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25/03/2020

Attenzione allo sceriffo di Nottingham: no allo scippo dei Fondi Ue da Sud a Nord

Il Ministro dell’Economia Gualtieri vuole usare i Fondi Europei per l’emergenza Coronavirus. Per Gualtieri e il Presidente del Consiglio Conte si pongono tre snodi:
1) Bruxelles non ha sospeso il Patto di Stabilità;
2) il Governo può chiedere a Bruxelles l’esclusione dal calcolo del deficit di 20 miliardi di cofinanziamento nazionale: così potrà spendere 50 miliardi di programmi UE;
3) tale operazione non deve tradursi in uno scippo al Sud delle sue poche risorse come paventato su IlSole24ore.

1) “La clausola di salvaguardia generale sospende le procedure del patto di stabilità e crescita”. Queste parole concludono la Comunicazione della Commissione presieduta da Ursula Von Der Leyen al Consiglio del 20 marzo.

Grazie alla clausola Consiglio e Commissione potranno discostarsi dagli obblighi di bilancio che normalmente si applicherebbero. Che significa? Semplicemente che, causa Covid-19, temporaneamente gli Stati Membri non avranno l’obbligo di convergere verso il pareggio strutturale di bilancio. E invece di ridurre il deficit strutturale di bilancio progressivamente verso lo zero quest’anno gli Stati potranno emettere più debito.

La Comunicazione è chiara e cita il Regolamento n. 1466/97 che introdusse per la prima volta il Patto di Stabilità, inventato dall’allora ministro tedesco Theo Waigel: per quanto concerne il braccio preventivo del Patto “in caso di grave recessione economica della zona euro o dell’intera Unione, gli Stati membri possono essere autorizzati ad allontanarsi temporaneamente dal percorso di aggiustamento verso l’obiettivo di bilancio a medio termine, a condizione che la sostenibilità di bilancio a medio termine non ne risulti compromessa”. Tali parole sono cruciali: il maggior deficit è concesso all’Italia solo se non compromette la sostenibilità del debito nei prossimi tre anni.

Per quanto concerne il braccio correttivo “in caso di grave recessione economica della zona euro o dell’intera Unione, il Consiglio può anche decidere, su raccomandazione della Commissione, di adottare una traiettoria di bilancio rivista”. Precisamente, l’impatto sul bilancio delle misure collegate al Covid-19 sarà “escluso quando la Commissione valuterà la conformità con il patto di stabilità e crescita. Sarà effettuata una valutazione, anche sugli importi ammissibili, sulla base dei dati osservati forniti dagli Stati membri.”

Concretamente nessun riferimento allo sforamento del 3% nel rapporto Deficit/PIL ma solo spese una tantum per l’attuale emergenza. Caspita che concessione!

2) L’Italia nel ciclo 2014-2020 ha una dotazione di programmi cofinanziati dai Fondi UE pari a 74,1 miliardi: 53,2 miliardi dei PON (Programmi Operativi Nazionali gestiti dai Ministeri) e POR (Programmi Operativi Regionali gestiti dalle Regioni) cofinanziati dal FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) e dal FSE (Fondo Sociale Europeo); 20,9 miliardi dei Piani regionali e nazionali cofinanziati dal FEASR (Fondo Europeo Agricolo di Sviluppo Rurale). Poiché l’Italia, al 31 dicembre 2019, ha speso solo 24,2 miliardi dei 74,1 miliardi dei programmi UE, abbiamo 49,9 miliardi residui (Tabelle 1 e 2): precisamente, poiché dei 53,23 miliardi dei Programmi FESR-FSE sono stati spesi solo 15,18 miliardi, ne dobbiamo spendere 38,05 miliardi ; e poiché dei 20,91 miliardi dei Piani FEASR sono stati spesi solo 9,04 miliardi, ne dobbiamo spendere 11,87 miliardi.





Tali importi si riferiscono alla spesa certificata al 31 dicembre 2019 riportata sui siti dell’Agenzia per la Coesione Territoriale e del Ministero delle Politiche agricole. Per la regola dell’N+3 la spesa intera dei programmi deve essere certificata entro il 31 dicembre 2023 per evitare il disimpegno automatico delle somme non spese. Quindi dobbiamo spendere i residui 49,9 miliardi di programmi UE entro il 2023.

Quella dotazione di 74,1 miliardi è data dalla somma di 30 miliardi di cofinanziamento nazionale e oltre 44 miliardi di Fondi UE (Tabella 3). Che significa? Che mediamente, nella programmazione attuale 2014-2020, noi contribuiamo al 40,5% e la UE al 59,5 % (precisamente i 30 miliardi di cofinanziamento nazionale sono il 40,5% della dotazione dei 74,14 miliardi dei programmi UE).

Quindi, mediamente, ogni 40,5 Euro di cofinanziamento nazionale ci consentono di spendere 59,5 Euro di Fondi UE.

Purtroppo la spesa dei programmi UE (gestiti da Ministeri e Regioni) è rallentata dal Patto di Stabilità. Regioni e Ministeri non hanno i soldi del cofinanziamento nazionale ai programmi UE perché devono prima pagare i debiti contratti con le aziende fornitrici di servizi. Per esempio le regioni devono scegliere tra pagare i debiti della sanità ed allocare risorse per il cofinanziamento italiano ai programmi UE.

Questa è la ragione primaria per la quale non spendiamo i programmi UE.

Nell’emergenza attuale Conte deve ottenere dalla Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen quanto finora negato: lo scomputo dal deficit di quei 20 miliardi di cofinanziamento nazionale. Solo così l’Italia potrà spendere velocemente quei 49,9 miliardi residui dei programmi UE 2014-2020.

3) Lo sblocco dei suddetti 49,9 miliardi di programmi UE non deve però tradursi nell’ennesimo scippo per il Mezzogiorno. L’11 marzo Giuseppe Chiellino, sul Sole24Ore, ha riportato come il principale aiuto da Bruxelles sarà la riprogrammazione dei Fondi UE con un elemento di solidarietà da Sud a Nord. Il Ministro Giuseppe Provenzano ha subito fatto sapere che non serve una ripartizione territoriale.

E qui veniamo al problema politico. Dei 74,1 miliardi dei programmi UE, ben 46,6 miliardi sono destinati al Mezzogiorno. Ovvero oltre il 62% dei 74,1 miliardi è destinato al Sud. Ergo, le maggiori spese che le regioni del Nord affrontano per il Coronavirus devono essere pagate sforando il deficit e non con Fondi UE per il Mezzogiorno.

E, poiché la diffusione del Coronavirus al Sud è solo questione di settimane e il suo impatto sul già debole PIL del Mezzogiorno sarà devastante, la ripartizione Nord-Sud delle risorse UE tra le regioni non deve assolutamente essere variata. Per esempio, secondo la Svimez, oggi la spesa annua del Settore Pubblico Allargato pro-capite al netto degli interessi nel Sud è pari a 13.394 euro, nel Centro-Nord è pari a 17.065 euro. Tale divario nella spesa storica deve essere colmato e non aggravato.

Nessuno sceriffo di Nottingham sottragga i Fondi UE al Sud per darli al Nord.

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11/08/2018

Fondi europei. Chi ci sta rimettendo?

Il Wall Street Journal è andato a spulciare i dati sull’erogazione e la distribuzione dei fondi europei tra i paesi membri e delle aree all’interno degli stessi, soprattutto per cercare di scoprire quali siano i motivi della crescente ostilità verso la tecnoburocrazia di Bruxelles in diversi paesi che alimenta i “movimenti populisti”.

Secondo i dati raccolti dal Wsj, riportati da Wall Street Italia, sarebbero quasi mille miliardi di euro quelli investiti dal 2000 a oggi, con lo scopo di aumentare la “coesione sociale interna allla Ue” e aiutare ad includere le aree meno sviluppate dell’Unione Europea.

I fondi di coesione, secondo quanto stimato dal Wall Street Journal, hanno messo in campo uno stanziamento di fondi che, ai valori attuali, supera quello del Piano Marshall adottato per aiutare la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Ma i tempi, le condizioni storiche e le priorità in Europa sono cambiati radicalmente dal dopoguerra a oggi e soprattutto dal dopo guerra fredda.

Per gli stati europei più ricchi, è evidente che l’esborso netto possa diventare ragione di malcontento: fra i maggiori contribuenti netti dei fondi di coesione in testa ci sono Germania, Francia, Regno Unito e Italia (secondo grafico in basso). La conseguenza imprevedibile è che i paesi più favoriti dai fondi europei, siano oggi quelli dove è più forte l’antieuropeismo, cioè i paesi dell’Europa dell’est.

La Polonia è, di gran lunga, la prima economia che fra 2014 e 2020, ha ricevuto e riceverà più fondi: oltre 60 miliardi. Spiccano in classifica, poi, la Repubblica Ceca, l’Ungheria (addirittura terza nel periodo 2008-2017), la Slovacchia. Si tratta dei Paesi dell’Europa dell’est che manifestano apertamente la propria contrarietà alle politiche migratorie europee. Ma anche all’interno degli stessi paesi ricchi del nucleo centrale, se l’analisi passa a una dimensione regionale, il fatto di ricevere molti fondi europei non aiuta la popolarità dell’Ue.


