L’Ufficio Anticorruzione (Oficina Anticorrupción) dell’Argentina ha presentato una denuncia contro l’ex presidente Mauricio Macri per gestione fraudolenta aggravata a danno della pubblica amministrazione e appropriazione indebita.
L’attuale presidente Alberto Fernandez ha annunciato lunedì 3 marzo che sta intentando una causa contro il governo del suo predecessore per il prestito di 55 miliardi di dollari concesso dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e il grande indebitamento estero con creditori privati. Inoltre, ha incaricato le autorità competenti di determinare “chi sono stati gli autori e i partecipanti della più grande amministrazione fraudolenta e della più grande appropriazione indebita di fondi nella nostra memoria”.
I rapporti della Banca Centrale Argentina e l’audit dell’Ufficio Generale di Controllo della Nazione colpiscono l’ex ministro delle Finanze Nicolás Dujovne, l’ex ministro delle Finanze Luis Caputo e gli ex capi della Banca Centrale Adolfo Struzenegger e Guido Sandleris. I reati di cui è accusato Macri sono “frode per amministrazione fraudolenta aggravata dall’essere commessa a danno della pubblica amministrazione” e “appropriazione indebita di fondi pubblici”.
Secondo il testo della denuncia: “Il 20 giugno 2018, il FMI ha approvato un nuovo prestito, che era destinato a regolare la formazione di attivi stranieri, a danno dello Stato argentino e di tutto il popolo della Nazione, che con l’indebitamento ha sovvenzionato i profitti degli speculatori per decisione dell’accusato”.
“Gli imputati hanno fatto ricorso a diverse condotte descritte nella denuncia, dall’evitare il rispetto delle procedure legali per la decisione dell’indebitamento, evitando il Congresso Nazionale, alla falsificazione degli obiettivi del prestito. Quello che è certo è che tra maggio 2018 e fino a quando sono stati tardivamente ristabiliti controlli di cambio più severi nell’ottobre 2019, sono stati erogati quasi 44.500.000 dollari dell’importo totale concordato con il FMI”.
“Questi fondi, insieme alle riserve internazionali, hanno generato una fuga di capitali del settore privato che ha raggiunto 45.100.000, un deflusso di capitale speculativo per 11.500.000 e servizi di debito (pubblico e privato) per 36.900.000 dollari. Il processo è stato spurio perché le autorità non hanno optato per nessun’altra misura per evitare la domanda eccessiva di dollari e la fuoriuscita di questi dal mercato locale, garantendo con la loro deliberata passività la presa di profitto degli speculatori a spese del patrimonio pubblico...”.
“Non si ricorse né allo scambio compulsivo di titoli né al controllo dei cambi (che tante volte fu usato a danno dei piccoli risparmiatori nazionali) finché, negli ultimi anni del governo, i profitti, la loro dollarizzazione e la fuga furono garantiti agli speculatori”.
“Mauricio Macri nella sua veste di Presidente della Nazione; Nicolás Dujovne, nel suo ruolo di Ministro delle Finanze; Luis Andrés Caputo nella sua doppia veste di Ministro delle Finanze e Presidente della Banca Centrale […] e infine Adolfo Sturzenegger e Guido Sandleris come presidenti della Banca Centrale della Repubblica Argentina, erano incaricati dell’amministrazione dei beni e degli interessi pecuniari altrui”.
Tutti loro “hanno violato i doveri del loro ufficio, non avendo richiesto alla Legislatura Nazionale l’autorizzazione preventiva a contrarre il prestito con il FMI (sezioni 75, paragrafo 4 e 7 della Costituzione Nazionale), ed eludendo l’inclusione del prestito per l’importo corrispondente nella legge di bilancio (sezione 60 della legge 24.156), omettendo di tradurre documenti essenziali in forma legale (sezione 6 della legge n. 20.305)”.
In conclusione, “è stato un programma calcolato ed eseguito con lo scopo di generare uno straordinario trasferimento di beni dal settore pubblico a un gruppo selezionato del settore privato, a scapito dell’interesse del popolo argentino, che dovevano fedelmente gestire e custodire”.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Mauricio Macri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mauricio Macri. Mostra tutti i post
15/03/2021
17/04/2020
Argentina - Patrimoniale sulle grandi ricchezze per la lotta al Coronavirus
Lo scorso lunedì 13 aprile, la coalizione di centro-sinistra, guidata dal Frente de Todos e che sostiene il Presidente Alberto Fernández, ha presentato un disegno di legge per l’introduzione di una tassa eccezionale sui grandi patrimoni nel Paese. L’imposta, pagata in un’unica soluzione, si applicherebbe a circa 200 persone fisiche e 200 imprese con il più grande fatturato, come spiegato alla radio locale Con Vos da Hugo Yasky, deputato e segretario generale del Central de Trabajadores de la Argentina.
Il governo spera così di raccogliere 2,5 miliardi di dollari (2,3 miliardi di euro) per finanziare la campagna sanitaria contro il Covid-19 e una parte dei programmi sociali diretti specialmente alle fasce più indigenti della popolazione. Queste risorse saranno destinate a misure come l’acquisto di attrezzature mediche e di cibo per i più vulnerabili, ha aggiunto in un comunicato il deputato Carlos Heller, presidente della Commissione bilancio.
Secondo le cifre ufficiali, l’Argentina ha registrato 2.208 casi positivi di Covid-19 e 95 decessi. Dallo scorso 20 marzo, sono in vigore misure di confinamento per limitare la propagazione del contagio, almeno fino al prossimo 26 aprile. Questo per evitare che l’emergenza sanitaria aggravi ulteriormente la crisi sociale già in corso da diversi anni nel Paese. Solo i servizi essenziali come negozi di alimentari, farmacie e banche, proseguono le loro attività durante il lockdown.
L’attuale Presidente Alberto Fernández ha avviato un programma di investimenti statali per 550 miliardi di pesos (8 miliardi di dollari). Circa 12 milioni di persone si sono registrate per il reddito familiare d’emergenza (Ingreso Familiar de Emergencia) di 10.000 pesos (150 dollari); quasi 8 milioni di queste domande sono state accolte.
Le politiche neoliberiste attuate dal precedente governo Macri hanno distrutto gran parte dello Stato sociale e molte delle conquiste ottenute dai lavoratori e dalle fasce più vulnerabili della popolazione. Nel luglio 2018, quando Macri era ancora in carica, il Fondo Monetario Internazionale (FMI), allora guidato da Christine Lagarde, aveva concesso all’Argentina il più grande prestito mai accordato dall’organizzazione internazionale: 56 miliardi di dollari (52 miliardi di euro).
Dopo l’elezione di Alberto Fernández e il ritorno della sinistra progressista al governo, il 19 febbraio il FMI ha riconosciuto che il livello del debito dell’Argentina era “insostenibile” (il debito argentino ammonta a 311 miliardi di dollari, circa il 90% del PIL). Questa dichiarazione ha acceso i riflettori dei creditori e degli speculatori internazionali, pronti ad andare nuovamente all’attacco come nel 2001–2002.
Il governo di Alberto Fernández ha deciso di invertire chiaramente le politiche neoliberiste del suo predecessore Macri, dal quale ha ereditato una situazione disastrosa: profonda recessione economica, tasso di inflazione oltre il 50%, elevata disoccupazione e un tasso di cambio in fase di deprezzamento. In questo scenario, il governo argentino ha deciso di posticipare i suoi pagamenti per il rimborso del prestito al Fondo Monetario Internazionale, dando priorità all’attuazione di programmi sociali e di sostegno dell’economia del Paese.
Da parte sua, il FMI continua ad operare politicamente in maniera avversa nei confronti di quei paesi che non decidono di sottostare ai suoi pacchetti di “riforme strutturali”, fino a negare addirittura la richiesta di prestito da 5 miliardi di dollari presentata qualche giorno fa dal governo di Nicolás Maduro, facendo appello al Rapid Financing Facility (RFF), creato appositamente per aiutare i paesi colpiti dal Covid-19.
Fonte
Il governo spera così di raccogliere 2,5 miliardi di dollari (2,3 miliardi di euro) per finanziare la campagna sanitaria contro il Covid-19 e una parte dei programmi sociali diretti specialmente alle fasce più indigenti della popolazione. Queste risorse saranno destinate a misure come l’acquisto di attrezzature mediche e di cibo per i più vulnerabili, ha aggiunto in un comunicato il deputato Carlos Heller, presidente della Commissione bilancio.
Secondo le cifre ufficiali, l’Argentina ha registrato 2.208 casi positivi di Covid-19 e 95 decessi. Dallo scorso 20 marzo, sono in vigore misure di confinamento per limitare la propagazione del contagio, almeno fino al prossimo 26 aprile. Questo per evitare che l’emergenza sanitaria aggravi ulteriormente la crisi sociale già in corso da diversi anni nel Paese. Solo i servizi essenziali come negozi di alimentari, farmacie e banche, proseguono le loro attività durante il lockdown.
L’attuale Presidente Alberto Fernández ha avviato un programma di investimenti statali per 550 miliardi di pesos (8 miliardi di dollari). Circa 12 milioni di persone si sono registrate per il reddito familiare d’emergenza (Ingreso Familiar de Emergencia) di 10.000 pesos (150 dollari); quasi 8 milioni di queste domande sono state accolte.
Le politiche neoliberiste attuate dal precedente governo Macri hanno distrutto gran parte dello Stato sociale e molte delle conquiste ottenute dai lavoratori e dalle fasce più vulnerabili della popolazione. Nel luglio 2018, quando Macri era ancora in carica, il Fondo Monetario Internazionale (FMI), allora guidato da Christine Lagarde, aveva concesso all’Argentina il più grande prestito mai accordato dall’organizzazione internazionale: 56 miliardi di dollari (52 miliardi di euro).
Dopo l’elezione di Alberto Fernández e il ritorno della sinistra progressista al governo, il 19 febbraio il FMI ha riconosciuto che il livello del debito dell’Argentina era “insostenibile” (il debito argentino ammonta a 311 miliardi di dollari, circa il 90% del PIL). Questa dichiarazione ha acceso i riflettori dei creditori e degli speculatori internazionali, pronti ad andare nuovamente all’attacco come nel 2001–2002.
Il governo di Alberto Fernández ha deciso di invertire chiaramente le politiche neoliberiste del suo predecessore Macri, dal quale ha ereditato una situazione disastrosa: profonda recessione economica, tasso di inflazione oltre il 50%, elevata disoccupazione e un tasso di cambio in fase di deprezzamento. In questo scenario, il governo argentino ha deciso di posticipare i suoi pagamenti per il rimborso del prestito al Fondo Monetario Internazionale, dando priorità all’attuazione di programmi sociali e di sostegno dell’economia del Paese.
Da parte sua, il FMI continua ad operare politicamente in maniera avversa nei confronti di quei paesi che non decidono di sottostare ai suoi pacchetti di “riforme strutturali”, fino a negare addirittura la richiesta di prestito da 5 miliardi di dollari presentata qualche giorno fa dal governo di Nicolás Maduro, facendo appello al Rapid Financing Facility (RFF), creato appositamente per aiutare i paesi colpiti dal Covid-19.
Fonte
01/03/2020
L’Argentina non può pagare: storia di un default e di un ricatto
Negli ultimi giorni si è tornato a parlare
della situazione economica e politica dell’Argentina. Il nuovo governo,
espressione di tutti partiti di ispirazione peronista e guidato da
Alberto Fernandez e Cristina Fernandez de Kirchner, è salito al potere
nel dicembre dello scorso anno e sta negoziando con il Fondo Monetario
Internazionale (FMI) le condizioni per la parziale restituzione degli
enormi debiti lasciati dall’amministrazione Macri.
Va specificato che si tratta di debito denominato in valuta estera (in dollari statunitensi, nel caso argentino) che, a differenza del debito in valuta nazionale sempre finanziabile da una banca centrale, è per definizione sostenibile solo fino a che il paese dispone di riserve in valuta estera (in questo caso, di dollari). Inoltre, il debito in dollari accumulato dall’Argentina negli anni delle politiche neo-liberiste promosse dall’ex-presidente Macrì, anziché finanziare la crescita interna, ha avuto la funzione di finanziare le importazioni, di sostenere le operazioni degli speculatori finanziari, e di foraggiare i dividendi delle grandi corporazioni: tutt’altro, insomma, rispetto ad un finanziamento in deficit di interventi da parte dello Stato volti a sostenere la crescita economica del paese, e quindi a contrastare disoccupazione e povertà.
Un rapporto del Fondo Monetario Internazionale ha recentemente affermato che il debito dell’Argentina sarebbe da considerare ‘insostenibile’. Il report in questione cita:
Al margine delle vicende argentine, proprio in questi giorni si è verificato un evento significativo e rivelatore della grave ipocrisia di quelle istituzioni internazionali orientate alla promozione de paradigma neoliberista nel mondo. Pochi giorni fa si è dimessa Pinelopi Goldberg, capo-economista della Banca Mondiale, dopo che l’organizzazione si è rifiutata di pubblicare un rapporto redatto da alcuni ricercatori dell’istituzione. Il rapporto verificava che quando un Paese riceve assistenza finanziaria dall’estero, il momento dell’erogazione dei fondi coincide con un picco nei depositi presso le banche in Svizzera, a dimostrazione del fatto che i finanziamenti spesso e volentieri finiscono per finanziare fughe di capitali con finalità speculative piuttosto che la crescita economica dei paesi. Occorre precisare che l’Argentina non fa parte di questo studio, ma i risultati dell’analisi sono in chiaro contrasto con quanto previsto dallo statuto del FMI.
Nel suo statuto, infatti, il FMI, all’articolo VI, vieta la concessione di prestiti alle imprese per finanziare la “fuga di capitali”, cioè il deflusso di valuta estera dal Paese. Il governo Macri aveva eliminato tutte le barriere al deflusso di valuta estera dal paese che erano state invece elevate dal precedente governo Kirchener. Per avere un’idea più precisa del fenomeno occorre considerare che nel secondo mandato di Cristina Fernandez de Kirchner si era fissato un controllo dei cambi per cui i privati non potevano acquistare, con i loro pesos argentini, più di 2000 dollari al mese da poter tesaurizzare. Macrì ha abolito quel limite, fissandone uno, ben più alto, a 2 milioni di dollari al mese. Durante il governo Macrì la formazione di attivi esteri dall’Argentina ha raggiunto in quattro anni la cifra esorbitante di 73.156 milioni di dollari, dei quali 56.190 erano acquisto di valuta tesaurizzata.
Ebbene il governo Macrì ha ricevuto, malgrado questo, imponenti prestiti da parte dell’FMI puntualmente dirottati verso fughe di capitale degli speculatori in piena violazione dello stesso statuto del Fondo, senza che quest’ultimo abbia battuto ciglio.
Che lezione trarre dunque dal caso argentino? Le istituzioni internazionali come il FMI e la Banca mondiale sono organismi preposti a mantenere e rafforzare l’ordine neoliberista. Dietro ogni piano di salvataggio, prestito o aiuto internazionale, si celano le ingerenze della speculazione economica e finanziaria sulle scelte politiche di Stati e popoli a tutte le latitudini del mondo. Non resta che sperare che il governo Fernandez sappia resistere all’enorme pressione ristabilendo le priorità di una politica economica a favore delle classi popolari.
Fonte
Va specificato che si tratta di debito denominato in valuta estera (in dollari statunitensi, nel caso argentino) che, a differenza del debito in valuta nazionale sempre finanziabile da una banca centrale, è per definizione sostenibile solo fino a che il paese dispone di riserve in valuta estera (in questo caso, di dollari). Inoltre, il debito in dollari accumulato dall’Argentina negli anni delle politiche neo-liberiste promosse dall’ex-presidente Macrì, anziché finanziare la crescita interna, ha avuto la funzione di finanziare le importazioni, di sostenere le operazioni degli speculatori finanziari, e di foraggiare i dividendi delle grandi corporazioni: tutt’altro, insomma, rispetto ad un finanziamento in deficit di interventi da parte dello Stato volti a sostenere la crescita economica del paese, e quindi a contrastare disoccupazione e povertà.
Un rapporto del Fondo Monetario Internazionale ha recentemente affermato che il debito dell’Argentina sarebbe da considerare ‘insostenibile’. Il report in questione cita:
...sulla base dell’analisi della sostenibilità del debito del luglio 2019, il personale del FMI valuta ora che il debito dell’Argentina non è sostenibile. In particolare, la nostra opinione è che l’avanzo primario che sarebbe necessario per ridurre il debito pubblico e il fabbisogno lordo di finanziamento a livelli coerenti con un rischio di rifinanziamento gestibile e una crescita soddisfacente della produzione potenziale non è né economicamente né politicamente fattibile. Di conseguenza, è necessaria un’operazione definitiva di indebitamento, che generi un contributo significativo da parte dei creditori privati, per contribuire a ripristinare la sostenibilità del debito con un’elevata probabilità. Il personale del FMI ha sottolineato l’importanza di continuare un processo di collaborazione con i creditori privati per massimizzare la loro partecipazione all’eventuale operazione di indebitamento.Questo rapporto giunge dopo una serie di precedenti rapporti che prevedevano eccezionali prospettive economiche per l’Argentina e un ampio surplus commerciale. Previsioni evidentemente infondate e tendenziose, finalizzate a finanziare il debito per cercare di far vincere le elezioni a Macri. Ora che lo scenario politico si è ribaltato con la vittoria della coalizione peronista, il FMI cambia il suo punto di vista sulla sostenibilità del debito dell’Argentina. Se ciò, da un lato, sembrerebbe a prima vista favorire il governo Fernandez, che, con il sostegno del FMI, potrà chiedere una significativa riduzione del debito, tuttavia la concessione di tale riduzione viene subordinata ad un pacchetto di riforme neoliberiste che il FMI pretende di imporre al paese. Il pacchetto riguarderebbe, in primis, una maggior flessibilizzazione del mercato lavoro e la riforma delle pensioni. E così i sostanziosi prestiti erogati durante l’era Macrì rivelano il loro volto: quello di condizionare sin dall’inizio, tramite la partita di scambio “taglio del debito – riforme neoliberiste” la politica economica del paese nel futuro. Un simile ruolo, mutatis mutandis, era stato giocato dal FMI in Grecia dove a fronte della concessione di un pragmatico piano di parziale default si era imposta l’adozione di quelle politiche neoliberiste che hanno condotto quel paese in uno stato di profondissima crisi economica e sociale.
Al margine delle vicende argentine, proprio in questi giorni si è verificato un evento significativo e rivelatore della grave ipocrisia di quelle istituzioni internazionali orientate alla promozione de paradigma neoliberista nel mondo. Pochi giorni fa si è dimessa Pinelopi Goldberg, capo-economista della Banca Mondiale, dopo che l’organizzazione si è rifiutata di pubblicare un rapporto redatto da alcuni ricercatori dell’istituzione. Il rapporto verificava che quando un Paese riceve assistenza finanziaria dall’estero, il momento dell’erogazione dei fondi coincide con un picco nei depositi presso le banche in Svizzera, a dimostrazione del fatto che i finanziamenti spesso e volentieri finiscono per finanziare fughe di capitali con finalità speculative piuttosto che la crescita economica dei paesi. Occorre precisare che l’Argentina non fa parte di questo studio, ma i risultati dell’analisi sono in chiaro contrasto con quanto previsto dallo statuto del FMI.
Nel suo statuto, infatti, il FMI, all’articolo VI, vieta la concessione di prestiti alle imprese per finanziare la “fuga di capitali”, cioè il deflusso di valuta estera dal Paese. Il governo Macri aveva eliminato tutte le barriere al deflusso di valuta estera dal paese che erano state invece elevate dal precedente governo Kirchener. Per avere un’idea più precisa del fenomeno occorre considerare che nel secondo mandato di Cristina Fernandez de Kirchner si era fissato un controllo dei cambi per cui i privati non potevano acquistare, con i loro pesos argentini, più di 2000 dollari al mese da poter tesaurizzare. Macrì ha abolito quel limite, fissandone uno, ben più alto, a 2 milioni di dollari al mese. Durante il governo Macrì la formazione di attivi esteri dall’Argentina ha raggiunto in quattro anni la cifra esorbitante di 73.156 milioni di dollari, dei quali 56.190 erano acquisto di valuta tesaurizzata.
Ebbene il governo Macrì ha ricevuto, malgrado questo, imponenti prestiti da parte dell’FMI puntualmente dirottati verso fughe di capitale degli speculatori in piena violazione dello stesso statuto del Fondo, senza che quest’ultimo abbia battuto ciglio.
Che lezione trarre dunque dal caso argentino? Le istituzioni internazionali come il FMI e la Banca mondiale sono organismi preposti a mantenere e rafforzare l’ordine neoliberista. Dietro ogni piano di salvataggio, prestito o aiuto internazionale, si celano le ingerenze della speculazione economica e finanziaria sulle scelte politiche di Stati e popoli a tutte le latitudini del mondo. Non resta che sperare che il governo Fernandez sappia resistere all’enorme pressione ristabilendo le priorità di una politica economica a favore delle classi popolari.
Fonte
23/02/2020
Argentina - La disastrosa eredità lasciata da Christine Lagarde
Si tratta di una questione che Christine Lagarde probabilmente vorrebbe dimenticare. Perché potrebbe diventare sempre più imbarazzante. In qualità di direttore generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel luglio 2018 ha concesso all’Argentina il più grande prestito mai concesso dall’organizzazione internazionale: 56 miliardi di dollari (52 miliardi di euro).
Il 19 febbraio, il FMI ha riconosciuto che il livello del debito dell’Argentina è “insostenibile”. Ha invitato i creditori del Paese ad adottare un “approccio comprensivo” nelle discussioni con le autorità argentine.
Questa constatazione era attesa con impazienza dal nuovo governo di Alberto Fernández, che si è insediato a dicembre. Ha ereditato dal suo predecessore, il liberale Mauricio Macri, una situazione impossibile: un Paese in recessione, un tasso di inflazione del 53,8% nel 2019, uno dei più alti del mondo, e un indebitamento insostenibile.
