Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/05/2025

La deindustrializzazione

Nel modello neoclassico standard, il mercato del lavoro raggiunge spontaneamente un punto di equilibrio attraverso l’interazione tra domanda e offerta, senza necessità di interventi esterni. I lavoratori decidono quanto lavoro offrire in base al livello del salario reale: se il salario aumenta, cresce anche l’offerta di lavoro; se diminuisce, l’offerta si riduce. Dal lato delle imprese, all’aumentare del costo del lavoro si riduce la domanda di lavoro, e viceversa. L’intersezione tra queste due curve determina un equilibrio in cui non esiste disoccupazione involontaria: ogni lavoratore disposto a lavorare al salario di equilibrio trova occupazione.

Se, tuttavia, intervengono rigidità istituzionali – in particolare salariali – che impediscono l’aggiustamento dei prezzi dei fattori, l’equilibrio viene disturbato. In presenza di salari minimi imposti, contrattazione sindacale rigida o altre barriere alla flessibilità salariale, il salario reale può mantenersi sopra il livello di equilibrio. In questo caso, una parte della forza lavoro rimane disoccupata non per scelta, ma per effetto di un prezzo del lavoro non compatibile con la domanda delle imprese.

Questo modello, posto che abbia mai funzionate perfettamente (automaticamente), riflette una società ottocentesca, nella quale le imprese assumono (domandano lavoro) entro i limiti della produttività marginale del lavoro. Assumono finché la produttività del lavoro è maggiore o eguale al salario. Se la produttività aumenta, aumenta anche la domanda di lavoro. Un calo della produttività riduce l’incentivo ad assumere.

All’inizio del Novecento, con il Fordismo, si osserva un marcato aumento della produttività marginale del lavoro. Le imprese riescono a produrre una quantità maggiore di output con lo stesso numero di lavoratori, oppure a mantenere lo stesso livello di produzione con un numero inferiore di occupati. Questa efficienza dovrebbe tradursi in una discesa dei prezzi e in un aumento del potere d’acquisto dei salari, ristabilendo un equilibrio dinamico. Eppure, Henry Ford compie una scelta che appare controintuitiva nel quadro neoclassico: aumenta i salari e riduce l’orario di lavoro. Perché? Perché il modello T passa da un prezzo equivalente a 28.000 dollari odierni nel 1908 a meno di 5.000 nel 1925. Le strade americane si riempiono di automobili, e nel giro di pochi anni il mercato interno appare saturo. Un’ulteriore riduzione dei prezzi – e quindi un aumento del salario reale relativo – non basta più a stimolare la domanda.

Il fordismo ha raggiunto il suo limite. Si arriva al collasso del 1929.

Il salario non è solo un costo, è anche un reddito. Il lavoratore non è solo un fattore produttivo, è anche un consumatore. In questa osservazione si misura buona parte della rivoluzione keynesiana.

Nel modello neoclassico, il lavoratore accetta un impiego solo se il salario offerto è almeno pari al suo salario di riserva, ovvero la soglia al di sotto della quale preferisce non lavorare. Tale salario rappresenta il punto di indifferenza tra lavoro e tempo libero, secondo una logica di massimizzazione dell’utilità individuale. Se il salario si colloca al di sotto di questa soglia, il lavoratore, razionalmente, sceglie l’ozio.

È evidente che si tratta di una bufala. In un’economia capitalistica avanzata, fondata su una forte divisione del lavoro e sulla mercificazione di ogni bene e servizio – dall’acqua corrente alla gestione dei rifiuti – nessuno può permettersi di oziare senza reddito. Il soggetto sovrano e razionale, libero di scegliere l’ozio in assenza di un salario soddisfacente, è una finzione matematica. L’ozio presuppone l’esistenza di un reddito preesistente: derivante da risparmi, rendite, o sussidi pubblici. Senza alcuna fonte di reddito, il lavoratore non è libero di scegliere, ma è costretto ad accettare condizioni di lavoro anche molto sfavorevoli, abbassando di fatto il proprio salario di riserva. Dunque, la rigidità dei salari verso il basso è una finzione matematica, usata per giustificare la disoccupazione.

