Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/01/2018

I fought the law

Un pezzo della madonna in rigoroso ordine cronologico:







Serie "nostalgia canaglia", ma che belli erano i tempi in cui si scrivevano anche brani incazzati!

03/01/2014

Cambogia. La polizia spara sugli operai, 3 morti

Delocalizzare la produzione significa anche esportare il conflitto sociale altrove. E se qui nei "paesi avanzati" la paura di perdere il posto di lavoro per il momento sembra prevalere sulla necessità di conquistare un miglioramento nelle condizioni di vita, altrove la crescita impetuosa della produzione e dei profitti scatena la lotta per rivendicare salari più alti.

Almeno tre operai sono morti oggi in Cambogia quando la polizia militare ha aperto il fuoco per tentare di sedare una protesta dei lavoratori di una fabbrica tessile. Secondo i testimoni i morti potrebbero essere anche quattro. Gli agenti erano armati di fucili d'assalto (armi militari, dunque) e pistole, mentre i lavoratori disponevano soltanto di sassi e bottiglie.

La richiesta esplicita alla base dello sciopero che dura da molti giorni e che ha portato alla paralisi di fabbriche e strade è il raddoppio del salario minimo, mentre l'esecutivo pochi giorni fa si era detto disponibile al massimo ad un aumento da 80 a 95 dollari al mese. Proposta oscena che i sindacati hanno rifiutato continuando la mobilitazione dei 650 mila lavoratori del settore che traina le esportazioni del paese all'estero.
La risposta del governo è stata il fuoco aperto dalla polizia. Secondo la stampa un centinaio di soldati in tenuta antisommossa - membri di una speciale unità antisommossa dell’esercito (l’Unità 911) - si sono avventati con violenza sui lavoratori che protestavano fuori dalla loro fabbrica situata a circa 20 km ad ovest della capitale Phnom Penh. Oltre ai morti e ai feriti ci sarebbero almeno 10 operai arrestati.

Le proteste dei lavoratori del settore tessile e non solo si sono sommate a quelle dei partiti di opposizione scesi in piazza per chiedere le dimissioni del premier Hun Sen, rieletto lo scorso luglio con una consultazione dichiarata irregolare dagli oppositori dopo 28 anni al potere.

Fonte

La roba letta fino ad ora mi ha fatto venire in mente questo pezzo:

06/03/2011

Yankee go home!


Questo è senza dubbio lo slogan che meglio rappresenta l'insopportabile peso che il modello americano ha assunto negli ultimi decenni.
Non esiste evento di una certa rilevanza che, nel bene o nel male, non s'intrecci con l'interesse americano, percepito dall'immaginario collettivo come l'unico punto di riferimento cui è lecito, se non sacrosanto, allinearsi. Conseguentemente, non esiste alcuna scelta che una popolazione possa intraprendere senza trovarsi alle spalle lo Zio Sam pronto a metterci il becco.
Dall'appoggio alla mafia in Sicilia per garantire il successo dello sbarco nel '43 alle servitù militari disseminate per mezzo mondo, da 60 anni di guerre inutili combattute per l'interesse del complesso militare-industriale alla finanza creativa, da Mc Donalds alla fashion Apple, da Johnson a Bush Jr. (che coppia di merdacce!!!) da McCarthy al Ku Klux Klan, il 90% dell'American Way è spazzatura imposta al mondo da una nazione con lo sviluppo intellettuale medio di una comunità del basso Medioevo, che pensa di darsi un tono facendosi di tanto in tanto il lifting facciale e dispensando a piene mani un proforma diplomatico che fa a cazzotti con la realtà sul campo. E' il caso dell'Obama di questi giorni, che al comando di una nazione sempre più malconcia continua a dettare la politica estera di un intero emisfero, mentre dall'altra parte del mondo, un suo generale (Petraeus) si rende autore d'affermazione che nemmeno i nazisti a Norimberga ebbero il coraggio di pronunciare.
In questo proliferare di prosopopea decennale americana, s'è fatto largo con sempre più prepotenza il vuoto lasciato dall'Europa, fino a ieri giustificato dalle divisioni nazionali, oggi coperto da un silenzio squarciato solo quando Bruxelles suona il campanello per tutelare gli interessi economici comunitari, che non a caso mai coincidono con gli interessi dei cittadini, in piena aderenza al trattato di Lisbona che pone al centro delle proprie tutele lo sviluppo del mercato al posto del singolo soggetto fisico.
Centralità del PIL insomma, in pieno stile americano, dove chi mette in discussione il sistema finisce misticamente ammazzato dall'estremista di turno.