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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/07/2026

India - La generazione che si rifiuta di strisciare: la Gen Z è una lotta di classe

Il 20 luglio, migliaia di giovani hanno tentato di marciare da Jantar Mantar verso il Parlamento. Portavano cartelli, gridavano slogan e chiedevano le dimissioni del Ministro dell’Istruzione dell’Unione, Dharmendra Pradhan, a causa delle ripetute irregolarità negli esami, delle fughe di notizie sui test, degli esami cancellati e del rifiuto del governo di assumersi la responsabilità per il disastro inflitto agli studenti.

La Polizia di Delhi ha risposto con barricate, manganelli e gas lacrimogeni. Alcuni manifestanti sono stati trattenuti, mentre altri si sono riorganizzati in gruppi più piccoli e hanno continuato verso il Parlamento. Il movimento aveva superato una soglia importante: ciò che era iniziato come satira sui social media era sceso in piazza confrontandosi con il potere statale.

I manifestanti si fanno chiamare Cockroach Janta Party (CJP). Il nome è nato dopo che un’osservazione giudiziaria denigratoria ha paragonato gli attivisti e i giovani disoccupati a scarafaggi e parassiti. Piuttosto che ritirarsi di fronte all’insulto, i giovani lo hanno trasformato in un distintivo di sfida collettiva.

Se coloro che governano l’India vedono i propri giovani disoccupati come scarafaggi, allora gli scarafaggi si riuniranno. Il nome prende in giro il Bharatiya Janata Party, ma cattura anche qualcosa dell’esperienza di una generazione a cui è stato ripetutamente detto di essere eccessiva, ingrata, inoccupabile e in qualche modo personalmente responsabile del fallimento del sistema economico, che vedono come un sistema precario che dovrebbe dare loro lavoro, ma che – come il sistema capitalistico spietato – li tratta come usa e getta.

Dalla sua prima grande protesta a Delhi il 6 giugno, il movimento si è diffuso in città tra cui Pune, Mumbai, Bengaluru, Lucknow e Nagpur. I suoi sostenitori hanno allestito un campo a Jantar Mantar, dove l’attivista climatico Sonam Wangchuk ha intrapreso uno sciopero della fame in solidarietà con le loro richieste prima di essere trasportato con la forza in ospedale.

Le questioni immediate sono abbastanza serie: l’integrità degli esami di ammissione e reclutamento, il risarcimento per le famiglie degli studenti che si sono tolti la vita, la riforma di un sistema di selezione infarcito di corruzione e le dimissioni del ministro dell’Istruzione.

Tuttavia, dietro queste richieste si cela una crisi sociale molto più ampia, poiché un foglio d’esame non è semplicemente un foglio pieno di domande. Per milioni di famiglie della classe lavoratrice, rappresenta anni di risparmi, sacrifici, studio e speranza. Quando quel foglio viene divulgato o l’esame viene cancellato, il fragile progetto di un’intera famiglia viene distrutto.

I media hanno prontamente descritto il movimento Cockroach come la prima “protesta della Gen Z” indiana. C’è del vero in questa descrizione. Il suo linguaggio è nato sui social media e quindi utilizza con grande abilità meme, satira, parodie, video brevi e umorismo autoironico. Molti dei suoi partecipanti non hanno conosciuto altro governo che quello guidato dal Primo Ministro Narendra Modi.

Il loro vocabolario politico si è sviluppato in condizioni in cui i telegiornali si sono in gran parte arresi al potere, il dissenso è stato criminalizzato e Internet è diventato sia un meccanismo di sorveglianza che uno degli ultimi spazi rimasti in cui la rabbia può circolare rapidamente.

Ma il termine “Gen Z” spiega molto meno di quanto sembri. È una categoria di marketing che si spaccia per sociologia. Raggruppa insieme la figlia di un bracciante agricolo e il figlio di un miliardario solo perché sono nati nello stesso arco di anni.

Le generazioni non sostengono esami, non cercano lavoro, non consegnano cibo né prendono in prestito denaro per le tasse dei corsi di preparazione, ma le classi sociali sì. La questione decisiva non è quando questi giovani sono nati, ma che tipo di ordine economico hanno ereditato e quale posto, se mai, quell’ordine ha preparato per loro.

