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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/08/2022

Colombia - Il giuramento di Petro

Davanti a centinaia di migliaia di persone nella piazza centrale di Bogotá, Petro ha prestato giuramento in una cerimonia emozionante e carica di simbolismi: il ricordo del collega Carlos Pizarro – ucciso dal terrorismo di Stato nel 1990 – e la prima decisione presidenziale, che rompe un ordine di Iván Duque. Il vertice con Alberto Fernández e le prime riforme del suo governo.

Gustavo Petro ha prestato giuramento come presidente della Colombia domenica, davanti a centinaia di migliaia di persone che hanno partecipato alla cerimonia di insediamento a Bogotà. È un giorno storico, perché l’ex senatore è diventato il primo presidente di sinistra della Colombia.

“Giuro su Dio e prometto al popolo di adempiere fedelmente alla Costituzione e alle leggi della Colombia”, ha detto Petro, 62 anni, al capo del Congresso nella centrale Plaza de Bolivar.

Petro ha ricevuto la fascia presidenziale dalla senatrice María José Pizarro, figlia di Carlos Pizarro, compagno di Petro nel movimento guerrigliero M-19, assassinato dai terroristi di Stato nel 1990 quando era candidato alla presidenza.

Pochi minuti dopo, il nuovo presidente ha giurato sulla sua compagna di corsa, Francia Márquez, che occuperà la carica di vicepresidente. In quel preciso momento ha avuto luogo la prima decisione presidenziale di Petro, carica di simbolismo: il nuovo presidente ha ordinato alla Casa Militare di portargli la spada del liberatore Simón Bolívar, una reliquia che era stata depositata nella Casa de Nariño, sede del governo, per espressa decisione del predecessore di Petro, Iván Duque, che si era rifiutato di autorizzarne la partenza.

Vertice tra Alberto Fernández e Gustavo Petro

Questa domenica, nelle ore precedenti l’inaugurazione, Petro ha ricevuto il Presidente Alberto Fernández nella Casa Privada del Palacio de San Carlos, dove un tempo risiedeva il liberatore Simón Bolívar. Fernández gli ha dato il sostegno permanente dell’Argentina per la grande sfida del nuovo presidente di raggiungere la pace totale con tutti gli attori del conflitto armato.

Fernández ha apprezzato la decisione di Petro di riprendere il dialogo con l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) e ha espresso la volontà dell’Argentina di accompagnare il processo verso la fine della violenza dopo sei decenni di guerra. “Abbiamo seguito da vicino le proposte e le linee guida per raggiungere la pace totale, sia durante la campagna elettorale che dopo la vittoria. Siamo determinati a continuare e rafforzare l’impegno e il sostegno dell’Argentina alla pace in Colombia”, ha dichiarato il Presidente.

Fernández e Petro hanno convenuto che l’America Latina deve coordinarsi per rafforzare organizzazioni come la Celac e per avvicinare la Colombia al Mercosur, in tempi di turbolenza economica globale. I due hanno discusso dell’impatto della guerra in Ucraina e della pandemia sulla crisi nella regione.

Per decenni, la Colombia è stata governata da una destra che ha mantenuto una politica estera fortemente allineata con gli Stati Uniti. Per anni, gli Stati Uniti hanno finanziato la lotta del Plan Colombia contro il traffico di droga e l’insurrezione. Dopo gli accordi di pace dell’Avana, Washington ha appoggiato Bogotà con il nome di Paz Colombia.

È in questo nuovo contesto che si apre con l’insediamento di Petro che Fernández ha espresso speranza. “Abbiamo bisogno di una Colombia attiva sulla strada dell’integrazione latinoamericana”. E il ristabilimento delle relazioni tra Colombia e Venezuela farà sicuramente parte del percorso, dopo anni di allontanamento tra due Paesi che condividono un confine di 2.200 chilometri.

La preparazione all’insediamento: rituale indigeno e sostegno popolare

Con canti nelle lingue ancestrali degli “anziani” (leader) e un grande mandala pieno di elementi della natura, il vicepresidente e il presidente eletto dell’alleanza del Patto Storico sono stati investiti spiritualmente alla vigilia dell’insediamento formale di sabato scorso.

“Vorrei ringraziarvi per la vostra presenza a questo atto cerimoniale. Questo è l’inizio di un governo di pace, di giustizia ambientale, di giustizia sociale. Il vero potere è qui, nel movimento popolare”, ha detto Petro ai movimenti sociali.

Prime riforme

Tra le prime misure che saranno discusse al Congresso ci sono il divieto di fracking, una legge di emergenza contro la fame e una riforma fiscale. Un nuovo sistema fiscale “più progressivo e più equo”, ha ripetuto Petro durante la campagna elettorale. In questo modo, l’onere fiscale maggiore ricadrà sulle 4.000 fortune più grandi della Colombia. L’obiettivo è raccogliere circa 50.000 miliardi di pesos all’anno (circa 11,5 miliardi di dollari).

Con l’ambiziosa riforma fiscale, il governo entrante mira ad aumentare le risorse della nazione, che entro il 2023 avrà un bilancio di 391,4 trilioni di pesos (circa 91,19 miliardi di dollari attuali), secondo il disegno di legge.

In un Paese di 50 milioni di abitanti, punito dall’inflazione (10,2% su base annua), dalla disoccupazione (11,7%) e dalla povertà (39%), il governo eletto propone una batteria di riforme per ridurre il divario tra ricchi e poveri, in uno dei Paesi più diseguali della regione.

Queste iniziative stanno generando aspettative tra le persone riunite nel Parco del Tercer Milenio. Come Jorge Lara, un professore universitario afro-discendente di 52 anni. “Il divario economico e sociale è molto ampio. Speriamo che Petro possa ridurlo. Il 40% della popolazione vive in condizioni di povertà. È estremamente elevato”.

Secondo il Dipartimento Nazionale Amministrativo di Statistica (DANE), l’anno scorso 19,6 milioni di persone vivevano in povertà nel Paese, su 50 milioni.

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05/02/2022

L'Argentina rafforza la cooperazione economica con Russia e Cina

“L’Argentina vuole emanciparsi dalla profonda dipendenza che ha con il Fondo monetario internazionale (Fmi) e con gli Stati Uniti, ed è pronta a scommettere su altre alleanze come quella con la Russia”.

Ad affermarlo è il presidente dell’Argentina, Alberto Fernandez, in visita a Mosca dove si è incontrato con il presidente russo Putin. “L’Argentina vive una situazione molto particolare legata al suo indebitamento”, ha detto Fernandez mettendo in evidenza il fatto che l’economia nazionale “dipende molto dal debito che ha con il Fondo monetario internazionale (Fmi) e gli Stati Uniti“.

