Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/07/2025

[Contributo al dibattito] - “Piano per l’ex Ilva fuori tempo massimo, troppi nodi irrisolti. Si azzeri tutto e si ricominci daccapo"

TARANTO – Grazie all'intervento di Ercole Incalza pubblicato domenica sulla situazione vissuta dall'ex Ilva di Taranto, apriamo sul nostro giornale un vero e proprio dibattito aperto per affrontare i temi della drammatica emergenza vissuta dal più grande polo siderurgico europeo e dalle persone e famiglie che vivono all'ombra della produzione di acciaio in terra jonica.

Oggi ospitiamo la riflessione a voce alta dell'Ing. Angelo Racca, che nella sua vita professionale è stato nella Italimpianti s.p.a. per l’ufficio di Taranto dal ’74 con il ruolo di direzione tecnica e Project Management di grandi lavori nel settore dell’impiantistica siderurgica e in particolare per la ricostruzione degli altofomi n. 3 e n. 5 e Colate continue n.4 e n. 5 dell’Italsider di Taranto.


di Angelo Racca

Mi dispiace esprimere valutazioni critiche sull’analisi dell’Ing. Incalza relativa all’attuale situazione del Centro Siderurgico di Taranto e, quindi, della Siderurgia italiana.

Ho sempre considerato l’Ing. Ercole Incalza un Manager di alto livello per ciò che ha fatto nella guida di grandi interventi infrastrutturali di interesse nazionale, ma anche per le capacità di analisi delle criticità degli eventi strutturali e infrastrutturali in essere. Tuttavia la sua citata analisi, pur ribadendo concetti e proposte condivisibili già espressi in passato, temo intervenga fuori tempo massimo e ai limiti, se non fuori, del contesto che si è venuto a creare.

Prescindo al momento dall’attribuzione delle colpe della situazione attuale: analisi corretta e condivisibile, ma del tutto sterile se si vuole contribuire alla risoluzione delle problematiche in essere.

Valuto inoltre anche l’intervento del Sottosegretario Mantovano, citato dall’Ing. Incalza, fuori tempo massimo: in qualità di Uomo politico di origini pugliesi, e quindi doverosamente in possesso di una cultura siderurgica, responsabile inoltre del Copasir, si accorge solo adesso che si stava procedendo ad una vendita al buio di uno Stabilimento dichiarato, anche a fronte di provvedimenti legislativi, di rilievo/interesse strategico nazionale. Mi immagino che abbia ricevuto dal Ministro competente rassicurazioni in proposito con il possibile utilizzo del “golden share”, ma sappiamo quanto sarebbe aleatorio questo utilizzo.

E veniamo alla situazione attuale che presenta diversi aspetti che si intersecano tra di loro determinando un inestricabile intreccio degli eventi:

1) Il Ministro Urso sta facendo pressione sul Sindaco di Taranto (e altri Enti locali) per la sottoscrizione di un Accordo di Programma al solo dichiarato scopo di ottenere l’AIA, condizione necessaria (ma non sufficiente) per evitare che il Tribunale di Milano sentenzi la chiusura dello Stabilimento. Intanto inserisce nell’accordo vincoli che, se sottoscritti, ipotecano scelte future non sufficientemente valutate sul piano tecnico, tecnologico, logistico e progettuale, ma di notevole impatto sul territorio.

2) Lo stesso Accordo prevede il raggiungimento dell’obiettivo finale consistente nella realizzazione di 3 forni elettrici e 3 DRI (impianti di Riduzione Diretta per la produzione di preridotto) entro il 2039. Intanto per almeno 5 o 6 anni (valutazione ottimistica) si dovrà produrre ghisa con gli altoforni Afo1 – Afo2 – Afo4 a condizione che:
2.1) Venga concessa l’Autorizzazione Integrata Ambientale, con la quale l’ex ILVA potrà continuare a far funzionare gli impianti (ivi compresi cokerie, agglomerato, altoforni e acciaierie) per almeno altri 12 anni e produrre fino a 6 MLT/anno, che si rifaccia alle regole europee senza le attuali eccessive prescrizioni (cosa non scontata).
2.2) Il Governo Italiano ottenga una proroga dalla Comunità Europea delle quote gratuite di CO₂ (cosa non scontata), altrimenti i costi dell’acciaio prodotto a Taranto sarebbero altissimi e quindi fuori mercato.
2.3) Afo1 – Afo2 – Afo4 siano in grado di produrre 6 MLT/anno a partire dal 2025, cosa oggettivamente non possibile perché è prevista a breve una lunga fermata per importanti interventi di manutenzione dei tre altoforni e Afo1 è addirittura sotto sequestro. L’efficienza futura di questi altoforni poi è tutta da dimostrare.