I giovani manifestanti non sono in rivolta perché hanno una capacità di attenzione più breve o una speciale avversione culturale per l’autorità. Sono in rivolta perché il capitalismo non può integrarli in una vita economica dignitosa. È stato detto loro di studiare, acquisire lauree, imparare nuove competenze, rimanere competitivi e diventare “imprenditori”.

Le loro famiglie hanno preso in prestito denaro, venduto terreni, rinviato cure mediche e ridotto i consumi domestici per pagare l’istruzione e i corsi di preparazione. Alla fine di questo estenuante viaggio, molti scoprono che il lavoro promesso non esiste. Altri trovano solo contratti temporanei, tirocini non retribuiti, lavoro su piattaforma o lavori i cui salari non hanno alcuna relazione con le loro qualifiche.

Anche i dati ufficiali rivelano la portata del problema. La Periodic Labour Force Survey del governo per il 2025 ha collocato la disoccupazione tra i quindicenni e i ventinovenne al 9,9 per cento, con un picco del 13,6 per cento tra i giovani urbani. Ha anche rilevato che un quarto degli indiani tra i quindici e i ventinove anni non era né occupato né impegnato in istruzione o formazione.

Questi dati principali oscurano una vasta sottoccupazione, il lavoro familiare non retribuito e la disperazione che costringe le persone ad accettare qualsiasi attività come lavoro. Solo il 23,6 per cento dei lavoratori indiani aveva un impiego regolare retribuito o salariato, mentre il 56,2 per cento era classificato come lavoratore autonomo, una categoria che spazia dai professionisti facoltosi ai venditori ambulanti, ai lavoratori non retribuiti nelle fattorie familiari.

Il Rapporto sull’occupazione in India prodotto dall’Institute for Human Development e dall’International Labour Organisation fornisce un quadro ancora più chiaro. Nel 2022, la disoccupazione tra i giovani laureati era al 29,1 per cento, nove volte il tasso tra i giovani che non sapevano né leggere né scrivere. Quasi l’82 per cento della forza lavoro era nel settore informale, mentre quasi il 90 per cento era impiegato informalmente.

I salari reali per i lavoratori regolari erano stagnanti o in calo, e l’occupazione su piattaforma si era espansa come estensione del lavoro informale supervisionata digitalmente, in gran parte priva di sicurezza sociale. Il rapporto ha rilevato che l’attesa media per un primo lavoro superava un anno e che molti giovani tecnicamente qualificati svolgevano lavori non correlati alla loro formazione.

Questo è l’amaro paradosso al centro delle proteste. L’istruzione ha ampliato le aspirazioni e le capacità dei giovani indiani, ma l’economia non ha ampliato il numero di posti di lavoro dignitosi a loro disposizione. Più studiano, più vedono chiaramente il divario tra ciò che la società ha promesso e ciò che può offrire.

La loro laurea diventa la prova non della loro inadeguatezza, ma di quella di un modello economico organizzato attorno alla finanza, alla produzione ad alta intensità di capitale, alla privatizzazione e all’arricchimento di una piccola élite padronale.

La crisi non è iniziata con il governo Modi, ma dodici anni di governo del BJP l’hanno aggravata. La demonetizzazione e la mal progettata Goods and Services Tax (GST) hanno danneggiato le piccole imprese, che storicamente hanno assorbito un gran numero di lavoratori.

Le assunzioni nel settore pubblico sono state ritardate o ridotte, i posti vacanti rimangono scoperti e il lavoro sicuro è stato sostituito dal lavoro contrattuale. La manifattura non è cresciuta nella misura necessaria per impiegare i milioni di persone che entrano ogni anno nel mercato del lavoro.

Nel frattempo, l’istruzione pubblica è stata indebolita e l’industria privata dei corsi di preparazione si è espansa, trasformando l’ansia in una merce immensamente redditizia. Il governo celebra la crescita del PIL, le autostrade, i pagamenti digitali, le società unicorno e la ricchezza dei miliardari indiani, ma nessuna di queste statistiche risponde alla domanda sentita in innumerevoli case: dove sono i posti di lavoro?

