I governi della Thailandia e della Cambogia hanno firmato un nuovo accordo di cessate il fuoco per porre fine a quasi tre settimane di intensi scontri armati lungo il confine conteso.
«Le parti concordano di mantenere gli attuali schieramenti di truppe senza ulteriori movimenti» recita una dichiarazione congiunta firmata dai ministri della Difesa dei due paesi asiatici, il thailandese Natthaphon Narkphanit e il cambogiano Tea Seiha. «Qualsiasi rafforzamento aumenterebbe le tensioni e influenzerebbe negativamente gli sforzi a lungo termine per risolvere la crisi», sottolinea invece il ministero della Difesa cambogiano in una dichiarazione pubblicata sui propri profili social.
L’8 dicembre le forze armate dei due paesi avevano ripreso gli scontri infrangendo la precedente tregua negoziata dalla Malesia, in qualità di presidente di turno dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean), e dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.
Entrato in vigore questa mattina, l’accordo ha posto fine a 20 giorni di combattimenti che hanno causato la morte di almeno 101 persone e lo sfollamento di oltre mezzo milione di abitanti su entrambi i lati del confine.
Tra le principali clausole previste dall’intesa, c’è la cessazione immediata di ogni forma di attacco, il mantenimento delle posizioni attuali delle truppe, senza ulteriori rinforzi, e l’impegno della Thailandia a rimpatriare 18 soldati cambogiani catturati in precedenza, nel caso il cessate il fuoco regga per almeno 72 ore.
Un team di osservatori dell’ASEAN monitorerà l’attuazione dell’accordo attuale, afferma l’accordo, aggiungendo che entrambi i paesi hanno anche concordato di mantenere una comunicazione aperta “per risolvere” eventuali problemi sul campo.
Domenica il ministro degli Esteri cambogiano Prak Sokhonn si recherà nello Yunnan, in Cina, per tenere un incontro trilaterale con il suo omologo thailandese e il ministro di Pechino Wang Yi. L’incontro è stato presentato come un’iniziativa volta a rafforzare la “fiducia reciproca” e a ripristinare “pace, sicurezza e stabilità” lungo il confine.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/12/2025
02/10/2025
L’Asean si prepara a “un futuro commerciale che non dipenderà dagli Stati Uniti”
La citazione che leggete nel titolo proviene dalla traduzione di un articolo uscito il 30 settembre su Foreign Policy, una delle riviste di politica internazionale più rinomate o, almeno, più seguite. Basata a Washington, è proprio dalla capitale statunitense che lanciano l’allarme su come un pezzo importante di mondo si sta preparando a indirizzare il proprio commercio globale oltre i dazi di Trump.
Pochi giorni fa si è concluso a Kuala Lumpur, in Malesia, il 57esimo incontro dei ministri dell’Economia dei paesi dell’Asean, l’associazione dei paesi del Sud-Est asiatico che collabora per lo sviluppo comune e che dal 1992 rappresenta anche tra le più importanti aree di libero scambio al mondo, entrata pienamente in funzione nel 2015.
Quest’area è cresciuta innestandosi nella ‘globalizzazione’, assumendo un modello produttivo export-oriented che ha permesso uno sviluppo economico significativo. Solo per dare un dato, nel 2022 il rapporto tra commercio e PIL dei paesi dell’Associazione si è attestato al 106,2%, superiore persino a quello dell’Unione Europea (103,6%).
Il problema è che, dopo la Cina, il principale mercato d’esportazione dell’Asean sono gli Stati Uniti, che acquistano circa un quinto dei beni venduti dall’area asiatica. I dazi che ha imposto ora la Casa Bianca rappresentano dunque un duro colpo per il modello economico dell’Associazione.
Un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) indica il Sud-Est asiatico come la zona più colpita dai dazi statunitensi: le esportazioni potrebbero subire un calo di quasi il 10%. Le ultime tariffe annunciate da The Donald, calcola sempre Foreign Policy, avranno un impatto intorno ai 25 miliardi di dollari.
Per questo, oltre alle dichiarazioni di circostanza, ad esempio quelle sulla “preoccupazione per la crescente tendenza al protezionismo e l’aumento delle misure commerciali unilaterali”, a Kuala Lumpur è emerso chiaramente che l’Asean sta concretamente preparando un sistema commerciale e finanziario che non dipenda più dai canali stelle-e-strisce.
Innanzitutto, il mese prossimo dovrebbe essere aggiornato l’accordo di libero scambio tra l’Associazione alla Cina. L’Asean sta lavorando anche all’aggiornamento degli accordi commerciali stretti con l’India e al rafforzamento dei legami in materia con la Corea del Sud. Il blocco del Sud-Est asiatico starebbe verificando la possibilità di espandere i propri rapporto verso il Golfo Persico.
Entro la fine del 2026 è prevista anche la firma di un accordo commerciale col Canada. Infine, l’Asean sta pianificando di ampliare il Partenariato economico regionale globale (RCEP), il più grande accordo di libero scambio nel mondo. L’accordo unisce i 10 paesi dell’Asean, Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Anche Bangladesh, Sri Lanka e Cile potrebbero essere coinvolti.
Ma c’è anche qualcosa in più. A maggio i paesi ASEAN+3 (Cina, Giappone, Corea del Sud) hanno approvato il Chiang Mai Initiative Multilateralisation (CMIM) Rapid Financing Facility, un nuovo meccanismo per offrire rapidamente aiuto finanziario alle economie che affrontano difficoltà emergenziali sulla bilancia dei pagamenti.
La particolarità di questo strumento è che, a differenza del passato, il CMIM Rapid Financing Facility non utilizzerà il dollaro, ma lo yuan cinese e altre valute regionali. Un segnale importante rispetto alla formazione di aree valutarie autonome dal ‘biglietto verde’ USA, che spingono dunque sul processo di dedollarizzazione.
Se a tutto ciò si aggiungono le novità che vengono dalla Malesia, si può dire che, a conti fatti, sono le stesse misure di Trump contro il multipolarismo a far accelerare l’emersione di un mondo di alleanze e sistemi economici policentrico, o comunque non centrato sugli Stati Uniti. Il che non significa necessariamente maggiore emancipazione, ma sicuramente l’opportunità di potersela conquistare.
Fonte
Pochi giorni fa si è concluso a Kuala Lumpur, in Malesia, il 57esimo incontro dei ministri dell’Economia dei paesi dell’Asean, l’associazione dei paesi del Sud-Est asiatico che collabora per lo sviluppo comune e che dal 1992 rappresenta anche tra le più importanti aree di libero scambio al mondo, entrata pienamente in funzione nel 2015.
Quest’area è cresciuta innestandosi nella ‘globalizzazione’, assumendo un modello produttivo export-oriented che ha permesso uno sviluppo economico significativo. Solo per dare un dato, nel 2022 il rapporto tra commercio e PIL dei paesi dell’Associazione si è attestato al 106,2%, superiore persino a quello dell’Unione Europea (103,6%).
Il problema è che, dopo la Cina, il principale mercato d’esportazione dell’Asean sono gli Stati Uniti, che acquistano circa un quinto dei beni venduti dall’area asiatica. I dazi che ha imposto ora la Casa Bianca rappresentano dunque un duro colpo per il modello economico dell’Associazione.
Un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) indica il Sud-Est asiatico come la zona più colpita dai dazi statunitensi: le esportazioni potrebbero subire un calo di quasi il 10%. Le ultime tariffe annunciate da The Donald, calcola sempre Foreign Policy, avranno un impatto intorno ai 25 miliardi di dollari.
Per questo, oltre alle dichiarazioni di circostanza, ad esempio quelle sulla “preoccupazione per la crescente tendenza al protezionismo e l’aumento delle misure commerciali unilaterali”, a Kuala Lumpur è emerso chiaramente che l’Asean sta concretamente preparando un sistema commerciale e finanziario che non dipenda più dai canali stelle-e-strisce.
Innanzitutto, il mese prossimo dovrebbe essere aggiornato l’accordo di libero scambio tra l’Associazione alla Cina. L’Asean sta lavorando anche all’aggiornamento degli accordi commerciali stretti con l’India e al rafforzamento dei legami in materia con la Corea del Sud. Il blocco del Sud-Est asiatico starebbe verificando la possibilità di espandere i propri rapporto verso il Golfo Persico.
Entro la fine del 2026 è prevista anche la firma di un accordo commerciale col Canada. Infine, l’Asean sta pianificando di ampliare il Partenariato economico regionale globale (RCEP), il più grande accordo di libero scambio nel mondo. L’accordo unisce i 10 paesi dell’Asean, Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Anche Bangladesh, Sri Lanka e Cile potrebbero essere coinvolti.
Ma c’è anche qualcosa in più. A maggio i paesi ASEAN+3 (Cina, Giappone, Corea del Sud) hanno approvato il Chiang Mai Initiative Multilateralisation (CMIM) Rapid Financing Facility, un nuovo meccanismo per offrire rapidamente aiuto finanziario alle economie che affrontano difficoltà emergenziali sulla bilancia dei pagamenti.
La particolarità di questo strumento è che, a differenza del passato, il CMIM Rapid Financing Facility non utilizzerà il dollaro, ma lo yuan cinese e altre valute regionali. Un segnale importante rispetto alla formazione di aree valutarie autonome dal ‘biglietto verde’ USA, che spingono dunque sul processo di dedollarizzazione.
Se a tutto ciò si aggiungono le novità che vengono dalla Malesia, si può dire che, a conti fatti, sono le stesse misure di Trump contro il multipolarismo a far accelerare l’emersione di un mondo di alleanze e sistemi economici policentrico, o comunque non centrato sugli Stati Uniti. Il che non significa necessariamente maggiore emancipazione, ma sicuramente l’opportunità di potersela conquistare.