3) Quindi cerchiamo di esaminare le attività e gli interventi da effettuare sugli impianti dello Stabilimento nel transitorio che va dal 2025 al 2039, sui quali la bozza di Accordo di programma disinvoltamente sorvola:
3.1) Innanzitutto vanno finanziati e realizzati gli interventi relativi alle centinaia di prescrizioni dell’AIA, già oggi considerati eccessivamente onerosi ma per i quali pare non siano possibili “sconti”.
3.2) È possibile che ci sarà, per quanto già detto, un periodo non breve di fermata contemporanea dei tre altoforni, per cui non ci sarà produzione di ghisa e presumibilmente in quel periodo, per non chiudere lo stabilimento, si procederà all’acquisto di bramme dal mercato per alimentare gli impianti di laminazione, ma c’è il rischio che i costi di produzione faranno lievitare i prezzi del prodotto a livelli fuori mercato.
3.3) Il piano di sostituzione graduale degli altoforni con forni elettrici + DRI, pur se sommariamente espresso nell’Accordo, conta sulla durata di almeno un altoforno per almeno 12 anni; questo vuol dire che per almeno un altoforno non basta un intervento di manutenzione ordinaria o straordinaria, ma occorre eseguire un vero e proprio “Rifacimento”, come quelli che si eseguivano una volta che assicuravano appunto a questo impianto una vita di 10÷12 anni. Ciò comunque vanifica l’aspettativa di produrre 6 MLT/anno con i tre altoforni per 5 anni a partire dal 2025.
3.4) Alcuni aspetti dello stato dell’assetto impiantistico e delle aree esistenti sono completamente sottaciuti dall’Accordo quali ad es. (oltre agli Afo) lo stato degli impianti che dovrebbero assicurare una produzione ipotizzata di almeno 6 MT/anno da oggi all’anno di entrata in funzione del primo forno elettrico (ad es. batterie di forni a coke, linee di agglomerazione, acciaierie, ma anche gli impianti di laminazione e vorrei citare anche i tubifici che hanno sempre assicurato in passato la produzione a più alto valore aggiunto e di mercato). Visto il livello di gestione della manutenzione messo in atto dalla Mittal, ma anche dalla successiva AS, è realistico prevedere la necessità di eseguire importanti e costosi interventi di manutenzione e messa in sicurezza.

4) Facciamo chiarezza inoltre sulla questione “acciaio green”; la “completa decarbonizzazione” al momento è un’utopia o comunque non c’è alcuna garanzia che si possa attuare nei tempi previsti dall’Accordo di programma perché:
4.1) Tutti i progetti europei di siderurgia a idrogeno stanno fallendo o almeno rallentando per l’eccessivo costo di produzione dello stesso idrogeno.
4.2) Solo NIPPON STEEL sta iniziando a programmare la produzione di preridotto da ossidi di ferro utilizzando, al posto del gas naturale, l’idrogeno prodotto da fonti rinnovabili (eolica o fotovoltaica) tramite elettrolizzatore.
4.3) È il futuro ma non ancora alla portata dei produttori di acciaio sul piano tecnologico-industriale-imprenditoriale nemmeno per le siderurgie più evolute come quella giapponese. Infatti la stessa NIPPON STEEL continua ad investire nelle miniere di carbone da coke.
5) Per inciso inoltre ricordiamo che, per errori procedurali, DRI d’Italia dovrà rifare la gara di appalto per la progettazione e costruzione a Taranto dell’Impianto di preridotto che servirà ad alimentare i futuri forni elettrici.

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24/03/2015

Caso Lupi e dintorni

Con la gragnuola di scandali della scorsa settimana, sui quali primeggia il caso Incalza-Lupi, possiamo tranquillamente dire che siamo tornati in piena Tangentopoli. Per la verità, era ampiamente possibile dirlo già nel 2010, ma si era fatto finta di niente. Ora mi pare impossibile far finta di nulla ancora una volta.

