Sorprendere. Anche nel partito di governo, che questa domenica, 26 ottobre, ha ottenuto una vittoria indiscussa, che riconvalida il corso dell’aggiustamento strutturale dell’economia e della motosega, la sorpresa ha prevalso. Nessuno si aspettava che La Libertad Avanza (Lla) vincesse con la forza che ha avuto. Ha vinto in 14 province, tra cui la più popolosa. Ha ottenuto il 40,73% dei voti a livello nazionale, battendo il peronismo di quasi 10 punti. Il risultato lascerà molto da analizzare.
Cosa è successo nel territorio di Buenos Aires dove poco più di 40 giorni il Mileismo aveva perso di 14 punti? Perché un presidente che dice che odiare lo Stato ha vinto di nuovo in diverse province del Nord? Le risposte a queste domande richiederanno tempo.
Per iniziare a scorrere i numeri, bisogna guardare al territorio di Buenos Aires, dove vive quasi il 38% dell’elettorato. Alla chiusura di questa nota, Diego Santilli (della LLA, il partito di Milei, ndr) ha ottenuto il 41,51% dei voti. È stato seguito da Jorge Taiana che gli mordeva i talloni con il 40.85. Quando il 96% dei seggi elettorali era stato scrutinato.
Nel peronismo erano fiduciosi che in quei restanti quattro punti c’era di più per Fuerza Patria che per LLA e che alla fine del conteggio l’ex ministro degli esteri sarebbe stato primo. Può succedere, ma non cambierà l’impatto politico della giornata. Milei ha ribaltato un’elezione di 14 punti in 40 giorni. Nel bunker peronista circolavano i verbali dei tavoli in cui il peronismo aveva vinto il 7 settembre e ora LLA. Lo stesso tavolo con un livello di partecipazione simile. Sorpresa e tante incognite.
Nella provincia di Córdoba, il secondo distretto con quasi il 9% dei voti, il Mileismo si aspettava una buona elezione, ma non ha vinto con il 42% dei voti con la candidatura di Gonzalo Roca a deputato nazionale. Il peronismo provinciale si è diviso in tre, con la candidatura di Juan Schiaretti, che ottenne il 28,8%, Natalia de la Sota, che ottenne l’8,75%; e Pablo Carro (Fuerza Patria) che ha ottenuto 5,08.
Questi filoni peronisti, è noto, hanno più che semplici differenze sulle lotte di potere. Ci sono concezioni molto diverse anche rispetto al governo di Milei. Se i tre fossero stati sommati, avrebbero battuto LLA. È un esempio del percorso che l’opposizione dovrà percorrere se vuole tornare ad essere competitiva.
Il risultato di Schiaretti è un esempio di quello che è successo con i governatori che hanno messo insieme il fronte delle Province Unite qualche mese fa. Tutti hanno perso nei loro distretti. L’eccezione fu Gustavo Valdés a Corrientes. È un altro esempio, se ce ne fosse bisogno, che il famoso viale nel mezzo della politica argentina è un salto nel vuoto.
Infatti, a Santa Fe, con il 7,96% del registro, il governatore Maximiliano Pullaro, una delle figure delle Province Unite, ha avuto una fortissima sconfitta. La sua vice governatrice Gisela Scaglia ha ottenuto il 18,8% dei voti per i deputati nazionali. Il vincitore è stato Agustín Pellegrini (LLA) con il 40% e al secondo posto Caren Tepp, Fuerza Patria, con il 28,9%.
L’ultimo dei quattro distretti più popolosi è la Capitale Federale, con il 7,1% del registro. Il ministro della Sicurezza, Patricia Bullrich, ha ottenuto il 50% dei voti per la carica di senatore nazionale. A lei segue Mariano Recalde, che gli rinnoverà il seggio, con il 30,6 per cento. Non è una cattiva scelta per il peronismo, ma nel quadro del risultato generale la piccola gioia di Buenos Aires svanisce.
Nella categoria dei deputati nazionali, Alejandro Fargosi (LLA) ha ottenuto meno punti con Bullrich, con il 47,3% e lo stesso è accaduto con Itai Hagman (FP) che ha ottenuto 26,9. Il risultato di Hagman si spiega in parte con un taglio delle schede a favore della candidata della FITU Myriam Bregman, che ha fatto una grande elezione avvicinandosi a quasi il 10% dei voti. Ha ottenuto quasi il doppio del suo compagno di corsa Christian Castillo, che ha gareggiato per la carica di senatore nazionale e ha raccolto poco più del 5 per cento.
Nel resto del Paese c’erano dati salienti. Nel Chaco, che eleggeva i senatori nazionali, l’elezione è stata quasi un pareggio tecnico. Alla fine di questa nota, Juan Cruz Godoy, candidato dell’alleanza tra LLA e il governatore radicale Leandro Zdero, ha ottenuto il 45,94% dei voti, mentre Jorge Capitanich (FP) ha ottenuto il 45,12%. Il 3,5% dei tavoli doveva essere contato, quindi la fine era ancora aperta. Non è un fatto secondario perché se il risultato fosse invertito, il peronismo prenderebbe due senatori invece di uno.
A Río c’era una situazione simile, ma al contrario. Per la Camera alta, Martín Soria (FP) ha vinto con un risultato risicato. Ha battuto la libertaria Lorena Villaverde, accusata di traffico di droga, del 30,63% contro il 30,24. Nella categoria dei deputati nazionali, invece, Aníbal Tortoriello (LLA) ha ottenuto il 34,2 e Adriana Serquis (FP) il 29,1. La forza del governatore Alberto Weretilneck è arrivata terza in entrambe le categorie. Subì la stessa sorte degli altri fronti provinciali ad eccezione del Fronte Civico di Santiago del Estero, guidato dal governatore Gerardo Zamora, che vinse in tutte le categorie, compresa quella di governatore.
Al nord, il Mileismo ha prevalso a Jujuy e Salta, che hanno rinnovato senatori – come il Chaco – e hanno vinto anche a La Rioja e Misiones, dove hanno sconfitto il fronte provinciale.
Il giorno delle elezioni lascia una scia di segnali politici. La prima è che Milei ha spazzato via tutte le altre espressioni dell’antiperonismo. La PRO era totalmente assorbita e il radicalismo era ancora una volta sull’orlo dell’estinzione. Un’altra chiave, all’interno del governo interno, è che Karina Milei, fino ad ora indicata come la marescialla di tutte le sconfitte nelle elezioni locali di quest’anno, è risorta dalle ceneri. È stata una delle grandi vincitrici della strategia scelta per le elezioni nazionali. L’altro punto centrale è il peronismo. Non è stato in grado di ricostruire il suo rapporto con la società dopo la sconfitta del 2023.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/10/2025
04/11/2021
Un papa “peronista”?
Poche settimane fa, papa Francesco ha rivolto un messaggio ai movimenti popolari che includeva una serie di petizioni per “adattare i nostri modelli socio-economici in modo che abbiano un volto umano”.
Questa espressione del volto umano è stata promossa alla fine degli anni ’80 dai paesi nordici e dal Giappone e finanziata attraverso l’UNICEF e il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) al fine di promuovere un’alternativa ai drammatici effetti sociali che stavano generando i programmi di aggiustamento promosso dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale nei paesi in via di sviluppo dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina.