Se si vuole salvare la baracca, dice Keynes, bisogna far girare la macchina più lentamente. Se l’efficienza marginale del capitale scende (ovvero, se il rendimento atteso degli investimenti è troppo basso), gli imprenditori non investono più. Bisogna produrre una macchina meno efficiente, più dispendiosa, una macchina che consumi più energia. Se il pieno impiego comportasse un’efficienza marginale del capitale negativa, dice Keynes, il processo diverrebbe vantaggioso unicamente perché è allungato. Se si vogliono impiegare tutti i fattori disponibili bisogna far fare alla macchina un giro più lungo, allungando artificialmente il tragitto. Oppure, dice Keynes, si dovranno impiegare processi di produzione fisicamente inefficienti, tali da produrre la stessa quantità di prodotti, ma con un consumo maggiore di energia. Oppure si dovrà usare la macchina al livello di efficienza raggiunto, ma fargli fare più giri a vuoto, fargli produrre beni superiori a quelli richiesti, dunque inutili. Ci troviamo dunque in una situazione nella quale i processi di produzione brevi dovrebbero essere mantenuti sufficientemente scarsi da garantire che la loro efficienza, dal punto di vista della produzione fisica, bilanci lo svantaggio della grande disponibilità della loro produzione (Teoria generale, 377).

Questa è una riformulazione del concetto secondo cui, in assenza di investimenti buoni (cioè ad alta efficienza e domanda garantita), si può stimolare l’attività economica allungando artificialmente i processi produttivi. È una critica implicita al modello neoclassico secondo cui ogni investimento efficiente è automaticamente anche utile per l’economia. Se il problema è l’insufficienza della domanda effettiva, anche una produzione inutile può essere utile perché crea reddito e occupazione. Qui si chiude il cerchio: in un mondo in cui la tecnica permette di produrre troppo con troppo poco lavoro, si deve mantenere una scarsità artificiale nei processi più efficienti per non distruggere l’occupazione. È una critica radicale al modello neoclassico, che presume che la crescita tecnica sia sempre benefica.

La soluzione proposta da Keynes è la distruzione consapevole di una parte delle forze produttive impiegandole in attività delle quali viene artificialmente allungata la durata.

Cosa sono, in fondo, tutti questi faux frais de production – ricerche di mercato, pubblicità, design, stile, gadget, obsolescenza programmata – se non strumenti scientificamente elaborati per allungare artificialmente il ciclo produttivo? Sono meccanismi destinati non ad accrescere l’utilità dei beni, ma a consumare produttività, a rallentare l’avanzamento delle forze produttive, riportandole entro i limiti imposti dai rapporti di produzione. In altri termini, sono tecniche per contenere il valore d’uso entro la cornice del valore di scambio.

Cosa sono tutte quelle tangenti che pendono sul prodotto e che vengono elargite, attraverso la réclame, ai cantanti, agli influencer, ai giornali, ai siti web e, oggi sempre di più, alla scuola, alle università, facendo apparire queste attività inutili come attività utili?

È impiego di lavoro improduttivo fatto apparire come lavoro produttivo.

Dunque, se l’obiettivo è il pieno impiego, il lavoro inutile deve diventare la base del lavoro socialmente necessario.

Qui bisogna fare una precisazione. Nel modello neoclassico la differenza tra lavoro utile e lavoro inutile non ha senso. In esso l’offerta e la domando sono in equilibrio – sono equivalenti. Non ci sono lavori utili e lavori inutili. Questa distinzione non è contemplata. Ciò che per un agente è inutile, per altro agente è utile. Ciò che per uno è scarto e rifiuto per un altro è utile come carburante. Non c’è bisogno di inventarsi lavori inutili. Non ci sono distinzioni di genere – si tratta di un modello trans-genere. Non ci sono limiti, se si esclude l’unico vero limite: l’efficienza marginale del capitale.

Quando l’efficienza si approssima al tasso di interesse o si approssima allo zero, non è più possibile investire, se non ci si vuole rimettere il capitale.

I lavoratori si adeguano, se sono in esubero chiedono meno, fino al limite del salario di riserva. E tutti sono felici e contenti. La crisi, se una crisi si innesca, è solo passeggera, dura il tempo che i fattori e gli agenti trovino un nuovo equilibrio.

Quello che nei fatti accade quando il mercato è saturo – e il mercato americano, negli anni Venti, era saturo di prodotti, c’era una macchina ogni 5 abitanti – è che i prezzi calano, ma nonostante ciò, visto che il mercato è saturo, non si compra lo stesso, allora le aziende licenziano, la domanda di lavoro si abbassa, le paghe si abbassano e si compra ancora di meno. Si innesca un moltiplicatore negativo, e succede che il PIL nominale cala del 45% e la disoccupazione arriva al 25% – come accadde negli USA durante la Grande depressione.

Un sostenitore del modello neoclassico direbbe che la crisi del 1929 fu dovuta a shock esogeni – fu generata da agenti esteri, stranieri.

