Ieri sul Corriere della Sera è stata pubblicata una mia intervista riguardo la corruzione nelle università italiane e le dichiarazioni di Raffaele Cantone, presidente dell’autorità Anticorruzione. Un’intervista che merita alcuni commenti per il modo in cui è stata riportata dal quotidiano in questione.
Alle parole di Cantone, secondo cui la corruzione è causa della fuga dei cervelli dalle università italiane, ho risposto che se da un lato ero d’accordo sull’esistenza di sacche di corruzione anche all’interno dell’università, in nessun modo concordo sul nesso causale tra corruzione e fuga di cervelli. La fuga dei cervelli – locuzione di per sé infelice – è strettamente legata al disinvestimento nell’università e ricerca pubblica. Un disinvestimento che in Italia ha visto i fondi diminuire del 25% in meno di un decennio. Inoltre, la carenza di fondi, così come di strutture, sia quelle tecniche sia quelle che permettono una certa qualità della vita dentro i dipartimenti, sono fattori cruciali non solo per la ricerca, ma anche per la didattica. Troppo spesso infatti, ci si dimentica che l’università non è solo ricerca ma anche formazione e in Italia il tasso di laureati è ancora ai margini delle classifiche europee a cui va aggiunto un sempre maggiore abbandono scolastico. Un altro elemento più volte sottolineato, e di cui non c’è traccia nel testo dell’intervista, riguarda l’imbuto che si è venuto a creare sulla prima posizione stabile, cioè quella di associato, a seguito dell’abolizione della figura del ricercatore a tempo indeterminato e del taglio del fondo ordinario. Insomma, ci vogliono investimenti massicci, uno sblocco vero del turnover, non leggi formali facilmente aggirabili.
Quindi – proseguo – “la fuga” avviene ben prima di avvicinarsi ai concorsi, ribadendo che la scelta è dettata proprio dalle condizioni materiali e immateriali entro cui si è spesso costretti a lavorare. Altre volte, si parte per scelta, non curanti di ciò che avviene attorno. Così arriva il punto su quanto guadagna una dottoranda a SciencesPo a Parigi – ho spiegato alla giornalista che noi siamo un regime particolare. Al di là, delle cifre in sé, il messaggio dovrebbe essere chiaro: le borse di studio devono prevedere retribuzioni adeguate. Inoltre, se all’attività di ricerca affianchiamo l’insegnamento è nostro diritto esser pagati, in modo dignitoso. Insomma, se aumenta la corruzione non è perché l’università pubblica è marcia, ma perché è sempre meno democratica: potere su poche risorse crea incentivo e meccanismi per garantire quel potere, senza metterlo mai in discussione. Invece in Italia pur di rimanere a fare il proprio lavoro e aspirare a una carriera ci ritroviamo con assunzioni iper precarie, con contratti di collaborazione o prestazioni occasionali, su progetti sempre più spesso finanziati da privati perché i fondi pubblici semplicemente non ci sono, a parità di questioni di merito. Lo stesso vale per i fondi europei che dovrebbero essere una parte minoritaria del finanziamento della ricerca pubblica.
Fin qui, quindi, in nessun caso ho parlato contro l’università e ricerca pubblica, o sull’incapacità di chi rimane in Italia. Al contrario, come viene poco elegantemente liquidato in chiusura dell’articolo, avevo sostenuto che i colleghi in Italia stanno tenendo sulle loro spalle un intero sistema, nonostante le condizioni avverse e i continui discrediti. In questo tutta la mia stima.
Senza dover riprendere frase per frase l’intervista, è necessario almeno riportare i tratti salienti taciuti o trasformati, come le condizioni minime che mi spingerebbero a tornare in Italia. Da un lato, ovviamente la retribuzione: il lavoro si paga, sempre! E la paga deve essere dignitosa. Dall’altro lato, però, ho sostenuto che la questione non è solo la retribuzione ma tutto il sistema di diritti che ruota attorno alla vita di una persona: la casa, i mezzi pubblici, i fondi per invitare i colleghi stranieri, per organizzare cicli di seminari settimanali – come si fa qui in Francia (ma non soltanto).
Tutto quanto detto finora non implica che in Francia non ci siano clientele, anzi, ma di questo nell’intervista non si parla. Nell’intervista mi si chiede se sono d’accordo con Cantone nel rintracciare nella corruzione la causa del declino dell’università italiana a cui ho fermamente risposto negativamente.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/12/2015
Torino-Lione. Virano "incompatibile" con la prosecuzione dei lavori
L'affare della Tav sulla tratta Torino-Lione è un festival di illegalità. Nelle istituzioni e nelle società costruttrici, non nella popolazione e nei movimenti che la contestano. L'ultima riprova viene dall’Autorità garante per la concorrenza e il mercato (Agcm), che ha accolto il ricorso di una consigliera regionale Cinquestelle, la piemontese Francesca Frediani, contro la nomina di Mario Virano a massimo dirigente della Tunnel Européen Lyon-Turin (Telt), la società italo-francese che deve condurre i lavori.
Virano è incompatibile con quella carica in base alla legge del 2004 che regola il “conflitto di interessi” (nemmeno particolarmente severa, dunque). Quando ha assunto quest'ultimo incarico, infatti, non erano passati i 12 mesi di tempo che quella legge prevede come termine minimo prima che un qualsiasi dirigente torni a mettere mano su quel che faceva prima in altra veste.