Buenos Aires “deve farsi strada verso nuove mete e credo che in questo la Russia abbia un ruolo importante”, ha aggiunto Fernandez in apertura dell’incontro, secondo quanto riferiscono i media argentini ripresi in Italia dall’agenzia Nova.

“Questa dipendenza esiste e dobbiamo aprire altri ponti e andare verso il multilateralismo, senza essere satelliti di nessuno. Non vogliamo essere satelliti di nessuno. Dobbiamo avere relazioni con tutti e in questo modo amplieremo le opportunità di cooperazione e investimento e guadagneremo più autonomia come paese“.

La frase ha avuto immediate ripercussioni negli Stati Uniti, dove le osservazioni del presidente argentino sono state interpretate come uno “sfogo” e una “provocazione” e il giro di Mosca come “difficile da capire“.

L’incontro bilaterale tra Fernandez e Putin ha trattato anche i possibili scenari di una futura cooperazione commerciale ed economica. Anche se nel 2021 l’interscambio commerciale è cresciuto di una volta e mezzo su l'anno, ci sono molti margini per ampliare il rapporto.

Già a dicembre Fernandez si era incontrato a Buenos Aires con i rappresentanti del Fondo diretto di investimenti russo (Rdif), della banca russa Sovcombank e di 38 imprese di diversi settori, dal finanziario, all’estrattivo, all’industriale.

I rapporti tra Argentina e Russia si sono molto rafforzati durante la pandemia, soprattutto dopo che Buenos Aires ha registrato il vaccino Sputnik V contro il nuovo coronavirus, primo paese “dell’emisfero occidentale” a compiere il passo, ha sottolineato Putin.

Il governo argentino ha annunciato lo stop all’acquisto di nuove dosi del vaccino russo, avendo avviato la produzione in proprio del farmaco elaborato dall’istituto Gamaleya. La ministra della Salute argentina, Carla Vizzotti, è tornata a sollecitare all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) il via libera al vaccino russo, il cui uso non è al momento riconosciuto né da Stati Uniti né dall’Unione europea.

Fernandez dopo Mosca si è recato anche in Cina, con cui l’Argentina ha un Trattato di associazione strategica integrale. Nel 2014, grazie a questo strumento, gli allora presidenti Cristina Fernandez e Xi Jinping firmarono una serie di accordi di cooperazione e investimento in materia economica, commerciale, finanziaria, nucleare e culturale.

A Washington si vanno materializzando gli incubi peggiori. L’America Latina non intende più essere il loro “cortile di casa” e il multipolarismo nelle relazioni internazionali sta diventando una realtà.

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16/11/2021

Gli scenari politici in Argentina dopo il voto

Domenica 14 novembre si sono svolte in Argentina le elezioni per il rinnovo della metà dei deputati (127 dei 254 totali) su tutto il territorio nazionale, e di un terzo dei senatori (24 dei 72 complessivi) in otto provincie.

Si è trattato di un test importante sia per l’attuale governo guidato dal presidente Alberto Fernández, a due anni dal suo insediamento alla Casa Rosada, sia per il quadro generale dell’America Latina, attraversata in questo mese di novembre da numerosi appuntamenti elettorali.

Dopo le elezioni in Nicaragua della scorsa settimana e in vista delle elezioni presidenziali e legislative in Cile, di quelle municipali e regionali in Venezuela e delle elezioni generali in Honduras a fine mese, l’Argentina è tornata alle urne dopo le elezioni primarie (PASO) dello scorso settembre.

Con lo scrutinio arrivato al 98,94%, la coalizione di centro-destra Juntos por el Cambio dell’ex presidente Mauricio Macri ha ottenuto il 41,89% dei voti alla Camera dei Deputati, contro il 33,03% dei voti ottenuti dal Frente de Todos (FdT).

Al Senato, con lo scrutinio del 99,14% delle schede elettorali, Juntos por el Cambio (JxC) stacca nettamente il partito di Alberto Fernández e Cristina Kirchner con il 46,85% delle preferenze contro il 27,54%.

Un vantaggio ancor più marcato viene registrato, in particolare, nella capitale federale dove la candidata del JxC, María Eugenia Vidal, ha raggiunto il 47% con oltre 20 punti percentuali di vantaggio sul suo avversario politico Leandro Santoro.

Anche se a livello nazionale Juntos por el Cambio celebra la propria vittoria sul FdT con una differenza di più di 2 milioni di voti, la realtà è che il partito di governo mantiene ancora il maggior numero di membri tra le due camere (119 deputati e 35 senatori). Tuttavia, si è assottigliato il margine nei confronti di JxC che, a partire dal 10 dicembre, conterà 116 deputati e 31 senatori.

Con questo risultato, la vicepresidente Cristina Kirchner sarà a capo del Senato in una situazione senza precedenti dal ritorno della democrazia nel 1983: il peronismo non avrà la sua maggioranza nella Camera Alta e sarà costretto a cercare dei ponti di negoziazione con i partiti provinciali che siedono al Congresso o “mediazioni” con l’opposizione per portare avanti i suoi progetti di legge.

Il possibile impasse legislativo per FdT con una risicata maggioranza al Congresso e i numeri mancanti per avere una maggioranza propria al Senato potrebbe avvantaggiare la destra neo-liberista in vista delle future elezioni presidenziali del 2023, soprattutto se l’attuale esecutivo con numeri più risicati in Parlamento, non riuscirà a rispondere ad i bisogni di una popolazione impoverita (4 su dieci vivono al di sotto della soglia di povertà) e di una economia in grave difficoltà, tra calo del PIL, impoverimento del Peso e inflazione galoppante.

Il presidente Alberto Fernández, in un discorso in cui ha fatto un breve bilancio della sua amministrazione, ha rilanciato il suo piano di governo per il paese che “si sta rimettendo in piedi e sta andando avanti” sul percorso della ripresa economica.

Inoltre, ha fatto appello alla responsabilità dell’opposizione, nel quadro delle difficoltà della fase post-pandemica, perché “questa elezione segna la fine di un periodo molto difficile nel nostro paese, un periodo che è stato segnato da due crisi: quella economica ereditata dal governo precedente, e di cui ci sono ancora enormi sfide da risolvere; l’altra, la crisi sanitaria, causata da una crudele pandemia che stiamo gradualmente superando”.

Il presidente ha ricordato che il debito con il FMI “il più grande danno” lasciato dal governo dell’ex presidente Macri, un “ostacolo” da affrontare per continuare il suo progetto progressista.

Nella prima settimana di dicembre, il presidente invierà al Congresso Nazionale un disegno di legge che rende esplicito il “Programma economico pluriennale per lo sviluppo sostenibile”, nel quale saranno esplicitate “le migliori intese che il nostro governo ha raggiunto con il FMI senza rinunciare ai principi di crescita economica e inclusione sociale”.

