Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/08/2019

La Germania sta per dire addio all'avanzo di bilancio. E noi?

Oggi pomeriggio Reuters ha lanciato un'agenzia stampa che riporta la notizia relativa al cambiamento della politica di bilancio tedesca. Secondo un alto funzionario sentito da Reuters, la Germania si appresta a varare corposi investimenti pubblici per combattere il cambiamento climatico.

Dunque finisce l'era degli avanzi di bilancio.

Le politiche d'investimento per il clima in realtà nascondono un altro dato. L'industria automobilistica tedesca, causa la carenza di investimenti in questi decenni, è fortemente arretrata rispetto a giapponesi, coreani e cinesi nell'auto elettrica.

La perdita nella produzione industriale è dovuta principalmente al settore automobilistico che perde colpi in Europa, causa crollo della classe media e del mercato interno, e a livello mondiale, causa arretratezza dei modelli.

Quella tedesca appare dunque come una misura di protezionismo industriale volta a riconsegnare la leadership mondiale all'industria tedesca. Impresa ardua, la Germania è molto indietro, mancano investimenti pubblici nelle infrastrutture, nella digitalizzazione, nelle reti informatiche, ecc.

Il tasso di investimento cinese al 42%, unito al salto tecnologico di questo decennio, ha sconvolto i concorrenti mondiali. Ora il principale paese europeo corre ai ripari con la mano pubblica...

Ma non erano finiti gli aiuti di stato e l'intervento pubblico nell'economia? Pare solo da noi...

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19/07/2019

Situazione economica migliore, tutti vogliono il bottino

Partiamo dal comunicato della Banca d’Italia sulla bilancia dei pagamenti pubblicato poco fa: “Nei dodici mesi terminanti in maggio 2019 l’avanzo di conto corrente è stato pari a 45,9 miliardi di euro (il 2,6 per cento del PIL), da 45,1 miliardi nel corrispondente periodo del 2018. Al miglioramento hanno contribuito i saldi dei redditi primari (17,9 miliardi, da 11,7) e dei servizi (-2,8 miliardi, da -4,6), che hanno più che compensato la riduzione dell’avanzo mercantile (49,7 miliardi, da 53,3) e l’aumento del deficit nei redditi secondari (19,0 miliardi, da 15,3)“.

Ebbene, l’avanzo delle partite correnti (la differenza tra importazioni ed esportazioni) continua ad aumentare nonostante la gelata del commercio mondiale, visto quest’anno con una crescita infima 1,6%, dove però l’Italia aumenta del 4%.

La posizione finanziaria netta estera a fine marzo era di -45 miliardi. A maggio è peggiorato di 7,7 miliardi per raccolta obbligazionaria delle banche italiane, ma ad aprile era diminuita di quasi 10 miliardi. Quindi, complessivamente sta diminuendo, a livello percentuali bassissimi (2,6% del Pil) se paragonati a Spagna, Usa o Francia (dal 50% in su).

Ora, ieri in piena crisi di governo è uscita la bomba. La Bce potrebbe rivedere il target inflazionistico sopra il 2%.

Settimane fa lo strategist Fugnoli scrisse che la Fed si stava preparando ad un “target flessibile“. Visto che entrambe le aree, da un decennio, causa deflazione salariale, non raggiungono il target del 2%, la Fed si prepara ad aumentare il target. Esempio: se quest’anno l’inflazione è all’1,6%, il target passa al 2,4%. Stessa cosa, ieri lo ha comunicato Bloomberg, si accinge a fare la Bce.

Tradotto: stimoli monetari impressionanti.

Ieri pomeriggio il rendimento del Btp è passato all’1,6% (oggi all’1,55%), minimo da tre anni, quando lo scorso anno era al 3.47%. Questo dopo la notizia lanciata da Bloomberg.

Tradotto: impressionante riduzione per l’Italia della spesa per interessi che, sommato al boom dell’Iva e delle entrate tributarie e contributive nonostante la stagnazione, porta lo stesso Ufficio Parlamentare del Bilancio, faro deflazionistico italiano, a parlare l’altro giorno di un deficit nel 2020 pari all’1.7%, minimo da anni.

Tradotto in interessi di classe: Confindustria vuole il bottino.

Tutti, Pd, Lega, Fi, M5s vogliono il bottino per le loro politiche.

Confindustria e confederali premono e il Quirinale ascolta. Confindustria vuole la riduzione del cuneo fiscale sia per sostenere i salari, e quindi per non dare aumenti contrattuali, sia per ridurre il costo del lavoro come misura di protezionismo fiscale per sostenere l’export.

Magari non ci credete, ma da fonti certe sappiamo che in Veneto ed in Emilia moltissime imprese stanno cercando capannoni per potenziarsi, con il Sud sempre più depresso.

Gli industriali stanno facendo affari d’oro e difendono con le unghie l’altissimo tasso di profitto. Ai salari non concedono nulla.

Vogliono un governo che li assecondi, assieme ai confederali. Si chiama neocorporativismo.

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17/06/2019

Debito pubblico, l’acchiappafantasmi

Cosa hanno in comune Alberto Bagnai, Paolo Savona e Luis de Guindos Jurado? In generale sono tre apprezzati economisti, politicamente non hanno assolutamente nulla a che vedere l’uno con l’altro. I primi due, oltre a far parte della maggioranza o del governo gialloverde (Savona ha lascito il posto di ministro per guidare la Consob), sono considerati degli euroscettici piuttosto decisi, il terzo è vicepresidente della Bce, e quindi parte integrante dell’establishment “europeista”.

E naturalmente nessuno dei tre riscuote le nostre simpatie.

Eppure nelle ultime 48 ore questi tre signori hanno detto tutti la stessa identica cosa su un punto decisivo che sia la “classe politica” (scusateci il termine) sia il sistema dei media mainstream si è ben guardata dal cogliere. Meglio nasconderla, sennò si vedrebbe troppo bene di che impasto fangoso siano fatti i trattati europei ed anche le velleità “trattativiste” di questo governo.

Come abbiamo scritto spesso, la contrapposizione tra “europeisti” e “sovranisti” è una recita a soggetto. Ed entrambi rispettano con precisione il ruolo che è stato loro impartito, per non rompere questa sceneggiata che immobilizza la possibile consapevolezza del “popolo”.

Qual è questo segreto inconfessabile?

Una quisquilia: il livello del debito pubblico è l’unico parametro negativo tra i fondamentali economici di questo paese. Ma quando “i mercati” debbono considerare la solidità dei conti pubblici e la solvibilità di uno Stato, sono soliti considerare diversi altri fattori altrettanto – se non più – importanti del debito pubblico.

Quali? Li indichiamo con le parole del vicepresidente Bce, intervistato dal Corriere della Sera, nientepopodimeno che da Federico Fubini: «l’Italia ha anche dei vantaggi che dobbiamo riconoscere. Il primo è che ha un surplus di partite correnti, nel complesso degli scambi con il resto del mondo. La posizione finanziaria netta sull’estero è buona e questo riduce la vulnerabilità dell’economia. E quando si guarda alla situazione di bilancio nel tempo, non è stata male: in quasi tutti gli anni l’Italia ha avuto un avanzo prima di pagare gli interessi sul debito. Non è molto facile riuscirci, dunque è un precedente molto buono, soprattutto in confronto ad altri Paesi».