Virano non è peraltro un dirigente qualsiasi, ma l'”anima operativa” della Torino-Lione, forse più della "talpa" che scava materialmente nella montagna. Ed è un recordman in fatto di conflitti di interesse sulla stessa opera. Per esempio, era stato nominato dal governo “commissario straordinario” a guida dei lavori (a Ferragosto del 2006), ma nello stesso tempo presiedeva anche l’Osservatorio tecnico. Con una parte del cervello, insomma, portava avanti lo scavo senza se e senza ma, con l'altra metà avrebbe dovuto – a questo serviva in teoria l'Osservatorio – fare da arbitro tra le diverse soluzioni possibili sul piano tecnico, per arrivare a opzioni condivise.
Non entriamo nel merito psicologico, perché la parte vincente non è mai stata quella dell'arbitro, ovviamente, ma quella del giocatore in campo; per conto del governo e delle imprese private ammesse agli appalti (alcune pesantemente accusate di collusioni con la malavita organizzata).
Il bello di questa “sentenza” dell'antitrust è che è arrivata su segnalazione – peraltro obbligatoria – dell'autorità anticorruzione, che aveva materialmente ricevuto l'esposto della consigliera grillina. Raffaele Cantone, insomma, nominato dai ministri di questo governo ogni volta che serve qualcuno a rappresentare l'imparzialità della legge, ha dovuto mettere la testa di Virano – altrettanto coccolato da tutti i governi a favore della Tav – nelle mani dell'antitrust.
Ora ci sarà naturalmente il ricorso di Virano contro la “destituzione”, e ci si possono attendere diverse sorprese. Ma già quel che è accaduto fin qui dimostra, ad abundantiam, che per fare la Tav la legalità è diventata da tempo un ostacolo. Una decisione coerente, insomma, sarebbe quella di rinunciarvi, non di promuovere processi mostruosi – anche sotto il profilo strettamente giuridico (vedi la strampalata accusa di “terrorismo” per quattro attivisti accusati di aver bruciato un generatore) – contro chi vi si oppone.
Fonte
Virano è incompatibile con quella carica in base alla legge del 2004 che regola il “conflitto di interessi” (nemmeno particolarmente severa, dunque). Quando ha assunto quest'ultimo incarico, infatti, non erano passati i 12 mesi di tempo che quella legge prevede come termine minimo prima che un qualsiasi dirigente torni a mettere mano su quel che faceva prima in altra veste.
Virano non è peraltro un dirigente qualsiasi, ma l'”anima operativa” della Torino-Lione, forse più della "talpa" che scava materialmente nella montagna. Ed è un recordman in fatto di conflitti di interesse sulla stessa opera. Per esempio, era stato nominato dal governo “commissario straordinario” a guida dei lavori (a Ferragosto del 2006), ma nello stesso tempo presiedeva anche l’Osservatorio tecnico. Con una parte del cervello, insomma, portava avanti lo scavo senza se e senza ma, con l'altra metà avrebbe dovuto – a questo serviva in teoria l'Osservatorio – fare da arbitro tra le diverse soluzioni possibili sul piano tecnico, per arrivare a opzioni condivise.
Non entriamo nel merito psicologico, perché la parte vincente non è mai stata quella dell'arbitro, ovviamente, ma quella del giocatore in campo; per conto del governo e delle imprese private ammesse agli appalti (alcune pesantemente accusate di collusioni con la malavita organizzata).
Il bello di questa “sentenza” dell'antitrust è che è arrivata su segnalazione – peraltro obbligatoria – dell'autorità anticorruzione, che aveva materialmente ricevuto l'esposto della consigliera grillina. Raffaele Cantone, insomma, nominato dai ministri di questo governo ogni volta che serve qualcuno a rappresentare l'imparzialità della legge, ha dovuto mettere la testa di Virano – altrettanto coccolato da tutti i governi a favore della Tav – nelle mani dell'antitrust.
Ora ci sarà naturalmente il ricorso di Virano contro la “destituzione”, e ci si possono attendere diverse sorprese. Ma già quel che è accaduto fin qui dimostra, ad abundantiam, che per fare la Tav la legalità è diventata da tempo un ostacolo. Una decisione coerente, insomma, sarebbe quella di rinunciarvi, non di promuovere processi mostruosi – anche sotto il profilo strettamente giuridico (vedi la strampalata accusa di “terrorismo” per quattro attivisti accusati di aver bruciato un generatore) – contro chi vi si oppone.
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29/10/2015
Torta in faccia a Raffaele Cantone
Questo magistrato ha acquisito fama come intransigente nemico delle ruberie. Per questo Renzi lo ha chiamato nel suo governo per dirigere l'autorità anticorruzione. Già qui ci sarebbe stato un superlavoro immediato, vista la quantità di componenti o sostenitori del governo sotto inchiesta per peculato, corruzione e reati simili. Ma Raffaele Cantone non ha combinato praticamente nulla né nel governo né altrove. Però lui stesso ha chiarito che nella pubblica amministrazione chi merita non fa carriera, quindi si è giudicato da solo.