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11/05/2025
ASEAN, Cina, Giappone e Corea del Sud contro il protezionismo trumpiano
Tra il 3 e il 4 maggio si è svolto a Milano il 28esimo incontro annuale dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali dell’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico (ASEAN), della Cina, del Giappone e della Corea del Sud (un forum definito anche ASEAN Plus Three o 10+3).
Presieduto da Cina e Malesia, quest’anno il summit si è concentrato sulla cooperazione regionale in contrapposizione alla guerra commerciale, promossa dagli Stati Uniti. Nella dichiarazione comune alla fine del vertice, si legge una presa di posizione netta contro “il montante protezionismo commerciale”, evidente riferimento alle misure dell’amministrazione Trump.
La priorità politica affermata a questo incontro è quella di mantenere una “resilienza a lungo termine”, attraverso un pieno “impegno per il multilateralismo e per un sistema commerciale multilaterale basato su regole, non discriminatorio, libero, giusto, aperto, inclusivo, equo e trasparente, con l’Organizzazione Mondiale del Commercio al suo centro”.
Nella dichiarazione congiunta si accenna anche al supporto per la definitiva implementazione del Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) Agreement. Si tratta del più grande accordo di libero scambio al mondo, e coinvolge oltre ai paesi presenti a Milano anche Australia e Nuova Zelanda, legando insieme i principali attori che si affacciano direttamente sul Pacifico.
Ovviamente, le discussioni sono state dedicate a promuovere l’intesa tra gli ASEAN Plus Three anche sul piano fiscale e finanziario. Molto significativo è di sicuro il richiamo al Chiang Mai Initiative Multilateralisation (CMIM), di cui sono stati approvati gli ultimi aggiornamenti affinché ne venga rafforzato il carattere di “rete di sicurezza finanziaria”.
Il CMIM è sostanzialmente un fondo in valuta straniera (dollari) la cui funzione è quella di garantire ai paesi collegati una riserva di liquidità in caso di problemi a breve termine nei pagamenti. È uno strumento pensato per rendere più indipendenti i paesi che gli sono associati da istituti finanziari come il Fondo Monetario Internazionale (FMI).
È chiaro che tra gli obiettivi c’è quello di assicurarsi una maggiore autonomia da enti considerati fortemente influenzati da Washington, e in generale dalle politiche neoliberiste occidentali. Anche altri programmi sono promossi per lo sviluppo dei mercati finanziari locali, e in tutti i casi continua il dialogo con FMI e Banca Mondiale.
Ma l’effetto delle guerre commerciali, come era già successo tra Cina, Giappone e Corea del Sud, sembra spingere a una maggiore integrazione economica tra paesi che, è bene comunque sottolinearlo, non condividono sempre le stesse posizioni sui principali punti di attrito geopolitico. Ma questa dinamica è certamente da tenere sott’occhio per capire gli sviluppi futuro nell’Indo-Pacifico.
Un’ultima nota. Dal 4 al 7 maggio Milano ha ospitato in contemporanea il 58esimo meeting dell’Asian Development Bank (ADB). Erano presenti i rappresentanti di 69 paesi, oltre ovviamente a quelli dell’Italia – il ministro dell’Economia Giorgetti e il governatore di Bankitalia Panetta – che ne è tra i membri fondatori.
Era dal 2016 che il summit non si svolgeva in Europa, e alcuni analisti hanno sottolineato come l’occasione esprima un maggiore interesse per la regione dell’Indo-Pacifico, ma anche un’ulteriore opportunità di riaprire i legami tra UE e Cina dopo i dazi imposti da Bruxelles. Proprio in questi giorni ci sono contatti tra von der Leyen e Xi Jinping in merito.
Lo scenario commerciale continua a essere velocemente ridefinito dalle tariffe volute da Trump.
Fonte
Presieduto da Cina e Malesia, quest’anno il summit si è concentrato sulla cooperazione regionale in contrapposizione alla guerra commerciale, promossa dagli Stati Uniti. Nella dichiarazione comune alla fine del vertice, si legge una presa di posizione netta contro “il montante protezionismo commerciale”, evidente riferimento alle misure dell’amministrazione Trump.
La priorità politica affermata a questo incontro è quella di mantenere una “resilienza a lungo termine”, attraverso un pieno “impegno per il multilateralismo e per un sistema commerciale multilaterale basato su regole, non discriminatorio, libero, giusto, aperto, inclusivo, equo e trasparente, con l’Organizzazione Mondiale del Commercio al suo centro”.
Nella dichiarazione congiunta si accenna anche al supporto per la definitiva implementazione del Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) Agreement. Si tratta del più grande accordo di libero scambio al mondo, e coinvolge oltre ai paesi presenti a Milano anche Australia e Nuova Zelanda, legando insieme i principali attori che si affacciano direttamente sul Pacifico.
Ovviamente, le discussioni sono state dedicate a promuovere l’intesa tra gli ASEAN Plus Three anche sul piano fiscale e finanziario. Molto significativo è di sicuro il richiamo al Chiang Mai Initiative Multilateralisation (CMIM), di cui sono stati approvati gli ultimi aggiornamenti affinché ne venga rafforzato il carattere di “rete di sicurezza finanziaria”.
Il CMIM è sostanzialmente un fondo in valuta straniera (dollari) la cui funzione è quella di garantire ai paesi collegati una riserva di liquidità in caso di problemi a breve termine nei pagamenti. È uno strumento pensato per rendere più indipendenti i paesi che gli sono associati da istituti finanziari come il Fondo Monetario Internazionale (FMI).
È chiaro che tra gli obiettivi c’è quello di assicurarsi una maggiore autonomia da enti considerati fortemente influenzati da Washington, e in generale dalle politiche neoliberiste occidentali. Anche altri programmi sono promossi per lo sviluppo dei mercati finanziari locali, e in tutti i casi continua il dialogo con FMI e Banca Mondiale.
Ma l’effetto delle guerre commerciali, come era già successo tra Cina, Giappone e Corea del Sud, sembra spingere a una maggiore integrazione economica tra paesi che, è bene comunque sottolinearlo, non condividono sempre le stesse posizioni sui principali punti di attrito geopolitico. Ma questa dinamica è certamente da tenere sott’occhio per capire gli sviluppi futuro nell’Indo-Pacifico.
Un’ultima nota. Dal 4 al 7 maggio Milano ha ospitato in contemporanea il 58esimo meeting dell’Asian Development Bank (ADB). Erano presenti i rappresentanti di 69 paesi, oltre ovviamente a quelli dell’Italia – il ministro dell’Economia Giorgetti e il governatore di Bankitalia Panetta – che ne è tra i membri fondatori.
Era dal 2016 che il summit non si svolgeva in Europa, e alcuni analisti hanno sottolineato come l’occasione esprima un maggiore interesse per la regione dell’Indo-Pacifico, ma anche un’ulteriore opportunità di riaprire i legami tra UE e Cina dopo i dazi imposti da Bruxelles. Proprio in questi giorni ci sono contatti tra von der Leyen e Xi Jinping in merito.
Lo scenario commerciale continua a essere velocemente ridefinito dalle tariffe volute da Trump.
Fonte
16/04/2025
L’Asia agli asiatici
Se è vero che la dottrina Monroe (riassunta nello slogan “L’America agli americani”) è uno dei fondamenti ideologici delle politiche di Donald Trump, è altrettanto vero che la Cina guarda anzitutto all’Asia, e in particolare alla sua “periferia”, per espandere e rafforzare legami commerciali e di sicurezza.
Per provare a costruire una comunità di libero scambio che possa mantenere più o meno inalterato il suo surplus commerciale (992 miliardi di USD nel 2024), in attesa che la domanda interna contribuisca maggiormente alla crescita del paese, e per migliorare le relazioni anche con i paesi dell’area sedi di basi militari statunitensi (Giappone, Corea del Sud, Singapore), per allontanare lo spettro di uno scontro nel Pacifico.
Aumentare e mantenere fluidi gli scambi tra gli stati dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) e della Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep) per Pechino ha dunque una duplice valenza strategica: economica e di sicurezza, come evidenziato dai discorsi che Xi Jinping sta pronunciando durante le sue visite di stato in Vietnam, Malesia e Cambogia.
I vicini asiatici – in particolare i dieci membri dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (oltre al Giappone e la Corea del Sud) – rappresentano quelli con cui la diplomazia e la leadership cinese puntano a rafforzare ulteriormente la cooperazione per minimizzare gli effetti del protezionismo di Donald Trump.
Questa strategia, delineata da Pechino da diversi anni (in risposta al ‘Pivot to Asia’ obamiano del 2011) è diventata più urgente dopo l’imposizione di dazi sulle importazioni cinesi che il presidente degli Stati Uniti ha elevato fino al 145 per cento (la rappresaglia di Pechino si è fermata al 125 per cento, ndr).
Non a caso il primo viaggio all’estero del 2025 (14-18 aprile) ha portato Xi Jinping in tre stati dell’Asean: Vietnam, Malesia e Cambogia. La Cina e l’Asean sono stati il primo partner commerciale l’una dell’altro negli ultimi cinque anni, con un interscambio di 953 miliardi di dollari nel 2024, quasi il doppio dei 582 miliardi tra Cina e Stati Uniti.
Se le tariffe sul made in China dovessero essere confermate al livello attuale o comunque mantenute molto alte, secondo le prime stime Pechino avrà bisogno di uno-due anni per riassorbire la perdita di tutti o parte dei 439 miliardi di USD ricavati dalle esportazioni negli Usa nel 2024.
Incontrando ad Hanoi il segretario generale del partito comunista, To Lam, Xi ha parlato di un mondo «turbolento che sta cambiando», invitando il Vietnam a rafforzare il legami con la Cina non solo nelle catene di fornitura e nell’industria, ma anche nella sicurezza.