“Il maggior beneficiario dei fondi di coesione dell’Ue nella Francia continentale è il Nord-Pas-de-Calais, un tempo potenza industriale del carbone, dell’acciaio e dei tessuti” scrive il Wsj, “ma in parlamento è rappresentato da Marine Le Pen, che aveva proposto alla Francia un referendum sull’uscita dall’Ue”.

In Italia, Salvini ha parlato di un saldo negativo di sei miliardi tra quanto versato e ricevuto dal nostro Paese nei confronti dell’Unione Europea. Secondo i dati della Commissione europea si tratta di un’affermazione abbastanza imprecisa, mentre secondo quelli della Corte dei Conti – che usa una diversa metodologia – l’imprecisione è assai più lieve: la media degli ultimi sette anni sarebbe di 5,3 miliardi l’anno, quasi quanto affermato da Salvini.

Nella Relazione annuale della Corte dei Conti pubblicata a dicembre 2017 e dedicata a “I rapporti finanziari con l’Unione europea e l’utilizzazione dei Fondi comunitari”, vengono analizzati i flussi finanziari tra Italia e Unione Europea nel 2016, sulla base dei dati forniti dalla Ragioneria generale dello Stato.

E qui le somme della Corte dei Conti divergono da quelle rese disponibili dalla Commissione Europea. Nella relazione si legge che queste, “non tengono conto di alcune differenze di contabilizzazione sul lato dei versamenti al bilancio europeo, né delle somme che non transitano per la tesoreria, sul lato degli accrediti. Per quanto riguarda questi ultimi, va detto, infatti, che non tutte le somme erogate a beneficiari italiani transitano per la tesoreria statale” (p. 34).

Ad ogni modo, per il 2016, la Corte dei Conti rileva 14,775 miliardi versati a favore dell’Ue e 10,075 miliardi ricevuti dal nostro Paese. Dunque un saldo negativo di 4,7 miliardi, mentre per la Commissione Europea i versamenti totali erano di 13,9 miliardi e le somme ricevute dall’UE a 11,5, con un divario e un saldo negativo per l’Italia più ridotto.

Nel 2015 la somma dei contributi europei versati dall’Italia è stata di 11 miliardi e 613 milioni, a cui va aggiunto il miliardo e 689 milioni di dazi sulle merci importate dall’Italia e provenienti da fuori Ue. Sul totale dei soldi incassati con i dazi, ogni Paese trattiene il 25% per compensare le spese di raccolta.

E poi c’è il miliardo e 125 milioni proveniente dall’Iva: lo 0,3% del gettito che ogni Paese incassa va, infatti, alla Ue. Il rimborso al Regno Unito consiste nella suddivisione tra i Paesi membri di quell’importo che il Regno Unito è autorizzato a non versare e che corrisponde al 66% della differenza tra quanto il Regno Unito stesso versa e riceve. Poi è arrivata la Brexit e tutto questo meccanismo è stato completamente rivisto.

L’unico dato certo è che la ripartizione “di scopo” dei fondi europei per il prossimo periodo è stata revisionata profondamente: meno fondi per la coesione sociale, più fondi per la Difesa e le spese per la sicurezza. E’ un cambiamento di paradigma significativo.

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19/02/2016

A Bruxelles Renzi torna europeista doc, contro i paesi dell'Est

La riunione del Consiglio europeo – il vertice dei capi di Stato o di governo dei paesi membri dell'Unione – si concluderà solo stasera e ha come problema centrale quello della Gran Bretagna, che vuole la libertà di starsene fuori dalla Ue mantenendo però il potere di condizionarne l'evoluzione. E solo per garantire a David Cameron qualche possibilità – scarsa comunque, per i sondaggi – di vincere il referendum sulla permanenza nella comunità a 28.

Ma sul tavolo dei boss girano anche altri dossier, a partire da quello dell'accoglienza dei rifugiati, tra paesi “di confine” – come Italia e Grecia – che devono fare i conti in prima persona con i migranti che approdano dopo viaggi pericolosi, e altri che alzano muri fisici e legali per non avere a che fare con il problema.

Un paese sul banco degli imputati è l'Austria, che ha reintrodotto controlli alle sue frontiere, sospendendo di fatto gli accordi di Shengen (le regole comunitarie dicono che è possibile, al massimo per due anni). Insomma, al Brennero si vanno allungando le file di auto e camion...

Molto più grave è la posizione di quasi tutti i paesi dell'Est, in genere governati da partiti razzisti o parafascisti, che hanno fatto della xenofobia e del rifiuto dell'accoglienza pressoché l'unico tema della propria agenda politica. Lo sviluppo economico si è fermato anche lì, le promesse paradisiache con cui erano “finalmente” approdati al capitalismo sono irrealizzate (e irrealizzabili), quindi non resta che compattare ogni singola popolazione contro tutte le altre, dislocando le paure sui “diversi” per colore della pelle.

Un fronte apparentemente fortissimo, convintissimo, ma debole proprio sul fronte economico e per la posizione nei rapporti istituzionali europei. Questi paesi, infatti, sono beneficiari netti di fondi europei (incamerano annualmente più di quanto non versino). Ergo, sono ricattabili.

Con la solita delicatezza che lo contraddistingue ormai anche a livello continentale, è stato il contafrottole di Rignano sull'Arno a esplicitare il ricatto:
"Cari amici, basta con le prese in giro: la solidarietà non può essere solo nel prendere, ma anche nel dare. Inizia ora la fase della programmazione dei fondi 2020. O siete solidali nel dare e nel prendere, oppure smettiamo di essere solidali noi Paesi contributori. E poi vediamo".
Parole ovviamente riferite, non registrate davanti alle telecamere, nel solco del ruolo già giocato durante il “waterboarding mentale” cui fu sottoposto Alexis Tsipras la notte dopo la vittoria del referendum contro i diktat della Troika. Là Renzi aveva giocato la parte del “poliziotto buono”, mentre Schaeuble e Merkel incarnavano con molta naturalezza quella dello sbirro “attivo”. Stavolta – a dimostrazione che non ci sono differenze reali tra i vari personaggi – avrebbe indossato lui i panni dell'ispettore Callaghan.

L'attacco agli “ingrati” dell'Est, che da un quarto di secolo campano di aiuti comunitari e concorrenza sleale verso il resto d'Europa, ma non vogliono farsi carico di nessuna condivisione (a parte chiedere che la Nato minacci militarmente la Russia), ha ovviamente trovato il plauso dei veri dominus dell'incontro, ovvero Germania e Francia.

Il ricatto sui fondi europei non è per nulla differente da quello praticato, a ogni step delle leggi di bilancio nazionali, dalla Commissione. Lì si impongono misure di politica fiscale e tagli alla spesa pubblica nazionale su capitoli di spesa indicati dalle istituzioni sovranazionali (sanità, pensioni, pubblico impiego, ecc.), qui si minaccia di bloccare le erogazioni future.

Chi pensava di vedere Renzi recitare dal vivo a Bruxelles la stessa parte “euroscettica” che recita a favore delle telecamere di regime italiane potrà forse rimanere sorpreso. Ma la partita in corso è molto articolata. Renzi si è scontrato solo due giorni fa, in Parlamento, con Mario Monti, il primo dei presidenti del consiglio non eletti ma scelti direttamente dalla Troika. Monti rappresenta ancora adesso un punto di riferimento centrale per le istituzioni sovranazionali all'interno di questo paese. E le critiche rivolte al guitto di Rignano sono suonate come un avvertimento: ragazzo, o torni sul binario che ti è stato tracciato, oppure puoi cominciare a preparare le valigie... Basta non approvarti la legge di stabilità, obbligando il governo italiano a varare una manovra correttiva a maggio-giugno, sotto elezioni amministrative, e il banco salta. Come si è visto sulle “unioni civili”, del resto, la tela deimi l governo più sfrontato degli ultanni si è andata sfilacciando fino all'inconsistenza.

Forse per recuperare credito europeo, dunque, Renzi si è assunto il ruolo del bastonatore – conto terzi – dei razzistelli dell'est.

Basta vedere con quanto rispetto ha accolto la decisione austriaca, teoricamente uguale a quella di Polonia, Ungheria, Cechia, ecc.
"L'Austria ha una posizione che è comprensibilmente molto difficile perché, pensate, ha più richiedenti asilo dell'Italia in termini assoluti ed è un paese decisamente più piccolo del nostro e meno popoloso. Quindi il tema austriaco esiste. Tuttavia non possiamo nemmeno immaginare di chiudere il Brennero che è simbolicamente, e non soltanto simbolicamente, uno dei grandi elementi di unione in Europa. Quindi si tratta di lavorare insieme".
Sarà una coincidenza, ma anche in Austria si parla tedesco. Meglio non irritare...