Le fughe di notizie sui test devono quindi essere comprese come qualcosa di più della corruzione amministrativa. Sono espressioni concentrate di una più ampia ingiustizia di classe. Milioni di persone competono per un numero limitato di posizioni perché il lavoro sicuro è stato deliberatamente reso scarso. Ogni candidato deve pagare le tasse, percorrere lunghe distanze, acquistare materiale di studio e talvolta passare anni nei centri di preparazione.

Quando un esame viene compromesso, lo stato parla di problemi tecnici e commissioni d’inchiesta. Al candidato, tuttavia, è stato rubato il tempo di vita. Un limite massimo di età si avvicina; il debito familiare si accumula; un altro anno scompare.

Il governo vorrebbe isolare le proteste come lo sfogo emotivo di una generazione impaziente. Alternerà ridicolo, repressione, promesse di consultazione e tentativi di dividere il movimento. Ai giovani verrà detto che mancano di esperienza, che forze straniere li stanno traviando o che la loro protesta danneggia l’immagine della nazione.

Ma non c’è nulla di antinazionale nel chiedere che un paese fornisca ai suoi giovani un lavoro utile. Ciò che danneggia l’India è un ordine in cui i giovani sono necessari come consumatori, punti dati, lavoratori delle consegne e folle elettorali, ma non sono accolti come lavoratori con diritti, cittadini con voce e esseri umani che hanno diritto a un futuro.

L’energia del movimento Cockroach è importante, ma la spontaneità e la portata digitale da sole non possono superare il potere consolidato. La sua forza duratura dipenderà dal fatto che colleghi la riforma degli esami alla lotta per l’occupazione, l’istruzione pubblica, i diritti dei lavoratori e la ridistribuzione economica.

Gli studenti di Jantar Mantar condividono il futuro con insegnanti a contratto, lavoratori a progetto, fattorini delle consegne, apprendisti in fabbrica, laureati disoccupati e lavoratori rurali. Il movimento deve resistere ai tentativi di descrivere la politica organizzata, i sindacati e le organizzazioni studentesche consolidate come reliquie appartenenti a un’altra generazione. L’esperienza accumulata dalla classe operaia organizzata non è un peso per la rivolta giovanile; è una delle risorse che possono dare a tale rivolta la capacità di resistenza e la direzione.

Il nome “scarafaggio” porta con sé una verità storica involontaria. Gli scarafaggi sopravvivono perché sono difficili da eliminare. Ma i giovani per le strade non chiedono semplicemente di sopravvivere nelle fessure di un sistema in decomposizione. Vogliono vivere, lavorare, usare ciò che hanno imparato e contribuire alla società con dignità. La loro rabbia è generazionale nell’apparenza ma profondamente basata sulla classe nel suo contenuto.

Il compito della Sinistra non è né romanticizzare questa rabbia né predicare da lontano, ma entrare in dialogo con essa, aiutarla a identificare la struttura alla base della sua sofferenza e unire le sue richieste immediate a un programma capace di creare milioni di posti di lavoro sicuri e socialmente utili.

Il gas lacrimogeno fuori dal Parlamento non può rispondere alla domanda posta dai manifestanti. I governanti dell’India possono spingerli dietro le barricate e chiamarli insetti, parassiti o provocatori. Ma una società che si rifiuta di fare spazio ai suoi giovani scoprirà alla fine che i giovani hanno deciso di rifare la società stessa.

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21/12/2024

Il Ministro dell’Istruzione falcia i precari più anziani nel Concorso Scuola 2024

Licenziare lavoratori con molta anzianità, per sostituirli poi con giovani senza esperienza ma “meno costosi”, è una vecchia pratica antisindacale del peggiore padronato. Ora a farlo è il Ministro dell’Istruzione e del Merito (MIM). Con un espediente, il leghista Valditara ha mandato a casa una parte notevole degli insegnanti precari con più anzianità di servizio, candidati al Concorso Scuola 2024 appena concluso, dichiarando invece meritevoli di una cattedra stabile, candidati più giovani, con meno esperienza e voti più bassi agli esami, ma che hanno partecipato per un anno al Servizio Civile Universale (SCU) ai sensi della legge 74 del 21 giugno 2023.