Infine, ha garantito che il prossimo futuro sarà incentrato su “la ripresa economica, il rafforzamento del reddito, la riduzione dell’inflazione e la creazione di posti di lavoro, il tutto nel quadro di un dialogo costruttivo”.

Si apre, quindi, per il governo di Alberto Fernández una situazione delicata in cui, da una parte, la destra liberista potrebbe far leva sull’indebolimento del FdT al Congresso per screditare l’azione di governo o fare ostruzionismo sui progetti più progressisti in vista delle elezioni presidenziali del 2023; dall’altra, le pressioni esterne da parte dei creditori e delle istituzioni finanziarie internazionali (FMI su tutte) rischiano di stringere ulteriormente il cappio intorno al collo del popolo argentino.

E non è affatto detto che i toni conciliatori del Presidente siano fatti propri da tutta la compagine del FdT, in particolare tra coloro che intendono riprendere l’eredità politica “Kirchneriana” – come l’attuale vice-presidente – o inducano la destra ad un atteggiamento più collaborativo. In questo quadro pensiamo possa ridiventare centrale il ruolo di pressione delle forze popolari e progressiste nei confronti della possibile moderazione dell’esecutivo.

Le forze imperialiste, coordinate da Washington, hanno tutto l’interesse a rimettere le mani sull’Argentina e restaurare l’ordine neoliberista di distruzione e regressione sociale di cui l’ex presidente Mauricio Macri è stato un fedele ed umile servitore.

Il ritorno al governo delle forze progressiste con la coalizione del Frente de Todos aveva marcato una rottura profonda nell’agenda politica, economica e sociale di un paese martoriato dal ricatto del debito esterno e dall’attacco ai settori popolari sui quali ricadono le conseguenze negative dell’inflazione galoppante, della disoccupazione crescente e dell’impoverimento dilagante.

Ma è chiaro che le aspettative suscitate dal cambio presidenziale non si sono tradotte nella percezione di ampie fasce di subalterni in risultati reali nelle proprie condizioni di vita.

La tenuta del governo Fernández si inserisce in quel cammino tortuoso e per niente lineare che accomuna le esperienze progressiste e socialiste in America Latina, un percorso di emancipazione sociale che la destra neoliberista vuole interrompere, annichilendo le rivendicazioni e gli interessi dei settori di classe in favore dei profitti di una borghesia compradora subordinata al capitale finanziario internazionale.

Come ha affermato il presidente Fernández: “il popolo argentino ha bisogno di un orizzonte; abbiamo il diritto di sperare”.

Per noi, questa speranza non può che venire da quell’anello debole dell’imperialismo e dal nostro impegno politico per trasformare la solidarietà ed i processi di emancipazione dell’America Latina in uno degli assi principali del nostro agire, perché è da questo continente che parte una speranza per tutta l’umanità.

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17/04/2020

Argentina - Patrimoniale sulle grandi ricchezze per la lotta al Coronavirus

Lo scorso lunedì 13 aprile, la coalizione di centro-sinistra, guidata dal Frente de Todos e che sostiene il Presidente Alberto Fernández, ha presentato un disegno di legge per l’introduzione di una tassa eccezionale sui grandi patrimoni nel Paese. L’imposta, pagata in un’unica soluzione, si applicherebbe a circa 200 persone fisiche e 200 imprese con il più grande fatturato, come spiegato alla radio locale Con Vos da Hugo Yasky, deputato e segretario generale del Central de Trabajadores de la Argentina.

Il governo spera così di raccogliere 2,5 miliardi di dollari (2,3 miliardi di euro) per finanziare la campagna sanitaria contro il Covid-19 e una parte dei programmi sociali diretti specialmente alle fasce più indigenti della popolazione. Queste risorse saranno destinate a misure come l’acquisto di attrezzature mediche e di cibo per i più vulnerabili, ha aggiunto in un comunicato il deputato Carlos Heller, presidente della Commissione bilancio.

Secondo le cifre ufficiali, l’Argentina ha registrato 2.208 casi positivi di Covid-19 e 95 decessi. Dallo scorso 20 marzo, sono in vigore misure di confinamento per limitare la propagazione del contagio, almeno fino al prossimo 26 aprile. Questo per evitare che l’emergenza sanitaria aggravi ulteriormente la crisi sociale già in corso da diversi anni nel Paese. Solo i servizi essenziali come negozi di alimentari, farmacie e banche, proseguono le loro attività durante il lockdown.

L’attuale Presidente Alberto Fernández ha avviato un programma di investimenti statali per 550 miliardi di pesos (8 miliardi di dollari). Circa 12 milioni di persone si sono registrate per il reddito familiare d’emergenza (Ingreso Familiar de Emergencia) di 10.000 pesos (150 dollari); quasi 8 milioni di queste domande sono state accolte.

Le politiche neoliberiste attuate dal precedente governo Macri hanno distrutto gran parte dello Stato sociale e molte delle conquiste ottenute dai lavoratori e dalle fasce più vulnerabili della popolazione. Nel luglio 2018, quando Macri era ancora in carica, il Fondo Monetario Internazionale (FMI), allora guidato da Christine Lagarde, aveva concesso all’Argentina il più grande prestito mai accordato dall’organizzazione internazionale: 56 miliardi di dollari (52 miliardi di euro).

Dopo l’elezione di Alberto Fernández e il ritorno della sinistra progressista al governo, il 19 febbraio il FMI ha riconosciuto che il livello del debito dell’Argentina era “insostenibile” (il debito argentino ammonta a 311 miliardi di dollari, circa il 90% del PIL). Questa dichiarazione ha acceso i riflettori dei creditori e degli speculatori internazionali, pronti ad andare nuovamente all’attacco come nel 2001–2002.

Il governo di Alberto Fernández ha deciso di invertire chiaramente le politiche neoliberiste del suo predecessore Macri, dal quale ha ereditato una situazione disastrosa: profonda recessione economica, tasso di inflazione oltre il 50%, elevata disoccupazione e un tasso di cambio in fase di deprezzamento. In questo scenario, il governo argentino ha deciso di posticipare i suoi pagamenti per il rimborso del prestito al Fondo Monetario Internazionale, dando priorità all’attuazione di programmi sociali e di sostegno dell’economia del Paese.

Da parte sua, il FMI continua ad operare politicamente in maniera avversa nei confronti di quei paesi che non decidono di sottostare ai suoi pacchetti di “riforme strutturali”, fino a negare addirittura la richiesta di prestito da 5 miliardi di dollari presentata qualche giorno fa dal governo di Nicolás Maduro, facendo appello al Rapid Financing Facility (RFF), creato appositamente per aiutare i paesi colpiti dal Covid-19.