Per rimetter al lavoro le forze rimaste disoccupate (volontariamente, s’intende!) è necessario un volume di investimenti così grande da comportare un’efficienza marginale del capitale negativa. Come portare questo dato in terreno positivo?

Qui interviene Keynes e dice: bisogna allungare il tempo del ciclo produttivo, renderlo più inefficiente. È l’efficienza che ci ha portati sino a qui, nel disastro: pil dimezzato e un quarto della forza lavoro ferma. Gli investimenti improduttivi – inutili – allungano artificialmente il processo di produzione riportando il sistema nelle condizione di garantire un’efficienza marginale del capitale positiva.

La caduta dell’efficienza marginale del capitale, che è il primo sintomo del verificarsi delle crisi, dice Mazzetti (Come l’acqua sul dorso dell’anatra, quaderni, 6, III, 2020), registra pertanto proprio il fenomeno di allungamento del periodo di circolazione, dovuto al fatto che una buona parte delle merci rimane invenduta. E cioè registra che il valore immesso nel processo di produzione non riesce a realizzarsi nel tempo normalmente necessario, per cause che esulano dalle condizioni tecniche della produzione. Si tratta in altre parole di distruggere consapevolmente una parte delle forze produttive del lavoro impegnandole in attività delle quali viene artificialmente allungata la durata. È la teorizzazione della necessità di impiegare lavoro non necessario facendolo apparire come lavoro necessario. Si socializza il processo di distruzione del capitale piuttosto che socializzare il processo di produzione. O meglio, il fine del processo di socializzazione deve essere unicamente quello di ridurre il tempo di circolazione delle merci, ricorrendo a uno svuotamento della funzione di fondo del valore del denaro o ricorrendo a una vera e propria politica di investimenti pubblici, o quello di controllare i fenomeni di allungamento del ciclo al fine di renderli meno conflittuali; non deve mai consistere invece in un vero e proprio processo di pianificazione.

Fino al 1970, dice Mazzetti, questa strategia ha pagato. Distruggere la base produttiva, rendere il sistema inefficiente, ha pagato. È quello che è successo in Occidente, è quello che è successo negli Stati Uniti. La disoccupazione è diminuita e l’accumulazione è avvenuta senza le solite oscillazioni del passato. La distruzione della base industriale ha pagato.

La produzione efficiente di valori d’uso è un problema. Se ne producono troppi. Sono in eccesso. Sono di ottima qualità. Non si guastano, durano a lungo. Per salvare il valore di scambio bisogna sacrificare il valore d’uso, fornendo un mercato a quelle merci (e tra esse la forza-lavoro) che un mercato non ce l’hanno.

In Keynes, dice Mazzetti, è proprio il fatto che i valori sono beni, e cioè prodotti di lavori specifici con un particolare valore d’uso ad essere la fonte degli ostacoli all’accumulazione. Egli pertanto propone che, ogni qualvolta i rapporti sociali impediscano una soluzione più razionale, vada rimosso proprio il carattere concreto, utile del prodotto del lavoro, e gli uomini vengano impiegati (umiliati) a scavar buche e a riempirle. Per salvare il lavoro astratto deve essere sacrificato il lavoro concreto.

Perché i lavoratori non possono essere impiegati in lavoro utili?

Perché l’utilità, volendo salvare il valore di scambio, riporterebbe al periodo di Ford, e forse a un periodo precedente. L’utilità e l’efficienza accorcerebbero il ciclo, svalutando ciò che è stato già prodotto. Keynes riconosce implicitamente che il capitalismo è diventato un sistema irrazionale. Il lavoro concreto, utile, quello che soddisfa i bisogni e dà senso all’attività di chi lo eroga, costituisce un aspetto integrativo accidentale, che può essere rimosso e deve essere rimosso se si vuole realizzare il valore di scambio.

Se c’è un eccesso di laureati in biologia, lo Stato li impiega nelle scuole a insegnare scienza o li impiega nelle Regioni a compilare le tabelline dei rimborsi carburanti, anche se tutto potrebbe essere fatto automaticamente. Si tratta pur sempre di un lavoro, e si porta il pane a casa, non bisogna biasimare chi accetta un tale ripiegamento. Non c’è scelta, non c’è salario di riserva e rigidità verso il basso o altre frizioni istituzionali, si ha bisogno di un reddito e si deve lavorare, anche se ciò che si produce è inutile e non ha un senso, e le ore spese nel lavoro sembrano quelle di un carcerato: la sorveglianza, il comportamento, la forma, il cartellino, la puntualità, il rispetto.