Riassumiamo per i non addetti ai lavori economici:
a) l’Italia esporta più di quanto non importi (partire correnti in attivo);
b) l’Italia è un paese così ricco da spostare una parte crescente della propria ricchezza all’estero (ha una posizione finanziaria con l’estero molto buona);
c) da oltre venti anni lo Stato spende meno di quanto incassa con le tasse (saldo primario positivo, prima del pagamento degli interessi sul debito).

Un paese che sta molto bene, insomma, e semmai dovrebbe lamentarsi con i “propri” riccastri che spostano soldi all’estero invece di investirli “in patria” (come usano dire dalle parti del governo).

Un paese che in fondo dovrebbe maledire la memoria di Nino Andreatta, l’economista democristiano che si inventò il “divorzio” tra il ministero del Tesoro e la Banca d’Italia, legiferando una trappola che da allora in poi ha fatto crescere senza freni il debito pubblico pure in presenza di un avanzo primario pluridecennale. Ossia il mostruoso paradosso di un paese che si indebita sempre di più proprio perché risparmia sempre di più...

Ovvio che se si dovesse cominciare a parlare in pubblico di questa situazione, completamente diversa da quella narrata dalla “classe politica” e dal sistema mediatico, sarebbe più complicato chiedere alla popolazione altri “sacrifici” (come l’aumento dell’Iva e il taglio di pensioni, servizi sociali, sanità, istruzione).

Dunque solo il debito pubblico deve essere indicato come il parametro da usare come stella polare (per imporre austerità), usato come un acchiappafantasmi hollywoodiano; mentre gli altri vanno trattati come “dati economici neutrali”. Così i ricatti riescono meglio...

Si capisce che “europeisti” e “sovranisti” sono d’accordo nel “non creare panico” (tra le loro fila, ossia tra chi li elegge).

Quello su cui contrastano – tra loro – è sul tipo di “trattativa” da condurre per i prossimi anni, perché ogni trattato che si fa adesso, esattamente come quelli precedenti, segnerà la vita di tutti i paesi dell’Unione per i prossimi decenni.

Il meccanismo interno di questi trattati, peraltro, non è sostanzialmente diverso da quello – chiamato Aleca – che la Ue sta cercando d'imporre alla Tunisia e altri paesi della costa sud mediterranea. Un piccolo paese del Maghreb ha certamente meno forza e peso economico, dunque è saccheggiabile più facilmente. Ma non è che tra partner europei le cose stiano in modo diverso.

La “competizione” interna è a carte truccate, insomma. L’esempio più noto e citato è il surplus tedesco (il contrario del deficit), da quasi 20 anni costantemente al di sopra (anche del doppio) rispetto al 3% indicato dai trattati. Ma nessuno ha mai alzato il ditino nei confronti di Berlino per minacciare una “procedura di infrazione”, nonostante ogni economista al primo anno di università apprenda che in un sistema monetario chiuso chi ha surplus sta mangiando sul deficit altrui. In concreto: la Germania finanzia il suo debito pubblico a costo zero o addirittura guadagnandoci qualcosa (è lo spread, bellezza). Mentre grandi quantitativi di capitali italici – dell’imprenditoria, mica solo dei mafiosi! – va a cercare “rifugio” nei Bund tedeschi, magari rimettendoci qualcosa e finanziando a gratis il debito di Berlino.

E ti credo che Weidmann, Schaeuble e Merkel non intendono toccare neanche una virgola di questa situazione!

Viene insomma fuori che non c’è alcun “meccanismo economico oggettivo”, “basato su dati scientifici”, ma solo una serie di contratti firmati da imbecilli (per parte italica) che hanno consegnato ad altri il potere di decidere su come si governa qui.

Il che è un fatto che riguarda sia le classi (lavoratori dipendenti, pensionati, giovani dei ceti popolari, precari con ogni tipo di contratto, ecc, da un lato, imprenditori e rentier dall’altro), sia i paesi. Lo stesso processo che impoverisce i ceti popolari contribuisce a smantellare la capacità produttiva del paese (molte aziende di prima fascia sono diventate “straniere”, e quindi ancor più indifferenti al destino della popolazione), a devastare il nostro territorio (spopolando il Sud), a costringere a emigrare, a demolire il tessuto sociale delle nostre città (la gentrificazione causa turismo segue quella “produttiva” degli anni ‘80 e ‘90).

Affrontare questo intreccio con l’ideologia del nemico è un suicidio. Farsi arruolare tra gli “europeisti” è da venduti, fiancheggiare i presunti “sovranisti” (banali “nazionalisti piccolo-borghesi” vecchio stampo) idem.

Bisognerà lavorarci sopra meglio, ma il gioco sta diventando scoperto...

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16/05/2019

I cattivi maestri dell'economia: l’austerità non è mai abbastanza


Una delle scene più celebri del cinema italiano è quella in cui Totò e Peppino si cimentano nella preparazione di una lettera da indirizzare alla malafemmina. Nella fattispecie, si trattava di Marisa, l’avvenente fiamma del giovane nipote dei due scriventi, tale Gianni, che, a detta dei due goffi mittenti, oltre a non godere di buona reputazione, era tacciata di distogliere il suo amato dai propri doveri.

Questa comica sceneggiatura si ripropone oggi con un inevitabile cambio di protagonisti e di oggetto del contendere. A scrivere, stavolta, sono 60 economisti appartenenti a ben noti circuiti accademici: si va da Pietro Reichlin della Luiss, passando per Giampaolo Galli dell’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica (per intenderci, quello capitanato da Carlo Cottarelli), fino ad arrivare all’ex ministro Renato Brunetta di Forza Italia e al piddino Tommaso Nannicini, docente all’Università Bocconi di Milano (ancora una volta PD e Forza Italia sulla stessa barca). Il destinatario, oltre al vasto pubblico de “Il Foglio” già avvezzo a questo tipo di letture, è l’attuale esecutivo gialloverde. L’oggetto della missiva è, tanto per cambiare, un monito sull’irresponsabilità in materia fiscale dell’attuale Governo, tacciato, proprio come la malafemmina di Totò e Peppino, di cattiva condotta in quanto non starebbe operando nell’interesse del Paese, facendo lievitare la spesa pubblica e quindi il debito.

Nella lettera si ritiene infatti che il governo dovrebbe “impegnarsi in una seria revisione della spesa pubblica” al fine di evitare l’aumento della pressione fiscale e che “l’aumento delle aliquote IVA e delle accise non ha alternative credibili”. Il paradigma in cui si muovono gli economisti che scrivono al Governo è il contesto del pareggio di bilancio: non vigendo per lo Stato la possibilità di fare spesa in deficit, ossia di spendere più di quanto esso riscuota tramite le imposte, sarebbe imperativo rivedere l’eccessivo programma di spesa finora intrapreso (ad esempio, attraverso tagli alla spesa per pensioni, sanità, istruzione). L’alternativa, per far quadrare i conti, sarebbe quella di accrescere il prelievo fiscale tramite l’aumento dell’IVA: una misura che, ovviamente, frenerebbe la crescita ed avrebbe pertanto effetti negativi sull’occupazione.

Cosa succederebbe, però, qualora l’IVA non dovesse aumentare? Secondo gli autori della lettera le cavallette dello spread sarebbero prontamente in agguato: lo Stato dovrebbe rivolgersi ai mercati per ottenere a debito le risorse di cui abbisogna, ed in questa sede, nelle suddette condizioni, si scatenerebbe la tempesta dei tassi di interesse in quanto gli investitori pretenderebbero un rendimento più elevato alla luce del maggior rischio – ‘certificato’ dalle agenzie di rating – sui titoli del debito italiano. Insomma, una storia vecchia come il cucco: se per finanziare la spesa pubblica che eccede il prelievo fiscale un Governo ricorre al deficit, si ritrova alla mercé dei mercati. Perché ciò accade? Il meccanismo, come abbiamo già avuto modo di vedere, è figlio di un preciso assetto istituzionale.