Pechino vede il Pacifico anche come il terreno di un possibile scontro futuro con gli Usa e, in quest’ottica, il presidente cinese ha auspicato col Vietnam un coordinamento strategico “3+3”: su diplomazia, difesa e sicurezza pubblica.
Quasi tutti i paesi dell’Asean si sono finora tenuti in equilibrio tra Usa e Cina. I dazi di Trump avranno l’effetto di avvicinarli maggiormente a Pechino, che propone, tra l’altro, di potenziare la Rcep (della quale fanno parte, oltre all’Asean, anche Cina, Giappone e Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda: 15 paesi in tutto, che ospitano il 30 per cento della popolazione e producono il 30 per cento del Pil globale)?
Nella seconda tappa del suo viaggio, a Kuala Lumpur, Xi ha esortato Cina e Malesia a:
Tuttavia Pechino è anche alle prese con una serie di annose controversie territoriali con alcuni paesi dell’Asean. In base al “confine” della cosiddetta “Nine Dash Line” (linea di nove tratti, ndr), la Cina rivendica la sovranità sul 90 per cento del Mar cinese meridionale (Mcm), fondamentale per la pesca di tanti paesi e i cui fondali sono ricchissimi di idrocarburi. Contenziosi che sono fonte di frizioni con le Filippine, il Vietnam la Malesia e Brunei.
Le Filippine, con le quali è più alta la tensione con la Cina sui territori contesi nel Mcm, hanno appena ricevuto dalla Corea del Sud la “Miguel Malvar”, una corvetta armata di missili, per difendere le loro rivendicazioni assieme agli alleati Usa.
Di fronte alla possibilità, offerta dal protezionismo di Trump, di rafforzare ulteriormente i legami con l’Asean, Pechino ha subito gettato acqua sul fuoco di queste dispute. Il presidente cinese ha invitato a «perseguire un modello di sicurezza per l’Asia che si basi sulla condivisione della prosperità come delle difficoltà, sulla ricerca di un terreno comune accantonando le differenze e dando priorità al dialogo e alla consultazione come supporto strategico».
La Cina si consola con il Pil a +5,4 per cento nel primo trimestre, in attesa della tempesta dei dazi
Il prodotto interno lordo della Cina è aumentato oltre le aspettative nel primo trimestre 2025: +5,4 per cento, in linea con l’obiettivo indicato dal governo di raggiungere quest’anno una crescita “intorno al 5 per cento”. Nel frattempo però, questo mese, è cambiato il mondo, con la guerra commerciale senza precedenti dichiarata alla Cina dagli Stati Uniti.
Dunque nel nuovo contesto internazionale segnato dai dazi (145 per centro quelli contro le importazioni cinesi negli Usa) raggiungere una crescita intorno al 5 per cento richiederebbe un forte stimolo fiscale. Per capire le intenzioni di Pechino in proposito bisognerà attendere la riunione del mese prossimo dell’ufficio politico del Partito comunista cinese.
Sheng Laiyun, vicedirettore dell’Ufficio nazionale di statistica (Nbs), nell’annunciare oggi i dati relativi al periodo gennaio-marzo 2025 ha affermato che l’economia «ha avuto un avvio positivo e costante e ha mantenuto lo slancio di ripresa, con l’innovazione che gioca un ruolo sempre più determinante».
Sheng ha però avvertito che «il contesto esterno sta diventando più complesso e grave, la spinta alla crescita della domanda interna effettiva è insufficiente e le basi per una ripresa economica e una crescita sostenute devono ancora essere consolidate».
«Dobbiamo attuare politiche macroeconomiche più proattive ed efficaci, espandere e rafforzare l’economia interna, stimolare appieno la vitalità delle entità di mercato di ogni tipo e rispondere attivamente alle incertezze del contesto esterno», ha aggiunto Sheng.
Il Nbs ha reso noto che le vendite al dettaglio sono aumentate del 5,9 per cento su base annua a marzo, rispetto alla crescita del 4 per cento registrata nei primi due mesi.
È nella domanda interna, in particolare nei consumi, che Pechino ripone grande speranza per trainare la crescita economica quest’anno, in un contesto nel quale è altamente improbabile che la Cina raggiunga un surplus commerciale simile a quello del 2024 (992 miliardi di USD). Nel tentativo di stimolare la domanda interna, il mese scorso governo ha varato un piano in 30 punti volto a stimolare la spesa dei consumatori.
Zhang Zhiwei, presidente e capo economista di Pinpoint Asset Management, ha avvertito che, sebbene l’economia abbia superato le previsioni nel rimo trimestre, «i danni della guerra commerciale si faranno sentire nei dati macroeconomici del mese prossimo». «Le catene di approvvigionamento sono interrotte e probabilmente si manifesteranno effetti a catena in molti paesi. L’incertezza è estremamente elevata per aziende e investitori», ha sostenuto Zhang.
Gli investimenti in capitale fisso da gennaio a marzo sono aumentati del 4,2 per cento rispetto all’anno precedente, a fronte di un aumento del 4,1 per cento nei primi due mesi. Persiste la crisi immobiliare, con gli investimenti nel settore che sono diminuiti del 9,9 per cento nel primo trimestre, rispetto a un calo del 9,8 per cento nei primi due mesi.
Gli investimenti privati, un indicatore della fiducia degli investitori, sono cresciuti dello 0,4 per cento nel primo trimestre del 2025.
Gary Ng, economista di Natixis, ha avvertito che «la persistente pressione sul settore immobiliare e la geopolitica causeranno un rallentamento nei prossimi trimestri. A meno che i tassi di interesse non scendano ulteriormente con un maggiore stimolo fiscale dal lato della domanda, la ripresa potrebbe non durare».
Goldman Sachs ha dichiarato giovedì in una nota che Pechino dovrebbe intensificare le misure di allentamento monetario nel corso dell’anno, con tagli dei tassi di interesse pari a 60 punti base e un ulteriore aumento del deficit fiscale (già portato nel 2025 al 4 per cento dal governo).
Tuttavia – a giudizio della banca d’investimento – «è improbabile che anche queste significative misure di allentamento possano compensare completamente gli effetti negativi dei dazi». La banca d’affari Usa ha abbassato le previsioni di crescita del Pil per la Cina al 4 per cento nel 2025 e al 3,5 per cento nel 2026, in entrambi i casi in calo di 0,5 punti percentuali rispetto alle precedenti previsioni.
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Per provare a costruire una comunità di libero scambio che possa mantenere più o meno inalterato il suo surplus commerciale (992 miliardi di USD nel 2024), in attesa che la domanda interna contribuisca maggiormente alla crescita del paese, e per migliorare le relazioni anche con i paesi dell’area sedi di basi militari statunitensi (Giappone, Corea del Sud, Singapore), per allontanare lo spettro di uno scontro nel Pacifico.
Aumentare e mantenere fluidi gli scambi tra gli stati dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) e della Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep) per Pechino ha dunque una duplice valenza strategica: economica e di sicurezza, come evidenziato dai discorsi che Xi Jinping sta pronunciando durante le sue visite di stato in Vietnam, Malesia e Cambogia.
I vicini asiatici – in particolare i dieci membri dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (oltre al Giappone e la Corea del Sud) – rappresentano quelli con cui la diplomazia e la leadership cinese puntano a rafforzare ulteriormente la cooperazione per minimizzare gli effetti del protezionismo di Donald Trump.
Questa strategia, delineata da Pechino da diversi anni (in risposta al ‘Pivot to Asia’ obamiano del 2011) è diventata più urgente dopo l’imposizione di dazi sulle importazioni cinesi che il presidente degli Stati Uniti ha elevato fino al 145 per cento (la rappresaglia di Pechino si è fermata al 125 per cento, ndr).
Non a caso il primo viaggio all’estero del 2025 (14-18 aprile) ha portato Xi Jinping in tre stati dell’Asean: Vietnam, Malesia e Cambogia. La Cina e l’Asean sono stati il primo partner commerciale l’una dell’altro negli ultimi cinque anni, con un interscambio di 953 miliardi di dollari nel 2024, quasi il doppio dei 582 miliardi tra Cina e Stati Uniti.
Se le tariffe sul made in China dovessero essere confermate al livello attuale o comunque mantenute molto alte, secondo le prime stime Pechino avrà bisogno di uno-due anni per riassorbire la perdita di tutti o parte dei 439 miliardi di USD ricavati dalle esportazioni negli Usa nel 2024.
Incontrando ad Hanoi il segretario generale del partito comunista, To Lam, Xi ha parlato di un mondo «turbolento che sta cambiando», invitando il Vietnam a rafforzare il legami con la Cina non solo nelle catene di fornitura e nell’industria, ma anche nella sicurezza.
Pechino vede il Pacifico anche come il terreno di un possibile scontro futuro con gli Usa e, in quest’ottica, il presidente cinese ha auspicato col Vietnam un coordinamento strategico “3+3”: su diplomazia, difesa e sicurezza pubblica.
Quasi tutti i paesi dell’Asean si sono finora tenuti in equilibrio tra Usa e Cina. I dazi di Trump avranno l’effetto di avvicinarli maggiormente a Pechino, che propone, tra l’altro, di potenziare la Rcep (della quale fanno parte, oltre all’Asean, anche Cina, Giappone e Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda: 15 paesi in tutto, che ospitano il 30 per cento della popolazione e producono il 30 per cento del Pil globale)?
Nella seconda tappa del suo viaggio, a Kuala Lumpur, Xi ha esortato Cina e Malesia a:
promuovere una cooperazione di alta qualità nell’ambito della Belt and Road Initiative e a rafforzare la cooperazione nelle catene industriali e di approvvigionamento. Le due parti devono sostenere il sistema commerciale multilaterale, mantenere stabili le catene industriali e di approvvigionamento globali e preservare un ambiente internazionale di apertura e cooperazione.I suoi vicini asiatici potrebbero assecondare la strategia di Pechino, trattandosi in molti casi di paesi esportatori, in particolare di prodotti tecnologici, pesantemente colpiti dai dazi di Trump, come riassunto nel seguente grafico.
