Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/09/2017

Il branco di Rimini e altre storie

La vicenda di Rimini, ormai nota nel suo contorno di pestaggi e stupri, potrebbe aiutare la costruzione di qualche riflessione seria su migranti, politica delle popolazioni, devianza e stato sociale. Una riflessione, diciamolo con parole terra terra, di quelle cambiano le politiche reali. Non accadrà, perlomeno nell’immediato. Perché i fatti, finché sono caldi, sono ostaggio dei toni forti dei media, tutti giocati nella logica dell’audience, e dell’abituale delirio da social. Dove l’impotenza, di una buona parte di paese ancora dentro la crisi, trova un riscatto simbolico nelle richieste di punizione o espulsione di qualsiasi soggetto definito, a vario titolo, come extracomunitario.
 
Nelle società dell’1% l’inclusione è infatti una pratica delle classi agiate. Il denaro, elemento simbolico dell’accettazione nelle classi sociali, è notoriamente apolide e richiede naturalmente l’accettazione del diverso. Soggetto che viene accettato nelle classi agiate, quelle che fanno vita globale, qualunque sia la sua provenienza purché dotato di una robusta linea di credito. Nel resto della società, dove gli spazi di ricchezza si riducono da una generazione, il diverso è semplicemente colui che è visto come qualcuno che accelera questa erosione degli standard di vita. E tanto più questa sensazione è forte tanto più si alza, sui social media che si fanno giuria popolare elettronica, la richiesta di pene spettacolo, riabilitando una spettacolarità della pena pre-moderna già sperimentata, in forme stavolta concrete, dallo stato islamico. Certo, le bande notturne e l’affollamento dei social sono il riflesso, entrambi, di territori come tali disabitati e questo è il tratto antropologico che li unisce.

Entrambe le vicende - quella di un gruppo di immigrati che trova coesione nella sopraffazione altrui e quella dei social che cercano di costruire simbolicamente i termini di una punizione tanto più adeguata tanto più simile all’esecuzione - sono ben conosciute. Si tratta di fenomeni classici quando si guarda al di fuori del nostro paese. Sui nostri territori si tratta della disseminazione di singoli e di piccoli gruppi che trovano un senso, nel complesso e per i propri membri, nel marchiare i corpi altrui mentre, sui social, abbiamo una convergenza, a sciame, di singoli e piccoli gruppi che trovano un senso nel dibattito infinito sulla misura della pena adeguata.

E mentre marchiare i corpi da parte di gruppi senza morale (o, meglio, con una propria morale interna) caratterizza un modo di vivere e significare il territorio, la costruzione sociale del consenso verso la pena, che oggi passa per i social media, è un modo, di diverso segno ma altrettanto identitario, di significare il mondo. In questo contesto i media hanno gioco facile a significare i gruppi che, in vario modo, aggrediscono e feriscono come “il branco”. Questa connotazione di “branco” per i gruppi aggressivi, chi si è occupato di rappresentazione giornalistica della devianza o dei fenomeni criminali lo sa benissimo, è piuttosto datata, da ben prima dei fenomeni migratori verso l’Italia e funziona: fa audience ed è sempre stata efficace nel rappresentare un nuovo tribalismo sui territori. Solo che tra il nuovo tribalismo giovanile delle metropoli anni ’80 appena uscite dal fordismo, e il tribalismo con lo smartphone legato alle recenti ondate migratorie ci sono territori, e panorami sociali, neanche più riconoscibili tra loro.

Una funzione della cronaca nera è quello di servire come registrazione delle mutazioni sociali. Bene, un fatto simile avvenuto a Rimini ancora dieci anni fa sarebbe entrato nelle categorie, e nei protagonisti materiali, della narrazione dell’Emilia ricca che si annoia. Oggi tocca il nesso che sta tra immigrazione, insicurezza sociale e impoverimento materiale e immateriale di questi territori. La lunga crisi ha tolto certezze a chiunque. Il significato della cronaca nera si ridisloca.

Certo, rispetto alle cronache anche recenti abbiamo un gruppo a provenienza etnica mista. Finora protagoniste erano state bande etnicamente compatte: dai lontani tempi degli albanesi, a quelli dei romeni fino alle bande di nigeriani (ottime in Sicilia per la manovalanza della mafia). Ma questo interessa poco, anzi nulla, alla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica che vede i fenomeni senza capirli. Anzi, col timore che il fatto di capirli comporti la mitigazione del desiderio di forca. Eppure l’emergere di bande miste significherebbe anche una ristrutturazione di relazioni sociali nel territorio che toccano il piano, invisibile e microfisico della bande. Ma interessa a qualcuno? Tutto ciò che non è marketing politico, appalti, capitale di relazioni o voti non tocca la sfera di quello che viene impropriamente chiamato “la politica”. La linea su questi temi la quindi fanno i social, in questa operazione digitale di ristabilimento simbolico, attraverso richieste di politiche draconiane a ogni fatto di cronaca, dei torti veri o presunti subiti durante l’interazione quotidiana.