Nel suo messaggio il Papa ha chiesto alle compagnie farmaceutiche di liberalizzare i brevetti; ai gruppi finanziari di perdonare i debiti dei paesi poveri; alle grandi corporazioni estrattive di smettere di distruggere foreste, zone umide e montagne e smettere di inquinare fiumi e mari e di avvelenare città e cibo; alle grandi corporazioni alimentari di smettere di imporre strutture di produzione e distribuzione monopolistiche che gonfiano i prezzi; ai fabbricanti e trafficanti di armi che cessino completamente la loro attività; ai giganti della tecnologia che smettano di realizzare profitti a scapito di incitamento all’odio, adescamento (molestie e abusi sessuali online), notizie false, teorie del complotto e manipolazione politica; ai colossi delle telecomunicazioni che liberino l’accesso ai contenuti didattici e lo scambio con gli insegnanti via Internet, affinché anche i bambini poveri possano essere educati in contesti di quarantena; ai media che mettano fine alla logica della post-verità, della disinformazione, della diffamazione, della calunnia e di “quella malata fascinazione dello scandalo e della sporcizia”; ai paesi potenti che cessino le aggressioni, i blocchi, le sanzioni unilaterali contro qualsiasi paese in qualunque parte della terra; ai politici che rappresentano i loro popoli e lavorino per il bene comune e ai leader religiosi che non usino mai il nome di Dio per fomentare guerre o colpi di stato.
“Così sono un mendicante”, ha detto nel suo messaggio, riconoscendo che pur essendo difficili da raggiungere, allo stesso tempo, queste richieste “hanno la capacità di metterci in moto, di metterci in cammino e di permetterci di non cadere in una rassegnazione dura e perdente”.
Nel suo messaggio, papa Francesco solleva due proposte concrete, che si inseriscono in quanto si legge nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa che aveva scritto il conservatore Papa Giovanni Paolo II, proposte fondate sul “concepire la solidarietà non come una virtù morale, ma come principio sociale”: un salario universale e la riduzione della giornata lavorativa.
Riguardo al primo, è compito dei governi – afferma – “stabilire schemi fiscali e redistributivi in modo che la ricchezza di una parte sia condivisa con equità senza che ciò implichi un peso insopportabile, soprattutto per la classe media, poiché generalmente quando ci sono questi conflitti è quella che soffre di più. Non dimentichiamo che le grandi fortune di oggi sono il risultato del lavoro, della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnica di migliaia di uomini e donne nel corso delle generazioni“.
Riguardo alla riduzione della giornata lavorativa, lavorare di meno perché più persone abbiano accesso al lavoro, è per il Papa “un aspetto che va studiato con una certa urgenza“.
Curiosamente, per alcuni settori, questo messaggio è stato fonte di scandalo maggiore dei crimini di pedofilia nella Chiesa.
Così, il direttore di un quotidiano di Madrid ha etichettato papa Francesco per queste affermazioni come un “demagogo populista” e un “peronista”, affermando che “piacciono solo agli atei“.
La reazione virulenta dei settori ultraconservatori sembra portarli a rinunciare alla romanità che dovrebbe essere di tutti i fedeli della Chiesa cattolica, e a proclamarsi cattolici apostolici, non romani ma spagnoli, che non comunicano con il Vescovo di Roma, Wow!
Queste reazioni permettono di misurare le profonde radici reazionarie che sostengono molti settori del potere nella società spagnola.
Qualificare come “populiste” e “demagogiche” le proposte per stabilire un salario universale e una riduzione della giornata lavorativa illustra il profondo legame dei nostri ultraconservatori di oggi con la verecondia che si esprimeva negli stessi termini nel XIX secolo.
Basta leggere i trucchi raccontati da Valle Inclán o Pérez Galdós per riconoscere in coloro che ora sono classificati come populisti quelli che ieri erano etichettati come demagoghi.
Un po’ più strano è che il Papa venga descritto come un “peronista”, sapendo che ai suoi tempi, come vescovo argentino, Papa Francesco non andava particolarmente d’accordo con il peronismo; anche la foto della “riconciliazione” con Cristina Fernández è rimasta per la storia.
E ancora più equivoco se si tiene conto di quanto peronista fosse il borghese Juan Domingo quanto la proletaria Evita; tanto peronista era l’ultra-liberale Menem quanto il socialdemocratico Kirchner.
Infatti, secondo le parole del Papa, avrebbero dovuto definirlo buddista o luterano, dal momento che il suo pensiero si basa sulle proposte politiche che i paesi nordici europei o il Giappone hanno promosso decenni fa, per fronteggiare proprio il neoliberismo che tanti poveri stava producendo.
Se si analizzano le proposte del Papa con un minimo di rigore scientifico, va detto che un salario universale non ha senso, perché lo stipendio è il corrispettivo in denaro o in natura che viene concesso a chi svolge un lavoro produttivo affinché possa acquisire parte di ciò che hanno prodotto.
In ogni caso, si potrebbe rivendicare un reddito di sopravvivenza universale, tecnicamente possibile poiché solo una frazione della spesa in armi può generare un reddito sufficiente per gli 800 milioni di persone a rischio di morte per malnutrizione.
Infatti, dei due trilioni di dollari spesi in armi nel 2020, basterebbe dedicare il 6% agli aiuti diretti e un altro 8% agli investimenti, per porre fine alla fame estrema in quindici giorni. E ancora più i 1,7 trilioni di dollari all’anno sprecati in carri armati, bombe e altre cose per uccidere.
Da parte sua, la riduzione della giornata lavorativa non è una novità, ma qualcosa di cui si parla da decenni.
L’ascesa del capitalismo alla fine del XVIII secolo fu accompagnata da un aumento spettacolare della giornata lavorativa, che raggiunse le 15 e le 16 ore al giorno in alcune industrie manifatturiere in Francia e in Inghilterra.
Lo stesso Papa Francesco ricorda come nel XIX secolo la giornata lavorativa sia stata ridotta da più di 12 ore (il tempo massimo stabilito dalla legislazione inglese del 1833) a 10 ore nel 1848 e a 8 ore dopo la prima guerra mondiale.
In altre parole, una riduzione generale del 33% dell’orario di lavoro giornaliero, possibile tra l’altro perché la produttività per abitante è cresciuta di circa il 250% in un secolo.
Ma nel secolo che va dalla “Grande Depressione” degli anni Venti del Novecento alla “Grande Recessione” del secondo decennio del XXI secolo, la produttività pro capite nei paesi industrializzati è cresciuta di oltre il 500% e tuttavia la giornata lavorativa non si è quasi più ridotta, se non per alcuni episodi isolati come la giornata di 35 ore in Francia, divenuta ormai obsoleta.
La British New Economics Foundation ha raccomandato di passare a una settimana lavorativa standard di 21 ore per far fronte ai problemi della disoccupazione, delle alte emissioni di carbonio, del basso benessere, delle disuguaglianze radicate, del superlavoro, della cura della famiglia e di una generale mancanza di tempo libero.
La riduzione della giornata lavorativa non è solo possibile; è una necessità ineludibile per ridurre la precarietà del mercato del lavoro e consentire, come molti propongono, di allungare l’età pensionabile.
Lavorare meno ore per lavorare più anni e far lavorare più persone è senza dubbio uno dei temi chiave della trasformazione delle strutture economiche per i prossimi decenni.
Se non viene affrontato, difficilmente sarà possibile uscire dal pantano in cui ci ha introdotto il neoliberismo da quando si è imposto tre decenni fa.
Fonte
Questa espressione del volto umano è stata promossa alla fine degli anni ’80 dai paesi nordici e dal Giappone e finanziata attraverso l’UNICEF e il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) al fine di promuovere un’alternativa ai drammatici effetti sociali che stavano generando i programmi di aggiustamento promosso dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale nei paesi in via di sviluppo dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina.