La Cina collaborerà con la Malesia e gli altri paesi dell’Asean per contrastare le correnti sotterranee di scontro geopolitico e di schieramento, nonché le controcorrenti di unilateralismo e protezionismo. La cooperazione Cina-Asean è la più orientata ai risultati e la più produttiva nella regione, la Cina sostiene fermamente l’unità e la costruzione della comunità dell’Asean e ne sostiene la centralità nell’architettura regionale.
Tuttavia Pechino è anche alle prese con una serie di annose controversie territoriali con alcuni paesi dell’Asean. In base al “confine” della cosiddetta “Nine Dash Line” (linea di nove tratti, ndr), la Cina rivendica la sovranità sul 90 per cento del Mar cinese meridionale (Mcm), fondamentale per la pesca di tanti paesi e i cui fondali sono ricchissimi di idrocarburi. Contenziosi che sono fonte di frizioni con le Filippine, il Vietnam la Malesia e Brunei.
Le Filippine, con le quali è più alta la tensione con la Cina sui territori contesi nel Mcm, hanno appena ricevuto dalla Corea del Sud la “Miguel Malvar”, una corvetta armata di missili, per difendere le loro rivendicazioni assieme agli alleati Usa.
Di fronte alla possibilità, offerta dal protezionismo di Trump, di rafforzare ulteriormente i legami con l’Asean, Pechino ha subito gettato acqua sul fuoco di queste dispute. Il presidente cinese ha invitato a «perseguire un modello di sicurezza per l’Asia che si basi sulla condivisione della prosperità come delle difficoltà, sulla ricerca di un terreno comune accantonando le differenze e dando priorità al dialogo e alla consultazione come supporto strategico».
La Cina si consola con il Pil a +5,4 per cento nel primo trimestre, in attesa della tempesta dei dazi
Il prodotto interno lordo della Cina è aumentato oltre le aspettative nel primo trimestre 2025: +5,4 per cento, in linea con l’obiettivo indicato dal governo di raggiungere quest’anno una crescita “intorno al 5 per cento”. Nel frattempo però, questo mese, è cambiato il mondo, con la guerra commerciale senza precedenti dichiarata alla Cina dagli Stati Uniti.
Dunque nel nuovo contesto internazionale segnato dai dazi (145 per centro quelli contro le importazioni cinesi negli Usa) raggiungere una crescita intorno al 5 per cento richiederebbe un forte stimolo fiscale. Per capire le intenzioni di Pechino in proposito bisognerà attendere la riunione del mese prossimo dell’ufficio politico del Partito comunista cinese.
Sheng Laiyun, vicedirettore dell’Ufficio nazionale di statistica (Nbs), nell’annunciare oggi i dati relativi al periodo gennaio-marzo 2025 ha affermato che l’economia «ha avuto un avvio positivo e costante e ha mantenuto lo slancio di ripresa, con l’innovazione che gioca un ruolo sempre più determinante».
Sheng ha però avvertito che «il contesto esterno sta diventando più complesso e grave, la spinta alla crescita della domanda interna effettiva è insufficiente e le basi per una ripresa economica e una crescita sostenute devono ancora essere consolidate».
«Dobbiamo attuare politiche macroeconomiche più proattive ed efficaci, espandere e rafforzare l’economia interna, stimolare appieno la vitalità delle entità di mercato di ogni tipo e rispondere attivamente alle incertezze del contesto esterno», ha aggiunto Sheng.
Il Nbs ha reso noto che le vendite al dettaglio sono aumentate del 5,9 per cento su base annua a marzo, rispetto alla crescita del 4 per cento registrata nei primi due mesi.
È nella domanda interna, in particolare nei consumi, che Pechino ripone grande speranza per trainare la crescita economica quest’anno, in un contesto nel quale è altamente improbabile che la Cina raggiunga un surplus commerciale simile a quello del 2024 (992 miliardi di USD). Nel tentativo di stimolare la domanda interna, il mese scorso governo ha varato un piano in 30 punti volto a stimolare la spesa dei consumatori.
Zhang Zhiwei, presidente e capo economista di Pinpoint Asset Management, ha avvertito che, sebbene l’economia abbia superato le previsioni nel rimo trimestre, «i danni della guerra commerciale si faranno sentire nei dati macroeconomici del mese prossimo». «Le catene di approvvigionamento sono interrotte e probabilmente si manifesteranno effetti a catena in molti paesi. L’incertezza è estremamente elevata per aziende e investitori», ha sostenuto Zhang.
Gli investimenti in capitale fisso da gennaio a marzo sono aumentati del 4,2 per cento rispetto all’anno precedente, a fronte di un aumento del 4,1 per cento nei primi due mesi. Persiste la crisi immobiliare, con gli investimenti nel settore che sono diminuiti del 9,9 per cento nel primo trimestre, rispetto a un calo del 9,8 per cento nei primi due mesi.
Gli investimenti privati, un indicatore della fiducia degli investitori, sono cresciuti dello 0,4 per cento nel primo trimestre del 2025.
Gary Ng, economista di Natixis, ha avvertito che «la persistente pressione sul settore immobiliare e la geopolitica causeranno un rallentamento nei prossimi trimestri. A meno che i tassi di interesse non scendano ulteriormente con un maggiore stimolo fiscale dal lato della domanda, la ripresa potrebbe non durare».
Goldman Sachs ha dichiarato giovedì in una nota che Pechino dovrebbe intensificare le misure di allentamento monetario nel corso dell’anno, con tagli dei tassi di interesse pari a 60 punti base e un ulteriore aumento del deficit fiscale (già portato nel 2025 al 4 per cento dal governo).
Tuttavia – a giudizio della banca d’investimento – «è improbabile che anche queste significative misure di allentamento possano compensare completamente gli effetti negativi dei dazi». La banca d’affari Usa ha abbassato le previsioni di crescita del Pil per la Cina al 4 per cento nel 2025 e al 3,5 per cento nel 2026, in entrambi i casi in calo di 0,5 punti percentuali rispetto alle precedenti previsioni.
Fonte
15/11/2022
13/11/2022
Guerra in Ucraina - Contrasti nell’amministrazione Usa sui negoziati con la Russia
Secondo il New York Times l’amministrazione USA è divisa in merito all’opportunità di sollecitare Zelensky, a cercare una soluzione diplomatica al conflitto con la Russia.
Il New York Times, cita le recenti dichiarazioni del capo dello stato maggiore congiunto delle Forze armate Usa, generale Mark Milley, secondo cui il ritiro russo da Kherson potrebbe offrire l’opportunità per una cessazione delle ostilità. Fonti anonime citate dal quotidiano riferiscono che la posizione espressa da Milley si scontra però col parere diverso di “altri consiglieri del presidente Biden”, secondo i quali sarebbe ancora “troppo presto” per intavolare negoziati.
Per i “falchi”dell’amministrazione Usa, una pausa nelle ostilità in Ucraina “darebbe soltanto al presidente russo Vladimir Putin un’opportunità per riconsolidare” le sue forze. Diversi collaboratori di Biden ritengono che il conflitto in Ucraina “alla fine sarà risolto tramite negoziati, ma hanno concluso che il momento non sia quello giusto, e che gli Usa non dovrebbero mostrare di esercitare pressioni sull’Ucraina quando quest’ultima ha dalla sua l’iniziativa”.
Le due differenti posizioni all’interno dell’amministrazione statunitense avrebbero animato un dibattito acceso, divenuto di dominio pubblico dopo le ultime dichiarazioni del generale Milley, secondo cui il ritiro delle forze armate russe dalla sponda ovest del fiume Dnepr e da Kherson, se confermato, aprirebbe una “finestra di dialogo” per tentare di porre fine alla guerra in Ucraina. Per Milley il conflitto in corso dallo scorso febbraio è costato alla Russia la perdita di oltre 100 mila militari tra morti e feriti, e circa altrettanto all’Ucraina: allo stato attuale delle ostilità, sia la Russia che l’Ucraina dovrebbero giungere alla “mutua comprensione” che una vittoria “probabilmente non può essere raggiunta tramite mezzi militari, ed è dunque necessario tentare altre strade”. A detta di Milley, la Russia ha accumulato tra i 20 mila e i 30 mila militari a Kherson e nelle aree circostanti, dove le forze ucraine proseguono da settimane un’offensiva con scarso successo.
A parere degli analisti militari la difesa russa dei territori ad ovest del fiume Dnepr era diventata difficilissima da quando, grazie ai missili Himars forniti dagli Usa, gli ucraini avevano distrutto l’unico ponte attraverso cui Mosca poteva rifornire la regione di tutto il necessario: vettovaglie, armamenti, proiettili, medicamenti, truppe, mezzi corazzati. L’unico altro passaggio rimasto, circa 80 chilometri a Est di Kherson, è il ponte sulla diga di Nova Kakhovka, pure sotto il tiro dei missili ucraini, il cui cedimento provocherebbe inondazioni catastrofiche nel territorio conteso. Vladimir Leontyev, capo dell’amministrazione cittadina ha denunciato all’agenzia russa RIA Novosti che nella serata di ieri e per tutta la notte, le truppe ucraine hanno continuato a bombardare Novaya Kakhovka e la centrale idroelettrica di Kakhovka.
Avendo ritirato le truppe sulla sponda orientale, i russi si sono attestati su posizioni estremamente difficili da attaccare per le truppe ucraine. Inoltre in tutta la regione di Kherson, il Dnepr è largo almeno mezzo chilometro e costituisce dunque una barriera formidabile per un’eventuale prosecuzione dell’offensiva da parte delle truppe di Kiev. I russi a questo punto potranno spostare una gran quantità di uomini e mezzi nel Donbass e nella regione di Zaporizhzhia, stabilizzando così il fronte anche a Est.