Anche prima della sua elezione, Alberto Fernández non ha fatto mistero del fatto che una ristrutturazione del debito argentino sarebbe stata inevitabile. Uno spaventapasseri per i creditori del Paese: l’Argentina è già stata inadempiente otto volte dall’inizio del XX secolo.
Ma più che cercare di negoziare, di presentare un programma economico ritenuto “credibile” dal mondo finanziario, il nuovo presidente argentino ha lasciato spazio a dubbi sulle sue reali intenzioni, su come procederà il governo argentino.
La settimana scorsa il ministro delle Finanze argentino aveva appena svelato alcuni principi della sua azione: il governo si rifiuta, ha spiegato, di ridurre il suo deficit di bilancio quest’anno. Non prevede di raggiungere un’eccedenza di bilancio dell’1% prima del 2026.
Per chiunque abbia familiarità con il breviario del FMI, queste dichiarazioni sono simili a una dichiarazione di guerra virtuale. Tutti i principali principi del “Washington Consensus” – eccedenza di bilancio, rigore fiscale, austerità sociale – sono messi in discussione.
Eppure, il FMI ora è d’accordo con lui. “Il debito dell’Argentina è insostenibile. L’avanzo primario che sarebbe necessario per ridurre il debito pubblico e le esigenze di finanziamento coerenti con i rischi di gestione del debito e una crescita potenziale soddisfacente non è né economicamente né politicamente realizzabile”, scrive il FMI in un comunicato, dopo che i suoi team hanno esaminato tutti i conti dell’Argentina per diversi giorni a Buenos Aires.
Nel luglio 2019, durante la sua precedente revisione, il FMI aveva ancora dichiarato che il debito era “sostenibile, ma non con un’alta probabilità”. Ma all’epoca Mauricio Macri, caro a tutti gli ambienti finanziari per aver applicato alla lettera tutti i precetti neoliberali, era ancora presidente. E nessuno immaginava che non sarebbe stato rieletto, nonostante il dramma economico e sociale che il Paese stava già vivendo.
Sempre a quel tempo, Christine Lagarde, che aveva fornito a Macri un sostegno finanziario senza precedenti nella storia del FMI, era ancora Direttrice Generale dell’istituzione internazionale.
Per giustificare questo cambiamento di opinione, il FMI spiega che in Argentina è cambiato tutto in sei mesi. Il peso si è deprezzato di oltre il 40%, i tassi di interesse sul debito argentino sono aumentati di oltre l’11%, le riserve di valuta estera sono diminuite di due terzi e il PIL si è contratto più del previsto, afferma.
Ha aggiunto: “Di conseguenza, il debito pubblico è aumentato, raggiungendo quasi il 90% del PIL alla fine del 2019, il 13% in più rispetto alle proiezioni della revisione del luglio 2019. Inoltre, le autorità hanno introdotto controlli sui cambi, hanno imposto proroghe di scadenza su alcuni debiti e hanno chiesto alla banca centrale di finanziare il deficit di bilancio”.
Non è la prima volta che il FMI si sbaglia sulle previsioni di un paese. In effetti, è un grande classico per questa istituzione. L’esempio della Grecia, che avrebbe dovuto riprendersi dopo 18 mesi di austerità, è lì a dimostrarlo. Otto anni dopo, Atene non è riuscita a recuperare il calo del PIL di oltre il 20%.
Ma nel caso dell’Argentina, la riscrittura della storia è ancora più evidente. Dal 2018 l’economia argentina, che dipende in larga misura dalle sue esportazioni agricole, in particolare verso la Cina, ha cominciato a rallentare. È appena uscita da una profonda recessione scatenatasi nel 2016 a seguito di un ampio programma di riforme strutturali avviato dal governo Macri, salito al potere nel 2015.
Questo rallentamento economico è tanto più doloroso in quanto il governo argentino è stato colto alla sprovvista nella sua politica monetaria e finanziaria. Per “ridare fiducia” ai creditori internazionali, ancora “traumatizzati” dal default unilaterale dell’Argentina, deciso nel 2002 dal peronista Nestor Kirchner, Mauricio Macri, appena salito al potere, aveva deciso di firmare un compromesso con i creditori, dove erano presenti molti “fondi avvoltoio” – che avevano rifiutato la ristrutturazione del debito imposta negli anni 2000 da Buenos Aires.
Questo accordo è stato visto come una vittoria del FMI e della comunità finanziaria internazionale. L’Argentina aveva di nuovo accesso ai mercati internazionali dei capitali.
Mauricio Macri ne ha approfittato: ha indebitato il Paese a rotta di collo. Il debito pubblico, che rappresentava appena il 33% del PIL nel 2014, è balzato a più del 50% in meno di due anni. Inoltre, questi nuovi prestiti sono stati fatti in dollari. Finché la politica monetaria della Federal Reserve (FED) è molto accomodante, tutto va bene: i finanzieri internazionali, che stanno affogando nella liquidità, comprano il debito argentino in dollari, che offre tassi molto più alti del debito statunitense. Nel 2017 il governo argentino è riuscito addirittura a collocare sui mercati un’emissione centenaria al tasso del 7,1%. Successo garantito in un mondo dove i tassi di interesse sono a zero.
Ma tutto comincia ad andare male quando la FED inizia a stringere la sua politica monetaria e ad alzare i tassi. I finanziatori non vedono più il motivo di investire in Argentina, un paese rischioso, se possono beneficiare degli stessi tassi, o quasi, acquistando i buoni del Tesoro americano, considerati i titoli più sicuri al mondo. Il debito dell’Argentina affonda, mentre il paese deve far fronte a scadenze sempre più pesanti in quanto il peso scende rispetto al dollaro.
Rallentamento economico, calo della moneta, aumento del debito, problemi sociali... L’Argentina sta ricadendo nella spirale infernale del collasso economico e monetario. Nella primavera del 2018, il Paese era già sull’orlo di un’esplosione. La banca centrale è stata costretta ad alzare i tassi al 40% per contenere la caduta del peso, che ha perso circa il 30% in tre giorni rispetto al dollaro.
Ma sembrava impossibile che Donald Trump e la comunità finanziaria avrebbero abbandonato Mauricio Macri, che avrebbe dovuto incarnare la rinascita del neoliberismo in Sud America.
Tutto era pronto per aiutarlo: Christine Lagarde, alla guida del FMI, stava rispondendo favorevolmente. In pochi giorni, il FMI sbloccò 50 miliardi di dollari in linee di credito, che sarebbero successivamente aumentati a 56 miliardi.
Mai prima d’ora l’istituzione internazionale si è impegnata in tal senso con un Paese. “L’Argentina era sull’orlo di un’esplosione. L’ho fatto in modo responsabile”, ha spiegato più tardi Christine Lagarde.
Questo sostegno incondizionato del FMI avrebbe dovuto calmare la situazione. Tanto più che l’istituzione ha, come di consueto, posto delle condizioni al suo finanziamento: impone il suo programma “automatico” di stabilizzazione finanziaria e di bilancio – aumenti delle tasse, tagli alle sovvenzioni, riduzioni degli aiuti sociali. Senza porsi la minima domanda. Forse i precedenti fallimenti del Paese avrebbero potuto portare ad alcune revisioni.
“Il FMI ha investito molto – non solo denaro ma anche prestigio – per evitare un default. Il fatto che il programma non funzioni bene è un imbarazzo”, ha confessato Hector Torres, ex direttore del FMI per il Sud America nell’estate del 2019.
L’imbarazzo è che le ricette del FMI si stanno ancora una volta dimostrando totalmente inadeguate, e persino controproducenti, per l’Argentina. La recessione è tornata senza che l’inflazione sia diminuita, la disoccupazione sta esplodendo e il peso continua a scendere.
L’imbarazzo è anche legato al fatto che era chiaro dall’agosto 2019 che Mauricio Macri non sarebbe stato rieletto a novembre, come previsto, e che i rappresentanti del Peronismo, gli spaventapasseri degli ambienti finanziari, sarebbero tornati al potere.
L’imbarazzo, infine, è che il FMI, che dagli anni ’80 agisce come poliziotto per i creditori privati internazionali, è totalmente coinvolto nell’attuale fallimento dell’Argentina.
Oggi, il nuovo governo argentino eredita un debito senior (44 miliardi sono stati erogati dei 56 promessi) che non può essere né ristrutturato né denunciato, secondo lo statuto del FMI. Per ripagare il fondo da sola, si prevede che l’Argentina spenderà il 25% delle sue entrate da esportazione nel 2022 e nel 2023.
Inoltre, ci sono i creditori privati. Quest’anno il Paese deve già trovare 38,7 miliardi di dollari per far fronte ai suoi obblighi di debito. In altre parole, l’equazione finanziaria è impossibile. La ristrutturazione del debito è inevitabile e non si può escludere un’insolvenza parziale o totale, se non si raggiunge un accordo.
Il governo argentino intende fare un’offerta ai creditori il 15 marzo e spera di concludere il 31 marzo. Ci si aspetta che le discussioni siano accese e persino complicate: la ristrutturazione del debito potrebbe andare oltre il 50%. “Questo può essere difficile da vendere, perché il tempo è dalla parte dei creditori. Se vengono e dicono: “È un taglio secco del 50% e non uno sconto per diversi anni”, potrebbero dimenticarsene. Non ci sarà nessun accordo”, ha avvertito sul Financial Times un manager del fondo Ashmore, che detiene titoli argentini.
Tuttavia, bisogna fare un passo indietro rispetto alle forti grida dei creditori privati. Dopo il fallimento dell’Argentina nel 2002, i grandi fondi hanno gridato all’assassinio. Più tardi, è sembrato che la maggior parte di loro abbia venduto rapidamente i propri titoli, con un leggero sconto, durante le trattative.
La maggior parte del debito dell’Argentina è finita nei fondi di risparmio o pensionistici, e le perdite sono state di fatto sostenute dai piccoli risparmiatori, soprattutto italiani, che hanno ereditato i titoli senza chiedere nulla. Guardando al calo dei titoli argentini – che si stanno vendendo a metà del loro valore nominale – alcuni sembrano aver già anticipato la prossima ristrutturazione e hanno preso l’iniziativa.
Annunciando che il debito argentino non è più “sostenibile”, il FMI si schiera comunque dalla parte dell’Argentina. Secondo il suo Statuto, non è più permesso concedere prestiti all’Argentina, nemmeno per pagare i fondi rimanenti (12 miliardi di dollari) nell’ambito del programma 2018, fino a quando il Paese non avrà riguadagnato una soddisfacente stabilità finanziaria o non sembrerà essersi impegnato “in buona fede” in un programma di recupero.
Questo lascia spazio a un’ampia interpretazione. Il suo atteggiamento sarà diverso da quello adottato nei confronti della Grecia? Accetterà una rinegoziazione o uno scaglionamento nel tempo?
Anche se dice di essere pronto ad essere coinvolto nei negoziati con i creditori, il FMI sembra in questa fase voler prendere le distanze dal dossier argentino, che sta diventando una questione scottante. La nuova direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, ex capo della Banca Mondiale, ha annunciato di voler rivedere alcuni punti della dottrina dell’istituzione nei confronti dei paesi emergenti e di adottare un approccio più flessibile a seconda del paese.
Per dimostrare che i tempi stanno cambiando, sta anche riorganizzando la gestione dell’istituto. Due figure chiave degli anni di Lagarde – David Lipton, il numero due del FMI per nove anni, e Poul Thomsen, che ha gestito l’intero dossier sulla Grecia – stanno per lasciare l'Istituzione.
Ma ripensare il ruolo del FMI e ricostruire la sua credibilità potrebbe richiedere molto tempo. In particolare per quanto riguarda l’Argentina. Il nono fallimento del paese, ormai in vista, dimostra che le misure automatiche raccomandate dal FMI ad ogni paese non sono necessariamente la ricetta magica per tutti i problemi, contrariamente a quanto il FMI dice da più di quattro decenni.
Nel frattempo, l’istituzione potrebbe doversi spiegare sul caso argentino, che lo mette in difficoltà finanziarie. Probabilmente già questo fine settimana. Il 22 e 23 febbraio si terrà a Riyadh un vertice dei ministri delle finanze e delle banche centrali del G20. Ci saranno tutti i paesi che finanziano il FMI. E anche Christine Lagarde, come presidente della BCE.
Forse le verrà chiesto qualche chiarimento sulla sua strana gestione dell’Argentina e sull’eredità che ha lasciato?
Fonte
Il 19 febbraio, il FMI ha riconosciuto che il livello del debito dell’Argentina è “insostenibile”. Ha invitato i creditori del Paese ad adottare un “approccio comprensivo” nelle discussioni con le autorità argentine.
Questa constatazione era attesa con impazienza dal nuovo governo di Alberto Fernández, che si è insediato a dicembre. Ha ereditato dal suo predecessore, il liberale Mauricio Macri, una situazione impossibile: un Paese in recessione, un tasso di inflazione del 53,8% nel 2019, uno dei più alti del mondo, e un indebitamento insostenibile.
Anche prima della sua elezione, Alberto Fernández non ha fatto mistero del fatto che una ristrutturazione del debito argentino sarebbe stata inevitabile. Uno spaventapasseri per i creditori del Paese: l’Argentina è già stata inadempiente otto volte dall’inizio del XX secolo.
Ma più che cercare di negoziare, di presentare un programma economico ritenuto “credibile” dal mondo finanziario, il nuovo presidente argentino ha lasciato spazio a dubbi sulle sue reali intenzioni, su come procederà il governo argentino.
La settimana scorsa il ministro delle Finanze argentino aveva appena svelato alcuni principi della sua azione: il governo si rifiuta, ha spiegato, di ridurre il suo deficit di bilancio quest’anno. Non prevede di raggiungere un’eccedenza di bilancio dell’1% prima del 2026.
Per chiunque abbia familiarità con il breviario del FMI, queste dichiarazioni sono simili a una dichiarazione di guerra virtuale. Tutti i principali principi del “Washington Consensus” – eccedenza di bilancio, rigore fiscale, austerità sociale – sono messi in discussione.
Eppure, il FMI ora è d’accordo con lui. “Il debito dell’Argentina è insostenibile. L’avanzo primario che sarebbe necessario per ridurre il debito pubblico e le esigenze di finanziamento coerenti con i rischi di gestione del debito e una crescita potenziale soddisfacente non è né economicamente né politicamente realizzabile”, scrive il FMI in un comunicato, dopo che i suoi team hanno esaminato tutti i conti dell’Argentina per diversi giorni a Buenos Aires.
Nel luglio 2019, durante la sua precedente revisione, il FMI aveva ancora dichiarato che il debito era “sostenibile, ma non con un’alta probabilità”. Ma all’epoca Mauricio Macri, caro a tutti gli ambienti finanziari per aver applicato alla lettera tutti i precetti neoliberali, era ancora presidente. E nessuno immaginava che non sarebbe stato rieletto, nonostante il dramma economico e sociale che il Paese stava già vivendo.
Sempre a quel tempo, Christine Lagarde, che aveva fornito a Macri un sostegno finanziario senza precedenti nella storia del FMI, era ancora Direttrice Generale dell’istituzione internazionale.
Per giustificare questo cambiamento di opinione, il FMI spiega che in Argentina è cambiato tutto in sei mesi. Il peso si è deprezzato di oltre il 40%, i tassi di interesse sul debito argentino sono aumentati di oltre l’11%, le riserve di valuta estera sono diminuite di due terzi e il PIL si è contratto più del previsto, afferma.
Ha aggiunto: “Di conseguenza, il debito pubblico è aumentato, raggiungendo quasi il 90% del PIL alla fine del 2019, il 13% in più rispetto alle proiezioni della revisione del luglio 2019. Inoltre, le autorità hanno introdotto controlli sui cambi, hanno imposto proroghe di scadenza su alcuni debiti e hanno chiesto alla banca centrale di finanziare il deficit di bilancio”.
Non è la prima volta che il FMI si sbaglia sulle previsioni di un paese. In effetti, è un grande classico per questa istituzione. L’esempio della Grecia, che avrebbe dovuto riprendersi dopo 18 mesi di austerità, è lì a dimostrarlo. Otto anni dopo, Atene non è riuscita a recuperare il calo del PIL di oltre il 20%.
Ma nel caso dell’Argentina, la riscrittura della storia è ancora più evidente. Dal 2018 l’economia argentina, che dipende in larga misura dalle sue esportazioni agricole, in particolare verso la Cina, ha cominciato a rallentare. È appena uscita da una profonda recessione scatenatasi nel 2016 a seguito di un ampio programma di riforme strutturali avviato dal governo Macri, salito al potere nel 2015.
Questo rallentamento economico è tanto più doloroso in quanto il governo argentino è stato colto alla sprovvista nella sua politica monetaria e finanziaria. Per “ridare fiducia” ai creditori internazionali, ancora “traumatizzati” dal default unilaterale dell’Argentina, deciso nel 2002 dal peronista Nestor Kirchner, Mauricio Macri, appena salito al potere, aveva deciso di firmare un compromesso con i creditori, dove erano presenti molti “fondi avvoltoio” – che avevano rifiutato la ristrutturazione del debito imposta negli anni 2000 da Buenos Aires.
Questo accordo è stato visto come una vittoria del FMI e della comunità finanziaria internazionale. L’Argentina aveva di nuovo accesso ai mercati internazionali dei capitali.
Mauricio Macri ne ha approfittato: ha indebitato il Paese a rotta di collo. Il debito pubblico, che rappresentava appena il 33% del PIL nel 2014, è balzato a più del 50% in meno di due anni. Inoltre, questi nuovi prestiti sono stati fatti in dollari. Finché la politica monetaria della Federal Reserve (FED) è molto accomodante, tutto va bene: i finanzieri internazionali, che stanno affogando nella liquidità, comprano il debito argentino in dollari, che offre tassi molto più alti del debito statunitense. Nel 2017 il governo argentino è riuscito addirittura a collocare sui mercati un’emissione centenaria al tasso del 7,1%. Successo garantito in un mondo dove i tassi di interesse sono a zero.
Ma tutto comincia ad andare male quando la FED inizia a stringere la sua politica monetaria e ad alzare i tassi. I finanziatori non vedono più il motivo di investire in Argentina, un paese rischioso, se possono beneficiare degli stessi tassi, o quasi, acquistando i buoni del Tesoro americano, considerati i titoli più sicuri al mondo. Il debito dell’Argentina affonda, mentre il paese deve far fronte a scadenze sempre più pesanti in quanto il peso scende rispetto al dollaro.
Rallentamento economico, calo della moneta, aumento del debito, problemi sociali... L’Argentina sta ricadendo nella spirale infernale del collasso economico e monetario. Nella primavera del 2018, il Paese era già sull’orlo di un’esplosione. La banca centrale è stata costretta ad alzare i tassi al 40% per contenere la caduta del peso, che ha perso circa il 30% in tre giorni rispetto al dollaro.
Ma sembrava impossibile che Donald Trump e la comunità finanziaria avrebbero abbandonato Mauricio Macri, che avrebbe dovuto incarnare la rinascita del neoliberismo in Sud America.
Tutto era pronto per aiutarlo: Christine Lagarde, alla guida del FMI, stava rispondendo favorevolmente. In pochi giorni, il FMI sbloccò 50 miliardi di dollari in linee di credito, che sarebbero successivamente aumentati a 56 miliardi.
Mai prima d’ora l’istituzione internazionale si è impegnata in tal senso con un Paese. “L’Argentina era sull’orlo di un’esplosione. L’ho fatto in modo responsabile”, ha spiegato più tardi Christine Lagarde.
Questo sostegno incondizionato del FMI avrebbe dovuto calmare la situazione. Tanto più che l’istituzione ha, come di consueto, posto delle condizioni al suo finanziamento: impone il suo programma “automatico” di stabilizzazione finanziaria e di bilancio – aumenti delle tasse, tagli alle sovvenzioni, riduzioni degli aiuti sociali. Senza porsi la minima domanda. Forse i precedenti fallimenti del Paese avrebbero potuto portare ad alcune revisioni.
“Il FMI ha investito molto – non solo denaro ma anche prestigio – per evitare un default. Il fatto che il programma non funzioni bene è un imbarazzo”, ha confessato Hector Torres, ex direttore del FMI per il Sud America nell’estate del 2019.
L’imbarazzo è che le ricette del FMI si stanno ancora una volta dimostrando totalmente inadeguate, e persino controproducenti, per l’Argentina. La recessione è tornata senza che l’inflazione sia diminuita, la disoccupazione sta esplodendo e il peso continua a scendere.
L’imbarazzo è anche legato al fatto che era chiaro dall’agosto 2019 che Mauricio Macri non sarebbe stato rieletto a novembre, come previsto, e che i rappresentanti del Peronismo, gli spaventapasseri degli ambienti finanziari, sarebbero tornati al potere.
L’imbarazzo, infine, è che il FMI, che dagli anni ’80 agisce come poliziotto per i creditori privati internazionali, è totalmente coinvolto nell’attuale fallimento dell’Argentina.
Oggi, il nuovo governo argentino eredita un debito senior (44 miliardi sono stati erogati dei 56 promessi) che non può essere né ristrutturato né denunciato, secondo lo statuto del FMI. Per ripagare il fondo da sola, si prevede che l’Argentina spenderà il 25% delle sue entrate da esportazione nel 2022 e nel 2023.
Inoltre, ci sono i creditori privati. Quest’anno il Paese deve già trovare 38,7 miliardi di dollari per far fronte ai suoi obblighi di debito. In altre parole, l’equazione finanziaria è impossibile. La ristrutturazione del debito è inevitabile e non si può escludere un’insolvenza parziale o totale, se non si raggiunge un accordo.