Ora ha proclamato Milano capitale morale dell'Italia contrapponendola alla Roma corrotta. Ora, che Roma sia corrotta è vero, ma che Milano, o meglio che le sue classi dirigenti che hanno premiato Cantone non si sa bene per cosa, siano moralmente migliori è completamente falso. Può darsi che Cantone sia confuso in geografia, ma il vicepresidente appena arrestato per l'ennesimo scandalo sanità non governava il Canton Ticino, ma la Lombardia. Gli scandali Expo, sono a Milano non in Svizzera, dove invece è ancora ben collocata l'evasione fiscale di tante buone famiglie del posto. Tangentopoli è esplosa a Milano, e continua ancora. La Ndrangheta ha fatto del capoluogo lombardo la sede per lavare i capitali sporchi. Politici inquisiti per ruberie varie in Lombardia ce ne sono a quantità industriale. Se la capitale ufficiale è infetta quella morale non lo è da meno, la sola differenza sta nella ricchezza, che legittima sempre. A Milano semplicemente gira una montagna di soldi incomparabile con quelle che mai riuscirebbero a mettere assieme i magliari del mondo di mezzo, e la luce dei grandi affari, si sa, copre tutto.
Raffaele Cantone è la classica figura dell'eroe inventato e sempre sostituibile, che finché serve viene messo a decorare l'immagine dei potenti. Ora in un supremo gesto di coraggio annuncia anche di volersi dimettere dall'Associazione Magistrati perché troppo polemica con il suo governo. Speriamo si dimetta proprio da magistrato, perché non auguriamo a nessuna vittima di soprusi o ruberie di trovarselo di fronte in qualche tribunale. Torta.
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09/04/2015
Tutti a difendere Di Gennaro, e di tortura non si parla già più
Un classico della "distrazione di massa". La Corte di Giustizia di Strasburgo condanna l'Italia per aver torturato quanti dormivano nella scuola Diaz, nel luglio 2001, e per non aver mai varato una legge che riconosca la tortura come reato, nonostante sia passato un quarto di secolo da quando ha firmato l'adesione all'apposita convenzione europea.
Logica - e un briciolo di vergogna - vorrebbe che si parlasse solo di come portare all'approvazione un testo decente (quello nascosto in qualche cassetto di commissione è l'esatto opposto), di risarcimenti adeguati alle vittime (sapendo che anche su quanto avvenuto nella caserma di Bolzaneto arriverà prima o poi una condanna analoga e forse ancora più grave), di estromissione dal corpo dei poliziotti condannati a pene ridicole (maltrattamenti, falsa testimonianza e bagattelle varie; non tortura).
Ma quando mai... Basta un tweet di Orfini che trova "vergognosa" la presidenza di Finmeccanica regalata - da Enrico Letta, confermata da Renzi - a Gianni De Gennaro, allora capo della polizia, per scatenare una ridda di chiacchiere che hanno una sola motivazione: far sparire le parole tortura e condanna dalle prime pagine. Di fatto, a nessuno dei protagonisti del "dibattito" interessa affatto di vivere e avere responsabilità di primo piano in uno Stato che ha torturato e tortura, ammazza innocenti con devastante regolarità; nessuno prova ribrezzo per quanti lo hanno preceduto in quel ruolo e quindi anche per se stesso.
No. Tutti a parlare di quanto è bravo De Gennaro, dei suoi meriti come capo della polizia (sette anni) e dei servizi segreti (quattro anni) e in tutti gli altri ruoli assegnatigli nel tempo. Tutti a dire che "in fondo è stato assolto" dall'accusa di aver indotto a modificare la propria testimonianza in tribunale un suo sottoposto - l’ex questore di Genova Francesco Colucci - in modo da allontanare da sé il sospetto di aver dato ordini precisi perché venisse realizzata la "macelleria messicana". Reato per cui era stato condannato con sentenza della Corte d'appello, ma che la Cassazione, provvidenzialmente, aveva poi provveduto ad annullare nei giorni in cui - era il 2012 - Mario Monti lo nominava sottosegretario con delega ai servizi segreti.
Guai a toccare certi nomi. Guai a credere che basti nominare un magistrato "commissario contro la corruzione" per evitare che questo paese continui a scivolare verso una condizione complessiva "messicana".
La maschera dell'"uomo tutto d'un pezzo" è improvvisamente caduta dal volto di Raffaele Cantone, ormai invocato per risolvere qualsiasi problema all'interno della pubblica amministrazione. Il magistrato, ora presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, in una intervista ad Agorà (Raitre), ha difeso a spada tratta, con gli argomenti tipici del "garantismo dei potenti", l'ex capo della polizia e attuale presidente di Finmeccanica. "Gianni De Gennaro è stato indagato e assolto. L'assoluzione conta pure qualcosa, quindi non può pagare le responsabilità complessive di una macchina intera". Non pago, ha aggiunto: "Non mi piace l'idea che si possa utilizzare questa vicenda bruttissima, drammatica, una delle peggiori immagini dell'Italia all'estero, per 'tirare' sulla polizia, che spesso è la parte più popolare del Paese". Ma su chi bisognerebbe "tirare", di grazia, se è stata la polizia (e i Cc, e la Guardia di finanza e la Polizia penitenziaria...) a fare la "macelleria"?
Della sortita di Cantone meritano attenzione altri due concetti, che forse involontariamente rivelano una cultura ben poco costituzionale.
E' curiosa l'interpretazione del ruolo di "capo", in primo luogo. Se uno non porta la responsabilità funzionale (sorvolando addirittura sulla condanna in appello) della parte di macchina che dirige, di cosa è mai "capo"? A noi sembra difficile immaginare che l'organizzazione della macchina poliziesca messa in piedi per una riunione dei "grandi della Terra" (il G8), comprensiva di un caserma dedicata specificamente alla tortura dei "prigionieri" fermati durante gli scontri, possa esser stata responsabilità "locale". Ovvero della questura genovese e basta. Eppure è proprio questa la tesi difensiva ancora adottata da De Gennaro e conseguentemente fatta propria da Cantone.