I russi hanno mantenuto la capacità di danneggiare le infrastrutture elettriche e idriche ucraine e da quelle parti l’inverno ormai in arrivo è rigidissimo. Le temperature a Kiev, e non solo, scendono facilmente al di sotto dei 20 gradi sottozero. Chiedere ancora alla popolazione di resistere con acqua e luce razionata in queste condizioni sarebbe complicato e rischioso per le autorità di Kiev, e altrettanto complicato sarebbe garantire la produzione e i rifornimenti all’esercito.
L’attenzione a questo punto si sposta in Asia e precisamente a Phnom Pen in Cambogia, dove è in corso il vertice dell’Asean e sono presenti sia il ministro degli esteri russo che quello ucraino. Il ministro degli Esteri dell’Ucraina, ha affermato di essere pronto a considerare un eventuale incontro con l’omologo russo Sergej Lavrov, nel caso venisse avanzata tale richiesta. Lavrov “non ha chiesto un incontro, come si usa a livello diplomatico; qualora lo facesse, prenderemo attentamente in considerazione la richiesta, considerando tutti gli aspetti e la realtà della situazione attuale”, ha detto Kuleba. Il viceministro degli Esteri di Mosca, Serghei Ryabkov, aveva affermato nei giorni scorsi che la Russia è aperta al dialogo sull’Ucraina senza precondizioni.
Se può essere colto come segnale, la delegazione statunitense al vertice Asean questa volta è rimasta nella sala ad ascoltare l’intervento di Lavrov invece di alzarsi e andarsene come accaduto in altri vertici internazionali.
Ma al momento il vertice Asean in Cambogia, come prevedibile, si chiuderà senza accordo. La Russia si è opposta alla pubblicazione di un documento comune, definendo “inaccettabile” il linguaggio utilizzato sulla situazione in Ucraina da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati.
“Non c’è stato alcun accordo. Gli Stati Uniti e i loro alleati insistono su un linguaggio inaccettabile in relazione alla situazione in Ucraina, quindi verrà rilasciata una dichiarazione presidenziale”, ha detto Lavrov.
Il vertice Asean, in cui sono presenti sia Stati Uniti che Russia, si è quindi concluso senza un comunicato congiunto perché la Russia non ha potuto accettare i riferimenti alla guerra in Ucraina richiesti dagli Usa e dagli altri alleati; Phnom Pen si limiterà a una dichiarazione presidenziale.
Fonte
Il New York Times, cita le recenti dichiarazioni del capo dello stato maggiore congiunto delle Forze armate Usa, generale Mark Milley, secondo cui il ritiro russo da Kherson potrebbe offrire l’opportunità per una cessazione delle ostilità. Fonti anonime citate dal quotidiano riferiscono che la posizione espressa da Milley si scontra però col parere diverso di “altri consiglieri del presidente Biden”, secondo i quali sarebbe ancora “troppo presto” per intavolare negoziati.
Per i “falchi”dell’amministrazione Usa, una pausa nelle ostilità in Ucraina “darebbe soltanto al presidente russo Vladimir Putin un’opportunità per riconsolidare” le sue forze. Diversi collaboratori di Biden ritengono che il conflitto in Ucraina “alla fine sarà risolto tramite negoziati, ma hanno concluso che il momento non sia quello giusto, e che gli Usa non dovrebbero mostrare di esercitare pressioni sull’Ucraina quando quest’ultima ha dalla sua l’iniziativa”.
Le due differenti posizioni all’interno dell’amministrazione statunitense avrebbero animato un dibattito acceso, divenuto di dominio pubblico dopo le ultime dichiarazioni del generale Milley, secondo cui il ritiro delle forze armate russe dalla sponda ovest del fiume Dnepr e da Kherson, se confermato, aprirebbe una “finestra di dialogo” per tentare di porre fine alla guerra in Ucraina. Per Milley il conflitto in corso dallo scorso febbraio è costato alla Russia la perdita di oltre 100 mila militari tra morti e feriti, e circa altrettanto all’Ucraina: allo stato attuale delle ostilità, sia la Russia che l’Ucraina dovrebbero giungere alla “mutua comprensione” che una vittoria “probabilmente non può essere raggiunta tramite mezzi militari, ed è dunque necessario tentare altre strade”. A detta di Milley, la Russia ha accumulato tra i 20 mila e i 30 mila militari a Kherson e nelle aree circostanti, dove le forze ucraine proseguono da settimane un’offensiva con scarso successo.
A parere degli analisti militari la difesa russa dei territori ad ovest del fiume Dnepr era diventata difficilissima da quando, grazie ai missili Himars forniti dagli Usa, gli ucraini avevano distrutto l’unico ponte attraverso cui Mosca poteva rifornire la regione di tutto il necessario: vettovaglie, armamenti, proiettili, medicamenti, truppe, mezzi corazzati. L’unico altro passaggio rimasto, circa 80 chilometri a Est di Kherson, è il ponte sulla diga di Nova Kakhovka, pure sotto il tiro dei missili ucraini, il cui cedimento provocherebbe inondazioni catastrofiche nel territorio conteso. Vladimir Leontyev, capo dell’amministrazione cittadina ha denunciato all’agenzia russa RIA Novosti che nella serata di ieri e per tutta la notte, le truppe ucraine hanno continuato a bombardare Novaya Kakhovka e la centrale idroelettrica di Kakhovka.
Avendo ritirato le truppe sulla sponda orientale, i russi si sono attestati su posizioni estremamente difficili da attaccare per le truppe ucraine. Inoltre in tutta la regione di Kherson, il Dnepr è largo almeno mezzo chilometro e costituisce dunque una barriera formidabile per un’eventuale prosecuzione dell’offensiva da parte delle truppe di Kiev. I russi a questo punto potranno spostare una gran quantità di uomini e mezzi nel Donbass e nella regione di Zaporizhzhia, stabilizzando così il fronte anche a Est.
I russi hanno mantenuto la capacità di danneggiare le infrastrutture elettriche e idriche ucraine e da quelle parti l’inverno ormai in arrivo è rigidissimo. Le temperature a Kiev, e non solo, scendono facilmente al di sotto dei 20 gradi sottozero. Chiedere ancora alla popolazione di resistere con acqua e luce razionata in queste condizioni sarebbe complicato e rischioso per le autorità di Kiev, e altrettanto complicato sarebbe garantire la produzione e i rifornimenti all’esercito.
L’attenzione a questo punto si sposta in Asia e precisamente a Phnom Pen in Cambogia, dove è in corso il vertice dell’Asean e sono presenti sia il ministro degli esteri russo che quello ucraino. Il ministro degli Esteri dell’Ucraina, ha affermato di essere pronto a considerare un eventuale incontro con l’omologo russo Sergej Lavrov, nel caso venisse avanzata tale richiesta. Lavrov “non ha chiesto un incontro, come si usa a livello diplomatico; qualora lo facesse, prenderemo attentamente in considerazione la richiesta, considerando tutti gli aspetti e la realtà della situazione attuale”, ha detto Kuleba. Il viceministro degli Esteri di Mosca, Serghei Ryabkov, aveva affermato nei giorni scorsi che la Russia è aperta al dialogo sull’Ucraina senza precondizioni.
Se può essere colto come segnale, la delegazione statunitense al vertice Asean questa volta è rimasta nella sala ad ascoltare l’intervento di Lavrov invece di alzarsi e andarsene come accaduto in altri vertici internazionali.
Ma al momento il vertice Asean in Cambogia, come prevedibile, si chiuderà senza accordo. La Russia si è opposta alla pubblicazione di un documento comune, definendo “inaccettabile” il linguaggio utilizzato sulla situazione in Ucraina da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati.
“Non c’è stato alcun accordo. Gli Stati Uniti e i loro alleati insistono su un linguaggio inaccettabile in relazione alla situazione in Ucraina, quindi verrà rilasciata una dichiarazione presidenziale”, ha detto Lavrov.
Il vertice Asean, in cui sono presenti sia Stati Uniti che Russia, si è quindi concluso senza un comunicato congiunto perché la Russia non ha potuto accettare i riferimenti alla guerra in Ucraina richiesti dagli Usa e dagli altri alleati; Phnom Pen si limiterà a una dichiarazione presidenziale.
Fonte
26/07/2016
ASEAN: sfida Washington-Pechino
di Michele Paris
Con una parziale vittoria diplomatica sugli Stati Uniti, la Cina ha ottenuto lunedì lo stralcio di qualsiasi riferimento esplicito alla recente sentenza della Corte Arbitrale Permanente de L’Aja sulle contese nel Mar Cinese Meridionale dal tradizionale comunicato congiunto emesso durante il summit dei dieci membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN), in corso questa settimana in Laos.
Questo gruppo di paesi, le cui economie sommate costituirebbero la settima potenza del pianeta, è da tempo esposto alle pressioni di Washington e Pechino per orientarne le deliberazioni secondo i rispettivi interessi strategici. L’ASEAN è diventata in sostanza uno dei terreni di scontro tra USA e Cina, con i primi che cercano di portare le dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale al centro delle discussioni di un forum multilaterale, mentre la seconda continua a prediligere la soluzione delle controversie su un piano esclusivamente bilaterale.
Come già era accaduto nei vertici ASEAN degli ultimi anni, anche in questa occasione le sedute sono state caratterizzate da accese trattative che hanno visto gli inviati di Washington e Pechino impegnati a convincere i delegati dei paesi membri a sostenere le loro posizioni.