Ma come mai i precari più anziani, sapendo che il SCU costituiva un titolo preferenziale al Concorso per ben il 15% dei posti disponibili, non hanno svolto quell’anno di servizio presso la Protezione Civile o presso altri enti dello Stato? Bastavano 5 ore al giorno per 8 mesi, meno ore ogni giorno se il partecipante prestava servizio anche l’estate. Il motivo è semplice: non era materialmente possibile farlo. Infatti, l’intervallo tra l’entrata in vigore della legge e la scadenza per partecipare al concorso è stato meno di un anno. Inoltre, per partecipare al SCU, bisogna avere meno di 28 anni. In altre parole, i precari più anziani non avevano nessuna possibilità di acquisire il titolo preferenziale.

È stata chiaramente una trappola, dunque, usata per poter “scremare”, tra i candidati al Concorso Scuola 2024, migliaia di candidati più anziani i quali, pur con voti assai più alti agli esami e diversi anni di esperienza, si sono visti passare davanti quei giovani meno preparati e con voti più bassi ma che potevano vantare un anno di SCU. Giovani che, soprattutto, graveranno meno sul bilancio ministeriale.

Un gruppo di insegnanti precari esclusi dal concorso si è mobilitato per contestare il colpo di mano. Ha lanciato una petizione diretta al MIM, ai Sindacati scuola e alla Comunità Europea (infatti, i soldi per pagare gli stipendi dei vincitori del concorso scuola sono del PNRR). Attualmente gli insegnanti stanno studiando una azione legale da usare come estrema ratio. Chiedono almeno l’istituzione di una graduatoria di merito, in cui inserire tutti coloro che hanno riportato un punteggio superiore al settanta nel concorso appena concluso.

Richiesta che il MIM dovrebbe avere ogni interesse ad accogliere – tanto più che, dopo il suo severo monito del 2013 andato a vuoto, la Commissione Europea ha, lo scorso ottobre, deferito l’Italia alla Corte di giustizia dell’UE per il suo reiterato utilizzo abusivo del precariato nella Scuola. Infatti, l’Italia non ha mai recepito la direttiva europea 70 del 1999, che prevede la stabilizzazione dei precari in ogni settore della pubblica amministrazione e che nega la possibilità di reiterare i contratti a tempo determinato per oltre 36 mesi. Nel lungo arco di tempo in cui i concorsi pubblici non sono stati organizzati con la frequenza che la legge 270 del 1982 prevedeva (ogni due anni), molti precari hanno maturato diversi anni di servizio. Adesso vengono falciati.

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09/07/2021

Concorso Coesione per il Sud: fallisce la riforma classista della PA

Il 6 Aprile 2021 veniva pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il bando per il Concorso Coesione per il Sud. Richieste 2800 unità di personale non dirigenziale nella Pubblica Amministrazione di otto regioni: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.

Le risorse erano state stanziate dal precedente governo nell’ultima finanziaria e rientravano nell’ambito del Pon Governance 2014-2020, con i fondi europei della coesione destinati alle regioni meno sviluppate.

I profili richiesti erano cinque (funzionario esperto tecnico, funzionario esperto in gestione, rendicontazione e controllo, funzionario esperto in progettazione e animazione territoriale, funzionario esperto amministrativo giuridico, funzionario esperto analista informatico) ed era possibile presentare domanda anche per più profili.

L’unico prerequisito per potersi iscrivere era avere una laurea: qualunque tipo andava bene per iscriversi a qualunque delle cinque categorie. Pertanto, alla chiusura del bando le candidature presentate sono state 99.357 da parte di 81.150 persone. I posti disponibili erano 2800, cioè meno del 3,5% di quanti avevo presentato domanda avrebbe vinto il concorso.

II bando era stato presentato come al solito in pompa magna dal Ministro per la Pubblica Amministrazione Brunetta che, dopo aver appreso i dati dei candidati, aveva annunciato con entusiasmo che tutto questo era testimonianza «della voglia di futuro dopo più di un anno di pandemia» e «della bontà della decisione di sbloccare i concorsi, digitalizzandoli e semplificandoli».

Il concorso coesione per il Sud sarebbe dovuto infatti essere il primo svolto con la formula “fast track”, ovvero con preselezione per titoli ed esperienze professionali, tutto in digitale e con un percorso che in cento giorni avrebbe dovuto portare dalla pubblicazione del bando all’assunzione (a tempo determinato, ça va sans dire).