In secondo luogo. La pretesa "popolarità della polizia" estingue forse le nefandezze di cui (per "ordini superiori" o per iniziativa personale di singoli agenti) si rende protagonista? Esiste insomma qualcuno al di sopra delle legge per "meriti di popolarità"? Allora aveva ragione Berlusconi a pretendersi tale quando il vento tirava dalla sua parte...
Del resto, De Gennaro non ha mai sconfessato l'operato dei suoi sottoposti "locali" o "nazionali". Neppure quando i suoi principali collaboratori (Arnaldo La Barbera, Franco Gratteri, Gilberto Caldarozzi, Giovanni Luperi) sono stati processati senza peraltro fornire la minima indicazione utile a identificare gli autori delle violenze, neppure di quelle più gravi. Tutti loro hanno continuato a fare carriera nella polizia comandata da Gianni De Gennaro.
Il quale - parlando delle torture inflitte dai suoi uomini - al massimo ha ammesso "eccessi" nell'uso della forza, aggiungendo sempre però che "verosimilmente" furono determinati "dalle condizioni di guerriglia create da criminali violenti e facinorosi". Insomma, quasi un eccesso di legittima difesa, mica tortura...
La scheda di Marco Preve, su Repubblica, ricostruisce le carriere dei poliziotti condannati per Genova 2001. Diciamo che se non c'è un dio che li protegge, poco ci manca...
Promossi dal Viminale o riciclati come manager, le carriere miracolose dei poliziotti di Genova
Caldarozzi a Finmeccanica con De Gennaro, Ferri alla sicurezza del Milan, Gava a Unicredit: così si sono salvati i funzionari condannati
di MARCO PREVE
GENOVA. Banche, squadre di calcio, aziende di Stato. In attesa di indossare di nuovo la divisa. Ricche consulenze per i big rimasti (temporaneamente) fuori dal corpo, e neppure un giorno di sospensione per i capisquadra che guidarono gli agenti torturatori. Con i protagonisti di una delle pagine più nere della democrazia italiana, in fondo, la sorte non è stata così maligna.
Ed è anche questo aspetto, quello di un'impunità quasi totale, che ha influito non poco nel giudizio con cui la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato l'Italia per le torture avvenute all'interno della scuola Diaz al G8 genovese del 2001.
La Corte di Strasburgo ha sottolineato che di fronte al semplice sospetto di gravi abusi commessi da appartenenti alle forze dell'ordine la Convenzione dei Diritti dell'uomo prevede l'allontanamento degli stessi dalle posizioni che occupano già nella fase d'indagine.
Invece per la Diaz è accaduto l'esatto contrario, molti di loro sono stati promossi questori, capi di dipartimento, prefetti, e da indagati e condannati hanno raggiunto livelli apicali. Quelli che hanno dovuto lasciare la divisa sono quasi tutti "caduti in piedi" e gli altri rappresentano ancora lo Stato nelle strade e nelle piazze d'Italia.
Quando nel luglio 2012 la Cassazione conferma le pesanti condanne di appello per falso (le uniche che si sono salvate dalla prescrizione a differenza delle lesioni gravi) Franco Gratteri è il capo della Direzione centrale anticrimine, Gilberto Caldarozzi, capo dello Servizio centrale operativo, Giovanni Luperi, capo del dipartimento analisi dell'Aisi, l'ex Sisde, Filippo Ferri, il più giovane, figlio dell'ex ministro e fratello del sottosegretario alla giustizia, guida la squadra mobile di Firenze. L'interdizione dai pubblici uffici obbliga il ministero ad espellerli.
Non restano a spasso per molto. Ferri diventa responsabile della sicurezza del Milan e per alcuni mesi è l'angelo custode di Mario Balotelli.
Gilberto Caldarozzi lavora prima per le banche e poi viene chiamato come consulente della sicurezza a Finmeccanica dal suo vecchio capo, Gianni De Gennaro. Indiscrezioni raccontano che anche Franco Gratteri abbia avuto rapporti con il colosso di Stato ma dall'ufficio stampa dicono che non risulta. A Gratteri, nel 2013 il ministero pagava ancora un appartamento di servizio nel centro di Roma, ufficialmente per motivi di sicurezza.
Tra gli altri funzionari di vertice che si sono riciclati come consulenti c'è anche Salvatore Gava ex dirigente di squadra mobile che oggi lavora per Unicredit.
Attività manageriale starebbe svolgendo anche un altro condannato per la Diaz, quel Fabio Ciccimarra che è stato condannato in appello (prescritto in Cassazione) per sequestro di persona per i fatti del G7 di Napoli alla Caserma Raniero, sempre nel 2001. Ciccimarra da indagato in due processi e già con condanne in primo grado era un funzionario in carriera fino al 2012, quando il definitivo per la Diaz lo colse capo della squadra mobile all'Aquila.
Vincenzo Canterini, il capo del reparto mobile di Roma dopo il 2001 ha avuto prestigiosi incarichi nelle ambasciate europee e una volta in pensione si è dedicato anche a rievocare, a modo suo, la vicenda Diaz in un libro.
