Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/12/2018

Elezioni europee: a che punto siamo?

L’anno si chiude con l’ennesima capitolazione di un governo di un paese Pigs – l’Italia in questo caso – davanti ai diktat dell’Unione Europea sulle priorità economiche e sociali. Le imposizioni della Commissione Europea e la subalternità del governo, stanno dimostrando a tutti che il Parlamento e i parlamentari italiani sono ridotti al ruolo di passacarte dell'approvazione della legge di Bilancio decisa da Bruxelles.

E’ la conferma, prevista e prevedibile, della impraticabilità di ogni illusione negoziale in assenza di un “Piano B” che preveda la rottura, anche unilaterale, con i Trattati europei.

Ma è anche la conferma della impraticabilità di ogni ipotesi che preveda una “riforma” o una “modifica” dei trattati. Chi si ostina a seminare questo ingannevole e illusorio orizzonte, ci porta fuori strada e ci mantiene dentro la gabbia; come quei criceti che fanno girare fino all’impazzimento la ruota mentre sognano di correre liberi.

Nelle prossime elezioni europee di maggio, e nei mesi che le precederanno, questo e non altro sarà il tema dirimente. Su questo si misureranno le opzioni politiche in campo e si determineranno le possibili convergenze, in Italia come in Europa.

Mentre a livello generale si va comprendendo che la contrapposizione tra europeisti liberalprogressisti ed europeisti della destra nazionalista è del tutto ingannevole (come ha scritto saggiamente Le Monde Diplomatique alcuni mesi fa), in Italia siamo ancora inchiodati ad una discussione sui contenitori del tutto avulsa da quella sui contenuti. In molti ambiti, per fortuna non in tutti...

Domenica scorsa, il Coordinamento nazionale di Potere al Popolo ha cominciato a discutere il cosa fare alle elezioni europee. In primo luogo se presentarsi o meno (e la maggioranza degli interventi si è pronunciata per accettare la sfida, approfittando però dell’occasione elettorale per farne una campagna politica all’interno delle “larghe masse” del nostro blocco sociale di riferimento). In secondo luogo, se farlo da soli come Potere al Popolo o guardarsi intorno per verificare se ci sono altre forze disponibili ad un programma di aperta rottura con i Trattati dell’Unione Europea.

Quasi contemporaneamente, a Napoli il meeting convocato dal sindaco De Magistris registrava una performance tutt’altro che entusiasmante, mentre l’assemblea di Mdp (socio fondatore di LeU) risentiva fin troppo evidentemente del richiamo della sirena di un Pd che, con Zingaretti, potrebbe tornare ad essere gestito dalla “ditta” (gli ex Pci/Pds/Ds etc.).

Ma sia a Napoli con De Magistris, sia all’assemblea di Mdp, tutto si è sentito tranne che una impostazione adeguata alla posta in gioco; ossia uno scatto sul piano dei contenuti che ponesse, come ormai imposto obiettivamente dai fatti, la questione di una alternativa a tutto campo contro la gabbia dei vincoli previsti dai trattati dell’Unione Europea.

Al contrario, si rimasticano ancora luoghi comuni ormai estenuati, inefficaci e impraticabili, come “l’Europa dei diritti”, la “modifica dei trattati”, “l’Europa dei popoli”… Come se quanto avvenuto in questi anni non avesse dimostrato che il campo di gioco ha espulso dalla partita queste opzioni e imposto invece uno schema immutabile: ce lo chiede l’Europa (o meglio, l’Unione Europea, che è una struttura di governo economico-politico) e quindi ci si deve adeguare ai ristretti spazi di manovra che questa consente. Insomma è il dominio del “Tina” (there is not alternative).

E pazienza se ciò significa – a venticinque anni dal Trattato di Maastricht – ancora più disoccupazione, compressione salariale, distruzione del welfare, delocalizzazioni, deregulation totale del mercato del lavoro, impossibilità di spostare le risorse sulle emergenze sociali invece che sulle garanzie verso banche, investitori finanziari, multinazionali.

Anche le rodomontate della Lega e del M5S si sono ormai sgretolate, coprendoli di ridicolo (e di conseguenze sociali) di fronte a questa gabbia.

Delle due l’una: o si mette in programma l’ipotesi di andarsene dalla gabbia per rimettere al centro le priorità sociali (salario minimo, posti di lavoro, nazionalizzazione delle aziende e infrastrutture strategiche, imposte sulle ricchezze, referendum sull’adesione o revoca dei trattati, taglio delle spese militari e sottrazione ai vincoli militari, Nato o europei che siano), oppure si piega la testa o ci si agita, appunto, come i criceti sulla ruota.

Si tratta cioè di dare attuazione a quella ipotesi dello “sganciamento” elaborata da un marxista come Samir Amin, ridando gambe ad una visione di classe nell’azione nel nostro blocco sociale a livello nazionale ed europeo, e di riaffermare una visione anticolonialista nei rapporti con i popoli della sponda sud del Mediterraneo e dell’Africa.

Ed anche a livello europeo, soprattutto alla luce della rivolta sociale in Francia, non si può che rompere gli indugi e guardare con attenzione ad una alleanza con quelle forze popolari e alternative che propongono il “Piano B” come alternativa alla gabbia dell’Unione Europea.

Non a caso, sono queste forze quelle che stanno dimostrando sul campo di essere capaci di evitare che i consensi operai e popolari vadano alla destra. France Insoumise, ad esempio sta dimostrando questo e i risultati dentro le proteste popolari dei Gilet Jaunes in Francia lo confermano.

La “sinistra europea” tradizionale e idealmente antiliberista, ma ossessionata dalle “alleanze” politiciste, non ne sarebbe stata capace.

Dunque per le elezioni europee di maggio ci saranno in campo tre schieramenti e due opzioni politiche. Gli schieramenti saranno quello degli europeisti liberali/progressisti, quello degli euronazionalisti di destra e quello di chi non si riconosce in questa “ingannevole contrapposizione”. Ma le opzioni politiche in questo terzo campo saranno solo due: da una parte quelli che ritengono che il pericolo principale sia solo la destra e in nome di questo sono disponibili a rendere “potabile” qualsiasi contenuto, dall’altra chi vuole rompere la gabbia dei Trattati dell’Unione Europea con una visione internazionalista e di classe, e dunque giocarsi la partita dentro il “nostro popolo” per riaprire una prospettiva di rottura e cambiamento rimossa da troppo tempo in nome del politicismo.

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14/12/2017

Tutti pazzi per un Gentiloni-bis. Nell’establishment...


Queste elezioni sono di fatto già decise, almeno per quel che riguarda l’establishment. Del resto la legge elettorale chiamata rosatellum era stata pensata apposta per produrre un esito “polverizzato”, senza partiti dominanti, in modo da facilitare un “governo del presidente” (versione appena più politicizzata del “governo tecnico”).

I sondaggi, per quanto “addomesticati”, sono per molti versi inequivocabili: Cinque Stelle inchiodati al di sotto del 30% (nonostante o grazie alla svolta “normalizzatrice” di Di Maio) e tutti gli altri ad arrancare abbondantemente sotto il 20% (compreso il Pd di Renzi, ormai molto vicino al dimezzamento rispetto alle europee del 2014). Per salvare la faccia e i consensi, centrodestra e Pd non potrebbero volontariamente fare un governo insieme. Toccherebbe dunque a Mattarella “convincerli”, proponendo un profilo – come si dice – “non divisivo” in nome della stabilità e della salvezza nazionale.

E’ stato come sempre Berlusconi a metterla giù chiaramente: «La soluzione più corretta sarebbe quella di continuare con questo governo e di consentire un’altra campagna elettorale non brevissima, di almeno tre mesi, che possa permettere ai partiti di far conoscere agli elettori i loro programmi».

Il Corriere della Sera appoggia senza riserve questa soluzione (glissando alla grande sul rivotare in autunno, comunque) e fa scendere in campo anche Luciano Violante, uomo sicuro per qualsiasi inciucio purché immondo con la destra. Repubblica prova ancora a far finta che ci sia una competizione elettorale tra destra e Pd, titolando “La destra si spacca su Gentiloni”. Ma il senso generale è chiarissimo: Gentiloni sarà riconfermato perché così vuole l’Unione Europea (come racconta anche Il Fatto), visto che è riuscito là dove Renzi aveva fallito, ossia fa passare le “riforme” più impopolari senza sollevare risentimenti e opposizione netta.

L’esito elettorale dovrà comunque sciogliere alcune incertezze. Il crollo del Pd – che presumibilmente accelererà da qui al 4 marzo – priva l’establishment di un pilastro portante stabile. Forza Italia, per quanto rediviva, non può garantire insieme al Pd, da sola, una maggioranza (insieme, presumibilmente, non supereranno il 35-40%). A quel punto sarà indispensabile imbarcare qualcun altro. La destra-destra (Meloni e Salvini) ufficialmente recalcitra, ma non ha grandi chance alternative e sarebbe subito oggetto di una sontuosa “campagna acquisti”. Ma anche così potrebbe non bastare a mettere insieme l’agognato 51% dei parlamentari.

L’establishment, però, sa di poter contare sul “senso di responsabilità” dei fuoriusciti dal Pd, ora figurativamente capitanati da Pietro Grasso. Sempre il Corsera, vero palcoscenico mediatico dell’operazione Gentiloni-bis, si affretta a sottolineare che “Giuliano Pisapia lo stima. E Pietro Grasso vanta con il premier «ottimi rapporti». Prima di lasciare il gruppo del Pd, telefonò a Gentiloni per avvisarlo. Martedì il leader di Liberi e uguali ha presenziato in Aula durante le comunicazioni del premier in vista del Consiglio europeo. E se mai dopo il voto toccasse ancora a lui, Grasso è pronto a un dialogo con il Pd «senza preclusioni».