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01/03/2020

L’Argentina non può pagare: storia di un default e di un ricatto

Negli ultimi giorni si è tornato a parlare della situazione economica e politica dell’Argentina. Il nuovo governo, espressione di tutti partiti di ispirazione peronista e guidato da Alberto Fernandez e Cristina Fernandez de Kirchner, è salito al potere nel dicembre dello scorso anno e sta negoziando con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) le condizioni per la parziale restituzione degli enormi debiti lasciati dall’amministrazione Macri.

Va specificato che si tratta di debito denominato in valuta estera (in dollari statunitensi, nel caso argentino) che, a differenza del debito in valuta nazionale sempre finanziabile da una banca centrale, è per definizione sostenibile solo fino a che il paese dispone di riserve in valuta estera (in questo caso, di dollari). Inoltre, il debito in dollari accumulato dall’Argentina negli anni delle politiche neo-liberiste promosse dall’ex-presidente Macrì, anziché finanziare la crescita interna, ha avuto la funzione di finanziare le importazioni, di sostenere le operazioni degli speculatori finanziari, e di foraggiare i dividendi delle grandi corporazioni: tutt’altro, insomma, rispetto ad un finanziamento in deficit di interventi da parte dello Stato volti a sostenere la crescita economica del paese, e quindi a contrastare disoccupazione e povertà.

Un rapporto del Fondo Monetario Internazionale ha recentemente affermato che il debito dell’Argentina sarebbe da considerare ‘insostenibile’. Il report in questione cita:
...sulla base dell’analisi della sostenibilità del debito del luglio 2019, il personale del FMI valuta ora che il debito dell’Argentina non è sostenibile. In particolare, la nostra opinione è che l’avanzo primario che sarebbe necessario per ridurre il debito pubblico e il fabbisogno lordo di finanziamento a livelli coerenti con un rischio di rifinanziamento gestibile e una crescita soddisfacente della produzione potenziale non è né economicamente né politicamente fattibile. Di conseguenza, è necessaria un’operazione definitiva di indebitamento, che generi un contributo significativo da parte dei creditori privati, per contribuire a ripristinare la sostenibilità del debito con un’elevata probabilità. Il personale del FMI ha sottolineato l’importanza di continuare un processo di collaborazione con i creditori privati per massimizzare la loro partecipazione all’eventuale operazione di indebitamento.
Questo rapporto giunge dopo una serie di precedenti rapporti che prevedevano eccezionali prospettive economiche per l’Argentina e un ampio surplus commerciale. Previsioni evidentemente infondate e tendenziose, finalizzate a finanziare il debito per cercare di far vincere le elezioni a Macri. Ora che lo scenario politico si è ribaltato con la vittoria della coalizione peronista, il FMI cambia il suo punto di vista sulla sostenibilità del debito dell’Argentina. Se ciò, da un lato, sembrerebbe a prima vista favorire il governo Fernandez, che, con il sostegno del FMI, potrà chiedere una significativa riduzione del debito, tuttavia la concessione di tale riduzione viene subordinata ad un pacchetto di riforme neoliberiste che il FMI pretende di imporre al paese. Il pacchetto riguarderebbe, in primis, una maggior flessibilizzazione del mercato lavoro e la riforma delle pensioni. E così i sostanziosi prestiti erogati durante l’era Macrì rivelano il loro volto: quello di condizionare sin dall’inizio, tramite la partita di scambio “taglio del debito – riforme neoliberiste” la politica economica del paese nel futuro. Un simile ruolo, mutatis mutandis, era stato giocato dal FMI in Grecia dove a fronte della concessione di un pragmatico piano di parziale default si era imposta l’adozione di quelle politiche neoliberiste che hanno condotto quel paese in uno stato di profondissima crisi economica e sociale.

Al margine delle vicende argentine, proprio in questi giorni si è verificato un evento significativo e rivelatore della grave ipocrisia di quelle istituzioni internazionali orientate alla promozione de paradigma neoliberista nel mondo. Pochi giorni fa si è dimessa Pinelopi Goldberg, capo-economista della Banca Mondiale, dopo che l’organizzazione si è rifiutata di pubblicare un rapporto redatto da alcuni ricercatori dell’istituzione. Il rapporto verificava che quando un Paese riceve assistenza finanziaria dall’estero, il momento dell’erogazione dei fondi coincide con un picco nei depositi presso le banche in Svizzera, a dimostrazione del fatto che i finanziamenti spesso e volentieri finiscono per finanziare fughe di capitali con finalità speculative piuttosto che la crescita economica dei paesi. Occorre precisare che l’Argentina non fa parte di questo studio, ma i risultati dell’analisi sono in chiaro contrasto con quanto previsto dallo statuto del FMI.

Nel suo statuto, infatti, il FMI, all’articolo VI, vieta la concessione di prestiti alle imprese per finanziare la “fuga di capitali”, cioè il deflusso di valuta estera dal Paese. Il governo Macri aveva eliminato tutte le barriere al deflusso di valuta estera dal paese che erano state invece elevate dal precedente governo Kirchener. Per avere un’idea più precisa del fenomeno occorre considerare che nel secondo mandato di Cristina Fernandez de Kirchner si era fissato un controllo dei cambi per cui i privati non potevano acquistare, con i loro pesos argentini, più di 2000 dollari al mese da poter tesaurizzare. Macrì ha abolito quel limite, fissandone uno, ben più alto, a 2 milioni di dollari al mese. Durante il governo Macrì la formazione di attivi esteri dall’Argentina ha raggiunto in quattro anni la cifra esorbitante di 73.156 milioni di dollari, dei quali 56.190 erano acquisto di valuta tesaurizzata.

Ebbene il governo Macrì ha ricevuto, malgrado questo, imponenti prestiti da parte dell’FMI puntualmente dirottati verso fughe di capitale degli speculatori in piena violazione dello stesso statuto del Fondo, senza che quest’ultimo abbia battuto ciglio.

Che lezione trarre dunque dal caso argentino? Le istituzioni internazionali come il FMI e la Banca mondiale sono organismi preposti a mantenere e rafforzare l’ordine neoliberista. Dietro ogni piano di salvataggio, prestito o aiuto internazionale, si celano le ingerenze della speculazione economica e finanziaria sulle scelte politiche di Stati e popoli a tutte le latitudini del mondo. Non resta che sperare che il governo Fernandez sappia resistere all’enorme pressione ristabilendo le priorità di una politica economica a favore delle classi popolari.