Fonte

09/01/2016

Le politiche attive del lavoro: il grande affare delle agenzie private

di Viviana Ruggeri – USB

L’articolato processo di riforme voluto dalla Commissione Europea ed agito pedissequamente dal Governo Renzi, ha visto nel 2015 un anno di svolta preoccupante, quello in cui lavoratori e cittadini hanno subito la spinta più severa verso un modello di sviluppo del paese in direzione neoliberista: meno diritti dentro e fuori il mercato del lavoro, meno Stato e più Mercato, meno inclusione sociale e più competizione, meno corpi intermedi e più soggettività, meno libertà (compreso il diritto di sciopero) e più controllo sociale. Il tutto in nome del superamento di una crisi, quella che il sociologo Gallino ha brillantemente definito il colpo di stato della banche e delle multinazionali. Ma il 2015 è stato al contempo l’avvio dell’attuazione di quella programmazione comunitaria 2014-2020[1] (fondi strutturali) che avrebbero potuto costituire per il nostro paese un importante braccio finanziario (circa 123 miliardi di euro per il settennio), un’occasione di investimento nella costruzione di nuovo lavoro attraverso un coraggioso piano industriale, mitigando al contempo, gli effetti che la crisi ha prodotto in termini di progressive e sempre più laceranti diseguaglianze sociali ed economiche.

Ma a ben guardare la genesi di queste riforme (dal Jobs Act fino alla riforma della PA) e il processo di preparazione della nuova politica di coesione, si scopre un unico principio ispiratore: riformare il paese in direzione neoliberista. Un principio che, stante i documenti comunitari, avrebbe dovuto portarci fuori dalla crisi e verso una società più intelligente, sostenibile e inclusiva. Queste le tre priorità del documento strategico “Europe2020” che dal 2011 tesse i legami più forti tra la politica di ogni paese e quella globale europea al punto di cancellare, de facto, la sovranità nazionale. Ma, come al solito, non sono gli obiettivi dichiarati a rendere esplicita la direzione del cambiamento, poiché ciò si coglie step by step e, dunque, nelle misure e negli strumenti che vengono agiti per il raggiungimento di quegli obiettivi.

Per questo l’UE ha dettato l’agenda ad ogni paese in tema di riforme strutturali. La nuova politica di coesione, che ne avrebbe sostenuto l’attuazione, costituiva il banco di prova della convergenza di tutti i paesi verso un unico modello di sviluppo. Sicché quei fondi strutturali, di cui il nostro paese ha sempre dato un imbarazzante esempio di cattiva gestione e di incapacità di spesa (nella programmazione 2007-2013 ammontavano a 99,286 miliardi di euro[2]) e su cui i cittadini attendevano ieri – ed ancor oggi – di conoscerne l’impatto in termini occupazionali, oggi sostengono, invece, quel cambiamento che continua ad acuire le disuguaglianze sociali, alla faccia della società più inclusiva.

Parole accattivanti accompagnano i titoli degli 11 obiettivi tematici su cui si articola questa nuova stagione programmatoria, lemmi che celano l’inganno. I nuovi fondi strutturali, in capo alle diverse amministrazioni centrali dello Stato tanto quanto quelle regionali, costituiscono il braccio finanziario per l’attuazione di quelle riforme che ci riconsegneranno un paese con un arretramento importante dello Stato dalla “cosa pubblica” ed un ingresso massiccio del privato nella sua gestione.

Sull’intreccio tra riforme nazionali e fondi comunitari il caso delle riforme delle politiche attive del lavoro (decreto legislativo n.150/2015), previste nel pacchetto Jobs Act, costituisce la road map del nuovo Programma Operativo Nazionale “Sistemi di politiche attive per l'occupazione” su cui vengono allocati 2,177 miliardi di Euro di fondi comunitari. Il Programma sarà gestito dalla Neo Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro (ANPAL), essa stessa frutto del Jobs Act. Ben poca informazione è circolata su questo aspetto della riforma, fatta eccezione per quella narrazione istituzionale sostenuta dai media che la descrive come una riforma chiave per rilanciare l’occupazione, magari in combinato disposto con le ingenti risorse destinate alle imprese per le “nuove” assunzioni.

Ma, come si diceva poc’anzi, le riforme, che costituiscono la messa in pratica dei diktat della Commissione Europea, il cui cronoprogramma è esso stesso oggetto di valutazione nell’ambito dei Piani Nazionali di Riforma[3], muovono tutte dalla stessa esigenza: cambiare il volto di questo paese a prescindere dal costo sociale che tale cambiamento assumerà sulle fasce di popolazione più marginali. A prescindere dal fatto che senza lavoro, con pochi diritti e tanta precarietà queste fasce saranno sempre più ampie inglobando segmenti sempre più estesi di quella che fu la middle class italiana. A prescindere dal fatto che poco è rimasto di quello Stato Sociale che avrebbe potuto e dovuto frenare la caduta libera nello stato di povertà relativa ed assoluta: il 12,9% delle persone residenti, pari a 7 milioni 815 mila persone vivono in condizioni di povertà relativa mentre il 6,8% della popolazione residente pari a 4 milioni 102 mila persone è vittima della povertà assoluta[4].

Entrando nel dettaglio di questo specifico aspetto della riforma a forte impronta centralista, è bene precisare subito che in esso è contenuto un modello di politica attiva del lavoro che ricalca in primis l’esperienza pionieristica sperimentata attraverso gli ammortizzatori sociali in deroga ed, in secundis, l’Iniziativa comunitaria “Garanzia Giovani”.

Posto che in entrambi i casi non sussistono evidenze empiriche che ne legittimino l’efficacia in termini occupazionali, sorprende che tale modello sia stato assunto ed esteso a tutta la platea dei disoccupati e percettori di forme di sostegno al reddito. Si tratta invece di evidenze empiriche quelle presentate dal Ministero del lavoro e delle Politiche sociali sul monitoraggio del Programma che, tralasciando gravemente il dato sul numero degli occupati in esito a Garanzia Giovani, si sofferma sulle registrazioni dei giovani al programma (780.994[5]), sulle prese in carico (5.975 presi in carico) e su quelli cui è stata proposta una misura (248.604) che rappresentano lo sconsolante 31%. Insomma, performance assai poco rassicuranti per costoro e, tra breve, per tutti quei disoccupati che dovranno seguire lo stesso percorso.

Il modello di cui Garanzia Giovani è il precursore fa proprio il postulato che il problema della non occupazione sia determinato da un mismatch tra domanda ed offerta di lavoro, prevedendo che l’offerta si attivi secondo diverse misure (orientamento, bilancio di competenze, formazione, tirocini, autoimprenditorialità ecc.) in funzione di quella che è la domanda di lavoro. Tutto ciò nella assoluta consapevolezza che la domanda di lavoro è evidentemente in flessione a causa della caduta della domanda interna di beni. Insomma, il lavoro non c’è e senza una politica industriale collegata alle politiche del lavoro non saranno le skills a preservare dai rischi di disoccupazione o dalla precarietà sine die. Ciononostante, tutti coloro che non sono occupati, beneficiari di ammortizzatori sociali o di sostegno al reddito, devono dimostrarsi attivi, sottoscrivendo la loro disponibilità al percorso attraverso i nuovi Centri per l’Impiego (ex servizi per l’impiego). In caso contrario si avvia un set progressivo di sanzioni.

Si giunge così al secondo aspetto della riforma e, dunque, al destino dei servizi pubblici per l’impiego e alla loro partnership con le agenzie private del lavoro. Soffermandoci sui primi, peraltro interessati dalla “riforma Delrio” (visto che dipendono dalle province), il decreto 150/2015 gli riconosce un peso specifico rilevante, visto che è attraverso tali centri che si avvia la procedura di politica attiva, ma poi trascura gravemente l’annoso problema dell’esiguo numero di operatori in forze presso tali servizi, non prevedendo alcun investimento specifico in tal senso[6]. Per avere un’idea delle condizioni in cui versano tali uffici, basti pensare che il rapporto tra disoccupati e operatori è in Italia di 254:1, 26:1 in Germania; 20:1 nel Regno Unito, 65:1 in Francia[7]. Considerato poi che tutto il processo di politica attiva si avvia proprio attraverso tali servizi (almeno a partire dalla DID[8], alla profilatura del livello di occupabilità fino al patto di servizio), appare chiaro che questo mancato investimento nei servizi pubblici è da ricercare nella volontà di aprire definitivamente questi servizi a favore dei privati su un tema e su una funzione che non può essere sovradeterminata dalla asimmetrica logica del mero profitto. Non casualmente, il dispositivo sancisce definitivamente l’accreditamento delle Agenzie Private del lavoro (APL), alle quali il disoccupato o cassaintegrato dovrà rivolgersi per l’attuazione del “contratto di ricollocazione”.

Questo inesorabile arretramento della componente pubblica, cui di fatto è lasciato il mero lavoro burocratico, è già esperito in Garanzia Giovani, dove le misure di politica attiva (orientamento, bilancio di competenze, formazione, tirocini, ecc.) vengono prevalentemente erogate dalle APL accreditate, cui il disoccupato, o percettore di una qualche forma di sostegno al reddito dovrà rivolgersi a seguito di una profilatura del suo livello di occupabilità.