Certo (lo abbiamo anche scritto più volte in questo blog) Tangentopoli non è mai veramente finita, al massimo ha avuto un momento di dissesto fra il 1992 e la fine del decennio, ma già nei primi del 2000 era di nuovo all’opera e riorganizzata. Qui però c’è una novità rispetto al passato più recente, che ci porta al clima del 1992: l’incombente conflitto fra potere giudiziario e potere politico. Un conflitto che, in questo ventennio, è andati avanti, ma fra magistratura (inquirente) e destra berlusconiana ed, anche se non mancavano gli avvisi di garanzia agli uomini del Pd (diversi dei quali sono finiti in cella), non investiva il ceto politico in quanto tale.

Berlusconi e la destra non perdevano occasione di suonare il ritornello delle “toghe rosse” e della “magistratura politicizzata”, minacciando la separazione delle carriere fra inquirente e giudicante e riforma del Csm, mentre il Pds-Ds-Pd difendeva (o faceva mostra di difendere) l’indipendenza della magistratura. Anzi, la sinistra passava per essere il “Partito dei magistrati” eleggendone a decine nelle sue fila.

Va detto, però, che la destra, alla fine dei conti, non è andata molto oltre le polemiche mediatiche ed alcuni sgangherati progetti di legge (poi regolarmente decaduti) per difendere il suo impresentabile leader, mentre né la separazione delle carriere né la riforma del Csm hanno mai visto la luce. Con Renzi le cose cambiano e l’attacco all’indipendenza della magistratura è venuto dal Pd, non solo, ma, soprattutto, ci sono state meno polemiche mediatiche e più provvedimenti legislativi. Da ultimo quello sulla responsabilità civile dei magistrati che ha mandato su tutte le furie la categoria. Per la verità, il provvedimento è molto meno “tagliente” di quanto non si creda (ne riparleremo), ma si tratta di uno di quegli argomenti per cui “chi tocca i fili muore”.

E’ il caso di ricordare che le premesse di tutto questo sono negli anni ottanta: nel 1982 la magistratura, con insolita durezza, mandò in galera Alberto Teardo, del Psi, per una storia di tangenti savonesi e, poco dopo, usò mano pesante con Rocco Trane, uomo del ministro socialista dei trasporti Claudio Signorile. Il Psi craxiano reagì investendo la magistratura con grande veemenza ed iniziando a parlare di separazione delle carriere. L’occasione per regolare i conti venne con il referendum dei radicali sulla responsabilità civile dei magistrati (novembre 1987) quando il Psi si schierò a loro fianco e gli italiani tributarono l’87% dei voti all’abrogazione della norma che tutelava i magistrati. Poi la successiva legge addolcì molto la pillola, scaricando sullo Stato il costo delle inefficienze e degli errori dei suoi magistrati. Ma è sintomatico come, a distanza di pochissimo, iniziò la riscossa dei magistrati: nel 1991 comparve il celebre saggio di Di Pietro sulla “dazione ambientale” che fu il manifesto di Mani pulite, preparata meticolosamente da un paio di anni ed “esplosa” nel febbraio 1992.

A questo punto, non vorrei essere frainteso, passando per un tifoso dei politici inquisiti o dei magistrati inquisitori.

Non faccio una questione di persone, ma di uffici, di poteri e di corporazioni fra le quali non vedo cosa ci sia da distinguere. Gli uni vogliono cancellare l’indipendenza della magistratura per averla serva e garante delle loro ruberie, gli altri interpretano la loro indipendenza come privilegio di casta, potere insindacabile della “nobiltà di toga”.

Io sono per lo stato di diritto che è estraneo agli uni ed agli altri, che confliggono fra loro, ma appartengono alla stessa “confraternita del potere ereditario” o, per dirla più schietta, sono pelo dello stesso cane. Non c’è ragione di schierarsi a favore dei primi, in nome di un principio di investitura popolare (sempre tradita) o con i secondi in nome di una pelosa separazione dei poteri (fragile paravento del privilegio).

Parafrasando socialisti ed anarchici dell’ottocento a proposito di preti e papa, diremmo che la soluzione è “impiccare l’ultimo politico alle budella dell’ultimo magistrato” (è solo una boutade, per chi non lo avesse capito e si accingesse ad accusarmi di essere un sanguinario).

