Vista da Rimini, sponda Comunione e Fatturazione, la situazione politica italiana risulta abbastanza chiara.
Ci sono alcune forze o “bande” – chiamarli “partiti” è decisamente eccessivo – che sono il baluardo su cui possono contare Confindustria, il “privato sociale”, il capitale sovranazionale europeo e atlantico.
Di questo insieme fanno parte integrante il Partito Democratico, i fascisti guidati da Giorgia Meloni, il mistero buffo Calenda-Renzi, i berlusconiani e qualche frattaglia centrista (Lupi, Bonino, Toti, ecc.); oltre naturalmente alla Lega, di cui viene tollerata o sollecitata qualche intemperanza per comporre un quadretto chiamato “pluralismo”.
Il loro faro è Mario Draghi, ossia il rappresentante nazionale della Troika (Unione Europea, Bce, Fondo monetario Internazionale), indispensabile per “autorevolezza interazionale” e contemporaneamente indispensabile per non far apparire una serie di scelte di governance come “piovute dall’alto” o da poteri sovranazionali, come in effetti sono quelle di bilancio, militari e diplomatiche derivanti dai trattati (sia europei sia con gli Stati Uniti).
Ai margini sono stati relegati i Cinque Stelle, logorati e poi ridotti a dimensioni non preoccupanti, destinati – negli auspici della congrega vista a Rimini – ad adeguarsi in stile Di Maio oppure sfarinarsi a velocità crescente dopo le elezioni.
Come si vede, fuori da questo cerchio magico non rimane molto. Anche perché quel poco che restava escluso – pensiamo a Verdi e Fratoianni, per esempio – è ampiamente rappresentato dal Pd, senza il quale sarebbe condannato a restar fuori dal Parlamento.
La novità vera è la forte investitura di Giorgia Meloni. Più lei che non la sua orda di ex mussoliniani nostalgici, sempre più spesso colti con le mani in pasta quando arrivano ad amministrare qualche ente locale.
È palese che l’articolata offensiva diplomatica condotta da oltre un anno per accreditarsi come “componente affidabile” del patto euro-atlantico, sostituendo in corsa buona parte della destra leghista, ha avuto successo.
Il suo cinguettare amichevolmente con Enrico Letta, entrambi con la mani a coprire il labiale, quasi a concordare i successivi scambi di battute destinate a diventare un titolo di giornale, sarebbe già da solo una “prova” convincente. Che in ogni caso rende i richiami del Pd ai “valori antifascisti” un autentico atto di delinquenza politica.
Dunque Giorgia Meloni ha ottenuto un posto al tavolo dell’establishment, anche se sarà complicato trovare nelle sue coorti qualche volto o qualche competenza spendibile per governare.
Porta in dote una consistente fetta di consenso politico, certo, ma la prova di governo – come accaduto per Cinque Stelle e Lega nella legislatura che va morendo – non potrà che ridimensionare il “pericolo”, favorendo nuove ascese e pretendenti.
In questa danza immobile si afferma con più prepotenza di prima la necessità di garantire la governance del Paese secondo i diktat della Ue (la “sorveglianza” non è ancora “rafforzata”, come quella che ha distrutto la Grecia, ma sicuramente molto “oculata”), in simbiosi con la Nato sullo scenario di guerra.
Una necessità che potrebbe “soffrire” una prossima maggioranza governativa ancora troppo esposta sul fronte del “populismo reazionario”, obbligandola a concedere almeno uno scampolo di realizzazione di qualche promessa elettorale (tipo “quota 100” al posto dell’”abolizione della Fornero”). Tanto più se si azzererà totalmente il già insufficiente “reddito di cittadinanza”.
Per questo appare indispensabile – agli occhi del potere vero – coprire in modo blindato la casella del Quirinale.
È pur vero che la rielezione di Mattarella è avvenuta senza prevedere limiti di durata del mandato, ma già solo i limiti di età consiglierebbero una sostituzione ben pilotata e per tempo.
Le standing ovation per Draghi a Rimini, in quest’ottica, sembrano qualcosa di più di un semplice apprezzamento per chi tanto ha già dato al partito degli affari...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/08/2022
19/12/2021
Draghi, missione compiuta
Entro Natale, Draghi porterà a termine le 51 riforme previste dal PNRR che consentiranno all’Italia di ricevere la seconda rata di 20 miliardi di euro.
L’atlantista ed europeista ha compiuto la missione.
A questo punto Draghi può anche ascendere al Colle, trionfando alla prima votazione. Ormai la politica economica e sociale italiana è incardinata su montanti prestabiliti, nessun governo può modificare la corsa delle ante, che sono spalancate per i capitali, è chiuse a chiave per la redistribuzione della ricchezza, l’unica prospettiva che avrebbe avuto la possibilità di modificare i livelli di disuguaglianza nazionali, tra i più alti in Europa.
Tanto più se a controllare che nessun governo forzi quella porta ci va proprio lui, cioè quello che l’ha disegnata, costruita, messa in opera.
Il disegno restauratore della borghesia italiana ha trovato nella pandemia una locomotiva che ha accelerato nei fatti il viaggio della controriforme costituzionali, cosicché non è più compito dello Stato “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” (Art.3).
Compito della Repubblica è diventato, invece, rimuovere gli ostacoli alla ripresa, cioè i diritti della moltitudine degli individui che devono accettare tutto pur di racimolare un reddito che consenta loro una sopravvivenza dignitosa.
Il nuovo Capo dello Stato sarà il presidente di una repubblica liberista, lo attendono nuovi e più entusiasmanti traguardi sulla via dell’accumulazione, della deregulation, della rottura del patto sociale che teneva in equilibrio i rapporti di forza tra capitale e lavoro.
La coalizione di governo che oggi ha fatto da figurazione speciale, potrà pure tentare di interpretare ruoli da protagonista, ma il copione è stato già scritto, il regista già stato scelto. Sarà tragedia o farsa?
Senza più freni inibitori, l’arroganza dei poteri, la rivincita su i più deboli, il bla bla bla demagogico, la criminalizzazione della protesta sociale potranno essere assunti a pieno titolo dal prossimo governo. All’Europa non importa del tasso di democrazia del nostro paese, interessa la solvibilità dei prestiti e la profittabilità degli investimenti a fondo perduto.
Su questo piano, Draghi è un CEO credibile, capace e affidabile. E farà quello che serve, “wherever it takes”.
Fonte
L’atlantista ed europeista ha compiuto la missione.
A questo punto Draghi può anche ascendere al Colle, trionfando alla prima votazione. Ormai la politica economica e sociale italiana è incardinata su montanti prestabiliti, nessun governo può modificare la corsa delle ante, che sono spalancate per i capitali, è chiuse a chiave per la redistribuzione della ricchezza, l’unica prospettiva che avrebbe avuto la possibilità di modificare i livelli di disuguaglianza nazionali, tra i più alti in Europa.
Tanto più se a controllare che nessun governo forzi quella porta ci va proprio lui, cioè quello che l’ha disegnata, costruita, messa in opera.
Il disegno restauratore della borghesia italiana ha trovato nella pandemia una locomotiva che ha accelerato nei fatti il viaggio della controriforme costituzionali, cosicché non è più compito dello Stato “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” (Art.3).
Compito della Repubblica è diventato, invece, rimuovere gli ostacoli alla ripresa, cioè i diritti della moltitudine degli individui che devono accettare tutto pur di racimolare un reddito che consenta loro una sopravvivenza dignitosa.
Il nuovo Capo dello Stato sarà il presidente di una repubblica liberista, lo attendono nuovi e più entusiasmanti traguardi sulla via dell’accumulazione, della deregulation, della rottura del patto sociale che teneva in equilibrio i rapporti di forza tra capitale e lavoro.