E’ questo il terzo elemento chiave del modello, poiché a quella profilatura corrisponde un “assegno di ricollocazione” tanto più alto quanto più basso è il profilo di occupabilità che, evidentemente, costituirà il nuovo core business delle Agenzie private poiché quell’assegno potrà essere speso solo presso tali Agenzie accreditate. Insomma, un ottimo momento per gli operatori del mercato dell’intermediazione, visto che oggi, in presenza di una crisi della domanda di lavoro, il nuovo committente – lo Stato – si presenta assai più generoso e la platea dei “clienti” – disoccupati – assai più folta e a minor rischio di contrazione nel breve e medio periodo.

Altri principi aggravano il quadro generale di questa riforma, da quello che rende qualsivoglia forma di sostegno al reddito condizionata dalla disponibilità del soggetto a seguire un percorso di politica attiva, alla definizione di “un’offerta congrua” di lavoro decisa unilateralmente dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali fino all’introduzione del principio secondo cui i titolari di trattamenti di integrazione salariale in costanza di rapporto di lavoro possono essere chiamati a svolgere lavori di pubblica utilità.

Infine, la nuova Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro (ANPAL) la cui istituzione apre il 2016 rappresentando un esempio tangibile del processo di “agenzializzazione” che sta investendo molte strutture pubbliche dello Stato, sottraendo funzioni, risorse economiche  e personale a Ministeri, enti di ricerca ecc. Il decreto 150/2015 dedica ad essa un ampissimo spazio, trasferendo funzioni strategiche, di coordinamento e monitoraggio sulle politiche del lavoro nonché personale prima di competenza del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Un cambiamento inedito nel nostro paese poiché dietro la falsa esigenza di coordinare il sistema e tutti gli attori interessati, si attua uno svuotamento sostanziale delle funzioni chiave del Ministero del lavoro e delle politiche, cui resterà solo la residuale funzione di indirizzo.

Evidentemente non era necessaria alcuna nuova Agenzia poiché se quel coordinamento non è stato agito nei 15 anni che ci separano dall’ultima riforma dei servizi per il lavoro (Il D. Lgs. 469/97), le ragioni non sono certo da ricercare nell’assenza di un’Agenzia, quanto nel mancato investimento economico, infrastrutturale e di personale da dedicare al sistema dei servizi per l’occupazione.

Ma l’Anpal è anche lo spazio della ripresa concertazione del Governo con le parti sociali (sindacati confederali e rappresentanti datoriali), i quali, conclamando definitivamente la mutazione genetica di cui sono stati oggetto, grazie al Jobs Act e alla sua neo Agenzia, entrano a pieno titolo nel suo Consiglio di Vigilanza “…dettando le linee di indirizzo generali, proponendo gli obiettivi strategici, vigilando sul perseguimento degli indirizzi e degli obiettivi strategici adottati dal consiglio di amministrazione (art.7 e art 6 del decreto n. 150/2015)”. Insomma, le stesse parti sociali che sui territori svolgono azioni attraverso le loro agenzie, i loro enti di formazione e i loro fondi interprofessionali, costituiscono parte integrante della direzione politica dell’Agenzia.

Non basta. L’Anpal costituisce anche l’unico caso in Europa, in cui sarà un’Agenzia, e non un Ministero, a gestire il Fondo Sociale Europeo e, dunque, quel fondo comunitario la cui missione è la creazione di occupazione ed inclusione sociale. L’Anpal è già oggi l’Autorità di Gestione di quel Programma Nazionale per l’Occupazione, che come anticipato nell’introduzione, collega la politica comunitaria con la riforma nazionale del mercato del lavoro.

Ma chi valuterà le politiche del lavoro, la riforma e il Jobs Act nel suo insieme? Ancora una volta l’inganno poiché il dispositivo da un lato, riconosce queste funzioni ad Isfol, unico ente pubblico di ricerca che si occupa di temi legati al mercato del lavoro, inclusione sociale e formazione e dall’altro, ne prevede il trasferimento di personale (circa 100 unità su 350 a TI), del turn over e delle risorse economiche. E tenuto poi conto che l’Istituto vive delle risorse finanziarie collegate al Fondo Sociale Europeo – di cui ANPAL è oggi il titolare – è plausibile domandarsi quale grado di libertà possa avere un Istituto di ricerca ad esercitare il suo ruolo di terzietà nella valutazione dell’operato di un’Agenzia che è poi il suo committente.

Ma a fronte di una pessima riforma che piace tanto all’UE ed entusiasma l’animo dei renziani, dei sindacati confederali, delle Agenzie private del lavoro e degli enti di formazione resta ancora un nodo da sciogliere, e cioè l’esito finale della Riforma Costituzionale attraverso cui ri-centralizzare le competenze in materia di mercato del lavoro e chiudere definitivamente quel processo federale sulla cui base fu impiantata la precedente riforma. Insomma, un anno ancora in cui si giocheranno i rapporti di forza tra Stato e Regioni mentre i cittadini avranno già avuto modo di abituarsi alla privatizzazione di un altro segmento dello Stato.

Note

[1] Si tratta di ingenti risorse di cui: 73.126,80 miliardi di fondi SIE + 39.690,10 di fondi FSC)
[3] Si veda al riguardo il Piano Nazionale di Riforma 2015
[4] Istat “la povertà in Italia” 15 luglio 2015 ( dati 2014)
[5] Ministero del lavoro e delle politiche sociali Report Garanzia Giovani – 15 dicembre 2015
[6] Attualmente l’Italia investe lo 0,03% del PIL sui servizi pubblicii per l’impiego contro lo 0,26% della Francia, lo 033 del Regno Unito e lo 0,35 del Pil la Germania
[7] Commissione europea :PES Performance measurement system e PES fiches 2014
[8] Dichiarazione di Immediata Disponibilità al lavoro

Fonte

21/09/2015

"Garanzia Giovani". Un business solo per imprese e agenzie interinali. Inchiesta

L’Unione Europea ha stanziato 1,5 miliardi per l’Italia. Doveva essere un programma rivolto ai giovani tra i 15 e i 29 anni che non erano iscritti a scuola o all'università, che non lavoravano e non seguivano corsi di formazione. Quindi si doveva garantire ai giovani un percorso di formazione, di lavoro e un'opportunità per favorire i giovani disoccupati che permettesse di “sperimentare un nuovo sistema di servizi e di politiche attive per il lavoro”. Il grosso dei 1,5 miliardi stanziati è destinato a finire alle agenzie interinali (fino a 3mila euro a contratto) e alle aziende private (fino a 6mila euro).

Una delle più grandi agenzie del lavoro del mondo, la Manpower, ha dichiarato che i ricavi per l'azienda tramite Garanzia Giovani si aggirano all'1% del fatturato. Considerando gli 819 milioni di euro il fatturato italiano, si intascherebbero ben 8 milioni di euro. Il bottino è cospicuo se si pensa che per la sola Regione Lazio sono 14 le Società e le Agenzie accreditate, per una “torta” di 137 milioni di euro. Le possibilità di intascarsi soldi pubblici sono molteplici.

Cerchiamo di capire. Garanzia Giovani viene affidata alle Regioni che dovrebbero predisporre dei piani attuativi specifici. I giovani che intendono usufruirne si rivolgono ai Centri per l’Impiego (Cpi) provinciali dove ricevono “l’accoglienza” e un primo “orientamento”. In questa fase i Cpi si incaricano di “profilare” i soggetti, facendo conoscere il funzionamento di Garanzia Giovani e cercando di conoscere i giovani, le loro competenze e aspirazioni. A questo punto viene proposto un percorso di inserimento personalizzato con varie offerte del programma: Formazione, Accompagnamento al lavoro, Tirocinio, Apprendistato, Servizio Civile, Autoimprenditorialità, Bonus occupazionale alle imprese. Qui iniziano i conti di chi ci guadagna e non sono i giovani disoccupati.

Al momento di accettare il percorso, l’utente firma un “Patto di servizio” con il quale entrano in gioco le società accreditate, gli enti di formazione o le agenzie per il lavoro. Sono previste due misure:

1) l’orientamento specialistico che viene condotto da un operatore del soggetto accreditato e che per questo servizio ha un compenso di 35 euro l’ora. I programmi sono di 4 o 8 ore a giovane con compensi, quindi, di 142 euro e 284 euro per ogni giovane che usufruisce del servizio di orientamento.

2) l'accompagnamento al lavoro, qui la società è retribuita in due forme: ha un rimborso elevato in caso di “raggiungimento del risultato”, cioè la stipula di un contratto di lavoro ma, in subordine, ha comunque una “quota fissa” in caso di mancato raggiungimento. Il rimborso è differenziato a seconda del tipo di contratto e del profilo dell’utente. Nel caso di un tempo indeterminato (praticamente quasi impossibile) o apprendistato si va da 1.500 a 3.000 euro a utente (a seconda della difficoltà a collocare il soggetto interessato), nel caso di tempo determinato, apprendistato o somministrazione di 12 mesi si va da 1.000 a 2.000 euro che scendono, rispettivamente, a 600 e 1.200 se il contratto è tra i 6 e gli 11 mesi. La “quota fissa” invece, è stabilità al 10% delle cifre sopra descritte facendone una media: si tratta di 130-160 euro a utente.

