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23/03/2020

Blood in the streets

di Alessandra Daniele

“Ci sono regioni che non sanno più dove mettere le bare” – Luigi Di Maio, M5S

“Questo virus non se ne andrà. Ormai è nella popolazione umana” – Ilaria Capua, virologa

“È giunto il momento di militarizzare l’Italia” – Vincenzo De Luca, PD

La polmonite virale Covid-19 ha già fatto quasi 14 mila morti. Più d’un terzo dei quali nel Lombardo-Veneto. Confindustria però non ritiene sia il momento di sospendere tutte le attività produttive non necessarie, ed ha quindi ordinato al tetro burattino di Palazzo Chigi un ulteriore rinvio, e un concetto più ampio e comodo di “necessario”.

Che differenza possono fare qualche giorno e qualche fabbrica in più? Qualche migliaio di morti, niente per cui il capitale sia mai stato disposto ad accettare un calo dei profitti.

Medici e paramedici sono allo stremo. E quella lombarda è la Sanità più attrezzata d’Italia.

Se la pandemia dovesse dilagare al Sud con la stessa virulenza, sarebbe un’ecatombe.

La gente chiusa in casa aspetta angosciata che l’emergenza finisca.

Ma non finirà.

Perché Covid-19 e le sue conseguenze sono qui per restare.

Perché della contemporanea recessione mondiale, che era già cominciata, tutti gli speculatori approfitteranno come virus in un organismo debilitato.

Come dicono a Wall Street, è quando il sangue scorre per le strade che si fanno gli affari migliori.

Il sangue, e la paura.

In questi giorni di escalation virale e securitaria, gli italiani hanno preteso che i trasgressori dell’ordinanza di distanziamento sociale per la strada venissero tracciati attraverso il cellulare, denunciati e multati. Mentre operai e impiegati restano costretti a continuare a lavorare in fabbriche ed uffici pieni.

Hanno approvato che il parlamento venisse chiuso di fatto, e che le elezioni venissero rinviate sine die.

Hanno invocato e ottenuto l’esercito a presidiare le strade. Il “soccorso” della BCE. Il ritorno di Bertolaso.

Hanno ignorato un’atroce strage di detenuti che chiedevano di non essere condannati anche al Coronavirus.

Naturalmente non tutti l’hanno fatto, ma sono stati abbastanza.

C’è da augurarsi che questo giro di vite para-golpista finisca per provocare una reazione uguale e contraria, una rivolta generalizzata contro l’attuale sistema socio-economico che ha tradito tutte le sue promesse di benessere, libertà, sicurezza, progresso.

Per il momento però quasi tutti i segnali necessariamente indicano la direzione opposta.

In tutto il mondo, dalla Francia all’Iran, dalla Catalogna a Hong Kong, la quarantena ha spento il fuoco delle manifestazioni di piazza, sostituite dalle spettrali pattuglie in tuta bianca che spruzzano disinfettante.

Se sopravviveremo, con l’estate, e gli auspicabili progressi nella ricerca di terapie efficaci e d’un vaccino, la tensione securitaria probabilmente calerà. Ma al prossimo autunno, al prossimo Coronavirus che arriverà puntualmente come ormai succede ogni paio d’anni – la SARS, la MERS, la H1N1, la Covid-19 – si tornerà a rinunciare a tutte le nostre già poche e illusorie libertà per paura di finire in una di quelle bare. O di vederci finire un familiare, un amico, senza neanche poterlo salutare per l’ultima volta.

E Confindustria ci conta: dopotutto è quando il sangue e il disinfettante scorrono per le strade che si fanno gli affari migliori.

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