La coalizione di governo che oggi ha fatto da figurazione speciale, potrà pure tentare di interpretare ruoli da protagonista, ma il copione è stato già scritto, il regista già stato scelto. Sarà tragedia o farsa?
Senza più freni inibitori, l’arroganza dei poteri, la rivincita su i più deboli, il bla bla bla demagogico, la criminalizzazione della protesta sociale potranno essere assunti a pieno titolo dal prossimo governo. All’Europa non importa del tasso di democrazia del nostro paese, interessa la solvibilità dei prestiti e la profittabilità degli investimenti a fondo perduto.
Su questo piano, Draghi è un CEO credibile, capace e affidabile. E farà quello che serve, “wherever it takes”.
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13/12/2021
Giorgia Meloni, il “sovranismo” pronto a ogni compromesso
Tutta la classetta politica italiana ha definitivamente sdoganato gli eredi del Movimento Sociale e del fascismo italiano. Il “successo” di Giorgia Meloni è tutto qui: nel reciproco riconoscimento di internità allo stesso recinto del potere, con sfumature inessenziali che corrono però lungo la faglia di differenti settori sociali, rappresentati in modo sempre più chiaro da due “campi politici”: i “nazionalisti moderati” e gli “europeisti tutti d’un pezzo”.
La centralità dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica è motivata da uno scontro non strategico ma di una certa rilevanza, e misura la scomparsa del quadro costituzionale che era nato dalla Resistenza.
È un fatto, insomma, che la Costituzione materiale non corrisponda più, in assoluto, a quella formale scritta sulla Carta, a sua volta ampiamente emendata fino allo stravolgimento.
Non solo il “pareggio di bilancio” sancito nel “nuovo” articolo 81, ma anche la “riforma del Titolo V” che ha dato il via alla balcanizzazione regionalista del Paese e che l’”autonomia differenziata” vuole ora portare a termine, ripristinando la polverizzazione pre-unità d’Italia. Non più con il rischio di conflitti armati, ma sulla base di disuguaglianze abissali in materia di sanità, istruzione, welfare, trasporti, salari, diritti esigibili, livelli di benessere, ecc.
I settori di classe di cui Giorgia Meloni si fa interprete, contendendo l’egemonia a Matteo Salvini e la Lega, è come sempre la piccola e media borghesia. Quella “nazionalista” e sedicente “sovranista” perché di dimensioni patrimoniali tali da non poter ambire al livello superiore, quello della finanza e dell’impresa multinazionale.
Che al contrario è “europeista” perché il suo ambito di business si giova della struttura dei Trattati che costituiscono la base legale – la Costituzione reale – dell’Unione Europea.
Su questo punto, anche “a sinistra”, e persino in diversi ambiti di quella “radicale”, regna sovrana l’ideologia al posto della conoscenza, la discussione sull’interpretazione delle parole anziché l’analisi della realtà. Si parla di “borghesie nazionali” guardando al passaporto dei titolari di un’azienda, come se fossimo ancora ai tempi del “capitalismo familiare”, del “sciur padrun dali beli braghi bianchi”.
E non si sa come classificare la borghesia attuale, fatta – per esempio – da un titolare italiano che registra la sua impresa a Berlino, paga le tasse in Olanda, gestisce un paio di stabilimenti in Italia, dove si lavorano materie prime provenienti da Bulgaria o Romania, sfruttando le regole dei Trattati e le diverse legislazioni nazionali inventate – tutte – per “attirare capitali”.
La dimensione della piccola-media borghesia è insomma ancora esistente, non c’è dubbio, ma per l’appunto confinata all’ambito locale, con attività e prospettive che raramente vanno oltre l’ambito regionale. E questo, a suo tempo, sotto la pressione della Lega di Umberto Bossi, motivò il “federalismo” fatto poi proprio dal Pd o come si chiamava allora.
È questa la base sociale vera del “neofascismo ripulito” gestito ora furbescamente dalla Meloni e sempre meno rappresentato da Salvini (il tema dei migranti è meno centrale, adesso, viste le esigenze “imprenditoriali” di questo livello).
Ma non è questa la classe che può confrontarsi e contrastare davvero l’avanzare delle panzerdivisonen del capitalismo multinazionale (quello che arriva per “investire” se ci sono incentivi e defiscalizzazioni e “delocalizza” quando si esaurisce quel bonus).
Al massimo può contrattare spazi per sopravvivere, facendo leva sulla retorica della “patria” per cercare consensi anche in altri settori sociali, sicuramente più devastati dall’assalto del grande capitale (salari da fame, nessun diritto sul lavoro, ricatti, precarietà, ecc.).
Dato il nuovo quadro istituzionale europeo, veicolato dalla gestione continentale del Recovery Fund (tradotto localmente nel PNRR), e data per assodata l’irrilevanza futura del Parlamento (dunque anche di una classe politica old style), ecco che l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica diventa un momento costituente.
Questa funzione – solo “notarile” nello schema della repubblica parlamentare – è progressivamente diventata centrale. E nei prossimi anni dovrà garantire la “transizione” verso un presidenzialismo da “costituzionalizzare” anche sul piano formale. Tenendo in precarissimo equilibrio la centralità del grande capitale multinazionale (la “borghesia europea” propriamente detta) e gli interessi della piccola e media borghesia “nazionalista” per debolezza.
Se il primo ha la potenza del denaro (con portafogli gonfissimi, dopo 10 anni di quantitative easing), la seconda ha quella dei numeri e il ruolo di opinion maker di massa. Il negoziante o il professionista che spargono “senso comune”, traducendo i propri interessi in slogan, battute, modi di stare al mondo (non “pensiero”, ma un suo surrogato).
Quando Giorgia Meloni urla di voler “uscire dal pantano della Repubblica parlamentare ed entrare nella Repubblica presidenziale” mette in chiaro quel che l’establishment ha deciso da tempo: una drastica riduzione della dialettica politica, ossia una violenta eliminazione degli interessi sociali non rappresentati e che non dovranno più essere rappresentati. Quelli di lavoratori, studenti, pensionati, donne, precari, poveri in genere, ecc.
E quando rivendica che “il centrodestra ha i numeri per essere determinante per l’elezione del Capo dello Stato. Vogliamo un patriota e non accetteremo compromessi” sta dicendo che la piccola e media borghesia stracciona pretendono una “garanzia di equilibrio” tra i propri interessi e i grandi piani di ristrutturazione del Paese imposti a livello continentale.
Sa di non potersi opporre in alcun modo a questo “ridisegno reazionario”. Non ha dietro né idee, né interessi sociali, né progetti alternativi. Il suo ruolo – quello delle figure sociali che in lei si specchiano – è come sempre subordinato ma pretenzioso: “non potete farci fuori, vi serviamo; ma dovete garantirci uno spazio e un ruolo, senza di noi non potete governare”.
Nessuna opposizione, solo una contrattazione.
Lo si capisce quando deve pronunciarsi sui nomi. “Berlusconi è stato mandato a casa dalle consorterie europee perché non firmava trattati poi firmati da Mario Monti, quindi ha difeso l’interesse nazionale assolutamente“. Non che sia un candidato vero (la sua credibilità internazionale è sotto zero, dunque non può garantire nulla), ma basta per far capire di che si sta parlando.