Il suo vice Michelangelo Fournier, il funzionario che interruppe i pestaggi al grido di "basta basta", che al processo parlò di "macelleria messicana", ma che non fu mai in grado di individuare neppure un responsabile delle brutalità tra i suoi uomini, oggi è sempre in servizio e ricopre anche un ruolo sindacale.
Se, per questioni anagrafiche, i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici mettono fuori gioco Gratteri e Luperi (anche se non sono vietate consulenze con i servizi segreti), per i più giovani non è escluso, ed è anzi previsto, un ritorno in divisa una volta scontato il periodo. Nessun esponente di governo ha infatti mai specificato che non saranno riammessi.
Potrebbero indossarla ancor prima due funzionari responsabili di condotte minori nella vicenda Diaz. Uno di loro è quel Pietro Troiani che diede ordine al suo autista di trasferire dal blindato al cortile della scuola Diaz il sacchetto con le molotov poi addebitate ingiustamente ai manifestanti. L'aver beneficato dell'affidamento ai servizi sociali per i pochi mesi da scontare non coperti dall'indulto consente infatti di ottenere la cancellazione dell'interdizione.
Grazie alla prescrizione per le lesioni gravi non hanno invece subito nessuna interdizione i capisquadra condannati: Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri. Hanno continuato a fare il loro lavoro.
Addirittura il governo italiano, come si legge nella sentenza della Corte europea, non ha mai voluto informare i giudici di Strasburgo circa le sanzioni disciplinari adottate. E lo stesso sta facendo il ministro Angelino Alfano da due anni esatti. Nel maggio del 2013 i parlamentari di Sel presentarono un'interrogazione al Viminale per sapere quali misure disciplinari fossero state prese nei confronti dei condannati per la Diaz. La risposta deve ancora arrivare.
Fonte
Logica - e un briciolo di vergogna - vorrebbe che si parlasse solo di come portare all'approvazione un testo decente (quello nascosto in qualche cassetto di commissione è l'esatto opposto), di risarcimenti adeguati alle vittime (sapendo che anche su quanto avvenuto nella caserma di Bolzaneto arriverà prima o poi una condanna analoga e forse ancora più grave), di estromissione dal corpo dei poliziotti condannati a pene ridicole (maltrattamenti, falsa testimonianza e bagattelle varie; non tortura).
Ma quando mai... Basta un tweet di Orfini che trova "vergognosa" la presidenza di Finmeccanica regalata - da Enrico Letta, confermata da Renzi - a Gianni De Gennaro, allora capo della polizia, per scatenare una ridda di chiacchiere che hanno una sola motivazione: far sparire le parole tortura e condanna dalle prime pagine. Di fatto, a nessuno dei protagonisti del "dibattito" interessa affatto di vivere e avere responsabilità di primo piano in uno Stato che ha torturato e tortura, ammazza innocenti con devastante regolarità; nessuno prova ribrezzo per quanti lo hanno preceduto in quel ruolo e quindi anche per se stesso.
No. Tutti a parlare di quanto è bravo De Gennaro, dei suoi meriti come capo della polizia (sette anni) e dei servizi segreti (quattro anni) e in tutti gli altri ruoli assegnatigli nel tempo. Tutti a dire che "in fondo è stato assolto" dall'accusa di aver indotto a modificare la propria testimonianza in tribunale un suo sottoposto - l’ex questore di Genova Francesco Colucci - in modo da allontanare da sé il sospetto di aver dato ordini precisi perché venisse realizzata la "macelleria messicana". Reato per cui era stato condannato con sentenza della Corte d'appello, ma che la Cassazione, provvidenzialmente, aveva poi provveduto ad annullare nei giorni in cui - era il 2012 - Mario Monti lo nominava sottosegretario con delega ai servizi segreti.
Guai a toccare certi nomi. Guai a credere che basti nominare un magistrato "commissario contro la corruzione" per evitare che questo paese continui a scivolare verso una condizione complessiva "messicana".
La maschera dell'"uomo tutto d'un pezzo" è improvvisamente caduta dal volto di Raffaele Cantone, ormai invocato per risolvere qualsiasi problema all'interno della pubblica amministrazione. Il magistrato, ora presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, in una intervista ad Agorà (Raitre), ha difeso a spada tratta, con gli argomenti tipici del "garantismo dei potenti", l'ex capo della polizia e attuale presidente di Finmeccanica. "Gianni De Gennaro è stato indagato e assolto. L'assoluzione conta pure qualcosa, quindi non può pagare le responsabilità complessive di una macchina intera". Non pago, ha aggiunto: "Non mi piace l'idea che si possa utilizzare questa vicenda bruttissima, drammatica, una delle peggiori immagini dell'Italia all'estero, per 'tirare' sulla polizia, che spesso è la parte più popolare del Paese". Ma su chi bisognerebbe "tirare", di grazia, se è stata la polizia (e i Cc, e la Guardia di finanza e la Polizia penitenziaria...) a fare la "macelleria"?
Della sortita di Cantone meritano attenzione altri due concetti, che forse involontariamente rivelano una cultura ben poco costituzionale.
E' curiosa l'interpretazione del ruolo di "capo", in primo luogo. Se uno non porta la responsabilità funzionale (sorvolando addirittura sulla condanna in appello) della parte di macchina che dirige, di cosa è mai "capo"? A noi sembra difficile immaginare che l'organizzazione della macchina poliziesca messa in piedi per una riunione dei "grandi della Terra" (il G8), comprensiva di un caserma dedicata specificamente alla tortura dei "prigionieri" fermati durante gli scontri, possa esser stata responsabilità "locale". Ovvero della questura genovese e basta. Eppure è proprio questa la tesi difensiva ancora adottata da De Gennaro e conseguentemente fatta propria da Cantone.