Gli argomenti sono già pronti: “non c’è più Renzi, quindi va bene”. Anche perché – con il Fiscal Compact inserito tra norme le europee (oggi, nel Consiglio Europeo, Gentiloni sta dando l’ok) – sparisce ogni margine di “flessibilità” sulle prossime leggi di stabilità. Tradotto in parole povere: dal 2019 l’Italia sarà sotto amministrazione controllata, costretta a tagliare il debito del 5% ogni anno per 20 anni (più o meno 50 miliardi tra tagli e nuove tasse) nel mentre raddoppia il budget per la spesa militare (dall’1 al 2% del Pil). Dunque, chiunque sia al governo, il “programma” è già scritto.

In più, per chi pensa che in fondo Grasso sia un leader affidabile, anche se non prorio “di sinistra”, ci sembra sufficiente ricordare – tra le tante – questa sua sortita del “lontano” 2013: Darei un premio speciale a Silvio Berlusconi e al suo governo per la lotta alla mafia. Allora Berlusconi ringraziò tramite il leghista Roberto Maroni, suo ex ministro dell’Interno: «Mi ha fatto molto piacere sentire le parole di Grasso, soprattutto perchè le misure di aggressione ai patrimoni mafiosi le avevo introdotte io». Vanterie a parte (che comunque danno l’idea di un mondo leghista tutt’altro che “antagonista” alle ipotesi di governo future), resta il fatto che anche Mdp figura tra i sicuri sostegni del prossimo “governo del presidente”.

Si può fare qualcosa contro questo esercito ignobile? Certamente sì, e il tentativo in corso di creare un rassemblement antagonista, di rottura completa con quel mondo, intorno alla parola d’ordine-programma #poterealpopolo, ha le potenzialità per diventare una variabile imprevista, su cui costruire nel medio termine la rappresentanza politica del nostro “blocco sociale”. Basta lasciare dove merita – nel cimitero dei morti viventi – la vecchia logica che ha governato la “sinistra” negli ultimi 25 anni.

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30/10/2017

Grasso, Bersani, Pisapia: ma perchè la sinistra non impara mai?

Devo dire che si può parlare di Mdp solo a prezzo di un enorme imbarazzo: è un gruppo di distinti signori, tutti parlamentari, che non ne hanno azzeccata una in tutta la vita e che non imparano mai.


Hanno sfasciato il Pci, poi hanno portato il Pds-Ds ad una fallimentare unificazione con i democristiani della Margherita, poi hanno perso le elezioni del 2001, 2008 e 2013 (quelle le hanno “non vinte”, quanto a quelle del 2006, le vinsero di strettissima misura per poi dare vita ad un governo che era un circo equestre, poi si sono fatti scalzare dal più democristiano dei margheritini, mugugnando hanno votato le peggiori riforme di Renzi: job act, buona scuola, riforma istituzionale...), poi, dopo aver coscienziosamente perso tutta la loro base, ridottisi a tre gatti e mezzo, hanno deciso di fare una scissione con i rimanenti parlamentari che non hanno saltato il fosso per arruolarsi fra i renziani.

L’unica cosa buona che hanno fatto è stata schierarsi per il No nel referendum del 4 dicembre, ma solo perché D’Alema (unico che capisca la politica in quell’infelice gruppo) li ha costretti a calci negli stinchi.

Dopo la scissione, non hanno fatto assolutamente nulla, né per elaborare una linea politica degna di questo nome, né per organizzare la loro base, né per promuovere una qualsivoglia campagna politica (visto che fra poco si vota): zero, più zero, più zero. Hanno cincischiato per sette mesi appresso a Pisapia (del quale si parlava come di in possibile segretario e, incredibilmente, nessuno rideva), poi Pisapia ha scelto il Pd (che forse lo compenserà con uno scranno alla Corte Costituzionale) e, dall’alto del suo seguito di massa, ha fatto i suoi auguri a Speranza ed “al suo partitino del tre per cento” (sic!).

C’era da sperare che, tramontata l’infatuazione per Pisapia, iniziassero finalmente a fare politica e, invece no, adesso è il turno di Grasso del quale si parla come di un possibile segretario. Si, perché da quelle parti, prima si decide chi è il segretario, poi chi è il gruppo dirigente, poi chi deve rientrare in Parlamento e, alla fine e se avanza il tempo, si organizza la base che, ovviamente, trova il piatto pronto (che democrazia!).

Io non dico che si debba realmente far votare alla base i dirigenti ed i parlamentari (troppa democrazia fa male!) ma almeno far finta che sia così. Insomma, almeno non facciamola così spudorata. Ed allora, una volta per tutte, convinciamoci che le case non si costruiscono dal tetto, ma dalle fondamenta.

Quanto poi alla scelta di merito, Grasso, se possibile, è anche peggio di Pisapia. Diventato Presidente del Senato per caso e con i voti dei 5 stelle che, nel loro immaginario, lo credevano un campione della lotta antimafia, è stato poi un ligio esecutore delle indicazioni del Pd, dando il meglio di sé nel dibattito sulla riforma istituzionale, quando combinò cose da pazzi (se è il caso posso ricordare un po’ di episodi) per battere l’ostruzionismo dei 5 stelle e di Sel (oggi, con SI, possibile alleata di Mdp). Poi, all’improvviso, realizzato che non c’è speranza di essere rieletto Presidente del Senato, scopre che il Pd ha fatto violenza al Parlamento con la fiducia e si dimette... dal Pd, non dalla Presidenza del senato (le dimissioni da un posto importante? Non sia mai! Potrebbe venire la sinusite).

E con gran faccia di corno, dice che si è dimesso ora dal Pd e non prima, per rispetto delle istituzioni! Lui come Presidente del Senato aveva l’obbligo morale e politico di difendere il Parlamento (ed il ramo che lui presiede) cercando di non ammettere la richiesta di fiducia del governo. Ad esempio sostenendo che essa è inopponibile in caso di leggi elettorali o che non è ammissibile una richiesta che obbliga un ramo del parlamento ad accettare una legge senza possibilità di nessun emendamento. E , magari avrebbe potuto utilizzare l’argomento della contraddizione contenuta nella legge, già segnalata da D’Attorre, sostenendo la necessità di emendare almeno quello sconcio. Magari avrebbe potuto invocare un intervento arbitrale del Capo dello Stato.

Forse non sarebbe servito a nulla, ed al quel punto, se davvero riteneva che si stesse facendo una violenza al Parlamento, gli restava il gesto estremo delle dimissioni dalla Presidenza. La cosa avrebbe avuto ben altro rilievo politico, creando non poco imbarazzo a Mattarella per la firma. In fondo, il Presidente del Senato è il suo vice e se se ne va sbattendo la porta perché la legge è incostituzionale, non è che si possa far finta di niente. Invece, l’eroico Presidente ha lasciato che la violenza si compisse e, diciamolo, con la sua complicità e dopo, solo dopo, si è dimesso dal partito (non dalla Presidenza di Palazzo Madama, insisto) per prepararsi a sedere sulla sedia di segretario del Mdp. E voi ci proponete un segretario del genere?

Infine: Mdp non scioglie una ambiguità che si porta appresso dalla fondazione, la domanda è questa: cosa vuol fare da grande Mdp? Le scelte possibili sono due: o il gruppo di pressione esterno, che punta a rovesciare la segreteria Renzi per poi rientrare, o l’alternativa di sinistra al Pd. Entrambe scelte lecitissime, per cui, se si tratta della prima, è possibile una alleanza elettorale con il Pd, ma se si tratta della seconda, l’alleanza è esclusa in via di principio, perché non puoi allearti con uno a cui vuoi fare le scarpe. E’ così difficile da capire?

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25/10/2017

Gentiloni, Boschi, Bersani e la commedia dell’arte

Dopo MDP anche Di Maio ha chiesto che la Boschi non partecipi al Consiglio di Ministri che dovrà decidere per la nomina del nuovo governatore di Bankitalia. Lei prima risponde picche, poi lo insulta e ed infine lo sfida a duello in TV ben sapendo che, con queste premesse, sarà ben difficile che Di Maio accetti. E’ il Boschi style: quell’inconfondibile mix di arroganza e sorrisetti di convenienza sparati a raffica.

Gentiloni, con aplomb, abbozza e conferma la presenza del suo sottosegretario al CdM del prossimo 27 ottobre. E la questione Unicredit contattata per salvare banca Etruria? La Boschi non querelò mica De Bortoli facendo scadere i tre mesi utili ad agosto. Ma è già acqua passata.

In ogni caso, la questione dell’opportunità della presenza di Maria Elena Boschi è del tutto secondaria e buona solo per rimarcare la presa di posizione di MDP in linea con l’asse che Gentiloni ha stabilito con un Mattarella preoccupato a fare scudo a difesa del governo.

Ma si tratta solo di una battaglia simbolica. Sulla sostanza, quel Consiglio dei Ministri, infatti, non avrà nessuna autonomia dal momento che la decisione sulla conferma o la successione a Ignazio Visco la prenderà Mario Draghi, cioè, il presidente della Banca Centrale Europea gerarchicamente sovraordinata a tutte le banche centrali nazionali dei 28 Stati membri dell’Unione europea.

La BCE, è, infatti, l’unico organismo che stampa moneta, a capo di tutte le Banche Centrali nazionali e che ha avocato a sé tutte le politiche monetarie ed economiche degli Stati membri.

Quegli stessi stati che devono sottostare a quel “fiscal compact” che sta costando, ad ognuno di essi, 45 miliardi in meno ogni anno di spesa pubblica con gravi conseguenze sull’occupazione e sui salari pubblici.

Quella BCE che stampa tonnellate di euro che poi continua a dare in prestito, a tassi vicini allo zero, alle banche private con cui queste ultime acquistano, poi, i buoni del Tesoro dello Stato con i quali i governi nostrani ripagano ogni anno solo gli interessi sul debito pubblico.

E l’economia? La tanto agognata “crescita”? L’innovazione? L’occupazione? I servizi? Zero spaccato, tutte chiacchiere che servono a tenere in vita (grama) il residuale ceto politico e sindacale della morente “sinistra” italiana. Solo e sempre austerità a guardia di un sistema perverso che crea milioni di disoccupati, macelleria sociale e povertà di massa mentre arricchisce esponenzialmente gli azionisti delle banche private con il sangue dei popoli d’Europa, condannati a subire il ricatto di un debito eterno.