Un branco comunque non può che avere un capo e questo è stato individuato in Guerlin Butungu, 20 anni, congolese. Nella rappresentazione mediale la coesione criminale del branco esiste fino a quando non interviene lo stato. Una poliziotta, sul Corriere, si fatta è avanti nel testimoniare che i lupi, quelli del branco, tornano agnelli una volta che il gruppo è stato sciolto dallo stato. Butungu è un capro espiatorio di primissima qualità. Giova ricordare che il capro espiatorio non è, come da luogo comune, l’innocente che viene sacrificato in un qualche complotto. E’ piuttosto una persona abietta, colpevole certo di un delitto spregevole il cui sacrificio (materiale o simbolico) sortisce due effetti: il ristabilimento simbolico dell’ordine sociale, una volta sacrificato il colpevole, e la certificata superiorità morale di chi opera il sacrificio. La persona indicata è tanto più capro espiatorio visto che Butungu ha ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Dal punto di vista simbolico un dono ripagato con uno sfregio. Qualsiasi sia stata le dinamica, tra i quattro del gruppo, degli stupri di Rimini, sul capro espiatorio puro Butungu si costruisce così la legittimità giuridica e morale dell’intervento dello stato, degli operatori di polizia e dei giornalisti che, in diretta, non esitano a parlare di branco. Nel processo di ristabilimento dell’ordine, internando il capro espiatori, sui social è poi polemica infinita sul tipo di simbolico da attribuire alla pena.

Da notare come i media abbiano dato risalto alla mediazione tra padre marocchino e capitano dei carabinieri necessaria per l’autoconsegna dei componenti minorenni del “branco”. Questa mediazione restituisce, simbolicamente quando spettacolarizzata, legittimità al padre extracomunitario, con precedenti penali, nel momento in cui consegna i figli al carabiniere. Sono atti ritualmente necessari non solo perché è stato compiuto un delitto ma anche per il disordine cognitivo presente in questo atto. Lo stupro sulla spiaggia, una zona di frontiera, a un trans, una sessualità di frontiera, l’assoluto nonsense e la piena improduttività del gesto affermano un disordine cognitivo di un gruppo così forte che deve essere riparato socialmente. L’accordo tra l’extracomunitario padre microcriminale e il carabiniere, che si comporta come un padre di famiglia, almeno nelle parole del padre marocchino, si collocano in un contesto di riparazione di questi testi. Socialmente parlando il territorio continuerà a vivere le dinamiche che hanno prodotto questo genere di devianza (il termine è generico e scivoloso ma serve per capirsi) ma, in compenso, sul piano simbolico, quello che genere consenso sui piani di comunicazione, l’ordine pare ristabilito.

Qui deve essere chiara una cosa. Questi ragazzi hanno compiuto gesti atroci. Su persone inermi. Ma non sono loro gli indifendibili. E’ indifendibile chi fa di tutto per peggiorare la situazione, giocando sul simbolico, incapace di intervenire nella società amplificando così gli effetti di criticità sociale presenti in atti come questo. Chi costruisce forche digitali, ossessionato dal prigionismo come surrogato della giustizia, come elemento compensativo delle proprie paure. Chi, nei media si alimenta di questi fenomeni facendone audience. Chi fa carriera pubblica sulla caccia all’animale. Chi fa spettacolo (si fa per dire) politico chiedendo castrazioni chimiche ed espulsioni di massa. Chi taglia i servizi ubriacandosi di costruzioni della realtà, operate dagli uffici stampa, dove si può riconoscere nei comitali locali per l’ordine pubblico. Per non parlare di chi, senza una reale idea di società, indica l’immigrazione come causa.