E poi: “Non ho gli elementi per dire se Draghi è un patriota“. Affermazione quanto meno reticente, in senso processuale, perché l’”uomo del Britannia”, l’ex vicepresidente di Goldman Sachs, poi governatore della Banca d’Italia, quindi della Banca centrale europea, è certamente una figura di punta di quella Troika che ha sgovernato l’Europa negli ultimi venti anni (e distrutto la Grecia nello scorso decennio).
Meloni si tiene insomma una porta aperta per accettare anche questo, in cambio di adeguate “garanzie” per una classe miserabile come quella che rappresenta.
Fonte
La centralità dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica è motivata da uno scontro non strategico ma di una certa rilevanza, e misura la scomparsa del quadro costituzionale che era nato dalla Resistenza.
È un fatto, insomma, che la Costituzione materiale non corrisponda più, in assoluto, a quella formale scritta sulla Carta, a sua volta ampiamente emendata fino allo stravolgimento.
Non solo il “pareggio di bilancio” sancito nel “nuovo” articolo 81, ma anche la “riforma del Titolo V” che ha dato il via alla balcanizzazione regionalista del Paese e che l’”autonomia differenziata” vuole ora portare a termine, ripristinando la polverizzazione pre-unità d’Italia. Non più con il rischio di conflitti armati, ma sulla base di disuguaglianze abissali in materia di sanità, istruzione, welfare, trasporti, salari, diritti esigibili, livelli di benessere, ecc.
I settori di classe di cui Giorgia Meloni si fa interprete, contendendo l’egemonia a Matteo Salvini e la Lega, è come sempre la piccola e media borghesia. Quella “nazionalista” e sedicente “sovranista” perché di dimensioni patrimoniali tali da non poter ambire al livello superiore, quello della finanza e dell’impresa multinazionale.
Che al contrario è “europeista” perché il suo ambito di business si giova della struttura dei Trattati che costituiscono la base legale – la Costituzione reale – dell’Unione Europea.
Su questo punto, anche “a sinistra”, e persino in diversi ambiti di quella “radicale”, regna sovrana l’ideologia al posto della conoscenza, la discussione sull’interpretazione delle parole anziché l’analisi della realtà. Si parla di “borghesie nazionali” guardando al passaporto dei titolari di un’azienda, come se fossimo ancora ai tempi del “capitalismo familiare”, del “sciur padrun dali beli braghi bianchi”.
E non si sa come classificare la borghesia attuale, fatta – per esempio – da un titolare italiano che registra la sua impresa a Berlino, paga le tasse in Olanda, gestisce un paio di stabilimenti in Italia, dove si lavorano materie prime provenienti da Bulgaria o Romania, sfruttando le regole dei Trattati e le diverse legislazioni nazionali inventate – tutte – per “attirare capitali”.
La dimensione della piccola-media borghesia è insomma ancora esistente, non c’è dubbio, ma per l’appunto confinata all’ambito locale, con attività e prospettive che raramente vanno oltre l’ambito regionale. E questo, a suo tempo, sotto la pressione della Lega di Umberto Bossi, motivò il “federalismo” fatto poi proprio dal Pd o come si chiamava allora.
È questa la base sociale vera del “neofascismo ripulito” gestito ora furbescamente dalla Meloni e sempre meno rappresentato da Salvini (il tema dei migranti è meno centrale, adesso, viste le esigenze “imprenditoriali” di questo livello).
Ma non è questa la classe che può confrontarsi e contrastare davvero l’avanzare delle panzerdivisonen del capitalismo multinazionale (quello che arriva per “investire” se ci sono incentivi e defiscalizzazioni e “delocalizza” quando si esaurisce quel bonus).
Al massimo può contrattare spazi per sopravvivere, facendo leva sulla retorica della “patria” per cercare consensi anche in altri settori sociali, sicuramente più devastati dall’assalto del grande capitale (salari da fame, nessun diritto sul lavoro, ricatti, precarietà, ecc.).
Dato il nuovo quadro istituzionale europeo, veicolato dalla gestione continentale del Recovery Fund (tradotto localmente nel PNRR), e data per assodata l’irrilevanza futura del Parlamento (dunque anche di una classe politica old style), ecco che l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica diventa un momento costituente.
Questa funzione – solo “notarile” nello schema della repubblica parlamentare – è progressivamente diventata centrale. E nei prossimi anni dovrà garantire la “transizione” verso un presidenzialismo da “costituzionalizzare” anche sul piano formale. Tenendo in precarissimo equilibrio la centralità del grande capitale multinazionale (la “borghesia europea” propriamente detta) e gli interessi della piccola e media borghesia “nazionalista” per debolezza.
Se il primo ha la potenza del denaro (con portafogli gonfissimi, dopo 10 anni di quantitative easing), la seconda ha quella dei numeri e il ruolo di opinion maker di massa. Il negoziante o il professionista che spargono “senso comune”, traducendo i propri interessi in slogan, battute, modi di stare al mondo (non “pensiero”, ma un suo surrogato).
Quando Giorgia Meloni urla di voler “uscire dal pantano della Repubblica parlamentare ed entrare nella Repubblica presidenziale” mette in chiaro quel che l’establishment ha deciso da tempo: una drastica riduzione della dialettica politica, ossia una violenta eliminazione degli interessi sociali non rappresentati e che non dovranno più essere rappresentati. Quelli di lavoratori, studenti, pensionati, donne, precari, poveri in genere, ecc.
E quando rivendica che “il centrodestra ha i numeri per essere determinante per l’elezione del Capo dello Stato. Vogliamo un patriota e non accetteremo compromessi” sta dicendo che la piccola e media borghesia stracciona pretendono una “garanzia di equilibrio” tra i propri interessi e i grandi piani di ristrutturazione del Paese imposti a livello continentale.
Sa di non potersi opporre in alcun modo a questo “ridisegno reazionario”. Non ha dietro né idee, né interessi sociali, né progetti alternativi. Il suo ruolo – quello delle figure sociali che in lei si specchiano – è come sempre subordinato ma pretenzioso: “non potete farci fuori, vi serviamo; ma dovete garantirci uno spazio e un ruolo, senza di noi non potete governare”.
Nessuna opposizione, solo una contrattazione.
Lo si capisce quando deve pronunciarsi sui nomi. “Berlusconi è stato mandato a casa dalle consorterie europee perché non firmava trattati poi firmati da Mario Monti, quindi ha difeso l’interesse nazionale assolutamente“. Non che sia un candidato vero (la sua credibilità internazionale è sotto zero, dunque non può garantire nulla), ma basta per far capire di che si sta parlando.
E poi: “Non ho gli elementi per dire se Draghi è un patriota“. Affermazione quanto meno reticente, in senso processuale, perché l’”uomo del Britannia”, l’ex vicepresidente di Goldman Sachs, poi governatore della Banca d’Italia, quindi della Banca centrale europea, è certamente una figura di punta di quella Troika che ha sgovernato l’Europa negli ultimi venti anni (e distrutto la Grecia nello scorso decennio).
Meloni si tiene insomma una porta aperta per accettare anche questo, in cambio di adeguate “garanzie” per una classe miserabile come quella che rappresenta.
Fonte
28/05/2018
Mattarella, articoli della Costituzione e bufale mediatiche
Sul web, in queste ore, è tutto un discettare sulla costituzionalità del comportamento di Mattarella. Cerchiamo di chiarire almeno parzialmente la questione. Gli articoli coinvolti sono l’articolo 92 e l’articolo 47.
L’articolo 47 recita così “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”.
Possiamo dire che Mattarella a questo proposito abbia tutelato il risparmio? No, perché per farlo in questa forma Mattarella dovrebbe avere capacità previsionali che non ha e non può avere. Inoltre, se volesse garantire il risparmio da tutti i possibili rischi, la controfirma ministeriale a tutte le finanziarie sarebbe stato un processo oltre modo lungo e difficile, ma così non è stato. Perciò possiamo inferire che l’intenzione del Presidente della Repubblica, in questo senso, non sia del tutto trasparente.
