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25/08/2013

Kissinger: una Siria balcanizzata è la soluzione migliore

Nonostante i 90 anni suonati, Henry Kissinger è ancora un uomo politico rispettato e ascoltato. Le sue doti di analista e di fine conoscitore dei gangli del potere sono apprezzati tanto dall’opinione pubblica che da enti istituzionali. Recentemente l’ex segretario di stato americano – uno dei più influenti della storia degli Stati Uniti – è stato invitato dalla Ford School Public Policy ad un convegno volto a celebrare il centenario della nascita del presidente Gerald Ford.

In occasione dell’evento, Kissinger ha dedicato qualche passaggio del suo discorso alla crisi siriana, che mai come in questo momento ha rappresentato una priorità per la Casa Bianca. “Ci sono tre possibili risultati. La vittoria di Assad. La vittoria sunnita. O un risultato in cui le varie entità concordano di coesistere, ma in regioni più o meno autonome, in modo che non possano opprimersi a vicenda. Questo è il risultato che io preferirei vedere. Ma questo non è un’opinione popolare”.

Kissinger ha contestualizzato la guerra civile in corso in un’evoluzione storica che affonda le sue radici nella fondazione della Repubblica Araba di Siria: “Prima di tutto, la Siria non è uno stato storico. E’ stato creato nella sua forma attuale nel 1920, e le è stata data questa forma in modo da facilitare il controllo del paese da parte della Francia, cosa accaduta dopo il mandato delle Nazioni Unite. Anche al paese vicino, l’Iraq, è stata data una forma strana, per facilitarne il controllo da parte dell’Inghilterra. E la forma di entrambi i paesi è stata progettata per rendere più difficile per uno di loro dominare la regione”.

Questo processo storico si riflette nella mancanza di un’unità nazionale, o, per dirla meglio, di un’unità artificiosa frutto dell’unione di tribù e gruppi etnici differenti. “[La crisi siriana] è raccontata dalla stampa americana come la lotta tra la democrazia e un dittatore – un dittatore che sta uccidendo il suo stesso popolo e che noi dobbiamo punire. Ma questo non è ciò che sta succedendo. Potrebbe essere stato iniziato da alcuni attivisti per la democrazia. Ma si tratta fondamentalmente di un conflitto settario ed etnico”.

Ecco, quindi, che vengono a mancare le basi per l’applicazione del paradigma dell’intervento umanitario. Quel concetto sviluppato dalla fine degli anni ’90 che ha permesso ai governi occidentali – principalmente attraverso la forza militare della NATO – di intervenire in paesi interessati da una guerra civile. Che diventava un affare di interesse della comunità internazionale in virtù delle gravi violazioni dei diritti umani che vi avevano luogo.

La Siria, per Henry Kissinger, non è la Libia (dove si combatteva un dittatore), non è il Kosovo (dove si doveva sventare un genocidio), non è neanche l’Iraq (dove un rais con un ego sproporzionato minacciava il mondo con presunte armi di distruzioni di massa). I 90.000 e passa morti non rappresentano una violazione dei diritti umani. La Siria è semplicemente un paese in cui è in corso una guerra tra bande che aspirano al potere. Meglio, allora, moltiplicare le poltrone e i confini.

Partendo dal presupposto che le basi della dottrina dell’intervento umanitario sono molto deboli e talvolta contestabili (perché la sua adozione presuppone l’impegno di intervenire in qualunque paese in cui si combatta una guerra civile che provoca un alto numero di morti e perché la decisione di intervenire è a discrezione di un ristretto club di potenze mondiali), l’ironia vuole che a mettere in dubbio l’opportunità di un intervento esterno in un paese terzo sia proprio Henry Kissinger.

Per compiere un altro scatto nella riflessione, fa sorridere che l’uomo che più di tutti ha fatto del paradigma della potenza il credo della propria politica (si interviene con ogni mezzo in qualunque parte del mondo rappresenti un interesse per l’America) ricorra ora a motivazioni più o meno filosofiche. Sarebbe stato più coerente dire che agli Stati Uniti non conviene intervenire in Siria vista l’impossibilità di prevedere con certezza gli esiti di una transizione di potere e visto che lo status quo assicura a Washington, in questo momento, maggiori garanzie di un cambio di regime. E, soprattutto, visti i recenti fallimenti delle campagne di Libia, Iraq e Afghanistan.

Si sarebbe potuto anche non essere d’accordo nel merito, ma almeno si era sicuri di non sentire puzza di ipocrisia. Da uno come lui, spesso senza peli sulla lingua né tantomeno sullo stomaco, c’era da aspettarsi di meglio.

Fonte

L'articolo in se e per se mi fa abbastanza cagare perché troppo mellifluo, è tuttavia utile per ampliare il discorso sul trapasso degli Stati Uniti da potenza mondiale assoluta a impero in decadenza per l'implosione economico - sociale interna e per le spinte esterne di nuove potenze che si affacciano sulla scacchiere internazionale (Russia e Cina in primis). Le parole di
Henry Kissinger dimostrano, quindi, che all'interno della classe dirigente statunitense ferve il dibattito su come gestire questo passaggio che sicuramente porterà un numero incalcolabile di sciagure tanto agli statunitensi quanto alle popolazioni del resto del mondo.

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