti essere stata raggiunta, come ha ammesso indirettamente il governo stesso, il quale ha già chiesto alla Commissione Elettorale di preparare una serie di elezioni speciali il prima possibile per assegnare i seggi mancanti. Queste operazioni potrebbero prolungarsi per alcuni mesi, lasciando la Thailandia senza un governo con pieni poteri, e oltretutto rischiano di incontrare nuovi ostacoli perché le elezioni speciali riguarderanno provincie del paese dove è forte la presenza degli oppositori del governo.

Ad aggiungere incertezza per l’esecutivo ci ha pensato poi il Partito Democratico di opposizione che, nella giornata di martedì, ha annunciato l’avvio di due cause legali di fronte alla Corte Costituzionale. La prima cercherà di rendere nulle le elezioni poiché il processo sarebbe stato incostituzionale per vari motivi, tra cui quello che esso non è stato completato in un solo giorno. Questa motivazione appare quanto meno assurda, visto che la necessità di ulteriori consultazioni è dovuta precisamente alle manifestazioni di protesta animate in buona parte dai sostenitori del Partito Democratico.

Con la seconda denuncia si chiede invece lo scioglimento del partito Pheu Thai, responsabile di avere dichiarato nel mese di gennaio lo stato di emergenza nel paese, impedendo di conseguenza lo svolgimento del voto in circostanze normali. Lo stato di emergenza era stato dichiarato dal governo a Bangkok e nelle aree limitrofe in seguito all’intensificarsi delle minacce alle operazioni elettorali da parte dell’opposizione ma, in realtà, non è stato praticamente implementato.

La Commissione Elettorale, da parte sua, ha fatto sapere anch’essa che mercoledì si riunirà per analizzare i problemi emersi domenica durante il voto e gli esposti presentati alla propria attenzione relativi a presunti abusi delle autorità governative.

Il prossimo pronunciamento del più alto tribunale thailandese è atteso con molte apprensioni dal partito della premier Yingluck, dal momento che esso fu già protagonista del golpe giudiziario del 2008 che rimosse due governi guidati dai sostenitori di Thaksin. In precedenza, quando nel 2006 furono i militari a deporre quest’ultimo, la stessa Corte Costituzionale aveva inoltre sciolto il suo partito - Thai Rak Thai - con l’accusa di avere violato le leggi elettorali. Una nuova prospettiva simile appare ora probabile a molti, alla luce anche della freddezza dimostrata finora dalle forze armate verso un possibile intervento diretto per risolvere la crisi.

In aggiunta ai procedimenti appena annunciati dal Partito Democratico, il governo e il principale partito che lo sostiene continuano ad essere minacciati anche da almeno altre due indagini in corso da alcune settimane. Una riguarda oltre 300 parlamentari del Pheu Thai, accusati di avere presentato un emendamento costituzionale per rendere il Senato interamente elettivo, e l’altra la stessa Yingluck per avere gestito contro l’interesse pubblico il già ricordato programma di sussidi destinati ai produttori di riso, in gran parte elettori del proprio partito.

Anche se fortemente volute dal governo in carica per dimostrare il seguito che esso manterrebbe in Thailandia, le elezioni di domenica hanno in realtà evidenziato soprattutto il controllo sempre più debole sul paese di Yingluck e del suo partito dopo quasi tre mesi di proteste di piazza organizzate da gruppi vicini ai tradizionali centri di potere (esercito, burocrazia statale, monarchia) per chiedere le dimissioni immediate dell’esecutivo e lo sradicamento dell’influenza della famiglia Shinawatra sul sistema politico.

Un ulteriore grattacapo per il governo è giunto poi martedì, quando la Cina ha cancellato un acquisto da 1,2 milioni di tonnellate di riso thailandese a causa della già citata indagine sul programma di sussidi condotta dalla Commissione Nazionale Anti-Corruzione.
La decisione del vicino settentrionale metterà ancora più in difficoltà la premier, già penalizzata dalle accese critiche dell’opposizione ad un programma che ha fatto segnare perdite per le casse pubbliche pari a 6 miliardi di dollari e costretta a far fronte ai malumori dei coltivatori che hanno venduto il riso allo stato senza ottenere ancora alcun pagamento.

Più in generale, le tensioni nel paese potrebbero essere inasprite dal peggioramento dell’economia, come conferma il recente aggiustamento al ribasso delle previsioni di crescita per il 2014 dal 5,1% al 3,1% e le perdite della Borsa salite oltre il 10% dall’inizio delle proteste nel novembre scorso.
La fuga dei capitali stranieri dovuta agli scontri, infine, minaccia di essere aggravata dalla nuova tendenza globale in atto legata al cosiddetto “tapering” della Federal Reserve americana, in seguito al quale gli investitori stanno lasciando i paesi emergenti come la Thailandia per tornare negli Stati Uniti, dove è previsto un aumento dei tassi di interesse, e quindi dei rendimenti, in seguito al parziale ritiro delle politiche di “stimolo” perseguite in questi ultimi anni.

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