La negazione di questa trasformazione dell’oggetto, la negazione del rapporto con l’oggetto, e nei servizi, la negazione del rapporto con il paziente, con l’utente, con lo studente, si realizza, dice Mazzetti, nonostante l’attività. Ed è anche la negazione della adeguatezza a bisogni umani. Ma se la rimozione del prodotto è concepibile e realizzabile a vantaggio del valore di scambio, questa rimozione lascia sul campo le sue macerie, i sui relitti. Se lo svuotamento del prodotto e del rapporto sono sempre possibili, ciò non significa che non si fa niente, che si sta con le mani in mano, che si aspetta. Nell’attesa ci si consuma e ci si ammala. Perché si producono lampadine che durano un battito di ciglia, quando si potrebbero produrre lampadine che durano una vita, si producono lavatrici che si devono rompere, auto che si devono rottamare, alunni che si istruiscono per lavori che non ci sono, studenti universitari che si formano per impieghi che non esistono. Come si può, in queste condizioni, credere in ciò che si fa?

La frustrazione e il rifiuto del lavoro vengono anche da qui. Il rifiuto di studiare, di andare a scuola, l’insofferenza degli studenti, la frustrazione dei genitori, genitori con vite vuote – fallite – che investono su figli destinati al fallimento, vengono da qui.

L’attività, anche quando gira a vuoto e forma studenti per lavori che non esistono, non è mai neutra. L’attività, dice Mazzetti, non è mai neutra. Anche quando si distribuiscono direttamente soldi, senza la foglia di fico di un lavoro inutile, questi soldi messi in circolazione, alterano il rapporto tra ciò che è utile e ciò che è inutile.

Non fare niente, pazientare, stare a riposo, spegnersi. Solo i borghesi potevano pensare al non-lavoro – all’ozio – come situazione ottimale. Da Adam Smith in poi, fino alla funzione dell’offerta di lavoro, dice Mazzetti, il riposo figura come lo stato adeguato che si identifica con la libertà e la felicità.

Fonte

18/08/2022

[Contributo al dibattito] - Un capitalismo totale?

di Sandro Moiso

[Il testo che segue costituisce una parte della Prefazione al testo di Gioacchino Toni Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, recentemente pubblicato da Il Galeone Editore, Roma 2022]

Il capitale è valore in processo che diviene esso stesso uomo (Jacques Camatte)

Fin dalle prime formulazioni dell’analisi marxiana del capitalismo, ci si è posti il problema di dove si ponesse il confine tra dominio formale e dominio reale del capitale, non soltanto sul processo di produzione del valore, ma anche su quello di riproduzione della società umana nel suo complesso.

All’epoca di Marx, ad esempio, l’età del mercantilismo avrebbe rappresentato l’epoca del dominio formale del capitale in quanto il prodotto delle svariate attività produttive umane (artigianali, singole, collettive e proto-industriali, se non ancora collegate a forme di conduzione della terra comunitarie o semi-comunitarie) era destinato ormai ad alimentare principalmente lo scambio di merci in un mercato in via di mondializzazione. Merci la cui funzione era quasi esclusivamente rivolta allo scambio monetario, destinato poi a far circolare altre merci secondo lo schema riassuntivo Merce (M) – Denaro (D) – Merce (M), con una crescita continua della circolazione sia delle merci sia del denaro come equivalente universale.

Nella stessa epoca, corrispondente pressapoco a quella della grande espansione coloniale europea, la borghesia però non aveva ancora il pieno dominio politico della società e dello Stato, ma era ancora costretta a sottostare ad accordi, anche questi formali, con la nobiltà e l’aristocrazia terriera di cui le monarchie, nazionali o imperiali che fossero, erano espressione ed emanazione diretta.

Soltanto le rivoluzioni borghesi, o atlantiche come alcuni ebbero a definirle, avrebbero successivamente liberato, tra la seconda metà del XVIII secolo e l’inizio di quello successivo, tutta le potenzialità sociali del capitale attraverso uno sconvolgimento del modo di produzione che avrebbe preso il nome di Rivoluzione industriale.

Con la trasformazione industriale di ogni singolo prodotto e il ruolo svolto dall’investimento capitalistico in ogni settore della produzione si sarebbe dunque passati alla prima forma di dominio reale del capitale, inteso come dominio sia sull’intero processo produttivo sia sul potere politico e l’organizzazione della società. In tale contesto il produttore industriale, il lavoratore divenuto salariato, era destinato a perdere qualsiasi autonomia nei confronti dell’organizzazione del processo lavorativo e ad essere sottomesso ai tempi e ai ritmi dettati dal capitale costante rappresentato dalle macchine. In tale contesto generale anche le altre forme di organizzazione del lavoro e della produzione erano destinate a perdere la loro precedente relativa autonomia.