L’articolo 92 recita così: “Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri”.
Che senso hanno in questo contesto i termini “nomina” e “proposta”? Costantino Mortati, in quanto relatore all’epoca diceva: “il Capo dello Stato deve valutare quella che è la situazione politica in relazione alle elezioni e deve designare per la composizione del Governo la persona che si suppone più adatta ad esprimere questo indirizzo o gli indirizzi dominanti nei gruppi espressi dalle elezioni popolari”. E aggiunge: “Richiama, quindi, l’attenzione dei colleghi sull’opportunità di pronunciarsi in merito alla posizione giuridica del Primo Ministro: se, cioè, questa debba essere diversa da quella dei Ministri che verrebbero nominati in un secondo momento e su proposta, appunto, del Primo Ministro. A questo proposito fa presente che, sia negli articoli che ha proposto personalmente, sia in quelli del Comitato, la nomina del Primo Ministro ha un carattere pregiudiziale rispetto a quella dei Ministri, che dovrebbero, quindi, godere della fiducia tanto del Presidente della Repubblica che del Primo Ministro. Si concede, cioè, a quest’ultimo una maggiore discrezionalità nella scelta degli uomini che debbono consentirgli di realizzare un determinato indirizzo politico, appunto in quanto lo si considera responsabile della politica generale del Governo”.
Non a caso Einaudi considera la nomina del Presidente del Consiglio da parte del Presidente un procedimento elastico e non rigido e cioè tale da favorire l’approvazione da parte del Parlamento.
Infatti egli dice “La scelta da parte del Capo dello Stato di una determinata persona ha luogo dopo consultazioni ed accordi tra personalità e gruppi politici, e il designato, prima di accettare, si assicura la collaborazione di un certo numero di membri del Parlamento, i quali alla loro volta hanno un certo seguito in seno alle Camere. In tal modo è prevedibile che la persona designata avrà un voto favorevole dal Parlamento”.
Il limite all’arbitrio del Presidente della Repubblica viene esplicitato anche da Tosato che afferma “la nomina del Primo Ministro deve essere preceduta da quelle consultazioni che sono ritenute necessarie affinché la scelta fatta dal Capo dello Stato soddisfi le esigenze della maggioranza parlamentare. Del resto, ritiene che quest’obbligo del Capo dello Stato sia costituzionalmente garantito dalla norma, già approvata, che dichiara il Presidente della Repubblica responsabile qualora, nell’esercizio delle sue funzioni (cioè anche nel caso che proceda alla nomina di un Governo non assolutamente a base parlamentare), violi la Costituzione”.
Ancora Mortati asserisce nei lavori della Costituente: “È ormai universalmente accettato il sistema di procedere in primo luogo alla designazione del Presidente del Consiglio dei Ministri, lasciando a questi di condurre le trattative per la scelta dei Ministri, ed è assurdo pensare che il Presidente della Repubblica possa presumere di scegliere egli stesso i Ministri” ed Einaudi aggiunge precisando il senso del termine “proposta” che: “Con l’espressione: «I Ministri sono nominati e revocati dal Presidente della Repubblica su proposta del Primo Ministro», si afferma appunto questo concetto, che è necessario per l’unità del Gabinetto ed implica che i Ministri non possono essere proposti – se non indirettamente – dai partiti al Primo Ministro; ma questi li sceglierà da sé tra i rappresentanti dei partiti politici che gli possano assicurare una maggioranza”.
Discutendo una proposta di emendamento Tosato diceva: “Altra conseguenza dell’accoglimento di questa formula sarebbe la seguente: il ritorno a posizioni antiche, superate, caratteristiche dei primi ordinamenti costituzionali, quando tutti i Ministri erano nella stessa posizione di fronte al Capo dello Stato, e il Capo dello Stato nominava indistintamente, uno per uno, i singoli Ministri, ponendoli tutti, però, sullo stesso piano. Donde, in definitiva, un aumento del potere del Capo dello Stato, al quale è riservato lo stesso potere di scelta sia per quanto riguarda il Primo Ministro, sia per quanto riguarda tutti gli altri Ministri. Io credo che queste semplici considerazioni siano sufficienti a far comprendere la inammissibilità di questo emendamento”.
Ruini diceva poi “In caso di crisi il Capo dello Stato, dopo aver incaricato un uomo politico di formare il nuovo Gabinetto, lo nomina, ove egli riesca, Presidente del Consiglio con un decreto distinto; poi, su proposta del Presidente stesso, nomina i Ministri che comporranno, sotto la presidenza del già nominato Presidente, il Consiglio dei Ministri. Sono due atti distinti di nomina; e che siano distinti è perfettamente logico e costituzionalmente corretto”.
Dunque gli eventuali veti, come sinora si è verificato, non devono riguardare le idee o i programmi che si possono mettere in relazione al candidato ministro quanto piuttosto il suo profilo etico personale in relazione al dicastero considerato e tutto questo in vista della possibile approvazione del nascente governo in Parlamento. Questa possibilità di valutazione era concessa dal fatto che era possibile la formazione di un governo di coalizione che non rispecchiasse sic et simpliciter i programmi dei partiti isolatamente considerati e ci sarebbe stato bisogno di un bilanciamento finalizzato però esclusivamente all’approvazione del Parlamento. La riserva del Presidente della Repubblica deve cioè concretizzare il timore che il governo nascente non abbia l’approvazione delle Camere.
Sulla Stampa di ieri c’è poi il riferimento ad un articolo 65 sulla funzioni e le prerogative attribuibili al Presidente della Repubblica (tra le quali ci sarebbe l’assicurare il rispetto dei trattati internazionali) che però sulla Costituzione in vigore non è dato di vedere, né negli articoli che effettivamente riguardano il Presidente della Repubblica c’è questa specifica funzione (una bufala?).
Alla luce di queste considerazioni, quella di Mattarella è stata effettivamente una forzatura che non rispetta lo spirito della Costituzione repubblicana.
Fonte
L’articolo 47 recita così “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”.
Possiamo dire che Mattarella a questo proposito abbia tutelato il risparmio? No, perché per farlo in questa forma Mattarella dovrebbe avere capacità previsionali che non ha e non può avere. Inoltre, se volesse garantire il risparmio da tutti i possibili rischi, la controfirma ministeriale a tutte le finanziarie sarebbe stato un processo oltre modo lungo e difficile, ma così non è stato. Perciò possiamo inferire che l’intenzione del Presidente della Repubblica, in questo senso, non sia del tutto trasparente.
L’articolo 92 recita così: “Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri”.
Che senso hanno in questo contesto i termini “nomina” e “proposta”? Costantino Mortati, in quanto relatore all’epoca diceva: “il Capo dello Stato deve valutare quella che è la situazione politica in relazione alle elezioni e deve designare per la composizione del Governo la persona che si suppone più adatta ad esprimere questo indirizzo o gli indirizzi dominanti nei gruppi espressi dalle elezioni popolari”. E aggiunge: “Richiama, quindi, l’attenzione dei colleghi sull’opportunità di pronunciarsi in merito alla posizione giuridica del Primo Ministro: se, cioè, questa debba essere diversa da quella dei Ministri che verrebbero nominati in un secondo momento e su proposta, appunto, del Primo Ministro. A questo proposito fa presente che, sia negli articoli che ha proposto personalmente, sia in quelli del Comitato, la nomina del Primo Ministro ha un carattere pregiudiziale rispetto a quella dei Ministri, che dovrebbero, quindi, godere della fiducia tanto del Presidente della Repubblica che del Primo Ministro. Si concede, cioè, a quest’ultimo una maggiore discrezionalità nella scelta degli uomini che debbono consentirgli di realizzare un determinato indirizzo politico, appunto in quanto lo si considera responsabile della politica generale del Governo”.