Nel suo messaggio il Papa ha chiesto alle compagnie farmaceutiche di liberalizzare i brevetti; ai gruppi finanziari di perdonare i debiti dei paesi poveri; alle grandi corporazioni estrattive di smettere di distruggere foreste, zone umide e montagne e smettere di inquinare fiumi e mari e di avvelenare città e cibo; alle grandi corporazioni alimentari di smettere di imporre strutture di produzione e distribuzione monopolistiche che gonfiano i prezzi; ai fabbricanti e trafficanti di armi che cessino completamente la loro attività; ai giganti della tecnologia che smettano di realizzare profitti a scapito di incitamento all’odio, adescamento (molestie e abusi sessuali online), notizie false, teorie del complotto e manipolazione politica; ai colossi delle telecomunicazioni che liberino l’accesso ai contenuti didattici e lo scambio con gli insegnanti via Internet, affinché anche i bambini poveri possano essere educati in contesti di quarantena; ai media che mettano fine alla logica della post-verità, della disinformazione, della diffamazione, della calunnia e di “quella malata fascinazione dello scandalo e della sporcizia”; ai paesi potenti che cessino le aggressioni, i blocchi, le sanzioni unilaterali contro qualsiasi paese in qualunque parte della terra; ai politici che rappresentano i loro popoli e lavorino per il bene comune e ai leader religiosi che non usino mai il nome di Dio per fomentare guerre o colpi di stato.
“Così sono un mendicante”, ha detto nel suo messaggio, riconoscendo che pur essendo difficili da raggiungere, allo stesso tempo, queste richieste “hanno la capacità di metterci in moto, di metterci in cammino e di permetterci di non cadere in una rassegnazione dura e perdente”.
Nel suo messaggio, papa Francesco solleva due proposte concrete, che si inseriscono in quanto si legge nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa che aveva scritto il conservatore Papa Giovanni Paolo II, proposte fondate sul “concepire la solidarietà non come una virtù morale, ma come principio sociale”: un salario universale e la riduzione della giornata lavorativa.
Riguardo al primo, è compito dei governi – afferma – “stabilire schemi fiscali e redistributivi in modo che la ricchezza di una parte sia condivisa con equità senza che ciò implichi un peso insopportabile, soprattutto per la classe media, poiché generalmente quando ci sono questi conflitti è quella che soffre di più. Non dimentichiamo che le grandi fortune di oggi sono il risultato del lavoro, della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnica di migliaia di uomini e donne nel corso delle generazioni“.
Riguardo alla riduzione della giornata lavorativa, lavorare di meno perché più persone abbiano accesso al lavoro, è per il Papa “un aspetto che va studiato con una certa urgenza“.
Curiosamente, per alcuni settori, questo messaggio è stato fonte di scandalo maggiore dei crimini di pedofilia nella Chiesa.
Così, il direttore di un quotidiano di Madrid ha etichettato papa Francesco per queste affermazioni come un “demagogo populista” e un “peronista”, affermando che “piacciono solo agli atei“.
La reazione virulenta dei settori ultraconservatori sembra portarli a rinunciare alla romanità che dovrebbe essere di tutti i fedeli della Chiesa cattolica, e a proclamarsi cattolici apostolici, non romani ma spagnoli, che non comunicano con il Vescovo di Roma, Wow!
Queste reazioni permettono di misurare le profonde radici reazionarie che sostengono molti settori del potere nella società spagnola.
Qualificare come “populiste” e “demagogiche” le proposte per stabilire un salario universale e una riduzione della giornata lavorativa illustra il profondo legame dei nostri ultraconservatori di oggi con la verecondia che si esprimeva negli stessi termini nel XIX secolo.
Basta leggere i trucchi raccontati da Valle Inclán o Pérez Galdós per riconoscere in coloro che ora sono classificati come populisti quelli che ieri erano etichettati come demagoghi.
Un po’ più strano è che il Papa venga descritto come un “peronista”, sapendo che ai suoi tempi, come vescovo argentino, Papa Francesco non andava particolarmente d’accordo con il peronismo; anche la foto della “riconciliazione” con Cristina Fernández è rimasta per la storia.
E ancora più equivoco se si tiene conto di quanto peronista fosse il borghese Juan Domingo quanto la proletaria Evita; tanto peronista era l’ultra-liberale Menem quanto il socialdemocratico Kirchner.
Infatti, secondo le parole del Papa, avrebbero dovuto definirlo buddista o luterano, dal momento che il suo pensiero si basa sulle proposte politiche che i paesi nordici europei o il Giappone hanno promosso decenni fa, per fronteggiare proprio il neoliberismo che tanti poveri stava producendo.
Se si analizzano le proposte del Papa con un minimo di rigore scientifico, va detto che un salario universale non ha senso, perché lo stipendio è il corrispettivo in denaro o in natura che viene concesso a chi svolge un lavoro produttivo affinché possa acquisire parte di ciò che hanno prodotto.
In ogni caso, si potrebbe rivendicare un reddito di sopravvivenza universale, tecnicamente possibile poiché solo una frazione della spesa in armi può generare un reddito sufficiente per gli 800 milioni di persone a rischio di morte per malnutrizione.
Infatti, dei due trilioni di dollari spesi in armi nel 2020, basterebbe dedicare il 6% agli aiuti diretti e un altro 8% agli investimenti, per porre fine alla fame estrema in quindici giorni. E ancora più i 1,7 trilioni di dollari all’anno sprecati in carri armati, bombe e altre cose per uccidere.
Da parte sua, la riduzione della giornata lavorativa non è una novità, ma qualcosa di cui si parla da decenni.
L’ascesa del capitalismo alla fine del XVIII secolo fu accompagnata da un aumento spettacolare della giornata lavorativa, che raggiunse le 15 e le 16 ore al giorno in alcune industrie manifatturiere in Francia e in Inghilterra.
Lo stesso Papa Francesco ricorda come nel XIX secolo la giornata lavorativa sia stata ridotta da più di 12 ore (il tempo massimo stabilito dalla legislazione inglese del 1833) a 10 ore nel 1848 e a 8 ore dopo la prima guerra mondiale.
In altre parole, una riduzione generale del 33% dell’orario di lavoro giornaliero, possibile tra l’altro perché la produttività per abitante è cresciuta di circa il 250% in un secolo.
Ma nel secolo che va dalla “Grande Depressione” degli anni Venti del Novecento alla “Grande Recessione” del secondo decennio del XXI secolo, la produttività pro capite nei paesi industrializzati è cresciuta di oltre il 500% e tuttavia la giornata lavorativa non si è quasi più ridotta, se non per alcuni episodi isolati come la giornata di 35 ore in Francia, divenuta ormai obsoleta.
La British New Economics Foundation ha raccomandato di passare a una settimana lavorativa standard di 21 ore per far fronte ai problemi della disoccupazione, delle alte emissioni di carbonio, del basso benessere, delle disuguaglianze radicate, del superlavoro, della cura della famiglia e di una generale mancanza di tempo libero.
La riduzione della giornata lavorativa non è solo possibile; è una necessità ineludibile per ridurre la precarietà del mercato del lavoro e consentire, come molti propongono, di allungare l’età pensionabile.
Lavorare meno ore per lavorare più anni e far lavorare più persone è senza dubbio uno dei temi chiave della trasformazione delle strutture economiche per i prossimi decenni.
Se non viene affrontato, difficilmente sarà possibile uscire dal pantano in cui ci ha introdotto il neoliberismo da quando si è imposto tre decenni fa.
Fonte
29/02/2020
Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: La linea del fuoco, di Manolo Morlacchi, Mimesis 2019
È una storia di militanti e di guerrieri, di donne e uomini che hanno combattuto per liberarsi di una dittatura e che hanno combattuto perché
credevano nel socialismo: due attitudini non sovrapponibili, ma
collegate. È anche una storia complicata, chiaramente, perché si tratta
di vicende latinoamericane, con il portato di variabili che, noi vecchi
europei, fatichiamo a comprendere.