I numeri in carne ed ossa: i giovani che si sono registrati a Garanzia Giovani sono stati 542.369, quelli presi in carico sono stati 279.653 e quelli a cui è stata proposta almeno una misura 83.061.
Il percorso formativo degli enti privati è finanziato con 280 milioni e prevede corsi tra le 50 e le 200 ore, mentre la misura di accompagnamento al lavoro è finanziata con 205 milioni. Poi c’è il bonus occupazionale finanziato con 190 milioni. Alle aziende che si fanno carico del contratto di lavoro proposto, viene riconosciuto un “bonus” consistente. A essere finanziati sono i contratti a tempo determinato per 6-12 mesi, a tempo determinato superiore a 12 mesi e a tempo indeterminato. In quest’ultimo caso, a seconda della difficoltà del soggetto, si va da 1.500 a 6.000 euro a lavoratore, mentre per i tempi determinati a 6 mesi si va da 1.500 a 2.000 euro e per quelli fino a 12 mesi da 3.000 a 4.000 euro. Si tratta di soldi che finiscono nelle casse delle imprese, non al lavoratore, che possono essere cumulati con altri incentivi pubblici, ad esempio quelli per il “contratto a tutele crescenti” previsto dal Jobs Act.

Gli altri incentivi: Da 2 a 3mila euro per l’apprendistato di primo livello, fino a 6.000 euro per l’apprendistato di terzo livello. Infine, il tirocinio (minimo 300 euro) che viene erogato dalla Regione alle aziende che spesso utilizzano i giovani a tempo pieno. Facendo il conto complessivo di come le Regioni hanno stanziato i fondi loro assegnati, si scopre che le voci Accompagnamento al lavoro (205) e Formazione (280) ammontano a 485 milioni di euro. Le voci Tirocini (300), Bonus occupazionale (190) e apprendistato (63) per un totale di 553 milioni. Il resto viene destinato al Servizio civile, accoglienza, autoimpiego, Mobilità professionale. La gran parte delle risorse economiche date alle Imprese e alle Agenzie, non hanno nessuno controllo e nessuna verifica se i progetti sono andati a buon fine per i giovani.

Proprio per questo, sorge una domanda, cosa rimane ai giovani disoccupati? Una presa in giro e l'ennesima delusione. La stragrande maggioranza dei ragazzi aspetta da mesi di sapere quando verranno pagati. C’è perfino chi ha già terminato la propria esperienza formativa senza percepire un euro, i più fortunati sono riusciti ad ottenere in qualche caso solo la prima parte (due mesi) di pagamenti. Mille euro lordi a bimestre che, nella maggior parte dei casi, i tirocinanti sono stati costretti ad anticipare per fare fronte alle spese quotidiane: la benzina, il vitto, l’abbonamento dei mezzi pubblici. La giustificazione degli amministratori regionali è che “sono soldi comunitari e la rendicontazione è una cosa complicatissima perché tutti i soldi dell’Unione europea vanno monitorati e giustificati”. Oltre al danno anche la beffa, perché la disorganizzazione, e il pressapochismo la fanno da padroni.

Riportiamo di seguito le domande e le affermazioni più ricorrenti pubblicate sulla pagina facebook dei ragazzi: “ho iniziato a marzo 2015 il tirocinio (Sicilia), ma non ho ancora percepito un euro”; “sto svolgendo il mio periodo formativo in una Casa Editrice da quattro mesi (Lazio), non ho visto nemmeno un euro e nessuno mi sa dire quando li prenderò”; “ho iniziato il mio tirocinio a febbraio 2015 presso uno studio di architetti (Lazio), concluso ad agosto, ancora non sono stato pagato”; “qualcuno ha notizie sui rimborsi di garanzia giovani in merito ai corsi? Ho chiamato il centro per l'impiego (Umbria), l'INPS e nessuno lo sa!”; “partendo dal presupposto che se mi tassano pure il rimborso ammazzo tutti, io ho iniziato lo stage (Liguria) il 1 aprile 2015 e ad oggi, 4 agosto 2015, non ho ancora neanche visto l'ombra dei soldi. Va bene fare esperienza (sfruttamento, ma comunque fa curriculum), va bene fare gavetta, però essere presi così palesemente per il culo (scusate il francesismo) proprio non mi va!! Sapete niente??” .

“Garanzia Giovani: un viaggio verso il futuro”, questo è lo slogan della propaganda del Governo. Invece di costruire un percorso lavorativo ai tanti giovani disoccupati, questo progetto ha seminato ulteriore sfiducia e tanta rabbia, perché è sostanzialmente fallimentare per i nostri figli, i nostri ragazzi, ma è una gallina dalle uova d'oro per le imprese e le agenzie interinali. Una sola cosa è certa: l'occupazione dei nostri giovani non aumenterà, almeno in Italia con “Garanzia Giovani”.
 

24/05/2015

Lo scalo pugliese di Grottaglie sarà centro aerospaziale dei droni

Governo nazionale, Regione Puglia, Finmeccanica e forze armate candidano lo scalo aeroportuale “Marcello Arlotta” di Grottaglie, Taranto, a futura base europea per la sperimentazione aerospaziale dei droni. Il 14 maggio si è insediato nell’aeroporto tarantino il tavolo tecnico che dovrà definire le regole per l’integrazione dei velivoli a pilotaggio remoto nello spazio aereo civile. All’iniziativa hanno preso parte, tra gli altri, l’amministratore unico di Aeroporti di Puglia S.p.A., Giuseppe Acierno; i direttori generali dell’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac), Alessio Quaranta e dell’Ente per l’assistenza al volo (Enav), Massimo Bellizzi; il presidente dell’Agenzia spaziale italiana, Roberto Battiston; i rappresentanti degli Stati Maggiori dell’Aeronautica e della Marina militare, nonché gli amministratori di alcune delle imprese interessate al progetto droni, prima fra tutte Alenia Aermacchi (Finmeccanica) che dal 2006 a Monteiasi–Grottaglie produce per la statunitense Boeing le sezioni di fusoliera in fibra di carbonio dell’aereo 787 Dreamliner.

“Il programma di sviluppo dello scalo di Grottaglie si articolerà su tre principali direttrici: manifatturiera, logistica e sperimentazione di soluzioni aeronautiche con e senza pilota”, concordano i partecipanti al tavolo tecnico. “L’ampiezza, la flessibilità operativa, l’essere inserita nel corridoio di volo per aerei non pilotati e la collocazione geografica dell’infrastruttura, rendono l’aeroporto tarantino un asset nazionale ed europeo unico. Grottaglie può proporsi come luogo idoneo per i Test Range dell’aviazione e, non ultimo, per i mezzi a pilotaggio remoto”. L’obiettivo di industriali, centri di ricerca, forze armate e Regione Puglia è quello d’intercettare una parte dei finanziamenti del nuovo programma Ue per la ricerca e l’innovazione “Horizon 2020” (ammontare complessivo 80 miliardi di euro, 13 dei quali provenienti dall’Italia).

Le autorità pugliesi hanno posto grande attenzione al settore aerospaziale e al business internazionale che potrà derivare a breve e medio termine dallo sviluppo dei velivoli a pilotaggio remoto, civili e militari. “Abbiamo posto alla base della nuova programmazione 2014–2020 la realizzazione a Grottaglie di un’infrastruttura caratterizzata da favorevoli condizioni logistiche e meteo e abbiamo avviato un significativo progetto di ampliamento dello scalo che tiene conto, peraltro, delle esigenze espresse dai partner industriali coinvolti in questo ambizioso programma di insediamento produttivo”, afferma il governatore uscente Niki Vendola, dal 2014 alla guida di Nereus, la rete delle regioni spaziali d’Europa. La Regione ha promosso inoltre la creazione del Distretto tecnologico aerospaziale (Dta) pugliese, società consortile senza fini di lucro a cui aderiscono alcune imprese del settore aerospaziale, università e centri di ricerca pubblici e privati presenti in Puglia. Nel maggio 2014 la Dta ha firmato a Tolosa un accordo di cooperazione internazionale per lo sviluppo del settore aerospaziale con Aerospace Valley (AV) della regione Midi-Pyrenées (Francia) ed il Distretto per le tecnologie e le applicazioni spaziali “si-Cluster” greco.