L’immigrazione non è un fenomeno romantico è una scommessa: per chi arriva e per le società che fanno da punto di approdo. La nostra società sta invecchiando, non esiste ripresa economica permanente senza un ringiovanimento complessivo della società. E ringiovanire la società con l’immigrazione, per quanto necessario, comporta problemi di ogni genere in Germania, paese più attrezzato del nostro, figuriamoci in Italia. Ad ogni fatto come quello di Rimini alla fine si imbocca invece sempre la strada sbagliata: attaccare i flussi migratori, dimenticando che dall’Italia causa crisi fuggono anche gli stranieri. Oltretutto dimenticando che oggi non esistono società sigillate. Il problema è invece un altro: come cresce la società, in strutture, servizi e intervento pubblico di fronte a un tessuto sociale che produce fenomeni di questo tipo. E come si interviene “dopo”, in una rete di recupero che non sia quella dei Muccioli del XXI secolo. Una rete di recupero che valorizzi la formazione e le economie pubbliche di questo recupero che non sia assoggettamento del soggetto finalmente addomesticato. Producendo un know-how collettivo e dei posti di lavoro contenenti un forte capitale sociale. Va spezzato il legame, che si è di nuovo rinsaldato con dinamiche postmoderne, tra miseria e richiesta di forca. Un legame che tanto più si legittima tanto più produce nuova miseria.

Il “branco” di Rimini porta così due vuoti a confronto: quello del gruppo che ha marchiato persone inermi e quello dei social in perenne trip da richiesta di forca. Ma è il terzo vuoto che è il più pericoloso. Quello di istituzioni pubbliche abbattute dalle loro stesse politiche di austerità, che reiterano il mito della “sicurezza” perché non sono in grado di attivare, o sostenere, le necessarie reti sociali che servono da ammortizzatore di questi fenomeni.

Per Senza Soste, nique la police
8 settembre 2017

02/04/2017

L’ordine costituito formale e quello sostanziale

Polizia, carabinieri, guardia di finanza non bastano a far rispettare l'ordine pubblico. L'esercito, per ora, si limita a presidiare stazioni ferroviarie, piazze, metropolitane. Aeronautica e marina non fanno al caso e operano più efficacemente nell'alto mare e in cieli lontani; occorre coinvolgere più attivamente altri corpi.

A livello locale, già dalla cosiddetta Legge quadro del 1986, solo una minima parte delle funzioni dei vigili urbani è volta a sanzionare le intemperanze dei bulli al volante, mentre per il resto essi “collaborano … con le Forze di polizia dello Stato”, con “funzioni ausiliarie di pubblica sicurezza”.

A partire dalla Legge di modifica costituzionale n.3 del 2001, si è stabilito che lo Stato continui ad avere competenza esclusiva in materia di “ordine pubblico e sicurezza”, mentre la legge Statale disciplina come funzione essenziale degli enti locali, quella di Polizia Locale. L'art.6 del DL n.92/2008 sulle "Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica" decreta che il Sindaco “concorre ad assicurare anche la cooperazione della polizia locale con le Forze di polizia statali”.

A cascata, via via le varie leggi regionali (si veda, a titolo di esempio, quella dell'Emilia Romagna), sanciscono che tra gli “scopi principali della polizia in una società democratica in cui vige lo stato di diritto”, vi sia quello di “mantenere la quiete pubblica, la legge e l’ordine nella società; tutelare e rispettare i diritti e le libertà fondamentali dell’individuo”.

A dar manforte ai tutori paesani dell'ordine, qualcuno rinverdisce il vecchio sistema della spiata: chiunque è autorizzato, anzi è sollecitato, a far rapporto sul vicino di casa che si azzardi a manifestare atteggiamenti o tenere discorsi in dissonanza al “comune sentire”. Sono in progetto multe e pene detentive per chi, fatti alla mano, osi smentire sul web le bufale che giornali e TV di regime, quali moderni Istituti Luce, somministrano quotidianamente come “verità” della fede, comode all'ordine costituito, mentre le associazioni della stampa organizzano corsi sulle “Tecniche per informare e diffondere la cultura della sicurezza”.

Il cerchio è chiuso: l'ordine pubblico paesano è affidato artigianalmente alla polizia locale, mentre i corpi ideologicamente più sicuri e professionalmente più sperimentati possono concentrarsi sul mantenimento dell'ordine costituito. Le parole sulla necessità di “verificare gli orientamenti ideologici” di chi si appresti a manifestare un dissenso, coronano l'iter securitario culminato, per ora, nel decreto Minniti e le misure di salvaguardia dell'ordine costituito.

Ma, cos'è l'ordine costituito? E' quell'ordine che si instaura rispettando determinate regole che consentono di vivere in armonia, diranno alcuni. E' quell'insieme di norme che, una volta stabilite, devono esser osservate da tutti i membri del consorzio umano, diranno altri. O ancora: è quell'assetto sociale scaturito da azioni umane tese a una determinata visione del proprio vivere futuro. Queste definizioni si limitano all'aspetto formale della questione. Già un po' più sostanziale la formulazione del “Nuovo De Mauro”, che definisce l'ordine costituito come “il modo in cui sono strutturati i rapporti all’interno di una data società”.