Il governo argentino intende fare un’offerta ai creditori il 15 marzo e spera di concludere il 31 marzo. Ci si aspetta che le discussioni siano accese e persino complicate: la ristrutturazione del debito potrebbe andare oltre il 50%. “Questo può essere difficile da vendere, perché il tempo è dalla parte dei creditori. Se vengono e dicono: “È un taglio secco del 50% e non uno sconto per diversi anni”, potrebbero dimenticarsene. Non ci sarà nessun accordo”, ha avvertito sul Financial Times un manager del fondo Ashmore, che detiene titoli argentini.
Tuttavia, bisogna fare un passo indietro rispetto alle forti grida dei creditori privati. Dopo il fallimento dell’Argentina nel 2002, i grandi fondi hanno gridato all’assassinio. Più tardi, è sembrato che la maggior parte di loro abbia venduto rapidamente i propri titoli, con un leggero sconto, durante le trattative.
La maggior parte del debito dell’Argentina è finita nei fondi di risparmio o pensionistici, e le perdite sono state di fatto sostenute dai piccoli risparmiatori, soprattutto italiani, che hanno ereditato i titoli senza chiedere nulla. Guardando al calo dei titoli argentini – che si stanno vendendo a metà del loro valore nominale – alcuni sembrano aver già anticipato la prossima ristrutturazione e hanno preso l’iniziativa.
Annunciando che il debito argentino non è più “sostenibile”, il FMI si schiera comunque dalla parte dell’Argentina. Secondo il suo Statuto, non è più permesso concedere prestiti all’Argentina, nemmeno per pagare i fondi rimanenti (12 miliardi di dollari) nell’ambito del programma 2018, fino a quando il Paese non avrà riguadagnato una soddisfacente stabilità finanziaria o non sembrerà essersi impegnato “in buona fede” in un programma di recupero.
Questo lascia spazio a un’ampia interpretazione. Il suo atteggiamento sarà diverso da quello adottato nei confronti della Grecia? Accetterà una rinegoziazione o uno scaglionamento nel tempo?
Anche se dice di essere pronto ad essere coinvolto nei negoziati con i creditori, il FMI sembra in questa fase voler prendere le distanze dal dossier argentino, che sta diventando una questione scottante. La nuova direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, ex capo della Banca Mondiale, ha annunciato di voler rivedere alcuni punti della dottrina dell’istituzione nei confronti dei paesi emergenti e di adottare un approccio più flessibile a seconda del paese.
Per dimostrare che i tempi stanno cambiando, sta anche riorganizzando la gestione dell’istituto. Due figure chiave degli anni di Lagarde – David Lipton, il numero due del FMI per nove anni, e Poul Thomsen, che ha gestito l’intero dossier sulla Grecia – stanno per lasciare l'Istituzione.
Ma ripensare il ruolo del FMI e ricostruire la sua credibilità potrebbe richiedere molto tempo. In particolare per quanto riguarda l’Argentina. Il nono fallimento del paese, ormai in vista, dimostra che le misure automatiche raccomandate dal FMI ad ogni paese non sono necessariamente la ricetta magica per tutti i problemi, contrariamente a quanto il FMI dice da più di quattro decenni.
Nel frattempo, l’istituzione potrebbe doversi spiegare sul caso argentino, che lo mette in difficoltà finanziarie. Probabilmente già questo fine settimana. Il 22 e 23 febbraio si terrà a Riyadh un vertice dei ministri delle finanze e delle banche centrali del G20. Ci saranno tutti i paesi che finanziano il FMI. E anche Christine Lagarde, come presidente della BCE.
Forse le verrà chiesto qualche chiarimento sulla sua strana gestione dell’Argentina e sull’eredità che ha lasciato?
Fonte
28/10/2019
Argentina - Trionfo di Alberto Fernández alle elezioni
Con il 95 percento dei voti scrutinati, il candidato del Frente de Todos, Alberto Fernández, ha vinto le elezioni presidenziali in Argentina al primo turno con il 47,80 per cento dei voti, mentre l’attuale presidente Mauricio Macri ha raggiunto il 40,69 per cento, secondo la Camera Elettorale Nazionale.
Al terzo posto c’è Roberto Lavagna con il 6,17 percento, seguito da Nicolás Del Caño (2,13 percento), Juan José Gómez Centurión (1,71 percento) e José Luis Espert (1,47 percento).
Le elezioni generali si sono svolte nel mezzo di una profonda crisi sociale ed economica aggravata dopo gli “aiuti” finanziari concordati tra il governo di Macri e il Fondo Monetario Internazionale (FMI).
Secondo i rapporti dell’Istituto Nazionale di Censimento e Statistica (Indec) durante i quattro anni del governo di Mauricio Macri gli indici associati alla povertà multidimensionale, la precarizzazione lavorativa e un forte diminuzione della qualità della vita ha colpito il popolo argentino per effetto delle politiche di neoliberismo selvaggio applicate.
Il presidente argentino, Mauricio Macri, ha riconosciuto la sua sconfitta e si è congratulato con il suo avversario, Alberto Fernández, per aver ottenuto la vittoria al primo turno, senza la necessità di andare al ballottaggio.
“Mi sono congratulato con Fernandez, ha fatto un’ottima elezione”, ha affermato l’attuale presidente di fronte ai suoi seguaci, che cederanno il comando al leader peronista dal 10 dicembre. Ha anche aggiunto: “Ho invitato il presidente eletto a fare colazione domani”.
D’altra parte, il leader della destra locale ha ritenuto importante raggiungere un processo di transizione nelle settimane che rimangono al comando del Paese sudamericano: “Metterò sempre il bene comune sopra qualsiasi cosa”, ha dichiarato.
Fonte
Al terzo posto c’è Roberto Lavagna con il 6,17 percento, seguito da Nicolás Del Caño (2,13 percento), Juan José Gómez Centurión (1,71 percento) e José Luis Espert (1,47 percento).
Le elezioni generali si sono svolte nel mezzo di una profonda crisi sociale ed economica aggravata dopo gli “aiuti” finanziari concordati tra il governo di Macri e il Fondo Monetario Internazionale (FMI).
Secondo i rapporti dell’Istituto Nazionale di Censimento e Statistica (Indec) durante i quattro anni del governo di Mauricio Macri gli indici associati alla povertà multidimensionale, la precarizzazione lavorativa e un forte diminuzione della qualità della vita ha colpito il popolo argentino per effetto delle politiche di neoliberismo selvaggio applicate.
Il presidente argentino, Mauricio Macri, ha riconosciuto la sua sconfitta e si è congratulato con il suo avversario, Alberto Fernández, per aver ottenuto la vittoria al primo turno, senza la necessità di andare al ballottaggio.
“Mi sono congratulato con Fernandez, ha fatto un’ottima elezione”, ha affermato l’attuale presidente di fronte ai suoi seguaci, che cederanno il comando al leader peronista dal 10 dicembre. Ha anche aggiunto: “Ho invitato il presidente eletto a fare colazione domani”.
D’altra parte, il leader della destra locale ha ritenuto importante raggiungere un processo di transizione nelle settimane che rimangono al comando del Paese sudamericano: “Metterò sempre il bene comune sopra qualsiasi cosa”, ha dichiarato.
Fonte
06/10/2019
Argentina - “El Patapum Liberal” di Macri con tanto di moratoria e inflazione alle stelle
Il 23 agosto, ad appena due mesi dalle elezioni presidenziali, il ministro delle Finanze argentino, Hernán Lacunza ed il presidente della Banca Centrale Argentina, Guido Sandleris, comunicavano al FMI e alle banche creditrici che il presidente Macri richiedeva una moratoria, annullando tutti i pagamenti fissati nei prossimi sei mesi. In seguito, il 5 settembre, l’impalcatura politica del liberismo cominciava a sgretolarsi quando l’IPC (Indice dei Prezzi per i Consumatori) rivelava che negli ultimi 12 mesi l’inflazione era salita fino al 54,4%!
Di conseguenza, ”El Patapum Liberal” (Il Capitombolo Liberista) del presidente Mauricio Macri, avveniva il 25 settembre, quando l’INDEC (Istituto Nazionale di Statistiche e Censimenti) dichiarava che nei quattro anni di governo neoliberista – cioè dal 10 dicembre 2015 fino al 15 settembre 2019 – l’inflazione è sempre stata fuori controllo, sommando in questi quattro anni uno spaventoso indice di crescita, pari al 230%. Vale a dire una media inflazionista annuale del 73%!
Una rivelazione che ha lasciato di stucco la maggior parte degli argentini, che solo ora hanno scoperto che il “meraviglioso programma economico liberista del governo Macri, lodato da Trump e dalle eccellenze di Wall Street”, in realtà si è rivelato “una trampa”, vale a dire un programma fallimentare, che ha fatto crescere, in maniera sproporzionata, il disinvestimento, la disoccupazione e soprattutto l’inflazione. Infatti, molti aspetti della crisi economica argentina hanno provocato un rapido abbassamento della qualità di vita e, soprattutto, hanno fatto regredire l’efficienza dei servizi pubblici, riportando l’Argentina indietro nel tempo.
Per questi motivi, la negativa conduzione delle politiche sociali da parte del governo Macri e l’incapacità di correggere gli effetti della crisi economica ha reso sempre più evidente il cosiddetto “Patapum Liberal”. Un contesto che si contrappone frontalmente a quello del governo di Cristina Fernandez Kirchner che, nel 2015, secondo l’INDEC e la Banca Mondiale, aveva registrato un bassissimo indice di disoccupazione (4,4%) e l’inflazione nell’orbita del 20%.
È evidente che la dichiarazione di moratoria, l’esplosione dell’inflazione e le pessime condizioni di vita dei lavoratori e di gran parte della classe media dovrebbero aver messo fine al sogno elettorale di Mauricio Macri. Ho usato il condizionale “dovrebbero”, perché la contraddittoria storia elettorale argentina può riservarci qualche amara sorpresa, come è accaduto nel 2015, quando Sergio Massa – un importante alleato del “Frente de Todos” – abbandonò la coalizione creata da Cristina Fernandez Kirchner per concorrere in qualità di indipendente. Una decisione che fu determinante per la vittoria di Macri.
La seconda sorpresa può venire dalla definizione dei comportamenti dei principali settori della classe media, totalmente spoliticizzati e sempre pronti a seguire le parole d’ordine dei mass media. In particolare la numerosa classe media della capitale Buenos Aires, sempre disposta ad accettare le manipolazioni del gruppo Clarin (giornali, riviste, radio e TV-Canal Trece) e quelle delle due TV concorrenti, la “Telefe” della multinazionale Viacom e la “Time-Warner” del gruppo statunitense Turner-HBO. Infatti, nonostante la drammatica situazione economica e sociale, la maggior parte dei mass media continuano a giustificare l’operato di Macri e del suo governo e, logicamente, a riproporre agli elettori i contraddittori concetti dell’economia neoliberista e la relazione di dipendenza dagli Stati Uniti. Purtroppo, nel primo turno delle elezioni presidenziali, una grande parte della classe media ha ascoltato la “voce del padrone”, votando per Mauricio Macri che in questo modo ha ottenuto il 32,5% di preferenze.
Un risultato che riapre il discorso sulla complessità politica della società argentina e sulle posizioni dei differenti settori della classe media. Infatti, in questi ultimi quattro anni, i maldestri progetti di riforma economica e monetarista del ministro Hernán Lacunza hanno fatto soffrire abbastanza la classe media, che però è rimasta aggrappata all’ottusa posizione ideologica dello storico anti-peronismo, solo perché il “Frente di Todos” di Cristina Fernandéz Kirchner è molto legata ai lavoratori e ai sindacati, rappresentando un nuovo centrosinistra argentino, progressista e disposto a dialogare con la sinistra. Elementi che i mass media esplorano “ad hoc”, per promuovere e alimentare un autentico “odio di classe”, che in questi ultimi anni ha registrato una notevole crescita non solo in Argentina, ma anche in Brasile e in Venezuela.
I vari perché del “Patapum”
Oggi, i critici del programma economico del governo Macri, non legati all’opposizione peronista o alla sinistra, ammettono che gli errori commessi da Macri e dal suo governo, non sarebbero errori politici, ma, bensì, errori tecnici di ambito finanziario, imputabili a quei ministri che poi furono sostituiti nel 2018. Una giustificazione che è diventata il cavallo di battaglia degli editorialisti del “Clarin”, di “Canal Trece” e di “Telefe” a cui l’opposizione risponde ricordando che Macri aveva fatto sognare l’elettorato promettendo di abbassare l’inflazione dal 20% all’8% e, addirittura, di estirpare la povertà!
Comunque il principale elemento del “Patapum Politico” di Macri sono stati i continui aumenti dei prezzi, nei mesi di giugno e luglio, di tutti i generi alimentari, soprattutto quelli più popolari, come il latte, gli ortaggi, il pane ecc. Prodotti che nel mese di agosto sommavano aumenti pari al 58,6%. Di conseguenza, l’11 agosto, nel primo turno delle elezioni presidenziali, il peronista Alberto Fernandez, candidato della coalizione “Frente de Todos” (Frontedi Tutti) vinceva con il 47,66% .
La vittoria di Fernandez e quindi il ritorno di Cristina Fernandez Kirchner nella Casa Rosada in qualità di vice presidente, ha fatto impazzire di rabbia la “razza padrona” che, in questo primo turno, è stata battuta a livello nazionale, pregiudicando l’elezione di vari governatori e di molti deputati. Comunque la vittoria del “Frente de Todos” , è stata significativa soprattutto nel Distretto Autonomo della capitale Buenos Aires che per anni è stata governata da Macri, rappresentando la formula vincente del programma neoliberista.
È necessario sottolineare che l’immagine politica del presidente Macri e la sua credibilità sono degenerati, quando ha richiesto la moratoria annunciando il “non pagamento” durante i prossimi sei mesi. Una moratoria che agli argentini, ricchi e poveri, ha fatto ricordare i drammatici mesi del 2001, quando si intravedevano con chiarezza i primi segnali dell’imminente default, vale a dire la bancarotta. Una correlazione di situazioni che nel mese di settembre hanno fatto esplodere il cambio del dollaro parallelo e logicamente il suo “invio” nelle banche “Off-Shore” dell’Uruguay e del Paraguay.
Le “malelingue di sinistra” – cioè quelle che secondo i santoni dei mass media italiani userebbero linguaggi sessantotteschi – sostengono che la maggior parte dei 57 miliardi di dollari sono stati utilizzati per finanziare gli interessi e l’ingordigia della “razza padrona”, proprio come avvenne in passato durante i governi dittatoriali e poi con quelli neoliberisti. Una tesi che indirettamente trova sostegno nelle parole del presidente della Banca Centrale Argentina, Guido Sandleris, che mette in causa la “poca competenza e quindi un uso imprudente delle riserve monetarie internazionali”.
Quindi, sempre in parole sessantottesche, significa che il clan di Macri si è appropriato di gran parte dei 57 miliardi di dollari prestati dal FMI come, in passato, fecero i vari Menem, Galtieri, Viola, Videla, Ongania, Lanusse, senza dimenticare “El Brujo” (Lo Stregone), cioè José López Rega, il fedele segretario di Peron e ministro di Isabelita, che con i fondi del Tesoro argentino finanziò la “Triplice A”, con cui, in Argentina, iniziò il dramma della “guerra suja” e dei “desaparecidos”.
Frente de Todos
Pochi ricordano, ed i santoni della “grande stampa” evitano di rievocare quello che successe nel 2015 in Argentina ed in Brasile, quando il Dipartimento di Stato e la CIA del democratico Barak Obama, ottennero due importanti vittorie politiche, grazie ad alcune macchinazioni giuridiche. Infatti, in Brasile si sviluppò il falso Impeachment per deporre il presidente Dilma Roussef, porre fine ai governi del PT e portare Lula in prigione con una scandalosa condanna per corruzione.
Invece, in Argentina, gli uomini del Dipartimento di Stato e le antenne della CIA “consigliarono” il giudice federale Claudio Bonadio ad istruire 6 processi contro la presidente Cristina Fernández Kirchner, proprio negli ultimi sei mesi del mandato. In questo modo fu abbastanza facile destabilizzare la campagna elettorale attaccando l’immagine politica di Cristina Fernández Kirchner, fondatrice del “Frente de Todos”, per poi dividere l’elettorato. Una manipolazione che fu molto ben orchestrata dai mass media, sottolineando che il gruppo editoriale “Clarim” ha avuto un ruolo determinante nella vittoria di Mauricio Macri.
Oggi il “Frente de Todos” – dopo gli gli infortuni mediatici ed anche gli errori commessi nella campagna elettorale del 2015 – si presenta come una coalizione molto più aperta e pragmatica, che riunisce tutte le correnti peroniste del “Partido Justicialista”, il “Frente Renovador” di Sergio Massa, i settori radicali che alla guida di Leopoldo Moreau hanno formato il “Movimiento Nacional Alfonsinista”, e poi il “Partido de la Concertacion” di Gustavo Lopez, il “Proyeto Sur” di Pino Solanas, il “Partido Socialista de Buenos Aires” diretto da Jorge Rivas, il “Partido Solidario” di Carlos Helles, il “Nuovo Encontro” creato da Martin Sabbatella e altri gruppi minori legati al movimento popolare.
Le due grandi centrali sindacali, la “CGT” (Confederacion General del Trabajo) e la “CTA” (Central de Trabajadores de la Argentina), che rappresentano il 70% del movimento sindacale argentino, sono i grandi alleati del “Frente de Todos” – che, in questo modo, si presenta agli elettori in forma unitaria come il nuovo centrosinistra argentino.
Quindi se questa coalizione di centro-sinistra si manterrà unita e se non ripeterà gli errori del 2015, la vittoria di Alberto Fernandéz e di Cristina Kirchner contribuirà, enormemente, ad allentare il capestro geostrategico che gli Stati Uniti, o meglio l’imperialismo statunitense, è riuscito ad imporre sulla sovranità dell’Argentina e di molti altri paesi dell’America Latina.
Fonte
Di conseguenza, ”El Patapum Liberal” (Il Capitombolo Liberista) del presidente Mauricio Macri, avveniva il 25 settembre, quando l’INDEC (Istituto Nazionale di Statistiche e Censimenti) dichiarava che nei quattro anni di governo neoliberista – cioè dal 10 dicembre 2015 fino al 15 settembre 2019 – l’inflazione è sempre stata fuori controllo, sommando in questi quattro anni uno spaventoso indice di crescita, pari al 230%. Vale a dire una media inflazionista annuale del 73%!
Una rivelazione che ha lasciato di stucco la maggior parte degli argentini, che solo ora hanno scoperto che il “meraviglioso programma economico liberista del governo Macri, lodato da Trump e dalle eccellenze di Wall Street”, in realtà si è rivelato “una trampa”, vale a dire un programma fallimentare, che ha fatto crescere, in maniera sproporzionata, il disinvestimento, la disoccupazione e soprattutto l’inflazione. Infatti, molti aspetti della crisi economica argentina hanno provocato un rapido abbassamento della qualità di vita e, soprattutto, hanno fatto regredire l’efficienza dei servizi pubblici, riportando l’Argentina indietro nel tempo.
Per questi motivi, la negativa conduzione delle politiche sociali da parte del governo Macri e l’incapacità di correggere gli effetti della crisi economica ha reso sempre più evidente il cosiddetto “Patapum Liberal”. Un contesto che si contrappone frontalmente a quello del governo di Cristina Fernandez Kirchner che, nel 2015, secondo l’INDEC e la Banca Mondiale, aveva registrato un bassissimo indice di disoccupazione (4,4%) e l’inflazione nell’orbita del 20%.
È evidente che la dichiarazione di moratoria, l’esplosione dell’inflazione e le pessime condizioni di vita dei lavoratori e di gran parte della classe media dovrebbero aver messo fine al sogno elettorale di Mauricio Macri. Ho usato il condizionale “dovrebbero”, perché la contraddittoria storia elettorale argentina può riservarci qualche amara sorpresa, come è accaduto nel 2015, quando Sergio Massa – un importante alleato del “Frente de Todos” – abbandonò la coalizione creata da Cristina Fernandez Kirchner per concorrere in qualità di indipendente. Una decisione che fu determinante per la vittoria di Macri.
La seconda sorpresa può venire dalla definizione dei comportamenti dei principali settori della classe media, totalmente spoliticizzati e sempre pronti a seguire le parole d’ordine dei mass media. In particolare la numerosa classe media della capitale Buenos Aires, sempre disposta ad accettare le manipolazioni del gruppo Clarin (giornali, riviste, radio e TV-Canal Trece) e quelle delle due TV concorrenti, la “Telefe” della multinazionale Viacom e la “Time-Warner” del gruppo statunitense Turner-HBO. Infatti, nonostante la drammatica situazione economica e sociale, la maggior parte dei mass media continuano a giustificare l’operato di Macri e del suo governo e, logicamente, a riproporre agli elettori i contraddittori concetti dell’economia neoliberista e la relazione di dipendenza dagli Stati Uniti. Purtroppo, nel primo turno delle elezioni presidenziali, una grande parte della classe media ha ascoltato la “voce del padrone”, votando per Mauricio Macri che in questo modo ha ottenuto il 32,5% di preferenze.
Un risultato che riapre il discorso sulla complessità politica della società argentina e sulle posizioni dei differenti settori della classe media. Infatti, in questi ultimi quattro anni, i maldestri progetti di riforma economica e monetarista del ministro Hernán Lacunza hanno fatto soffrire abbastanza la classe media, che però è rimasta aggrappata all’ottusa posizione ideologica dello storico anti-peronismo, solo perché il “Frente di Todos” di Cristina Fernandéz Kirchner è molto legata ai lavoratori e ai sindacati, rappresentando un nuovo centrosinistra argentino, progressista e disposto a dialogare con la sinistra. Elementi che i mass media esplorano “ad hoc”, per promuovere e alimentare un autentico “odio di classe”, che in questi ultimi anni ha registrato una notevole crescita non solo in Argentina, ma anche in Brasile e in Venezuela.