L’incontro di Vientiane, la capitale del Laos, ha assunto un’importanza diplomatica particolare, essendo il primo di questa organizzazione a tenersi dopo la già citata opinione del tribunale internazionale che, in base alla Convenzione ONU sul Diritto del Mare (UNCLOS), ha accolto in buona parte la causa intentata dalle Filippine contro la Cina.
Proprio il governo di Manila, assieme al Vietnam, cioè l’altro paese maggiormente disposto a seguire la linea provocatoria degli Stati Uniti nel sud-est asiatico, aveva spinto per convincere gli altri membri dell’ASEAN a produrre un comunicato ufficiale che facesse riferimento alla sentenza, fermamente respinta dalla Cina, e alla necessità di rispettarne il contenuto
Gli alleati di Pechino – il Laos e, ancor più, la Cambogia – hanno però sostenuto le posizioni della Cina e, visto che il comunicato ufficiale del vertice deve essere approvato all’unanimità, da quest’ultimo è alla fine rimasto fuori ogni riferimento diretto alla sentenza del Tribunale ONU.
La dichiarazione dell’ASEAN ha soltanto espresso preoccupazione per le attività in corso nel Mar Cinese Meridionale, senza tuttavia condannare la Cina, come volevano gli Stati Uniti. I dieci membri hanno poi riaffermato l’impegno nel “mantenere e promuovere la pace, la stabilità, la sicurezza e la libertà di navigazione e sorvolo nel Mar Cinese Meridionale”, assieme all’auspicio di migliorare la “fiducia reciproca”, nonché l’invito ad agire con moderazione ed “evitare azioni che possano complicare ulteriormente la situazione”.
Nel comunicato si chiede infine l’implementazione del cosiddetto “Codice di comportamento”, ovvero un meccanismo, condiviso dalla Cina, per gestire e risolvere in maniera pacifica le emergenze e i disaccordi derivanti dalle dispute territoriali e marittime nel Mar Cinese Meridionale.
L’amministrazione Obama non è dunque riuscita nemmeno in questa circostanza a ottenere una presa di posizione netta contro la Cina da parte dell’ASEAN. Washington intendeva utilizzare un’eventuale condanna per mostrare alla comunità internazionale che le proprie politiche di contenimento e accerchiamento della Cina non rispondono a una logica unilaterale, ma sarebbero la naturale risposta alle aspirazioni di pace e stabilità dei paesi della regione.
In
realtà, è precisamente l’inserimento degli USA nelle annose dispute
territoriali che caratterizzano il Mar Cinese Meridionale, così come
quello Orientale, ad avere infiammato una situazione che per decenni non
aveva fatto segnare particolari problemi. Dopo avere lanciato
ufficialmente la propria “svolta” asiatica, gli Stati Uniti hanno da un
lato sollecitato i loro alleati ad assumere atteggiamenti sempre più
aggressivi nei confronti di Pechino, mentre dall’altro hanno intrapreso
la strada dell’escalation militare, sia siglando accordi per il
posizionamento di forze aeree e navali in pianta più o meno stabile in
vari paesi sia conducendo pattugliamenti altamente provocatori
all’interno delle acque o degli spazi aerei reclamati dalla Cina.
Le ripetute condanne da parte americana sono rivolte inoltre alla militarizzazione e alle costruzioni cinesi nelle isole e atolli contesi nel Mar Cinese Meridionale, mentre attività simili, sia pure su scala ridotta, da parte di altri paesi, come il Vietnam o le Filippine, vengono puntualmente ignorate, nonostante la dichiarata imparzialità di Washington sulle dispute territoriali.
L’intenzione degli Stati Uniti è comunque quella di dividere i paesi del sud-est asiatico dalla Cina, a costo, come si è visto questa settimana in Laos, di compromettere la stabilità dell’area e lo stesso funzionamento di un organo caratterizzato tradizionalmente dal pacifico consenso interno come l’ASEAN.
Clamoroso fu ad esempio l’esito del summit in Cambogia nel 2012, quando, soprattutto a causa dell’intervento americano, per la prima volta dalla nascita dell’organizzazione nel 1967, i paesi membri non furono in grado di accordarsi su un comunicato ufficiale congiunto.
Malgrado l’impossibilità di ottenere una condanna aperta della condotta cinese in Laos, gli sforzi degli Stati Uniti per umiliare Pechino non cesseranno. Il segretario di Stato, John Kerry, è giunto in Laos lunedì, dove ha avuto discussioni con vari leader dei paesi ASEAN per fare pressioni a seguire le indicazioni americane nel prossimo futuro.
Ancora più chiaro era stato settimana scorsa il vice-presidente, Joe Biden, nel corso di una visita in Australia e Nuova Zelanda. Il numero due della Casa Bianca era stato protagonista di discorsi minacciosi, ribadendo la volontà di Washington di continuare a mantenere una massiccia presenza in Estremo Oriente, al di là del prossimo occupante della Casa Bianca, e invitando i due alleati a partecipare più attivamente alle provocazioni anti-cinesi messe in atto dalle forze navali e aeree americane.
La
portata destabilizzante delle attività diplomatiche e militari in
quest’area del pianeta sta mettendo in seria difficoltà molti paesi,
soprattutto quelli che intendono attuare una politica estera equilibrata
e mantenere relazioni cordiali con USA e Cina. La crescente rivalità
tra le due potenze e il costante declino della posizione internazionale
degli Stati Uniti renderanno però sempre più complicato il mantenimento
di posizioni caute, viste le pressioni esercitate da Washington.
Un esempio delle conseguenze si potrebbe osservare proprio all’interno dell’ASEAN, le cui divisioni già esistenti rischiano di trasformarsi in vere e proprie spaccature. Come ha spiegato una recente analisi del Wall Street Journal, le frustrazioni degli USA e dei loro alleati per non essere riusciti a ottenere una dichiarazione di condanna della Cina hanno fatto circolare la proposta di cambiare le modalità di voto, abbandonando l’unanimità a favore di una semplice maggioranza per l’approvazione di risoluzioni e comunicati ufficiali.
Ciò potrebbe indebolire in maniera seria un’associazione che, inevitabilmente, sulla spinta delle rivalità tra Washington e Pechino, finirebbe per vedere la formazione di blocchi contrapposti, favorevoli all’una o all’altra delle prime due potenze economiche del pianeta.
Fonte
Con una parziale vittoria diplomatica sugli Stati Uniti, la Cina ha ottenuto lunedì lo stralcio di qualsiasi riferimento esplicito alla recente sentenza della Corte Arbitrale Permanente de L’Aja sulle contese nel Mar Cinese Meridionale dal tradizionale comunicato congiunto emesso durante il summit dei dieci membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN), in corso questa settimana in Laos.
Questo gruppo di paesi, le cui economie sommate costituirebbero la settima potenza del pianeta, è da tempo esposto alle pressioni di Washington e Pechino per orientarne le deliberazioni secondo i rispettivi interessi strategici. L’ASEAN è diventata in sostanza uno dei terreni di scontro tra USA e Cina, con i primi che cercano di portare le dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale al centro delle discussioni di un forum multilaterale, mentre la seconda continua a prediligere la soluzione delle controversie su un piano esclusivamente bilaterale.
Come già era accaduto nei vertici ASEAN degli ultimi anni, anche in questa occasione le sedute sono state caratterizzate da accese trattative che hanno visto gli inviati di Washington e Pechino impegnati a convincere i delegati dei paesi membri a sostenere le loro posizioni.
L’incontro di Vientiane, la capitale del Laos, ha assunto un’importanza diplomatica particolare, essendo il primo di questa organizzazione a tenersi dopo la già citata opinione del tribunale internazionale che, in base alla Convenzione ONU sul Diritto del Mare (UNCLOS), ha accolto in buona parte la causa intentata dalle Filippine contro la Cina.
Proprio il governo di Manila, assieme al Vietnam, cioè l’altro paese maggiormente disposto a seguire la linea provocatoria degli Stati Uniti nel sud-est asiatico, aveva spinto per convincere gli altri membri dell’ASEAN a produrre un comunicato ufficiale che facesse riferimento alla sentenza, fermamente respinta dalla Cina, e alla necessità di rispettarne il contenuto
Gli alleati di Pechino – il Laos e, ancor più, la Cambogia – hanno però sostenuto le posizioni della Cina e, visto che il comunicato ufficiale del vertice deve essere approvato all’unanimità, da quest’ultimo è alla fine rimasto fuori ogni riferimento diretto alla sentenza del Tribunale ONU.
La dichiarazione dell’ASEAN ha soltanto espresso preoccupazione per le attività in corso nel Mar Cinese Meridionale, senza tuttavia condannare la Cina, come volevano gli Stati Uniti. I dieci membri hanno poi riaffermato l’impegno nel “mantenere e promuovere la pace, la stabilità, la sicurezza e la libertà di navigazione e sorvolo nel Mar Cinese Meridionale”, assieme all’auspicio di migliorare la “fiducia reciproca”, nonché l’invito ad agire con moderazione ed “evitare azioni che possano complicare ulteriormente la situazione”.
Nel comunicato si chiede infine l’implementazione del cosiddetto “Codice di comportamento”, ovvero un meccanismo, condiviso dalla Cina, per gestire e risolvere in maniera pacifica le emergenze e i disaccordi derivanti dalle dispute territoriali e marittime nel Mar Cinese Meridionale.
L’amministrazione Obama non è dunque riuscita nemmeno in questa circostanza a ottenere una presa di posizione netta contro la Cina da parte dell’ASEAN. Washington intendeva utilizzare un’eventuale condanna per mostrare alla comunità internazionale che le proprie politiche di contenimento e accerchiamento della Cina non rispondono a una logica unilaterale, ma sarebbero la naturale risposta alle aspirazioni di pace e stabilità dei paesi della regione.