Tornando all’asse centrale del nostro discorso, ora Renzi tocca di nuovo quella pericolosissima corda e la magistratura mostra segni di autentico furore. In questo quadro arriva l’arresto di Incalza, personaggio piuttosto chiacchierato (diciamo così). Una vera salamandra passata per il fuoco di sette diversi ministri e di 14 procedimenti penali, dai quali è sempre uscito indenne, e che, anche per questo, non godeva esattamente della fama di essere il Girolamo Savonarola dei Lavori Pubblici. E, incidentalmente, nello stesso giorno Rodolfo Sabelli (presidente dell’Anm) dichiarava “A noi gli schiaffi, ai corrotti le carezze”, dedicato al governo Renzi ed alla sua legge sulla responsabilità civile dei magistrati…

Il politico travolto, è vero, non è del Pd, ma del Ncd e storico esponente di Cl, però è ministro del governo Renzi ed il Ncd è il partito che con i suoi voti determinanti mantiene in vita il governo. Per cui, l’effetto politico probabile sarebbe stato quello o di accendere un fuoco sotto la sedia di Renzi, con il ritiro del Ncd dal governo, o di costringere Renzi a difendere il ministro, perdendo la faccia ed alla vigilia di un importante torno elettorale. Al solito, Renzi è stato abile a sgusciare ed è riuscito a scaricare la patata bollente su Alfano che, a sua volta, è riuscito a convincere Lupi a farsi da parte. Però la miccia non è disinnescata del tutto: nel Ncd è esplosa una fonda molto vivace contro Alfano, alcuni minacciano di tornare alla casa madre berlusconiana; e, diciamolo, non hanno tutti i torti visto che Renzi ha appena detto che lui gli indagati non li allontana dal partito e non chiede loro di dimettersi, ma Lupi, almeno formalmente, non era neppure indagato. Insomma, è difficile prendere lezioni di morale da un partito che candida De Luca alla presidenza della Campania.

Renzi farebbe bene a ricordarsi che si avvicina il voto sulla legge elettorale al Senato, dove il governo ha margini molto ridotti e, fra voto contrario di Fi e dissidenti Pd, la partita è difficile: se si aggiungessero un po’ di senatori Ncd, il rischio si farebbe molto alto.

Peraltro, l’inchiesta non deve essere stata proprio un fulmine a ciel sereno e qualcosa doveva dirsi in giro. Per esempio ci chiediamo se le insolite ruvidezze di Papa Francesco, verso la delegazione di Cl che lo visitava, non siano state in qualche modo connesse alla faccenda.

In effetti, con Lupi, chi finisce nella polvere è Cl che, dopo la caduta di Formigoni ed ora Lupi, si trova del tutto fuori dalle stanze del potere ed esposta al cecchinaggio di Maroni nella sua roccaforte lombarda. E la compagnia delle opere è un boccone che fa gola a molti. Anche nel governo.

Le bocce sono in moto e si urtano fra loro, forse il gioco è appena iniziato. Vedremo il seguito, ma ci scommetteremmo che siamo all’inizio di un furioso temporale. Anche se non è detto che un temporale si trasformi sempre in una tempesta, l’aria dice che questo può accadere.

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20/03/2015

Bruxelles ha disposto le dimissioni di Lupi

Le dimissioni si danno davanti alla Terza Camera (presto seconda, con la scomparsa del Senato), ovvero sulla poltrona di Porta a Porta, con l'officiante Bruno Vespa nella parte del confessore-perdonatore, incidentalmente marito di quel gip che, nelle inchieste sui Mondiali di calcio del 1990, proscioglie «perché il fatto non sussiste» l'ora arrestato Ercole Incalza. Ghirigori di incontri, nei retrobottega del potere italico...

L'annuncio è stato ovviamente sofferto e dolente: "Domani al termine dell'informativa" alla Camera, "rassegnerò le dimissioni". Con grandi sussulti di dignità istituzionale: "Per me la politica non è un mestiere ma passione. E' poter servire il proprio Stato. Non ho perso né l'onore né la passione". Evidentemente deve esserci stato un caso di omonimia con quell'altro Lupi che, parlando al telefono con Incalza chiedeva «Tu suggerisci di rimanere? Io sono veramente dubbioso... o mi rifaccio il partito, oppure rimanere dentro...e rimanere a fare cosa?».

Onore perduto a parte, la vicenda si chiude nell'unico modo possibile ai tempi della Troika.