In secondo luogo. La pretesa "popolarità della polizia" estingue forse le nefandezze di cui (per "ordini superiori" o per iniziativa personale di singoli agenti) si rende protagonista? Esiste insomma qualcuno al di sopra delle legge per "meriti di popolarità"? Allora aveva ragione Berlusconi a pretendersi tale quando il vento tirava dalla sua parte...
Del resto, De Gennaro non ha mai sconfessato l'operato dei suoi sottoposti "locali" o "nazionali". Neppure quando i suoi principali collaboratori (Arnaldo La Barbera, Franco Gratteri, Gilberto Caldarozzi, Giovanni Luperi) sono stati processati senza peraltro fornire la minima indicazione utile a identificare gli autori delle violenze, neppure di quelle più gravi. Tutti loro hanno continuato a fare carriera nella polizia comandata da Gianni De Gennaro.
Il quale - parlando delle torture inflitte dai suoi uomini - al massimo ha ammesso "eccessi" nell'uso della forza, aggiungendo sempre però che "verosimilmente" furono determinati "dalle condizioni di guerriglia create da criminali violenti e facinorosi". Insomma, quasi un eccesso di legittima difesa, mica tortura...
La scheda di Marco Preve, su Repubblica, ricostruisce le carriere dei poliziotti condannati per Genova 2001. Diciamo che se non c'è un dio che li protegge, poco ci manca...
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Promossi dal Viminale o riciclati come manager, le carriere miracolose dei poliziotti di Genova
Caldarozzi a Finmeccanica con De Gennaro, Ferri alla sicurezza del Milan, Gava a Unicredit: così si sono salvati i funzionari condannati
di MARCO PREVE
GENOVA. Banche, squadre di calcio, aziende di Stato. In attesa di indossare di nuovo la divisa. Ricche consulenze per i big rimasti (temporaneamente) fuori dal corpo, e neppure un giorno di sospensione per i capisquadra che guidarono gli agenti torturatori. Con i protagonisti di una delle pagine più nere della democrazia italiana, in fondo, la sorte non è stata così maligna.
Ed è anche questo aspetto, quello di un'impunità quasi totale, che ha influito non poco nel giudizio con cui la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato l'Italia per le torture avvenute all'interno della scuola Diaz al G8 genovese del 2001.
La Corte di Strasburgo ha sottolineato che di fronte al semplice sospetto di gravi abusi commessi da appartenenti alle forze dell'ordine la Convenzione dei Diritti dell'uomo prevede l'allontanamento degli stessi dalle posizioni che occupano già nella fase d'indagine.
Invece per la Diaz è accaduto l'esatto contrario, molti di loro sono stati promossi questori, capi di dipartimento, prefetti, e da indagati e condannati hanno raggiunto livelli apicali. Quelli che hanno dovuto lasciare la divisa sono quasi tutti "caduti in piedi" e gli altri rappresentano ancora lo Stato nelle strade e nelle piazze d'Italia.
Quando nel luglio 2012 la Cassazione conferma le pesanti condanne di appello per falso (le uniche che si sono salvate dalla prescrizione a differenza delle lesioni gravi) Franco Gratteri è il capo della Direzione centrale anticrimine, Gilberto Caldarozzi, capo dello Servizio centrale operativo, Giovanni Luperi, capo del dipartimento analisi dell'Aisi, l'ex Sisde, Filippo Ferri, il più giovane, figlio dell'ex ministro e fratello del sottosegretario alla giustizia, guida la squadra mobile di Firenze. L'interdizione dai pubblici uffici obbliga il ministero ad espellerli.
Non restano a spasso per molto. Ferri diventa responsabile della sicurezza del Milan e per alcuni mesi è l'angelo custode di Mario Balotelli.
Gilberto Caldarozzi lavora prima per le banche e poi viene chiamato come consulente della sicurezza a Finmeccanica dal suo vecchio capo, Gianni De Gennaro. Indiscrezioni raccontano che anche Franco Gratteri abbia avuto rapporti con il colosso di Stato ma dall'ufficio stampa dicono che non risulta. A Gratteri, nel 2013 il ministero pagava ancora un appartamento di servizio nel centro di Roma, ufficialmente per motivi di sicurezza.
Tra gli altri funzionari di vertice che si sono riciclati come consulenti c'è anche Salvatore Gava ex dirigente di squadra mobile che oggi lavora per Unicredit.
Attività manageriale starebbe svolgendo anche un altro condannato per la Diaz, quel Fabio Ciccimarra che è stato condannato in appello (prescritto in Cassazione) per sequestro di persona per i fatti del G7 di Napoli alla Caserma Raniero, sempre nel 2001. Ciccimarra da indagato in due processi e già con condanne in primo grado era un funzionario in carriera fino al 2012, quando il definitivo per la Diaz lo colse capo della squadra mobile all'Aquila.
Vincenzo Canterini, il capo del reparto mobile di Roma dopo il 2001 ha avuto prestigiosi incarichi nelle ambasciate europee e una volta in pensione si è dedicato anche a rievocare, a modo suo, la vicenda Diaz in un libro.