Le ripetute condanne da parte americana sono rivolte inoltre alla militarizzazione e alle costruzioni cinesi nelle isole e atolli contesi nel Mar Cinese Meridionale, mentre attività simili, sia pure su scala ridotta, da parte di altri paesi, come il Vietnam o le Filippine, vengono puntualmente ignorate, nonostante la dichiarata imparzialità di Washington sulle dispute territoriali.
L’intenzione degli Stati Uniti è comunque quella di dividere i paesi del sud-est asiatico dalla Cina, a costo, come si è visto questa settimana in Laos, di compromettere la stabilità dell’area e lo stesso funzionamento di un organo caratterizzato tradizionalmente dal pacifico consenso interno come l’ASEAN.
Clamoroso fu ad esempio l’esito del summit in Cambogia nel 2012, quando, soprattutto a causa dell’intervento americano, per la prima volta dalla nascita dell’organizzazione nel 1967, i paesi membri non furono in grado di accordarsi su un comunicato ufficiale congiunto.
Malgrado l’impossibilità di ottenere una condanna aperta della condotta cinese in Laos, gli sforzi degli Stati Uniti per umiliare Pechino non cesseranno. Il segretario di Stato, John Kerry, è giunto in Laos lunedì, dove ha avuto discussioni con vari leader dei paesi ASEAN per fare pressioni a seguire le indicazioni americane nel prossimo futuro.
Ancora più chiaro era stato settimana scorsa il vice-presidente, Joe Biden, nel corso di una visita in Australia e Nuova Zelanda. Il numero due della Casa Bianca era stato protagonista di discorsi minacciosi, ribadendo la volontà di Washington di continuare a mantenere una massiccia presenza in Estremo Oriente, al di là del prossimo occupante della Casa Bianca, e invitando i due alleati a partecipare più attivamente alle provocazioni anti-cinesi messe in atto dalle forze navali e aeree americane.
Un esempio delle conseguenze si potrebbe osservare proprio all’interno dell’ASEAN, le cui divisioni già esistenti rischiano di trasformarsi in vere e proprie spaccature. Come ha spiegato una recente analisi del Wall Street Journal, le frustrazioni degli USA e dei loro alleati per non essere riusciti a ottenere una dichiarazione di condanna della Cina hanno fatto circolare la proposta di cambiare le modalità di voto, abbandonando l’unanimità a favore di una semplice maggioranza per l’approvazione di risoluzioni e comunicati ufficiali.
Ciò potrebbe indebolire in maniera seria un’associazione che, inevitabilmente, sulla spinta delle rivalità tra Washington e Pechino, finirebbe per vedere la formazione di blocchi contrapposti, favorevoli all’una o all’altra delle prime due potenze economiche del pianeta.
Fonte
18/02/2016
Mar Cinese, Pechino schiera i missili
di Mario Lombardo
Secondo la stampa americana, il governo cinese nei giorni scorsi avrebbe installato su un’isola contesa nel Mar Cinese Meridionale un sistema di difesa missilistico terra-aria, verosimilmente in risposta alle recenti provocazioni di Washington nel quadro dell’offensiva strategica orchestrata ai danni di Pechino. La notizia è stata riportata da FoxNews e successivamente confermata dal governo di Taiwan. L’isola in questione sarebbe quella di Woody, conosciuta come Yongxing in lingua cinese, nell’arcipelago delle Paracel, ed è rivendicata anche da Vietnam e Taiwan.
Il network statunitense ha citato come prova delle manovre cinesi alcune immagini satellitari che mostrerebbero le batterie di missili e un sistema radar visibili a partire almeno dal 14 febbraio scorso. L’isola di Woody è situata a sud-est della provincia di Hainan e ospita la più grande base aerea di Pechino nel Mar Cinese Meridionale.
La rivelazione ha prevedibilmente trovato conferme anche tra i vertici delle Forze Armate USA, dove si è ipotizzato che il sistema anti-aereo installato sarebbe l’HQ-9, simile al sofisticato S-300 di produzione russa. Secondo FoxNews, questo sistema ha un raggio di oltre 200 chilometri e rappresenterebbe perciò una minaccia per qualsiasi velivolo, sia civile sia militare, che sorvoli la zona. In realtà, i timori americani sono legati alle capacità cinesi di intercettare i propri aerei da guerra dalle isole nel Mar Cinese Meridionale in caso di conflitto con Pechino.
Il governo cinese, per bocca del portavoce del ministro degli Esteri, Hong Lei, ha affermato mercoledì di non essere a conoscenza dei dettagli relativi al posizionamento di un sistema missilistico, ma ha aggiunto che qualsiasi equipaggiamento eventualmente impiegato sull’isola è di natura difensiva e non fa parte di un’escalation militare. In precedenza, il ministro degli Esteri, Wang Yi, aveva invece definito la notizia una “creazione di certi media stranieri”.
Al di là della reticenza del governo di Pechino, il dispiegamento del sistema anti-aereo sull’isola di Woody è stato di fatto confermato da vari accademici e commentatori cinesi citati dalla stampa del loro paese. Tuttavia, è innegabile che l’iniziativa sia effettivamente di natura difensiva e che, soprattutto, giunga in risposta alle manovre americane messe in atto con il preciso scopo di alimentare le tensioni in Estremo oriente.
Gli organi di stampa cinesi e internazionali sono stati pressoché concordi nell’indicare come evento scatenante la reazione cinese l’invio il mese scorso del cacciatorpediniere americano USS Curtis Wilbur all’interno delle 12 miglia nautiche dell’isola di Triton, nelle isole Paracel, situata a circa 160 chilometri da quella di Woody. Dopo questo episodio, il ministero della Difesa cinese aveva annunciato che ci sarebbero state conseguenze non meglio precisate.
Per un esperto di relazioni internazionali dell’università Renmin di Pechino, sentito dal quotidiano di Hong Kong, South China Morning Post, la “logica cinese” nel “costruire strutture militari… dipende dal livello di minaccia percepito”. Le pattuglie americane inviate in precedenza nei pressi delle isole Spratly, sempre nel Mar Cinese Meridionale, non erano infatti viste in maniera così provocatoria come quelle apparse al largo delle Paracel, dal momento che quest’ultimo arcipelago è più vicino alla terraferma e su di esso Pechino esercita un controllo più stretto.
Le tensioni tra USA e Cina sono aumentate da circa un anno a questa parte dopo che l’amministrazione Obama ha iniziato a rilevare e denunciare la costruzione di strutture considerate a uso militare in alcune isole contese del Mar Cinese Meridionale. La Cina, da parte sua, ritiene di avere piena sovranità su queste isole e fa notare come le stesse attività non siano mai condannate da Washington quando a eseguirle sono altri paesi che rivendicano i territori, come Vietnam o Filippine.
La
notizia dei missili cinesi ha comunque tutto l’aspetto di una
rivelazione piazzata ad hoc dalla stampa USA per coincidere con i lavori
del summit dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico
(ASEAN), andato in scena questa settimana per la prima volta in
territorio americano. A Sunnylands, in California, l’amministrazione
Obama ha messo tutto il proprio impegno per convincere i paesi membri di
questo organismo a emettere un comunicato congiunto che facesse
riferimento alle dispute territoriali nel Mar Cinese, condannando la
crescente “aggressività” di Pechino.
Lo sforzo è però fallito ancora una volta, visto che la questione più scottante che sta interessando quest’area del continente asiatico è rimasta fuori dalla dichiarazione finale del vertice. A Washington ci deve essere stato parecchio disappunto dopo l’impegno profuso per far allineare alle proprie mire strategiche paesi recalcitranti come Cambogia e Laos.
Il segretario di Stato, John Kerry, aveva recentemente visitato proprio questi due paesi, nella speranza di evitare la ripetizione di quanto accaduto dopo il summit ASEAN del 2012 sotto la presidenza cambogiana, quando l’associazione per la prima volta nella propria storia non era stata in grado di produrre un comunicato finale a causa delle tensioni sulle rivendicazioni territoriali infiammate dagli Stati Uniti.
In California, così, l’amministrazione Obama si è dovuta accontentare della solita dichiarazione formale che ha fatto riferimento all’impegno “condiviso per una soluzione pacifica delle dispute e per il rispetto dei processi legali e diplomatici”, nonché della “sicurezza marittima, incluso il diritto alla libertà di navigazione e sorvolo”.
La necessità di assicurare la “libertà di navigazione” nel Mar Cinese Meridionale viene usata costantemente dagli Stati Uniti per giustificare le proprie manovre in Asia orientale di fronte alla presunta minaccia rappresentata dalla Cina. Questa presa di posizione è però priva di senso e serve a malapena a nascondere i veri obiettivi strategici americani, dal momento che il paese che ha il maggiore interesse nel garantire la sicurezza dei traffici marittimi è proprio la Cina, la quale vede transitare in quest’area una parte considerevole delle proprie esportazioni e importazioni.
Al vertice ASEAN, il governo americano ha lasciato intendere che Pechino ha fatto forti pressioni sui paesi con cui ha legami politici ed economici più stretti per impedire l’approvazione di un comunicato dai toni più duri verso la Cina. Simili proteste sono tuttavia risibili, poiché proprio gli Stati Uniti incoraggiano da anni svariati paesi del sud-est asiatico ad alimentare le tensioni con la Cina su questioni territoriali che per decenni non avevano provocato conflitti di rilievo.
Gli USA, in ogni caso, non saranno scoraggiati dall’esito del summit dell’ASEAN e continueranno a utilizzare le contese nel Mar Cinese per fare pressioni sulla Cina e aumentare la propria presenza militare nell’area. Il prossimo appuntamento da tenere in considerazione a questo proposito è l’attesa sentenza del tribunale de L’Aia che a marzo, in base alla Convenzione ONU sul Diritto del Mare (UNCLOS), dovrà esprimersi su una causa presentata dalle Filippine contro la Cina.