E allora tutto questo can-can ? Tutta fuffa che alimenta il teatrino mediatico della politica nazionale che, però, non conta più una cippa. Macché importa? In fondo siamo pur sempre il paese della commedia dell’arte.

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24/10/2017

Sinistre difese dell’autonomia liberista

Qualcuno si domanda ancora perché la “sinistra” sia divenuta nel frattempo sinonimo di liberismo. La mozione “democratica”, mediaticamente protagonista di questi giorni, svela il ruolo di questa sinistra di complemento, elettoralmente barricadera e politicamente veicolo principale del sistema ordoliberale europeista. Il merito della mozione promossa da Renzi – la richiesta di discontinuità dell’azione di vigilanza di Bankitalia – è in sé poca cosa e rispondente unicamente a interessi di posizionamento elettoralistico. Più in generale però il senso di quella mozione appare condivisibile: la politica deve poter controllare e valutare l’azione della banca centrale. Un’azione, come sappiamo, dal 1981 libera da qualsiasi vincolo politico. Proprio qui si situa uno dei cardini fondamentali dell’ideologia euro-liberista: le politiche monetarie non avrebbero colore politico, ma dovrebbero rispondere esclusivamente alle disposizioni tecniche insite nella governance stabilita tra centri studi, mercati finanziari e agenzie di rating. Una spirale perversa che ha cambiato l’indirizzo politico della nostra Costituzione senza che su questo stravolgimento ci sia mai stato un pronunciamento pubblico referendario (anche perché, tutte le volte che ci si è potuti esprimere, la popolazione ha bocciato ogni controriforma costituzionale). Infatti, «lo spirito e gli obiettivi dei Trattati europei, tradotti in apposite norme giuridiche, vengono concentrati sulla stabilità dei prezzi, unico e isolato obiettivo cardine dell’impalcatura finanziaria europea. “Nei trattati europei l’obiettivo della stabilità dei prezzi viene di fatto sovraordinato a tutti gli altri [...] La lotta alla disoccupazione diviene quindi secondaria [...]» (qui). La mozione Renzi andava si sottoposta a critica, ma una critica che svelasse le contraddizioni tra l’opportunismo elettoralistico attuale e l’azione politica di un partito (il Pd) fautore primo dell’inderogabilità liberista, della “stabilità dei prezzi”, del monetarismo quale orizzonte politico-economico, eccetera. E invece cosa è riuscita a partorire la “sinistra di lotta” oggi alla ricerca di una poltrona nel nuovo Parlamento? Un’alzata di scudi in «difesa dell’autonomia della Banca d’Italia» e della sua «indipendenza dalla politica» (qui Campo progressista, qui Mdp). Ma è proprio questa indipendenza che andrebbe scardinata, proprio perché vincolo basilare di ogni azione politica liberista. Superfluo ricordare, infatti, che si situa proprio nella separazione tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro l’impennata del debito pubblico e l’avvio della stagione della moderazione salariale grazie alla fine della cosiddetta “scala mobile”, cioè dell’adeguamento naturale dei salari all’inflazione reale (uno e due articoli utili a comprendere le ragioni della restaurazione liberista insita nella riforma del 1981). E invece il dibattito alla rovescia presente da troppo tempo nel nostro paese porta la “sinistra” a dire cose di destra, alla destra di rimanere coerente con la propria impostazione ideologica, e il populismo a declinare malamente quel rifiuto dello status quo che pure permane non completamente pacificato nella popolazione. Un dibattito pubblico senza vie d’uscita, ma che ci lascia almeno una convinzione: non ci sarà rinascita senza la definitiva scomparsa politico-elettorale di qualsiasi partito liberista “a sinistra” del Pd.

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22/10/2017

I bersaniani tornano a casa e chiedono pietà

Ce lo aspettavamo un po’ più in là, ma evidentemente la paura di restare senza poltrona è troppo forte. Mdp, ossia gli “scissionisti di sinistra” del Pd, torna all’ovile.

Dopo averci tormentato per mesi con lunghe e fuffose dissertazioni sul “programma”, sul “leader” (Pisapia o qualcun altro?), sul “progetto alternativo a Renzi”, stamattina l’organo ufficiale del Pd – Repubblica – ha potuto annunciare trionfante che ora “la sfida” si tramuta in una “richiesta di incontro”. E non certo di pugilato...

Basta leggere le affermazioni principali, che immaginiamo pronunciate con voce rotta dalla paura della disoccupazione: “Sono pronto a incontrare Renzi”, anzi “Possiamo vederci già domani, tu sei disponibile?”. Appena scende dal treno gli risponde, oppure gli dà un appuntamento per un caffè in stazione. Roba per palati fini, per cronisti d’assalto col microfono teso e zero domande per non disturbare il manovratore…

Non che manchino, come si usa dire, i “paletti” che dovrebbero guidare l’eventuale incontro: legge elettorale e legge di bilancio. Ma c’è assai poco di ultimativo nella richiesta di “Abbandonare la strada della fiducia al Rosatellum e modifichiamo la legge con le preferenze, oppure aumentando i collegi uninominali. E prevediamo il voto disgiunto”.

Ancor più vaga la base di discussione sulla politica economica (cambiare radicalmente “le politiche sbagliate” degli ultimi anni, come quelle sul Jobs act e sulla scuola). Bisogna ricordare che si tratta di “riforme” tutte votate da Speranza, Bersani e soci, stando sia dentro che fuori il Pd, senza soluzione di continuità.

Anche la motivazione ufficiale della “svolta” dei bersaniani era ampiamente scontata: il pericolo della destra. Funziona così da quando Berlusconi “è sceso in campo”, e continua imperterrita anche quando – come oggi – è assolutamente certo che dalle urne uscirà un governo Renzi-Berlusconi-Alfano, con dentro forse anche Salvini e Meloni (a meno che non ci sia spazio per una “opposizione di comodo”). Come strategia per “battere le destre” sembra davvero geniale...

Ma Speranza non ha altre carte da giocare. “La destra, ovunque, è fortissima. E nessuno di noi può fare finta di niente. Io di certo non voglio”.

Naturalmente si pronunciano frasi fatte che dovrebbero suonare come un’autocritica (“La rottura nel Pd è arrivata dopo una frattura nella società italiana. Se si ha il coraggio di ricomporre questa frattura, e di ragionare di una politica di radicale discontinuità, allora anche noi dobbiamo avere il coraggio di confrontarci”), ma nessuna analisi sul perché siano state adottate quelle “politiche sbagliate” che hanno portato la “società di sinistra” ad abbandonare il Pd e i suoi tardivi critici.

L’operazione è insomma chiara e spudorata: una lista Mdp-Sinistra Italiana (Fratoianni la dà per già fatta), in coalizione con il Pd (come prevede il Rosatellum), per spuntare più seggi possibile per i transfughi che tornano all’ovile.

In un certo senso è una scelta di chiarezza, che dovrebbe costringere ciò che resta di “formazioni comuniste” (Rifondazione, in primo luogo) ad abbandonare la via suicida fin qui perseguita: un “listone” di centrosinistra.

In fondo non dovrebbe essere difficile comprendere che il “centrosinistra” non ha alcuna possibilità di risorgere. Le dinamiche politiche residue, per i prossimi anni, hanno infatti uno spazio di manovra estremamente ristretto: c’è da applicare il Fiscal Compact (che il Parlamento dovrà ratificare entro dicembre), smantellare quel che resta di “sistema sociale europeo” (sanità, pensioni, istruzione pubblici), ridurre a zero la partecipazione popolare alla politica.

Per far questo occorre mettere insieme la feccia, i servi dei servi dei servi, i bruti con otto palmi di pelo sullo stomaco, intorno a una ristretta pattuglia di tecnocrati capaci di tradurre le “indicazioni europee” in programma di governo. Clientele, interessi mafiosi e pattuglie di razzi-scilipotiani sono ben accolti. Del resto, sinceramente, il potere multinazionale non ha bisogno d'altro.

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19/10/2017

Renzi attacca Bankitalia mentre Bridgewater attacca Piazza Affari

Narra un vecchio aneddoto della storia dei partiti politici che, in Francia il primissimo premier espressione di un cartello delle sinistre, Édouard Herriot, fu ricevuto, una volta assolti gli obblighi per la presa in carica di primo ministro, dal presidente della Banca di Francia. Herriot non era uno sprovveduto, era già stato ministro in governi di coalizione, sarebbe stato presidente del consiglio altre due volte assieme a numerosi incarichi fino all’ultimo anno di vita. Bene, con suo stupore Herriot, ricevette dal presidente della Banca di Francia una vera e propria lezione su cosa, nel bilancio dello stato francese di allora, era di reale competenza della banca nazionale e cosa davvero del resto delle istituzioni. Di fatto, narra sempre l’aneddoto, Herriot si accorse di non governare più del cinque per cento del bilancio dello stato. Decine di anni di finanziarizzazione della vita pubblica francese, a partire dai boom di borsa sotto Napoleone III, avevano ridotto moltissimo il margine di manovra finanziario a disposizione delle istituzioni della sovranità popolare. Come è andata a finire è qualcosa di noto. Herriot, senza un reale bilancio dello stato a disposizione, provò a mantenere il consenso con misure sia simboliche che a costo zero per le casse pubbliche: il trasferimento al Panthéon delle ceneri di Jean-Jaurés (eroe socialista-pacifista), amnistia per gli scioperanti e per gli ammutinati della prima guerra mondiale, diritto di sindacalizzazione esteso ovunque, creazione di un consiglio nazionale dell’economia senza reali poteri.

Le ultime pagine del libro sono come ci si può immaginare: guerra finanziaria contro le istituzioni francesi, attacco al franco, impossibilità statuale di trovare le risorse per far fronte a questo attacco e caduta del primo governo francese di sinistra. Negli anni ‘20, come oggi, non c’era bisogno di un Pinochet per abbattere un governo di sinistra. Era, ed è, affare, nel senso anche di guadagno, delle piazze finanziarie. Perché abbattere i governi è un affare finanziario, per chi scommette al momento giusto, non dimentichiamolo.