“Sempre in ambito spaziale, per Grottaglie si aprono prospettive anche nell’ambito della ricerca e dello sviluppo dei voli suborbitali, che dovrebbero consentire di viaggiare a velocità finora impensabili e coprire in poco tempo anche voli transoceanici”, ha dichiarato il presidente dell’Agenzia spaziale italiana (ASI), Roberto Battiston. L’Agenzia spaziale ha sottoscritto una convenzione con la Regione Puglia per la valorizzazione dell’infrastruttura tarantina. “Proprio a marzo scorso, a Washington, nella sede dell’Ambasciata d’Italia negli Stati Uniti, è stato firmato un Memorandum di cooperazione tra ENAC e Federal Aviation Administration, per lo sviluppo del trasporto commerciale sub spaziale e Grottaglie potrebbe esserne uno dei punti di riferimento”, riferisce l’ASI. Sono già una decina le imprese e i gruppi industriali che hanno manifestato la volontà di attivare a Grottaglie investimenti per centinaia di milioni di euro: tra essi compaiono Alenia, Selex ES, AgustaWestland, Vitrociset, Ids, Sipal, ecc. Le aziende del gruppo Finmeccanica, in particolare, sono impegnate attualmente con altri partner europei nella realizzazione di due prototipi di grandi droni d’attacco e bombardamento aereo, il nEUROn e l’Euro-drone.

Il sedime aeroportuale di Grottaglie si estende all’interno di un perimetro di poco superiore ai 6 Km, su una superficie di 160 ettari. Dal 2013 lo scalo è inserito nella lista degli aeroporti di “rilevanza nazionale” del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e vanta la pista più lunga di tutto il sud Italia (3.200 metri di lunghezza) per gli atterraggi dei pesantissimi aerei cargo Boeing 747-400 LCF su cui intervengono le maestranze di Alenia Aemacchi. Nonostante le sue enormi potenzialità per il traffico aereo civile, Grottaglie è in massima parte utilizzato solo a fini militari. Dal 1982 ospita la stazione aerea “Maristaer” della Marina militare che gestisce le attività del gruppo di volo “Grupaer” operante sui cacciabombardieri imbarcati a decollo verticale AV-8B “Harrier II” e del “Grupelicot 4” basato su elicotteri AB 212 ASu/ASW per la lotta antinave e antisommergibile e AB 212 NLA e SH-3D “Sea King” a supporto del Reggimento “San Marco”, del Gruppo operativo incursori del Comsubin e di altre forze speciali d’assalto italiane e Nato. Oltre alle guerra navale e anfibia, i reparti di Grottaglie concorrono alle attività di trasporto tattico, ricognizione, scorta armata a mezzi terrestri, ricerca e soccorso in mare, evacuazione medica, assistenza in caso di calamità naturali e “controllo anti-immigrazione clandestina”. Attualmente è in corso la sostituzione di tutti i vecchi AB-212 con i nuovi elicotteri NH-90 NFH testati al Centro Aeromarittimo di Luni-Sarzana (La Spezia).

A partire dal 2017, Grottaglie accoglierà anche i primi esemplari del cacciabombardiere di ultima generazione F-35B, versione a decollo verticale STOVL. Nei piani di Aeronautica e Marina, nella base tarantina saranno rischierati sino a 30 di questi costosissimi velivoli da guerra. Il ministero della Difesa ha già stanziato 3 milioni di euro circa per la “progettazione esecutiva e la realizzazione di un fabbricato per la sistemazione di un simulatore di volo” per la Marina e 1,25 milioni per la costruzione di un magazzino per i pezzi di ricambio e gli strumenti necessari all’aggiornamento dei velivoli destinati all’Aeronautica militare. Oltre che da Grottaglie, i cacciabombardieri F-35 opereranno pure da un secondo scalo pugliese, quello di Amendola (Foggia), che ospita oggi il centro di comando e controllo operativo di tutti i droni in dotazione alle forze armate italiane.

Fonte

La militarizzazione del territorio e i fondi pubblici sprecati per puttanate come i droni e i voli suborbitali...

22/04/2015

Il fondo della Regione genera mostri

Ormai è da parecchio che in Italia abbiamo a che fare con i fondi europei. E questa lunga esperienza ci ha insegnato molto in termini di sprechi, mancato utilizzo delle risorse, gestione mafiosa degli appalti e scarsi risultati per i pochi destinatari degli interventi finanziati dall’Ue. Una lezione che abbiamo imparato tutti, soprattutto quelli che avrebbero potuto/voluto accedere ad esempio ad interventi per la formazione o per il lavoro ma che non hanno potuto farlo perché le informazioni erano vaghe o assenti, i requisiti troppo stringenti, i fondi erano finiti (salvo poi scoprire che rimanderemo all’Unione Europea buona parte dei soldi non spesi) e così via. Motivo per cui oggi, dopo poco dalla partenza dei primi interventi della “programmazione europea 2014-2020”, ci siamo presentati con le liste dei disoccupati e precari di Roma e l’Usb sotto la sede della Regione Lazio per chiedere un incontro con i referenti regionali dei finanziamenti europei e far presente che a questo giro la vigilanza su che fine faranno i fondi europei avverrà dal basso. Cosa piuttosto lecita se si pensa che gli interventi a cofinanziamento europeo rappresentano attualmente la quasi totalità delle azioni mirate all’occupazione e quindi quasi l’unica speranza per un non occupato di sfruttare fondi pubblici per ottenere formazione gratuita o progetti per l’inserimento occupazionale. Oltre al fatto che ai suddetti non occupati che contribuiscono con le proprie tasse a fornire i circa 10 miliardi l’anno che l’Italia da all’Ue può legittimamente non star bene veder sparire quei soldi senza nemmeno avere in cambio interventi per il lavoro o per il sociale. E questo è il primo punto, più materiale.

Il secondo motivo per cui si è andati sotto la regione è invece più strettamente politico. Perché guardando agli interventi programmati dalla Regione si capisce bene il tenore di quel che accadrà da qui al 2020, rendendo evidente quanto il sistema UE sia marcio dalla punta alla base. E in quest’ottica vanno distinte le responsabilità. Più volte abbiamo avuto modo di indicare come le responsabilità “macro” riguardanti vincoli di bilancio, riforme del lavoro e politiche fiscali e monetarie appartengano all’Unione Europea e alla diretta applicazione da parte dei nostri governi nella legiferazione nazionale. Invece, scendendo più in basso nella piramide Ue, l’altra responsabilità riguarda come, a livello “micro”, quelle decisioni si proiettano sui territori attraverso la gestione materiale delle risorse europee. Ossia, come Regioni e Province attuano progetti in linea con le direttive europee e come spendono quella mole di soldi.

Per il Lazio, tanto per far capire l’entità della faccenda, si parla di circa 400 milioni di euro da spendere tra il 2014-2020 provenienti dal Fondo Sociale Europeo, il fondo che va a finanziare tutto ciò che riguarda formazione, occupazione e inclusione sociale. E dando un’occhiata ai progetti in programma dalla Regione Lazio già ci viene da piangere. Per limiti di spazio riporteremo solo un paio delle boiate architettate dalla Regione e da personaggi come Smeriglio, vicepresidente della Regione Lazio nonché Assessore alla Formazione, Ricerca, Scuola, Università per il Fondo Sociale Europeo. Smeriglio, uno appartenente a quella sinistra presunta progressista incarnata da SeL e che poi fa ad esempio uscire un bando di questo tipo, ammirabile sul sito del FSE Lazio, mirato a discriminare le persone per il loro orientamento sessuale e identità di genere. Perché non possiamo che definirlo così un avviso pubblico che propone ad enti di formazione e associazioni di fare corsi di formazione, progetti di tirocinio in azienda e attività di “mediazione” contro la discriminazione rivolti a 12 (d-o-d-i-c-i) persone esclusivamente LGBT. Già ce lo immaginiamo. Io lesbica/gay/bisex/trans in stato di disoccupazione faccio una domanda alla regione in cui devo dichiarare per iscritto di essere lesbica/gay/bisex/trans e di non trovare lavoro per via della discriminazione di genere e orientamento sessuale sui posti di lavoro. Mi viene assegnato un tutor, che mi fa formazione e orientamento (di cosa non si sa, forse sessuale a sto punto), mi aiuta ad attivare un tirocinio probabilmente gratuito in un’azienda, dove arriverò con il mio attestato di lesbica/gay/bisex/trans (tipo lettera scarlatta) e dove un “mediatore” avrà “il compito di guidare e gestire la qualità delle relazioni interpersonali, facilitare la creazione di ambienti di lavoro favorevoli, motivare, integrare e partecipare a momenti di condivisione del percorso di tirocinio, al fine di assicurarne la massima efficacia” (aiutare a fare amicizia dicendo ai colleghi che in fondo gli LGBT sono brave persone?). Noi a questo punto speriamo vivamente che questo avviso sia stato creato per dare lavoro a 12 persone già conosciute, perché non possiamo credere che nel 2015 qualcuno possa pensare che una cosa del genere, così intimamente discriminatoria e ghettizzante, possa combattere le discriminazioni sul lavoro e favorire la parità. E la cosa imbarazzante (per loro) è che è un progetto creato dagli stessi supercompagni superprogressisti superamicideigay di SeL.