Non a caso Einaudi considera la nomina del Presidente del Consiglio da parte del Presidente un procedimento elastico e non rigido e cioè tale da favorire l’approvazione da parte del Parlamento.
Infatti egli dice “La scelta da parte del Capo dello Stato di una determinata persona ha luogo dopo consultazioni ed accordi tra personalità e gruppi politici, e il designato, prima di accettare, si assicura la collaborazione di un certo numero di membri del Parlamento, i quali alla loro volta hanno un certo seguito in seno alle Camere. In tal modo è prevedibile che la persona designata avrà un voto favorevole dal Parlamento”.
Il limite all’arbitrio del Presidente della Repubblica viene esplicitato anche da Tosato che afferma “la nomina del Primo Ministro deve essere preceduta da quelle consultazioni che sono ritenute necessarie affinché la scelta fatta dal Capo dello Stato soddisfi le esigenze della maggioranza parlamentare. Del resto, ritiene che quest’obbligo del Capo dello Stato sia costituzionalmente garantito dalla norma, già approvata, che dichiara il Presidente della Repubblica responsabile qualora, nell’esercizio delle sue funzioni (cioè anche nel caso che proceda alla nomina di un Governo non assolutamente a base parlamentare), violi la Costituzione”.
Ancora Mortati asserisce nei lavori della Costituente: “È ormai universalmente accettato il sistema di procedere in primo luogo alla designazione del Presidente del Consiglio dei Ministri, lasciando a questi di condurre le trattative per la scelta dei Ministri, ed è assurdo pensare che il Presidente della Repubblica possa presumere di scegliere egli stesso i Ministri” ed Einaudi aggiunge precisando il senso del termine “proposta” che: “Con l’espressione: «I Ministri sono nominati e revocati dal Presidente della Repubblica su proposta del Primo Ministro», si afferma appunto questo concetto, che è necessario per l’unità del Gabinetto ed implica che i Ministri non possono essere proposti – se non indirettamente – dai partiti al Primo Ministro; ma questi li sceglierà da sé tra i rappresentanti dei partiti politici che gli possano assicurare una maggioranza”.
Discutendo una proposta di emendamento Tosato diceva: “Altra conseguenza dell’accoglimento di questa formula sarebbe la seguente: il ritorno a posizioni antiche, superate, caratteristiche dei primi ordinamenti costituzionali, quando tutti i Ministri erano nella stessa posizione di fronte al Capo dello Stato, e il Capo dello Stato nominava indistintamente, uno per uno, i singoli Ministri, ponendoli tutti, però, sullo stesso piano. Donde, in definitiva, un aumento del potere del Capo dello Stato, al quale è riservato lo stesso potere di scelta sia per quanto riguarda il Primo Ministro, sia per quanto riguarda tutti gli altri Ministri. Io credo che queste semplici considerazioni siano sufficienti a far comprendere la inammissibilità di questo emendamento”.
Ruini diceva poi “In caso di crisi il Capo dello Stato, dopo aver incaricato un uomo politico di formare il nuovo Gabinetto, lo nomina, ove egli riesca, Presidente del Consiglio con un decreto distinto; poi, su proposta del Presidente stesso, nomina i Ministri che comporranno, sotto la presidenza del già nominato Presidente, il Consiglio dei Ministri. Sono due atti distinti di nomina; e che siano distinti è perfettamente logico e costituzionalmente corretto”.
Dunque gli eventuali veti, come sinora si è verificato, non devono riguardare le idee o i programmi che si possono mettere in relazione al candidato ministro quanto piuttosto il suo profilo etico personale in relazione al dicastero considerato e tutto questo in vista della possibile approvazione del nascente governo in Parlamento. Questa possibilità di valutazione era concessa dal fatto che era possibile la formazione di un governo di coalizione che non rispecchiasse sic et simpliciter i programmi dei partiti isolatamente considerati e ci sarebbe stato bisogno di un bilanciamento finalizzato però esclusivamente all’approvazione del Parlamento. La riserva del Presidente della Repubblica deve cioè concretizzare il timore che il governo nascente non abbia l’approvazione delle Camere.
Sulla Stampa di ieri c’è poi il riferimento ad un articolo 65 sulla funzioni e le prerogative attribuibili al Presidente della Repubblica (tra le quali ci sarebbe l’assicurare il rispetto dei trattati internazionali) che però sulla Costituzione in vigore non è dato di vedere, né negli articoli che effettivamente riguardano il Presidente della Repubblica c’è questa specifica funzione (una bufala?).
Alla luce di queste considerazioni, quella di Mattarella è stata effettivamente una forzatura che non rispetta lo spirito della Costituzione repubblicana.
Fonte
07/08/2016
Ancora sulla elezione del Presidente della Repubblica
In teoria, il prossimo Presidente dovrebbe essere eletto nel 2022, allo scadere del mandato di Mattarella (a meno che egli non si dimetta prima, magari perché il referendum inaugura un nuovo sistema costituzionale e lui ritenga opportuno mettere a disposizione il suo mandato), troppo tempo per poter fare qualsiasi previsione, perché:
a. non sappiamo con quale legge elettorale voteremo (di mezzo c’è il giudizio della Corte Costituzionale e le pressioni per cambiare un sistema elettorale che è in odore di far vincere i 5 stelle);
b. non sappiamo, ovviamente, come andranno le prossime elezioni politiche, chi vincerà e come si articoleranno le opposizioni grandi e piccole;
c. non sappiamo neppure come andranno le elezioni ragionali ed amministrative e, di conseguenza, come saranno distribuiti i senatori;
d. non sappiamo quanti saranno i senatori a vita, ancora in vita, e se ne saranno nominati di nuovi;
e. non sappiamo quale sarà la legge elettorale per il Senato;
f. non sappiamo se cambierà anche la legge elettorale di regioni e comuni.
Troppe variabili per azzardare la più vaga previsione, però possiamo fare un ragionamento seguendo la logica del sistema tratteggiato.
Partiamo da un dato: il sistema Costituzionale tratteggiato dalla riforma (e con esso la legge elettorale) è essenzialmente esecutivo-centrico e, più particolarmente, Premier-centrico, giustificata dalla necessità di decisioni veloci e coerenti con un’unica impostazione politica e non frutto di mediazioni. Pertanto, il rischio di un Presidente ostile o, comunque, non in sintonia con il governo è una eventualità non funzionale alla logica del sistema.
L’occupazione della casella del Quirinale dunque, ha un valore strategico ancora maggiore del passato, quindi vediamo quali possano essere le carte in mano alla maggioranza.