La questione del peronismo, innanzi tutto, vale a dire la “secca” su cui facilmente si incagliano tante riflessioni dei compagni e delle compagne europee sulla politica latino americana del secondo dopoguerra. Sarebbe facile fare spallucce, banalizzando la questione secondo il buon vecchio adagio per cui “tanto sono chiacchiere”. La storia e la lotta di classe la fanno coloro che la vivono, non chi la commenta, evidentemente, ma l’affaire del peronismo è emblematico dello stordimento che caratterizza la sinistra “occidentale” – e quella italiana in particolare – quando si trova ad affrontare variabili poco praticate dalle sue parti. Il peronismo ieri, il populismo oggi, per dire, ma anche i movimenti di liberazione nazionale, la decolonizzazione, l’indigenismo e l’antimperialismo. Manolo Morlacchi, che de La linea del fuoco è l’autore, è ben consapevole di questo problema e non svicola sotto l’ostacolo, tanto che il suo saggio è anche un utile e raro esempio di lettura marxista – quindi secondo i paradigmi della scienza della classe – di Perón e del peronismo senza Perón. Non viene negato, quindi, né l’iniziale posizionamento del Generale argentino al fianco nel nazifascismo, durante la II Guerra mondiale (in coerenza con la precoce fascinazione dello stesso Perón per Mussolini), né il successivo riallineamento in funzione filo statunitense e palesemente anti-sovietica, ivi compreso un fetido corteggiamento al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale. Corteggiamento non corrisposto, peraltro, tanto da suggerire un inevitabile “ripensamento”, che consigliò al Generale un’inversione nazionalista non inedita, in Latino America. Sia chiaro, onde evitare accuse di “rossobrunismo” che oggi vengono diffuse con sconcertante serenità, che: Morlacchi esprime con nitore la sua posizione politica sul peronismo, sin dal primo capitolo: “Il fatto che Juan Domingo Perón sia stata una figura compromessa sin dall’inizio con gli interessi del grande capitale e che contribuì attivamente all’organizzazione della repressione appare storicamente incontestabile” (p. 32) ma, allo stesso tempo, suggerisce come sarebbe riduttivo leggere il legame tra classe operaia e Perón semplicemente alla luce dell’aura antimperialista di quest’ultimo, dimenticando come l’organizzazione stessa delle strutture di difesa e rivendicazione operaia sia stata plasmata proprio da Perón, che sostituì i vertici socialisti e comunisti della Confederazione Generale del Lavoro, mettendovi i suoi uomini e aumentandone notevolmente i tesserati.
È difficilmente confutabile quanto afferma, a tal proposito, Julio Santucho nell’Introduzione: “Il fatto è che la costituzione del proletariato come classe nazionale avvenne in condizioni di chiara subordinazione ideologica, politica e organizzativa al progetto nazionalista borghese di Perón” (p. 14). Qui è insita la spiegazione del perché, da un lato, il peronismo sopravvisse anche all’interruzione – lunga ben diciassette anni – della presidenza Perón e, dall’altro, perché la classe operaia argentina debba essere definita “peronista”, ma non “peroniana” in senso stretto. Che il lascito più cospicuo del “bonapartista” Perón verso i lavoratori argentini sia stato un netto (ma ahinoi effimero) miglioramento della qualità della vita oppure la struttura organizzativa di una solida forza laburista diventa, a questo punto, quasi secondario: che sia stato il pane oppure le rose, fatto sta che proprio durante la prima presidenza Perón la forza lavoro argentina si rende conto della possibilità di edificare una società diversa da quella dominata da quel capitalismo assassino e rapace che il Latino America conosce dal primo contatto con l’Occidente e che l’Europa sta incominciando a conoscere solo nell’ultimo decennio. È altrettanto secondario che ciò sia avvenuto per una sincera (ma assai improbabile) vocazione progressista del Generale o per quel misto di casualità, di contingenza internazionale e di “costrizione” politica interna, oltre che di evidenti doti soggettive, che caratterizzarono il secondo dopoguerra argentino. Fatto sta che accadde, in un processo storico che si rivelò permeabile – e qui c’è il “cuore” del lavoro di Manolo Morlacchi (o quantomeno la parte che più scalda il nostro, di cuore) – alle istanze rivoluzionarie, simboleggiate (ma non esaurite) dalle vicende della famiglia Santucho, quasi una copia anastatica, ma in versione rivoluzionaria, dei Perón. Straordinario laboratorio di teoria e di prassi politica, i Santucho hanno rappresentato la dimostrazione vivente di come le particolari condizioni del contesto argentino spingessero anche una parte di borghesia illuminata e benestante a sposare la causa dei diseredati e degli sfruttati, organizzandoli in un partito e in una compagine militare, arrivando a pagare un prezzo altissimo, per quanto “giustificato” dal livello della sfida lanciata al sistema politico argentino, che era quello – non dimentichiamolo – dei militari, del potere clericale, dei latifondisti, degli interessi economici nordamericani. Per questo motivo il libro di Manolo si pone come una “restituzione” nei confronti dei militanti coinvolti nella mattanza argentina, nel dissanguamento di un’intera generazione, nell’ineffabile capacità occidentale di guardare da un’altra parte, di non rinunciare ai Mondiali di calcio oppure di limitare il proprio dissenso da Pinochet alle magliette rosse dei tennisti di Coppa Davis, mentre il Latino America degli anni Settanta organizzava i pogrom e provava ad azzerare geneticamente l’idea stessa di Rivoluzione. Non solo i giovani, ma persino i loro figli, strappati alle famiglie dei desaparecidos con una scientificità che va oltre il “pragmatismo del male” e pare quasi un monito biblico: ‘Maledetto sia tu, i tuoi figli e i figli dei tuoi figli’. Eppure La linea del fuoco (qui sta uno dei più meritati motivi di vanto del volume) è attento a evitare la narrazione dominante, rispetto a uno dei periodi più oscuri del XX secolo, vale a dire il ricordo frammentato dei singoli e delle singole, che finiscono di default – in questo modo – nella categoria delle “vittime”, soffrendo una seconda e nuova “scomparsa”: quella della dimensione di consapevole militante rivoluzionario. Manolo Morlacchi non si presta alla narrazione per schegge (quebrantos, come da titolo di un peraltro suggestivo volume per Nova Delphi, a cura di Delia Ana Fanego) e riconduce a unitarietà la storia dell’Argentina sovversiva del secondo dopoguerra, ribadendo l’organicità di un percorso pure dipanatosi tra tanti rivoli e molteplici tentativi, vittorie, sconfitte, errori. Senza mai abbandonare, però, una stentorea coscienza di classe e una irriducibilità ad accettare lo stato di cose del tempo, come testimoniato dal cartellino di prigioniero di Mario “Indio” Paz, militante dell’ERP e comandante della Compagna del Monte, quando era recluso a Campo de Mayo: ‘Irrecuperabile’.
La storia del Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (PRT) e della sua ala militare, l’Esercito Rivoluzionario del Popolo (ERP), è una storia collettiva, come è inevitabile che sia per la storia di un partito e di un’organizzazione combattente: non è retorica da nobili perdenti, ma parte di quella “restituzione” di cui sopra, citare una canzone dedicata ad Ana María Lanzilotto, Domingo Menna, Benito Urteaga e Liliana Delfino, riportata a p. 199: “Non cercate la mia tomba perché non la troverete. Le mie mani sono quelle che vanno in altre mani sparando. La mia voce è quella che sta gridando, in una rivoluzione, quando è vera, o si trionfa o si muore. Il sogno è sempre intero. E sappiate che morirò solo se voi mollerete, perché chi è morto combattendo vive in ogni compagno”.