Il caso riguarda una disputa tra questi due paesi nel Mar Cinese Meridionale e, mentre Pechino ha da tempo affermato di non riconoscere l’autorità del tribunale, Washington ha assistito e appoggiato il governo filippino nella vicenda legale, nonostante gli Stati Uniti non abbiano mai sottoscritto la stessa Convenzione delle Nazioni Unite.
Durante l’incontro a Sunnylans, infine, il governo USA ha cercato di promuovere legami economici più stretti con i paesi ASEAN, utilizzando il mega-trattato di libero scambio denominato Partnership Trans Pacifica (TPP), recentemente firmato in Nuova Zelanda tra 12 paesi asiatici e del continente americano.
Brunei,
Malaysia, Singapore e Vietnam fanno già parte del TTP, ma
l’amministrazione Obama ha incoraggiato altri membri dell’ASEAN a unirsi
al trattato nel prossimo futuro, ben sapendo che molti di questi ultimi
intrattengono relazioni commerciali molto forti con una Cina che, a sua
volta, sta cercando di promuovere anche nel sud-est asiatico i propri
progetti di sviluppo inquadrabili nella cosiddetta “Nuova Via della
Seta” e nella Banca Asiatica per le Infrastrutture e gli Investimenti.
Alcuni di questi paesi, dall’Indonesia alla Thailandia, da Singapore alla Cambogia, dal Laos al Myanmar, hanno finora tenuto un atteggiamento equidistante tra USA e Cina, se non decisamente prudente, per non suscitare reazioni negative da Pechino.
Gli sviluppi recenti in Estremo Oriente, a cominciare dalle continue provocazioni americane, assieme alla già citata sentenza del tribunale competente per la Convenzione sul Diritto del Mare, faranno aumentare tuttavia i livelli di instabilità nella regione, così che risulterà sempre più difficile per i paesi che hanno mostrato fin qui un atteggiamento di cautela evitare una netta scelta di campo tra Pechino e Washington.
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Secondo la stampa americana, il governo cinese nei giorni scorsi avrebbe installato su un’isola contesa nel Mar Cinese Meridionale un sistema di difesa missilistico terra-aria, verosimilmente in risposta alle recenti provocazioni di Washington nel quadro dell’offensiva strategica orchestrata ai danni di Pechino. La notizia è stata riportata da FoxNews e successivamente confermata dal governo di Taiwan. L’isola in questione sarebbe quella di Woody, conosciuta come Yongxing in lingua cinese, nell’arcipelago delle Paracel, ed è rivendicata anche da Vietnam e Taiwan.
Il network statunitense ha citato come prova delle manovre cinesi alcune immagini satellitari che mostrerebbero le batterie di missili e un sistema radar visibili a partire almeno dal 14 febbraio scorso. L’isola di Woody è situata a sud-est della provincia di Hainan e ospita la più grande base aerea di Pechino nel Mar Cinese Meridionale.
La rivelazione ha prevedibilmente trovato conferme anche tra i vertici delle Forze Armate USA, dove si è ipotizzato che il sistema anti-aereo installato sarebbe l’HQ-9, simile al sofisticato S-300 di produzione russa. Secondo FoxNews, questo sistema ha un raggio di oltre 200 chilometri e rappresenterebbe perciò una minaccia per qualsiasi velivolo, sia civile sia militare, che sorvoli la zona. In realtà, i timori americani sono legati alle capacità cinesi di intercettare i propri aerei da guerra dalle isole nel Mar Cinese Meridionale in caso di conflitto con Pechino.
Il governo cinese, per bocca del portavoce del ministro degli Esteri, Hong Lei, ha affermato mercoledì di non essere a conoscenza dei dettagli relativi al posizionamento di un sistema missilistico, ma ha aggiunto che qualsiasi equipaggiamento eventualmente impiegato sull’isola è di natura difensiva e non fa parte di un’escalation militare. In precedenza, il ministro degli Esteri, Wang Yi, aveva invece definito la notizia una “creazione di certi media stranieri”.
Al di là della reticenza del governo di Pechino, il dispiegamento del sistema anti-aereo sull’isola di Woody è stato di fatto confermato da vari accademici e commentatori cinesi citati dalla stampa del loro paese. Tuttavia, è innegabile che l’iniziativa sia effettivamente di natura difensiva e che, soprattutto, giunga in risposta alle manovre americane messe in atto con il preciso scopo di alimentare le tensioni in Estremo oriente.
Gli organi di stampa cinesi e internazionali sono stati pressoché concordi nell’indicare come evento scatenante la reazione cinese l’invio il mese scorso del cacciatorpediniere americano USS Curtis Wilbur all’interno delle 12 miglia nautiche dell’isola di Triton, nelle isole Paracel, situata a circa 160 chilometri da quella di Woody. Dopo questo episodio, il ministero della Difesa cinese aveva annunciato che ci sarebbero state conseguenze non meglio precisate.
Per un esperto di relazioni internazionali dell’università Renmin di Pechino, sentito dal quotidiano di Hong Kong, South China Morning Post, la “logica cinese” nel “costruire strutture militari… dipende dal livello di minaccia percepito”. Le pattuglie americane inviate in precedenza nei pressi delle isole Spratly, sempre nel Mar Cinese Meridionale, non erano infatti viste in maniera così provocatoria come quelle apparse al largo delle Paracel, dal momento che quest’ultimo arcipelago è più vicino alla terraferma e su di esso Pechino esercita un controllo più stretto.
Le tensioni tra USA e Cina sono aumentate da circa un anno a questa parte dopo che l’amministrazione Obama ha iniziato a rilevare e denunciare la costruzione di strutture considerate a uso militare in alcune isole contese del Mar Cinese Meridionale. La Cina, da parte sua, ritiene di avere piena sovranità su queste isole e fa notare come le stesse attività non siano mai condannate da Washington quando a eseguirle sono altri paesi che rivendicano i territori, come Vietnam o Filippine.
Lo sforzo è però fallito ancora una volta, visto che la questione più scottante che sta interessando quest’area del continente asiatico è rimasta fuori dalla dichiarazione finale del vertice. A Washington ci deve essere stato parecchio disappunto dopo l’impegno profuso per far allineare alle proprie mire strategiche paesi recalcitranti come Cambogia e Laos.
Il segretario di Stato, John Kerry, aveva recentemente visitato proprio questi due paesi, nella speranza di evitare la ripetizione di quanto accaduto dopo il summit ASEAN del 2012 sotto la presidenza cambogiana, quando l’associazione per la prima volta nella propria storia non era stata in grado di produrre un comunicato finale a causa delle tensioni sulle rivendicazioni territoriali infiammate dagli Stati Uniti.
In California, così, l’amministrazione Obama si è dovuta accontentare della solita dichiarazione formale che ha fatto riferimento all’impegno “condiviso per una soluzione pacifica delle dispute e per il rispetto dei processi legali e diplomatici”, nonché della “sicurezza marittima, incluso il diritto alla libertà di navigazione e sorvolo”.
La necessità di assicurare la “libertà di navigazione” nel Mar Cinese Meridionale viene usata costantemente dagli Stati Uniti per giustificare le proprie manovre in Asia orientale di fronte alla presunta minaccia rappresentata dalla Cina. Questa presa di posizione è però priva di senso e serve a malapena a nascondere i veri obiettivi strategici americani, dal momento che il paese che ha il maggiore interesse nel garantire la sicurezza dei traffici marittimi è proprio la Cina, la quale vede transitare in quest’area una parte considerevole delle proprie esportazioni e importazioni.
Al vertice ASEAN, il governo americano ha lasciato intendere che Pechino ha fatto forti pressioni sui paesi con cui ha legami politici ed economici più stretti per impedire l’approvazione di un comunicato dai toni più duri verso la Cina. Simili proteste sono tuttavia risibili, poiché proprio gli Stati Uniti incoraggiano da anni svariati paesi del sud-est asiatico ad alimentare le tensioni con la Cina su questioni territoriali che per decenni non avevano provocato conflitti di rilievo.
Gli USA, in ogni caso, non saranno scoraggiati dall’esito del summit dell’ASEAN e continueranno a utilizzare le contese nel Mar Cinese per fare pressioni sulla Cina e aumentare la propria presenza militare nell’area. Il prossimo appuntamento da tenere in considerazione a questo proposito è l’attesa sentenza del tribunale de L’Aia che a marzo, in base alla Convenzione ONU sul Diritto del Mare (UNCLOS), dovrà esprimersi su una causa presentata dalle Filippine contro la Cina.
Il caso riguarda una disputa tra questi due paesi nel Mar Cinese Meridionale e, mentre Pechino ha da tempo affermato di non riconoscere l’autorità del tribunale, Washington ha assistito e appoggiato il governo filippino nella vicenda legale, nonostante gli Stati Uniti non abbiano mai sottoscritto la stessa Convenzione delle Nazioni Unite.
Durante l’incontro a Sunnylans, infine, il governo USA ha cercato di promuovere legami economici più stretti con i paesi ASEAN, utilizzando il mega-trattato di libero scambio denominato Partnership Trans Pacifica (TPP), recentemente firmato in Nuova Zelanda tra 12 paesi asiatici e del continente americano.
Alcuni di questi paesi, dall’Indonesia alla Thailandia, da Singapore alla Cambogia, dal Laos al Myanmar, hanno finora tenuto un atteggiamento equidistante tra USA e Cina, se non decisamente prudente, per non suscitare reazioni negative da Pechino.
Gli sviluppi recenti in Estremo Oriente, a cominciare dalle continue provocazioni americane, assieme alla già citata sentenza del tribunale competente per la Convenzione sul Diritto del Mare, faranno aumentare tuttavia i livelli di instabilità nella regione, così che risulterà sempre più difficile per i paesi che hanno mostrato fin qui un atteggiamento di cautela evitare una netta scelta di campo tra Pechino e Washington.
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