I trattati europei prevedono, infatti, che i singoli Paesi membri dell’area euro rispettino il famigerato “Obiettivo di Medio Termine” (OMT), vale a dire il raggiungimento di un sostanziale equilibrio (leggasi pareggio) tra entrate e spese pubbliche nell’arco del triennio programmato dalle singole manovre di finanza pubblica (ossia, le leggi di bilancio). Qualora le istituzioni europee concedano, a determinate condizioni, uno sforamento temporaneo dall’OMT, in ogni caso la spesa pubblica in deficit da parte degli Stati membri non può superare il tetto massimo del 3% del PIL previsto dal trattato di Maastricht. In aggiunta, i trattati europei dispongono che la Banca Centrale Europea non può acquistare i titoli del debito pubblico dei vari Paesi dell’euro in sede di emissione (ossia, sul mercato primario).

Che succede, però, se, a detta della Commissione Europea, un Paese non sta rispettando il proprio OMT? Quello che si mette in moto è un vero e proprio meccanismo ricattatorio, all’interno del quale le agenzie di rating svolgono un ruolo fondamentale che proviene direttamente dalle Direttive della Commissione Europea e dalle regole interne della Banca Centrale Europea. Se il deficit pubblico di un Paese membro è ‘troppo’ elevato rispetto al livello programmato, le agenzie di rating ‘declassano’ (ossia, valutano come più rischiosi) i titoli di Stato di quel Paese. A questo punto i ‘mercati finanziari’, ossia gli intermediari finanziari che acquistano i titoli di stato in sede di emissione, sono disposti ad acquistare quei titoli solo a tassi di interesse più elevati per compensare il maggior rischio certificato dalle agenzie di rating. Da parte sua, la BCE potrebbe intervenire sul mercato secondario, acquistando i titoli di quel Paese allo scopo di abbassare i tassi di interesse: tuttavia, la BCE o non interviene prontamente, come abbiamo già avuto modo di notare, oppure interviene imponendo al Paese in questione una riduzione della spesa pubblica. Il combinato disposto di questi elementi fa sì che siano allora gli stessi Governi a dover rivedere a ribasso, come suggerito dagli economisti firmatari della lettera, i propri programmi di spesa, al fine di tentare di ristabilire quella fiducia da parte dei mercati, che verrebbe meno in caso di misure considerate ‘troppo espansive’, e, quindi, di riportare i tassi di interesse su livelli più contenuti.

Tuttavia, i sessanta mittenti sembrano non aver ben chiaro il reale contenuto della politica economica del governo gialloverde: occorre infatti notare che l’attuale esecutivo sta realizzando l’ennesimo avanzo primario, di fatto proseguendo a tutti gli effetti spedito sul sentiero intrapreso dal nostro Paese ormai dagli anni ’90. Realizzare un avanzo primario significa, concretamente, attuare politiche economiche di carattere recessivo poiché lo Stato, attraverso un prelievo fiscale che (al netto della spesa per interessi che paga sul debito) eccede le risorse destinate alla spesa pubblica, sta di fatto sottraendo risorse all’economia reale, contribuendo al rallentamento della domanda aggregata e quindi della dinamica occupazionale. L’attuale deficit preventivamente fissato in legge di bilancio dal governo Conte ne è l’ennesima testimonianza. Infatti, nonostante le pompose dichiarazioni degli esponenti del ‘governo del cambiamento’, la manovra finanziaria del governo giallo-verde realizzerebbe di fatto un avanzo primario pari a circa l’1/1,5% del PIL. Come se non bastasse, e l’accorato allarme dei sessanta economisti ne è l’ennesima fulgida dimostrazione, l’opposizione continua a criticare l’operato del Governo unendosi, anche tramite questa lettera aperta, ai dettami delle istituzioni europee che vorrebbero ancora più austerità (magari, ad esempio, un deficit all’1.8% del PIL, come programmato dal precedente esecutivo, che implicherebbe, data la spesa per interessi, un avanzo primario ancora più ampio).

In tutto ciò, che fare? Occorre innanzitutto riconoscere le cose per come realmente stanno. Da un lato c’è un Governo che, stando ai numeri dell’ultima legge di bilancio, non sta attuando alcun tipo di manovra di carattere espansivo. Dall’altro, c’è il sempre più assordante coro liberista, le cui prime voci sono spesso esponenti del mondo accademico, che non perde occasione per tirare le orecchie ad un esecutivo irresponsabile (sic!) che starebbe facendo troppa poca austerità.

Da parte nostra, riteniamo che le soluzioni necessarie per rilanciare la crescita e l’occupazione in un Paese falcidiato da una crisi lunga ormai più di dieci anni non si sostanzino nella revisione dei programmi di spesa pubblica proposta dagli economisti in questione, quanto piuttosto in una radicale alternativa al modello economico-sociale dominante. Occorrerebbe, in altre parole, acquisire la consapevolezza che i vincoli europei, e più in generale il contesto istituzionale vigente, non rappresentano solo un ostacolo alla realizzazione dello stato sociale e della piena occupazione, ma sono concepiti come un argine al miglioramento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione. È, questo, il primo passo da compiere per diffidare sia delle misure avanzate dall’attuale esecutivo, sia delle proposte sbandierate da un’opposizione che, continuando a vendersi come il ‘fronte dei responsabili’, non auspica altro che tornare al più presto al Governo per riaccaparrarsi la gestione dell’austerità.

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16/09/2018

Guida al dibattito sulla finanziaria: un ridicolo balletto tra Europa e governo

“Non sparate sul tetto del 3%” implora l’economista De Romanis dalle colonne del Corriere della Sera di lunedì 10 settembre. Nelle prossime settimane se ne parlerà spesso: il governo giallo-verde sta scrivendo la manovra finanziaria e tutti si chiedono se la spesa pubblica resterà all’interno del perimetro imposto dall’Europa, il famigerato limite del 3% del disavanzo pubblico, oppure se sforerà i confini pattuiti per finanziare un ambizioso (nei numeri) programma di governo, che prometteva un reddito di cittadinanza, la flat tax e l’abolizione della riforma Fornero. Il dilemma è chiaro: tranquillizzare i mercati, l’Europa e la De Romanis, varando la solita finanziaria di tagli e sacrifici, oppure accontentare i propri cittadini, che si aspettano quantomeno un assaggio delle promesse elettorali, ovvero un allentamento della pressione inflitta da dieci anni di crisi? È il dilemma che caratterizza la politica europea da oltre trent’anni, un lasso di tempo tanto lungo quanto privo di colpi di scena: puntualmente, i nostri governi di qualsiasi colore politico hanno eseguito scrupolosamente quello che ci chiede l’Europa, la disciplina di bilancio. Tutto lascia intendere che la parabola del governo “più populista d’Europa” sarà – ingloriosamente – la medesima. Da ultimo, le parole del vicepremier Salvini, quello che sulla carta dovrebbe recitare la parte del duro con l’Europa ma che sembra capace di fare il cattivo solo con i più deboli, gli immigrati imprigionati sui barconi, mentre sfodera un’inaspettata sensibilità quando si confronta con le istituzioni europee: “non sforeremo ma sfioreremo il 3%”. Poesia, che in prosa significa: come tutti i governi che ci hanno preceduto, rispetteremo i vincoli europei ma faremo talmente tanto chiasso da far sembrare che il tavolo stia per saltare. Manco a dirlo, il dibattito pubblico si sta concentrando sul chiasso – come si ci fosse davvero un briciolo di possibilità che il governo giallo-verde vari una finanziaria in controtendenza rispetto all’austerità che sta massacrando il Paese. Se ignoriamo il misero teatrino politico e ci concentriamo sui numeri, riusciamo a far emergere con chiarezza il contesto di finanza pubblica che si va definendo: l’ennesima finanziaria lacrime e sangue.