Il libro di Manolo non si ferma qui: si pone anche come insegnamento per chi voglia fare ricerca su un contesto o un periodo storico lontano dal proprio, senza per questo dover scegliere tra rigore scientifico e passione militante. L’Autore vi è riuscito partendo dai fili della sua memoria familiare, dal suo essere dentro la storia del movimento rivoluzionario, dalla sua consapevolezza di costituire solo un ingranaggio di quest’ultima. Per questo motivo La linea del fuoco è anche un archivio da aggiornare quotidianamente e da moltiplicare, rifiutando non solo il paradigma dei diritti umani (inevitabilmente allergico a qualsiasi politicità, anche solo progressista), ma anche quella vittimologia che, pur trovandosi spesso a essere la migliore delle narrazioni mainstream possibili, non rende giustizia alla forza delle idee e riduce all’incomprensibilità la frase meravigliosa che chiude la nota dell’Autore, a firma di Lucia Volpi, militante di Lotta Continua, impegnata ad accogliere gli esuli argentini in Italia insieme al marito (Vito) e sorpresa nel sapere che quest’ultimo avesse ricevuto la proposta di andare a combattere in Nicaragua con l’ultimo gruppo sostanzioso di militanti del PRT/ERP. Vito declinò l’offerta, per motivi familiari. “Gli chiesero di partire perché – anche se distanti migliaia di chilometri dall’Argentina – per quello che avevamo fatto ci consideravano parte del Partito”.
Fonte
La questione del peronismo, innanzi tutto, vale a dire la “secca” su cui facilmente si incagliano tante riflessioni dei compagni e delle compagne europee sulla politica latino americana del secondo dopoguerra. Sarebbe facile fare spallucce, banalizzando la questione secondo il buon vecchio adagio per cui “tanto sono chiacchiere”. La storia e la lotta di classe la fanno coloro che la vivono, non chi la commenta, evidentemente, ma l’affaire del peronismo è emblematico dello stordimento che caratterizza la sinistra “occidentale” – e quella italiana in particolare – quando si trova ad affrontare variabili poco praticate dalle sue parti. Il peronismo ieri, il populismo oggi, per dire, ma anche i movimenti di liberazione nazionale, la decolonizzazione, l’indigenismo e l’antimperialismo. Manolo Morlacchi, che de La linea del fuoco è l’autore, è ben consapevole di questo problema e non svicola sotto l’ostacolo, tanto che il suo saggio è anche un utile e raro esempio di lettura marxista – quindi secondo i paradigmi della scienza della classe – di Perón e del peronismo senza Perón. Non viene negato, quindi, né l’iniziale posizionamento del Generale argentino al fianco nel nazifascismo, durante la II Guerra mondiale (in coerenza con la precoce fascinazione dello stesso Perón per Mussolini), né il successivo riallineamento in funzione filo statunitense e palesemente anti-sovietica, ivi compreso un fetido corteggiamento al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale. Corteggiamento non corrisposto, peraltro, tanto da suggerire un inevitabile “ripensamento”, che consigliò al Generale un’inversione nazionalista non inedita, in Latino America. Sia chiaro, onde evitare accuse di “rossobrunismo” che oggi vengono diffuse con sconcertante serenità, che: Morlacchi esprime con nitore la sua posizione politica sul peronismo, sin dal primo capitolo: “Il fatto che Juan Domingo Perón sia stata una figura compromessa sin dall’inizio con gli interessi del grande capitale e che contribuì attivamente all’organizzazione della repressione appare storicamente incontestabile” (p. 32) ma, allo stesso tempo, suggerisce come sarebbe riduttivo leggere il legame tra classe operaia e Perón semplicemente alla luce dell’aura antimperialista di quest’ultimo, dimenticando come l’organizzazione stessa delle strutture di difesa e rivendicazione operaia sia stata plasmata proprio da Perón, che sostituì i vertici socialisti e comunisti della Confederazione Generale del Lavoro, mettendovi i suoi uomini e aumentandone notevolmente i tesserati.
È difficilmente confutabile quanto afferma, a tal proposito, Julio Santucho nell’Introduzione: “Il fatto è che la costituzione del proletariato come classe nazionale avvenne in condizioni di chiara subordinazione ideologica, politica e organizzativa al progetto nazionalista borghese di Perón” (p. 14). Qui è insita la spiegazione del perché, da un lato, il peronismo sopravvisse anche all’interruzione – lunga ben diciassette anni – della presidenza Perón e, dall’altro, perché la classe operaia argentina debba essere definita “peronista”, ma non “peroniana” in senso stretto. Che il lascito più cospicuo del “bonapartista” Perón verso i lavoratori argentini sia stato un netto (ma ahinoi effimero) miglioramento della qualità della vita oppure la struttura organizzativa di una solida forza laburista diventa, a questo punto, quasi secondario: che sia stato il pane oppure le rose, fatto sta che proprio durante la prima presidenza Perón la forza lavoro argentina si rende conto della possibilità di edificare una società diversa da quella dominata da quel capitalismo assassino e rapace che il Latino America conosce dal primo contatto con l’Occidente e che l’Europa sta incominciando a conoscere solo nell’ultimo decennio. È altrettanto secondario che ciò sia avvenuto per una sincera (ma assai improbabile) vocazione progressista del Generale o per quel misto di casualità, di contingenza internazionale e di “costrizione” politica interna, oltre che di evidenti doti soggettive, che caratterizzarono il secondo dopoguerra argentino. Fatto sta che accadde, in un processo storico che si rivelò permeabile – e qui c’è il “cuore” del lavoro di Manolo Morlacchi (o quantomeno la parte che più scalda il nostro, di cuore) – alle istanze rivoluzionarie, simboleggiate (ma non esaurite) dalle vicende della famiglia Santucho, quasi una copia anastatica, ma in versione rivoluzionaria, dei Perón. Straordinario laboratorio di teoria e di prassi politica, i Santucho hanno rappresentato la dimostrazione vivente di come le particolari condizioni del contesto argentino spingessero anche una parte di borghesia illuminata e benestante a sposare la causa dei diseredati e degli sfruttati, organizzandoli in un partito e in una compagine militare, arrivando a pagare un prezzo altissimo, per quanto “giustificato” dal livello della sfida lanciata al sistema politico argentino, che era quello – non dimentichiamolo – dei militari, del potere clericale, dei latifondisti, degli interessi economici nordamericani. Per questo motivo il libro di Manolo si pone come una “restituzione” nei confronti dei militanti coinvolti nella mattanza argentina, nel dissanguamento di un’intera generazione, nell’ineffabile capacità occidentale di guardare da un’altra parte, di non rinunciare ai Mondiali di calcio oppure di limitare il proprio dissenso da Pinochet alle magliette rosse dei tennisti di Coppa Davis, mentre il Latino America degli anni Settanta organizzava i pogrom e provava ad azzerare geneticamente l’idea stessa di Rivoluzione. Non solo i giovani, ma persino i loro figli, strappati alle famiglie dei desaparecidos con una scientificità che va oltre il “pragmatismo del male” e pare quasi un monito biblico: ‘Maledetto sia tu, i tuoi figli e i figli dei tuoi figli’. Eppure La linea del fuoco (qui sta uno dei più meritati motivi di vanto del volume) è attento a evitare la narrazione dominante, rispetto a uno dei periodi più oscuri del XX secolo, vale a dire il ricordo frammentato dei singoli e delle singole, che finiscono di default – in questo modo – nella categoria delle “vittime”, soffrendo una seconda e nuova “scomparsa”: quella della dimensione di consapevole militante rivoluzionario. Manolo Morlacchi non si presta alla narrazione per schegge (quebrantos, come da titolo di un peraltro suggestivo volume per Nova Delphi, a cura di Delia Ana Fanego) e riconduce a unitarietà la storia dell’Argentina sovversiva del secondo dopoguerra, ribadendo l’organicità di un percorso pure dipanatosi tra tanti rivoli e molteplici tentativi, vittorie, sconfitte, errori. Senza mai abbandonare, però, una stentorea coscienza di classe e una irriducibilità ad accettare lo stato di cose del tempo, come testimoniato dal cartellino di prigioniero di Mario “Indio” Paz, militante dell’ERP e comandante della Compagna del Monte, quando era recluso a Campo de Mayo: ‘Irrecuperabile’.