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23/02/2020

Argentina - La disastrosa eredità lasciata da Christine Lagarde

Si tratta di una questione che Christine Lagarde probabilmente vorrebbe dimenticare. Perché potrebbe diventare sempre più imbarazzante. In qualità di direttore generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel luglio 2018 ha concesso all’Argentina il più grande prestito mai concesso dall’organizzazione internazionale: 56 miliardi di dollari (52 miliardi di euro).

Il 19 febbraio, il FMI ha riconosciuto che il livello del debito dell’Argentina è “insostenibile”. Ha invitato i creditori del Paese ad adottare un “approccio comprensivo” nelle discussioni con le autorità argentine.

Questa constatazione era attesa con impazienza dal nuovo governo di Alberto Fernández, che si è insediato a dicembre. Ha ereditato dal suo predecessore, il liberale Mauricio Macri, una situazione impossibile: un Paese in recessione, un tasso di inflazione del 53,8% nel 2019, uno dei più alti del mondo, e un indebitamento insostenibile.

Anche prima della sua elezione, Alberto Fernández non ha fatto mistero del fatto che una ristrutturazione del debito argentino sarebbe stata inevitabile. Uno spaventapasseri per i creditori del Paese: l’Argentina è già stata inadempiente otto volte dall’inizio del XX secolo.

Ma più che cercare di negoziare, di presentare un programma economico ritenuto “credibile” dal mondo finanziario, il nuovo presidente argentino ha lasciato spazio a dubbi sulle sue reali intenzioni, su come procederà il governo argentino.

La settimana scorsa il ministro delle Finanze argentino aveva appena svelato alcuni principi della sua azione: il governo si rifiuta, ha spiegato, di ridurre il suo deficit di bilancio quest’anno. Non prevede di raggiungere un’eccedenza di bilancio dell’1% prima del 2026.

Per chiunque abbia familiarità con il breviario del FMI, queste dichiarazioni sono simili a una dichiarazione di guerra virtuale. Tutti i principali principi del “Washington Consensus” – eccedenza di bilancio, rigore fiscale, austerità sociale – sono messi in discussione.

Eppure, il FMI ora è d’accordo con lui. “Il debito dell’Argentina è insostenibile. L’avanzo primario che sarebbe necessario per ridurre il debito pubblico e le esigenze di finanziamento coerenti con i rischi di gestione del debito e una crescita potenziale soddisfacente non è né economicamente né politicamente realizzabile”, scrive il FMI in un comunicato, dopo che i suoi team hanno esaminato tutti i conti dell’Argentina per diversi giorni a Buenos Aires.

Nel luglio 2019, durante la sua precedente revisione, il FMI aveva ancora dichiarato che il debito era “sostenibile, ma non con un’alta probabilità”. Ma all’epoca Mauricio Macri, caro a tutti gli ambienti finanziari per aver applicato alla lettera tutti i precetti neoliberali, era ancora presidente. E nessuno immaginava che non sarebbe stato rieletto, nonostante il dramma economico e sociale che il Paese stava già vivendo.

Sempre a quel tempo, Christine Lagarde, che aveva fornito a Macri un sostegno finanziario senza precedenti nella storia del FMI, era ancora Direttrice Generale dell’istituzione internazionale.

Per giustificare questo cambiamento di opinione, il FMI spiega che in Argentina è cambiato tutto in sei mesi. Il peso si è deprezzato di oltre il 40%, i tassi di interesse sul debito argentino sono aumentati di oltre l’11%, le riserve di valuta estera sono diminuite di due terzi e il PIL si è contratto più del previsto, afferma.

Ha aggiunto: “Di conseguenza, il debito pubblico è aumentato, raggiungendo quasi il 90% del PIL alla fine del 2019, il 13% in più rispetto alle proiezioni della revisione del luglio 2019. Inoltre, le autorità hanno introdotto controlli sui cambi, hanno imposto proroghe di scadenza su alcuni debiti e hanno chiesto alla banca centrale di finanziare il deficit di bilancio”.

Non è la prima volta che il FMI si sbaglia sulle previsioni di un paese. In effetti, è un grande classico per questa istituzione. L’esempio della Grecia, che avrebbe dovuto riprendersi dopo 18 mesi di austerità, è lì a dimostrarlo. Otto anni dopo, Atene non è riuscita a recuperare il calo del PIL di oltre il 20%.

Ma nel caso dell’Argentina, la riscrittura della storia è ancora più evidente. Dal 2018 l’economia argentina, che dipende in larga misura dalle sue esportazioni agricole, in particolare verso la Cina, ha cominciato a rallentare. È appena uscita da una profonda recessione scatenatasi nel 2016 a seguito di un ampio programma di riforme strutturali avviato dal governo Macri, salito al potere nel 2015.

Questo rallentamento economico è tanto più doloroso in quanto il governo argentino è stato colto alla sprovvista nella sua politica monetaria e finanziaria. Per “ridare fiducia” ai creditori internazionali, ancora “traumatizzati” dal default unilaterale dell’Argentina, deciso nel 2002 dal peronista Nestor Kirchner, Mauricio Macri, appena salito al potere, aveva deciso di firmare un compromesso con i creditori, dove erano presenti molti “fondi avvoltoio” – che avevano rifiutato la ristrutturazione del debito imposta negli anni 2000 da Buenos Aires.

Questo accordo è stato visto come una vittoria del FMI e della comunità finanziaria internazionale. L’Argentina aveva di nuovo accesso ai mercati internazionali dei capitali.

Mauricio Macri ne ha approfittato: ha indebitato il Paese a rotta di collo. Il debito pubblico, che rappresentava appena il 33% del PIL nel 2014, è balzato a più del 50% in meno di due anni. Inoltre, questi nuovi prestiti sono stati fatti in dollari. Finché la politica monetaria della Federal Reserve (FED) è molto accomodante, tutto va bene: i finanzieri internazionali, che stanno affogando nella liquidità, comprano il debito argentino in dollari, che offre tassi molto più alti del debito statunitense. Nel 2017 il governo argentino è riuscito addirittura a collocare sui mercati un’emissione centenaria al tasso del 7,1%. Successo garantito in un mondo dove i tassi di interesse sono a zero.

Ma tutto comincia ad andare male quando la FED inizia a stringere la sua politica monetaria e ad alzare i tassi. I finanziatori non vedono più il motivo di investire in Argentina, un paese rischioso, se possono beneficiare degli stessi tassi, o quasi, acquistando i buoni del Tesoro americano, considerati i titoli più sicuri al mondo. Il debito dell’Argentina affonda, mentre il paese deve far fronte a scadenze sempre più pesanti in quanto il peso scende rispetto al dollaro.

Rallentamento economico, calo della moneta, aumento del debito, problemi sociali... L’Argentina sta ricadendo nella spirale infernale del collasso economico e monetario. Nella primavera del 2018, il Paese era già sull’orlo di un’esplosione. La banca centrale è stata costretta ad alzare i tassi al 40% per contenere la caduta del peso, che ha perso circa il 30% in tre giorni rispetto al dollaro.