Il tutto accompagnato dalla solita odiosa retorica del merito con i «nostri giovani e i nostri migliori talenti» che «potranno vedere nella PA un datore di lavoro attrattivo e diventare protagonisti di un ambizioso programma di cambiamento del Paese».

Vediamo come hanno resistito alla prova dei fatti queste parole.

Cinquanta giorni dopo la pubblicazione del bando erano disponibili gli elenchi degli ammessi che due settimane dopo avrebbero dovuto sostenere la prova. La preselezione per titoli, atta a selezionare «i migliori talenti», aveva escluso buona parte dei candidati, riducendoli a circa 11mila.

La bassissima partecipazione alle prove, in media inferiore al 65% e in alcune regioni addirittura inferiore al 50%, costringeva il ministero a correre ai ripari pubblicando un provvedimento di modifica del bando che «considerata la necessità di garantire i principi di efficienza ed economicità dell’azione amministrativa, tenuto conto dei tempi e dei costi necessari per lo svolgimento dei concorsi pubblici e dell’urgenza di attuazione degli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza» riapriva il concorso e faceva accedere a sostenere la prova tutti gli esclusi in precedenza, ferme restando le prove già svolte dai selezionati del primo scaglione.

Per sicurezza, questa volta FormezPA si premurava di inviare una mail di convocazione a tutti i candidati, nel cui corpo chiedeva di confermare o meno (senza alcun vincolo) la propria partecipazione, temendo evidentemente una nuova diserzione di massa da parte chi, dopo aver sentito per mesi la storia dell’infallibile “governo dei migliori”, forse non si aspettava di essere richiamato in una così confusa e miserevole prima uscita.

Ma anche a questo giro le cose sono andate molto peggio del previsto. I candidati idonei sono risultati essere solo 821, meno di un terzo dei 2800 posti disponibili. Essendo stata fissata una soglia di punteggio minimo di idoneità ex ante, senza quindi tenere conto dell’andamento medio della prova, non sono previsti scorrimenti di graduatoria e perciò buona parte dei posti rimarrà vuota.

I proclami urlati di riforma e rilancio della PA vengono ricacciati in gola e al ministro Brunetta non resta che scaricare tutte le colpe sul precedente governo.

Contrariamente alla retorica degli ultimi mesi, i numeri degli iscritti testimoniano la voglia e la necessità diffusa di trovare un impiego, soprattutto da parte dei giovani (il 30% dei candidati aveva meno di trent’anni).

Non solo i concorsi vengono ancora banditi col contagocce, ma i criteri selettivi, tra la super-valutazione dei costosi master a scapito degli altri titoli di studio, il peso che viene dato all’esperienza lavorativa pregressa e le soglie di punteggio, rendono impossibile reclutare le unità di personale richieste che, è bene ribadirlo ancora, sarebbero comunque assunte con contratti a tempo determinato.

C’è poco da girarci intorno: questa riforma della PA, con il classismo di cui è intrisa, alla prima prova dei fatti si è rivelata subito fallimentare sotto tutti i punti di vista e difficilmente potrà migliorare.

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15/04/2021

Brunetta: nuovi concorsi pubblici, vecchia politica di classe

Pochi giorni fa è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale un decreto-legge, il d.l. 44/2021, che contiene, tra l’altro, norme in materia di concorsi pubblici. L’obiettivo dichiarato dal Ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta è quello di sbloccare i concorsi pubblici, velocizzarli e farli svolgere in modalità il più possibile digitale. Fin qui, sembrerebbe non esserci nulla di male. In realtà, nelle pieghe della riforma è possibile rinvenire una traccia dell’impianto classista delle politiche di questo Governo e dell’ampia maggioranza che lo sostiene.

Ma vediamo cosa prevede la riforma. L’articolo 10 del decreto, quello dedicato, per l’appunto, alla disciplina dei concorsi pubblici, prevede la seguente articolazione delle fasi selettive dei concorsi per il reclutamento di personale non dirigenziale: 1) una preliminare fase di valutazione dei titoli legalmente riconosciuti (diplomi, lauree, master) ai fini dell’ammissione alle successive prove; 2) l’espletamento di una sola prova scritta e 3) di una prova orale; 4) infine, eventualmente, la valutazione dell’esperienza professionale, inclusi i titoli di servizio, che può concorrere alla formazione del punteggio finale.