I vari perché del “Patapum”
Oggi, i critici del programma economico del governo Macri, non legati all’opposizione peronista o alla sinistra, ammettono che gli errori commessi da Macri e dal suo governo, non sarebbero errori politici, ma, bensì, errori tecnici di ambito finanziario, imputabili a quei ministri che poi furono sostituiti nel 2018. Una giustificazione che è diventata il cavallo di battaglia degli editorialisti del “Clarin”, di “Canal Trece” e di “Telefe” a cui l’opposizione risponde ricordando che Macri aveva fatto sognare l’elettorato promettendo di abbassare l’inflazione dal 20% all’8% e, addirittura, di estirpare la povertà!
Comunque il principale elemento del “Patapum Politico” di Macri sono stati i continui aumenti dei prezzi, nei mesi di giugno e luglio, di tutti i generi alimentari, soprattutto quelli più popolari, come il latte, gli ortaggi, il pane ecc. Prodotti che nel mese di agosto sommavano aumenti pari al 58,6%. Di conseguenza, l’11 agosto, nel primo turno delle elezioni presidenziali, il peronista Alberto Fernandez, candidato della coalizione “Frente de Todos” (Frontedi Tutti) vinceva con il 47,66% .
La vittoria di Fernandez e quindi il ritorno di Cristina Fernandez Kirchner nella Casa Rosada in qualità di vice presidente, ha fatto impazzire di rabbia la “razza padrona” che, in questo primo turno, è stata battuta a livello nazionale, pregiudicando l’elezione di vari governatori e di molti deputati. Comunque la vittoria del “Frente de Todos” , è stata significativa soprattutto nel Distretto Autonomo della capitale Buenos Aires che per anni è stata governata da Macri, rappresentando la formula vincente del programma neoliberista.
È necessario sottolineare che l’immagine politica del presidente Macri e la sua credibilità sono degenerati, quando ha richiesto la moratoria annunciando il “non pagamento” durante i prossimi sei mesi. Una moratoria che agli argentini, ricchi e poveri, ha fatto ricordare i drammatici mesi del 2001, quando si intravedevano con chiarezza i primi segnali dell’imminente default, vale a dire la bancarotta. Una correlazione di situazioni che nel mese di settembre hanno fatto esplodere il cambio del dollaro parallelo e logicamente il suo “invio” nelle banche “Off-Shore” dell’Uruguay e del Paraguay.
Le “malelingue di sinistra” – cioè quelle che secondo i santoni dei mass media italiani userebbero linguaggi sessantotteschi – sostengono che la maggior parte dei 57 miliardi di dollari sono stati utilizzati per finanziare gli interessi e l’ingordigia della “razza padrona”, proprio come avvenne in passato durante i governi dittatoriali e poi con quelli neoliberisti. Una tesi che indirettamente trova sostegno nelle parole del presidente della Banca Centrale Argentina, Guido Sandleris, che mette in causa la “poca competenza e quindi un uso imprudente delle riserve monetarie internazionali”.
Quindi, sempre in parole sessantottesche, significa che il clan di Macri si è appropriato di gran parte dei 57 miliardi di dollari prestati dal FMI come, in passato, fecero i vari Menem, Galtieri, Viola, Videla, Ongania, Lanusse, senza dimenticare “El Brujo” (Lo Stregone), cioè José López Rega, il fedele segretario di Peron e ministro di Isabelita, che con i fondi del Tesoro argentino finanziò la “Triplice A”, con cui, in Argentina, iniziò il dramma della “guerra suja” e dei “desaparecidos”.
Frente de Todos
Pochi ricordano, ed i santoni della “grande stampa” evitano di rievocare quello che successe nel 2015 in Argentina ed in Brasile, quando il Dipartimento di Stato e la CIA del democratico Barak Obama, ottennero due importanti vittorie politiche, grazie ad alcune macchinazioni giuridiche. Infatti, in Brasile si sviluppò il falso Impeachment per deporre il presidente Dilma Roussef, porre fine ai governi del PT e portare Lula in prigione con una scandalosa condanna per corruzione.
Invece, in Argentina, gli uomini del Dipartimento di Stato e le antenne della CIA “consigliarono” il giudice federale Claudio Bonadio ad istruire 6 processi contro la presidente Cristina Fernández Kirchner, proprio negli ultimi sei mesi del mandato. In questo modo fu abbastanza facile destabilizzare la campagna elettorale attaccando l’immagine politica di Cristina Fernández Kirchner, fondatrice del “Frente de Todos”, per poi dividere l’elettorato. Una manipolazione che fu molto ben orchestrata dai mass media, sottolineando che il gruppo editoriale “Clarim” ha avuto un ruolo determinante nella vittoria di Mauricio Macri.
Oggi il “Frente de Todos” – dopo gli gli infortuni mediatici ed anche gli errori commessi nella campagna elettorale del 2015 – si presenta come una coalizione molto più aperta e pragmatica, che riunisce tutte le correnti peroniste del “Partido Justicialista”, il “Frente Renovador” di Sergio Massa, i settori radicali che alla guida di Leopoldo Moreau hanno formato il “Movimiento Nacional Alfonsinista”, e poi il “Partido de la Concertacion” di Gustavo Lopez, il “Proyeto Sur” di Pino Solanas, il “Partido Socialista de Buenos Aires” diretto da Jorge Rivas, il “Partido Solidario” di Carlos Helles, il “Nuovo Encontro” creato da Martin Sabbatella e altri gruppi minori legati al movimento popolare.
Le due grandi centrali sindacali, la “CGT” (Confederacion General del Trabajo) e la “CTA” (Central de Trabajadores de la Argentina), che rappresentano il 70% del movimento sindacale argentino, sono i grandi alleati del “Frente de Todos” – che, in questo modo, si presenta agli elettori in forma unitaria come il nuovo centrosinistra argentino.
Quindi se questa coalizione di centro-sinistra si manterrà unita e se non ripeterà gli errori del 2015, la vittoria di Alberto Fernandéz e di Cristina Kirchner contribuirà, enormemente, ad allentare il capestro geostrategico che gli Stati Uniti, o meglio l’imperialismo statunitense, è riuscito ad imporre sulla sovranità dell’Argentina e di molti altri paesi dell’America Latina.
Fonte
30/09/2019
Argentina: neoliberismo, dipendenza e spiragli di riscatto
L’11 agosto scorso si sono tenute in
Argentina le cosiddette “elezioni primarie aperte simultanee e
obbligatorie” (PASO). Si tratta di elezioni primarie, estese a tutti i
cittadini, volte alla scelta dei candidati del partito votato, eletti a
maggioranza semplice per concorrere alle elezioni generali che si
svolgeranno il prossimo 27 ottobre. Nella sostanza, oltre ad
identificare i candidati, questo tipo di elezione rappresenta un banco
di prova e un segnale molto importante per le elezioni generali. I
candidati principali erano Mauricio Macri (Partido Cambiemos – attuale presidente, insediatosi nel dicembre 2015) alleato con una parte molto minoritaria del Peronismo (rappresentata da Miguel Pichetto) e, dall’altra parte, Alberto Fernández, una figura che gode di un ampio sostegno della maggioranza del Peronismo in alleanza con Cristina Fernández de Kirchner (il
precedente presidente, dal 2007 al 2015). Due poli opposti e due
visioni antitetiche della politica economica, su cui vale la pena fare
alcune riflessioni in vista dell’imminente appuntamento elettorale.
Il governo di Mauricio Macri, campione del neoliberismo più estremo, terminerà il suo mandato a dicembre 2019 con poche possibilità di essere rieletto. Macri, il delfino dei poteri forti internazionali, aveva impostato la propaganda pre e post-elettorale prima della propria legislatura su tre promesse ‘slogan’ finalizzate ad infarcire un programma di puro attacco agli interessi delle classi popolari:
1. lotta contro il traffico di droga;
2. azzeramento della povertà;
3. riunire gli argentini in una società profondamente divisa.
Si è trattato, ovviamente, di tre slogan del tutto vuoti. Il primo, quello della lotta al traffico di droga, è una consueta parola d’ordine usata ad arte in numerosi paesi sudamericani come grimaldello ideologico per favorire le ingerenze statunitensi. Con la scusa della lotta al narcotraffico gli Stati Uniti hanno al contrario favorito i grandi traffici di droga che dilaniano le società sud-americane e influito pesantemente, anche tramite questa via, sulla vita socio-politica dei paesi. Emblematico il caso della Colombia.
Il secondo e il terzo slogan risuonano come mere bugie utili a nascondere quel programma neoliberista interamente basato sull’esplicito obiettivo di accrescere la povertà e le disuguaglianze sociali. Dietro lo slogan di “unire gli argentini”, in sintonia con quanto storicamente accaduto con tutti i governi dittatoriali o democratici di destra, si è cercato di colpire il peronismo come movimento popolare. Vale la pena ricordare che la storia del movimento peronista, ispirato alla figura del presidente argentino Juan Domingo Peron, è il risultato di un connubio di ideologie ed anime estremamente differenziate, che tuttavia, in estrema approssimazione, al di là degli esiti storici contraddittori e della involuzione conservatrice del secondo Peron nella storia argentina, può dirsi ispirato idealmente ad una visione sociale dell’economia, una promozione degli interessi del lavoro e una difesa della sovranità nazionale dalle ingerenze imperialiste. Elementi, almeno sulla carta, in parte ripresi in modo sfumato anche dal neo-peronismo di oggi.
La lotta ideologica e politica di Macri contro il peronismo è passata per una martellante propaganda mediatica sulle presunte condizioni di decadenza economica del paese attribuite al governo precedente (2003-2015) di Christina Kirchner. Il ritornello usato dal neoliberista Macri è stato quello di una “bomba” sociale in procinto di esplodere lasciata in eredità dai peronisti accusati di spendere e spandere in barba alla disciplina finanziaria (una storiella non troppo diversa da quella raccontata per i paesi mediterranei...).
Oltre agli aspetti propagandistici, nei fatti, il governo Macri ha deciso di applicare praticamente lo stesso piano economico dell’ultima dittatura civile-militare, il cui principale protagonista economico fu José Martínez de Hoz. Un programma tragicamente seguito alla lettera da diversi paesi dell’America Latina negli anni ’70, fedelmente tracciato dalle scuole neoliberiste facenti capo ai cosiddetti Chicago boys, riprodotto meticolosamente dal presidente argentino: svalutazione della divisa nazionale per favorire le imprese esportatrici; riduzione delle imposte sulle esportazioni (aventi il merito storico di tenere bassi i prezzi interni in particolare dei prodotti agricoli), con un immediato effetto di aumento dei prezzi dei prodotti alimentari; liberalizzazione delle tariffe dei servizi pubblici con susseguente aumento dei prezzi; incentivo alle importazioni, che ha generato un drammatico aumento del debito estero (contratto in valuta estera). Come conseguenza di questa politica si è avuto un rapido aumento della disoccupazione. Allo stesso tempo è stata adottata una politica monetaria di aumenti continui dei tassi di interesse. La conseguenza, voluta, di questa politica è stata una riduzione dei salari reali e un aumento dei profitti delle imprese, in particolare, del settore agricolo, bancario e finanziario. Per afferrare in modo immediato i risultati deleteri conseguiti dall’agenda neoliberista del governo Macri può essere utile osservare la tabella sottostante, che riporta degli indicatori economici relativi al 2015 (alla fine del governo Fernandez) e nel 2019. Si nota come nell’era Macri vi sia stato contestualmente un aumento della disoccupazione, del debito estero, dell’inflazione e del tasso di interesse a tutto vantaggio dei profitti d’impresa.
‘La migliore squadra degli ultimi 50 anni’, così come ama definirsi l’attuale governo argentino, ha peggiorato dunque tutti gli indicatori economici e sociali esistenti.
Malgrado l’evidente fallimento sociale ed economico di Macri, l’esito delle elezioni dell’11 agosto deve essere considerato una sorpresa. Il governo Macri, infatti, ha beneficiato del supporto assoluto dei grandi gruppi di comunicazione, in particolare il gruppo Clarín (TV, giornali, Internet, telefonia cellulare). Il governo godeva pertanto di una sorta di “protezione mediatica” che rendeva le critiche pressoché inesistenti o relegate a canali di informazione secondari. Tutti i media in effetti pronosticavano con grandi probabilità una rielezione di Macri e incolpavano il precedente governo della situazione economica del paese. Alla fine, la realtà del disagio popolare ha prevalso e il duo Fernández-Fernández ha ottenuto il 49,49% (12 milioni di voti circa) mentre il duo Macri-Pichetto si è fermato al 32,9% (8 milioni di voti circa), ribaltando radicalmente i risultati delle precedenti elezioni.
Dopo le elezioni primarie, la compagine governativa è entrata nel caos. In primo luogo, il risultato ha determinato una reazione immediata del settore finanziario che aveva entusiasticamente appoggiato Macri sin dall’inizio della sua ascesa, con il crollo degli indici borsistici nel giorno di apertura dei mercati. Ciò ha generato una corsa alla vendita del Peso argentino che il governo non ha potuto fermare. Inoltre, i risparmiatori hanno cercato di ritirare quanto più possibile i loro risparmi in dollari, facendo così cadere le riserve estere di dollari (detenute dalla banca centrale argentina). Ciò ha contribuito ad un’ulteriore svalutazione del Peso, al fronte di rinnovati timori circa la capacità dell’Argentina di far fronte agli obblighi in valuta estera. Il governo, quindi, è entrato nel panico e ha stabilito di posticipare il pagamento dei titoli del debito pubblico in scadenza per frenare in qualche modo la picchiata del Peso argentino, temendo che la maggiore liquidità in Pesos in circolo derivante dal rimborso a scadenza dei bond venisse convertita in dollari. Si è trattato, di fatto, di un ‘default selettivo’ così come lo hanno definito le agenzie di rating. Ciò ha dato luogo ad un avvitamento della situazione sfociata infine nella decisione del Fondo monetario internazionale di non erogare una parte dei prestiti concordati prima con il paese. Il governo, dopo un paio di giorni di stallo, ha infine applicato un controllo diretto sulla valuta. Una delle misure che era stata tra le più criticate nei confronti del precedente governo perché giudicata “limitativa delle libertà individuali” (il governo Kirchner aveva stabilito il controllo dei cambi dal 2011 al 2015), è stata puntualmente attuata in condizioni emergenziali dal governo Macri.
In questo scenario si inseriscono anche le relazioni con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Durante l’ultimo anno di governo Macri (nello specifico, dal giugno 2018), l’FMI ha concesso all’Argentina 45 miliardi di dollari: si tratta di una cifra record per l’FMI, mai prestata prima in un solo anno ad un paese. Anche per questo motivo l’Argentina è diventato il primo paese debitore del Fondo, i cui vertici hanno recentemente dichiarato che, tuttavia, per la prossima tranche di aiuti occorrerà attendere l’esito delle elezioni di ottobre. Un ulteriore capitolo di una triste storia di ingerenza da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, capitanate proprio dal FMI, che da molto tempo considerano l’Argentina un vero e proprio laboratorio preferenziale per l’attuazione di riforme neoliberiste.
Questa fase caotica precede e prepara il momento fatidico delle elezioni del 27 ottobre quando i due poli si affronteranno nuovamente e verrà determinato l’esito delle elezioni generali.
Da un lato Mauricio Macri e Miguel Angel Pichetto, i campioni del neoliberismo, fedeli servitori degli interessi stranieri e dell’imperialismo economico statunitense, sostenitori di un programma politico-economico che ripropone le ricette devastanti già sperimentate sino ad oggi: indebitamento estero, aumento della dipendenza del paese dal commercio internazionale, ulteriore riduzione dei salari e dello Stato sociale, riduzione delle imposte sul capitale, in particolare sui grandi gruppi agrari e il settore finanziario. Una piattaforma esplicitamente orientata a colpire gli interessi delle classi popolari.
Dall’altro lato Anibal Fernandez accompagnato da Chirstina Fernandenz de Kirchner si presentano come il volto moderato del peronismo alternando in un equilibrismo precario propositi di progresso sociale e un moderatismo di politica economica non esplicitamente dirompente rispetto agli equilibri attuali. Del resto il grado di libertà della politica economica del paese è strettamente legato ai problemi della bilancia dei pagamenti dovuti ad una forte limitazione di valutazione estera in dollari ed ai problemi di indebitamento con il Fondo monetario internazionale vero cavallo di Troia usato dagli USA come strumento di ingerenza nello sviluppo del paese.
La possibilità, nel caso di vittoria elettorale, dei neo-peronisti di portare avanti una significativa politica di progresso sociale ed economico delle classi subalterne dipenderà dalla volontà e capacità di far uscire il paese dalla propria posizione di subalternità e dipendenza dagli USA e dal commercio internazionale, che nel quinquennio del governo Macri si è gravemente approfondita facendo tornare l’Argentina agli anni bui della crisi del 2001.
Fonte
Il governo di Mauricio Macri, campione del neoliberismo più estremo, terminerà il suo mandato a dicembre 2019 con poche possibilità di essere rieletto. Macri, il delfino dei poteri forti internazionali, aveva impostato la propaganda pre e post-elettorale prima della propria legislatura su tre promesse ‘slogan’ finalizzate ad infarcire un programma di puro attacco agli interessi delle classi popolari:
1. lotta contro il traffico di droga;
2. azzeramento della povertà;
3. riunire gli argentini in una società profondamente divisa.
Si è trattato, ovviamente, di tre slogan del tutto vuoti. Il primo, quello della lotta al traffico di droga, è una consueta parola d’ordine usata ad arte in numerosi paesi sudamericani come grimaldello ideologico per favorire le ingerenze statunitensi. Con la scusa della lotta al narcotraffico gli Stati Uniti hanno al contrario favorito i grandi traffici di droga che dilaniano le società sud-americane e influito pesantemente, anche tramite questa via, sulla vita socio-politica dei paesi. Emblematico il caso della Colombia.
Il secondo e il terzo slogan risuonano come mere bugie utili a nascondere quel programma neoliberista interamente basato sull’esplicito obiettivo di accrescere la povertà e le disuguaglianze sociali. Dietro lo slogan di “unire gli argentini”, in sintonia con quanto storicamente accaduto con tutti i governi dittatoriali o democratici di destra, si è cercato di colpire il peronismo come movimento popolare. Vale la pena ricordare che la storia del movimento peronista, ispirato alla figura del presidente argentino Juan Domingo Peron, è il risultato di un connubio di ideologie ed anime estremamente differenziate, che tuttavia, in estrema approssimazione, al di là degli esiti storici contraddittori e della involuzione conservatrice del secondo Peron nella storia argentina, può dirsi ispirato idealmente ad una visione sociale dell’economia, una promozione degli interessi del lavoro e una difesa della sovranità nazionale dalle ingerenze imperialiste. Elementi, almeno sulla carta, in parte ripresi in modo sfumato anche dal neo-peronismo di oggi.
La lotta ideologica e politica di Macri contro il peronismo è passata per una martellante propaganda mediatica sulle presunte condizioni di decadenza economica del paese attribuite al governo precedente (2003-2015) di Christina Kirchner. Il ritornello usato dal neoliberista Macri è stato quello di una “bomba” sociale in procinto di esplodere lasciata in eredità dai peronisti accusati di spendere e spandere in barba alla disciplina finanziaria (una storiella non troppo diversa da quella raccontata per i paesi mediterranei...).
Oltre agli aspetti propagandistici, nei fatti, il governo Macri ha deciso di applicare praticamente lo stesso piano economico dell’ultima dittatura civile-militare, il cui principale protagonista economico fu José Martínez de Hoz. Un programma tragicamente seguito alla lettera da diversi paesi dell’America Latina negli anni ’70, fedelmente tracciato dalle scuole neoliberiste facenti capo ai cosiddetti Chicago boys, riprodotto meticolosamente dal presidente argentino: svalutazione della divisa nazionale per favorire le imprese esportatrici; riduzione delle imposte sulle esportazioni (aventi il merito storico di tenere bassi i prezzi interni in particolare dei prodotti agricoli), con un immediato effetto di aumento dei prezzi dei prodotti alimentari; liberalizzazione delle tariffe dei servizi pubblici con susseguente aumento dei prezzi; incentivo alle importazioni, che ha generato un drammatico aumento del debito estero (contratto in valuta estera). Come conseguenza di questa politica si è avuto un rapido aumento della disoccupazione. Allo stesso tempo è stata adottata una politica monetaria di aumenti continui dei tassi di interesse. La conseguenza, voluta, di questa politica è stata una riduzione dei salari reali e un aumento dei profitti delle imprese, in particolare, del settore agricolo, bancario e finanziario. Per afferrare in modo immediato i risultati deleteri conseguiti dall’agenda neoliberista del governo Macri può essere utile osservare la tabella sottostante, che riporta degli indicatori economici relativi al 2015 (alla fine del governo Fernandez) e nel 2019. Si nota come nell’era Macri vi sia stato contestualmente un aumento della disoccupazione, del debito estero, dell’inflazione e del tasso di interesse a tutto vantaggio dei profitti d’impresa.
| Indicatore economico-sociale | Governo Cristina Fernández de Kirchner (dati 2015) | Governo Mauricio Macri (dati 2019) |
| Tasso di disoccupazione | 5,6% | 10,1% |
| Incidenza della povertà (% della popolazione totale) | 29,2% | 35% |
| Debito estero netto (espresso in % del PIL) | 18,1% (dato 2013) | 48% |
| Tasso di inflazione medio annuo | 30% | 60% |
| Tasso di cambio (quanti Pesos argentino per un Dollaro americano) | 9,84 | 57 |
| Tasso di interesse medio annuo | 30% | 75% |
‘La migliore squadra degli ultimi 50 anni’, così come ama definirsi l’attuale governo argentino, ha peggiorato dunque tutti gli indicatori economici e sociali esistenti.