Il suo vice Michelangelo Fournier, il funzionario che interruppe i pestaggi al grido di "basta basta", che al processo parlò di "macelleria messicana", ma che non fu mai in grado di individuare neppure un responsabile delle brutalità tra i suoi uomini, oggi è sempre in servizio e ricopre anche un ruolo sindacale.
Se, per questioni anagrafiche, i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici mettono fuori gioco Gratteri e Luperi (anche se non sono vietate consulenze con i servizi segreti), per i più giovani non è escluso, ed è anzi previsto, un ritorno in divisa una volta scontato il periodo. Nessun esponente di governo ha infatti mai specificato che non saranno riammessi.
Potrebbero indossarla ancor prima due funzionari responsabili di condotte minori nella vicenda Diaz. Uno di loro è quel Pietro Troiani che diede ordine al suo autista di trasferire dal blindato al cortile della scuola Diaz il sacchetto con le molotov poi addebitate ingiustamente ai manifestanti. L'aver beneficato dell'affidamento ai servizi sociali per i pochi mesi da scontare non coperti dall'indulto consente infatti di ottenere la cancellazione dell'interdizione.
Grazie alla prescrizione per le lesioni gravi non hanno invece subito nessuna interdizione i capisquadra condannati: Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri. Hanno continuato a fare il loro lavoro.
Addirittura il governo italiano, come si legge nella sentenza della Corte europea, non ha mai voluto informare i giudici di Strasburgo circa le sanzioni disciplinari adottate. E lo stesso sta facendo il ministro Angelino Alfano da due anni esatti. Nel maggio del 2013 i parlamentari di Sel presentarono un'interrogazione al Viminale per sapere quali misure disciplinari fossero state prese nei confronti dei condannati per la Diaz. La risposta deve ancora arrivare.
Fonte
20/03/2015
Bruxelles ha disposto le dimissioni di Lupi
Le dimissioni si danno davanti alla Terza Camera (presto seconda, con la scomparsa del Senato), ovvero sulla poltrona di Porta a Porta, con l'officiante Bruno Vespa nella parte del confessore-perdonatore, incidentalmente marito di quel gip che, nelle inchieste sui Mondiali di calcio del 1990, proscioglie «perché il fatto non sussiste» l'ora arrestato Ercole Incalza. Ghirigori di incontri, nei retrobottega del potere italico...
L'annuncio è stato ovviamente sofferto e dolente: "Domani al termine dell'informativa" alla Camera, "rassegnerò le dimissioni". Con grandi sussulti di dignità istituzionale: "Per me la politica non è un mestiere ma passione. E' poter servire il proprio Stato. Non ho perso né l'onore né la passione". Evidentemente deve esserci stato un caso di omonimia con quell'altro Lupi che, parlando al telefono con Incalza chiedeva «Tu suggerisci di rimanere? Io sono veramente dubbioso... o mi rifaccio il partito, oppure rimanere dentro...e rimanere a fare cosa?».
Onore perduto a parte, la vicenda si chiude nell'unico modo possibile ai tempi della Troika.
Se vogliamo restare alla pura procedura parlamentare, infatti, la strada era egualmente segnata. Il Movimento 5 Stelle aveva preparato una mozione di sfiducia personale sul ministro delle infrastrutture che si faceva dirigere, e persino scrivere il programma di governo, da quello che teoricamente era solo un suo collaboratore a progetto. La mozione sarebbe stata votata da Sel, fors'anche dai "dissidenti" del Pd, sicuramente da una parte di Forza Italia che considera Lupi come uno dei traditori del Caimano (quando scelsero, insieme ad Alfano, di restare nel governo Letta mentre il berluska rompeva il patto).
A quel punto, per salvare il ministro di cielle, Renzi avrebbe dovuto porre una sorta di "fiducia" sul lupetto ormai spelacchiato e additato al pubblico ludibrio. Un costo alto, senza alcun guadagno.
Tanto più che una vicenda del genere, seppur senza dichiarazioni pubbliche, era certamente seguita dalle cancellerie dell'Unione Europea, dove vigono standard comportamentali per i ministri decisamente diversi. Ci sono stati casi di ministri, per esempio in Francia, costretti alle dimissioni non per aver rubato o concesso appalti miliardari in cambio di mazzette, ma semplicemente per aver affittato un appartamento - a spese dello stato - considerato "troppo grande" per il suo nucleo familiare...
Cosa significa? Che la classe dirigente di questa Unione Europea appare consapevole delle "difficoltà" italiane nell'adeguarsi a questi standard e quindi - pur accettando di sostenere e riconoscere governi disposti ad eseguire i propri ordini, ma composti da rappresentanti di interessi clientelari sotto la soglia della presentabilità - "preme" perché gli episodi di corruzione diventino occasione di "limature progressive", capaci di eliminare il personale politico inadeguato agli scopi.
L'altra strada sarebbe stata "rivoluzionaria", in senso autoritario. Ovvero sbarrare la strada dei ministeri a tutti i personaggio di questo tipo e affidare tutti i poteri al Cantone di turno. Il rischio, evidente, era però quello di sollevare una "rivolta" masanelliana dei tangentari, dei corrotti, del "mondo di mezzo"... meglio, molto meglio, la "politica dei piccoli passi" teleguidati dall'alto, le scremature rese possibili dalle inchieste giudiziarie.