I termini del discorso. Per decifrare il balletto di cifre intorno al 3% che ci accompagnerà in autunno, vogliamo provare innanzitutto a chiarire il significato di questi numeri, niente affatto banale. Iniziamo col dire che si parla in termini percentuali perché si commisura ciascuna grandezza in esame (il disavanzo pubblico, il debito e così via) con la produzione annua dell’economia, indicata dal Prodotto Interno Lordo (PIL). Nel Trattato di Maastricht del 1992 è stato fissato, per i paesi aderenti all’Unione Economica e Monetaria Europea, un limite al disavanzo pubblico del 3% del PIL; poiché nel 2017 il PIL italiano si aggirava intorno ai 1.700 miliardi di euro, il limite del 3% imponeva all’Italia di mantenere il disavanzo pubblico entro 51 miliardi di euro. Il disavanzo o deficit pubblico è la differenza tra le spese e le entrate dello Stato, quindi l’Europa ci dice che non possiamo spendere più di 51 miliardi oltre quello che raccogliamo con le entrate fiscali: non possiamo creare nuovo debito per più di quella cifra.

Per passare dai numeri al loro significato economico dobbiamo soffermarci brevemente su alcune categorie analitiche utili. In primo luogo, occorre operare una fondamentale distinzione all’interno della spesa pubblica, che si compone essenzialmente di spesa primaria, cioè consumi (si pensi agli stipendi pagati dallo Stato) e investimenti (infrastrutture), e spesa per interessi, che rappresenta il costo dell’indebitamento pubblico pagato regolarmente ai creditori dello Stato: mentre consumi e investimenti pubblici hanno un forte impatto positivo sull’economia, la spesa per interessi esercita, nelle migliore delle ipotesi, solamente uno stimolo alla produzione minimo. Pensiamo ad esempio allo stipendio di un insegnante, che rientra nella spesa primaria tra i consumi pubblici: quei 1500 euro di spesa pubblica iniziale daranno vita ad una espansione della domanda ben più rilevante, perché una parte di quel denaro sarà spesa dall’insegnante per i suoi consumi, e per questa via rientrerà nell’economia (come stipendio del cassiere del supermercato dove l’insegnante fa la spesa) alimentando un circolo virtuoso (lo stesso cassiere spenderà parte del suo reddito per consumi e così via) che stimola produzione ed occupazione. Lo stesso non si può dire per la spesa pubblica per interessi, per un motivo molto semplice: solamente il 5% del debito pubblico è detenuto direttamente dalle famiglie, cosicché le risorse pagate dallo Stato per interessi sul debito finiscono per la stragrande maggioranza sui conti di grandi banche e società di investimento e lì restano, gonfiando i loro profitti senza alimentare i consumi e dunque senza alcun impatto macroeconomico positivo. Nel considerare la spesa pubblica in una prospettiva macroeconomica, dunque, possiamo dire che solo la spesa primaria ha un’influenza positiva su produzione e occupazione.

Le entrate dello Stato hanno, esattamente per le stesse ragioni, un impatto macroeconomico negativo, perché sottraggono risorse che altrimenti potrebbero essere spese per consumi e investimenti e – per quella via – alimentare la domanda e dunque accrescere la produzione e l’occupazione. La strada maestra per stimolare l’economia è storicamente rappresentata dalla spesa pubblica in disavanzo, ovverosia dalla spesa pubblica finanziata tramite nuovo debito e non tramite maggiori imposte: il deficit pubblico consente di introdurre nuove risorse nel sistema economico, risorse prese in prestito sotto forma di debito pubblico. Se quelle risorse vengono raccolte con la tassazione e non con il debito, l’impatto positivo della maggiore spesa viene sensibilmente contenuto dall’impatto negativo della maggiore imposizione fiscale: la spesa in pareggio di bilancio – quella coperta da un equivalente ammontare di tasse – non fa che redistribuire risorse già presenti all’interno del sistema. Se poi le maggiori tasse eccedono addirittura la spesa abbiamo un avanzo di bilancio pubblico: lo Stato sottrae all’economia con le imposte più di quanto versi con la spesa pubblica, in modo tale da produrre un impatto macroeconomico negativo, riducendo domanda e occupazione. In sintesi, il deficit pubblico stimola l’economia mentre il suo opposto, l’avanzo pubblico – e cioè un’eccedenza delle tasse sulla spesa – deprime produzione e occupazione perché sottrae al sistema con le imposte più di quanto non aggiunga con la spesa. L’intervento pubblico avrà dunque un impatto positivo o negativo sull’economia a seconda che si caratterizzi per un disavanzo o un avanzo di bilancio.

Tornando al dibattito attuale sulla legge finanziaria, potrebbe sembrare che si stia discutendo di una manovra espansiva e dell’entità di tale stimolo all’economia: a prima vista, l’Europa pare infatti concederci margini di stimolo fiscale, con un disavanzo entro il 3% del PIL, ed il dibattito ruoterebbe intorno alla opportunità o meno di spingere lo stimolo oltre quel confine. Ci si dimentica di precisare che il disavanzo di cui si discute è il disavanzo totale, ovverosia la differenza tra la spesa totale, comprensiva della spesa per interessi che non ha alcun impatto macroeconomico positivo, e le entrate. Ma abbiamo avuto modo di spiegare che l’unica spesa capace di stimolare l’economia è la spesa primaria, e se limitiamo a quella il conteggio, ignorando per un attimo la spesa per interessi sul debito, otteniamo il saldo primario, cioè la differenza tra la sola spesa primaria e le entrate fiscali. Questa grandezza rappresenta il migliore indicatore dell’entità dello stimolo alla crescita proveniente dell’intervento pubblico in economia: un saldo primario positivo, o avanzo primario, significa che lo Stato prende più di quanto spende e dunque indebolisce l’economia, mentre un deficit primario segnala un contributo netto positivo del settore pubblico all’economia. Indubbiamente una spesa in deficit aumenta la massa di debito pubblico, su cui in futuro vanno pagati gli interessi. Al contempo, però, questa spesa stimola in maniera proporzionalmente maggiore, grazie all’operare dei moltiplicatori fiscali, anche il reddito e la produzione dello Stato, la cui capacità di fare fronte ai pagamenti sul debito quindi migliora, nonostante il debito stesso sia aumentato. Nel disegnare la legge finanziaria, un governo si schiera con o contro l’austerità in funzione del saldo primario di bilancio: un avanzo primario significa austerità, un disavanzo primario significa crescita. Di cosa si discute oggi?