Malgrado l’evidente fallimento sociale ed economico di Macri, l’esito delle elezioni dell’11 agosto deve essere considerato una sorpresa. Il governo Macri, infatti, ha beneficiato del supporto assoluto dei grandi gruppi di comunicazione, in particolare il gruppo Clarín (TV, giornali, Internet, telefonia cellulare). Il governo godeva pertanto di una sorta di “protezione mediatica” che rendeva le critiche pressoché inesistenti o relegate a canali di informazione secondari. Tutti i media in effetti pronosticavano con grandi probabilità una rielezione di Macri e incolpavano il precedente governo della situazione economica del paese. Alla fine, la realtà del disagio popolare ha prevalso e il duo Fernández-Fernández ha ottenuto il 49,49% (12 milioni di voti circa) mentre il duo Macri-Pichetto si è fermato al 32,9% (8 milioni di voti circa), ribaltando radicalmente i risultati delle precedenti elezioni.
Dopo le elezioni primarie, la compagine governativa è entrata nel caos. In primo luogo, il risultato ha determinato una reazione immediata del settore finanziario che aveva entusiasticamente appoggiato Macri sin dall’inizio della sua ascesa, con il crollo degli indici borsistici nel giorno di apertura dei mercati. Ciò ha generato una corsa alla vendita del Peso argentino che il governo non ha potuto fermare. Inoltre, i risparmiatori hanno cercato di ritirare quanto più possibile i loro risparmi in dollari, facendo così cadere le riserve estere di dollari (detenute dalla banca centrale argentina). Ciò ha contribuito ad un’ulteriore svalutazione del Peso, al fronte di rinnovati timori circa la capacità dell’Argentina di far fronte agli obblighi in valuta estera. Il governo, quindi, è entrato nel panico e ha stabilito di posticipare il pagamento dei titoli del debito pubblico in scadenza per frenare in qualche modo la picchiata del Peso argentino, temendo che la maggiore liquidità in Pesos in circolo derivante dal rimborso a scadenza dei bond venisse convertita in dollari. Si è trattato, di fatto, di un ‘default selettivo’ così come lo hanno definito le agenzie di rating. Ciò ha dato luogo ad un avvitamento della situazione sfociata infine nella decisione del Fondo monetario internazionale di non erogare una parte dei prestiti concordati prima con il paese. Il governo, dopo un paio di giorni di stallo, ha infine applicato un controllo diretto sulla valuta. Una delle misure che era stata tra le più criticate nei confronti del precedente governo perché giudicata “limitativa delle libertà individuali” (il governo Kirchner aveva stabilito il controllo dei cambi dal 2011 al 2015), è stata puntualmente attuata in condizioni emergenziali dal governo Macri.
In questo scenario si inseriscono anche le relazioni con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Durante l’ultimo anno di governo Macri (nello specifico, dal giugno 2018), l’FMI ha concesso all’Argentina 45 miliardi di dollari: si tratta di una cifra record per l’FMI, mai prestata prima in un solo anno ad un paese. Anche per questo motivo l’Argentina è diventato il primo paese debitore del Fondo, i cui vertici hanno recentemente dichiarato che, tuttavia, per la prossima tranche di aiuti occorrerà attendere l’esito delle elezioni di ottobre. Un ulteriore capitolo di una triste storia di ingerenza da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, capitanate proprio dal FMI, che da molto tempo considerano l’Argentina un vero e proprio laboratorio preferenziale per l’attuazione di riforme neoliberiste.
Questa fase caotica precede e prepara il momento fatidico delle elezioni del 27 ottobre quando i due poli si affronteranno nuovamente e verrà determinato l’esito delle elezioni generali.
Da un lato Mauricio Macri e Miguel Angel Pichetto, i campioni del neoliberismo, fedeli servitori degli interessi stranieri e dell’imperialismo economico statunitense, sostenitori di un programma politico-economico che ripropone le ricette devastanti già sperimentate sino ad oggi: indebitamento estero, aumento della dipendenza del paese dal commercio internazionale, ulteriore riduzione dei salari e dello Stato sociale, riduzione delle imposte sul capitale, in particolare sui grandi gruppi agrari e il settore finanziario. Una piattaforma esplicitamente orientata a colpire gli interessi delle classi popolari.
Dall’altro lato Anibal Fernandez accompagnato da Chirstina Fernandenz de Kirchner si presentano come il volto moderato del peronismo alternando in un equilibrismo precario propositi di progresso sociale e un moderatismo di politica economica non esplicitamente dirompente rispetto agli equilibri attuali. Del resto il grado di libertà della politica economica del paese è strettamente legato ai problemi della bilancia dei pagamenti dovuti ad una forte limitazione di valutazione estera in dollari ed ai problemi di indebitamento con il Fondo monetario internazionale vero cavallo di Troia usato dagli USA come strumento di ingerenza nello sviluppo del paese.
La possibilità, nel caso di vittoria elettorale, dei neo-peronisti di portare avanti una significativa politica di progresso sociale ed economico delle classi subalterne dipenderà dalla volontà e capacità di far uscire il paese dalla propria posizione di subalternità e dipendenza dagli USA e dal commercio internazionale, che nel quinquennio del governo Macri si è gravemente approfondita facendo tornare l’Argentina agli anni bui della crisi del 2001.
Fonte
23/08/2019
Il risveglio dell’Argentina
Alberto Fernandez e Cristina Kirchner, candidati della sinistra peronista, hanno sconfitto il Presidente Macrì alle primarie per le elezioni presidenziali del prossimo autunno: 47 contro 32 per cento il durissimo verdetto. Quindici punti di differenza che possono trasformarsi in distanza incolmabile. È stata una di quelle batoste che il presidente argentino di origini italiane, dai modi gentili e dalle idee rozze, con amicizie discutibili e politiche devastatrici, difficilmente dimenticherà. La relazione tra fallimento economico del governo e crisi di consensi pare ineludibile.
L’umiliazione di Macrì è la risposta degli elettori alle devastanti politiche ultraliberiste decise di concerto con il Fondo Monetario Internazionale. Come già avvenne con la sua musa ispiratrice, Menem, sostenuto dall’emissario dei fondi speculativi, Domingo Cavallo, la cura turbo liberista imposta agli argentini ha lastricato di fame, disoccupazione ed incertezza l’intero paese.
A rendere evidente a livello mediatico ciò che non si voleva vedere a livello socioeconomico, è arrivato il pesantissimo tonfo della Borsa di Buenos Aires il giorno seguente al voto delle primarie. Lo S&P Merval Index ha chiuso in calo del 37,93%. Particolarmente penalizzati i titoli dei settori finanziario ed energetico, i cosiddetti fondi buitre, per intenderci. Il Peso è stato drammaticamente, ulteriormente svalutato del 34% tornando ai livelli raggiunti all’insediamento dello stesso Macrì nel 2015.
È vero che le Borse internazionali soffrono in quasi tutte le piazze del mondo, ripercussione delle dichiarazioni di Trump sulla difficoltà di arrivare ad un accordo con la Cina sui dazi e di quanto avviene ad Hong Kong, dove gli Stati Uniti stanno spingendo sull’acceleratore della destabilizzazione politica e finanziaria in funzione anticinese.
Ma se nelle altre piazze le perdite sono fisiologiche, a Buenos Aires sono state devastanti.
Certo che per gli speculatori (definiti elegantemente “investitori privati o istituzionali”) la vittoria della sinistra in Argentina non è – né potrebbe mai essere – una buona notizia: i loro profitti sono a rischio di fronte ad un governo che si occupasse del bene pubblico. Dunque niente di strano che il mercato azionario e valutario veda il ritorno della sinistra come una sicura inversione delle priorità socioeconomiche del Paese e tema seriamente per i suoi interessi speculativi. Davvero non si ripeterebbe quanto deciso da Macrì, ovvero il ricorso al Fondo monetario internazionale per un prestito da 56 miliardi di dollari legato a un programma di riforme (come viene eufemisticamemente chiamato lo smantellamento del sistema universalistico di garanzie). E l’enorme problema è che gran parte del debito argentino (circa l’80%) è in dollari e il crollo del Peso rende costosissimo ripagarlo. Poi certo, come sempre, al FMI non interessa che lo si paghi, semmai che lo si rinnovi a interessi ogni volta più salati, in modo da stabilire attraverso la leva debitoria, il controllo totale sulle politiche economiche argentine.
Macrì ha indicato nella fuga dei capitali il rischio di una vittoria della sinistra peronista: ma la verità è che i capitali scappano con Macrì ed è proprio nel tentativo di mettere un freno alla loro fuga che la Banca Centrale è intervenuta oltre ogni limite, alzando il TUS (tasso di sconto) a livelli impensabili.
Si è insomma di fronte ad un generale fallimento delle politiche di riordino finanziario sostenute con l’azzeramento della spesa pubblica e del welfare, che hanno colpito le classi popolari e la stessa classe media e generato un vero e proprio apartheid sociale nel Paese, determinando l’impoverimento di massa, la contrazione fortissima della domanda e la riduzione al minimo dei consumi interni, l’aumento dei fenomeni delinquenziali e la corsa alla speculazione ed al mercato nero della valuta.
E se a livello microeconomico l’Argentina soffre il peso delle politiche neoliberiste, nemmeno a livello macroeconomico queste mostrano le loro virtù: i diritti sociali sono stati calpestati senza che il bilancio dello Stato ne abbia tratto giovamento. A fine 2018, infatti, il debito era pari all’86% del Pil e mentre l’Fmi prevedeva che alla fine del 2019 sarebbe sceso attorno al 75%, ora sui mercati si prevede che arriverà al 100 per 100.
È questo esito nefasto dell’applicazione delle ricette turbo liberiste che ha determinato il risultato delle primarie e confermerà alle elezioni la sconfitta di Macrì, che viene ora sfiduciato anche dai mercati. Perché l’esposizione debitoria alla quale Macrì ha condannato l’Argentina genera le preoccupazioni di chi ha investito ma che ora, nella crescita di ben 45 punti del “rischio paese”, teme di trovarsi a breve-medio termine con titoli di Stato (che hanno ceduto il 17%, colpito anche il famoso, ridicolo, Bond Centenario) ridotti in prospettiva a carta straccia.
I media internazionali, soprattutto quelli legati mani e piedi all’ideologia turbo liberista (in Italia spicca La Repubblica, ovviamente), sono con le mani tra i capelli. Denunciano autentico terrore di fronte alla possibilità che la sinistra torni al governo; vedono il neoliberismo minacciato dal sovranismo ma dimenticano che il sovranista per eccellenza, Donald Trump, è alleato di Macrì e non di Cristina. Tra lo stiraggio delle bretelle e quello della chioma, un autonominato analista economico si domanda come sia possibile che un esemplare dell’establishment finanziario possa essere sconfitto. Gli basterebbe leggere alcuni dati argentini per capirlo.
Il paese viaggia in recessione, con una inflazione superiore al 50%, un tasso di povertà al 35% della popolazione e con tassi di interesse al 64%! L’impoverimento massiccio di oltre la metà della popolazione, milioni di lavoratori espulsi dalle aziende, l’azzeramento del welfare, la repressione violenta, hanno trasformato l’Argentina in un buco nero. Dunque perché stupirsi se il voto popolare lo castiga?
Per allarmare l’elettorato, i media ufficiali presentano la possibile vittoria della sinistra peronista con il rischio default, perché il governo di sinistra potrebbe non riconoscere il debito contratto da quello di destra in carica. Ma la storia argentina insegna esattamente il contrario: il default avvenne soprattutto per colpa del governo Menem e fu invece quello di Nestor Kirchner a guidare l’Argentina alla ripresa economica proprio grazie al rifiuto delle ricette del FMI.
Tanta paura da parte dei sacerdoti dell’impero del Dollaro è però comprensibile: non c’è solo il testo argentino ma anche il contesto latinoamericano. La vittoria di Alberto Fernandez e Cristina Kirschner alle elezioni del prossimo autunno altererebbe in profondità, infatti, tutto lo scacchiere latinoamericano, data l’enorme importanza politica, economica e militare dell’Argentina. Le conseguenze della vittoria della sinistra, quindi, non restituirebbero solo l’Argentina ai suoi abitanti ma potrebbero innescare un generale cambio di contesto per l’area Sud del continente e si ripercuoterebbero positivamente sulla resistenza del Venezuela, della Bolivia, del Nicaragua e di Cuba. Entrerebbe in crisi la strategia statunitense che utilizza gli uni contro gli altri i paesi latinoamericani, facendo perno sui regimi reazionari di Bogotà, Brasilia, Buenos Aires e Santiago per indebolire il blocco dell’ALBA e ridurre la potenza politica, evocativa persino, dell’unità latinoamericana contro il Nord imperiale.
Con il Messico e l’Uruguay al suo fianco, l’Argentina determinerebbe un nuovo quadro politico latinoamericano, con ripercussioni sulla stessa esistenza – e comunque sulla funzionalità – del Gruppo di Lima. Non solo: lo stesso Brasile risentirebbe dell’effetto contagio. In una sorta di domino, che ha sempre caratterizzato i movimenti elettorali nel Cono Sud, Brasilia, alle prese con una protesta popolare massiccia contro la privatizzazione dell’istruzione e della salute e con una crisi di fiducia delle stesse élite finanziarie e militari nei confronti del governo, potrebbe risentire del cambio di linea politica del paese vicino e, ove si concretizzasse il ritorno in campo di Lula, si arriverebbe a breve-medio termine alla chiusura della parentesi nazievangelica di Bolsonaro.
Insomma a Buenos Aires si gioca una buona parte della partita del prossimo futuro tra il blocco democratico e socialista latinoamericano e la destra agli ordini di Washington. L’altra sera a Buenos Aires i festeggiamenti per il risultato delle primarie offrivano all’ascolto una musica seducente; il tango della ribellione ha ora una sua data prefissata.
Fonte
L’umiliazione di Macrì è la risposta degli elettori alle devastanti politiche ultraliberiste decise di concerto con il Fondo Monetario Internazionale. Come già avvenne con la sua musa ispiratrice, Menem, sostenuto dall’emissario dei fondi speculativi, Domingo Cavallo, la cura turbo liberista imposta agli argentini ha lastricato di fame, disoccupazione ed incertezza l’intero paese.
A rendere evidente a livello mediatico ciò che non si voleva vedere a livello socioeconomico, è arrivato il pesantissimo tonfo della Borsa di Buenos Aires il giorno seguente al voto delle primarie. Lo S&P Merval Index ha chiuso in calo del 37,93%. Particolarmente penalizzati i titoli dei settori finanziario ed energetico, i cosiddetti fondi buitre, per intenderci. Il Peso è stato drammaticamente, ulteriormente svalutato del 34% tornando ai livelli raggiunti all’insediamento dello stesso Macrì nel 2015.
È vero che le Borse internazionali soffrono in quasi tutte le piazze del mondo, ripercussione delle dichiarazioni di Trump sulla difficoltà di arrivare ad un accordo con la Cina sui dazi e di quanto avviene ad Hong Kong, dove gli Stati Uniti stanno spingendo sull’acceleratore della destabilizzazione politica e finanziaria in funzione anticinese.
Ma se nelle altre piazze le perdite sono fisiologiche, a Buenos Aires sono state devastanti.
Certo che per gli speculatori (definiti elegantemente “investitori privati o istituzionali”) la vittoria della sinistra in Argentina non è – né potrebbe mai essere – una buona notizia: i loro profitti sono a rischio di fronte ad un governo che si occupasse del bene pubblico. Dunque niente di strano che il mercato azionario e valutario veda il ritorno della sinistra come una sicura inversione delle priorità socioeconomiche del Paese e tema seriamente per i suoi interessi speculativi. Davvero non si ripeterebbe quanto deciso da Macrì, ovvero il ricorso al Fondo monetario internazionale per un prestito da 56 miliardi di dollari legato a un programma di riforme (come viene eufemisticamemente chiamato lo smantellamento del sistema universalistico di garanzie). E l’enorme problema è che gran parte del debito argentino (circa l’80%) è in dollari e il crollo del Peso rende costosissimo ripagarlo. Poi certo, come sempre, al FMI non interessa che lo si paghi, semmai che lo si rinnovi a interessi ogni volta più salati, in modo da stabilire attraverso la leva debitoria, il controllo totale sulle politiche economiche argentine.
Macrì ha indicato nella fuga dei capitali il rischio di una vittoria della sinistra peronista: ma la verità è che i capitali scappano con Macrì ed è proprio nel tentativo di mettere un freno alla loro fuga che la Banca Centrale è intervenuta oltre ogni limite, alzando il TUS (tasso di sconto) a livelli impensabili.
Si è insomma di fronte ad un generale fallimento delle politiche di riordino finanziario sostenute con l’azzeramento della spesa pubblica e del welfare, che hanno colpito le classi popolari e la stessa classe media e generato un vero e proprio apartheid sociale nel Paese, determinando l’impoverimento di massa, la contrazione fortissima della domanda e la riduzione al minimo dei consumi interni, l’aumento dei fenomeni delinquenziali e la corsa alla speculazione ed al mercato nero della valuta.
E se a livello microeconomico l’Argentina soffre il peso delle politiche neoliberiste, nemmeno a livello macroeconomico queste mostrano le loro virtù: i diritti sociali sono stati calpestati senza che il bilancio dello Stato ne abbia tratto giovamento. A fine 2018, infatti, il debito era pari all’86% del Pil e mentre l’Fmi prevedeva che alla fine del 2019 sarebbe sceso attorno al 75%, ora sui mercati si prevede che arriverà al 100 per 100.
È questo esito nefasto dell’applicazione delle ricette turbo liberiste che ha determinato il risultato delle primarie e confermerà alle elezioni la sconfitta di Macrì, che viene ora sfiduciato anche dai mercati. Perché l’esposizione debitoria alla quale Macrì ha condannato l’Argentina genera le preoccupazioni di chi ha investito ma che ora, nella crescita di ben 45 punti del “rischio paese”, teme di trovarsi a breve-medio termine con titoli di Stato (che hanno ceduto il 17%, colpito anche il famoso, ridicolo, Bond Centenario) ridotti in prospettiva a carta straccia.
I media internazionali, soprattutto quelli legati mani e piedi all’ideologia turbo liberista (in Italia spicca La Repubblica, ovviamente), sono con le mani tra i capelli. Denunciano autentico terrore di fronte alla possibilità che la sinistra torni al governo; vedono il neoliberismo minacciato dal sovranismo ma dimenticano che il sovranista per eccellenza, Donald Trump, è alleato di Macrì e non di Cristina. Tra lo stiraggio delle bretelle e quello della chioma, un autonominato analista economico si domanda come sia possibile che un esemplare dell’establishment finanziario possa essere sconfitto. Gli basterebbe leggere alcuni dati argentini per capirlo.
Il paese viaggia in recessione, con una inflazione superiore al 50%, un tasso di povertà al 35% della popolazione e con tassi di interesse al 64%! L’impoverimento massiccio di oltre la metà della popolazione, milioni di lavoratori espulsi dalle aziende, l’azzeramento del welfare, la repressione violenta, hanno trasformato l’Argentina in un buco nero. Dunque perché stupirsi se il voto popolare lo castiga?
Per allarmare l’elettorato, i media ufficiali presentano la possibile vittoria della sinistra peronista con il rischio default, perché il governo di sinistra potrebbe non riconoscere il debito contratto da quello di destra in carica. Ma la storia argentina insegna esattamente il contrario: il default avvenne soprattutto per colpa del governo Menem e fu invece quello di Nestor Kirchner a guidare l’Argentina alla ripresa economica proprio grazie al rifiuto delle ricette del FMI.
Tanta paura da parte dei sacerdoti dell’impero del Dollaro è però comprensibile: non c’è solo il testo argentino ma anche il contesto latinoamericano. La vittoria di Alberto Fernandez e Cristina Kirschner alle elezioni del prossimo autunno altererebbe in profondità, infatti, tutto lo scacchiere latinoamericano, data l’enorme importanza politica, economica e militare dell’Argentina. Le conseguenze della vittoria della sinistra, quindi, non restituirebbero solo l’Argentina ai suoi abitanti ma potrebbero innescare un generale cambio di contesto per l’area Sud del continente e si ripercuoterebbero positivamente sulla resistenza del Venezuela, della Bolivia, del Nicaragua e di Cuba. Entrerebbe in crisi la strategia statunitense che utilizza gli uni contro gli altri i paesi latinoamericani, facendo perno sui regimi reazionari di Bogotà, Brasilia, Buenos Aires e Santiago per indebolire il blocco dell’ALBA e ridurre la potenza politica, evocativa persino, dell’unità latinoamericana contro il Nord imperiale.
Con il Messico e l’Uruguay al suo fianco, l’Argentina determinerebbe un nuovo quadro politico latinoamericano, con ripercussioni sulla stessa esistenza – e comunque sulla funzionalità – del Gruppo di Lima. Non solo: lo stesso Brasile risentirebbe dell’effetto contagio. In una sorta di domino, che ha sempre caratterizzato i movimenti elettorali nel Cono Sud, Brasilia, alle prese con una protesta popolare massiccia contro la privatizzazione dell’istruzione e della salute e con una crisi di fiducia delle stesse élite finanziarie e militari nei confronti del governo, potrebbe risentire del cambio di linea politica del paese vicino e, ove si concretizzasse il ritorno in campo di Lula, si arriverebbe a breve-medio termine alla chiusura della parentesi nazievangelica di Bolsonaro.
Insomma a Buenos Aires si gioca una buona parte della partita del prossimo futuro tra il blocco democratico e socialista latinoamericano e la destra agli ordini di Washington. L’altra sera a Buenos Aires i festeggiamenti per il risultato delle primarie offrivano all’ascolto una musica seducente; il tango della ribellione ha ora una sua data prefissata.
Fonte
17/08/2019
Argentina. Imponente mobilitazione popolare: “Macri dimettiti ora!”
Giovedì scorso in Argentina è stata giornata nazionale di lotta con mobilitazioni popolari nelle principali città del paese, e decine di movimenti popolari che hanno affermato come “il debito è con il popolo, non con il FMI”.