Se vogliamo restare alla pura procedura parlamentare, infatti, la strada era egualmente segnata. Il Movimento 5 Stelle aveva preparato una mozione di sfiducia personale sul ministro delle infrastrutture che si faceva dirigere, e persino scrivere il programma di governo, da quello che teoricamente era solo un suo collaboratore a progetto. La mozione sarebbe stata votata da Sel, fors'anche dai "dissidenti" del Pd, sicuramente da una parte di Forza Italia che considera Lupi come uno dei traditori del Caimano (quando scelsero, insieme ad Alfano, di restare nel governo Letta mentre il berluska rompeva il patto).

A quel punto, per salvare il ministro di cielle, Renzi avrebbe dovuto porre una sorta di "fiducia" sul lupetto ormai spelacchiato e additato al pubblico ludibrio. Un costo alto, senza alcun guadagno.

Tanto più che una vicenda del genere, seppur senza dichiarazioni pubbliche, era certamente seguita dalle cancellerie dell'Unione Europea, dove vigono standard comportamentali per i ministri decisamente diversi. Ci sono stati casi di ministri, per esempio in Francia, costretti alle dimissioni non per aver rubato o concesso appalti miliardari in cambio di mazzette, ma semplicemente per aver affittato un appartamento - a spese dello stato - considerato "troppo grande" per il suo nucleo familiare...

Cosa significa? Che la classe dirigente di questa Unione Europea appare consapevole delle "difficoltà" italiane nell'adeguarsi a questi standard e quindi - pur accettando di sostenere e riconoscere governi disposti ad eseguire i propri ordini, ma composti da rappresentanti di interessi clientelari sotto la soglia della presentabilità - "preme" perché gli episodi di corruzione diventino occasione di "limature progressive", capaci di eliminare il personale politico inadeguato agli scopi.

L'altra strada sarebbe stata "rivoluzionaria", in senso autoritario. Ovvero sbarrare la strada dei ministeri a tutti i personaggio di questo tipo e affidare tutti i poteri al Cantone di turno. Il rischio, evidente, era però quello di sollevare una "rivolta" masanelliana dei tangentari, dei corrotti, del "mondo di mezzo"... meglio, molto meglio, la "politica dei piccoli passi" teleguidati dall'alto, le scremature rese possibili dalle inchieste giudiziarie.

Così vanno interpretata le uniche parole pronunciate da Renzi sula vicenda (strano, neanche un tweet, questa volta...): "La scelta di Maurizio è una scelta saggia, per sé, per Ncd, per il governo". Una scelta che evita di trasformare un colpo durissimo per la credibilità - in rapido calo - di questo governo in una crepa permanente capace di abbatterlo.

Sì, va bene, ma da chi verrà sostituito Lupi? Per ora Renzi annuncia l'interim a se stesso. In attesa di trovare il nome giusto. Circola quello di Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità anticorruzione, magistrato che ha sostituito lo sbiadito Di Pietro dell'immaginario ruolo dell'"uomo incorruttibile".

Ma bisogna ricordare - e le telefonate tra Lupi e Incalza lo dimostrano - che Renzi era già prima intenzionato a portare a Palazzo Chigi la "struttura tecnica di missione" del ministero delle Infrastrutture, quella con a capo Incalza e per cui lo stesso Lupi aveva minacciato di far cadere il governo.

Ma circola anche quello di Mauro Moretti, amministratore delegato di Finmeccanica ed ex ad delle Ferrovie, nonché nel lontano passato anche ex segretario della FiltCgil. Un inaffondabile capace di galleggiare in qualsiasi mare...

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17/03/2015

Mafia Nazionale. Dal Tav all'Expo, tempi da lupi


È noto, a i nostri lettori, che non ci occupiamo troppo delle “inchieste sulla corruzione”, che sono invece gli unici argomenti dei media mainstream per tenere su le vendite e mostrarsi, ci mancherebbe, “lontani dalla politica” dalla “casta”. Quella che poi frequentano 24-ore-su-24 per motivi personali prima ancora che professionali... Sappiamo infatti che si tratta di una costante strutturale del modo di fare "capitalismo senza capitali" in questo paese. La "normalità", insomma, non l'eccezione rappresentata da "poche mele marce"... E' il cesto intero, che andrebbe buttato in discarica (senza compostaggio, sennò "ricicciano").

