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25/03/2020

Attenzione allo sceriffo di Nottingham: no allo scippo dei Fondi Ue da Sud a Nord

Il Ministro dell’Economia Gualtieri vuole usare i Fondi Europei per l’emergenza Coronavirus. Per Gualtieri e il Presidente del Consiglio Conte si pongono tre snodi:
1) Bruxelles non ha sospeso il Patto di Stabilità;
2) il Governo può chiedere a Bruxelles l’esclusione dal calcolo del deficit di 20 miliardi di cofinanziamento nazionale: così potrà spendere 50 miliardi di programmi UE;
3) tale operazione non deve tradursi in uno scippo al Sud delle sue poche risorse come paventato su IlSole24ore.

1) “La clausola di salvaguardia generale sospende le procedure del patto di stabilità e crescita”. Queste parole concludono la Comunicazione della Commissione presieduta da Ursula Von Der Leyen al Consiglio del 20 marzo.

Grazie alla clausola Consiglio e Commissione potranno discostarsi dagli obblighi di bilancio che normalmente si applicherebbero. Che significa? Semplicemente che, causa Covid-19, temporaneamente gli Stati Membri non avranno l’obbligo di convergere verso il pareggio strutturale di bilancio. E invece di ridurre il deficit strutturale di bilancio progressivamente verso lo zero quest’anno gli Stati potranno emettere più debito.

La Comunicazione è chiara e cita il Regolamento n. 1466/97 che introdusse per la prima volta il Patto di Stabilità, inventato dall’allora ministro tedesco Theo Waigel: per quanto concerne il braccio preventivo del Patto “in caso di grave recessione economica della zona euro o dell’intera Unione, gli Stati membri possono essere autorizzati ad allontanarsi temporaneamente dal percorso di aggiustamento verso l’obiettivo di bilancio a medio termine, a condizione che la sostenibilità di bilancio a medio termine non ne risulti compromessa”. Tali parole sono cruciali: il maggior deficit è concesso all’Italia solo se non compromette la sostenibilità del debito nei prossimi tre anni.

Per quanto concerne il braccio correttivo “in caso di grave recessione economica della zona euro o dell’intera Unione, il Consiglio può anche decidere, su raccomandazione della Commissione, di adottare una traiettoria di bilancio rivista”. Precisamente, l’impatto sul bilancio delle misure collegate al Covid-19 sarà “escluso quando la Commissione valuterà la conformità con il patto di stabilità e crescita. Sarà effettuata una valutazione, anche sugli importi ammissibili, sulla base dei dati osservati forniti dagli Stati membri.”

Concretamente nessun riferimento allo sforamento del 3% nel rapporto Deficit/PIL ma solo spese una tantum per l’attuale emergenza. Caspita che concessione!

2) L’Italia nel ciclo 2014-2020 ha una dotazione di programmi cofinanziati dai Fondi UE pari a 74,1 miliardi: 53,2 miliardi dei PON (Programmi Operativi Nazionali gestiti dai Ministeri) e POR (Programmi Operativi Regionali gestiti dalle Regioni) cofinanziati dal FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) e dal FSE (Fondo Sociale Europeo); 20,9 miliardi dei Piani regionali e nazionali cofinanziati dal FEASR (Fondo Europeo Agricolo di Sviluppo Rurale). Poiché l’Italia, al 31 dicembre 2019, ha speso solo 24,2 miliardi dei 74,1 miliardi dei programmi UE, abbiamo 49,9 miliardi residui (Tabelle 1 e 2): precisamente, poiché dei 53,23 miliardi dei Programmi FESR-FSE sono stati spesi solo 15,18 miliardi, ne dobbiamo spendere 38,05 miliardi ; e poiché dei 20,91 miliardi dei Piani FEASR sono stati spesi solo 9,04 miliardi, ne dobbiamo spendere 11,87 miliardi.





Tali importi si riferiscono alla spesa certificata al 31 dicembre 2019 riportata sui siti dell’Agenzia per la Coesione Territoriale e del Ministero delle Politiche agricole. Per la regola dell’N+3 la spesa intera dei programmi deve essere certificata entro il 31 dicembre 2023 per evitare il disimpegno automatico delle somme non spese. Quindi dobbiamo spendere i residui 49,9 miliardi di programmi UE entro il 2023.

Quella dotazione di 74,1 miliardi è data dalla somma di 30 miliardi di cofinanziamento nazionale e oltre 44 miliardi di Fondi UE (Tabella 3). Che significa? Che mediamente, nella programmazione attuale 2014-2020, noi contribuiamo al 40,5% e la UE al 59,5 % (precisamente i 30 miliardi di cofinanziamento nazionale sono il 40,5% della dotazione dei 74,14 miliardi dei programmi UE).

Quindi, mediamente, ogni 40,5 Euro di cofinanziamento nazionale ci consentono di spendere 59,5 Euro di Fondi UE.

Purtroppo la spesa dei programmi UE (gestiti da Ministeri e Regioni) è rallentata dal Patto di Stabilità. Regioni e Ministeri non hanno i soldi del cofinanziamento nazionale ai programmi UE perché devono prima pagare i debiti contratti con le aziende fornitrici di servizi. Per esempio le regioni devono scegliere tra pagare i debiti della sanità ed allocare risorse per il cofinanziamento italiano ai programmi UE.

Questa è la ragione primaria per la quale non spendiamo i programmi UE.

Nell’emergenza attuale Conte deve ottenere dalla Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen quanto finora negato: lo scomputo dal deficit di quei 20 miliardi di cofinanziamento nazionale. Solo così l’Italia potrà spendere velocemente quei 49,9 miliardi residui dei programmi UE 2014-2020.

3) Lo sblocco dei suddetti 49,9 miliardi di programmi UE non deve però tradursi nell’ennesimo scippo per il Mezzogiorno. L’11 marzo Giuseppe Chiellino, sul Sole24Ore, ha riportato come il principale aiuto da Bruxelles sarà la riprogrammazione dei Fondi UE con un elemento di solidarietà da Sud a Nord. Il Ministro Giuseppe Provenzano ha subito fatto sapere che non serve una ripartizione territoriale.

E qui veniamo al problema politico. Dei 74,1 miliardi dei programmi UE, ben 46,6 miliardi sono destinati al Mezzogiorno. Ovvero oltre il 62% dei 74,1 miliardi è destinato al Sud. Ergo, le maggiori spese che le regioni del Nord affrontano per il Coronavirus devono essere pagate sforando il deficit e non con Fondi UE per il Mezzogiorno.

E, poiché la diffusione del Coronavirus al Sud è solo questione di settimane e il suo impatto sul già debole PIL del Mezzogiorno sarà devastante, la ripartizione Nord-Sud delle risorse UE tra le regioni non deve assolutamente essere variata. Per esempio, secondo la Svimez, oggi la spesa annua del Settore Pubblico Allargato pro-capite al netto degli interessi nel Sud è pari a 13.394 euro, nel Centro-Nord è pari a 17.065 euro. Tale divario nella spesa storica deve essere colmato e non aggravato.

Nessuno sceriffo di Nottingham sottragga i Fondi UE al Sud per darli al Nord.

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