Questo genere di lezione non è mai stato assimilato dalle sinistre italiane, infatti sono allo stato residuale, che hanno rimosso pure la vicenda Tsipras. Ma è, in qualche modo, è stata fatta propria da Matteo Renzi che, alla vigilia della scadenza del mandato di Visco a Bankitalia, ha fatto votare alla camera una mozione, di fatto, di sfiducia del governo proprio a Visco.

Ma cosa c’entra, nel quadro normativo odierno, una mozione di sfiducia del parlamento a Visco? Assolutamente niente. La legge 286 del 2005, quella attualmente in vigore, prevede una procedura di nomina del presidente di Bankitalia che passa da una serie di istituzioni - Presidenza del Consiglio, della Repubblica, Consiglio Superiore Banca d’Italia etc - ma non dal Parlamento. Non entriamo nel merito delle polemiche tra casi umani che traboccano sui media (Veltroni, Gentiloni, lo stesso Renzi) è evidente che quello che è accaduto, nel linguaggio istituzionale, è un atto forte. Di una istituzione, la Camera dei Deputati, che cerca di mettere i piedi nel piatto delle nomine che, formalmente, appartengono ad altre istituzioni dello Stato. Con un preciso mandante, Renzi, che dice una cosa chiara «di fronte a quanto sta accadendo nel mondo bancario le nomine non passano sulla testa mia e del gruppo dirigente del Pd». E’ così altrettanto evidente che Renzi è debole entro l’attuale procedura di nomina, altrimenti non si comporterebbe in questo modo.

Tra gli attuali osservatori del nesso banche-politica, ci riferiamo a quelli acuti e attendibili, ci sono quindi due filoni di interpretazione di questi fatti. Il primo sostiene che è solo propaganda elettorale, perché Renzi non avrebbe il tempo materiale e le sponde relazionali per preparare una propria candidatura; il secondo che l’atto irrituale fatto votare in Parlamento finirà, visto lo spessore dei poteri irritati da Renzi, per ritorcersi contro l’attuale segretario del Pd.

Anche perché chi difende Visco non è poco importante: l’Associazione Bancaria Italiana, miracolata dai venti miliardi messi a disposizione dal decreto Gentiloni, e tutto l’establishment politico-istituzionale che conta (al quale si è accodata la Cgil, parente ridotto sul lastrico, ma pur sempre parente, di questo establishment).

Solo che Renzi ha capito la lezione di Herriot, e lo ha fatto stando a Palazzo Chigi. Con un presidente, come Visco, eletto nei mesi difficili della crisi del 2011 dopo che Draghi era andato alla Bce, parte integrante della filiera Bankitalia-Bce un Presidente del Consiglio può fare poco. Se non vantarsi della ripresa economica quando, seppur a cifre basse, appare grazie alle (pericolose) politiche della Banca Centrale Europea. Oppure difendersi dagli attacchi dei media quando le cose vanno male ma senza attaccare la Bce. Un po’ poco per Renzi che ha bisogno di andare in deficit a fondo per la sua politica di «redistribuzione» alle grandi ditte committenti di appalti pubblici di ogni genere. E tanto più con il 2018 che, per le banche italiane, può annunciarsi di nuovo difficile. Per tutto questo ci vuole un presidente di Bankitalia che si allinei con il governo non con la Bce. Istituzione che si avvia, per motivi interni ed europei, a muoversi in modo diverso da quanto desiderato da Renzi. Per non parlare della Ue.

Certo c’è da chiedersi cosa controllerà il prossimo presidente della Banca d’Italia, con la prossima tornata di competenze di vigilanza che passeranno alla Bce, ma un punto per Renzi pare essenziale. C’è anche da chiedersi perché l’ABI difenda Visco e non Renzi. Ma sono, per quanto grossi, dettagli. Il punto è che Renzi, non più Presidente del Consiglio ma aspirante attore forte del prossimo governo, vuole una Bankitalia meno estranea alle proprie esigenze. Certo, i nemici che si è fatto stavolta sono seri, e pericolosi, non c’è da dubitarlo.

C’è anche da dire che Renzi, in questi anni, si è mostrato vicino sia a una rete di potere bancario italiano, territoriale (il caso Etruria non nasce sugli alberi...), che a settori di capitalismo di ventura londinesi (vedi Serra di Albertis che ha fatto bingo scommettendo al ribasso su MPS grazie a informazioni della presidenza del consiglio) che a qualche grande banca d’affari. Vedi JP Morgan che, comunque, nonostante gli sia stata offerta MPS si è vista interessata all’Italia ma è rimasta lontana (dallo scottarsi). E, fatto da non sottovalutare, è che il comunicato della sfiducia Pd alla Camera sia, per i media, stato redatto prima in inglese, e consegnato all’agenzia Reuters, e solo dopo tradotto in italiano. Segno, voluto, che si guarda prima ai movimenti finanziari verso l’Italia e poi a cosa accade nel nostro paese. E questi movimenti, al momento, sono destabilizzanti. Ma quanto?

Il conto è semplice, il fondo Bridgewater, il più grande del pianeta, gestisce asset per 160 miliardi di dollari, sta scommettendo contro l’Italia e sul crollo di buona parte di Piazza Affari. E su quali titoli ? Energia, tra cui l’Eni (che è un asset pubblico molto importante) e, guarda te il caso, titoli bancari. Ecco una mappa delle scommesse che Bridgewater ha fatto sui titoli italiani per guadagnare dal loro crolli, per puntate complessive di 1,4 miliardi di dollari. La ricostruzione è di Bloomberg. Ci troviamo la polpa sia del sistema energetico che di quello bancario-assicurativo del paese. Roba che se la scommessa andasse a buon fine il paese finirebbe a gambe per aria. Un tema un po’ più serio di quello della data delle elezioni, insomma.


Con questo non vogliamo dire che Renzi e Bridgewater fanno parte dello stesso complotto. Neanche che la scommessa andrà a buon fine, si chiama scommessa e i mercati finanziari sono fenomeni ad alta complessità. Oltretutto la massa di denaro investita, se confermata, è importante e magari, in qualche modo, potrebbe rientrare senza portare la scommessa fino in fondo. Solo che in Italia c’è una falla sistemica, nel comparto bancario, frutto di fattori globali e locali, sulla quale tutti si buttano. I segretari del partito di maggioranza e i fondi speculativi. E finché questa falla non verrà sistemata l’Italia sarà alla mercé di scorribande di ogni tipo, nazionali e globali. E per sistemare la falla il problema non è tanto, o solo, contabile. O di regolazione della Bce. La rivoluzione Fintech, l’ibridazione tra finanza e tecnologia che rende le banche sempre più obsolete, avanzerà nei prossimi anni rendendo più difficoltosi gli equilibri raggiunti dalle banche nella crisi. A seconda delle pieghe prese da questa rivoluzione la sua portata può essere pari a quella dell’Mp3 verso l’industria discografica. Bridgewater lo sa più di Renzi ma, per entrambi, questa quiete prima di una possibile tempesta va sfruttata.

Finiamo con un po’ di divertimento. Parliamo di quegli ascari in confusa ricerca di padrone, essendo senza più negus ma senza nemmeno il comando del governatore del duce, chiamati MDP. Il loro capo, in verità più capocomico che capobranco, sostiene, per sostenere Visco, che delle banche non bisogna parlare pubblicamente. A differenza di Renzi, duole dirlo, non ha afferrato la lezione di Herriot. Più la politica è silenziosa nei confronti delle banche più è facile che la sovranità popolare non abbia un centesimo a disposizione. Certo, a Renzi il centesimo servirebbe per le grandi ditte amiche, ma il fenomeno è qualcosa di elementare. Forse non per Bersani che è rimasto visibilmente ad oltre trenta anni fa. Quando la realtà, per lui, ha spiccato il volo fino a diventare irraggiungibile.

Redazione, 19 ottobre 2017

16/10/2017

Bufale elettorali

Impossibile entrare nel merito della nuova legge elettorale definita dai giornali Rosatellum: come ogni riorganizzazione istituzionale degli ultimi trent’anni almeno, è completamente disconnessa da qualsiasi riferimento sociale. L’escamotage elettoralistico trovato in extremis (sempre che passi al Senato) è, come evidente da tempo, l’unico possibile. L’obiettivo esclusivo del sistema politico italiano è impedire al M5S di conquistare la maggioranza dei voti e, tramite questi, governare in autonomia il paese. Questa incoercibilità ha diverse spiegazioni: da una parte, nessun ceto dirigenziale favorisce la propria rottamazione; dall’altra, la natura informe del partito grillino ancora “spaventa” le classi dirigenti del paese (nonostante l’evidente torsione moderata-reazionaria): potrebbero bloccare la Tav, sparare sui migranti al largo delle coste siciliane, introdurre il Bit Coin come valuta ufficiale e, chissà, aprire un’ambasciata in Corea del Nord. Sono, in altre parole, imprevedibili e incapaci, due proprietà che, per l’appunto, spaventano quella classe dirigente che tanto ha faticato per mettersi al servizio del sistema economico tedesco. In un sistema elettoralmente tripolare l’unico strumento per impedire la governabilità di uno solo dei soggetti in campo è favorire coalizioni politiche trasversali. Il Rosatellum è nato proprio per questo. Detto ciò, però, fanno riflettere le maggiori critiche espresse in questi giorni dai delusi della riforma. Da una parte, il solito refrain sul “parlamento di nominati”: i candidati sono infatti stabiliti dai partiti e non indicati dall’elettore al momento del voto. L’altra critica principale è quella, altrettanto abusata, dell’inciucio” quale conseguenza diretta della nuova legge. L’inciucio in questione non sarebbe, attenzione, lo squallido accordo tra Pd e Forza Italia che si intravede all’orizzonte. No, nella categoria dell’inciucio rientra ogni conformazione governativa non espressa direttamente dall’elettorato al momento del voto. Il “tradimento” della volontà elettorale sarebbe connaturato alla legge, per il fatto stesso di prevedere l’inevitabile accordo tra i partiti in vece dell’elezione diretta del governo “la sera stessa del voto”.