Ci occupiamo invece dell'inchiesta sulle “grandi opere” per motivi che ci sembrano autoevidenti. Questo comparto è rimasto l'unico dove la “sovranità dello stato italiano” può ancora esercitare con una certa generosità la sua indipendenza di spesa. In tutti gli altri settori la “mano pubblica” è ormai espropriata dalla Troika o in via di rapido smantellamento, per l'identica pressione sovranazionale. La "torta" si va riducendo, insomma, e intorno a questo pasto si concentrano squali, iene, sciacalli e lupi. Qui, vogliamo dire, si concentra tutta “la politica” vecchio stile, qui si affollano gli imprenditori-prenditori (quelli che non hanno mai rischiato un soldo, pretendendo appalti sovraprezzati e ovviamente “riadeguabili” all'occorrenza). In questo settore, insomma, non solo la corruzione è di casa, ma per ristrettezza di mercato si concentra soprattutto qui. O, perlomeno, si concentra qui quella di “alto livello”. Insomma, quella che corre in cerca di cifre miliardarie, non degli spiccioli (a confronto...) di Mafia Capitale.

Non ci sorprende trovare il ministro Maurizio Lupi al centro di queste inchieste. Uno che si era inventato il “decreto casa” (con tanto di divieto di mettere residenza negli immobili occupati, di vendita all'asta - a prezzi di mercato - delle case popolari, ecc), che vuole trasformare la Orte-Mestre (l'attuale E45) in un'autostrada a pagamento, che sta facendo fare i primi passi al “corridoio” autostradale per Latina, un fan dell'Alta Velocità che condannerebbe per “terrorismo” chiunque si opponga... Uno, in conclusione, al centro di tutte le progettazioni pensate soltanto per far arricchire i costruttori, gonfiare le tasche dei corrompibili, devastando territori e sollevando la sacrosanta incazzatura popolare, naturalmente da reprimere nel più feroce dei modi perché “contro il progresso del paese”.

È questa roba qui il “progresso del paese” che vanno costruendo i Renzi, i Lupi, gli Alfano e i Poletti: miliardi (nostri) gettati al vento, miliardi che finiscono in tasche senza fondo che loro conoscono benissimo (il florilegio di intercettazioni è come al solito spietato e illuminante), precarietà per chi lavora, licenziamenti per chi lotta, fino all'infamia suprema del lavoro gratuito per Expo. Naturalmente anche l'Expo è nel mazzo delle “grandi opere” con al centro Incalza, Perotti & co. E vien da pensare che, per rientrare nei costi, vista la dimensione delle mazzette che andavano distribuite, non c'era altro modo che far lavorare gratis qualche migliaio di ragazzi...

Non avendo entrature in procura, riportiamo qui alcuni articoli che forniscono informazioni davvero illuminanti. Prendete appunti, fissate nella memoria. Questi nomi e questi metodi sono eterni. Torneranno ancora, come Incalza che da 30 anni è al centro di tutte le inchieste ma, fino a ieri mattina, nominava lui i ministri da cui teoricamente avrebbe dovuto dipendere e scriveva, sempre lui, il "programma di governo".

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Da IlSole24Ore

Bufera su Lupi per un contratto al figlio

di Ivan Cimmarusti e Marco Ludovico

Una “influenza” sul ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, fino al punto che - pur di salvare il posto del supermanager pubblico, Ercole Incalza - si sarebbe creata una crisi dell’Esecutivo. Dalla redazione “del piano di governo del Nuovo centro-destra”, fino alla nomina del vice ministro Riccardo Nencini e del sottosegretario Umberto Del Basso de Caro: tutto sarebbe stato nelle mani di Incalza, fino all’anno scorso a capo della Struttura tecnica di missione, quella che gestisce le grandi opere in Italia.

Sono gli atti d’indagine della Procura di Firenze a disegnare un supposto sistema “clientelare” dietro gli appalti per le principali opere, come l’Alta velocità, il Palazzo Italia di Expo, l’autostrada Orte-Mestre. Un “sistema” che coinvolgerebbe anche altri soggetti che avrebbero beneficiato degli stretti rapporti di Incalza con Lupi, come Giuseppe Perotti che arriva a incassare 17 incarichi come direttore lavori di queste grandi opere facendo poi assumere Luca Lupi, figlio del ministro. Perotti e sua moglie nel settembre 2013 avrebbero avuto come ospiti a cena il ministro con due membri della scorta.