Ora, i rapporti, in una società divisa in classi, sono necessariamente i rapporti tra le classi di cui si compone quella società. Nessuna analisi, per quanto proclamata “moderna” e “oggettiva”, è sinora riuscita a smentire ciò che i comunisti – e, prima ancora, gli economisti e i politici di alcuni secoli fa – affermano da 200 anni e cioè che la società capitalista è necessariamente divisa in classi, tra chi lavora e chi si appropria dei frutti del lavoro; che tra quelle classi non c'è affatto armonia, ma c'è anzi una continua lotta, ora più acuta, ora più attenuata; che quella lotta finisce sempre per sfociare, prima o poi, nella vittoria dell'una o dell'altra grande classe in cui si divide la società. L'ordine costituito è dunque l'ordine stabilito affinché una classe continui a comandare indisturbata e un'altra classe continui a chinare la testa e non osi mettere in discussione le proprie condizioni di vita.

Per mantenere quest'ordine costituito, sono necessari alcuni corpi armati, che devono far rispettare l'ordine pubblico. E l'ordine “pubblico”, ancora una volta, non è l'ordine “di tutti”, o “per tutti”, come sembrerebbe dire la parola, ma è l'ordine di alcuni “su tutti gli altri”, è l'ordine di una classe contro un'altra. Se l'ordine confacente agli interessi di una classe prevede che gli altri non mettano in dubbio la legittimità delle scelte e degli interessi di quella classe, ecco che intervengono i corpi armati, a far rispettare l'ordine costituito, o l'ordine pubblico, conforme a quegli interessi.

Ora, c'è un ordine costituito formale e ce n'è uno sostanziale.

Dunque, l'ordine costituito, nel caso italiano, dal punto di vista formale, è tutt'oggi rappresentato da quell'assetto scaturito dalla fine della lotta di Liberazione e sancito nella Costituzione repubblicana del 1948. Un ordine che, settant'anni fa, prendeva atto di un rapporto di forze sostanzialmente equilibrato tra le classi fondamentali della società e lo ratificava formalmente. Oggi, dal punto di vista materiale, sostanziale, quel rapporto è grossolanamente cambiato a favore della classe dei capitalisti, dei grossi finanzieri, degli speculatori, di quell'1% della società che detiene oltre l'80% della ricchezza totale.

Formalmente, però, il dettato costituzionale è quasi immutato. Si tratta quindi di adeguare la forma alla sostanza. Per far questo, categorie di persone opportunamente fatte arrivare ai massimi livelli governativi, hanno tentato e continuano a tentare ogni strada legislativa. La codificazione in norme scritte e approvate da un Parlamento, fedele esecutore dei voleri della finanza nazionale e internazionale, dovrebbe servire a recepire nella legislazione, che le cose non stanno più come nel 1948. Una volta decretato ciò per legge, il nuovo ordine costituito, il nuovo ordine pubblico stabilirà che il lavoro non sia più un diritto, e non lo siano più l'assistenza sanitaria o l'istruzione pubblica, o la casa, per fare solo pochi esempi. E chiunque si azzardi a reclamare tali diritti, non debba ricevere che manganellate.

Di fatto, già oggi le manganellate sono all'ordine del giorno e servono a ricordare, per l'appunto, che l'ordine costituito è costituito a vantaggio non della società, non del “pubblico”, ma di una classe della società. Formalmente, l'articolo 4 della Costituzione, recita ancora che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”; formalmente, dunque, per il rispetto dell'ordine costituito, i corpi armati dovrebbero intervenire a reprimere ogni violazione di tale diritto ed elargire lacrimogeni, manganellate e fermi di identificazione e accertamento degli “orientamenti ideologici” a tutti coloro che, con fatti e con parole, neghino tale diritto, siedano essi al Parlamento italiano, europeo o negli uffici delle società multinazionali. Succede invece esattamente l'opposto: si manganella chi rivendica l'attuazione materiale di un articolo della Costituzione e si fa scudo con idranti e autoblindo a chi viola tale diritto.

L'articolo 9 della Costituzione afferma che la Repubblica “Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”: succede però che i corpi armati intervengano a protezione di ruspe, trivelle e camion che deturpano valli, coste e fondali marini e accolgano invece a manganellate cittadini e amministratori locali che osino difendere il dettato costituzionale sulla salvaguardia del patrimonio paesaggistico e storico.