Vale la pena di specificare che sebbene il capo III del decreto-legge in questione, che contiene l’articolo 10, sia denominato “semplificazione delle procedure per i concorsi pubblici in ragione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19”, le modifiche in questione sono strutturali (si applicheranno, cioè, non solo fino al permanere dello stato di emergenza, ma anche dopo). È scritto nero su bianco nel dossier del Servizio Studi del Senato sul provvedimento e la stessa formulazione della norma non lascia spazio a dubbi.

La preselezione per titoli è un regalo ai ricchi

Il punto della riforma sul quale si stanno concentrando molte polemiche è quello dello sbarramento all’accesso per i concorsi non dirigenziali sulla base dei titoli di studio.

Cosa si intende, infatti, nella norma, per “valutazione dei titoli legalmente riconosciuti ai fini dell’ammissione alle successive fasi concorsuali”? Nient’altro che la possibilità di prevedere una fase di preselezione, quindi a monte dell’intero processo selettivo, basata solo ed esclusivamente sui titoli. In altre parole, sarà possibile, per quelle amministrazioni che decideranno di utilizzare questa facoltà, escludere una consistente parte dei candidati sin dall’inizio e senza che si sia svolta neppure una prova scritta.

Chiunque conosca, anche di sfuggita, il mondo (anzi, il business) dei master universitari capirà al volo dove si nasconda il classismo di questa proposta. È noto, infatti, che non tutti i laureati possono permettersi di pagare le salate quote d’iscrizione previste per i master. Inoltre, non tutti possono permettersi di rinviare di un anno l’ingresso nel mondo del lavoro. Prevedere un vantaggio così decisivo per chi possiede titoli post-laurea significa escludere automaticamente dai posti di lavoro pubblici non solo una buona parte dei giovani neolaureati, che non hanno, ovviamente, avuto il tempo di accumulare ulteriori titoli post-laurea (pensiamo al caso estremo, ma diffusissimo oggi, degli studenti lavoratori), ma anche quella enorme platea composta da disoccupati, magari laureati da qualche anno, che non hanno i mezzi economici per conseguire ulteriori titoli. Significa, quindi, che queste persone non arriveranno neanche a sedersi davanti a un test scritto, perché sarà loro impedita qualsiasi forma di partecipazione alle prove. Un’ingiustizia con la quale si calpesta ogni sacrosanto principio di uguaglianza sostanziale.

Si potrebbe dire che è troppo presto per gridare allo scandalo e che, nei fatti, tutto dipenderà da come queste indicazioni saranno accolte dalle amministrazioni che provvederanno, via via, a bandire i concorsi. Ebbene, non è stato necessario aspettare troppo per avere questo tipo di conferma. Il 6 aprile è stato pubblicato il bando per 2800 unità di personale a tempo determinato per l’attuazione dei progetti del Recovery Plan. Ebbene, questo concorso prevede una fase di valutazione titoli che porterà all’ammissione alla successiva prova scritta di un numero di candidati pari a tre volte il numero di posti messi a concorso. Ciò significa che non potranno accedere alle prove scritte più di 8400 persone (o, fatti salvi i candidati classificati ex aequo, poco più). Questo particolare concorso, inoltre, in virtù del comma 4 dell’articolo 10, prevede anche la valutazione, già in fase di preselezione, delle esperienze professionali (per gli altri concorsi, le esperienze professionali potranno essere fatte valere “soltanto” in sede di determinazione del punteggio finale).

Ma come si svolgerà la valutazione dei titoli? Per il voto di laurea verrà attribuito un punteggio pari, al massimo (per i 110/110 e i 110 e lode) a 0,10 punti. Per gli altri titoli saranno attribuiti i seguenti punteggi: 0,5 per la laurea specialistica o magistrale, 0,25 per ogni laurea ulteriore. La somma di questi punteggi potrà essere al massimo pari a 1.

Per la formazione post-laurea saranno attribuibili, invece, fino a 3 punti (0,5 punti e 1 punto per i master di I e II livello, 1,5 per diploma di specializzazione e dottorato di ricerca). Già questo passaggio tende a penalizzare fortemente i neolaureati e coloro che, dopo la laurea, non hanno potuto, per svariate ragioni, principalmente economiche, proseguire gli studi.