Un secondo esempio di encomiabile e innovativa applicazione delle politiche Ue nel Lazio sta in quello che responsabili regionali come Smeriglio o come l’Assessore al Lavoro Lucia Valente (PD) propongono come il fiore all’occhiello, la sperimentazione di massima politica per il lavoro che se andrà in porto fungerà da modello per il futuro in tutte le regioni: il “contratto di ricollocazione”. Secondo questo progetto agenzie specializzate private, come le agenzie per il lavoro (Adecco, Manpower ecc.), i sindacati confederali e gli enti di formazione, vengono pagate bei soldoni dalla Regione Lazio per trovare un lavoro ai disoccupati. Cercando di sintetizzare la contorta mostruosità che c’è dietro, questo intervento funziona più o meno così: il disoccupato si reca a un Centro per l’Impiego pubblico – si, esistono ancora – dove, fornendo alcuni dati generici (età, sesso e poco altro), gli viene assegnato un “voto” a seconda di quanto sia facile trovargli un lavoro. Carte alla mano, il disoccupato dovrà poi andare presso una delle suddette agenzie private che lo supporterà per un periodo di 4 mesi nella ricerca del lavoro, ricevendo un compenso dalla Regione a seconda del “voto” del disoccupato: dagli 800 per quelli “facili” ai 2500 euro per i disoccupati più “difficili” da collocare. Durante i 4 mesi di ricerca del lavoro, i disoccupati riceveranno un sussidio di circa 600 euro al mese ma dovranno essere a totale disposizione delle agenzie per eventuale formazione e accettare qualsiasi tipo di lavoro gli venga proposto, anche se non c’entra niente con la propria esperienza professionale. Hai fatto per una vita intera il pasticciere? Magazziniere da Auchan. Sei laureata in lingue e fai la traduttrice? Commessa da Piazza Italia. E ringrazia pure, se no ti levano il sussidio. Poi, oltre a qualsiasi tipo di lavoro, i disoccupati dovranno inoltre accettarlo in qualsiasi luogo fino a 50 km dal domicilio. E tanto che ci vuole, se non hai i soldi per permetterti un mezzo privato è proprio un attimo andare ogni giorno da Roma a Latina coi potenti trasporti regionali e municipali. Infine, Jobs Act docet, non illudiamoci che siccome si tratta di fondi europei allora sei tutelato. Infatti è vero che il contratto di lavoro firmato deve durare minimo 6 mesi (che possono voler dire anche tre minicontratti da due mesi) ma i lavoratori non avranno nessuna tutela o sicurezza che il lavoro ottenuto sia pagato adeguatamente, abbia orari e condizioni sostenibili e soprattutto che continui nel tempo. Ma ricordati sempre di ringraziare, se no ti levano il sussidio.

A ben vedere, questo meccanismo, oltre che inserirsi perfettamente nel filone Jobs Act, ricorda parecchio i mini-jobs tedeschi tanto cari a Renzi, un altro grande successo delle politiche europee per il lavoro che ha piegato milioni di disoccupati a lavorare a chiamata, per pochi euro e in posti di lavoro a caso, sotto il perenne ricatto della disoccupazione o del disconoscimento del sussidio.

Ciò che poi ci sembra evidente è che il sistema del contratto di ricollocazione nasconde le potenzialità per fare una “Mafia Capitale#2” coi fiocchi, attraverso il potenziamento di un altro “mondo di mezzo”, quello di agenzie private per il lavoro, sindacati confederali ed enti di formazione, stavolta sulle spalle di disoccupati e precari. Non si comprende infatti il senso di attribuire così tanta importanza a questi soggetti di natura privata, se non quello di andare a finanziare forzatamente quel pezzo di tessuto economico. Perché alla favola per cui il contributo di questi soggetti aiuta il matching tra domanda e offerta di lavoro e quindi crea occupazione non ci crede nessuno. C’è la crisi, le imprese chiudono, i padroni licenziano assumendo stagisti gratis, i contratti sono sempre più instabili e precari e la regione Lazio viene a dirci che il problema del lavoro oggi è l’incapacità dei disoccupati di trovare offerte di lavoro. Davvero un’offesa all’intelligenza delle persone. Persone che, con un rapido calcolo, si possono rendere facilmente conto di essere prese per il culo paragonando ad esempio il sussidio di 600 euro al mese per 4 mesi con gli 800 – 2.500 € (a persona!) che gli enti prenderanno per supportare la ricerca del lavoro. Soldi che potrebbero andare ai disoccupati se la ricerca di lavoro fosse fornita gratuitamente dai Centri per l’Impiego pubblici, che in teoria servirebbero a quello ma che nella pratica stanno perdendo qualsiasi funzione per essere progressivamente sostituiti dai soggetti privati.

Insomma, se il buongiorno si vede dal mattino, pare che la realtà dei fondi europei non farà che peggiorare rispetto al passato, di pari passo con le tendenze europee. L’egemonia culturale ed economica dell’Ue, quella della flessibilità, delle privatizzazioni, dei finanziamenti ai privati ecc., si sta trasmettendo anche attraverso la gestione dei fondi ad opera delle Amministrazioni locali che quindi non possono che essere tra i primi referenti nella nostra opposizione alle politiche dell’Unione Europea. In questo momento il conflitto capitale lavoro si gioca anche nella partita dei fondi europei e va capito come affrontalo, sia nella lotta “economica” per l’ottenimento di formazione e lavoro dignitosi e retribuiti sia nella parallela assunzione politica della necessità di una continua analisi e una ferma opposizione agli strumenti (micro e macro) di cui si dota di volta in volta la borghesia europea.

Tra le richieste portate all’incontro con i responsabili regionali, riportiamo di seguito i punti fondamentali individuati dai Disoccupati e precari del VII Municipio:

• che vengano fornite informazioni chiare sugli interventi per il lavoro finanziati con i Fondi Europei;
• che sia garantita la formazione retribuita e che il lavoro proposto sia adeguato all’esperienza;
• che venga assegnato un sussidio più alto e prolungato in caso non si riesca a trovare lavoro;
• che i soldi destinati ad agenzie private, enti di formazione e sindacati siano dati ai disoccupati e che il supporto alla ricerca del lavoro sia fatto dai Centri per l’Impiego pubblici;
• che parte dei fondi siano riservati ai disoccupati e ai precari che partecipano alle liste di lotta;
• che i lavori assegnati ai disoccupati siano distanti al massimo 5 km dal luogo di domicilio;
• infine, che la Regione e i Municipi si impegnino ad assegnare lavori finalizzati al miglioramento e alla riqualificazione dei quartieri di domicilio dei lavoratori.

17/04/2015

"I fondi europei vanno utilizzati per reddito e servizi"

Ross@ partecipa alla manifestazione dei disoccupati romani organizzata per la giornata del 21 aprile con manifestazione dalle ore 10,00 dinanzi la sede della Regione Lazio in via Rosa Raimondi Garibaldi, per l’ assegnazione dei fondi europei per l’inserimento lavorativo.

Sono in via di definizione gli stanziamenti alle regioni dei fondi provenienti da Bruxelles per il sostegno alle politiche di avviamento al lavoro, fondi che in realtà non sono una elargizione ma rappresentano la restituzione, peraltro parziale, di quanto prelevato dalla cassa del Ministero del Tesoro per gli obblighi di partecipazione al fondo Comunitario; insomma soldi delle tasse pagate dai lavoratori dipendenti italiani, notoriamente “titolari” della quasi totalità del gettito fiscale.

Il sostanziale azzeramento dei finanziamenti degli enti locali alle politiche di sostegno all’occupazione, rende l’appuntamento con l’assegnazione dei fondi europei un momento di verifica della distanza siderale tra le necessità di politiche per il lavoro, nel solo Lazio sono oltre 400mila i disoccupati ufficiali, e l’esiguità delle risorse, per cui è indispensabile vigilare affinché l’assegnazione si definisca sulla base di progetti lavorativi e formativi credibili e socialmente qualificati.

Il degrado e il disagio sociale trovano, come noto, la loro ragione primaria nell’assenza di sufficienti livelli di reddito. La costruzione di progetti lavorativi per la tutela del territorio urbano o nei servizi attraverso l'attiva partecipazione di liste di disoccupati, è un tentativo di contrastare i criteri privatistici e di mercato che si vogliono riaffermare nella gestione dei fondi europei.

Il criterio di assegnazione sulla base della profittabilità insita nei progetti, a prescindere anche dalla loro utilità e/o credibilità, diventa il terreno di conquista di agenzie private, finta cooperazione e organismi vari specializzati nella “offerta lavorativa” e addentrati, come ampiamente dimostrato e ben oltre gli illeciti di mafia-capitale, nelle modalità di accreditamento degli stanziamenti.

La spesa sociale, di cui i fondi europei sono una forma surrogata, diviene di fatto privatizzata ed espropriata del ruolo primario di garante della coesione sociale, trasformandosi in strumento desolidarizzante, in cui il rapporto lavorativo si definisce non sulla base della funzionalità del progetto a gestione pubblica, ma nella forma mediata, e in taluni casi personalistica e ricattatoria, del rapporto sociale privatistico.

Ricostruire un rapporto diretto tra politiche sociali ed esigenze popolari, riattivando il protagonismo sociale è fondamentale per recuperare, nelle forme possibili, la socialità dell’investimento pubblico, al pari della funzione di laboratorio dei processi di aggregazione e ricomposizione sociale assunta dal sindacalismo metropolitano.