L'articolo 32 dice che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”, ma nessun corpo dello Stato interviene a garantire che non si violi tale diritto, allorché, in nome della “economicità” delle strutture, si chiudono gli ambulatori, si impone ai medici di tagliare le prescrizioni e si fanno pagare le analisi nelle strutture pubbliche più che in quelle private.

All'art. 34 si legge che “La scuola è aperta a tutti”, ma i corpi armati chiamati a difendere “l'ordine costituito” accolgono di regola a manganellate chi protesti per i tagli draconiani alle strutture pubbliche con cui si rimpinguano quelle private. E così via, anche fuori dai confini nazionali, con l'art. 11 per cui “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, mentre le forze armate italiane in giro per il mondo (Libia, Iraq, Lettonia, Romania) si associano alle forze che rappresentano oggi il più grosso pericolo di guerra.

E' dunque chiaro come ruspe, trivelle, uffici dirigenziali o comitati sanitari o scolastici non siano altro che il lato manifesto degli interessi di una classe e non dell'ordine pubblico; quindi, i corpi armati di polizia, carabinieri, guardia di finanza e anche polizia locale sono chiamati a mantenere l'ordine costituito di quella classe e a reprimere chi metta in discussione l'assetto sociale espressione dei rapporti di forza tra le classi; rapporti che vedono il sempre crescente arricchimento della classe dei finanzieri, dei grandi capitalisti, degli speculatori e il sempre più rapido e generale impoverimento della stragrande maggioranza lavoratrice della società.

L'ordine costituito non è quell'ordine di falsa armonia così caro a giornali e televisioni di regime, ma è l'ordine stabilito e funzionale agli interessi della classe al comando. Le azioni dei corpi armati chiamati a far rispettare l'ordine costituito sostanziale, l'ordinamento democratico, ci ricordano quotidianamente come quello sia un ordine di classe, come l'ordine democratico che affermano di mantenere, sia l'ordine di una classe. Se così non fosse, le manganellate dovrebbero spettare a chi nega il diritto al lavoro, alla salute, all'istruzione sanciti dalla Costituzione democratica; mentre avviene proprio il contrario.

I comunisti non si stancheranno mai di ribadire che la democrazia, al pari di qualsiasi altro Stato, è anch'essa uno Stato di classe. Nella società divisa in classi, non è possibile una democrazia “pura”, “al sopra delle parti”: la democrazia è sempre democrazia per la classe al comando e dittatura, ora aperta, ora mascherata, per la classe sottoposta. L'apparato statale è chiamato a difendere l'ordine costituito che risponde a quella democrazia, a quel determinato assetto sociale. Se i rapporti sociali tra le classi fondamentali della società sono ancora quelli di 80, 90, 100 anni fa, con una classe che lavora e una classe che si appropria dei frutti di quel lavoro, sono però cambiate le forme con cui l'apparato statale è chiamato a difendere l'ordine costituito. L'ordine repressivo scelbiano degli anni '50, non era certo la stessa cosa dell'aperta dittatura fascista degli anni '20 e '30 del secolo scorso, anche se l'apparato statale era rimasto fondamentalmente immutato. “Ma la repubblica” scriveva Friedrich Engels a Paul Lafargue nel 1894, “come ogni altra forma di governo, è determinata dal suo contenuto; fintanto che essa è la forma del dominio borghese, essa ci è altrettanto ostile di qualunque monarchia (a prescindere dalle forme di questa ostilità)”.

Nessuno può ignorare che i rapporti di forza tra le classi, esistenti 40 o 50 anni fa, in una fase di ascesa del movimento operaio, oggi si siano completamente ribaltati a favore della classe dei finanzieri, dei grossi capitalisti, degli speculatori. E non è possibile negare come, insieme a quella trasformazione dei rapporti di forza, si stiano trasformando, in senso sempre più peggiorativo per le classi e gli strati sociali sottoposti, anche le forme dell'agire di quell'apparato statale chiamato a mantenere l'ordine costituito. La crescente forza economica acquisita dalla classe al comando e i suoi legami internazionali, si esprimono in una esibizione di forza da parte dell'apparato statale al suo servizio, nei confronti di qualsiasi pensiero dissenziente o qualsiasi rivendicazione di diritti, come non si vedeva da decenni.

Oggi, l'ordine costituito sostanziale non ha che da attendere la sanzione formale, scritta, del proprio assetto. Ma l'opposizione a tale sanzione formale da parte delle classi sottoposte non può che andare di pari passo con il ristabilimento sostanziale di reali rapporti di forza equilibrati tra le classi. Si tratta di semplice “democrazia formale”.

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