Queste due critiche sono state fatte proprie – come sbagliarsi – dalla “sinistra di lotta” al momento rappresentata da Mdp, Possibile e Campo progressista. Qui nasce il primo dei molti problemi: di tutte le critiche possibili, queste sono le meno centrate. Tralasciamo il dibattito sconsolante sui “nominati” nelle liste di partito versus candidati scelti dagli elettori”. Il sistema delle preferenze è stato da sempre, in Italia come altrove, al cuore del rapporto tra mafia e politica e dell’intreccio osmotico tra imprenditoria e partiti nei territori. Il voto di preferenza è un voto di censo, anzi: un voto di casta e, sovente, un voto di scambio: permette esclusivamente a chi detiene le possibilità economiche di sostenere la propria candidatura, organizzare in solitudine la propria campagna elettorale, raggiungere quella visibilità mediatica che rappresenta l’unica arma possibile per farsi conoscere sul territorio. Permette la formazione di “signori delle tessere”, referenti para-mafiosi di migliaia di voti utilizzati come scambio politico tra interessi economici. Non per questo, ormai, le liste di partito rispecchiano l’effettiva vita militante all’interno delle organizzazioni politiche (almeno di quelle principali). E’ questo uno dei nodi che rende il dibattito sulla riforma elettorale completamente slegato dagli interessi materiali della popolazione. Non c’è una scelta possibile, ambedue le alternative rimangono oggi conchiuse entro una visione liberale e liberista dei rapporti politici. Per tale motivo impugnare la bandiera del voto di preferenza è una falsa soluzione. In primo luogo, perché in teoria è meglio la lista di partito; in secondo, perché questa alternativa è ormai inattuabile.

Veniamo alla seconda obiezione che va per la maggiore: il Rosatellum sancirebbe la necessità dell’inciucio post-elettorale. E qui, dobbiamo ammetterlo, persino uno come Eugenio Scalfari(!) riesce a rendersi conto della boiata insita in una critica come questa. La forma di governo nazionale è ancora – e per fortuna – parlamentare: è dentro il Parlamento, e nel confronto tra le forze politiche in base al peso elettorale, che si decidono i governi, non direttamente nelle urne. Questo fatto potrebbe apparire meno democratico dell’elezione diretta, ma in realtà corrisponde a un’idea di democrazia superiore, ed è esattamente il punto focale attorno a cui ruotano tutti i tentativi di controriforma costituzionale da un trentennio a questa parte: impedire la mediazione politica. I motivi alla base di questa mediazione sono simili a quelli relativi alla diatriba tra voto di preferenza e liste elettorali, che poi rimandano, per altri versi, al dibattito intorno alla democraticità delle “primarie” come sistema di selezione interna alla vita del partito. L’assenza di mediazioni viene spacciata per democratizzazione della vita politica del paese, ma così non è. Senza le necessarie mediazioni, l’elettore è solo di fronte al candidato, o al governo. A prevalere sarebbe sempre e comunque il candidato più visibile, cioè quello più economicamente capace di imporre la propria presenza mediatica (Berlusconi docet). Vale per il candidato alle primarie così come il candidato premier. Viceversa, l’elezione non serve a eleggere il governo, ma a eleggere i propri rappresentanti in Parlamento. E’ solo successivamente, in base al risultato elettorale e al rispettivo peso specifico che ogni movimento o partito avrà in sede parlamentare, che si stabilirà quale soggetto politico potrà governare il paese.

Bene, questioni note, si potrebbe dire. Eppure la “sinistra” di questo paese, ribaltando gli assunti fondamentali dei ragionamenti qui abbozzati, vorrebbe, in ordine: un sistema elettorale maggioritario al posto del proporzionale; un voto di preferenza dei candidati al posto delle liste di partito; un sistema politico presidenziale al posto dell’attuale sistema parlamentare. Ma questo è esattamente l’obiettivo delle continue tentate controriforme costituzionali, come abbiamo prima accennato. Ecco, questa “sinistra” proverà tra qualche mese a chiedere il voto “contro il Pd” e in nome della “vera sinistra” di governo. Una sinistra che, se si avverassero tutti i desiderata elettoralistici sentiti in questi giorni, riuscirebbe a concludere il piano di rinascita nazionale pensato a suo tempo da Gelli&soci. Un risultato ragguardevole, bisogna riconoscere.

14/09/2017

A sinistra del Pd incoronano Pisapia. Sempre più inutili...

Dunque il leader acclamato dal partito dei fuoriusciti dal PD sarà Giuliano Pisapia, che al referendum costituzionale stava con Renzi e che come massima ambizione ha quella di ricostituire il centrosinistra.

Nelle aziende questa si chiama esternalizzazione di un reparto, in politica trasformismo. La lista unica della sinistra, a cui aspirano il Manifesto, Montanari e Falcone, Sinistra Italiana e tutti i rassegnati dell’ex antagonismo, mostra così precocemente la sua assoluta inutilità.

Se dovesse avere successo, ma difficilmente l’avrà, si batterà duramente perché Gentiloni ed il PD scarichino Renzi e la sua sempre più fastidiosa corte e tornino al mondo di Prodi. Sai che entusiasmo...

Anche questo è un segno che la sinistra politica in Italia, come in gran parte dell’Europa, è finita in un vicolo cieco della storia nel quale è destinata a concludere stancamente e tristemente il suo percorso.

Una sinistra vera, di lotta, anticapitalista e antagonista al potere, di cui c’è infinito bisogno, rinascerà prima o poi, ma sicuramente altrove. Intanto allontaniamoci il più possibile dalla sinistra inutile.

Fonte

16/08/2017

Rossi, le lacrime di coccodrillo del morto che cammina

Il presidente della Regione Toscana è ancora Enrico Rossi. È uscito dal partito che gli aveva garantito la vittoria alle ultime elezioni, ma non ci pensa neanche a dimettersi dalla carica, come sarebbe doveroso. Al PD del resto sta benissimo così. Andare a nuove elezioni ora sarebbe un salto nel buio, per cui meglio fargli finire il secondo mandato, mancano ancora tre anni e tante cose possono accadere. Prima ci saranno le elezioni politiche e tante altre scadenze che creeranno nuovi equilibri. Tanto ormai Rossi è un “dead man walking” e l’assessorato alla sanità, quello che controlla quasi l’80% delle risorse regionali, è saldamente in mano ai renziani nella persona della democristiana Stefania Saccardi. E i prossimi saranno tre anni di guerra per bande anche all’interno dello stesso campo renziano, che non sembra affatto granitico come qualche tempo fa. E si dice che i transfughi di MDP stiano già inciuciando con il loro vecchio partito nonostante le polemiche che tanto piacciono al telespettatore medio.

Nel 2015, lo ricordiamo, il PD raccolse il 48% dei voti ma una legge truffaldina evitò il ballottaggio, che era previsto nel caso che nessun candidato raggiungesse il 40% e non come accade di solito il 50%. Appena rieletto, Rossi si impegnò subito nell’impresa di disinnescare il referendum che decine di migliaia di cittadini avevano chiesto per abrogare la sua controriforma della sanità, un obbrobrio di cui ora, dopo quasi due anni di attuazione, sono ancora più evidenti a tutti gli errori e i veri obiettivi. Lo fece sostituendo il collegio di garanzia e approvando in fretta e furia una legge che abrogava quella sottoposta a referendum, ma ne lasciava inalterati i principali contenuti. Uno scippo vero e proprio insomma.

Rossi prima delle sue disavventure con i renziani è stato il padrone assoluto della sanità toscana per quindici anni. Da quando cioè nel 2000 fu nominato assessore regionale al ramo durante la presidenza Martini. E in questi anni la sua gestione si è caratterizzata per estremo autoritarismo, scarsa trasparenza, sprechi, tagli, ma tramite un marketing politico martellante è stato inventato un inesistente “modello toscano” efficiente ed egualitario.

La futura moglie nominata direttore generale a Siena e poi inquisita per abuso d’ufficio, il buco di 400 milioni all’ASL di Massa Carrara, la creazione di carrozzoni come l’ESTAR o le Società della Salute, ticket tra i più alti d’Italia e liste d’attesa infinite che impongono ai cittadini il ricorso al privato, la costruzione di nuovi ospedali con il meccanismo del project financing, anche questo pensato come cavallo di troia del privato, sono solo alcuni dei grandi risultati ottenuti da Rossi alla guida della sanità. E poi il colpo di genio finale, con le ASL smantellate e accorpate in enti dalle dimensioni tanto mostruose da paralizzarne il funzionamento, come in questo momento  stanno sperimentando sulla propria pelle lavoratori e cittadini. Una manovra giustificata in modo demagogico con la riduzione delle cariche dirigenziali, quando si sapeva bene che i direttori generali, amministrativi e sanitari in stragrande maggioranza sarebbero rientrati nel loro ruolo di dirigenti guadagnando forse più di prima.

Questo lungo excursus sulle imprese di Rossi ci serve a introdurre un commento all’intervista che il reuccio di Bientina ha rilasciato alla Stampa, intitolata “Rossi: sulla sanità abbiamo tagliato troppo. Ormai vicini al punto di rottura”. Il contenuto è davvero curioso. Rossi sottolinea che “la spesa nazionale è pari a quella del 2011, siamo sotto la media europea e questo non era mai accaduto”. Che “i reparti sono organizzati al limite: basta una malattia improvvisa, un cambio nei piani ferie all’ultimo momento per precipitare nell’emergenza” e che “bisogna tornare a fare assunzioni mirate, rinnovare i contratti bloccati da sei anni”. Che “i piani di rientro sono stati spesso delle cure da cavallo che hanno ucciso il paziente”.

Non sappiamo se davvero Rossi spera ancora, sparando questi proclami sulle colonne di un quotidiano nazionale, di lanciarsi nel firmamento della politica romana o europea. Le voci che ci arrivano non sono molto incoraggianti per lui, che ormai sembra sia stato scaricato da tutti. C’è anche un’altra ipotesi e cioè che queste dichiarazioni derivino da qualche terribile disturbo della personalità, una vera e propria schizofrenia che peraltro non stupirebbe nessuno, visti i continui eccessi di rabbia a cui Rossi ci ha abituato in tutti questi anni (e anche qui il marketing politico ha avuto successo costruendo il personaggio del politico tutto d’un pezzo, “decisionista” e intransigente).