Soltanto alla luce di tale ipotesi è infatti possibile comprendere a fondo, a titolo di esempio, il giudizio dato da Marx stesso sull’economia schiavistica moderna applicata nelle colonie, soprattutto in quelle americane, separata nettamente dalla funzione di quella antica. Il problema infatti non era quello della durezza delle condizioni di vita oppure della negazione della libertà dei popoli resi schiavi, ma, piuttosto, quello della destinazione ultima del prodotto di tale forma di lavoro coatto.

Il capitalismo e la sua classe dirigente, giunti all’apice della scala sociale, potevano tranquillamente integrare nel processo di valorizzazione anche forme arcaiche della stessa, non più soltanto approfittando del basso costo del prodotto grezzo o semilavorato che ne derivava, ma anche indirizzandone le scelte e i tempi di produzione.

Il cotone americano, ad esempio, fu dunque indispensabile alla crescita industriale ed economica inglese e proprio per questo i socialisti come Marx ed Engels appoggiarono il repubblicano Lincoln, e chiesero alla classe operaia del Nord degli Stati Uniti di fare altrettanto, nella Guerra Civile proprio al fine di spezzare, tranciare e interrompere definitivamente il flusso di materie prime indispensabili alla crescita dell’imperialismo britannico. In tal senso, pertanto, anche la questione della liberazione degli schiavi e dei “neri” costituiva soltanto un corollario di tale scelta, ma non il primum movens della stessa.

Quella tattica, applicata all’inizio della seconda metà dell’Ottocento, avrebbe rappresentato il primo tentativo di inserire l’azione del movimento operaio e proletario all’interno dei giochi per il dominio del pianeta o del loro rovesciamento in chiave rivoluzionaria.

Oggi sappiamo che quella guerra poco modificò la condizione sociale degli afro-americani in vaste aree del Nord America, ma che, invece, ampiamente contribuì allo sviluppo della potenza imperiale che avrebbe sopravanzato quella britannica definitivamente soltanto dopo la Prima e la Seconda guerra mondiale.

Questo trionfo del “secolo americano”, come lo ha ben definito Geminello Alvi1, non avrebbe soltanto rappresentato un cambio di segno ai vertici del potere geo-politico e militare occidentale, ma anche uno spostamento dei limiti del domino reale del capitale.

Il capitalismo sorto dalla prima rivoluzione industriale dominava la produzione, ma non poteva ancora integrare del tutto la società, e in particolare i lavoratori salariati, nella sua visione del mondo, se non attraverso strategie di carattere ideologico e politico messe in atto negli anni Venti e Trenta del XX secolo che erano destinate comunque a mostrare i propri limiti attraverso successivi tracolli militari ed economici. Infatti, anche se i regimi “fascisti” avevano contribuito a sottomettere l’intera politica statale alle necessità del capitale (rappresentando in tal modo un superamento della democrazia liberale e un ammodernamento dell’organizzazione socio-politica in chiave capitalistica), il capitalismo made in USA uscito vincitore dal secondo conflitto mondiale avrebbe saputo coinvolgere nella propria visione “consumistica” milioni di cittadini appartenenti ad ogni classe sociale soltanto attraverso l’offerta illimitata di beni disponibili, sia materiali che non e sia nel caso che questa promessa di benessere fosse concreta o illusoria.

Non a caso, in uno studio del 2005, la storica statunitense Victoria De Grazia definisce “impero irresistibile” la capacità statunitense di conquistare il mondo non solo attraverso l’uso delle forze militari di terra, di cielo e di mare oppure del dollaro e della sua spregiudicata finanza, ma anche per mezzo della diffusione di nuovi e sempre più estesi consumi2 o, almeno, di una promessa in tal senso.

Al di là della diffusione dello star system cinematografico, della vendite rateali, delle catene di negozi associati nel nome e nel prezzo, che già erano stati protagonisti anche in Europa della promozione dei consumi dopo la prima guerra mondiale, nel Vecchio Continente fu il Piano Marshall a costituire il grimaldello definitivo per proporre a tutto l’Occidente lo stile di vita e di consumo americano. Come scrive infatti la storica americana:

Se lo si considera il fulcro della travagliata trasformazione dell’Europa in società dei consumi, il Piano Marshall va valutato non tanto per il contributo finanziario che seppe dare alla ricostruzione europea quanto piuttosto per le condizioni che impose all’elargizione degli aiuti. Nel complesso, le somme che vennero effettivamente spese in Europa sotto forma di crediti, sussidi e forniture sono oggi considerate irrisorie rispetto agli investimenti interni dei singoli paesi, pari forse al 5 per cento del capitale totale maturato negli anni della ripresa fino al 1950. Operando in stretta collaborazione con chi in Europa Occidentale condivideva le loro vedute, i pianificatori statunitensi, i responsabili degli aiuti e i grandi imprenditori mirarono ad impedire che i politici, ancora memori della Depressione, e della pianificazione di guerra, ripiegassero sull’intervento statale e sul protezionismo economico […] Ciò a cui si mirava era costruire un’Europa industrializzata capace di autosostentarsi, un’Europa compatta, unificata dalla spinta del commercio interregionale, eppure pienamente integrata nell’economia mondiale dominata dagli Americani3.

Se dal punto di vista economico e politico gli Stati Uniti avevano avviato quel processo di collaborazioni locali e di apertura delle frontiere di alcune aree un tempo del tutto o parzialmente ostili, che avrebbe finito col favorire la penetrazione dell’influenza politica, dei capitali e delle merci americane, dal punto di vista dell’immaginario politico e sociale la medesima azione ebbe come scopo quello di superare le resistenze sia di uomini d’affari ancora ispirati da obsolete vedute di carattere nazionalistico sia quelle di una forza lavoro spaventata di fronte a ciò che il rinnovo dei sistemi di produzione avrebbe richiesto: disoccupazione, intensificazione dei ritmi di lavoro, cronometraggio, pagamento a cottimo senza un corrispondente aumento dei salari.

Fu così che oltre all’uso propagandistico della figura di «Joe Smith, il lavoratore medio americano», il cui alto tenore di vita, una casa linda e ordinata e l’auto in garage avrebbero dovuto convincere i lavoratori europei a lavorare più sodo e accettare la “momentanea” disoccupazione in nome dei miglioramenti futuri, l’obiettivo finale del piano di aiuti americano divenne non soltanto quello di promuovere un’alleanza transatlantica che attraversasse tutta l’Europa, ma anche quello di contribuire all’incremento dei livelli di consumo anziché ridare vigore alle coalizioni anticonsumo dell’era prebellica.

L’ostilità verso norme di consumo più elevate doveva durare poco. Nel 1951, quando con il calo dell’inflazione, il decollo delle industrie di base, la ripresa del commercio nell’Europa occidentale esplosero le proteste operaie, i funzionari americani dell’Eca (European Cooperation Agency) ricordarono ai loro alleati che in origine il Piano Marshall era stato concepito allo scopo di combattere i comunisti. Occorreva pertanto aumentare le concessioni dei fondi destinati ad alloggi, ospedali, scuole, strutture turistiche e simili; anche i datori di lavoro, se non volevano passare per industriali reazionari, borghesi ed economicamente retrogradi, ancora legati all’infelice passato del Vecchio Continente, avrebbero dovuto condividere i proventi della produttività con la «gente comune d’Europa»4.

Ora, aldilà della sorpresa per alcuni nello scoprire come il “superiore” sistema di welfare europeo in realtà sia stato indirettamente originato dalla pianificazione economico-politica statunitense post-bellica, è interessante vedere come le ragioni della lotta contro “il pericolo comunista” di stampo sovietico o filo-sovietico affondassero le loro radici sia nella necessità americana di non rallentare, ma anzi di ampliare il flusso delle merci su scala globale, sia nella capacità di affrontare il nemico con armi nuove e impari: ovvero con la capacità di offrire, almeno virtualmente piuttosto che di negare realmente, l’accesso a quegli stessi beni.

Da lì a poco, infatti, le immagini della famiglie americane soddisfatte intorno ai loro frigoriferi stracolmi, ai televisori e agli altri elettrodomestici, destinati a liberare il lavoro casalingo femminile ben più di qualsiasi altra formulazione ideale, avrebbero facilmente contrastato le immagini ideologiche del “socialismo reale”, accompagnate però da quelle dei banchi delle merci semivuoti, code per il pane lunghe e beni di lusso relegati a negozi e grandi magazzini destinati soltanto agli stranieri benestanti e ben paganti.