La storia del Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (PRT) e della sua ala militare, l’Esercito Rivoluzionario del Popolo (ERP), è una storia collettiva, come è inevitabile che sia per la storia di un partito e di un’organizzazione combattente: non è retorica da nobili perdenti, ma parte di quella “restituzione” di cui sopra, citare una canzone dedicata ad Ana María Lanzilotto, Domingo Menna, Benito Urteaga e Liliana Delfino, riportata a p. 199: “Non cercate la mia tomba perché non la troverete. Le mie mani sono quelle che vanno in altre mani sparando. La mia voce è quella che sta gridando, in una rivoluzione, quando è vera, o si trionfa o si muore. Il sogno è sempre intero. E sappiate che morirò solo se voi mollerete, perché chi è morto combattendo vive in ogni compagno”.
Il libro di Manolo non si ferma qui: si pone anche come insegnamento per chi voglia fare ricerca su un contesto o un periodo storico lontano dal proprio, senza per questo dover scegliere tra rigore scientifico e passione militante. L’Autore vi è riuscito partendo dai fili della sua memoria familiare, dal suo essere dentro la storia del movimento rivoluzionario, dalla sua consapevolezza di costituire solo un ingranaggio di quest’ultima. Per questo motivo La linea del fuoco è anche un archivio da aggiornare quotidianamente e da moltiplicare, rifiutando non solo il paradigma dei diritti umani (inevitabilmente allergico a qualsiasi politicità, anche solo progressista), ma anche quella vittimologia che, pur trovandosi spesso a essere la migliore delle narrazioni mainstream possibili, non rende giustizia alla forza delle idee e riduce all’incomprensibilità la frase meravigliosa che chiude la nota dell’Autore, a firma di Lucia Volpi, militante di Lotta Continua, impegnata ad accogliere gli esuli argentini in Italia insieme al marito (Vito) e sorpresa nel sapere che quest’ultimo avesse ricevuto la proposta di andare a combattere in Nicaragua con l’ultimo gruppo sostanzioso di militanti del PRT/ERP. Vito declinò l’offerta, per motivi familiari. “Gli chiesero di partire perché – anche se distanti migliaia di chilometri dall’Argentina – per quello che avevamo fatto ci consideravano parte del Partito”.
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30/09/2019
Argentina: neoliberismo, dipendenza e spiragli di riscatto
L’11 agosto scorso si sono tenute in
Argentina le cosiddette “elezioni primarie aperte simultanee e
obbligatorie” (PASO). Si tratta di elezioni primarie, estese a tutti i
cittadini, volte alla scelta dei candidati del partito votato, eletti a
maggioranza semplice per concorrere alle elezioni generali che si
svolgeranno il prossimo 27 ottobre. Nella sostanza, oltre ad
identificare i candidati, questo tipo di elezione rappresenta un banco
di prova e un segnale molto importante per le elezioni generali. I
candidati principali erano Mauricio Macri (Partido Cambiemos – attuale presidente, insediatosi nel dicembre 2015) alleato con una parte molto minoritaria del Peronismo (rappresentata da Miguel Pichetto) e, dall’altra parte, Alberto Fernández, una figura che gode di un ampio sostegno della maggioranza del Peronismo in alleanza con Cristina Fernández de Kirchner (il
precedente presidente, dal 2007 al 2015). Due poli opposti e due
visioni antitetiche della politica economica, su cui vale la pena fare
alcune riflessioni in vista dell’imminente appuntamento elettorale.
Il governo di Mauricio Macri, campione del neoliberismo più estremo, terminerà il suo mandato a dicembre 2019 con poche possibilità di essere rieletto. Macri, il delfino dei poteri forti internazionali, aveva impostato la propaganda pre e post-elettorale prima della propria legislatura su tre promesse ‘slogan’ finalizzate ad infarcire un programma di puro attacco agli interessi delle classi popolari:
1. lotta contro il traffico di droga;
2. azzeramento della povertà;
3. riunire gli argentini in una società profondamente divisa.
Si è trattato, ovviamente, di tre slogan del tutto vuoti. Il primo, quello della lotta al traffico di droga, è una consueta parola d’ordine usata ad arte in numerosi paesi sudamericani come grimaldello ideologico per favorire le ingerenze statunitensi. Con la scusa della lotta al narcotraffico gli Stati Uniti hanno al contrario favorito i grandi traffici di droga che dilaniano le società sud-americane e influito pesantemente, anche tramite questa via, sulla vita socio-politica dei paesi. Emblematico il caso della Colombia.
Il secondo e il terzo slogan risuonano come mere bugie utili a nascondere quel programma neoliberista interamente basato sull’esplicito obiettivo di accrescere la povertà e le disuguaglianze sociali. Dietro lo slogan di “unire gli argentini”, in sintonia con quanto storicamente accaduto con tutti i governi dittatoriali o democratici di destra, si è cercato di colpire il peronismo come movimento popolare. Vale la pena ricordare che la storia del movimento peronista, ispirato alla figura del presidente argentino Juan Domingo Peron, è il risultato di un connubio di ideologie ed anime estremamente differenziate, che tuttavia, in estrema approssimazione, al di là degli esiti storici contraddittori e della involuzione conservatrice del secondo Peron nella storia argentina, può dirsi ispirato idealmente ad una visione sociale dell’economia, una promozione degli interessi del lavoro e una difesa della sovranità nazionale dalle ingerenze imperialiste. Elementi, almeno sulla carta, in parte ripresi in modo sfumato anche dal neo-peronismo di oggi.
La lotta ideologica e politica di Macri contro il peronismo è passata per una martellante propaganda mediatica sulle presunte condizioni di decadenza economica del paese attribuite al governo precedente (2003-2015) di Christina Kirchner. Il ritornello usato dal neoliberista Macri è stato quello di una “bomba” sociale in procinto di esplodere lasciata in eredità dai peronisti accusati di spendere e spandere in barba alla disciplina finanziaria (una storiella non troppo diversa da quella raccontata per i paesi mediterranei...).
Oltre agli aspetti propagandistici, nei fatti, il governo Macri ha deciso di applicare praticamente lo stesso piano economico dell’ultima dittatura civile-militare, il cui principale protagonista economico fu José Martínez de Hoz. Un programma tragicamente seguito alla lettera da diversi paesi dell’America Latina negli anni ’70, fedelmente tracciato dalle scuole neoliberiste facenti capo ai cosiddetti Chicago boys, riprodotto meticolosamente dal presidente argentino: svalutazione della divisa nazionale per favorire le imprese esportatrici; riduzione delle imposte sulle esportazioni (aventi il merito storico di tenere bassi i prezzi interni in particolare dei prodotti agricoli), con un immediato effetto di aumento dei prezzi dei prodotti alimentari; liberalizzazione delle tariffe dei servizi pubblici con susseguente aumento dei prezzi; incentivo alle importazioni, che ha generato un drammatico aumento del debito estero (contratto in valuta estera). Come conseguenza di questa politica si è avuto un rapido aumento della disoccupazione. Allo stesso tempo è stata adottata una politica monetaria di aumenti continui dei tassi di interesse. La conseguenza, voluta, di questa politica è stata una riduzione dei salari reali e un aumento dei profitti delle imprese, in particolare, del settore agricolo, bancario e finanziario. Per afferrare in modo immediato i risultati deleteri conseguiti dall’agenda neoliberista del governo Macri può essere utile osservare la tabella sottostante, che riporta degli indicatori economici relativi al 2015 (alla fine del governo Fernandez) e nel 2019. Si nota come nell’era Macri vi sia stato contestualmente un aumento della disoccupazione, del debito estero, dell’inflazione e del tasso di interesse a tutto vantaggio dei profitti d’impresa.
‘La migliore squadra degli ultimi 50 anni’, così come ama definirsi l’attuale governo argentino, ha peggiorato dunque tutti gli indicatori economici e sociali esistenti.