Comunque sia, le dichiarazioni di Rossi suonano veramente come una beffa per milioni di cittadini toscani di cui è ancora il presidente. Se vuole cambiare rotta, sa come fare. Se non ha le mani libere e si sente solo un pupazzo nelle mani di poteri più forti di lui, si dimetta e vada a fare qualcos’altro. Tanto per male che gli vada gli daranno qualche incarico secondario e di sicuro non dovrà preoccuparsi, per la prima volta in vita sua, di cercarsi un lavoro fuori dalla politica.

Noi da parte nostra non ne sentiremo la mancanza.

Redazione, 14 agosto 2017

08/08/2017

Il Venezuela e la questione della difesa del potere rivoluzionario

Il compagno Giorgio Langella, segretario regionale del PCI del Veneto e membro della Direzione Nazionale, qualche giorno fa ha fatto circolare un intervento del senatore Corsini (esponente di Articolo Uno–MDP) sulla questione del Venezuela. Riportiamo, per brevità, le parole con le quali Langella accompagna l’invio dell’intervento del senatore Corsini:
“Su segnalazione del compagno Beccegato ho letto l’intervento del senatore Corsini sul Venezuela. Una cosa indecente, che evidenzia una sudditanza servile oltre che culturale nei confronti dell’imperialismo statunitense. Qua si confonde ‘il popolo venezuelano’ con la classe benestante, quelli che hanno perso i privilegi che avevano perché più ricchi, più simili a noi ‘civili occidentali’. E una posizione da colonialisti, intollerabile. Forse (anzi sicuramente) neppure i democristiani di destra ai tempi di Allende... Con gente come Corsini non possiamo avere nulla a che fare. Sono da un’altra parte. Penso che la questione Venezuelana, così come quella Ucraina, quella siriana, quella palestinese ecc. non possono essere messe da parte o considerate ininfluenti quando si parla di ‘alleanze’ e si dice che bisogna considerare le questioni territoriali o italiane. Sono, a mio avviso, questioni dirimenti. Non si può stare dalla parte dell’imperialismo in politica estera e fare i progressisti in Italia. Credono di rifarsi una verginità ponendosi dalla parte del vincitore. Non si pongono problemi, non analizzano le cose, dicono quello che più conviene loro, vanno dove tira il vento. Oggi è di moda, in questa ‘sinistra snob’ attaccare chi sta tentando di trasformare il sistema, chi combatte lo strapotere della ‘democrazia imperiale’, chi non accetta il ‘pensiero unico’. Questa è un’ambiguità non solo irritante ma estremamente pericolosa”.
Ma cos’aveva affermato Corsini, in Aula, per suscitare l’indignata – quanto giusta – reazione del compagno Langella? Ecco uno stralcio dell’intervento del senatore “bersaniano”:
“Signor Presidente, è per me del tutto naturale associarmi alle dichiarazioni del presidente Casini e dei colleghi che mi hanno preceduto, anche perché in Commissione esteri, tempo fa, abbiamo proposto una risoluzione che è stata portata all’attenzione dell’Assemblea. In tale risoluzione denunciavamo il processo autoritario e totalitario che è appunto in corso in Venezuela... Qual è il dato veramente impressionante? È il fatto che Maduro sta imponendo, non semplicemente un monopolio d’autorità, che espropria il Parlamento delle sue legittime funzioni di rappresentante della volontà popolare, ma che sta, come dire, imponendo un monopolio politico che estromette gli avversari e i contendenti dall’arena e dalla scena politica. Oltre al fatto che la storia di questi giorni è costellata di incidenti, di uccisioni, di sparatorie, di interventi che umiliano la dignità umana e la dignità dei singoli soggetti. Dobbiamo anche denunciare un fatto. È in corso, e molti parlamentari ne sono stati vittime, una sorta di mail bombing da parte di nostri connazionali, i quali si ostinano caparbiamente a negare la realtà dei fatti, cioè quella di un Paese martoriato che è sottoposto al processo di affermazione di una dittatura violenta e totalitaria. È per queste ragioni che noi oggi vogliamo riconfermare la nostra solidarietà al popolo venezuelano e trarre appunto auspici perché il Paese possa vedere rapidamente il ripristino della regola democratica nella sua pienezza”.
Questa di Corsini è una posizione coerentemente e pienamente controrivoluzionaria, oggettivamente (e soggettivamente) filo imperialista, completamente e dogmaticamente succube dell’ideologia conservatrice occidentale e capitalistica. Da questo punto di vista il compagno Langella, con il suo “j’accuse”, ha svolto con ogni probabilità un compito che è andato ben oltre la sua stessa denuncia della natura politica contingente dell’Articolo Uno–MDP, ponendo invece una questione politico–teorica di fondo che in troppi, anche a sinistra, vanno, a partire anche dalla “questione venezuela”, eludendo: la liceità o meno della difesa della rivoluzione attraverso la forza.

Questione che si era già posta, ad esempio, con Gorbaciov, nella fase che precedette lo scioglimento dell’URSS e il conseguente cambio negativo del quadro mondiale: poteva Gorbaciov far sì che l’Armata Rossa salvasse l’unità sovietica? Si, teoricamente avrebbe potuto, ma non l’ha potuto fare in virtù di una, propria, degenerazione ideologica, di tipo liberale.

Che la rivoluzione possa difendersi o meno con la forza dalla consueta – rispetto ai moti rivoluzionari – reazione violenta dell’imperialismo (in America Latina quasi sempre USA) delle destre, del capitalismo e delle forze militari, è forse la questione centrale, quella dirimente, che separa – nel giudizio, nello schierarsi – le forze rivoluzionarie da quelle controrivoluzionarie o della sinistra moderata, quelle “interne” al sistema capitalistico. E’ il problema dei problemi: quello del potere. Ed è bene – una volta tanto – affrontare la “questione venezuelana” dal punto di vista anche teorico, politico–teorico. E’ bene – una volta tanto – approfittare del contingente per riaprire una riflessione profonda e di nuovo appropriarci della grandezza del nostro pensiero, del pensiero e della prassi della rivoluzione. Anche per sfuggire ai meschini, vischiosi ed intellettualmente mortificanti “pensierini” sul contingente.

La posizione assunta dal senatore Corsini non è, purtroppo, appartenente solo all’Articolo Uno–MPD: oltreché, naturalmente, la destra, in verità è quasi tutta la sinistra italiana (persino una parte comunista di essa) che oggi sposa le posizioni del senatore “bersaniano”. Tanto per dire: persino “il quotidiano comunista” il Manifesto (tranne la compagna Geraldina Colotti) fa molta fatica a schierarsi completamente con Maduro, fa molta fatica (e forse non ci arriva mai) a definire legittimo l’uso della forza per la difesa della rivoluzione chavista.

A questi tentennamenti, a queste posizioni di fatto utili e funzionali alla controrivoluzione dà una risposta di altissimo valore politico e teorico Domenico Losurdo, nel suo ultimo libro sul “Marxismo Occidentale”, marxismo uccisosi – secondo l’Autore – anche a partire dalla rinuncia alla presa del potere e alla sua difesa.

“L’illegittimità” della difesa della rivoluzione anche con la forza è una categoria pseudo filosofica che ha segnato e segna di sé ogni involuzione moderata del pensiero comunista e della sinistra occidentale; un’involuzione che è speculare alla rinuncia della trasformazione rivoluzionaria e della presa del potere: questo è il punto centrale della discussione che il compagno Langella ha aperto.

Non è un caso, infatti, che il Partito Comunista Italiano, in quella sua lunga storia involutiva che l’ha portato dall’accettazione della NATO alla “Bolognina”, passando attraverso la rottura col movimento comunista mondiale e l’abbandono del leninismo, abbia scandito questo stesso, proprio, processo involutivo con vere e proprie ricusazioni dei punti storici alti delle rotture rivoluzionarie: il PCI che volgeva verso la “Bolognina” iniziò – ben prima di essa – a rompere teoricamente con il Terrore di Robespierre, poi con la Comune di Parigi, poi con la stessa Rivoluzione d’Ottobre, per non parlare dell’accusa dogmatica e pregiudiziale ad ogni difesa del socialismo con la forza, posizione che cresceva contemporaneamente – o che seguiva – alla scelta del passaggio al socialismo solamente attraverso la via parlamentare.

Quando Pietro Secchia, già da tempo in disgrazia nel PCI, andò in Cile nel gennaio del 1972 a sostenere il governo Allende e a Santiago, di fronte ad una piazza strapiena di popolo, chiese con forza, in un suo comizio, ai comunisti, ai socialisti cileni, allo stesso governo Allende e alle “forze patriottiche e popolari” di prepararsi a fronteggiare con le armi l’inevitabile reazione degli USA, della destra cilena e di Pinochet alla rivoluzione, il PCI rispose con uno sdegnato silenzio alle parole di Secchia, che poi, per le sue stesse parole, fu avvelenato dalla CIA nell’aereo che lo riportava in Italia, dove morì pochi mesi dopo.

L’abbandono dell’orizzonte rivoluzionario, la rinuncia alla difesa della rivoluzione con la forza ha sempre caratterizzato le forze già rivoluzionarie che imboccavano una discesa moderata. E’ stato così per la Socialdemocrazia tedesca della fine del 1800, quando essa, rompendo platealmente, teoricamente, con la Comune di Parigi, iniziò a trasformarsi in quella Socialdemocrazia che avremmo conosciuto, nella sua essenza di soggetto politico del sistema capitalistico, dal ‘900 ad oggi.