L’Italia viene da una lunghissima serie di avanzi primari: dalla metà degli anni '90 i governi che si sono succeduti hanno realizzato sempre un’eccedenza delle entrate fiscali sulla spesa primaria, drenando risorse dall’economia come ci chiedeva l’Europa (unica eccezione fu il 2009, anno in cui il morso della crisi fu talmente forte da ridurre inaspettatamente le entrate fiscali e generare, al di là di qualsiasi volontà politica, un disavanzo primario minimo). Il risultato è la lunga crisi che ha messo in ginocchio la nostra economia, una crisi che è in buona misura logica conseguenza di una politica fiscale restrittiva. Tuttavia, il nostro Paese spende ogni anno per gli interessi sul debito pubblico una cifra che si aggira intorno al 4% del PIL: questo significa che l’avanzo primario si trasforma in un disavanzo complessivo non appena includiamo nel computo la spesa per interessi, quella spesa che ha un effetto trascurabile su reddito ed occupazione. Nel 2017, per esempio, abbiamo realizzato un avanzo primario dell’1,5%, ma con una spesa per interessi del 3,8% abbiamo raggiunto un disavanzo complessivo del 2,3%. Un disavanzo che non ha evidentemente alcun impatto positivo sull’economia perché si compone unicamente di spesa per interessi. Appare allora in tutta la sua evidenza il ruolo svolto dai vincoli europei nel contesto della finanza pubblica nazionale: un limite al 3% del disavanzo complessivo significa, in un Paese che spende circa il 4% del PIL per interessi sul debito, un obbligo a realizzare avanzi primari, cioè a sottrarre risorse all’economia alimentando la crisi e generando disoccupazione. L’Europa, in buona sostanza, ci chiede di distruggere la nostra economia e di compromettere la tenuta del nostro tessuto sociale: questo è il senso ultimo dei vincoli alla spesa imposti da Bruxelles.

Il Governo Conte ha davvero intenzione di invertire la rotta dell’austerità? Evidentemente no: tutto il dibattito attuale interessa cifre che si aggirano intorno alla soglia del 3% del disavanzo complessivo, decimale in più o decimale in meno. Tenersi leggermente al di sotto può compiacere l’Europa e i mercati, i quali potrebbero invece borbottare in caso di lieve sforamento. Resta il fatto che per uscire dalla trappola dell’austerità vi è bisogno di un disavanzo complessivo ampiamente superiore al 4% del PIL. Immaginando di realizzare un disavanzo primario contenuto, del 2%, che avrebbe senz’altro effetti espansivi seppur minimi su lavoro e produzione, possiamo vedere che per contrastare l’austerità il nostro paese avrebbe bisogno di realizzare un disavanzo complessivo del 6%, doppio rispetto a quello consentito dall’Europa: il 2% sarebbe composto da spesa primaria a positivo impatto macroeconomico ed il restante 4% necessariamente destinato agli interessi sul debito. Un disavanzo complessivo del 6% rende plasticamente l’idea della distanza che separa i vincoli europei – il fatidico 3% – da qualsiasi possibile via d’uscita dalla crisi: il balletto delle cifre intorno al 3% è un teatrino politico utile solo ai servi dell’Europa, ma non ha alcun significato macroeconomico. Finché non si supera abbondantemente il 4% del disavanzo non si intacca minimamente la direzione recessiva della politica fiscale, e si mantiene il Paese sul solco tracciato dalle istituzioni europee, che lavorano alacremente per mantenere un elevato livello di disoccupazione necessario a conservare la disciplina dei lavoratori.

Non perdiamo tempo dietro al balletto dei prossimi mesi, quando i pagliacci giallo-verdi danzeranno tra il 2,9% ed il 3,1% del disavanzo da portare a Bruxelles, con la coda tra le gambe. Tornando all’appello della De Romanis, possiamo affermare che per rialzare la testa dobbiamo prima di tutto sparare sul vincolo del 3% al disavanzo pubblico, un limite che rende impossibile anche solo concepire qualsiasi riscatto sociale. Solo fuori dall’Europa dell’austerità è possibile costruire un futuro di dignità e progresso.

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31/05/2018

Troppe balle su “risparmio e risparmiatori”

Il presidente Mattarella ha bocciato gli elettori affermando che li ha difesi da un programma di governo sciagurato presentato da Cinque stelle e Lega, un programma che avrebbe rovinato i risparmiatori. In realtà a distruggere il risparmio degli italiani sono le politiche di rigore di questa Europa.

Il Presidente ha la strana idea che si possa pagare il debito (ammesso che sia necessario) con gli avanzi primari di bilancio (in ciò consiste la politica di rigore). Una strana idea perché l’avanzo primario (ossia lo spendere meno in beni e servizi di quanto sono le entrate fiscali) sottrae domanda all’economia e ci avvita in una spirale in cui le imprese falliscono, le banche si riempiono di crediti inesigibili, il debito cresce.

Tutto questo è quello che il rigore europeo ha prodotto inseme a disoccupazione, bassi salari, precarietà, distruzione del welfare state, crollo degli investimenti pubblici. Una politica di rigore che non provochi il disastro che abbiamo qui ricordato dovrebbe essere compensata da una significativa crescita delle esportazioni, per dirla in breve i paesi con forti surplus della bilancia dei pagamenti, in primis la Germania dovrebbero spendere il loro surplus.

Keynes scrisse profeticamante che “il problema di mantenere l’equilibrio della bilancia dei pagamenti fra paesi non è mai stato risolto... l’incapacità di risolvere questo problema è stata una causa seria di impoverimento e di malcontento sociale, e perfino di guerre e rivoluzioni”. Il surplus tedesco ha varie cause ma fra queste cause vanno ricordate la svalutazione dell’euro-marco (grazie alla moneta unica) e l’aver decentrato molte produzioni industriali nei paesi a tradizionale dominio tedesco, paesi fuori dall’euro, con moneta svalutabile, con bassi salari.

Le classi dirigenti tedesche hanno gravi responsabilità e tuttavia la loro politica è condivisa da tutte le classi dirigenti europee, e se ne capiscono le ragioni: quelle politiche hanno distrutto il potere politico-economico che le classi operaie avevano acquisito, sulla cui base avevano costruito il compromesso sociale.

Quello che stiamo vivendo è un drammatico conflitto di classe dentro un conflitto fra blocchi capitalistici. Un conflitto che non sembra più componibile all’interno di uno schema democratico parlamentare come lo conosciamo. Tornando all’euro zona ci viene detto da tutti i mezzi di informazione (allo scopo di farci bere la cicuta) che i problemi nascono dall’indebitamento pubblico, in particolare dall’indebitamento pubblico di alcuni paesi come il nostro (mentre stranamente tacciono sull’enormità dell’indebitamento privato, tornato in rapporto al PIL, in paesi come gli USA, oltre il livello del 2007).

Ci dicono che il debito pubblico ci esporrebbe ai mercati che lo finanzierebbero ad insostenibili saggi di interesse (vale precisare che i mercati sono i grandi detentori e gestori di ricchezze finanziarie). Con ciò ci dimentichiamo due cose: la prima che il disastro attuale viene dal binomio composto da crescenti disuguaglianze (assolute e relative in rapporto alla produttività) e dalla libertà dei capitali finanziari, binomio a cui si deve la crisi economico finanziaria del 2007-2011 ricaduta poi sui bilanci pubblici; la seconda cosa che dovremmo ricordarci è che i saggi di interesse sono sotto il controllo delle grandi banche centrali (quando possono emettere moneta senza che si svaluti, quindi quando i conti con l’estero sono a posto), nel nostro caso la BCE ha dimostrato di essere in grado di controllare i saggi di interesse.