Come se non bastasse, come dicevamo, in questo particolare concorso le esperienze professionali maturate nella gestione o nell’assistenza tecnica relativa a progetti europei e nazionali di politica di coesione conteranno anche ai fini della preselezione e per un massimo di ben 6 punti: sei volte il massimo del punteggio previsto per la laurea e la laurea magistrale/specialistica. Una pietra tombale sulle speranze di qualsiasi neolaureato alla ricerca di lavoro: una diversa e minore pesatura dell’esperienza professionale consentirebbe di valorizzare comunque le competenze maturate senza, al contempo, escludere del tutto i giovani dalla selezione.

La riforma dei concorsi di Brunetta: altri aspetti disgustosi

Abbiamo visto che, nonostante la riforma sia stata pubblicizzata come un tentativo di sbloccare i concorsi pubblici in tempo di pandemia, i suoi effetti saranno duraturi, perché non è previsto un termine finale di operatività delle norme che regoleranno i concorsi pubblici. Come spesso è accaduto, le situazioni di emergenza vengono sfruttate per inserire nel nostro ordinamento modifiche di natura strutturale, che hanno l’obiettivo di favorire le classi dominanti a scapito dei lavoratori.

Questa riforma, inoltre, per quanto possa sembrare incredibile, si presenta con un sovrappiù di infamia. Le norme in questione, infatti, potranno essere applicate non solo ai concorsi che saranno banditi dalla data di entrata in vigore del decreto in poi, ma anche ai concorsi già banditi e per i quali non siano ancora state svolte attività. Potenzialmente, dunque, potremmo assistere a uno scenario nel quale migliaia di disoccupati, che da tempo stanno studiando per partecipare a un concorso pubblico al quale si sono già iscritti e per il quale, magari, hanno già versato la quota di partecipazione, potrebbero essere fatti fuori con un colpo di penna perché non si sono potuti permettere un master o un altro titolo di studio post-laurea.

Può essere utile ricordare che il padronato si è spesso scagliato contro il cosiddetto “valore legale del titolo di studio”. Attualmente, ai fini, ad esempio, di un concorso pubblico, una laurea in una determinata materia conseguita in un’università pubblica del Mezzogiorno e una laurea nella stessa materia conseguita alla Bocconi, con lo stesso voto, sono equivalenti dal punto di vista formale: non potranno dar luogo a un punteggio diverso ai fini della valutazione.

Ai padroni, gente che sogna percorsi formativi il cui unico metro di giudizio sia il mercato, questa equiparazione non piace. La ragione di questa contrarietà è evidente: se un povero Cristo riesce, grazie ai sacrifici della famiglia e nei ritagli di tempi dal lavoro, a prendere una laurea a pieni voti, e questa laurea è equiparata a quella di un’università privata esclusiva in cui bisogna sborsare decine di migliaia di euro, il vantaggio di essere facoltosi, almeno in questo campo, va a farsi benedire. Ed ecco spiegata la crociata, principalmente portata avanti soprattutto dal centrodestra e dai radicali, ma non estranea agli esponenti del PD, contro il valore legale del titolo di studio. Ed ecco, inoltre, spiegato il periodico shitstorming contro le università pubbliche e, in particolare, contro le università pubbliche del Sud.

Ebbene sembrerebbe paradossale, adesso, proporre di dare così tanto valore a dei titoli di studio, al punto tale da eliminare la possibilità di partecipare ai concorsi pubblici per chi non ha un titolo post-laurea. In verità, la riforma è il proseguimento della battaglia per l’abolizione del valore legale del titolo di studio con altri mezzi: se non riusciamo ad abolire il valore legale dei titoli di studio tout court, allora almeno aboliamo quello dei poveracci. Come? È presto detto: in attesa di tempi migliori, aumentiamo il valore relativo dei titoli di studio che piacciono a noi e i morti di fame si tengano pure il loro 110 e lode, che farà una bellissima figura tra i quadri della casa di famiglia.

E ciò dimostra anche, in un rivolgimento tanto inatteso quanto farsesco, che il lavoro pubblico, tutto sommato, non fa così schifo come costoro vorrebbero dipingerlo. A patto che l’accesso sia facilitato per chi ha già abbondanti mezzi economici. Una visione per la quale lo studio universitario, mediato dalle regole di reclutamento nella pubblica amministrazione, non deve essere un ascensore sociale, ma uno strumento per calcificare e perpetuare le differenze di classe, accentuandone i caratteri ereditari.