Ma anche nel Partito della Rifondazione Comunista, nella lunga monarchia bertinottiana, l’abbandono delle categorie marxiste e leniniste della rottura rivoluzionaria e dell’antimperialismo conseguente (che non può non sfociare negli atti rivoluzionari della rottura di sistema e della difesa con la forza del nuovo ordine socialista) sono stati i cavalli di Troia per l’abbandono, da parte del PRC bertinottizzato, della cultura comunista, materialista. Chi non ricorda il Bertinotti che giudica e liquida, attraverso una sua indegna (sul piano storico e teorico) commemorazione, a Livorno, nei primi anni ’90, dell’Ottobre e del “socialismo realizzato”, la lotta dei bolscevichi contro la guardia bianca e zarista come “anticipazione della degenerazione dello stalinismo”? Chi non ricorda il Bertinotti della “Resistenza angelicata”, un’accusa alla “violenza della Resistenza”, che si innalzava – assieme a quelle della destra, di Gianpaolo Pansa e dell’intero revisionismo di sinistra – proprio nel momento in cui la lotta armata e antifascista dei partigiani iniziava ad essere largamente demonizzata? Chi non ricorda il Bertinotti che negava – in un rigurgito pieno di filo occidentalismo – il carattere di Resistenza alla lotta del popolo iracheno contro gli invasori nord americani? E chi non ricorda l’ex segretario del PRC imperversare sui giornali, sulle televisioni, a favore della sua nuova idea della “non violenza”, ideuzza piccolo borghese che – consapevole o no Bertinotti – apriva le cateratte all’abbandono della cultura comunista e rivoluzionaria per tutto il “nuovo” PRC?

In seguito alla vera e propria devastazione politica e teorica prodotta dalla lunga involuzione del PCI e poi dal bertinottismo, siamo in minoranza, oggi, a riconoscere la liceità storica della difesa del potere rivoluzionario anche con la forza; siamo una minoranza, dunque, a riconoscere il valore rivoluzionario della lotta, della Resistenza di Maduro contro la violenza dell’asse USA – destra capitalista venezuelana.

Ma la legittimità, politica ed etica, della difesa con la forza della rivoluzione è un cardine stesso di tutto il pensiero e della prassi della rivoluzione.

E qui, veniamo a Lenin, all’esigenza assoluta di rimettere in circolo e far rientrare, almeno nel senso comune dei comunisti e delle comuniste e di chi milita “a sinistra”, le categorie centrali del pensiero rivoluzionario.

Riappropriamoci del quanto mai attuale saggio di Lenin “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”.

Kautsky pubblica nell’agosto del 1918, sulla rivista “Sozialistische Auslandpolitik”, proprio durante la ripresa violenta della lotta controrivoluzionaria che puntava a sconfiggere l’Ottobre, un saggio dal titolo esplicito, che già in sé preannunciava la svolta antirivoluzionaria di Kautski: “Demokratie oder Diktatur” (Democrazia o Dittatura). Kautski, in pieno revisionismo controrivoluzionario, anticipa di diversi decenni le posizioni di quei comunisti e dirigenti e intellettuali della sinistra occidentale che, a partire dalla condanna della difesa rivoluzionaria del potere rivoluzionario, rinunciano di fatto alla stesso progetto della trasformazione socialista. Kautsky è esplicito sin da titolo del suo articolo: la “Democrazia” è in antitesi alla “Dittatura”, un giudizio apodittico attraverso il quale si rompe con Marx, con l’Ottobre, con Lenin per giungere alla divinizzazione della democrazia borghese come ultima spiaggia della democrazia della storia e alla conseguente demonizzazione del potere rivoluzionario, la Dittatura, che Kautsky intende non come il potere della grande classe lavoratrice e sfruttata sulla ristretta classe dei padroni e degli sfruttatori, ma in senso metafisico, come oppressione in sé, così come la borghesia ha giudicato essere, per ovvie ragioni, il potere proletario.

Oggi è Maduro che difende il potere del popolo e gli USA, la destra venezuelana pagata da Washington, le destre di ogni parte del mondo e le sinistre pavide del mondo definiscono il potere rivoluzionario chavista “la dittatura”. E così, attraverso questa feroce mistificazione politico–semantica, i media dell’intero mondo occidentale fanno passare Maduro come un dittatore, in modo che tutti dimentichino che il vero problema, per il capitalismo occidentale e per l’imperialismo USA, è quello legato al fatto che il petrolio, l’oro, i diamanti, le terre, le ricchezza naturali venezuelane sono state da Chavez sottratte ai pochi padroni per riconsegnarle al popolo; far dimenticare che il vero problema per gli USA è di tipo prettamente geopolitico, nella misura in cui il Venezuela si libera dal potere imperialista offrendosi come punto di riferimento per i popoli e gli Stati che in America Latina vogliono sottrarsi alla dittatura economia, politica e militare imperialista nel momento in cui il Venezuela chavista rafforza il blocco che, a partire dai BRICS, si erge nel mondo come diga antimperialista.

Come risponde Lenin all’attacco controrivoluzionario di Kautsky? Dobbiamo rileggerlo, riassumerlo, anche questo Lenin, poiché solleva un punto centrale di tutto il pensiero rivoluzionario.

Lenin risponde all’articolo/saggetto di Kautsky con un proprio saggio: “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”. Dopo aver letto nella Pravda qualche estratto del saggio di Kautsky, Lenin, infuriato, scrivendo a Berzin, Joffe e Vorovski afferma: “Le vergognose sciocchezze, il balbettio infantile e il vilissimo opportunismo di Kautsky inducono a domandarsi: perché non facciamo niente contro lo svilimento teorico del marxismo da parte di Kautsky?”. Ma Lenin non perderà tempo e nel suo saggio di risposta ridicolizzerà Kautsky. Almeno per tutti i compagni e le compagne: è ora – ora – di rileggerlo.

Rispetto al potere rivoluzionario e la sua difesa, Lenin scriverà sul “Rinnegato Kautsky”: “Si può dire senza esagerazione che questo è il problema centrale di tutta la lotta di classe. Ed è quindi necessario esaminarlo attentamente”.

Lenin lo farà e in relazione al distinguo che Kautsky introduce tra “democrazia e dittatura”, il capo dell’Ottobre scriverà: “Si tratta di una confusione teorica così mostruosa, di un’abiura così completa del marxismo che, bisogna ammetterlo, Kautsky supera di gran lunga Bernstein”. “Il nostro ciarlone – continua Lenin – ha riempito quasi un terzo del suo opuscolo, 20 pagine su 63, con una chiacchierata assai gradevole per la borghesia, perché equivale al tentativo di abbellire la democrazia borghese e di velare la questione della rivoluzione proletaria”. E ancora, scrive Lenin: “Del marxismo si ammette tutto, tranne i mezzi rivoluzionari di lotta...”. E in un passaggio incredibilmente contemporaneo e attuale, che davvero sembra parlare del ruolo che il Venezuela chavista già svolge e può ancor più svolgere nella lotta antimperialista mondiale (ed è soprattutto per questo che gli USA scatenano le iene reazionarie venezuelane contro Maduro) così scrive Lenin, in relazione alla distinzione operata da Kautsky su “rivolgimento pacifico” e “rivolgimento violento”:
“Sta qui il nodo della questione. Tutti i sotterfugi, i sofismi, le falsificazioni truffaldine servono a Kautsky per scansare la rivoluzione violenta, per nascondere il fatto che egli la rinnega ed è passato alla politica operaia liberale, cioè dalla parte della borghesia. Lo ‘storico’ Kautsky travisa così spudoratamente la storia che finisce per ‘dimenticare’ l’essenziale, cioè che il capitalismo premonopolistico – il quale aveva toccato l’apogeo negli anni ’70 – si distingueva, in virtù dei suoi tratti economici, manifestatisi in modo particolarmente tipico in Inghilterra e in America, per un amore relativamente più grande della pace e della libertà. Mentre l’imperialismo, cioè il capitalismo monopolistico giunto a definitiva maturità solamente nel secolo XX, si distingue, in virtù dei suoi tratti economici essenziali, per un amore assai meno forte della pace, della libertà, per un maggiore e generalizzato sviluppo del militarismo. Non avvedersi di questo, quando si esamina fino a qual punto sia tipico o probabile un rivolgimento pacifico o violento, significa degradarsi al livello del più volgare lacchè della borghesia”.
E’ la questione dell’imperialismo, della sua ferocia economica e militare che non prevede la possibilità che popoli e Stati ad esso già sottomessi possano liberarsi (come, appunto, il Venezuela di oggi) quella che pone Lenin e che certo non può essere più presente nel pensiero addomesticato del senatore Corsini. E di troppi altri, anche a sinistra.

Quando Chavez iniziò a vincere, sul quotidiano ampiamente bertinottizzato “Liberazione” non andava giù il fatto che quel leader rivoluzionario era un militare: un altro di quei tanti “pregiudizi” del marxismo occidentale esausto che portano, infine, alla rinuncia della lotta rivoluzionaria. Oggi, in troppi, anche a sinistra, persino tra i comunisti (ma non nel nostro PCI) si insinua un tarlo devastante e borghese: Maduro non dovrebbe difendere la rivoluzione chavista con la forza. Dovrebbe consegnare il Venezuela a Trump e alla destra venezuelana, invece? Lenin consigliava e continua a dirci di no, per non essere dei rinnegati.

Fosco Giannini segreteria nazionale PCI

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27/02/2017

Dopo la scissione del Pd, come muterà lo scenaio politico italiano?

Pare che anche la grande stampa si stia accorgendo che, se l’elettorato boccia con il 60% una riforma costituzionale promossa dal (solo) partito di governo, questo non può restare senza conseguenze, che vanno ben al di là delle dimissioni del governo. E, se alla sconfitta referendaria ha concorso anche una parte minoritaria del partito in questione, è abbastanza logico attendersi una scissione in quel partito. 

Nel frattempo è giunta una sentenza della Corte Costituzionale che ha affossato il già moribondo Italicum introducendo un pur imperfetto sistema proporzionale che non determina, ma facilita, un processo di ridefinizione identitaria dei partiti. Per cui è probabile che la scissione del Pd metta in moto una sorta di reazione a catena per cui a questa scissione seguiranno quelle di altri partiti, sino a ridisegnare la mappa dell’intero sistema politico. Ed è quello che, per ora, è successo a sinistra con le scissioni incrociate di Sel e del Pd, la comparsa del campo progressista di Pisapia, la nascita di Si, la nascita di nuove correnti nel Pd eccetera.