Ma sembrava impossibile che Donald Trump e la comunità finanziaria avrebbero abbandonato Mauricio Macri, che avrebbe dovuto incarnare la rinascita del neoliberismo in Sud America.

Tutto era pronto per aiutarlo: Christine Lagarde, alla guida del FMI, stava rispondendo favorevolmente. In pochi giorni, il FMI sbloccò 50 miliardi di dollari in linee di credito, che sarebbero successivamente aumentati a 56 miliardi.

Mai prima d’ora l’istituzione internazionale si è impegnata in tal senso con un Paese. “L’Argentina era sull’orlo di un’esplosione. L’ho fatto in modo responsabile”, ha spiegato più tardi Christine Lagarde.

Questo sostegno incondizionato del FMI avrebbe dovuto calmare la situazione. Tanto più che l’istituzione ha, come di consueto, posto delle condizioni al suo finanziamento: impone il suo programma “automatico” di stabilizzazione finanziaria e di bilancio – aumenti delle tasse, tagli alle sovvenzioni, riduzioni degli aiuti sociali. Senza porsi la minima domanda. Forse i precedenti fallimenti del Paese avrebbero potuto portare ad alcune revisioni.

“Il FMI ha investito molto – non solo denaro ma anche prestigio – per evitare un default. Il fatto che il programma non funzioni bene è un imbarazzo”, ha confessato Hector Torres, ex direttore del FMI per il Sud America nell’estate del 2019.

L’imbarazzo è che le ricette del FMI si stanno ancora una volta dimostrando totalmente inadeguate, e persino controproducenti, per l’Argentina. La recessione è tornata senza che l’inflazione sia diminuita, la disoccupazione sta esplodendo e il peso continua a scendere.

L’imbarazzo è anche legato al fatto che era chiaro dall’agosto 2019 che Mauricio Macri non sarebbe stato rieletto a novembre, come previsto, e che i rappresentanti del Peronismo, gli spaventapasseri degli ambienti finanziari, sarebbero tornati al potere.

L’imbarazzo, infine, è che il FMI, che dagli anni ’80 agisce come poliziotto per i creditori privati internazionali, è totalmente coinvolto nell’attuale fallimento dell’Argentina.

Oggi, il nuovo governo argentino eredita un debito senior (44 miliardi sono stati erogati dei 56 promessi) che non può essere né ristrutturato né denunciato, secondo lo statuto del FMI. Per ripagare il fondo da sola, si prevede che l’Argentina spenderà il 25% delle sue entrate da esportazione nel 2022 e nel 2023.

Inoltre, ci sono i creditori privati. Quest’anno il Paese deve già trovare 38,7 miliardi di dollari per far fronte ai suoi obblighi di debito. In altre parole, l’equazione finanziaria è impossibile. La ristrutturazione del debito è inevitabile e non si può escludere un’insolvenza parziale o totale, se non si raggiunge un accordo.

Il governo argentino intende fare un’offerta ai creditori il 15 marzo e spera di concludere il 31 marzo. Ci si aspetta che le discussioni siano accese e persino complicate: la ristrutturazione del debito potrebbe andare oltre il 50%. “Questo può essere difficile da vendere, perché il tempo è dalla parte dei creditori. Se vengono e dicono: “È un taglio secco del 50% e non uno sconto per diversi anni”, potrebbero dimenticarsene. Non ci sarà nessun accordo”, ha avvertito sul Financial Times un manager del fondo Ashmore, che detiene titoli argentini.

Tuttavia, bisogna fare un passo indietro rispetto alle forti grida dei creditori privati. Dopo il fallimento dell’Argentina nel 2002, i grandi fondi hanno gridato all’assassinio. Più tardi, è sembrato che la maggior parte di loro abbia venduto rapidamente i propri titoli, con un leggero sconto, durante le trattative.

La maggior parte del debito dell’Argentina è finita nei fondi di risparmio o pensionistici, e le perdite sono state di fatto sostenute dai piccoli risparmiatori, soprattutto italiani, che hanno ereditato i titoli senza chiedere nulla. Guardando al calo dei titoli argentini – che si stanno vendendo a metà del loro valore nominale – alcuni sembrano aver già anticipato la prossima ristrutturazione e hanno preso l’iniziativa.

Annunciando che il debito argentino non è più “sostenibile”, il FMI si schiera comunque dalla parte dell’Argentina. Secondo il suo Statuto, non è più permesso concedere prestiti all’Argentina, nemmeno per pagare i fondi rimanenti (12 miliardi di dollari) nell’ambito del programma 2018, fino a quando il Paese non avrà riguadagnato una soddisfacente stabilità finanziaria o non sembrerà essersi impegnato “in buona fede” in un programma di recupero.

Questo lascia spazio a un’ampia interpretazione. Il suo atteggiamento sarà diverso da quello adottato nei confronti della Grecia? Accetterà una rinegoziazione o uno scaglionamento nel tempo?

Anche se dice di essere pronto ad essere coinvolto nei negoziati con i creditori, il FMI sembra in questa fase voler prendere le distanze dal dossier argentino, che sta diventando una questione scottante. La nuova direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, ex capo della Banca Mondiale, ha annunciato di voler rivedere alcuni punti della dottrina dell’istituzione nei confronti dei paesi emergenti e di adottare un approccio più flessibile a seconda del paese.

Per dimostrare che i tempi stanno cambiando, sta anche riorganizzando la gestione dell’istituto. Due figure chiave degli anni di Lagarde – David Lipton, il numero due del FMI per nove anni, e Poul Thomsen, che ha gestito l’intero dossier sulla Grecia – stanno per lasciare l'Istituzione.

Ma ripensare il ruolo del FMI e ricostruire la sua credibilità potrebbe richiedere molto tempo. In particolare per quanto riguarda l’Argentina. Il nono fallimento del paese, ormai in vista, dimostra che le misure automatiche raccomandate dal FMI ad ogni paese non sono necessariamente la ricetta magica per tutti i problemi, contrariamente a quanto il FMI dice da più di quattro decenni.

Nel frattempo, l’istituzione potrebbe doversi spiegare sul caso argentino, che lo mette in difficoltà finanziarie. Probabilmente già questo fine settimana. Il 22 e 23 febbraio si terrà a Riyadh un vertice dei ministri delle finanze e delle banche centrali del G20. Ci saranno tutti i paesi che finanziano il FMI. E anche Christine Lagarde, come presidente della BCE.

Forse le verrà chiesto qualche chiarimento sulla sua strana gestione dell’Argentina e sull’eredità che ha lasciato?