Malgrado l’evidente fallimento sociale ed economico di Macri, l’esito delle elezioni dell’11 agosto deve essere considerato una sorpresa. Il governo Macri, infatti, ha beneficiato del supporto assoluto dei grandi gruppi di comunicazione, in particolare il gruppo Clarín (TV, giornali, Internet, telefonia cellulare). Il governo godeva pertanto di una sorta di “protezione mediatica” che rendeva le critiche pressoché inesistenti o relegate a canali di informazione secondari. Tutti i media in effetti pronosticavano con grandi probabilità una rielezione di Macri e incolpavano il precedente governo della situazione economica del paese. Alla fine, la realtà del disagio popolare ha prevalso e il duo Fernández-Fernández ha ottenuto il 49,49% (12 milioni di voti circa) mentre il duo Macri-Pichetto si è fermato al 32,9% (8 milioni di voti circa), ribaltando radicalmente i risultati delle precedenti elezioni.
Dopo le elezioni primarie, la compagine governativa è entrata nel caos. In primo luogo, il risultato ha determinato una reazione immediata del settore finanziario che aveva entusiasticamente appoggiato Macri sin dall’inizio della sua ascesa, con il crollo degli indici borsistici nel giorno di apertura dei mercati. Ciò ha generato una corsa alla vendita del Peso argentino che il governo non ha potuto fermare. Inoltre, i risparmiatori hanno cercato di ritirare quanto più possibile i loro risparmi in dollari, facendo così cadere le riserve estere di dollari (detenute dalla banca centrale argentina). Ciò ha contribuito ad un’ulteriore svalutazione del Peso, al fronte di rinnovati timori circa la capacità dell’Argentina di far fronte agli obblighi in valuta estera. Il governo, quindi, è entrato nel panico e ha stabilito di posticipare il pagamento dei titoli del debito pubblico in scadenza per frenare in qualche modo la picchiata del Peso argentino, temendo che la maggiore liquidità in Pesos in circolo derivante dal rimborso a scadenza dei bond venisse convertita in dollari. Si è trattato, di fatto, di un ‘default selettivo’ così come lo hanno definito le agenzie di rating. Ciò ha dato luogo ad un avvitamento della situazione sfociata infine nella decisione del Fondo monetario internazionale di non erogare una parte dei prestiti concordati prima con il paese. Il governo, dopo un paio di giorni di stallo, ha infine applicato un controllo diretto sulla valuta. Una delle misure che era stata tra le più criticate nei confronti del precedente governo perché giudicata “limitativa delle libertà individuali” (il governo Kirchner aveva stabilito il controllo dei cambi dal 2011 al 2015), è stata puntualmente attuata in condizioni emergenziali dal governo Macri.
In questo scenario si inseriscono anche le relazioni con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Durante l’ultimo anno di governo Macri (nello specifico, dal giugno 2018), l’FMI ha concesso all’Argentina 45 miliardi di dollari: si tratta di una cifra record per l’FMI, mai prestata prima in un solo anno ad un paese. Anche per questo motivo l’Argentina è diventato il primo paese debitore del Fondo, i cui vertici hanno recentemente dichiarato che, tuttavia, per la prossima tranche di aiuti occorrerà attendere l’esito delle elezioni di ottobre. Un ulteriore capitolo di una triste storia di ingerenza da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, capitanate proprio dal FMI, che da molto tempo considerano l’Argentina un vero e proprio laboratorio preferenziale per l’attuazione di riforme neoliberiste.
Questa fase caotica precede e prepara il momento fatidico delle elezioni del 27 ottobre quando i due poli si affronteranno nuovamente e verrà determinato l’esito delle elezioni generali.
Da un lato Mauricio Macri e Miguel Angel Pichetto, i campioni del neoliberismo, fedeli servitori degli interessi stranieri e dell’imperialismo economico statunitense, sostenitori di un programma politico-economico che ripropone le ricette devastanti già sperimentate sino ad oggi: indebitamento estero, aumento della dipendenza del paese dal commercio internazionale, ulteriore riduzione dei salari e dello Stato sociale, riduzione delle imposte sul capitale, in particolare sui grandi gruppi agrari e il settore finanziario. Una piattaforma esplicitamente orientata a colpire gli interessi delle classi popolari.
Dall’altro lato Anibal Fernandez accompagnato da Chirstina Fernandenz de Kirchner si presentano come il volto moderato del peronismo alternando in un equilibrismo precario propositi di progresso sociale e un moderatismo di politica economica non esplicitamente dirompente rispetto agli equilibri attuali. Del resto il grado di libertà della politica economica del paese è strettamente legato ai problemi della bilancia dei pagamenti dovuti ad una forte limitazione di valutazione estera in dollari ed ai problemi di indebitamento con il Fondo monetario internazionale vero cavallo di Troia usato dagli USA come strumento di ingerenza nello sviluppo del paese.
La possibilità, nel caso di vittoria elettorale, dei neo-peronisti di portare avanti una significativa politica di progresso sociale ed economico delle classi subalterne dipenderà dalla volontà e capacità di far uscire il paese dalla propria posizione di subalternità e dipendenza dagli USA e dal commercio internazionale, che nel quinquennio del governo Macri si è gravemente approfondita facendo tornare l’Argentina agli anni bui della crisi del 2001.
Fonte
Il governo di Mauricio Macri, campione del neoliberismo più estremo, terminerà il suo mandato a dicembre 2019 con poche possibilità di essere rieletto. Macri, il delfino dei poteri forti internazionali, aveva impostato la propaganda pre e post-elettorale prima della propria legislatura su tre promesse ‘slogan’ finalizzate ad infarcire un programma di puro attacco agli interessi delle classi popolari:
1. lotta contro il traffico di droga;
2. azzeramento della povertà;
3. riunire gli argentini in una società profondamente divisa.
Si è trattato, ovviamente, di tre slogan del tutto vuoti. Il primo, quello della lotta al traffico di droga, è una consueta parola d’ordine usata ad arte in numerosi paesi sudamericani come grimaldello ideologico per favorire le ingerenze statunitensi. Con la scusa della lotta al narcotraffico gli Stati Uniti hanno al contrario favorito i grandi traffici di droga che dilaniano le società sud-americane e influito pesantemente, anche tramite questa via, sulla vita socio-politica dei paesi. Emblematico il caso della Colombia.
Il secondo e il terzo slogan risuonano come mere bugie utili a nascondere quel programma neoliberista interamente basato sull’esplicito obiettivo di accrescere la povertà e le disuguaglianze sociali. Dietro lo slogan di “unire gli argentini”, in sintonia con quanto storicamente accaduto con tutti i governi dittatoriali o democratici di destra, si è cercato di colpire il peronismo come movimento popolare. Vale la pena ricordare che la storia del movimento peronista, ispirato alla figura del presidente argentino Juan Domingo Peron, è il risultato di un connubio di ideologie ed anime estremamente differenziate, che tuttavia, in estrema approssimazione, al di là degli esiti storici contraddittori e della involuzione conservatrice del secondo Peron nella storia argentina, può dirsi ispirato idealmente ad una visione sociale dell’economia, una promozione degli interessi del lavoro e una difesa della sovranità nazionale dalle ingerenze imperialiste. Elementi, almeno sulla carta, in parte ripresi in modo sfumato anche dal neo-peronismo di oggi.
La lotta ideologica e politica di Macri contro il peronismo è passata per una martellante propaganda mediatica sulle presunte condizioni di decadenza economica del paese attribuite al governo precedente (2003-2015) di Christina Kirchner. Il ritornello usato dal neoliberista Macri è stato quello di una “bomba” sociale in procinto di esplodere lasciata in eredità dai peronisti accusati di spendere e spandere in barba alla disciplina finanziaria (una storiella non troppo diversa da quella raccontata per i paesi mediterranei...).