Secondo Paul De Grauwe, la BCE può fare una politica di sviluppo ossia finanziare nuovo debito pubblico a tassi zero, lo sostiene, non credo di tirarlo per la giacca, nell’articolo “conseguenze fiscali del programma di acquisto bond della BCE”, in risposta alle autorità tedesche: “la paura che i contribuenti tedeschi possono dover coprire le perdite della BCE è mal posta. Essa è basata su una errata interpretazione dei problemi di solvibilità delle banche centrali”. Che io sappia l’articolo di De Grauwe è stato ignorato dai giornali grandi e piccoli, e forse meriterebbe che il giornale gli dedicasse uno spazio.

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23/04/2018

La borghesia e la coazione a ripetere: l’amore ai tempi dell’austerità

L’economia italiana è nei guai da molto tempo. La soluzione, però, è a portata di mano e ce la suggerisce Ferruccio De Bortoli, con un ampio risalto sulle pagine del Corriere della Sera: portare l’avanzo primario (la differenza fra entrate e uscite del settore pubblico, senza considerare la spesa per interessi) al 4% del PIL. In questo modo, sostiene De Bortoli, si potrebbe in qualche anno portare al 90% il rapporto debito/PIL, e finalmente liberare le risorse necessarie per gli investimenti di cui così tanto l’Italia abbisogna. Notiamo anche che questa proposta segue la scia delle dichiarazioni di Cottarelli, da anni ormai fermo sostenitore della necessità di conseguire forti avanzi primari.

Insomma, ancora una volta la classe dirigente trascura dolosamente l’esperienza disastrosa del Governo Monti in tema di gestione del rapporto debito/PIL e ripropone le politiche che hanno trascinato la Grecia nel baratro.

Sia chiaro, l’Italia ha sicuramente bisogno di politiche espansive degli investimenti pubblici. Peccato, però, che la ricetta di De Bortoli sia quella meno compatibile in assoluto con un qualsiasi aumento degli investimenti pubblici. Con la solita scusa del contenimento del debito pubblico, che è l’ultimo dei nostri problemi, De Bortoli propone di affamare l’Italia per dieci anni, per poi poter fare qualche investimento sulle macerie che rimarrebbero; si propongono in realtà misure di macelleria sociale che – paradossalmente – avrebbero l’effetto di far aumentare il debito pubblico in rapporto al PIL. Vediamo perché.

In primo luogo, definiamo ciò che viene proposto da De Bortoli per quello che è. Un avanzo primario al 4% del PIL è una misura di austerità da cavallo, di ammontare analogo a quello che la Grecia ha nella sua agenda.

In secondo luogo, ricordiamo che in generale uno Stato non ha bisogno di ridurre il rapporto debito/PIL per aumentare gli investimenti pubblici, quale che sia il rapporto debito/PIL di partenza. Chiedere dalle parti del Giappone per avere una conferma. Ciò è vero indipendentemente dal fatto che tale Stato sia o meno vincolato ai parametri di Maastricht, del Fiscal Compact, e del pareggio di bilancio in Costituzione, e anche dal fatto che esso disponga o meno di una Banca Centrale legata al suo Ministero del Tesoro. A un De Bortoli, consapevolmente o meno, impregnato di un’ideologia economica che anche molti studiosi mainstream troverebbero caricaturale, tali vincoli sembrano un dogma irrinunciabile. I vincoli in questione, però, non cambiano la sostanza del ragionamento: adeguate politiche di investimento pubblico potrebbero permettere anche agli Stati dell’Unione Europea e della zona euro di incrementare i livelli di produzione e reddito senza preventivamente ridurre il rapporto debito/PIL. Inizialmente, tali investimenti farebbero aumentare tale rapporto, ma istituzioni lungimiranti e interessate alla piena occupazione dovrebbero senz’altro tollerare questo iniziale incremento del rapporto debito/PIL, consapevoli degli effetti che i suddetti investimenti avranno, in un periodo più lungo: il problema del rapporto debito/PIL si risolverà esattamente grazie all’aumento degli investimenti, per gli effetti moltiplicativi che tale aumento avrà, come vedremo a breve.

Cerchiamo di capire la fallacia insita nel ragionamento dell’ex direttore del Corriere della Sera. Prendiamo i dati forniti dal post sul sito del Corriere: l’Italia parte ad oggi, anno domini 2018, con un debito pubblico di 2286,5 miliardi di euro, un PIL di 1734,8 miliardi di euro e un rapporto debito/PIL del 131,8%. Immaginiamo di adottare da oggi la ‘proposta Ferruccio’: questo vuol dire generare un avanzo primario del 4% del PIL, ossia di 69,4 miliardi (1734,8*0,04 = 69,4). Questo vuol dire che, al netto degli interessi sul debito pregresso, lo Stato si impegna a raccogliere tasse per un ammontare che superi di 69,4 miliardi la spesa pubblica. Per semplificare l’esposizione, supponiamo anche che non vi siano interessi da pagare, e che quindi l’avanzo primario possa essere destinato interamente alla riduzione del debito pubblico. Notiamo solo questo: se così non fosse (e non è), una riduzione del debito di esattamente 69,4 miliardi richiederebbe un avanzo primario ancora più consistente del 4% proposto, in quanto l’avanzo dovrebbe essere utilizzato anche per pagare gli interessi sul debito. Al periodo successivo, nel 2019, il debito sarà quindi di 2286,5 – 69,4 = 2217,1 miliardi. E in rapporto al PIL? Se il PIL restasse invariato a seguito della politica di austerità, il rapporto scenderebbe al 2217,1/1734,8 = 127,8%. Ripetendo esattamente gli stessi passaggi, nel 2020 avremmo un rapporto al 123,8%, e così via. In una decina di anni quindi il rapporto potrebbe essere portato al fatidico 90% del PIL agognato da De Bortoli (una soglia totalmente arbitraria, così come l’ancor più restrittiva soglia del 60% del PIL prevista dai trattati europei).

La questione cruciale quindi diventa: è vero che il conseguimento di un avanzo primario del 4% farebbe scendere il livello del debito pubblico e quindi il rapporto debito/PIL? Questo, come appena visto, è vero nel caso in cui tale politica non generi effetti sul PIL, quindi supponendo che il moltiplicatore fiscale sia pari a zero. Il moltiplicatore fiscale ci dice quanto la spesa pubblica è efficace nel generare reddito nell’economia: se lo Stato spende 5 miliardi per la costruzione di nuove autostrade, il PIL salirà immediatamente di 5 miliardi, a cui vanno sommati i redditi derivanti dalle spese fatte dagli operai, ingegneri, ecc. coinvolti nei lavori (e a loro volta del fornaio, del giornalaio, ecc. che ricevuto quel reddito lo rispenderanno, e così via), e gli effetti di lungo termine sull’attività economica causati dal miglioramento delle infrastrutture messe a disposizione dei privati. Gli studi recenti hanno via via visto i valori dei moltiplicatori crescere, in particolare dopo la crisi del 2008, fino ad arrivare a valori anche intorno a 3. Ciò significherebbe che un singolo euro di spesa pubblica ne può generare fino a 3 complessivi nell’economia. Rimaniamo però cauti, e ipotizziamo che il moltiplicatore abbia un valore intorno all’1,5. Cosa comporterebbe questo in termini del nostro discorso sulla ‘proposta Ferruccio’? Riprendendo l’esempio dell’avanzo primario al 4% del PIL, nel 2019, il debito sarebbe di 2286,5 – 69,4 = 2217,1 miliardi. Se il PIL questa volta risentisse della politica di austerità, il suo livello scenderebbe da 1734,8 miliardi a 1630,7 miliardi [1734,8 – (69,4*1,5) = 1734,8 – 104,1 = 1630,7]. Il rapporto debito/PIL sarebbe quindi ora al 2217,1/1630,7 = 136%, di circa il 5% più alto di prima.