Nella città di Buenos Aires, da metà mattina, le pentole popolari hanno iniziato a scaldare lo stufato che ha alimentato migliaia di persone umili colpite dalla forte svalutazione degli ultimi giorni e dal già forte aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Per questo motivo, le organizzazioni convocanti hanno sollevato tra le loro richieste una legge sull’emergenza alimentare e come primo punto un “aumento dei salari di emergenza”.
Guidati dalle organizzazioni FOL, Fronte Popolare Darío Santillan, FOB, MTD Aníbal Veron, MULCS, Polo Obrero e OLP più di cinquantamila persone si sono concentrata a la Plaza de Mayo per chiedere che il governo nazionale di Macri fermasse le misure antipopolari per pagare il debito al Fmi.
Da mezzogiorno di giovedì, migliaia e migliaia di disoccupati provenienti da dozzine di organizzazioni, hanno installato pentole popolari nell’Obelisco, alcune in Avenida de Mayo e in via 9 luglio altre ancora.
Successivamente intorno alle 14 sono convenute in Plaza de Mayo, in una marcia che ha impressionato gli organizzatori e gli osservatori per la massiccia partecipazione. Secondo le stime degli organizzatori, il numero ha superato i 50 mila lavoratori.
Alla fine, hanno preso la parola una dozzina di oratori di queste organizzazioni, così come i leader delle fabbriche recuperate e gli insegnanti.
Tra i relatori, Nora Biaggio di Tribuna Docente, ha chiesto un’azione comune promossa da disoccupati e lavoratori della Plenaria del sindacato combattivo: “Non aspettiamo, usciamo in strada”. Ha chiesto “di condizionare il prossimo governo che sta già vedendo come finanziare il debito con il FMI”. “Questo governo deve andare via prima di dicembre, non vogliamo più povertà e fame”, è stato un altro degli slogan più applauditi.
Allo stesso modo, Gabriela de la Rosa del Polo Obrero ha dichiarato: “Vogliamo cibo migliore e maggiore sulle tavole. Non possiamo acquistare i prodotti, questa è la politica di questo governo. Sono i garanti del FMI che devono essere cacciati da questo paese. Il movimento operaio deve organizzare più fortemente gli operai e la gente dei quartieri popolari, per un congresso “piquetero” che definisca un piano di lotta e un programma”.
Il documento di convocazione afferma che il 70% della popolazione ha respinto le politiche di aggiustamento del governo nazionale riferendosi alle elezioni di domenica scorsa, mentre da un atto senza palcoscenico, Ignacio Matos dell’OLP ha affermato “Macri devi arrenderti ora!“
Dall’alto, governo e opposizione, cercano di garantire la governabilità che sostiene l’attuale governo sconfitto senza condizionare il futuro governo. Dal basso, il ronzio del calabrone inizia a muoversi, mentre alcuni sostengono una “transizione ordinata” e sempre più espressioni chiedono dimissioni immediate di Mauricio Macri, mentre avanzano un programma di richieste ad Alberto Fernández che potrebbe sostituirlo.
Fonte
Nella città di Buenos Aires, da metà mattina, le pentole popolari hanno iniziato a scaldare lo stufato che ha alimentato migliaia di persone umili colpite dalla forte svalutazione degli ultimi giorni e dal già forte aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Per questo motivo, le organizzazioni convocanti hanno sollevato tra le loro richieste una legge sull’emergenza alimentare e come primo punto un “aumento dei salari di emergenza”.
Guidati dalle organizzazioni FOL, Fronte Popolare Darío Santillan, FOB, MTD Aníbal Veron, MULCS, Polo Obrero e OLP più di cinquantamila persone si sono concentrata a la Plaza de Mayo per chiedere che il governo nazionale di Macri fermasse le misure antipopolari per pagare il debito al Fmi.
Da mezzogiorno di giovedì, migliaia e migliaia di disoccupati provenienti da dozzine di organizzazioni, hanno installato pentole popolari nell’Obelisco, alcune in Avenida de Mayo e in via 9 luglio altre ancora.
Successivamente intorno alle 14 sono convenute in Plaza de Mayo, in una marcia che ha impressionato gli organizzatori e gli osservatori per la massiccia partecipazione. Secondo le stime degli organizzatori, il numero ha superato i 50 mila lavoratori.
Alla fine, hanno preso la parola una dozzina di oratori di queste organizzazioni, così come i leader delle fabbriche recuperate e gli insegnanti.
Tra i relatori, Nora Biaggio di Tribuna Docente, ha chiesto un’azione comune promossa da disoccupati e lavoratori della Plenaria del sindacato combattivo: “Non aspettiamo, usciamo in strada”. Ha chiesto “di condizionare il prossimo governo che sta già vedendo come finanziare il debito con il FMI”. “Questo governo deve andare via prima di dicembre, non vogliamo più povertà e fame”, è stato un altro degli slogan più applauditi.
Allo stesso modo, Gabriela de la Rosa del Polo Obrero ha dichiarato: “Vogliamo cibo migliore e maggiore sulle tavole. Non possiamo acquistare i prodotti, questa è la politica di questo governo. Sono i garanti del FMI che devono essere cacciati da questo paese. Il movimento operaio deve organizzare più fortemente gli operai e la gente dei quartieri popolari, per un congresso “piquetero” che definisca un piano di lotta e un programma”.
Il documento di convocazione afferma che il 70% della popolazione ha respinto le politiche di aggiustamento del governo nazionale riferendosi alle elezioni di domenica scorsa, mentre da un atto senza palcoscenico, Ignacio Matos dell’OLP ha affermato “Macri devi arrenderti ora!“
Dall’alto, governo e opposizione, cercano di garantire la governabilità che sostiene l’attuale governo sconfitto senza condizionare il futuro governo. Dal basso, il ronzio del calabrone inizia a muoversi, mentre alcuni sostengono una “transizione ordinata” e sempre più espressioni chiedono dimissioni immediate di Mauricio Macri, mentre avanzano un programma di richieste ad Alberto Fernández che potrebbe sostituirlo.
Fonte
14/08/2019
Argentina - Riesplode la crisi, dai “mercati” ai supermercati
La debacle dell’attuale presidente argentino Macri alla vigilia delle elezioni di ottobre, è stato il detonatore per una crisi politica ed economica già latente nel grande paese latinoamericano che Macri ha ritrascinato nell’abisso del liberismo. Immediati gli effetti sul resto dell’America Latina ma soprattutto sulla situazione economica e sociale dell’Argentina.
Le valute di diversi paesi dell’America Latina si sono deprezzate rispetto al dollaro, trascinate in gran parte dalla caduta del peso argentino, che ha chiuso la giornata con un calo del 25%.
In Colombia c’è stato un “forte aumento” del dollaro di quasi 60 pesos, equivalente a un aumento dell’1,58% della valuta americana, secondo il quotidiano El Espectador. “Questo lunedì (12 agosto) non ci sono altre notizie che spiegano perché il peso colombiano viene svalutato, quindi ci deve essere un colpo che ci sta arrivando a causa dei risultati delle elezioni argentine. Tuttavia, l’Argentina non è la sola a incolpare”, ha dichiarato Juan David Ballén, responsabile della ricerca economica della Casa de Bolsa.
L’indice Merval della Borsa di Buenos Aires è sceso del 37,8%; mentre le azioni delle società argentine alla Borsa di New York sono crollate a loro volta a metà del loro valore e il peso è precipitato del 25% contro il dollaro dopo che un’alleanza di opposizione composta da peronisti ne ha approfittato di 15 indica il partito al potere nelle elezioni primarie dell’11 agosto.
In Messico il peso ha registrato un deprezzamento dell’1,46%, chiudendo al 19,02% per l’acquisto e al 19,87 per la vendita.
Gli analisti finanziari messicani sostengono che la possibilità che l’attuale presidente argentino Mauricio Macri non vinca le elezioni di ottobre “solleva incertezza sulla stabilità delle economie latinoamericane”.
Anche in Cile il dollaro ha iniziato con un “forte rialzo”, poiché il tasso di cambio è aumentato di 10 pesos, secondo il quotidiano La Tercera, scambiando a 721 unità in vendita. Anche la valuta uruguaiana è scesa contro il dollaro da 55 cent, scambiando al 36,6% sulla vendita.
La banca centrale uruguaiana è partita presto per attutire l’ammortamento vendendo dollari a 35,90 pesos nel mercato all’ingrosso, secondo il quotidiano El Observador.
Sotto shock per la catastrofe elettorale di Macri, diverse industrie argentine hanno sospeso le vendite in attesa di segnali dall’arena politica
Diverse società hanno preso la decisione di sospendere le vendite fino a quando non si saranno ulteriormente informati sulla consegna dei prodotti alle catene di supermercati e ai grossisti, in risposta all’esplosione del prezzo del dollaro.
L’elenco comprende i produttori di generi alimentari, il settore lattiero-caseario e l’industria cartaria, ma anche – e soprattutto – gli importatori.
Le principali fabbriche alimentari hanno anche annunciato un aumento del 10% in media dei prezzi, anche dei prodotti base.
La notizia è diventata nota nella mattinata di ieri – in alcuni casi via mail e in altri direttamente, tramite telefonate – e con essa anche l’aumento dei prezzi in dollari che hanno raggiunto il 30 percento.
Tra le grandi industrie che hanno sospeso le consegne c’è Unilever ma anche Samseng Trash, il principale produttore di carta igienica, tovaglioli e rotoli. Anche nel settore dei materiali da costruzione vi sono state sospensioni delle vendite fino a quando non sono state eliminate le incertezze relative al tasso di cambio.
Lo stesso vale per gli importatori, principalmente con prodotti in scatola, come frutta e prodotto ittici.
Fonte
Le valute di diversi paesi dell’America Latina si sono deprezzate rispetto al dollaro, trascinate in gran parte dalla caduta del peso argentino, che ha chiuso la giornata con un calo del 25%.
In Colombia c’è stato un “forte aumento” del dollaro di quasi 60 pesos, equivalente a un aumento dell’1,58% della valuta americana, secondo il quotidiano El Espectador. “Questo lunedì (12 agosto) non ci sono altre notizie che spiegano perché il peso colombiano viene svalutato, quindi ci deve essere un colpo che ci sta arrivando a causa dei risultati delle elezioni argentine. Tuttavia, l’Argentina non è la sola a incolpare”, ha dichiarato Juan David Ballén, responsabile della ricerca economica della Casa de Bolsa.
L’indice Merval della Borsa di Buenos Aires è sceso del 37,8%; mentre le azioni delle società argentine alla Borsa di New York sono crollate a loro volta a metà del loro valore e il peso è precipitato del 25% contro il dollaro dopo che un’alleanza di opposizione composta da peronisti ne ha approfittato di 15 indica il partito al potere nelle elezioni primarie dell’11 agosto.
In Messico il peso ha registrato un deprezzamento dell’1,46%, chiudendo al 19,02% per l’acquisto e al 19,87 per la vendita.
Gli analisti finanziari messicani sostengono che la possibilità che l’attuale presidente argentino Mauricio Macri non vinca le elezioni di ottobre “solleva incertezza sulla stabilità delle economie latinoamericane”.
Anche in Cile il dollaro ha iniziato con un “forte rialzo”, poiché il tasso di cambio è aumentato di 10 pesos, secondo il quotidiano La Tercera, scambiando a 721 unità in vendita. Anche la valuta uruguaiana è scesa contro il dollaro da 55 cent, scambiando al 36,6% sulla vendita.
La banca centrale uruguaiana è partita presto per attutire l’ammortamento vendendo dollari a 35,90 pesos nel mercato all’ingrosso, secondo il quotidiano El Observador.
Sotto shock per la catastrofe elettorale di Macri, diverse industrie argentine hanno sospeso le vendite in attesa di segnali dall’arena politica
Diverse società hanno preso la decisione di sospendere le vendite fino a quando non si saranno ulteriormente informati sulla consegna dei prodotti alle catene di supermercati e ai grossisti, in risposta all’esplosione del prezzo del dollaro.
L’elenco comprende i produttori di generi alimentari, il settore lattiero-caseario e l’industria cartaria, ma anche – e soprattutto – gli importatori.
Le principali fabbriche alimentari hanno anche annunciato un aumento del 10% in media dei prezzi, anche dei prodotti base.
La notizia è diventata nota nella mattinata di ieri – in alcuni casi via mail e in altri direttamente, tramite telefonate – e con essa anche l’aumento dei prezzi in dollari che hanno raggiunto il 30 percento.
Tra le grandi industrie che hanno sospeso le consegne c’è Unilever ma anche Samseng Trash, il principale produttore di carta igienica, tovaglioli e rotoli. Anche nel settore dei materiali da costruzione vi sono state sospensioni delle vendite fino a quando non sono state eliminate le incertezze relative al tasso di cambio.
Lo stesso vale per gli importatori, principalmente con prodotti in scatola, come frutta e prodotto ittici.
Fonte
26/09/2018
Argentina paralizzata dallo sciopero generale. Accampata davanti al Parlamento
Contro le nuove misure antipopolari messe in campo dal governo Macrì che ha di nuovo legato mani e piedi l’Argentina ai programmi del Fmi, in tutto il paese lavoratori, disoccupati e settori popolari hanno dato vita a diverse giornate di mobilitazione.
Lo sciopero nazionale indetto dalla Confederazione generale del lavoro (CGT) ha avuto un grande impatto sul settore agroindustriale, dato che la maggior parte dei sindacati legati all’attività ha aderito allo sciopero.
Ieri alla Borsa di Rosario (BCR), nel MATBA e nel ROFEX non ci sono state praticamente operazioni, mentre il lunedì c’è stata poca attività commerciale con un valore della soia di circa $ 9.200 per tonnellata.
Per quanto riguarda il trasporto di cereali, si rileva un alto livello di adesione tra i conducenti di camion, i conducenti di navi e treni, gli operatori dei trasporti fluviali e gli impiegati della Marina mercantile.
Anche altri sindacati come CTA e l’ATE hanno rilanciato la lotta contro il governo Macrì e si accamperanno cinque giorni davanti al Congresso.
Il coordinatore del CTA Autonomo, Ricardo Peidro, ha descritto come “contundente” lo sciopero di 36 ore ed ha anticipato che dal prossimo lunedì si accamperanno di fronte al Parlamento nazionale per manifestare contro il progetto di bilancio 2019.
Ricardo Peidro, durante una conferenza stampa ha annunciato l’indurimento del piano di lotta del settore. “Rifiuteremo il budget che significa approfondire le politiche di aggiustamento”.
La prossima settimana il Parlamento discuterà la bozza del potere esecutivo e il CTAA chiederà ai legislatori di respingere i tagli della spesa pubblica e il “deficit zero” previsto nel testo ufficiale approntato dal governo.
L’accampata inizierà lunedì prossimo su Plaza Congreso e durerà cinque giorni. “Di fronte a un governo che intende ratificare e approfondire l’accordo con il Fondo Monetario Internazionale, i margini del dialogo sono chiusi”, ha avvertito Peidro nel momento in cui ha descritto come “energico” lo sciopero nazionale.
Fonte
Lo sciopero nazionale indetto dalla Confederazione generale del lavoro (CGT) ha avuto un grande impatto sul settore agroindustriale, dato che la maggior parte dei sindacati legati all’attività ha aderito allo sciopero.
Ieri alla Borsa di Rosario (BCR), nel MATBA e nel ROFEX non ci sono state praticamente operazioni, mentre il lunedì c’è stata poca attività commerciale con un valore della soia di circa $ 9.200 per tonnellata.
Per quanto riguarda il trasporto di cereali, si rileva un alto livello di adesione tra i conducenti di camion, i conducenti di navi e treni, gli operatori dei trasporti fluviali e gli impiegati della Marina mercantile.
Anche altri sindacati come CTA e l’ATE hanno rilanciato la lotta contro il governo Macrì e si accamperanno cinque giorni davanti al Congresso.
Il coordinatore del CTA Autonomo, Ricardo Peidro, ha descritto come “contundente” lo sciopero di 36 ore ed ha anticipato che dal prossimo lunedì si accamperanno di fronte al Parlamento nazionale per manifestare contro il progetto di bilancio 2019.
Ricardo Peidro, durante una conferenza stampa ha annunciato l’indurimento del piano di lotta del settore. “Rifiuteremo il budget che significa approfondire le politiche di aggiustamento”.
La prossima settimana il Parlamento discuterà la bozza del potere esecutivo e il CTAA chiederà ai legislatori di respingere i tagli della spesa pubblica e il “deficit zero” previsto nel testo ufficiale approntato dal governo.
L’accampata inizierà lunedì prossimo su Plaza Congreso e durerà cinque giorni. “Di fronte a un governo che intende ratificare e approfondire l’accordo con il Fondo Monetario Internazionale, i margini del dialogo sono chiusi”, ha avvertito Peidro nel momento in cui ha descritto come “energico” lo sciopero nazionale.
Fonte
02/09/2018
“In Argentina governa il Fondo Monetario Internazionale”, intervista a Gustavo Daniel Pescetta
“Chi fa comunicazione alternativa non ha la vita facile in questo momento in Argentina, si chiudono o si perseguitano i media comunitari”, dice Gustavo Daniel Pescetta, giornalista e fondatore di Radio Futura, la più antica della città di La Plata. Compirà 31 anni a ottobre, e oggi “è gestita da un gruppo di giovani, militanti, sognatori, idealisti”. Gustavo ha un programma di politica internazionale che si chiama SOS Señales radios, ogni sabato mattina da 17 anni. Gli abbiamo chiesto un’opinione sulla situazione in Argentina, dove si moltiplicano le proteste contro le politiche neoliberiste, e su quel che accade nel continente latinoamericano, in particolare in Venezuela. Gustavo fa parte della rete CONAICOP, il Consiglio nazionale e Internazionale della comunicazione popolare, dedicato a Hugo Chavez.
Che cosa ricordi del periodo della dittatura civico-militare?
Negli anni 1980, verso la fine della dittatura, ero molto giovane, ho militato nel Partito Comunista, nell’81 ho fondato un centro di studenti nella clandestinità. A partire dal 1983, quando inizia il periodo democratico, siamo tornati nella legalità e fino al 1986 ho militato nella Federazione giovanile comunista in Argentina. Quando sono uscito dal Partito comunista per divergenze ideologiche, abbiamo fondato Radio Futura e da allora la mia militanza si è data attraverso l’attività giornalistica. Uscire dalla dittatura non è stato facile. Ci sono 30.000 compagni scomparsi, ci sono ancora molti nipoti sequestrati a cui non è stata data un’identità e questa nuova democrazia ci è costata molto. Per fortuna abbiamo vissuto gli ultimi 12 anni con i governi di Néstor Kirchner e Cristina Fernandez de Kirchner, e siamo passati a una condizione di benessere. Il martellamento dei grandi media ha però convinto la gente a votare un altro tipo di progetto: un progetto neoliberista. E, in Argentina, votare un progetto simile significa retrocedere di almeno 20 gradini.
Durante il default del 2001, il popolo è sceso in strada a gridare: “Che se ne vadano tutti!”. E’ possibile una reazione popolare forte contro Macri e le sue politiche neoliberiste?
La profonda crisi che si è sviluppata tra il 2000 e il 2001 ha portato a un’esplosione sociale in cui non c’era più denaro in circolazione, ci pagavano con buoni che sembravano figurine per giocare. Oggi la situazione è diversa, l’esplosione che può determinarsi è diversa. A partire dal 2003, con Néstor Kirchner e il varo dei programmi sociali, gran parte della società ha ancora degli ammortizzatori sociali. Non dimentichiamo che all’epoca di Cristina abbiamo ottenuto la pensione per le casalinghe, gli assegni familiari, aiuti ai disoccupati. Oggi, oltre ai settori più vulnerabili, vengono colpite anche le classi medie e per questo il malcontento è ogni giorno più visibile: pagare l’acqua, la luce, il gas, è sempre più complicato, costa come un affitto, e bisogna tener conto che i salari sono molto bassi, a volte non arrivano neanche a coprire il costo dei servizio, tanto per dare un’idea.
Le misure economiche adottate da Macri gli stanno sfuggendo di mano. Ci sono licenziamenti in massa, fabbriche che chiudono, una classe media che non può più mandare i figli a scuola privata, l’educazione pubblica che si va svuotando, gli ospedali in crisi, insomma una situazione sociale difficilissima. Se le proteste aumentano, si può arrivare a elezioni anticipate. Non credo si arriverà a un’esplosione sociale, ma a un crescendo di mobilitazioni, molti cacerolazos, occupazioni. C’è una grande mobilitazione nelle università in difesa della scuola pubblica. Già da alcuni settori di opposizione si sta parlando di elezioni anticipate. E ricordiamo anche che a governarci non è la squadra economica di Macri, né Macri medesimo, ma il Fondo Monetario Internazionale che ha i suoi uffici di fronte al palazzo del governo e, secondo alcuni, anche dentro. E Macri ha dovuto chiedere un prestito anticipato per impedire che la crisi esploda. Il dollaro sale, già ha superato i livelli di guardia, è passato dal costare 23 o 25 pesos a 43. La situazione è molto difficile e bisogna vedere fino a quando le classi medie riusciranno a resistere.
Cosa sta succedendo con Cristina Kirchner e con alcuni processi come quello del giudice Nisman che indagava sull’attentato alla mutua ebraica Amia?
Ogni volta che i grandi media devono nascondere la crisi, tirano fuori l’affare Nisman e l’attentato all’Amia, per far da scudo al governo Macri. Per ora l’affare Nisman è accantonato, perché si sta cercando di mettere in carcere Cristina Fernandez com’è accaduto a Lula in Brasile. Il Partito dei giudici, come lo ha chiamato a suo tempo Cristina, insieme ai grandi media e a un gruppo padronale sta facendo di tutto perché Cristina vada in galera. Fino ad ora si stanno cercando presunte tangenti ricevute o date a degli imprenditori, perché ci sono dichiarazioni di alcuni di loro in merito a prebende ricevute per la costruzione di opere pubbliche.