Facciamo una ipotesi base molto facile: 630 deputati e 100 senatori (non teniamo conto di eventuali senatori a vita in più), totale 730, quorum dalla quarta votazione in poi e non prendiamo in considerazione la lieve diminuzione dal settimo scrutinio in poi che può, al massimo far scendere di 2-3 voti il quorum. Dunque quorum a 438, La maggioranza ha 340 voti alla Camera che, però può aumentare con una parte dei 12 eletti nelle circoscrizioni estere e con i 9 rappresentanti delle minoranze nazionali che non si computano ai fini del premio di maggioranza (proprio perché, non essendoci più le coalizioni, presentandosi con simboli propri e godendo della esenzione dalla clausola di sbarramento). Dunque, un totale di 21 seggi che attribuiamo convenzionalmente per metà alla maggioranza (10-11). Ugualmente dividiamo a metà i seggi al Senato, abbiamo una sommatoria di (340 + 10-11 + %0) fa un totale di 400-401 seggi. Pertanto, mancherebbero 37-8 voti che la maggioranza potrebbe reperire comodamente con l’accordo con una delle minoranze maggiori pagando il prezzo di un candidato di compromesso, ma non è la soluzione più probabile proprio per le considerazioni precedenti. La via più semplice potrebbe essere quella dell’accordo con qualche opposizione minore o più d’una, magari offrendo in cambio qualche altra compensazione (un vice Presidente di Assemblea, qualche Presidente di Commissione, magari per la vigilanza Rai o il Copasir, al limite consociando il partito al Governo ecc). Prima ancora di questa ipotesi, però, valutiamo altre possibilità, partendo da una constatazione: non è possibile eleggere alcun Presidente senza i voti del partito di maggioranza, salvo che non si registri una tripla condizione: un accordo generale di tutte, ma proprio tutte, le opposizioni, la confluenza di almeno 89 franchi tiratori della maggioranza e nessun franco tiratore nelle fila dell’opposizione. Possibile ma improbabilissimo, soprattutto non sembra facile un accordo fra le due opposizioni maggiori. Dunque, la maggioranza gode di un potere di interdizione che gli garantisce un rapporto di forza molto favorevole, incoraggiando i gruppi minori a cercare un accordo con essa.
Peraltro, così come esiste la possibilità di franchi tiratori esiste, ed è più probabile, quella di franchi tiratori della minoranza. Basti considerare quanti parlamentari sono passati al Pd da Scelta Civica, dal M5s, da Sel. Dunque la prima mossa prevedibile è la ricerca di franchi tiratori nelle fila altrui. Però è difficile che si riesca a raggranellarne una quarantina anche perché è fisiologica la comparsa di franchi tiratori propri. Poi, la presenza più o meno abbondante di franchi tiratori dipende anche da come verranno fatte le liste dai vari partiti. L’operazione potrebbe avere senso se, più che la ricerca di franchi tiratori, si preparasse (si immagina da qualche tempo) una consistente scissione in una delle due opposizioni o magari in entrambe, con l’offerta di altri vantaggi.
Più produttiva potrebbe essere la strada delle “liste civetta”. Mi spiego meglio: non si tratta di “inventare di sala pianta un partito” ma di passare un pacchetto di voti che aiuti un partito circonvicino a superare l’asticella del 3%, ovviamente questo potrebbe essere fatto da un partito che abbia la certezza di arrivare al ballottaggio, non importa se da primo o da secondo, perché al secondo turno, i voti dell’alleato esterno tornerebbero “alla base”. Ad esempio, un centro destra in piena ripresa, pur senza l’accordo con la Lega, potrebbe fare questo gioco con la Lega o magari far nascere una lista moderata di centro con il compito di sottrarre voti al Pd. Ovviamente i voti di quel gruppo, al ballottaggio si riverserebbero sul candidato di centro destra.
Più realisticamente, questa operazione potrebbe esser tentata dal Pd con una lista sulla sua destra (magari Ala o altri gruppi simili non confluiti nel centro destra) e sulla sua sinistra (con una lista mista di qualche ex Sel e qualche ex M5s ecc.) con il compito di contenere il M5s.
Per quanto riguarda il M5s non riesco ad immaginare quale operazione possano fare e non mi sembra una cosa nell’ordine del loro modo di pensare, ma non si sa mai.
Il vantaggio di questa operazione è doppio: in primo luogo si aggiungono seggi che vanno oltre i 340, in secondo luogo, la lista che superi il 3% parteciperebbe anche alla spartizione dei seggi resi disponibili dalla dispersione delle liste sotto quoziente. Facilmente un 3,5% potrebbe ottenere 24-26 seggi che risolverebbero già in gran parte il problema dei 38 seggi mancanti e se l’operazione fosse ripetuta con due liste il problema sarebbe risolto.
Ovviamente se tutte queste manovre (caccia ai franchi tiratori altrui, scissioni degli avversari, ricerca di gruppi di opposizione minori, liste civetta ecc.) non avessero successo non resterebbe che cercare l’alleanza di uno dei gruppi maggiori, magari giocando a metterli in concorrenza fra loro per aumentare il proprio potere contrattuale. Ma è ragionevole supporre che, prima di rassegnarsi a questa eventualità, la maggioranza tenterebbe tutte le altre strade.
Di fatto, la possibilità di conquistare la strategica casella del Quirinale imponendo un uomo di partito non è facilissima, ma sicuramente possibile ed implica molti altri sviluppi.
Peraltro il Presidente resta poi condizionabile con la minaccia di un possibile deferimento all’Alta Corte che lo obbligherebbe alle dimissioni. Vero è che da un punto di vista giuridico non sarebbe tenuto a farlo, ma l’ipotesi di un Presidente sotto accusa che resti al suo posto non si è vista neppure in America Latina (e il caso Roussef dovrebbe dire qualcosa). Per cui...
Fonte
a. non sappiamo con quale legge elettorale voteremo (di mezzo c’è il giudizio della Corte Costituzionale e le pressioni per cambiare un sistema elettorale che è in odore di far vincere i 5 stelle);
b. non sappiamo, ovviamente, come andranno le prossime elezioni politiche, chi vincerà e come si articoleranno le opposizioni grandi e piccole;
c. non sappiamo neppure come andranno le elezioni ragionali ed amministrative e, di conseguenza, come saranno distribuiti i senatori;
d. non sappiamo quanti saranno i senatori a vita, ancora in vita, e se ne saranno nominati di nuovi;
e. non sappiamo quale sarà la legge elettorale per il Senato;
f. non sappiamo se cambierà anche la legge elettorale di regioni e comuni.
Troppe variabili per azzardare la più vaga previsione, però possiamo fare un ragionamento seguendo la logica del sistema tratteggiato.
Partiamo da un dato: il sistema Costituzionale tratteggiato dalla riforma (e con esso la legge elettorale) è essenzialmente esecutivo-centrico e, più particolarmente, Premier-centrico, giustificata dalla necessità di decisioni veloci e coerenti con un’unica impostazione politica e non frutto di mediazioni. Pertanto, il rischio di un Presidente ostile o, comunque, non in sintonia con il governo è una eventualità non funzionale alla logica del sistema.
L’occupazione della casella del Quirinale dunque, ha un valore strategico ancora maggiore del passato, quindi vediamo quali possano essere le carte in mano alla maggioranza.