Gli arrestati avrebbero fatto al ministro delle Infrastrutture e ai suoi familiari, secondo quanto si legge nell’ordinanza del giudice di Firenze, anche dei regali: un vestito sartoriale per il ministro Maurizio Lupi e un Rolex da 10mila euro al figlio, in occasione della laurea. A regalare il vestito al ministro sarebbe stato Franco Cavallo, uno dei quattro arrestati oggi che secondo gli inquirenti aveva uno «stretto legame» con Lupi tanto da dare «favori al ministro e ai suoi familiari».

«Non ho mai chiesto all’ingegner Perotti né a chicchessia di far lavorare mio figlio – replica Lupi -. Non è il mio costume e sarebbe un comportamento che riterrei profondamente sbagliato». Assicura «massima disponibilità» verso la magistratura, dicendo che «il Governo ha voluto dare certezza per la realizzazione delle grandi opere». E conclude che «la corruzione va combattuta e ognuno risponderà degli errori fatti se li ha fatti, ma non possiamo fermare le grandi opere. Siamo al fianco della magistratura». Lupi ricorda inoltre come Incalza «era ed è una delle figure più autorevoli che il nostro Paese abbia sia da un punto di vista dell’esperienza tecnica nazionale che della competenza internazionale, che gli è riconosciuta in tutti i livelli».

Tuttavia, gli atti dell’inchiesta condotta dai carabinieri del Ros di Firenze, come riportati dal gip in ordinanza, svelano circostanze da chiarire. Scrive il gip: «Il legame tra Incalza e Lupi e in generale con l’Ncd risulta evidente nel messaggio e nella telefonata che Incalza» ha con una «tale Daniela» del ministero. Incalza, riassume il gip, «afferma di aver trascorso la notte a redigere il programma di Governo che Ncd avrebbe dovuto presentare e di essere in attesa del benestare di Angelino Alfano e Maurizio Lupi».

Non solo, stando al contenuto delle intercettazioni, il gip parla «di un altro esempio di influenza di Incalza sul ministro». Si fa riferimento a una conversazione del 28 febbraio 2014, in cui Lupi lo informa che, in seguito alla sua sponsorizzazione, avevano nominato viceministro Nencini («Dopo che tu hai dato la sponsorizzazione per Nencini – dice Lupi all’ex manager pubblico – l’abbiamo fatto vice ministro»). Stessa cosa avrebbe fatto col sottosegretario Del Basso de Caro.

Stando al contenuto delle intercettazioni Lupi scende in campo per salvare il posto di Incalza, il cui ruolo alla Struttura tecnica rischia di cadere per la volontà del Governo di annetterla sotto il controllo della Presidenza del Consiglio. Il 12 dicembre 2014 Lupi informa Incalza, si legge negli atti, «che ha sollecitato un tal Santini per sostenere la conferma della Struttura tecnica per evitare che si blocchino i lavori». Lupi conclude che «intende difendere a qualsiasi costo la Struttura tecnica», dicendo sempre a Incalza: «Io ti garantisco che se viene abolita la Struttura tecnica di missione non c'è più il Governo».

Infine Incalza precisa alla sua segretaria, Ida Tremonti, di aver parlato con alcuni senatori affinché sposino la sua causa: Antonio Azzolini, Giorgio Santini, Federica Chiavaroli e Pier Paolo Baretta.

Un altro capitolo da chiarire riguarda i lavori che avrebbe ottenuto Luca Lupi grazie a Perotti. In particolare emerge come Perotti abbia voluto dare la direzione dei lavori di un cantiere Eni al giovane neolaureato in ingegneria arrivando a chiedere a Giorgio Mor, imprenditore e suo parente, di farlo diventare il suo «uomo su Milano». «Metterei un direttore, un giovane che ho bisogno di fare entrare (…) lo guidi e gli fai anche un po’ di formazione… è un ragazzo che vale molto». «Il ragazzo – scrive il gip – a cui Stefano Perotti fa riferimento è Luca Lupi».

DUE ANNI AL MINISTERO

Il cattolico nominato da Letta e confermato da Renzi

Maurizio Lupi (milanese nato nel 1959) dal 22 febbraio 2014 è Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti del governo attuale

È stato vicepresidente della Camera dei deputati per il Popolo della libertà per la XVI legislatura, riconfermato nella XVII fino alla nomina, dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014 a Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti dell’esecutivo guidato da Enrico Letta, carica poi riconfermata nel governo di Matteo Renzi.