Molti settori vorrebbero coinvolgere Cristina e Nestor Kircher, però gli unici conti truccati che appaiono sono quelli di Mauricio Macri e del suo gruppo di governo. Per ora ci sono diversi imprenditori che hanno deposto “volontariamente” su invito del giudice Bonadio, il quale ha molte cause pendenti per corruzione, ma la Corte Suprema de Justicia guarda da un’altra parte. Vogliono impedire che Cristina torni alla presidenza nel 2019, l’establishment politico, economico e sociale ne ha paura. Diversi media egemonici stanno già lasciando Macri e la stessa governatrice della provincia di Buenos Aires, María Eugenia Vidal, che a un certo punto sembrava dovesse essere candidata, per guardare ad altri personaggi politici, come Sergio Massa, che può essere il candidato del sistema.
In tutta l’America Latina, le destre per tornare al governo o per mantenerlo si servono della magistratura, dei media e ovviamente dei settori militari e dell’ordine pubblico. In Argentina come si evidenzia questo, in riferimento anche alla detenzione della deputata Milagro Sala, alle basi militari Usa e alla repressione?
La destra è avanzata appoggiata dai media egemonici, da un potere giudiziario complice e da quei gruppi imprenditoriali che sono riusciti a mandare al governo personaggi come Temer in Brasile o Macri in Argentina. E ci ha preoccupato molto quel che è successo in Ecuador con Lenin Moreno che era il referente di Rafael Correa e ha finito per tradire la Revolución Ciudadana. La destra sa molto bene dove e su chi far leva e dobbiamo anche dire che i grandi media sono gli eserciti di occupazione, sono coloro che preparano il terreno e sbarcano per primi aprendo il cammino. Sono i moderni eserciti di occupazione, dietro i quali arrivano gli armati che ovviamente conosciamo. In America Latina hanno sempre più questo ruolo, formano l’opinione pubblica e manipolano l’informazione vendendola al miglior offerente come una merce e dettano l’agenda. Occorre ribadire ancora una volta l’importanza della comunicazione alternativa, dei media indipendenti che mostrano un’altra realtà, smascherano i piani del sistema e una certa terminologia usata a livello globale secondo la quale governi che promuovono l’emancipazione dei settori popolari vengono chiamati “populisti”. Per questo, in Argentina, intensifichiamo la lotta contro quei settori – grandi media, potere giudiziario, banchieri e imprenditori – che difendono un capitalismo in crisi strutturale, evidentissima ora da noi. Questo governo non può dare risposte, non sa quel che accadrà domani, tanto più con la presenza dell’FMI. Sappiamo quel che è successo in Grecia. Così lavorano quelli dell’FMI, non sono bravi ragazzi come vuol far credere Macri, vengono a preparare il terreno per i fondi avvoltoio, persino a scapito degli imprenditori argentini, perché vogliono prendersi tutta la torta, e noi siamo un paese ricco.
Il CONAICOP è una rete della comunicazione alternativa che sostiene il socialismo in Venezuela. Come vedi la situazione dopo l’attentato coi droni esplosivi contro Maduro e il piano di recupero economico varato dal governo? La prossima settimana, l’Osa di Luis Almagro proporrà nuovi attacchi al Venezuela e a settembre iniziano le manovre militari congiunte tra Usa e paesi neoliberisti in Amazzonia. Che può fare la solidarietà internazionale?
Gli Stati Uniti vogliono mettere le mani sulle fondamentali risorse del Venezuela. Il compito di Almagro è quello di preparare le condizioni per un’aggressione militare mascherata da “intervento umanitario” che di umanitario non ha proprio niente. Penso che un’invasione armata alla República Bolivariana del Venezuela porterebbe a una reazione del popolo venezuelano che sarebbe disposto a dare la vita per la rivoluzione e per difendere le conquiste che ha ottenuto. Non si lascerà intrappolare dalla propaganda mediatica: quella che fa presa all’estero a proposito della gente che se ne va dal Venezuela. Ma quanti colombiani, peruviani, ecuadoriani, argentini vivono in Venezuela? Questo non viene detto. La gente emigra in ogni parte del mondo. Se si dovesse per questo sanzionare le politiche di ogni stato, dovremmo invadere gli Stati Uniti o i paesi d’Europa. Come CONAICOP daremo battaglia per contrastare la guerra mediatica raccontando quel che succede davvero in Venezuela. Non neghiamo che vi sia gente che se ne va, ma ce n’è altrettanta che vuole tornare a seguito delle nuove misure economiche. Creare un’emergenza alla frontiera tra Brasile e Venezuela serve a porre un’altra base militare nordamericana. Non dimentichiamo le manovre congiunte in Amazzonia tra Usa, Perù, e Brasile a cui partecipa la Colombia, uno dei principali complici degli Stati Uniti negli attacchi al Venezuela. Un pedone che, pur facendo parte della Patria Grande di Bolivar, gli Usa potrebbero usare per un attacco diretto al Venezuela. Come CONAICOP vigileremo e cercheremo anche di spiegare l’importanza delle misure economiche proposte da Maduro per dare forza alla rivoluzione. I cambiamenti economici non sono facili, si deve aspettare. Di sicuro il nuovo corso monetario è una decisione importante, serve a combattere la speculazione e a difendere la sovranità del paese. Da parte nostra, come internazionalisti, dobbiamo rinnovare il sostegno alla rivoluzione bolivariana, al popolo venezuelano, a Nicolas Maduro e a tutti quei paesi che lottano per un vero cambiamento, per una vera rivoluzione. Perché i paesi più ricchi di risorse sono i più poveri? Spesso discutiamo di questo alla radio, perché è da questo che possiamo capire cosa sia l’imperialismo, cosa sia il neoliberismo. Non vengono per motivi ideologici, ma per le nostre risorse: per l’acqua, il petrolio, l’oro, per il nostro mare. Per questo vengono, perché sanno di essere alla fine.
Fonte
Che cosa ricordi del periodo della dittatura civico-militare?
Negli anni 1980, verso la fine della dittatura, ero molto giovane, ho militato nel Partito Comunista, nell’81 ho fondato un centro di studenti nella clandestinità. A partire dal 1983, quando inizia il periodo democratico, siamo tornati nella legalità e fino al 1986 ho militato nella Federazione giovanile comunista in Argentina. Quando sono uscito dal Partito comunista per divergenze ideologiche, abbiamo fondato Radio Futura e da allora la mia militanza si è data attraverso l’attività giornalistica. Uscire dalla dittatura non è stato facile. Ci sono 30.000 compagni scomparsi, ci sono ancora molti nipoti sequestrati a cui non è stata data un’identità e questa nuova democrazia ci è costata molto. Per fortuna abbiamo vissuto gli ultimi 12 anni con i governi di Néstor Kirchner e Cristina Fernandez de Kirchner, e siamo passati a una condizione di benessere. Il martellamento dei grandi media ha però convinto la gente a votare un altro tipo di progetto: un progetto neoliberista. E, in Argentina, votare un progetto simile significa retrocedere di almeno 20 gradini.
Durante il default del 2001, il popolo è sceso in strada a gridare: “Che se ne vadano tutti!”. E’ possibile una reazione popolare forte contro Macri e le sue politiche neoliberiste?
La profonda crisi che si è sviluppata tra il 2000 e il 2001 ha portato a un’esplosione sociale in cui non c’era più denaro in circolazione, ci pagavano con buoni che sembravano figurine per giocare. Oggi la situazione è diversa, l’esplosione che può determinarsi è diversa. A partire dal 2003, con Néstor Kirchner e il varo dei programmi sociali, gran parte della società ha ancora degli ammortizzatori sociali. Non dimentichiamo che all’epoca di Cristina abbiamo ottenuto la pensione per le casalinghe, gli assegni familiari, aiuti ai disoccupati. Oggi, oltre ai settori più vulnerabili, vengono colpite anche le classi medie e per questo il malcontento è ogni giorno più visibile: pagare l’acqua, la luce, il gas, è sempre più complicato, costa come un affitto, e bisogna tener conto che i salari sono molto bassi, a volte non arrivano neanche a coprire il costo dei servizio, tanto per dare un’idea.
Le misure economiche adottate da Macri gli stanno sfuggendo di mano. Ci sono licenziamenti in massa, fabbriche che chiudono, una classe media che non può più mandare i figli a scuola privata, l’educazione pubblica che si va svuotando, gli ospedali in crisi, insomma una situazione sociale difficilissima. Se le proteste aumentano, si può arrivare a elezioni anticipate. Non credo si arriverà a un’esplosione sociale, ma a un crescendo di mobilitazioni, molti cacerolazos, occupazioni. C’è una grande mobilitazione nelle università in difesa della scuola pubblica. Già da alcuni settori di opposizione si sta parlando di elezioni anticipate. E ricordiamo anche che a governarci non è la squadra economica di Macri, né Macri medesimo, ma il Fondo Monetario Internazionale che ha i suoi uffici di fronte al palazzo del governo e, secondo alcuni, anche dentro. E Macri ha dovuto chiedere un prestito anticipato per impedire che la crisi esploda. Il dollaro sale, già ha superato i livelli di guardia, è passato dal costare 23 o 25 pesos a 43. La situazione è molto difficile e bisogna vedere fino a quando le classi medie riusciranno a resistere.
Cosa sta succedendo con Cristina Kirchner e con alcuni processi come quello del giudice Nisman che indagava sull’attentato alla mutua ebraica Amia?
Ogni volta che i grandi media devono nascondere la crisi, tirano fuori l’affare Nisman e l’attentato all’Amia, per far da scudo al governo Macri. Per ora l’affare Nisman è accantonato, perché si sta cercando di mettere in carcere Cristina Fernandez com’è accaduto a Lula in Brasile. Il Partito dei giudici, come lo ha chiamato a suo tempo Cristina, insieme ai grandi media e a un gruppo padronale sta facendo di tutto perché Cristina vada in galera. Fino ad ora si stanno cercando presunte tangenti ricevute o date a degli imprenditori, perché ci sono dichiarazioni di alcuni di loro in merito a prebende ricevute per la costruzione di opere pubbliche.
Molti settori vorrebbero coinvolgere Cristina e Nestor Kircher, però gli unici conti truccati che appaiono sono quelli di Mauricio Macri e del suo gruppo di governo. Per ora ci sono diversi imprenditori che hanno deposto “volontariamente” su invito del giudice Bonadio, il quale ha molte cause pendenti per corruzione, ma la Corte Suprema de Justicia guarda da un’altra parte. Vogliono impedire che Cristina torni alla presidenza nel 2019, l’establishment politico, economico e sociale ne ha paura. Diversi media egemonici stanno già lasciando Macri e la stessa governatrice della provincia di Buenos Aires, María Eugenia Vidal, che a un certo punto sembrava dovesse essere candidata, per guardare ad altri personaggi politici, come Sergio Massa, che può essere il candidato del sistema.
In tutta l’America Latina, le destre per tornare al governo o per mantenerlo si servono della magistratura, dei media e ovviamente dei settori militari e dell’ordine pubblico. In Argentina come si evidenzia questo, in riferimento anche alla detenzione della deputata Milagro Sala, alle basi militari Usa e alla repressione?
La destra è avanzata appoggiata dai media egemonici, da un potere giudiziario complice e da quei gruppi imprenditoriali che sono riusciti a mandare al governo personaggi come Temer in Brasile o Macri in Argentina. E ci ha preoccupato molto quel che è successo in Ecuador con Lenin Moreno che era il referente di Rafael Correa e ha finito per tradire la Revolución Ciudadana. La destra sa molto bene dove e su chi far leva e dobbiamo anche dire che i grandi media sono gli eserciti di occupazione, sono coloro che preparano il terreno e sbarcano per primi aprendo il cammino. Sono i moderni eserciti di occupazione, dietro i quali arrivano gli armati che ovviamente conosciamo. In America Latina hanno sempre più questo ruolo, formano l’opinione pubblica e manipolano l’informazione vendendola al miglior offerente come una merce e dettano l’agenda. Occorre ribadire ancora una volta l’importanza della comunicazione alternativa, dei media indipendenti che mostrano un’altra realtà, smascherano i piani del sistema e una certa terminologia usata a livello globale secondo la quale governi che promuovono l’emancipazione dei settori popolari vengono chiamati “populisti”. Per questo, in Argentina, intensifichiamo la lotta contro quei settori – grandi media, potere giudiziario, banchieri e imprenditori – che difendono un capitalismo in crisi strutturale, evidentissima ora da noi. Questo governo non può dare risposte, non sa quel che accadrà domani, tanto più con la presenza dell’FMI. Sappiamo quel che è successo in Grecia. Così lavorano quelli dell’FMI, non sono bravi ragazzi come vuol far credere Macri, vengono a preparare il terreno per i fondi avvoltoio, persino a scapito degli imprenditori argentini, perché vogliono prendersi tutta la torta, e noi siamo un paese ricco.
Il CONAICOP è una rete della comunicazione alternativa che sostiene il socialismo in Venezuela. Come vedi la situazione dopo l’attentato coi droni esplosivi contro Maduro e il piano di recupero economico varato dal governo? La prossima settimana, l’Osa di Luis Almagro proporrà nuovi attacchi al Venezuela e a settembre iniziano le manovre militari congiunte tra Usa e paesi neoliberisti in Amazzonia. Che può fare la solidarietà internazionale?
Gli Stati Uniti vogliono mettere le mani sulle fondamentali risorse del Venezuela. Il compito di Almagro è quello di preparare le condizioni per un’aggressione militare mascherata da “intervento umanitario” che di umanitario non ha proprio niente. Penso che un’invasione armata alla República Bolivariana del Venezuela porterebbe a una reazione del popolo venezuelano che sarebbe disposto a dare la vita per la rivoluzione e per difendere le conquiste che ha ottenuto. Non si lascerà intrappolare dalla propaganda mediatica: quella che fa presa all’estero a proposito della gente che se ne va dal Venezuela. Ma quanti colombiani, peruviani, ecuadoriani, argentini vivono in Venezuela? Questo non viene detto. La gente emigra in ogni parte del mondo. Se si dovesse per questo sanzionare le politiche di ogni stato, dovremmo invadere gli Stati Uniti o i paesi d’Europa. Come CONAICOP daremo battaglia per contrastare la guerra mediatica raccontando quel che succede davvero in Venezuela. Non neghiamo che vi sia gente che se ne va, ma ce n’è altrettanta che vuole tornare a seguito delle nuove misure economiche. Creare un’emergenza alla frontiera tra Brasile e Venezuela serve a porre un’altra base militare nordamericana. Non dimentichiamo le manovre congiunte in Amazzonia tra Usa, Perù, e Brasile a cui partecipa la Colombia, uno dei principali complici degli Stati Uniti negli attacchi al Venezuela. Un pedone che, pur facendo parte della Patria Grande di Bolivar, gli Usa potrebbero usare per un attacco diretto al Venezuela. Come CONAICOP vigileremo e cercheremo anche di spiegare l’importanza delle misure economiche proposte da Maduro per dare forza alla rivoluzione. I cambiamenti economici non sono facili, si deve aspettare. Di sicuro il nuovo corso monetario è una decisione importante, serve a combattere la speculazione e a difendere la sovranità del paese. Da parte nostra, come internazionalisti, dobbiamo rinnovare il sostegno alla rivoluzione bolivariana, al popolo venezuelano, a Nicolas Maduro e a tutti quei paesi che lottano per un vero cambiamento, per una vera rivoluzione. Perché i paesi più ricchi di risorse sono i più poveri? Spesso discutiamo di questo alla radio, perché è da questo che possiamo capire cosa sia l’imperialismo, cosa sia il neoliberismo. Non vengono per motivi ideologici, ma per le nostre risorse: per l’acqua, il petrolio, l’oro, per il nostro mare. Per questo vengono, perché sanno di essere alla fine.
Fonte
26/08/2018
Argentina - Fallimento del neoliberismo. Peggior caduta economica in nove anni
Tre anni di neoliberismo sfrenato dove hanno portato l’Argentina? A spiegarcelo è l’Indec che fotografa una situazione chiara
L’Argentina è ormai scomparsa dalle cronache del circuito mainstream. Tranne che per avanzare paragoni quantomeno arditi con un’Italia che dovesse eventualmente abbandonare la zona euro. Il motivo è facilmente intuibile: a causa delle politiche di neoliberismo selvaggio implementate dal presidente Mauricio Macri, il paese sudamericano è ripiombato in quel baratro da cui era stato tirato fuori con enormi sacrifici, dopo il default, prima da Nestor Kirchner e poi da sua moglie Cristina Fernandez de Kirchner. Grazie a politiche di segno completamente opposto. Ingaggiando anche una dura battaglia contro i fondi avvoltoio che pretendevano di continuare a spolpare il paese.
Tre anni di neoliberismo sfrenato dove hanno portato l’Argentina? A spiegarcelo è l’Indec – equivalente della nostra Istat – che fotografa una situazione chiara: l’attività economica argentina è crollata del 6,7% a giugno secondo gli ultimi dati, mentre la recessione continua a peggiorare nel paese. Oggi l’incertezza è persino maggiore rispetto a mesi fa e le aspettative di un’uscita dalla crisi sono rimandate solo a metà del 2019, secondo la maggior parte degli analisti economici e persino i portavoce ufficiali.
Inoltre, l’impatto della svalutazione della moneta, la confusione quotidiana riguardo il suo valore nei confronti del dollaro e la grave siccità che ha colpito gran parte della produzione agricola del paese (-31%) sono le principali cause del crollo economico attuale. Anche l’industria (-7,5%) e il commercio (-8,4%) sono fortemente influenzati dal calo dei consumi e dall’aumento dei costi dell’elettricità e dell’energia in generale.
Il calo del 6,7% su base annua si verifica anche nel contesto di un’inflazione in crescita, che si stima sarà intorno al 35% alla fine dell’anno. Misurato in termini inter annuali, l’aumento generale dei prezzi era già al 31,2% a luglio, con una tendenza al rialzo.
I dati Indec segnano l’approfondimento della recessione in Argentina, con un livello di attività economica già inferiore rispetto a quando Macri ha assunto la presidenza a dicembre 2015.
Secondo l’economista Martin Alfie, citato dal quotidiano La Nación, «siamo nel peggiore dei mondi possibili: alla siccità è andato ad aggiungersi l’effetto del tasso di cambio, combinato con una forte caduta dell’industria e del commercio, prodotto di un mercato interno colpito dall’accelerazione dell’inflazione».
Questa brusca caduta dell’economia argentina è frutto di un destino cinico e baro? La risposta è no. Si tratta semplicemente del prodotto di una serie di politiche scellerate che ovunque trovino applicazione recano danni ingenti all’economia. Basti pensare alla Vecchia Europa dove la Grecia è stata devastata per non cagionare perdite alle banche ed al grande capitale speculativo.
A differenza del Venezuela, l’Argentina non è un paese assediato e vittima di una spietata guerra economica. Gli Stati Uniti non hanno applicato nessuna sanzione volta a colpire il governo di Buenos Aires. Anzi, Mauricio Macri, all’inizio del suo mandato aveva enfatizzato che grazie alle sue politiche l’Argentina sarebbe tornata ad aprirsi al mondo. Questi sono i risultati: miseria crescente, disoccupazione di massa, repressione e un pugno di ricchi che continua ad accumulare fortune.
Ai tanti detrattori del socialismo latinoamericano, liberal liberisti alle vongole, sarebbero da rispedire al mittente tutte le loro critiche ideologiche e preconcette. Con la speranza (mal riposta) che possano iniziare a raccontare i favolosi successi del neoliberismo reale in America Latina. Il neoliberismo avrebbe dovuto portare benessere al paese, ma come sempre avviene, ha impoverito la classe operaia e l’intera popolazione. Qualcuno ancora ci crede però.
Fonte
L’Argentina è ormai scomparsa dalle cronache del circuito mainstream. Tranne che per avanzare paragoni quantomeno arditi con un’Italia che dovesse eventualmente abbandonare la zona euro. Il motivo è facilmente intuibile: a causa delle politiche di neoliberismo selvaggio implementate dal presidente Mauricio Macri, il paese sudamericano è ripiombato in quel baratro da cui era stato tirato fuori con enormi sacrifici, dopo il default, prima da Nestor Kirchner e poi da sua moglie Cristina Fernandez de Kirchner. Grazie a politiche di segno completamente opposto. Ingaggiando anche una dura battaglia contro i fondi avvoltoio che pretendevano di continuare a spolpare il paese.
Tre anni di neoliberismo sfrenato dove hanno portato l’Argentina? A spiegarcelo è l’Indec – equivalente della nostra Istat – che fotografa una situazione chiara: l’attività economica argentina è crollata del 6,7% a giugno secondo gli ultimi dati, mentre la recessione continua a peggiorare nel paese. Oggi l’incertezza è persino maggiore rispetto a mesi fa e le aspettative di un’uscita dalla crisi sono rimandate solo a metà del 2019, secondo la maggior parte degli analisti economici e persino i portavoce ufficiali.
Inoltre, l’impatto della svalutazione della moneta, la confusione quotidiana riguardo il suo valore nei confronti del dollaro e la grave siccità che ha colpito gran parte della produzione agricola del paese (-31%) sono le principali cause del crollo economico attuale. Anche l’industria (-7,5%) e il commercio (-8,4%) sono fortemente influenzati dal calo dei consumi e dall’aumento dei costi dell’elettricità e dell’energia in generale.
Il calo del 6,7% su base annua si verifica anche nel contesto di un’inflazione in crescita, che si stima sarà intorno al 35% alla fine dell’anno. Misurato in termini inter annuali, l’aumento generale dei prezzi era già al 31,2% a luglio, con una tendenza al rialzo.
I dati Indec segnano l’approfondimento della recessione in Argentina, con un livello di attività economica già inferiore rispetto a quando Macri ha assunto la presidenza a dicembre 2015.