Così vanno interpretata le uniche parole pronunciate da Renzi sula vicenda (strano, neanche un tweet, questa volta...): "La scelta di Maurizio è una scelta saggia, per sé, per Ncd, per il governo". Una scelta che evita di trasformare un colpo durissimo per la credibilità - in rapido calo - di questo governo in una crepa permanente capace di abbatterlo.
Sì, va bene, ma da chi verrà sostituito Lupi? Per ora Renzi annuncia l'interim a se stesso. In attesa di trovare il nome giusto. Circola quello di Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità anticorruzione, magistrato che ha sostituito lo sbiadito Di Pietro dell'immaginario ruolo dell'"uomo incorruttibile".
Ma bisogna ricordare - e le telefonate tra Lupi e Incalza lo dimostrano - che Renzi era già prima intenzionato a portare a Palazzo Chigi la "struttura tecnica di missione" del ministero delle Infrastrutture, quella con a capo Incalza e per cui lo stesso Lupi aveva minacciato di far cadere il governo.
Ma circola anche quello di Mauro Moretti, amministratore delegato di Finmeccanica ed ex ad delle Ferrovie, nonché nel lontano passato anche ex segretario della FiltCgil. Un inaffondabile capace di galleggiare in qualsiasi mare...
Fonte
L'annuncio è stato ovviamente sofferto e dolente: "Domani al termine dell'informativa" alla Camera, "rassegnerò le dimissioni". Con grandi sussulti di dignità istituzionale: "Per me la politica non è un mestiere ma passione. E' poter servire il proprio Stato. Non ho perso né l'onore né la passione". Evidentemente deve esserci stato un caso di omonimia con quell'altro Lupi che, parlando al telefono con Incalza chiedeva «Tu suggerisci di rimanere? Io sono veramente dubbioso... o mi rifaccio il partito, oppure rimanere dentro...e rimanere a fare cosa?».
Onore perduto a parte, la vicenda si chiude nell'unico modo possibile ai tempi della Troika.
Se vogliamo restare alla pura procedura parlamentare, infatti, la strada era egualmente segnata. Il Movimento 5 Stelle aveva preparato una mozione di sfiducia personale sul ministro delle infrastrutture che si faceva dirigere, e persino scrivere il programma di governo, da quello che teoricamente era solo un suo collaboratore a progetto. La mozione sarebbe stata votata da Sel, fors'anche dai "dissidenti" del Pd, sicuramente da una parte di Forza Italia che considera Lupi come uno dei traditori del Caimano (quando scelsero, insieme ad Alfano, di restare nel governo Letta mentre il berluska rompeva il patto).
A quel punto, per salvare il ministro di cielle, Renzi avrebbe dovuto porre una sorta di "fiducia" sul lupetto ormai spelacchiato e additato al pubblico ludibrio. Un costo alto, senza alcun guadagno.
Tanto più che una vicenda del genere, seppur senza dichiarazioni pubbliche, era certamente seguita dalle cancellerie dell'Unione Europea, dove vigono standard comportamentali per i ministri decisamente diversi. Ci sono stati casi di ministri, per esempio in Francia, costretti alle dimissioni non per aver rubato o concesso appalti miliardari in cambio di mazzette, ma semplicemente per aver affittato un appartamento - a spese dello stato - considerato "troppo grande" per il suo nucleo familiare...
Cosa significa? Che la classe dirigente di questa Unione Europea appare consapevole delle "difficoltà" italiane nell'adeguarsi a questi standard e quindi - pur accettando di sostenere e riconoscere governi disposti ad eseguire i propri ordini, ma composti da rappresentanti di interessi clientelari sotto la soglia della presentabilità - "preme" perché gli episodi di corruzione diventino occasione di "limature progressive", capaci di eliminare il personale politico inadeguato agli scopi.
L'altra strada sarebbe stata "rivoluzionaria", in senso autoritario. Ovvero sbarrare la strada dei ministeri a tutti i personaggio di questo tipo e affidare tutti i poteri al Cantone di turno. Il rischio, evidente, era però quello di sollevare una "rivolta" masanelliana dei tangentari, dei corrotti, del "mondo di mezzo"... meglio, molto meglio, la "politica dei piccoli passi" teleguidati dall'alto, le scremature rese possibili dalle inchieste giudiziarie.
Così vanno interpretata le uniche parole pronunciate da Renzi sula vicenda (strano, neanche un tweet, questa volta...): "La scelta di Maurizio è una scelta saggia, per sé, per Ncd, per il governo". Una scelta che evita di trasformare un colpo durissimo per la credibilità - in rapido calo - di questo governo in una crepa permanente capace di abbatterlo.
Sì, va bene, ma da chi verrà sostituito Lupi? Per ora Renzi annuncia l'interim a se stesso. In attesa di trovare il nome giusto. Circola quello di Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità anticorruzione, magistrato che ha sostituito lo sbiadito Di Pietro dell'immaginario ruolo dell'"uomo incorruttibile".
Ma bisogna ricordare - e le telefonate tra Lupi e Incalza lo dimostrano - che Renzi era già prima intenzionato a portare a Palazzo Chigi la "struttura tecnica di missione" del ministero delle Infrastrutture, quella con a capo Incalza e per cui lo stesso Lupi aveva minacciato di far cadere il governo.
Ma circola anche quello di Mauro Moretti, amministratore delegato di Finmeccanica ed ex ad delle Ferrovie, nonché nel lontano passato anche ex segretario della FiltCgil. Un inaffondabile capace di galleggiare in qualsiasi mare...
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