Ma non si tratta solo dell’effetto dell’esito referendario: in questo processo di scomposizione e ricomposizione del sistema dei partiti, giocano anche dinamiche di lunga durata. Per certi versi, possiamo dire che il 2016 è stato una sorta di anti-1993. Lo sciagurato referendum di Segni-Occhetto-Pannella sanzionò la fine della Prima Repubblica e la nascita della seconda, questo referendum ha sanzionato la fine della Seconda Repubblica, ma sarebbe superficiale dire, come molti gazzettieri ripetono, che abbia decretato la restaurazione della Prima.

In primo luogo perché la storia conosce pochissime restaurazioni e sempre di breve durata, ma soprattutto perché la legge elettorale contribuisce a modellare un sistema politico, ma solo interagendo con altri aspetti del sistema costituzionale e, più in generale, del sistema sociale e politico e qui siamo in un mondo molto diverso da quello del 1993. Ed occorre capire i motivi che hanno portato a questa stroncatura della Seconda Repubblica. Anche questa è stata la bocciatura di una classe politica, ma se nel 1993 questo avvenne sul terreno della corruzione, in questo caso il rifiuto avviene sul terreno dell’incapacità di gestire la crisi e, prima ancora, la globalizzazione.

Queste formazioni politiche non sono state in grado di capire quel che accadeva e produrre idee adeguate a fronteggiare questi fenomeni (ma potremmo dire che non hanno prodotto idee tout court), e l’elettorato chiede soggetti politici che funzionino diversamente, ma di questo riparleremo.

Ora veniamo a quel che accade a sinistra; riassumendo, questi sono gli spostamenti avvenuti sinora:
 

1. scissione del Pd che ha dato vita al Movimento Democratico Progressista (Mdp);
 

2. scissione di Sel-Sinistra Italiana;
 

3. comparsa del Campo progressista di Pisapia;
 

4. unificazione in Sinistra Italiana di Sel ed alcuni elementi usciti dal Pd in precedenza;
 

5. confluenza degli scissionisti di Sel nel campo di Pisapia;
 

6. confluenza del campo di Pisapia nel grippo parlamentare di Mdp;
 

7. ridefinizione del quadro correntizio del Pd con le candidature di Emiliano, Orlando e forse una terza candidata piemontese che non sappiamo se supererà le condizioni di ammissione alle primarie;

8. sostituzione di fatto del congresso del Pd con le Primarie per il segretario.

Ora vediamo che succede nei singoli schieramenti.

Pd: lo spostamento delle primarie all’ultimo fine settimana di aprile rende poco probabili (ma non impossibili) le elezioni politiche a giugno e se si andrà a settembre o alla scadenza naturale sarà determinato in buona parte dal risultato di Renzi. Se il fiorentino dovesse vincere al primo turno con una affermazione secca di almeno il 55%, è probabile che forse potrebbe strappare le elezioni a Giugno, ma certamente le imporrebbe a settembre. I sondaggi (per quel che valgono, soprattutto in elezioni di questo tipo) gli attribuiscono un 61% contro il 19 di Emiliano ed il 18 di Orlando. Ma potrebbe non andare affatto così, anche perché sono primarie aperte in cui votano anche i non iscritti al partito e questo appuntamento si presenta molto minaccioso per lui.
 
E’ più realistico pensare che Emiliano, si tenga intorno al 15% fra voti pugliesi e qualche residuo di bersaniani restati nel partito. Non sappiamo se la candidata piemontese ci sarà e che percentuale potrà ottenere, fra voto regionale e voto femminile, ma è facile prevedere una cifra inferiore al 5%. La vera incognita è Orlando che, per ora, ha dalla sua la maggioranza della ex corrente dei giovani turchi, il presidente del Lazio Zingaretti, probabilmente Cuperlo e, soprattutto, ha la sponsorizzazione di antichi numi tutelari come Napolitano, Violante e forse Bindi e Letta. Uno schieramento che forse supererebbe il 20% ma che potrebbe crescere di molto per uno smottamento dei renziani, con il passaggio nelle sue fila di Franceschini, Fassino, Chiamparino, e una parte dei siciliani, oltre che l’appoggio esterno di D’Alema. In questo caso Orlando potrebbe pericolosamente superare il 30 per andare verso il 40%. E questa sarebbe la deadline per Renzi, sia perché, per un segretario uscente, che nella volta precedente aveva ottenuto il 70% del partito unito, avere meno del 50% in un partito rimpicciolito dalla scissione, sarebbe una cocente sconfitta politica, sia perché poi si andrebbe al voto in Assemblea Nazionale, dove potrebbe scattare, ancora una volta, l’alleanza di “Tutti contro Renzi”.

Per ora è impossibile prevedere come andrà, anche perché, trattandosi di primarie aperte, potrebbero esserci flussi di voti da destra per Renzi e da sinistra per Orlando; e sarà anche importante vedere in quanti andranno a votare. Ma possiamo ragionare su tre scenari: Renzi vince di larga misura (dal 55 in poi), Renzi vince di stretta misura (50-55%) e Renzi perde. Del primo scenario abbiamo detto ed aggiungiamo solo che questo significa anche che sarà lui a fare le liste e per gli altri ci sarà poco da ridere. Il secondo scenario significa che Renzi sarebbe un segretario semi-commissariato, che non potrebbe fare le liste da solo e, probabilmente, dovrebbe rassegnarsi ad elezioni nel 2018. Brutto affare per lui che si ritroverebbe a dover scegliere fra una forzatura per imporre gruppo parlamentari fedeli, rischiando una nuova scissione, o accettare di mediare e ritrovarsi il Vietnam parlamentare di questa legislatura e la guerriglia interna di corrente.

Terzo scenario (Renzi perde) e questo, conoscendo l’uomo, significherebbe con ogni probabilità una sua scissione dal Pd nel tentativo di giocare il suo appeal personale presso l’elettorato.

Mdp: il tutto è tenuto insieme essenzialmente dall’antirenzismo e poco altro, il che fa pensare ad una sorta di “partito ponte” verso qualcosa altro. D’Alema ha già detto che se il segretario diventa Orlando si può ricominciare a dialogare e Bersani ha detto che potrebbe essere una separazione di breve tempo, ma Speranza pare pensarla diversamente. E’ evidente che l’intento è quello di mettere insieme un risultato significativo per trattare da posizioni di forza, per il resto se ci fosse una vittoria di Orlando o una sua scissione dal Pd, si aprirebbe la strada per una riunificazione. Ma l’ostacolo sono le dinamiche obiettive di una scissione che, al pari di quelle di una separazione legale, spingono ad odiarsi.

E’ evidente che Mdp si lancerà verso la conquista di Cgil, Arci ed Anpi (tutte più o meno favorevoli al No nel referendum) ma in alcuni di questi ambiti (Cgil soprattutto dove i renziani hanno consistenti sacche a cominciare dal sindacato dei pensionati) si scontreranno inevitabilmente con gli ex amici. Poi ci sarà la grana della spartizione delle sedi che fanno riferimento alle fondazioni dirette da Sposetti, che sta con i “nemici”. Quindi ci sarà la grana delle amministrazioni regionali e comunali, dove forse si troverà un accordo per congelare le cose come stanno, ma forse no ed allora potrebbe esserci un effetto domino per cui cade Rossi in Toscana, ma allora diversi sindaci e presidenti di regione del Pd potrebbero cadere per rappresaglia dove i Mpd sono determinanti e via di questo passo. Quindi verranno le cooperative e la lega e infine la rissa per i posti in Rai... Mica facile separarsi.

A raffreddare la tazza bollente potrebbe esserci una diplomazia coperta di Mdp con Rossi e soprattutto Orlando, ma non è detto che duri. E qui è importante il rapporto con il Campo progressista che, grazie ad una manciata di consiglieri regionali e comunali potrebbe rinsaldare i rapporti di forza di Mdp rispetto al Pd, ma non tutto fila liscio neanche qui: la prima grana viene dalla questione dei gruppi parlamentari e dal voto sul governo. Infatti non sappiamo se i 18 di Scotto sono pronti a votare per Gentiloni: per carità, non è la faccia quello che manca, però se lo fanno perdono quel po’ di credibilità che possono avere presso gli elettori di Sel, se, invece, votano contro di fatto spaccano il gruppo parlamentare prima ancora di mettersi a sedere. E per di più loro devono ricollocare i 18 deputati, piazzare Pisapia e qualche altro, per cui avrebbero bisogno di avere una dote di circa 1 milione e mezzo di voti: chi glieli dà? Pisapia (al netto della confluenza di Scotto) probabilmente porta il voto suo, della moglie, del nipote e del suo portiere (ma del portiere non sono tanto sicuro), e, semmai, porta qualche amico da eleggere con lui: un costo secco. A voler azzardare una previsione molto generosa, tutti insieme, forse portano 200.000 voti: quelli di una lista di disturbo. Dunque gli ex Sel e lo stesso Pisapia hanno tutto l’interesse a mimetizzarsi in una lista più ampia, come quella con Mdp per prendere quel che gli riesce.

Infine Sinistra Italiana che, paradossalmente, esce avvantaggiata dall’uscita di Scotto trovandosi con un gruppo parlamentare abbastanza sfoltito ma con un buon rapporto con la base elettorale. Per di più ha la possibilità di mangiare qualche frangia elettorale tanto al Pd quanto ai 5 stelle. Molto dipenderà dall’iniziativa politica che saprà avere. Inoltre, sarebbe saggio che Rifondazione Comunista e Pci, ex comunisti italiani (o quel che resta di entrambi) confluiscano nelle fila di Sinistra italiana, pur mantenendo l’identità comunista (e di formule ce ne potrebbero essere diverse). Anche perché tanto Rifondazione (che i sondaggi stimano allo 0,6% dei voti) che gli ex comunisti italiani (che forse hanno uno 0,2-3%) non hanno grandi prospettive davanti a sé e, dunque, non si capisce quale funzione potrebbero svolgere da soli.

Auguri e buon quorum a tutti, cari compagni...

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