Il nemico marcia insieme a te: postilla su Boeri e Perotti

A dimostrazione della complessità del discorso e dei variegati interessi in gioco, su Repubblica del 9 aprile è apparso un articolo, a firma di Tito Boeri e Roberto Perotti (entrambi professori alla Bocconi) che criticano aspramente la riforma Brunetta. Ciò potrebbe sembrare sorprendente: due esponenti di spicco di un’università privata che criticano una riforma che favorisce così spietatamente chi può permettersi un master universitario? A ben vedere, però, le critiche di Boeri e Perotti sono di tutt’altra natura rispetto a quelle che abbiamo evidenziato.

Di cosa si lamentano, infatti, i due accademici? Di certo non delle implicazioni classiste della riforma. Di questo non c’è alcuna traccia nel loro articolo. Il problema, per loro, è che prevedendo una valutazione dei titoli di servizio (cioè le esperienze professionali nella PA) nelle fasi successive della selezione, la riforma favorisce la stabilizzazione dei precari (ad esempio della scuola) e chiude le porte in faccia ai giovani. Della penalizzazione nei confronti di chi non può permettersi titoli di studio ulteriori rispetto alla laurea non c’è traccia.

Sia chiaro: la questione della stabilizzazione dei precari è senza dubbio di primaria importanza, ma contrapporla al dramma vissuto da centinaia di migliaia di giovani in cerca di un lavoro stabile è un ragionamento che trasuda miseria intellettuale e che ci propina una riedizione della disgustosa retorica padronale sul conflitto intergenerazionale. Il precariato è uno strumento di disciplina del lavoro che sta rovinando la vita di milioni di persone solo nel nostro Paese: dovrebbe essere eliminato con delle esplicite stabilizzazioni che pongano fine al ricatto implicito nei contratti di lavoro cosiddetti flessibili. Aizzare i giovani disoccupati contro i più anziani precari serve solo ad alimentare una guerra tra poveri utile a mantenere inalterato lo status quo, che è l’origine dei problemi sia dei giovani che dei precari. A tal proposito, proprio il Ministro Brunetta ha recentemente promesso con toni altisonanti “150.000 assunzioni all’anno nella Pubblica Amministrazione” come se fossero numeri elevati: sono briciole davanti alla carenza di organico della macchina statale, e sono meno di briciole davanti al dramma della disoccupazione, ed esattamente questo è il problema contro cui devono combattere, insieme, giovani e precari, contro l’austerità che impone la miseria della disoccupazione ai primi come una condanna e ai secondi come un ricatto.

E non è finita qui. Boeri e Perotti trovano anche il tempo di lamentarsi di quello che è un loro pallino: il potere d’acquisto degli stipendi dei lavoratori pubblici del Mezzogiorno, che, a giudizio dei due, sarebbe troppo alto rispetto ai lavoratori del Nord. La riforma Brunetta, lamentano i due prof bocconiani, non risolverebbe un grave problema, quella della carenza di professori nel Settentrione, a causa del fatto che molti “insegnanti chiederanno di essere trasferiti al Sud dove il loro stipendio vale molto di più che al Nord, date le differenze nel costo della vita”. Una disparità che in passato hanno proposto di superare con uno strumento a loro molto gradito: le cosiddette gabbie salariali. Un ragionamento privo di qualsiasi fondamento, utile solo agli interessi dei padroni.

Giovani contro anziani, meridionali contro settentrionali, lavoratori contro disoccupati, garantiti contro precari. La retorica padronale si alimenta di contrapposizioni fittizie, volte a nascondere la natura del conflitto di classe e a dividere la classe dei lavoratori, dietro la retorica della scarsità delle risorse. Di fronte a questi continui attacchi, occorre tenere ben presente che soltanto restando uniti potremo opporci ai tentativi di calpestare i pochi diritti che ci sono rimasti e porre le basi per riacquistare ciò che ci è stato tolto. Ben sapendo che tutto si tiene, fuori da ogni falsa dicotomia, occorre rivendicare uguaglianza nell’accesso al lavoro e uguaglianza nell’accesso alla formazione.

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