Sul piano della rappresentazione ideale il capitalismo americano seppe così, a partire da quegli anni, imporre un’immagine di sé estremamente efficace, tendente a contrastare nei fatti una promessa di un “radioso” e “più giusto” futuro di cui, però, da oltre cortina non arrivavano immagini altrettanto convincenti. Alle fotografie dei leader bolscevichi d’antan e sovietici del momento, il capitale americano poteva contrapporre non solo quella di auto ed elettrodomestici luccicanti e famigliole felici davanti all’abbondanza di cibo grazie ad uno sforzo lavorativo che offriva, a differenza di quello sovietico, risultati immediati, ma anche quella dei volti giovani e belli delle star di Hollywood, cui di lì a poco, con la presidenza di John Fitzgerald Kennedy, anche la politica americana avrebbe dovuto adeguarsi ai suoi vertici.

Si può così considerare estremamente simbolico il fatto che mentre il 14 maggio 1955 era nato il Patto di Varsavia, con sei anni di ritardo rispetto alla nascita del Patto Atlantico (NATO) e soltanto dopo aver schiacciato la rivolta operaia di Berlino Est e giusto un anno prima di quella più vasta e complessa degli operai ungheresi, il 17 luglio dello stesso anno ad Anaheim, nella periferia di Los Angeles, avvenisse l’inaugurazione della prima Disneyland. Prima autentica cittadella del divertimento di massa e della riproduzione concreta del sogno americano, destinata sicuramente ad un pubblico infantile, non solo per età, affamato di beni sia materiali che immateriali. Spostando definitivamente il conflitto per il controllo dell’immaginario su un piano che i partiti derivati dall’esperienza bolscevica e del Comintern o Cominform non erano assolutamente pronti ad affrontare se non denunciando, ancora una volta, gli intrighi statunitensi e i maneggi della CIA5.

Impegnati com’erano, gli stessi partiti, a contestare l’espansione economica americana ed occidentale presentando i lusinghieri, ma artefatti risultati dei piani quinquennali sovietici6, ignorarono del tutto il fatto che il dominio reale del capitale, sempre guidato dalla necessità di espandere la vendita delle merci per realizzare il valore di scambio in esse contenuto, si estendeva oltre le strutture produttive, economiche, politiche, giuridiche e amministrative, di cui già aveva assunto il controllo, a quelle psichiche di quella stessa classe che avrebbe dovuto, secondo le interpretazioni più ortodosse, rappresentarne la negazione storica e politica.

Victoria De Grazia afferma infatti che:

il Piano Marshall non fu affatto concepito allo scopo di creare un’Europa di consumatori. In prima istanza fu ideato per far fronte alla penuria di dollari, che impediva ai fornitori europei di acquistare prodotti statunitensi e minacciavano di bloccare la ripresa. Tale penuria fu attribuita al divario commerciale tra le due aree, che a sua volta era dovuto alla perenne fiacchezza della produttività dell’economia europea. Di conseguenza, la priorità assoluta del Piano fu quella di incentivare la produttività mediante gli investimenti nella riorganizzazione industriale e nelle infrastrutture […]. Quindi, non si poteva concedere alcun aiuto destinato a riempire i guardaroba vuoti, ristrutturare le case, pagare le pensioni e tanto meno aumentare i salari. Anche gli aiuti alimentari erano distribuiti con parsimonia – solo nel caso in cui era strettamente necessario per motivi politici – come nella Germania occidentale nel 1948, allo scopo di attenuare la malnutrizione, compensare le carenze più gravi e consentire ai governi di favorire la ripresa senza sollevare le furibonde proteste di chi pativa la fame. […] In sostanza era necessario convincere i popoli dell’Europa occidentale ad accettare ciò che Charles S. Maier ha sinteticamente chiamato la «politica della produttività»7.

Questo potrebbe apparire in contraddizione con quanto fino ad ora detto, ma non lo è se si considerano i due cardini ineliminabili della politica economica del capitale: 1) incrementare la produttività e quindi la redditività del lavoro vivo, come unica fonte di creazione di plusvalore e 2) impedire che l’aumento di produttività di qualsiasi o tutti i settori della produzione potesse trovarsi annullata da colli di bottiglia venutisi a creare nel settore della circolazione delle merci tra la prima e l’effettiva capacità di assorbimento del mercato.

Due problemi che da sempre assillano il modo di produzione capitalistico e la sua effettiva capacità di realizzare sul mercato il valore virtualmente prodotto dal pluslavoro estratto in forma sempre più massicce dalla forza lavoro per mezzo del continuo incremento e rinnovo del capitale costante.

Se si tengono ben presenti questi due ultimi concetti si vedrà allora che ad ogni svolta tecnologica e produttiva non c’è alcun bisogno di gridare alla novità o alla capacità del capitale e dei suoi funzionari di controllare massicciamente la società e l’agire umano. Il domino reale del capitale ha affinato le sue armi e le sue tecniche, ma non ha cambiato di segno la sua sostanza.