Risulta quindi evidente che, se come è certo e come già l’esperienza recente ha ampiamente dimostrato, le misure di austerità fanno crollare il PIL più di quanto riducano l’ammontare del debito pubblico, il loro rapporto sarà destinato a salire, invece che scendere. Prendiamo questo singolo caso illustrato su un periodo di un anno, e consideriamo che la letteratura economica recente è chiara anche su un altro punto: i moltiplicatori diventano consistentemente più alti durante le recessioni.

In sostanza cosa stiamo dicendo? Le politiche immaginate da De Bortoli causerebbero una recessione, recessione che non servirebbe comunque ad abbassare il rapporto debito/PIL e che farebbe anche aumentare l’effetto moltiplicativo della spesa pubblica (riduzioni della spesa pubblica avrebbero effetti di lungo termine ancor più disastrosi, in quanto sarebbero ancora più pervasive: la riduzione della spesa pubblica, in altri termini, avrebbe un effetto, negativo e molto marcato, sui redditi di tutti i soggetti ai quali abbiamo fatto riferimento prima: operai, ingegneri, fornai, giornalai e così via). Questo vorrebbe dire che domani, al secondo turno di avanzo al 4% del PIL, l’effetto recessivo di tale politica sarebbe ancora più accentuato: il rapporto debito/PIL aumenterebbe in misura ancora più elevata.

Per capire cosa significhi un decennio di applicazione di questo schema di politica economica, si può far riferimento all’esperienza greca: crollo della produzione, disoccupazione di massa, ritorno di malattie dimenticate, aumento della mortalità infantile. Una volta compreso ciò, si può immaginare quale sia l’utilizzo più efficace che si possa fare della ‘proposta Ferruccio’.

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23/06/2017

È dal 1996 che abbiamo maggiori tasse e minore spesa pubblica

Dal 1996 ad oggi il saldo primario italiano è stato mediamente pari al 2% del Pil. Questo significa che dal 1996 ad oggi abbiamo ridotto la quantità di denaro nell’economia reale attraverso maggiori tasse e minore spesa pubblica: sono 700 miliardi di euro ai valori attuali, il 40% del Pil. Nel 2015 sono stati sottratti oltre 20 miliardi di euro all’economia reale (1,4% del Pil) in quanto abbiamo fatto il 2,6% di deficit pagando il 4% di interessi.

E poi ci chiediamo perché dal 1996 l’economia italiana abbia avuto un tasso di crescita bassissimo fino a sprofondare nel periodo successivo alla crisi finanziaria globale del 2008: se continuiamo a togliere soldi e quindi a ridurre la capacità di consumo del settore privato e la spesa del settore pubblico questo è il risultato. Anche negli ultimi due anni con “Renzi il Rottamatore” non c’è mai stata espansione fiscale.

La “flessibilità” ottenuta grazie alla benevolenza di Angela Merkel è consistita solo nel rallentare un po’ il ritmo delle manovre restrittive rispetto alle richieste assurde e impossibili della Commissione Europea.

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Il primo giugno, sull’identico argomento, aveva giustamente scritto:

La ricetta del governatore della banca d’Italia visco porterebbe al disastro

Il Governatore della Banca d’Italia Visco ha detto che la strada per ridurre il debito passa attraverso un saldo primario al 4% del Pil. Questa è proprio la strada per dare il colpo di grazia alla già disastrata economia italiana e per far esplodere il rapporto debito/Pil. Visco dimentica che con il Governo Monti venne attuata una politica fiscale estremamente restrittiva che portò il Paese in recessione facendo innalzare il rapporto debito/Pil dal 120 al 130%. La ricetta di Visco porta al disastro e comunque è irrealizzabile.

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21/06/2017

Carne e sangue della nostra gente. La chiamano spending review

Cosa ci racconta la relazione sulla Spending Review? Non lasciatevi ancora ingannare dal fascino rassicurante delle parole in inglese, armatevi di curiosità e seguiteci nella decostruzione di questa narrazione tossica dai risultati dolorosi.

Secondo la Banca d’Italia, al 31 dicembre del 2016 il debito pubblico italiano era pari a 2.217,7 miliardi. Lo certifica il Supplemento “Finanza pubblica, fabbisogno e debito”, in cui si evidenzia un aumento di 45 miliardi rispetto a fine 2015, quando il debito ammontava a 2.172,7 miliardi (132,3 per cento del Pil).

Nel 2014 il debito pubblico era di 2.134 miliardi (il 133,8% del Pil). In due anni è cresciuto di 83 miliardi (con relativo aumento degli interessi da pagarci sopra a vantaggio di banche, assicurazioni, fondi di investimento italiani e stranieri possessori dei titoli di debito) ma è aumentato anche il Pil consentendo una riduzione percentuale ma non quantitativa. Quando “tutto il male” (per mutuare i bellissimi romanzi di Stig Larsson) è cominciato, ossia nel 1992, il debito pubblico era “solo” il 105,2% del Pil. Ma da allora è entrato in vigore il Trattato di Maastricht e sono cominciati i governi delle misure “lacrime e sangue” (Amato, Ciampi, Prodi, Berlusconi) che dichiaravano come obiettivo strategico proprio la riduzione del debito pubblico. I risultati ci dicono che in venticinque anni di lacrime e sangue su pensioni, salari, salute, privatizzazioni che hanno impoverito il paese, il debito è aumentato del 27,5% sul Pil.

Ieri è stata diffusa la relazione sulla Spending Review, cioè i tagli della spesa pubblica affidati dopo aver cambiato mano tre volte, al consigliere economico di Renzi, l’israeliano Yoram Gutgeld.

La relazione ci dice che tra il 2014 e il 2016 la spesa pubblica è stata tagliata per 3,6 miliardi nel 2014, 18 miliardi nel 2015, 25 miliardi nel 2016 e si punta a 29,9 miliardi per il 2017. Tagli importanti dunque ma, paradossalmente, non sul piano della spesa controllata attraverso il “metodo Consip” oggi finito sotto processo per lo scandalo sull’assegnazione degli appalti. Qui infatti la spesa è aumentata del 27% (ne riferisce il Sole 24 Ore di oggi a pag.5).

Ma dove sono stati inferti i tagli? Qui viene fuori tutto il carattere di classe della spending review.

Leggiamo infatti dalla relazione che a farne le spese sono state soprattutto le amministrazioni locali e i lavoratori pubblici, diminuiti tra il 2013 e 2016 di ben 84mila unità. E anche in prospettiva, quando si parla di tagli alla spesa si punta come “spesa aggredibile” al personale (il 50% della spesa pubblica aggredibile pari a 164 miliardi) e solo dopo ci sono i 135,4 miliardi (41%) degli acquisti per beni e servizi pubblici (esattamente lì dove ha fallito il “metodo Consip”). Insomma si è tagliato dolorosamente nella carne e nel sangue della gente per poter avere a disposizione un tesoretto da spendere per salvare le banche e finanziare l’aumento delle spese militari.