Facciamo una ipotesi base molto facile: 630 deputati e 100 senatori (non teniamo conto di eventuali senatori a vita in più), totale 730, quorum dalla quarta votazione in poi e non prendiamo in considerazione la lieve diminuzione dal settimo scrutinio in poi che può, al massimo far scendere di 2-3 voti il quorum. Dunque quorum a 438, La maggioranza ha 340 voti alla Camera che, però può aumentare con una parte dei 12 eletti nelle circoscrizioni estere e con i 9 rappresentanti delle minoranze nazionali che non si computano ai fini del premio di maggioranza (proprio perché, non essendoci più le coalizioni, presentandosi con simboli propri e godendo della esenzione dalla clausola di sbarramento). Dunque, un totale di 21 seggi che attribuiamo convenzionalmente per metà alla maggioranza (10-11). Ugualmente dividiamo a metà i seggi al Senato, abbiamo una sommatoria di (340 + 10-11 + %0) fa un totale di 400-401 seggi. Pertanto, mancherebbero 37-8 voti che la maggioranza potrebbe reperire comodamente con l’accordo con una delle minoranze maggiori pagando il prezzo di un candidato di compromesso, ma non è la soluzione più probabile proprio per le considerazioni precedenti. La via più semplice potrebbe essere quella dell’accordo con qualche opposizione minore o più d’una, magari offrendo in cambio qualche altra compensazione (un vice Presidente di Assemblea, qualche Presidente di Commissione, magari per la vigilanza Rai o il Copasir, al limite consociando il partito al Governo ecc). Prima ancora di questa ipotesi, però, valutiamo altre possibilità, partendo da una constatazione: non è possibile eleggere alcun Presidente senza i voti del partito di maggioranza, salvo che non si registri una tripla condizione: un accordo generale di tutte, ma proprio tutte, le opposizioni, la confluenza di almeno 89 franchi tiratori della maggioranza e nessun franco tiratore nelle fila dell’opposizione. Possibile ma improbabilissimo, soprattutto non sembra facile un accordo fra le due opposizioni maggiori. Dunque, la maggioranza gode di un potere di interdizione che gli garantisce un rapporto di forza molto favorevole, incoraggiando i gruppi minori a cercare un accordo con essa.
Peraltro, così come esiste la possibilità di franchi tiratori esiste, ed è più probabile, quella di franchi tiratori della minoranza. Basti considerare quanti parlamentari sono passati al Pd da Scelta Civica, dal M5s, da Sel. Dunque la prima mossa prevedibile è la ricerca di franchi tiratori nelle fila altrui. Però è difficile che si riesca a raggranellarne una quarantina anche perché è fisiologica la comparsa di franchi tiratori propri. Poi, la presenza più o meno abbondante di franchi tiratori dipende anche da come verranno fatte le liste dai vari partiti. L’operazione potrebbe avere senso se, più che la ricerca di franchi tiratori, si preparasse (si immagina da qualche tempo) una consistente scissione in una delle due opposizioni o magari in entrambe, con l’offerta di altri vantaggi.
Più produttiva potrebbe essere la strada delle “liste civetta”. Mi spiego meglio: non si tratta di “inventare di sala pianta un partito” ma di passare un pacchetto di voti che aiuti un partito circonvicino a superare l’asticella del 3%, ovviamente questo potrebbe essere fatto da un partito che abbia la certezza di arrivare al ballottaggio, non importa se da primo o da secondo, perché al secondo turno, i voti dell’alleato esterno tornerebbero “alla base”. Ad esempio, un centro destra in piena ripresa, pur senza l’accordo con la Lega, potrebbe fare questo gioco con la Lega o magari far nascere una lista moderata di centro con il compito di sottrarre voti al Pd. Ovviamente i voti di quel gruppo, al ballottaggio si riverserebbero sul candidato di centro destra.
Più realisticamente, questa operazione potrebbe esser tentata dal Pd con una lista sulla sua destra (magari Ala o altri gruppi simili non confluiti nel centro destra) e sulla sua sinistra (con una lista mista di qualche ex Sel e qualche ex M5s ecc.) con il compito di contenere il M5s.
Per quanto riguarda il M5s non riesco ad immaginare quale operazione possano fare e non mi sembra una cosa nell’ordine del loro modo di pensare, ma non si sa mai.
Il vantaggio di questa operazione è doppio: in primo luogo si aggiungono seggi che vanno oltre i 340, in secondo luogo, la lista che superi il 3% parteciperebbe anche alla spartizione dei seggi resi disponibili dalla dispersione delle liste sotto quoziente. Facilmente un 3,5% potrebbe ottenere 24-26 seggi che risolverebbero già in gran parte il problema dei 38 seggi mancanti e se l’operazione fosse ripetuta con due liste il problema sarebbe risolto.
Ovviamente se tutte queste manovre (caccia ai franchi tiratori altrui, scissioni degli avversari, ricerca di gruppi di opposizione minori, liste civetta ecc.) non avessero successo non resterebbe che cercare l’alleanza di uno dei gruppi maggiori, magari giocando a metterli in concorrenza fra loro per aumentare il proprio potere contrattuale. Ma è ragionevole supporre che, prima di rassegnarsi a questa eventualità, la maggioranza tenterebbe tutte le altre strade.
Di fatto, la possibilità di conquistare la strategica casella del Quirinale imponendo un uomo di partito non è facilissima, ma sicuramente possibile ed implica molti altri sviluppi.
Peraltro il Presidente resta poi condizionabile con la minaccia di un possibile deferimento all’Alta Corte che lo obbligherebbe alle dimissioni. Vero è che da un punto di vista giuridico non sarebbe tenuto a farlo, ma l’ipotesi di un Presidente sotto accusa che resti al suo posto non si è vista neppure in America Latina (e il caso Roussef dovrebbe dire qualcosa). Per cui...
Fonte
04/08/2016
Riforma Renzi: un Capo di Stato ostaggio della maggioranza?
Devo chiedere scusa per due errori in cui sono incorso ieri,
scrivendo che il partito di maggioranza riceve un premio, alla Camera,
tale da raggiungere i 354 seggi. Inconsciamente ho confuso la
percentuale del premio (appunto il 54% dei seggi) con la cifra assoluta
che è di 340 seggi. In secondo luogo la maggioranza richiesta è dei 3/5
dell’assemblea cioè 438 voti quindi alla maggioranza ne servono altri
98.
Spero sarete comprensivi: sto finendo il libro e con questo caldo è
facile fare pasticci. Comunque non cambia molto: il partito di
maggioranza, per raggiungere i 438 seggi necessari ad eleggersi da solo
il Capo dello stato, ha bisogno non di 12-13 seggi ma di 98, considerato
che al Senato è ragionevole che disponga di almeno un terzo
dell’assemblea (31-32 seggi) che può trovare consensi fra i 5 senatori
di nomina presidenziale, che può ottenere qualche seggio in più con
liste civetta alla Camera, inoltre aggiungere voti i deputati eletti
all’estero (che non si computano nel totale del premio di maggioranza) o
fra i parlamentari delle minoranze nazionali, e che può sempre trovare
qualche Scilipoti o Razzi di passaggio, mi pare che il problema no sia
di ardua soluzione e le valutazioni che facevamo non cambiano.
Oggi parliamo di un altro aspetto sempre riguardante il Presidente della Repubblica ed i suoi rapporti con la maggioranza.
C’è un punto della riforma Costituzionale di Renzi particolarmente delicato, che riguarda la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica.
L’art 90 della Costituzione (rimasto invariato) stabilisce che il
Presidente risponde solo per i reati di alto tradimento o di attentato
alla Costituzione e a decidere sulla messa in stato d’accusa è il
Parlamento in seduta comune che procede a maggioranza assoluta degli
aventi diritto. Con la normativa, questo significa (ricordiamo 630
deputati + 100 senatori + 2 o 3 ex Presidenti = 732/3) circa
367 voti. Ma la maggioranza di governo ne avrebbe già 340 alla Camera.
Si immagina che fra i senatori ne abbia una trentina, considerato che è
piuttosto difficile che un partito che ha vinto le elezioni politiche
non abbia poi almeno un terzo dei senatori espressi dagli enti locali,
per cui, con 370-5 voti il partito di maggioranza avrebbe già i voti
necessari per spedire il Capo dello Stato davanti all’Alta Corte e
senza contare altre aggiunte.
Ma, si osserverà, è difficile che un
Presidente incorra in reati così gravi come i due appena menzionati, e
che comunque occorrerebbe dimostrare la fondatezza delle accuse.