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28/10/2019

Argentina - Trionfo di Alberto Fernández alle elezioni

Con il 95 percento dei voti scrutinati, il candidato del Frente de Todos, Alberto Fernández, ha vinto le elezioni presidenziali in Argentina al primo turno con il 47,80 per cento dei voti, mentre l’attuale presidente Mauricio Macri ha raggiunto il 40,69 per cento, secondo la Camera Elettorale Nazionale.

Al terzo posto c’è Roberto Lavagna con il 6,17 percento, seguito da Nicolás Del Caño (2,13 percento), Juan José Gómez Centurión (1,71 percento) e José Luis Espert (1,47 percento).

Le elezioni generali si sono svolte nel mezzo di una profonda crisi sociale ed economica aggravata dopo gli “aiuti” finanziari concordati tra il governo di Macri e il Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Secondo i rapporti dell’Istituto Nazionale di Censimento e Statistica (Indec) durante i quattro anni del governo di Mauricio Macri gli indici associati alla povertà multidimensionale, la precarizzazione lavorativa e un forte diminuzione della qualità della vita ha colpito il popolo argentino per effetto delle politiche di neoliberismo selvaggio applicate.

Il presidente argentino, Mauricio Macri, ha riconosciuto la sua sconfitta e si è congratulato con il suo avversario, Alberto Fernández, per aver ottenuto la vittoria al primo turno, senza la necessità di andare al ballottaggio.

“Mi sono congratulato con Fernandez, ha fatto un’ottima elezione”, ha affermato l’attuale presidente di fronte ai suoi seguaci, che cederanno il comando al leader peronista dal 10 dicembre. Ha anche aggiunto: “Ho invitato il presidente eletto a fare colazione domani”.

D’altra parte, il leader della destra locale ha ritenuto importante raggiungere un processo di transizione nelle settimane che rimangono al comando del Paese sudamericano: “Metterò sempre il bene comune sopra qualsiasi cosa”, ha dichiarato.



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30/09/2019

Argentina: neoliberismo, dipendenza e spiragli di riscatto

L’11 agosto scorso si sono tenute in Argentina le cosiddette “elezioni primarie aperte simultanee e obbligatorie” (PASO). Si tratta di elezioni primarie, estese a tutti i cittadini, volte alla scelta dei candidati del partito votato, eletti a maggioranza semplice per concorrere alle elezioni generali che si svolgeranno il prossimo 27 ottobre. Nella sostanza, oltre ad identificare i candidati, questo tipo di elezione rappresenta un banco di prova e un segnale molto importante per le elezioni generali. I candidati principali erano Mauricio Macri (Partido Cambiemos – attuale presidente, insediatosi nel dicembre 2015) alleato con una parte molto minoritaria del Peronismo (rappresentata da Miguel Pichetto) e, dall’altra parte, Alberto Fernández, una figura che gode di un ampio sostegno della maggioranza del Peronismo in alleanza con Cristina Fernández de Kirchner (il precedente presidente, dal 2007 al 2015). Due poli opposti e due visioni antitetiche della politica economica, su cui vale la pena fare alcune riflessioni in vista dell’imminente appuntamento elettorale.

Il governo di Mauricio Macri, campione del neoliberismo più estremo, terminerà il suo mandato a dicembre 2019 con poche possibilità di essere rieletto. Macri, il delfino dei poteri forti internazionali, aveva impostato la propaganda pre e post-elettorale prima della propria legislatura su tre promesse ‘slogan’ finalizzate ad infarcire un programma di puro attacco agli interessi delle classi popolari:

1. lotta contro il traffico di droga;
2. azzeramento della povertà;
3. riunire gli argentini in una società profondamente divisa.

Si è trattato, ovviamente, di tre slogan del tutto vuoti. Il primo, quello della lotta al traffico di droga, è una consueta parola d’ordine usata ad arte in numerosi paesi sudamericani come grimaldello ideologico per favorire le ingerenze statunitensi. Con la scusa della lotta al narcotraffico gli Stati Uniti hanno al contrario favorito i grandi traffici di droga che dilaniano le società sud-americane e influito pesantemente, anche tramite questa via, sulla vita socio-politica dei paesi. Emblematico il caso della Colombia.

Il secondo e il terzo slogan risuonano come mere bugie utili a nascondere quel programma neoliberista interamente basato sull’esplicito obiettivo di accrescere la povertà e le disuguaglianze sociali. Dietro lo slogan di “unire gli argentini”, in sintonia con quanto storicamente accaduto con tutti i governi dittatoriali o democratici di destra, si è cercato di colpire il peronismo come movimento popolare. Vale la pena ricordare che la storia del movimento peronista, ispirato alla figura del presidente argentino Juan Domingo Peron, è il risultato di un connubio di ideologie ed anime estremamente differenziate, che tuttavia, in estrema approssimazione, al di là degli esiti storici contraddittori e della involuzione conservatrice del secondo Peron nella storia argentina, può dirsi ispirato idealmente ad una visione sociale dell’economia, una promozione degli interessi del lavoro e una difesa della sovranità nazionale dalle ingerenze imperialiste. Elementi, almeno sulla carta, in parte ripresi in modo sfumato anche dal neo-peronismo di oggi.

La lotta ideologica e politica di Macri contro il peronismo è passata per una martellante propaganda mediatica sulle presunte condizioni di decadenza economica del paese attribuite al governo precedente (2003-2015) di Christina Kirchner. Il ritornello usato dal neoliberista Macri è stato quello di una “bomba” sociale in procinto di esplodere lasciata in eredità dai peronisti accusati di spendere e spandere in barba alla disciplina finanziaria (una storiella non troppo diversa da quella raccontata per i paesi mediterranei...).

Oltre agli aspetti propagandistici, nei fatti, il governo Macri ha deciso di applicare praticamente lo stesso piano economico dell’ultima dittatura civile-militare, il cui principale protagonista economico fu José Martínez de Hoz. Un programma tragicamente seguito alla lettera da diversi paesi dell’America Latina negli anni ’70, fedelmente tracciato dalle scuole neoliberiste facenti capo ai cosiddetti Chicago boys, riprodotto meticolosamente dal presidente argentino: svalutazione della divisa nazionale per favorire le imprese esportatrici; riduzione delle imposte sulle esportazioni (aventi il merito storico di tenere bassi i prezzi interni in particolare dei prodotti agricoli), con un immediato effetto di aumento dei prezzi dei prodotti alimentari; liberalizzazione delle tariffe dei servizi pubblici con susseguente aumento dei prezzi; incentivo alle importazioni, che ha generato un drammatico aumento del debito estero (contratto in valuta estera). Come conseguenza di questa politica si è avuto un rapido aumento della disoccupazione. Allo stesso tempo è stata adottata una politica monetaria di aumenti continui dei tassi di interesse. La conseguenza, voluta, di questa politica è stata una riduzione dei salari reali e un aumento dei profitti delle imprese, in particolare, del settore agricolo, bancario e finanziario. Per afferrare in modo immediato i risultati deleteri conseguiti dall’agenda neoliberista del governo Macri può essere utile osservare la tabella sottostante, che riporta degli indicatori economici relativi al 2015 (alla fine del governo Fernandez) e nel 2019. Si nota come nell’era Macri vi sia stato contestualmente un aumento della disoccupazione, del debito estero, dell’inflazione e del tasso di interesse a tutto vantaggio dei profitti d’impresa.