Ricapitolando. Sono venticinque anni che ci massacrano su ogni aspetto del lavoro e del welfare in nome della riduzione del debito pubblico, ma questo invece di diminuire è aumentato. Il paese da decenni è in avanzo primario (cioè spende meno di quanto incassa) ma va in deficit a causa degli interessi da pagare sul debito (ben 66,3 miliardi solo nel 2016). Scomparso già dagli anni Novanta, il “Bot people”, questi interessi vanno ormai a rimborsare solo banche, fondi di investimento italiani e stranieri, società finanziarie e assicurazioni, cioè interessi meramente ed esclusivamente privati.

Lo Stato e le istituzioni locali (Regioni, Comuni etc.) si sono sempre più de-responsabilizzate dalla gestione dei servizi pubblici esternalizzando e privatizzando a man bassa, lasciando così degradare complessivamente le città e il paese, alimentando il razzismo e la guerra tra poveri per poter condurre più tranquillamente e duramente la “guerra contro i poveri”.

Risultati? Boom della disuguaglianza sociale, della disoccupazione, dell’impoverimento di massa, dello stato di polizia, dell’analfabetismo funzionale e crollo delle aspettative generali del paese (con una emigrazione di italiani all’estero che ormai ha quasi raggiunto quella dell’immigrazione di stranieri in Italia). Per fare cosa? Per compiere quale “destino” (quello di cui ha parlato la Merkel) se non quello di essere un paese subalterno alle oligarchie finanziarie e alle multinazionali che hanno costruito l’Unione Europea, la gabbia dell’euro e spingono sulla militarizzazione e la guerra? Un destino comune agli paesi Pigs che stà però producendo asimmetrie dolorose e visibili all’interno stesso del nostro paese tra il nucleo integrato con l’Unione Europea (Lombardia, Emilia, parte del Nordest dove c’è quel 20% di imprese che rappresenta l’80% dell’export e del valore aggiunto in Italia) e il resto del paese che sta andando alla malora.

E’ questo il meccanismo da spezzare per rimettere in modo un processo di cambiamento politico e sociale di segno almeno progressista prima ancora che comunista.

Per questo il 1 luglio ci si vede a Roma, per provare con Eurostop a rimettere in campo questo processo, lasciando andare alla deriva la “sinistra” esistente, residuale, ormai inservibile a tale scopo.

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06/04/2015

Follia Italia: il totem del suicidio collettivo dell'avanzo primario di bilancio in due semplici grafici

Con la dovuta discrezione, pubblicizzando solo lo stretto necessario, è partito il dibattito mainstream sui tagli da operare alla spesa pubblica e agli enti locali. In modo da evitare la cosiddetta clausola di salvaguardia, contratta dal governo italiano in sede europea, che prevede l'aumento dell'Iva in caso di mancato rispetto dei parametri di "stabilità". Immancabilmente, stando agli organi di stampa, il governo i parametri li vuole rispettare tagliando spesa pubblica, enti locali e defiscalizzazioni (utili a moltissime famiglie). Questo, secondo business.com dovrebbe portare il governo ad una previsione di avanzo primario di bilancio, per il 2016, attorno al 3,9%. L'avanzo primario di bilancio è lo strumento che certifica, detto in termini molto semplici, che lo stato spende meno di quanto incassa. Come sappiamo è il totem di tutti gli adoratori, da destra come da "sinistra", della razionalizzazione, dell'efficientamento, di tutta una retorica dei tagli virtuosi che non porta da nessuna parte. Se non, come ha certificato lo stesso FMI, a perdere mezzo punto di Pil ogni punto tagliato di spesa pubblica. Il totem viene ora evocato dal governo Renzi in cerca di argomenti per galleggiare. Naturalmente per far abboccare tutti quelli che pensano che "Matteo" finalmente farà entrare l'Italia nel circolo virtuoso dell'avanzo primario di bilancio, quello che riduce il debito pubblico e fa rilanciare l'economia.

Bene, serviamo subito un link. Di quelli ufficiali, del MISE, ministero sviluppo economico. Il quale si vanta, in inglese cioè per gli investitori internazionali, che "l'avanzo primario di bilancio italiano è uno dei più alti del mondo, e il più stabile tra i membri dell'Ue degli ultimi 20 anni"

Dati Ameco-Commissione europea, quindi certificati e riconosciuti a livello internazionale. E qui si immaginano le domande... ma come, e la spesa pubblica improduttiva? Le pensioni generose? La casta che ruba? Tutti temi che, opportunamente distorti, sono serviti a tenere stabile, appunto, l'avanzo primario di bilancio negli ultimi vent'anni. Per esigenze del mercato finanziario globale. Con il risultato, con un grafico già evidenziato in una nostra breve nota che, dagli ultimi 20 anni di avanzo primario di bilancio, il PIL del paese è andato progressivamente declinando.

Ma i grafici che facciamo vedere, ringraziando vincitorievinti.com che li ha pubblicati, evidenziano ulteriormente, a quale follia sistemica ha portato il totem, utile alla finanza globale, dell'avanzo primario di bilancio. Ecco il primo qui a sinistra.

Come si nota, dall'inizio della grande crisi, il debito pubblico è cresciuto in maniera incomparabile rispetto al valore del PIL nominale. E questo è l'effetto, se si vuole, più clamoroso di venti anni di politiche dell'avanzo primario. Ovvero che all'arrivo di una crisi seria l'Italia non solo non aveva le risorse pubbliche per affrontarla, perché le aveva tagliate nel passato, ma ha anche contratto ulteriormente il settore pubblico. Il risultato è stato questo: economia depressa, la maggiore tra i grandi paesi industrializzati, esplosione del debito. Vista la forte spesa per interessi, appunto, sul debito. E c'è da chiedersi quanto debito italiano sia contratto in dollari. E qui il dollaro in aumento non è una buona notizia.

Ecco quindi il secondo grafico (qui sotto). Quello che parla in inglese. Come fa il MISE che cerca di rassicurare gli "investitori" ad acquistare debito pubblico italiano tanto c'è l'avanzo primario di bilancio (noi) che paga stabilmente. Nonostante tutta la virtuosità dell'ultimo ventennio, e la ricerca della virtuosità estrema da parte del governo Renzi, la finanza globale non si fida della polveriera Italia.

La fonte del grafico-classifica è Blackrock, uno dei maggior player finanziari globali. Attore che ha investito ed investe in Italia. Insomma, l'Italia nonostante l'intervento della Bce, compreso nelle previsioni, è uno dei dieci paesi al mondo con maggiore rischio insolvenza nel debito pubblico. Assieme a Argentina e Ucraina nonostante il totem dell'avanzo primario di bilancio, fulgido indicatore contro gli sprechi, risplenda da un ventennio. Come è noto il capitalismo, compreso quello finanziario, finisce per esaurire i terreni su cui poggia. E per estrarre l'ultima rendita da questo terreno, statene sicuri, ripartirà sempre, fino al botto fatale, il dibattito sugli sprechi da tagliare per garantire l'avanzo primario di bilancio. Ma fino a quando?

Forse Matteo, viste le tendenze del mercato, è la volta buona. Ma che fai saltare tutto. Rimanendo sbruciacchiato col cerino in mano. Certo ti avrebbero dato una mano Carlo Azeglio (Ciampi), e lui te ne avrebbe data tanta, Romano (Prodi), Giulio (Tremonti), Mario (Monti) ma se fai il superbotto la festa sarebbe tutta tua. L'ultimo arrivato, come si sa, è quello che finisce di accendere le luci del party. Ma per ora, finché la festa dura, vai con i fenomeni della razionalizzazione, dell'efficientamento e del rigore.

Redazione - 5 aprile 2015

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