Se nella fase susseguente alla prima e seconda rivoluzione industriale il lavoratore era integrato nel processo di produzione attraverso la sua dipendenza dalla macchina, da cui derivava però ancora la sua alienazione rispetto alle finalità della stessa, nella nuova fase aperta dalla società dei consumi affermatasi dopo il secondo conflitto mondiale la forza-lavoro si ritrovava “coinvolta” nel prodotto attraverso il desiderio dello stesso, anche se non appartenente allo stesso segmento produttivo di cui faceva parte il singolo operaio. Non più per motivi ideologici (fascismo, nazismo, stalinismo) dunque, ma per “interesse” personale e spinta al consumo.

Motivo per cui ogni “nuova” fase dello sviluppo capitalistico non richiede analisi del tutto nuove o presunte tali, ma forme di lotta adatte alle nuove condizioni imposte dal capitale. Negli anni Sessanta, la ripresa delle lotte operaie aveva posto al proprio centro richieste salariali che erano state dettate anche dai nuovi bisogni che la diffusione delle immagini di un benessere basato sull’ampliamento dei consumi avevano innestato a livello individuale e collettivo8. Quella protesta, di fatto alimentata forse più dalla tendenza al “consumismo” che da una non meglio definita “coscienza di classe”, aveva, però, scardinato per un momento nemmeno troppo breve l’ordine sociale capitalistico e il suo comando sul lavoro. Una volta finita, come in ogni periodo controrivoluzionario, lo stesso aveva però potuto costituirsi ad un livello più alto, aiutato in questo proprio dalle lezioni apprese dallo scontro aperto con il nemico: l’insorgente, a tratti, proletariato di fabbrica. È proprio l’apprendere da tali lezioni che permette al capitale di avvantaggiarsi nelle fasi immediatamente successive e far sembrare che siano le lotte proletarie a rafforzarlo in qualche modo.

In realtà fu già intuizione di Marx il fatto che il capitale tende a farsi comunità, poiché un modo di produzione non è altro che una forma di vita e riproduzione comunitaria basata su determinate regole. In questo caso basate ormai da più di due secoli su quelle della valorizzazione e accumulazione capitalistica.

Attraverso il movimento della società, il capitale si è accaparrato tutta la materialità dell’uomo il quale non è ormai altro che un soggetto di sfruttamento, un tempo determinato di lavoro: «Il tempo è tutto, l’uomo non è più niente; è tutt’al più la carcassa (carcasse) del tempo» (Karl Marx, Miseria della filosofia, Editori Riuniti, Roma 1969, p. 48). Così il capitale è divenuto la comunità materiale dell’uomo; tra il movimento della società e il movimento economico non c’è più scarto, il secondo ha totalmente subordinato il primo. Si è visto come, nelle forme precedenti, le diverse comunità cercassero di limitare lo sviluppo del valore di scambio perché esso scalzava le loro fondamenta. Nel capitalismo, al contrario, è proprio il movimento del valore che rende stabile il dominio della comunità9.

Note

  1. Geminello Alvi, Dell’Estremo Occidente. Il Secolo Americano in Europa. Storie economiche 1916-1933, Marco Nardi Editore, Firenze 1993  

  2. Victoria De Grazia, Irresistible Empire. America’s Advance through Twentieth-Century Europe, Belknap Press, 2005 (in traduzione italiana: L’impero irresistibile. società dei consumi americana alla conquista del mondo, Giulio Einaudi Editore, Torino 2006)  

  3. V. De Grazia, op. cit., ed. italiana pp. 371-372  

  4. Ibidem, p. 374  

  5. Si veda, ad esempio, Frances Stonor Saunders, La guerra fredda culturale. La CIA e il mondo delle lettere e delle arti, Fazi Editore, Roma 2004  

  6. Si veda, ad esempio, l’attenta e dettagliata critica dei trionfalistici dati sovietici contenuta negli articoli dello stesso periodo di Amadeo Bordiga su «il programma comunista». In particolare in quelli raccolti successivamente in: Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, edizioni il programma comunista, Milano 1976.  

  7. V. De Grazia, op. cit., pp. 372-373  

  8. Si veda in proposito: Dario Lanzardo, Produzione, consumi e lotta di classe, «Quaderni rossi» n. 4, Reprint, Nuove Edizioni Operaie, Roma 1976  

  9. Jacques Camatte, Il «Capitolo VI» inedito de «Il Capitale» e la critica dell’economia politica (1964-1966), ora in J. Camatte, Il capitale totale, Dedalo libri, Bari 1976, p. 213

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