Secondo l’economista Martin Alfie, citato dal quotidiano La Nación, «siamo nel peggiore dei mondi possibili: alla siccità è andato ad aggiungersi l’effetto del tasso di cambio, combinato con una forte caduta dell’industria e del commercio, prodotto di un mercato interno colpito dall’accelerazione dell’inflazione».
Questa brusca caduta dell’economia argentina è frutto di un destino cinico e baro? La risposta è no. Si tratta semplicemente del prodotto di una serie di politiche scellerate che ovunque trovino applicazione recano danni ingenti all’economia. Basti pensare alla Vecchia Europa dove la Grecia è stata devastata per non cagionare perdite alle banche ed al grande capitale speculativo.
A differenza del Venezuela, l’Argentina non è un paese assediato e vittima di una spietata guerra economica. Gli Stati Uniti non hanno applicato nessuna sanzione volta a colpire il governo di Buenos Aires. Anzi, Mauricio Macri, all’inizio del suo mandato aveva enfatizzato che grazie alle sue politiche l’Argentina sarebbe tornata ad aprirsi al mondo. Questi sono i risultati: miseria crescente, disoccupazione di massa, repressione e un pugno di ricchi che continua ad accumulare fortune.
Ai tanti detrattori del socialismo latinoamericano, liberal liberisti alle vongole, sarebbero da rispedire al mittente tutte le loro critiche ideologiche e preconcette. Con la speranza (mal riposta) che possano iniziare a raccontare i favolosi successi del neoliberismo reale in America Latina. Il neoliberismo avrebbe dovuto portare benessere al paese, ma come sempre avviene, ha impoverito la classe operaia e l’intera popolazione. Qualcuno ancora ci crede però.
Fonte
29/07/2018
Argentina - L’incubo si ripete, le forze armate di nuovo incaricate della sicurezza interna
Gli argentini sono di nuovo scesi in piazza – nelle piazze di tutto il paese – a protestare contro l’ennesima virata autoritaria dell’attuale governo. Sotto accusa, questa volta, un decreto (683/2018) firmato dal presidente Mauricio Macri, con cui si autorizza l’uso delle forze armate per operazioni di polizia e sicurezza interna.
Per capire la gravità del gesto politico, da parte del presidente, occorre tornare indietro agli anni ’70, poco prima del colpo di stato del 1976. A quell’epoca venne teorizzata l’esistenza di un “nemico interno” – identificato nelle organizzazioni politiche di sinistra – e di conseguenza la necessità di combatterlo secondo i crismi di una vera guerra, la cosiddetta “guerra sporca”. Solo dalla fine degli anni ’90, varie leggi hanno riportato l’esercito alle funzioni per cui è nato: difendere i confini, proteggere lo stato da eventuali attacchi esterni.
Il governo giustifica oggi questo decreto con la lotta al narcotraffico e al terrorismo internazionale (peraltro non risultano infiltrazioni di Al Qaeda o Isis in Argentina), ma per le organizzazioni per i diritti umani e l’opposizione si tratta di un retaggio della dittatura.
Secondo il quotidiano Clarín, pubblicato dal gruppo economico che più ha sostenuto l’elezione di Macri nel 2015, il decreto rappresenta una virata rispetto alla dottrina nel kirchenerismo della difesa nazionale. Un modo per far digerire la pillola agli antiperonisti-antikirchneristi idiosincratici.
In realtà, la prima legge che ridefinisce le funzioni delle forze armate risale al 1988, con un governo radicale, seguita da norme del 1991 e del 2001, ben prima della elezione di Nestor Kirchner, nel 2003. È invece del 2006, in pieno kirchnerismo, il decreto 727 che esclude perentoriamente “tutte quelle concezioni che cercano di estendere e/o ampliare l’utilizzo dello strumento militare a funzioni totalmente estranee alla difesa, definite di solito nuove minacce”.
Quali possano essere davvero queste “nuove minacce”, in un momento di forti tensioni sociali e di conflitti che andranno ad acutizzarsi nei prossimi mesi, è facile immaginare. Va detto che, 35 anni dopo il ritorno dell’Argentina alla democrazia, le forze armate si sono rinnovate. Un generale oggi 55enne era un’adolescente negli anni della dittatura. Ma il decreto 683 infrange un tabù, un nunca más (“mai più”), un accordo tra tutte le forze politiche che si riconoscono nei principi democratici.
Non si tratta di una decisione improvvisa, ma del tassello finale di una strategia iniziata un anno fa, in coincidenza con la desaparición del giovane Santiago Maldonado (il 1 agosto ricorre un anno dalla scomparsa), il cui cadavere è stato ritrovato dopo quasi tre mesi di finti avvistamenti e omissioni (www.alganews.it/2017/10/21/argentina-caso-maldonado-famigliari-riconoscono-corpo-dai-tatuaggi). Criminalizzazione della protesta (Santiago stava partecipando a un’occupazione sgomberata con violenza dalla gendarmería nel Sud del paese, in appoggio a un’organizzazione mapuche che reclama la restituzione della terra, o parte di essa, ai nativi), repressione della solidarietà sociale e ora un nuovo via libera alle forze armate.
Alla protesta hanno aderito le Madri e Abuelas de Plaza de Mayo e altre organizzazioni per i diritti umani, sindacati e partiti di opposizione, il collettivo “Historias Desobedientes” (storie disobbedienti), formato da figli di militari genocidi della dittatura che si sono pubblicamente dissociati dai crimini dei padri (www.alganews.it/…/esclusiva-alganews-dittatura-argentina-4…/).
“Vi possiamo descrivere come avvenne, in quel passato non tanto lontano, il cambiamento nella mentalità del personale di istituzioni abituate a obbedire: l’abbiamo vissuto in prima persona”, si legge nel loro comunicato. “Nella vita familiare abbiamo percepito come la violenza dell’epoca si inserisse nel linguaggio e nella visione della società: alcuni ‘elementi estranei’ non erano più concittadini da difendere, ma si trasformavano in sovversivi da sterminare. Oggi si punta ai mapuche, ai villeros della Garganta Poderosa (un’organizzazione di militanza politica di una villa, un quartiere marginale), ai kirchneristi o ai trotskisti (…) o semplicemente ai disperati”.
Intanto l’Argentina si sta trasformando in una polveriera, con l’inflazione al 30 per cento, la disoccupazione al 9,1 per cento (2 punti percentuali in più rispetto alla fine del 2017) e l’indice di fiducia dei consumatori in caduta del 14,6 per cento rispetto a un anno fa (secondo dati del Centro de investigación en finanzas de la Universidad Torcuato Di Tella.
Fonte
Per capire la gravità del gesto politico, da parte del presidente, occorre tornare indietro agli anni ’70, poco prima del colpo di stato del 1976. A quell’epoca venne teorizzata l’esistenza di un “nemico interno” – identificato nelle organizzazioni politiche di sinistra – e di conseguenza la necessità di combatterlo secondo i crismi di una vera guerra, la cosiddetta “guerra sporca”. Solo dalla fine degli anni ’90, varie leggi hanno riportato l’esercito alle funzioni per cui è nato: difendere i confini, proteggere lo stato da eventuali attacchi esterni.
Il governo giustifica oggi questo decreto con la lotta al narcotraffico e al terrorismo internazionale (peraltro non risultano infiltrazioni di Al Qaeda o Isis in Argentina), ma per le organizzazioni per i diritti umani e l’opposizione si tratta di un retaggio della dittatura.
Secondo il quotidiano Clarín, pubblicato dal gruppo economico che più ha sostenuto l’elezione di Macri nel 2015, il decreto rappresenta una virata rispetto alla dottrina nel kirchenerismo della difesa nazionale. Un modo per far digerire la pillola agli antiperonisti-antikirchneristi idiosincratici.
In realtà, la prima legge che ridefinisce le funzioni delle forze armate risale al 1988, con un governo radicale, seguita da norme del 1991 e del 2001, ben prima della elezione di Nestor Kirchner, nel 2003. È invece del 2006, in pieno kirchnerismo, il decreto 727 che esclude perentoriamente “tutte quelle concezioni che cercano di estendere e/o ampliare l’utilizzo dello strumento militare a funzioni totalmente estranee alla difesa, definite di solito nuove minacce”.
Quali possano essere davvero queste “nuove minacce”, in un momento di forti tensioni sociali e di conflitti che andranno ad acutizzarsi nei prossimi mesi, è facile immaginare. Va detto che, 35 anni dopo il ritorno dell’Argentina alla democrazia, le forze armate si sono rinnovate. Un generale oggi 55enne era un’adolescente negli anni della dittatura. Ma il decreto 683 infrange un tabù, un nunca más (“mai più”), un accordo tra tutte le forze politiche che si riconoscono nei principi democratici.
Non si tratta di una decisione improvvisa, ma del tassello finale di una strategia iniziata un anno fa, in coincidenza con la desaparición del giovane Santiago Maldonado (il 1 agosto ricorre un anno dalla scomparsa), il cui cadavere è stato ritrovato dopo quasi tre mesi di finti avvistamenti e omissioni (www.alganews.it/2017/10/21/argentina-caso-maldonado-famigliari-riconoscono-corpo-dai-tatuaggi). Criminalizzazione della protesta (Santiago stava partecipando a un’occupazione sgomberata con violenza dalla gendarmería nel Sud del paese, in appoggio a un’organizzazione mapuche che reclama la restituzione della terra, o parte di essa, ai nativi), repressione della solidarietà sociale e ora un nuovo via libera alle forze armate.
Alla protesta hanno aderito le Madri e Abuelas de Plaza de Mayo e altre organizzazioni per i diritti umani, sindacati e partiti di opposizione, il collettivo “Historias Desobedientes” (storie disobbedienti), formato da figli di militari genocidi della dittatura che si sono pubblicamente dissociati dai crimini dei padri (www.alganews.it/…/esclusiva-alganews-dittatura-argentina-4…/).
“Vi possiamo descrivere come avvenne, in quel passato non tanto lontano, il cambiamento nella mentalità del personale di istituzioni abituate a obbedire: l’abbiamo vissuto in prima persona”, si legge nel loro comunicato. “Nella vita familiare abbiamo percepito come la violenza dell’epoca si inserisse nel linguaggio e nella visione della società: alcuni ‘elementi estranei’ non erano più concittadini da difendere, ma si trasformavano in sovversivi da sterminare. Oggi si punta ai mapuche, ai villeros della Garganta Poderosa (un’organizzazione di militanza politica di una villa, un quartiere marginale), ai kirchneristi o ai trotskisti (…) o semplicemente ai disperati”.
Intanto l’Argentina si sta trasformando in una polveriera, con l’inflazione al 30 per cento, la disoccupazione al 9,1 per cento (2 punti percentuali in più rispetto alla fine del 2017) e l’indice di fiducia dei consumatori in caduta del 14,6 per cento rispetto a un anno fa (secondo dati del Centro de investigación en finanzas de la Universidad Torcuato Di Tella.
Fonte
13/05/2018
L’Argentina torna in piazza contro il Fmi e il governo Macrì
Al grido di “NO all’FMI” ieri e l’altro ieri gli argentini sono scesi in piazza in segno di protesta contro la decisione di Macri di chiedere un nuovo prestito-capestro al Fmi.
La nuova crisi finanziaria sta riaprendo vecchie ferite per gli argentini con il peso, sotto la minaccia dell’iper inflazione e un presidente Mauricio Macri che chiede aiuto al Fondo Monetario Internazionale.
Ma la condizione per far sì che l’Argentina ottenga il prestito dal Fmi è che raggiunga una serie di obiettivi economici, sul fronte dell’inflazione e della politica monetaria. I tassi di interesse sono stati portati in pochi giorni al 40% proprio per impedire una svalutazione del peso (-20% nel 2018) e mettere un freno alla fiammata dei prezzi al consumo. Il costo della vita per le famiglie è cresciuto del 30% da gennaio.
L’ultima volta che l’Argentina aveva concluso un accordo di standby con il Fmi è stato quasi 20 anni fa quando il tasso di disoccupazione del paese era salito al 20 per cento, i salari si erano brutalmente ridotti e la gente aveva ritirato grandi somme di pesos dai propri conti bancari per cambiarli in dollari USA.
Il presidente Macri, ultraliberista eletto nel 2015, martedì ha annunciato l’intervento del Fmi parlando di una mossa che contribuirebbe a “evitare una crisi come quelle che abbiamo affrontato prima”, aggiungendo che “ci permetterà di rafforzare il nostro programma di crescita e sviluppo”.
Ma agli argentini non è andata proprio giù e secondo un sondaggio tre su quattro sono contrari al prestito esterno. E giovedi e venerdi sono scesi in piazza davanti al Parlamento per dirlo chiaro e tondo.
Si va delineando così il momento peggiore dell’attacco neoliberale del macrismo in una questa Argentina di nuovo alle prese con una crisi finanziaria e il boom dell’inflazione. Il presidente Macri ha annunciato che ha già concordato con la signora Lagarde affinché il FMI, con la “generosità” che lo caratterizza, presti al paese circa 30 miliardi di dollari o, se serve, ancora di più.
E’ il colpo finale per tornare, senza la necessità di una macchina del tempo, al temuto anno 2001, quando, non a caso, prevalse per l’economia uno degli ultimi consiglieri dell’attuale governo, Domingo Cavallo, che caccià il paese in un recinto di espropriazione e saccheggio.
In soli due anni, l’uomo che aveva promesso durante la sua menzognera campagna elettorale, che l’inflazione sarebbe caduta e le cifre occupazionali sarebbero state rispettate, è riuscito ad aumentare il debito estero del 35% e, senza contare che con l’attuale prestito, più altri fatti negli ultimi quattro mesi, si era già arrivati all’inizio dell’anno alla cifra di 307 miliardi di dollari, che rappresentano il 56% del prodotto interno lordo dell’Argentina. Non solo, il rischio paese è aumentato nelle ultime ore fino a 485 punti base e ha superato i precedenti massimi.
La finanza creativa del governo macrista un anno fa, in un altro dei giochi tipici del debito compulsivo, aveva visto il governo annunciare l’emissione di un prestito obbligazionario di 2.7 miliardi di dollari per 100 anni. Quell’assurdità fu difesa con il solito sarcasmo dal capo di stato maggiore, Marcos Peña, che in quell’occasione disse: “Il mondo si fida di noi”.
Occorre ricordare ora più che mai che l’Argentina viene da una cessazione dei pagamenti unilaterali dal 2001 e che questa nuova rinuncia alla sovranità, chiesta in ginocchio al FMI, apre la porta ad una situazione che a breve termine rischia di diventare insostenibile per lo stesso governo.
In effetti, in questi giorni diverse agenzie di rating finanziario, come nel caso di Moody’s, hanno messo in guardia sulle turbolenze nel futuro economico argentino e indicano come responsabile di questa situazione le politiche realizzate dal presidente Macri. La stessa valutazione fanno altri organi di informazione economica, come The Sunday Times, Financial Times, Fitch e Forbes, i quali sono gli stessi che nel 2017 avevano applaudito le “audaci” imprese del presidente Macrì.
Oggi in Argentina ogni 6 minuti viene licenziato o sospeso un lavoratore, in soli due anni la cifra è di circa 300mila persone rimaste senza lavoro, mentre altre 150mila sono a rischio da qui per anno.
Nello scenario delle piccole e medie imprese, l’attuale politica economica ha costretto a chiudere le sue porte a circa diecimila stabilimenti. Come nel 2001, oggi chiunque circoli per le strade della Capitale potrà osservare numerosi cartelli “sell” o “rent”. Si tratta di aziende che fino al 2015 non stavano nuotando nella prosperità ma potevano tenere aperta l’attività e dare lavoro. Se consideriamo che questo settore del mercato del lavoro copre circa il 75% del lavoro registrato, non sorprende che oggi migliaia di questi lavoratori siano stati lasciati per strada. Tra le ragioni del crollo delle PMI vi sono gli aumenti che vanno dal 500 al 1000% delle tariffe dell’elettricità, del gas e dell’acqua, ma anche l’apertura indiscriminata delle importazioni, che ha lasciato molti imprenditori incapaci di competere. Per non parlare poi dei più umili con salari minimi o dei pensionati che devono compiere vere e proprie imprese per sopravvivere, e non sempre ci riescono.
Se tutto questo si aggiunge al fatto che negli ultimi dodici mesi, il tasso annuo di inflazione reale supera il 30% (il governo fissa invece questa cifra al 25%) e che l’aumento dei prezzi da metà del 2017 non si è più fermato, non sono pochi coloro che di fronte al nuovo annuncio macrista su un prestito dal Fmi ritengono che il boom dei prezzi sarà superlativo nei prossimi mesi.
Fonte
La nuova crisi finanziaria sta riaprendo vecchie ferite per gli argentini con il peso, sotto la minaccia dell’iper inflazione e un presidente Mauricio Macri che chiede aiuto al Fondo Monetario Internazionale.
Ma la condizione per far sì che l’Argentina ottenga il prestito dal Fmi è che raggiunga una serie di obiettivi economici, sul fronte dell’inflazione e della politica monetaria. I tassi di interesse sono stati portati in pochi giorni al 40% proprio per impedire una svalutazione del peso (-20% nel 2018) e mettere un freno alla fiammata dei prezzi al consumo. Il costo della vita per le famiglie è cresciuto del 30% da gennaio.
L’ultima volta che l’Argentina aveva concluso un accordo di standby con il Fmi è stato quasi 20 anni fa quando il tasso di disoccupazione del paese era salito al 20 per cento, i salari si erano brutalmente ridotti e la gente aveva ritirato grandi somme di pesos dai propri conti bancari per cambiarli in dollari USA.
Il presidente Macri, ultraliberista eletto nel 2015, martedì ha annunciato l’intervento del Fmi parlando di una mossa che contribuirebbe a “evitare una crisi come quelle che abbiamo affrontato prima”, aggiungendo che “ci permetterà di rafforzare il nostro programma di crescita e sviluppo”.
Ma agli argentini non è andata proprio giù e secondo un sondaggio tre su quattro sono contrari al prestito esterno. E giovedi e venerdi sono scesi in piazza davanti al Parlamento per dirlo chiaro e tondo.
Si va delineando così il momento peggiore dell’attacco neoliberale del macrismo in una questa Argentina di nuovo alle prese con una crisi finanziaria e il boom dell’inflazione. Il presidente Macri ha annunciato che ha già concordato con la signora Lagarde affinché il FMI, con la “generosità” che lo caratterizza, presti al paese circa 30 miliardi di dollari o, se serve, ancora di più.
E’ il colpo finale per tornare, senza la necessità di una macchina del tempo, al temuto anno 2001, quando, non a caso, prevalse per l’economia uno degli ultimi consiglieri dell’attuale governo, Domingo Cavallo, che caccià il paese in un recinto di espropriazione e saccheggio.
In soli due anni, l’uomo che aveva promesso durante la sua menzognera campagna elettorale, che l’inflazione sarebbe caduta e le cifre occupazionali sarebbero state rispettate, è riuscito ad aumentare il debito estero del 35% e, senza contare che con l’attuale prestito, più altri fatti negli ultimi quattro mesi, si era già arrivati all’inizio dell’anno alla cifra di 307 miliardi di dollari, che rappresentano il 56% del prodotto interno lordo dell’Argentina. Non solo, il rischio paese è aumentato nelle ultime ore fino a 485 punti base e ha superato i precedenti massimi.
La finanza creativa del governo macrista un anno fa, in un altro dei giochi tipici del debito compulsivo, aveva visto il governo annunciare l’emissione di un prestito obbligazionario di 2.7 miliardi di dollari per 100 anni. Quell’assurdità fu difesa con il solito sarcasmo dal capo di stato maggiore, Marcos Peña, che in quell’occasione disse: “Il mondo si fida di noi”.
Occorre ricordare ora più che mai che l’Argentina viene da una cessazione dei pagamenti unilaterali dal 2001 e che questa nuova rinuncia alla sovranità, chiesta in ginocchio al FMI, apre la porta ad una situazione che a breve termine rischia di diventare insostenibile per lo stesso governo.
In effetti, in questi giorni diverse agenzie di rating finanziario, come nel caso di Moody’s, hanno messo in guardia sulle turbolenze nel futuro economico argentino e indicano come responsabile di questa situazione le politiche realizzate dal presidente Macri. La stessa valutazione fanno altri organi di informazione economica, come The Sunday Times, Financial Times, Fitch e Forbes, i quali sono gli stessi che nel 2017 avevano applaudito le “audaci” imprese del presidente Macrì.
Oggi in Argentina ogni 6 minuti viene licenziato o sospeso un lavoratore, in soli due anni la cifra è di circa 300mila persone rimaste senza lavoro, mentre altre 150mila sono a rischio da qui per anno.
Nello scenario delle piccole e medie imprese, l’attuale politica economica ha costretto a chiudere le sue porte a circa diecimila stabilimenti. Come nel 2001, oggi chiunque circoli per le strade della Capitale potrà osservare numerosi cartelli “sell” o “rent”. Si tratta di aziende che fino al 2015 non stavano nuotando nella prosperità ma potevano tenere aperta l’attività e dare lavoro. Se consideriamo che questo settore del mercato del lavoro copre circa il 75% del lavoro registrato, non sorprende che oggi migliaia di questi lavoratori siano stati lasciati per strada. Tra le ragioni del crollo delle PMI vi sono gli aumenti che vanno dal 500 al 1000% delle tariffe dell’elettricità, del gas e dell’acqua, ma anche l’apertura indiscriminata delle importazioni, che ha lasciato molti imprenditori incapaci di competere. Per non parlare poi dei più umili con salari minimi o dei pensionati che devono compiere vere e proprie imprese per sopravvivere, e non sempre ci riescono.
Se tutto questo si aggiunge al fatto che negli ultimi dodici mesi, il tasso annuo di inflazione reale supera il 30% (il governo fissa invece questa cifra al 25%) e che l’aumento dei prezzi da metà del 2017 non si è più fermato, non sono pochi coloro che di fronte al nuovo annuncio macrista su un prestito dal Fmi ritengono che il boom dei prezzi sarà superlativo nei prossimi mesi.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)