L’obiezione non tiene conto di due cose:
a. i due reati, soprattutto quello di
attentato alla Costituzione, sono assai indeterminati e dipendono da
complesse valutazioni politico-giuridiche non predeterminabili (ad
esempio, nel 1992 il Pds chiese la messa in stato d’accusa del
Presidente Cossiga sostenendo che gli eccessi esternatori e la prassi
del Presidente verso la magistratura, alteravano i rapporti
istituzionali e, perciò stesso, costituivano attentato alla
Costituzione; nel 2014 il M5s, con valutazioni analoghe, propose la
messa in stato d’accusa di Napolitano);
b. per deferire il Capo dello Stato
all’Alta Corte, non è affatto necessario produrre prove, essendo ad
insindacabile giudizio del Parlamento la valutazione del se sussistano
elementi sufficienti. Per cui, il Presidente, magari sarà assolto
dall’Alta Corte, ma, intanto, è evidente che debba dimettersi dalla sua
carica, essendo del tutto impensabile che un Capo dello Stato in stato
d’accusa resti al suo posto.
L’evento è improbabile sinché il
Presidente sia in sintonia con la maggioranza parlamentare, ma
immaginiamo il caso di un Presidente eletto da una maggioranza del
partito A, che si trovi in carica dopo elezioni che segnino la vittoria
del partito B. Sappiamo per esperienza che in questi casi si sviluppa
un’evidente tensione fra Quirinale e Governo (come nel caso del rapporto
fra Berlusconi e Scalfaro nel 1994-96). Cosa accadrebbe se il partito
di maggioranza ritenesse insopportabile il livello della tensione?
Oppure, più semplicemente, se per suoi calcoli politici, avesse
interesse a liberare la poltrona del Capo dello Stato? Sin qui, la messa
in stato d’accusa del Presidente ha trovato due forti limiti: la
composizione bicamerale, con un Senato dove, dal 1994 in poi, la
maggioranza ha sempre goduto di un limite risicatissimo di vantaggio e,
in secondo luogo, il carattere di coalizione delle maggioranze (per cui,
ad esempio, il gruppo di Casini non era disponibile ad allinearsi alla
maggioranza di centro destra di cui era parte, per mettere in stato
d’accusa Scalfaro). L’architettura istituzionale prevista dalle riforme
di Renzi sopprime entrambe queste condizioni, in primo luogo perché
attribuisce il premio al singolo partito di maggioranza relativa e
secondariamente perché riduce il Senato ad una frazione poco influente
ai fini della maggioranza nel Parlamento in seduta comune.
Un simile ordinamento ha in sé tutte le premesse per violente crisi istituzionali.
Ad esempio, cosa accadrebbe se si scatenasse una gara a chi arriva
prima fra il Presidente che punta allo scioglimento anticipato del
Parlamento e la maggioranza che cerca di sbarrargli la strada mettendolo
in stato d’accusa?
Di fatto, in questo ordinamento, il Presidente diventa un ostaggio nelle mani della maggioranza governativa e, con questo dato viene meno anche la funzione di controllo ed arbitrato del Presidente della Repubblica. Si sarebbe potuto modificare l’art 90 prevedendo una maggioranza più alta per la decisione (ad esempio i 2/3), oppure spostare la decisione ad altro organo (ad esempio il Senato integrato da componenti designati dal Consiglio Superiore della Magistratura e del Consiglio di Stato) ma è significativo che non ci si sia pensato.
Si può farlo ancora? Quando si parla di
nuovi assetti costituzionali, non contano le intenzioni e gli impegni
futuri, quello che conta è quello che c’è scritto nel testo sottoposto a
giudizio referendario, dopo potrebbe non esserci il tempo o il modo di
fare l’ulteriore revisione costituzionale. Dunque, un altro evidente
esempio dello “sbilanciamento esecutivista” di questa riforma.
03/08/2016
Riforma Renzi: l’elezione del Presidente della Repubblica
Il testo della riforma modifica sensibilmente la figura del Presidente della Repubblica per effetto del “combinato disposto” fra legge elettorale e riforma costituzionale.
Sinora la composizione del collegio elettorale per il Capo dello Stato prevedeva 630 deputati, 320 Senatori (315+ quelli a vita , oltre gli ex Presidenti) e 58 consiglieri regionali, per un totale di circa 1.008-10 grandi elettori, per cui la maggioranza assoluta era di 505-6.
Già l’introduzione del maggioritario ha sbilanciato fortemente la partita
a favore della maggioranza governativa, ma questo trovava un limitato
contrappeso nel Senato eletto “su base regionale”, per cui la
maggioranza di governo era sempre più risicata che alla Camera, e nei 58
consiglieri regionali che, il più delle volte, erano divisi quasi a
metà fra maggioranza ed opposizione; peraltro, la maggioranza era
costantemente composta da più partiti coalizzati e, per l’elezione del
Capo dello Stato, il vincolo di maggioranza non sussisteva, senza
contare il ruolo dei franchi tiratori che spezzavano la disciplina di
partito. Per cui, pure avvantaggiata dal sistema maggioritario, la
coalizione vincente trovava diversi limiti e la partita dell’elezione
era ancora abbastanza aperta, come ha dimostrato la tormentata scadenza
del 2013 terminata con la rielezione di Napolitano dopo che il Pd si era
frantumato per il ruolo dei franchi tiratori. La norma prevedeva una
maggioranza dei 2/3 nelle prime votazioni, quella assoluta degli aventi
diritto dalla quarta in poi. Salvo rarissime eccezioni (De Nicola nel
1946, Cossiga nel 1985) il Presidente è sempre stato eletto dalla quarta
votazione in poi.
Nel nuovo Parlamento in seduta comune,
che in totale conterebbe 730 membri (non ci sono più i 58
rappresentanti delle regioni ed i senatori sono solo 100, più gli ex
Presidenti della Repubblica) la maggioranza richiesta è di 2/3, come
prima, per i primi tre scrutini, del 60% dal quarto al sesto e la
maggioranza assoluta (dei votanti e non degli aventi diritto) dal
settimo quando basterebbero 366-7 voti qualora votassero tutti.
Considerando che con l’Italicum il
partito di maggioranza dispone già di 354 seggi alla Camera, questo
significa che, con altri 12-13 voti esso, dalla settima votazione,
potrebbe eleggersi il Presidente da solo. Anche perché è del tutto
improbabile che il partito di maggioranza alla Camera, non disponga
almeno di 1/3 dei 95 senatori provenienti dagli enti locali, il che
significa una quota aggiuntiva di altri 31-32 voti cioè un pacchetto di
partenza di almeno 385-6 voti, cioè una ventina in più di quelli
necessari. Ovviamente, a condizione che il gruppo parlamentare di
maggioranza resti compatto e non si decomponga.
Pertanto, al vantaggio
precostituito del partito di maggioranza, vengono meno tanto il
contrappeso del Senato ma, soprattutto, viene meno il freno della
coalizione, dato che il premio va al singolo partito che, in linea generale, può esercitare più efficacemente il vincolo disciplinare.
Detto in parole povere, l’unica insidia
possibile sulla strada del “Presidente di partito” è la “congiura dei
boiardi”, cioè il ruolo dei franchi tiratori interni al partito.
Dunque, l’elezione del Presidente
sarebbe decisa sostanzialmente da una maggioranza che, con ogni
probabilità, rappresenterebbe solo una minoranza degli elettori. Pertanto avremmo un Presidente la cui genesi ne comprometterebbe dal nascere il ruolo arbitrale e di garante della Costituzione. Di fatto, godrebbe dell’autorevolezza di un qualsiasi funzionario di partito.
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