Lupi si è laureato nel 1984 in Scienze Politiche. È iscritto all’Ordine dei giornalisti della Lombardia dal 1984 come giornalista pubblicista ed è membro di Comunione e Liberazione.

RAPPORTI PERSONALI

I rapporti con Incalza

All’interno dell’inchiesta il politico più in vista coinvolto (ma non indagato) è Maurizio Lupi, titolare del ministero delle Infrastrutture dove lavorava Incalza. «Se viene abolita la Struttura tecnica di Missione - dice il ministro in una telefonata riferendosi alla struttura interna al ministero guidata da Incalza - non c’è più il governo!». Per gli inquirenti questa conversazione «ben rappresenta» l'importanza della struttura tecnica

Il coinvolgimento del figlio

Il gip Angelo Pezzuti nell'ordinanza spiega che Stefano Perotti si è adoperato con un imprenditore indagato, il cognato Giorgio Mor, per farlo assumere, ma i due temono sia poco opportuno. Per il gip, questo atteggiamento «non è comprensibile al di fuori di uno scenario illecito». Uno degli arrestati, Francesco Cavallo, fece confezionare un vestito per Lupi, mentre i coniugi Perotti regalarono al figlio del ministro un Rolex da 10.350 euro

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Quella tensione sulle grandi opere

di Giorgio Santilli

Nell’intercettazione del 16 dicembre 2014, il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, parla con Ercole Incalza e lo rassicura: «Ti garantisco che se viene abolita la struttura di missione, cade il governo». Alla fine, l’emendamento che voleva abolire la struttura di missione oppure spostarla a Palazzo Chigi non passa.

In ballo non c’era tanto la posizione di Incalza, che già da settembre aveva detto al ministro di voler «naturalmente» lasciare tutti gli incarichi per andare in pensione a fine anno, quanto la politica delle grandi opere che Incalza considerava un po’ la sua creatura. Sullo sfondo è evidente una tensione tra Porta Pia e Palazzo Chigi che andava avanti da almeno sei mesi. Il momento di maggiore tensione c’era stato con la messa a punto del decreto sblocca-Italia che nell’idea di Matteo Renzi doveva essere una rivoluzione della politica infrastrutturale e si era tradotto, invece, in un elemento di continuità intestato più a Lupi che a Renzi. Non è un caso che, dopo aver bombardato mediaticamente per un’intera estate con lo sblocca-Italia, il premier avesse smesso di colpo di parlarne dopo l’approvazione del 29 agosto. Già dall’inizio dei lavori, fra i collaboratori di Renzi che a Palazzo Chigi buttavano giù le prime bozze del decreto, si diceva che «il problema delle infrastrutture in Italia si chiama Ercole Incalza e un forte ricambio al ministero delle Infrastrutture». La squadra del premier non poteva sopportare la continuità di uomini per 14 anni al ministero di Porta Pia, a difesa di una politica “vecchia” elaborata da Silvio Berlusconi a inizio secolo. Ma anche nel merito delle scelte era la stessa dottrina renziana a reclamare meno grandi opere e doppia priorità per il piano di manutenzione del territorio contro il dissesto idrogeologico e per le piccole opere dell’edilizia scolastica: con il consueto stile, Renzi non l’aveva mandata a dire e si era costruito due strutture di missione in casa, a Palazzo Chigi. Avrebbe voluto prendersi anche la struttura di missione della legge obiettivo per ribaltare come un guanto il relativo programma.

Lupi ha difeso invece lo sblocca-Italia e certe idee provenienti dallo stesso Incalza, come rilanciare la faraonica autostrada Orte-Mestre, su cui Vito Bonsignore, finito anche lui nell’inchiesta di Firenze, aveva un diritto di prelazione in quanto promotore. Anche sulla Orte-Mestre c’è stato uno scontro con Palazzo Chigi che ha ben presto capito che la via del rinnovamento non passava per i numerini faraonici delle grandi opere da sbloccare. «Non c’è dubbio - dice Ermete Realacci, renziano della prima ora e presidente pd della commissione Ambiente della Camera - che lo sblocca-Italia sia stata un’occasione per una politica infrastrutturale più equilibrata, con meno grandi opere e più attenzione alla manutenzione, al risparmio energetico, alle opere sostenibili. Non mi pare Palazzo Chigi sia soddisfatto del risultato finale, ma non per questo ci si rassegna. Una discontinuità è necessaria».

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