Indicatore economico-sociale Governo Cristina Fernández de Kirchner (dati 2015) Governo Mauricio Macri (dati 2019)
Tasso di disoccupazione 5,6% 10,1%
Incidenza della povertà (% della popolazione totale) 29,2% 35%
Debito estero netto (espresso in % del PIL) 18,1% (dato 2013) 48%
Tasso di inflazione medio annuo 30% 60%
Tasso di cambio (quanti Pesos argentino per un Dollaro americano) 9,84 57
Tasso di interesse medio annuo 30% 75%


‘La migliore squadra degli ultimi 50 anni’, così come ama definirsi l’attuale governo argentino, ha peggiorato dunque tutti gli indicatori economici e sociali esistenti.

Malgrado l’evidente fallimento sociale ed economico di Macri, l’esito delle elezioni dell’11 agosto deve essere considerato una sorpresa. Il governo Macri, infatti, ha beneficiato del supporto assoluto dei grandi gruppi di comunicazione, in particolare il gruppo Clarín (TV, giornali, Internet, telefonia cellulare). Il governo godeva pertanto di una sorta di “protezione mediatica” che rendeva le critiche pressoché inesistenti o relegate a canali di informazione secondari. Tutti i media in effetti pronosticavano con grandi probabilità una rielezione di Macri e incolpavano il precedente governo della situazione economica del paese. Alla fine, la realtà del disagio popolare ha prevalso e il duo Fernández-Fernández ha ottenuto il 49,49% (12 milioni di voti circa) mentre il duo Macri-Pichetto si è fermato al 32,9% (8 milioni di voti circa), ribaltando radicalmente i risultati delle precedenti elezioni.

Dopo le elezioni primarie, la compagine governativa è entrata nel caos. In primo luogo, il risultato ha determinato una reazione immediata del settore finanziario che aveva entusiasticamente appoggiato Macri sin dall’inizio della sua ascesa, con il crollo degli indici borsistici nel giorno di apertura dei mercati. Ciò ha generato una corsa alla vendita del Peso argentino che il governo non ha potuto fermare. Inoltre, i risparmiatori hanno cercato di ritirare quanto più possibile i loro risparmi in dollari, facendo così cadere le riserve estere di dollari (detenute dalla banca centrale argentina). Ciò ha contribuito ad un’ulteriore svalutazione del Peso, al fronte di rinnovati timori circa la capacità dell’Argentina di far fronte agli obblighi in valuta estera. Il governo, quindi, è entrato nel panico e ha stabilito di posticipare il pagamento dei titoli del debito pubblico in scadenza per frenare in qualche modo la picchiata del Peso argentino, temendo che la maggiore liquidità in Pesos in circolo derivante dal rimborso a scadenza dei bond venisse convertita in dollari. Si è trattato, di fatto, di un ‘default selettivo’ così come lo hanno definito le agenzie di rating. Ciò ha dato luogo ad un avvitamento della situazione sfociata infine nella decisione del Fondo monetario internazionale di non erogare una parte dei prestiti concordati prima con il paese. Il governo, dopo un paio di giorni di stallo, ha infine applicato un controllo diretto sulla valuta. Una delle misure che era stata tra le più criticate nei confronti del precedente governo perché giudicata “limitativa delle libertà individuali” (il governo Kirchner aveva stabilito il controllo dei cambi dal 2011 al 2015), è stata puntualmente attuata in condizioni emergenziali dal governo Macri.

In questo scenario si inseriscono anche le relazioni con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Durante l’ultimo anno di governo Macri (nello specifico, dal giugno 2018), l’FMI ha concesso all’Argentina 45 miliardi di dollari: si tratta di una cifra record per l’FMI, mai prestata prima in un solo anno ad un paese. Anche per questo motivo l’Argentina è diventato il primo paese debitore del Fondo, i cui vertici hanno recentemente dichiarato che, tuttavia, per la prossima tranche di aiuti occorrerà attendere l’esito delle elezioni di ottobre. Un ulteriore capitolo di una triste storia di ingerenza da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, capitanate proprio dal FMI, che da molto tempo considerano l’Argentina un vero e proprio laboratorio preferenziale per l’attuazione di riforme neoliberiste.

Questa fase caotica precede e prepara il momento fatidico delle elezioni del 27 ottobre quando i due poli si affronteranno nuovamente e verrà determinato l’esito delle elezioni generali.

Da un lato Mauricio Macri e Miguel Angel Pichetto, i campioni del neoliberismo, fedeli servitori degli interessi stranieri e dell’imperialismo economico statunitense, sostenitori di un programma politico-economico che ripropone le ricette devastanti già sperimentate sino ad oggi: indebitamento estero, aumento della dipendenza del paese dal commercio internazionale, ulteriore riduzione dei salari e dello Stato sociale, riduzione delle imposte sul capitale, in particolare sui grandi gruppi agrari e il settore finanziario. Una piattaforma esplicitamente orientata a colpire gli interessi delle classi popolari.

Dall’altro lato Anibal Fernandez accompagnato da Chirstina Fernandenz de Kirchner si presentano come il volto moderato del peronismo alternando in un equilibrismo precario propositi di progresso sociale e un moderatismo di politica economica non esplicitamente dirompente rispetto agli equilibri attuali. Del resto il grado di libertà della politica economica del paese è strettamente legato ai problemi della bilancia dei pagamenti dovuti ad una forte limitazione di valutazione estera in dollari ed ai problemi di indebitamento con il Fondo monetario internazionale vero cavallo di Troia usato dagli USA come strumento di ingerenza nello sviluppo del paese.

La possibilità, nel caso di vittoria elettorale, dei neo-peronisti di portare avanti una significativa politica di progresso sociale ed economico delle classi subalterne dipenderà dalla volontà e capacità di far uscire il paese dalla propria posizione di subalternità e dipendenza dagli USA e dal commercio internazionale, che nel quinquennio del governo Macri si è gravemente approfondita facendo tornare l’Argentina agli anni bui della crisi del 2001.

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