Oltre agli aspetti propagandistici, nei fatti, il governo Macri ha deciso di applicare praticamente lo stesso piano economico dell’ultima dittatura civile-militare, il cui principale protagonista economico fu José Martínez de Hoz. Un programma tragicamente seguito alla lettera da diversi paesi dell’America Latina negli anni ’70, fedelmente tracciato dalle scuole neoliberiste facenti capo ai cosiddetti Chicago boys, riprodotto meticolosamente dal presidente argentino: svalutazione della divisa nazionale per favorire le imprese esportatrici; riduzione delle imposte sulle esportazioni (aventi il merito storico di tenere bassi i prezzi interni in particolare dei prodotti agricoli), con un immediato effetto di aumento dei prezzi dei prodotti alimentari; liberalizzazione delle tariffe dei servizi pubblici con susseguente aumento dei prezzi; incentivo alle importazioni, che ha generato un drammatico aumento del debito estero (contratto in valuta estera). Come conseguenza di questa politica si è avuto un rapido aumento della disoccupazione. Allo stesso tempo è stata adottata una politica monetaria di aumenti continui dei tassi di interesse. La conseguenza, voluta, di questa politica è stata una riduzione dei salari reali e un aumento dei profitti delle imprese, in particolare, del settore agricolo, bancario e finanziario. Per afferrare in modo immediato i risultati deleteri conseguiti dall’agenda neoliberista del governo Macri può essere utile osservare la tabella sottostante, che riporta degli indicatori economici relativi al 2015 (alla fine del governo Fernandez) e nel 2019. Si nota come nell’era Macri vi sia stato contestualmente un aumento della disoccupazione, del debito estero, dell’inflazione e del tasso di interesse a tutto vantaggio dei profitti d’impresa.
| Indicatore economico-sociale | Governo Cristina Fernández de Kirchner (dati 2015) | Governo Mauricio Macri (dati 2019) |
| Tasso di disoccupazione | 5,6% | 10,1% |
| Incidenza della povertà (% della popolazione totale) | 29,2% | 35% |
| Debito estero netto (espresso in % del PIL) | 18,1% (dato 2013) | 48% |
| Tasso di inflazione medio annuo | 30% | 60% |
| Tasso di cambio (quanti Pesos argentino per un Dollaro americano) | 9,84 | 57 |
| Tasso di interesse medio annuo | 30% | 75% |
‘La migliore squadra degli ultimi 50 anni’, così come ama definirsi l’attuale governo argentino, ha peggiorato dunque tutti gli indicatori economici e sociali esistenti.
Malgrado l’evidente fallimento sociale ed economico di Macri, l’esito delle elezioni dell’11 agosto deve essere considerato una sorpresa. Il governo Macri, infatti, ha beneficiato del supporto assoluto dei grandi gruppi di comunicazione, in particolare il gruppo Clarín (TV, giornali, Internet, telefonia cellulare). Il governo godeva pertanto di una sorta di “protezione mediatica” che rendeva le critiche pressoché inesistenti o relegate a canali di informazione secondari. Tutti i media in effetti pronosticavano con grandi probabilità una rielezione di Macri e incolpavano il precedente governo della situazione economica del paese. Alla fine, la realtà del disagio popolare ha prevalso e il duo Fernández-Fernández ha ottenuto il 49,49% (12 milioni di voti circa) mentre il duo Macri-Pichetto si è fermato al 32,9% (8 milioni di voti circa), ribaltando radicalmente i risultati delle precedenti elezioni.
Dopo le elezioni primarie, la compagine governativa è entrata nel caos. In primo luogo, il risultato ha determinato una reazione immediata del settore finanziario che aveva entusiasticamente appoggiato Macri sin dall’inizio della sua ascesa, con il crollo degli indici borsistici nel giorno di apertura dei mercati. Ciò ha generato una corsa alla vendita del Peso argentino che il governo non ha potuto fermare. Inoltre, i risparmiatori hanno cercato di ritirare quanto più possibile i loro risparmi in dollari, facendo così cadere le riserve estere di dollari (detenute dalla banca centrale argentina). Ciò ha contribuito ad un’ulteriore svalutazione del Peso, al fronte di rinnovati timori circa la capacità dell’Argentina di far fronte agli obblighi in valuta estera. Il governo, quindi, è entrato nel panico e ha stabilito di posticipare il pagamento dei titoli del debito pubblico in scadenza per frenare in qualche modo la picchiata del Peso argentino, temendo che la maggiore liquidità in Pesos in circolo derivante dal rimborso a scadenza dei bond venisse convertita in dollari. Si è trattato, di fatto, di un ‘default selettivo’ così come lo hanno definito le agenzie di rating. Ciò ha dato luogo ad un avvitamento della situazione sfociata infine nella decisione del Fondo monetario internazionale di non erogare una parte dei prestiti concordati prima con il paese. Il governo, dopo un paio di giorni di stallo, ha infine applicato un controllo diretto sulla valuta. Una delle misure che era stata tra le più criticate nei confronti del precedente governo perché giudicata “limitativa delle libertà individuali” (il governo Kirchner aveva stabilito il controllo dei cambi dal 2011 al 2015), è stata puntualmente attuata in condizioni emergenziali dal governo Macri.
In questo scenario si inseriscono anche le relazioni con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Durante l’ultimo anno di governo Macri (nello specifico, dal giugno 2018), l’FMI ha concesso all’Argentina 45 miliardi di dollari: si tratta di una cifra record per l’FMI, mai prestata prima in un solo anno ad un paese. Anche per questo motivo l’Argentina è diventato il primo paese debitore del Fondo, i cui vertici hanno recentemente dichiarato che, tuttavia, per la prossima tranche di aiuti occorrerà attendere l’esito delle elezioni di ottobre. Un ulteriore capitolo di una triste storia di ingerenza da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, capitanate proprio dal FMI, che da molto tempo considerano l’Argentina un vero e proprio laboratorio preferenziale per l’attuazione di riforme neoliberiste.
Questa fase caotica precede e prepara il momento fatidico delle elezioni del 27 ottobre quando i due poli si affronteranno nuovamente e verrà determinato l’esito delle elezioni generali.
Da un lato Mauricio Macri e Miguel Angel Pichetto, i campioni del neoliberismo, fedeli servitori degli interessi stranieri e dell’imperialismo economico statunitense, sostenitori di un programma politico-economico che ripropone le ricette devastanti già sperimentate sino ad oggi: indebitamento estero, aumento della dipendenza del paese dal commercio internazionale, ulteriore riduzione dei salari e dello Stato sociale, riduzione delle imposte sul capitale, in particolare sui grandi gruppi agrari e il settore finanziario. Una piattaforma esplicitamente orientata a colpire gli interessi delle classi popolari.
Dall’altro lato Anibal Fernandez accompagnato da Chirstina Fernandenz de Kirchner si presentano come il volto moderato del peronismo alternando in un equilibrismo precario propositi di progresso sociale e un moderatismo di politica economica non esplicitamente dirompente rispetto agli equilibri attuali. Del resto il grado di libertà della politica economica del paese è strettamente legato ai problemi della bilancia dei pagamenti dovuti ad una forte limitazione di valutazione estera in dollari ed ai problemi di indebitamento con il Fondo monetario internazionale vero cavallo di Troia usato dagli USA come strumento di ingerenza nello sviluppo del paese.
La possibilità, nel caso di vittoria elettorale, dei neo-peronisti di portare avanti una significativa politica di progresso sociale ed economico delle classi subalterne dipenderà dalla volontà e capacità di far uscire il paese dalla propria posizione di subalternità e dipendenza dagli USA e dal commercio internazionale, che nel quinquennio del governo Macri si è gravemente approfondita facendo tornare l’Argentina agli anni bui della crisi del 2001.
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