Fonte

23/02/2015

La scuola del tracollo di Matteo Renzi e del Pd

Cominciamo subito da un luogo comune, da relitti della politica, da sfatare immediatamente: il documento “La buona scuola”, base del programma renziano di ristrutturazione del settore non va minimamente bene neanche nei principi. Solo il cretinismo di sinistra, incredibilmente ancora presente in sacche di società, può pensare una cosa del genere. Basti dire che si parla di comunità territoriali che, una volta fatta un po' di ricerca sul piano della sociologia dell’educazione, si capisce che non esistono che nell’ideologia. La “buona scuola” rappresenta piuttosto un formidabile arretramento, proprio sul piano della concezione della società e della tutela dei diritti, rispetto al modo di vedere la società che si impone con le ristrutturazioni a venire. Non solo, “la buona scuola” è qualcosa di fermo alla buona vecchia educazione nazionale come se i sistemi educativi fossero ancora quelli del XX secolo. Ma è proprio qui che l’ideologia orwelliana di Renzi applicata alla scuola, della quale si vuol praticare la dismissione proclamandone il rilancio, incontra la residua ideologia standard di sinistra, disorientata dalle ristrutturazioni e bisognosa di punti di riferimento. Nell’idea di una calda scuola nazionale, aperta a qualche puntatina di nuovo (la capacità di fare app) recuperando tradizioni e creatività territoriale (persino un rapporto con le istituzioni musicali che, giova dirlo, sono state massacrati dal renzismo reale). Idea che al Pd e al governo serve per produrre ideologia, ottenendo consenso per poi dismettere, mentre al resto serve per assumere identità. Una purché sia una, in un mondo che gli operatori della scuola vedono, in maggioranza, oscuro, ostile e privo di prospettive.

Ma a quale logica sovrintende il tentativo, nelle prossime settimane vedremo quanto riuscito, di Renzi di mettere le mani sulla scuola?

Non solo ad un logica di tagli di posti e stipendi d'insegnanti, mascherati ovviamente da valutazioni di merito sul personale docente, da assunzione solo per concorso e esplicitati da una ulteriore verticalizzazione delle gerarchie del rapporto di lavoro. Quella è materia che dipende direttamente da Padoan, quindi si trova nei patti di stabilità. I quali comunque parlano chiaro: l’alto livello degli avanzi primari di bilancio dell’Italia dei prossimi anni avrà un riflesso diretto sulla contrazione delle risorse destinate alla scuola. Istituto che avrà bisogno, secondo questa logica, di tagliare stipendi per “liberare” risorse. Le cifre sparate da Renzi, milioni e miliardi per la scuola, vanno tutte inquadrate in questo calcolo: qualsiasi cifra sia, verrà “liberata” da quando si “risparmierà” nella partita di giro degli stipendi. Poi ci sono gli appassionati della ricognizione del volo degli asini che vedono cose mirabolanti, o favolosi pertugi di autonomia, nella scuola renziana. Che dire, per certe visioni, era meglio l’LSD dei ruggenti anni '60.

Ma c’è un altro punto, ancora più importante che sfugge a tanti quadranti che osservano la scuola solo con occhi anni ’80 quindi in una dimensione squisitamente nazionale. La contrazione delle risorse comunitarie per i settori educazione, formazione e assimilabili – entro un’idea di ricerca che più jobkiller non si può – toglie fondi per l’innovazione che sono ottenibili tramite la cooperazione europea. Questo grazie ai tagli, applauditi dagli stessi giornali italiani che oggi applaudono la buona scuola, ottenuti in sede di trattativa Ue da Mario Monti (il cui partito ha espresso l’attuale ministro dell’istruzione oggi riparata nel PD).

Questo punto non va visto come una storia lontana. Anzi. E qui bisogna un attimo guardare a come funziona tutto il settore sapere (dal nido fino al post-laurea) secondo l’Ue. Da una parte i sistemi nazionali hanno sovranità sul sapere del proprio paese, dall’altra i fondi comunitari servono, a tutti i livelli educativi, a garantire sperimentazione, innovazione e cooperazione.

Visto che l’Italia ha cannibalizzato i fondi per garantire il sapere nel proprio paese (basti dire che in Olanda, che è un po’ più piccola rispetto all’Italia, l’equivalente del MIUR italiano ha oltre un miliardo di fondi su progetti nazionali dove l’Italia prevede 50 milioni. Questo in un paese liberista..) all’Italia restano quindi i fondi comunitari per garantire innovazione, a tutti i livelli educativi, e cooperazione, essenziale in un mondo dove la dimensione nazionale viene superata in ogni attività umana ogni giorno. Già e qui, non a caso, nella “buona scuola”, orrendo neologismo di chiaro stampo veltroniano, si insiste sull’autonomia scolastica e sulla capacità degli istituti di praticarla specie nelle fonti di finanziamento. Perché in Europa funziona così: i finanziamenti, che per molti istituti di base del prossimo futuro saranno essenziali, non li ottieni per diritto ma attraverso sistemi complessi di competizioni continentali. Non a caso né Renzi né Giannini prevedono di preparare a questa competizione gli istituti scolastici (in fondi che vanno dall’edilizia, all’innovazione, allo scambio di esperienze, alla capacità stessa di riprodurre l’autonomia finanziaria degli istituti). Questa capacità di competere e di attirare fondi, nelle scuole di ogni ordine e grado come nelle università, è il vero vantaggio che Renzi e Giannini danno alla rete del sapere amica rispetto al grande corpaccione del sistema italiano del sapere. Corpaccione destinato a ricevere, nel tempo, colpi sempre più micidiali nella spirale, che si sta già creando oggi, tra esaurimento di fondi ed incapacità di crearli. E qui che il sistema del sapere italiano, dal nido al post-laurea, si sia spezzato, in punti di eccellenza e zone sempre più vaste di arretratezza, è cosa chiara ed evidente fin dalla gestazione della riforma Berlinguer (seconda metà anni ’90). E’ forse meno chiaro che: a) questo spezzamento dei sistemi del sapere è una caratteristica tipica della formazione e dell’educazione del mondo liberista, fin dagli anni ’80, che prevede punte di eccellenza che dialogano col mercato, o sono esse stesse mercato, mentre il resto degrada con la parte di società di riferimento b) giusto prima della trattativa con la Grecia sulla questione dei prestiti ponte, la Germania (fonte Die Welt) ha espresso a livello Ue la necessità di accelerare questa dinamica per competere, ancora di più, con i sistemi educativi atlantici c) il nostro paese non avendo le risorse, sia pubbliche sia private, se vuol tenere qualche punto di eccellenza in queste dinamiche deve cannibalizzare, ulteriormente, le risorse esistenti a deterioramento di quasi tutto il sistema nazionale del sapere.

Parlare di “buona scuola”, con la calda campanella del mattino è quindi una delle tante truffe renziane. Il dispositivo della propaganda è già pronto, almeno nelle intenzioni, per favorire queste dinamiche di cannibalizzazione delle risorse e delle competenze. E i licenziamenti di massa dei precari sono solo una parte, come si vede, di questo processo. Fanno ridere i corsi, anche di aggiornamento, su questo e su quello. Quando il sistema, dal punto di vista finanziario e organizzativo, è spezzato in due nessuno va nessuna parte. Il problema è che tutta questa storia è pensata ancora con le categorie dello stato nazione, della dinamica sindacale di trenta e passa anni fa, e persino con una idea di occupazione che non tiene dagli anni ’90. L’Italia non solo ha bisogno di un sistema educativo nel suo insieme, non con le punte di eccellenza che ne cannibalizzano le risorse, ma deve guardare al declino del lavoro come opportunità formativa. La scuola degli anni ‘70, quella che guardava alla piena occupazione, è finita col fordismo. Quella degli anni ’90, che guardava al precariato, è finita in una società tecnologica, e liberista, che uccide sempre più posti di lavoro di quanti ne crea. Qualche decennio dopo Gorz o si pensa una scuola che metabolizza il declino della società del lavoro, capace di formare all’estrazione di risorse in un nuovo contesto, o il mercato distruggerà la scuola (altro che seguire le indicazioni delle imprese per la formazione...). Il resto è chiacchiera, le proiezioni su base statistica del futuro del lavoro in Europa parlano chiaro: la buona scuola guarda ad un jobs act che è assenza non solo di futuro ma anche di presente.

Vedremo come va a finire. Di sicuro con film già visti, petizioni al presidente della repubblica, appelli a questo e a quello, furbesche assunzioni di valori della buona scuola per sperare in qualche buona assunzione, indicazioni su “dove si può risparmiare veramente” per favorire l’occupazione non si andrà da nessuna parte. O si inverte la dinamica dello spezzamento del sistema educativo nazionale, che non è solo una questione di stipendi e di posti di lavoro ma di sapere e di organizzazione, o la scuola muore con dentro quelli che ci lavorano. Oltretutto, oggi se si si assumessero tutti i precari, mettendo Renzi all’angolo, entro poche settimane le tendenze Ue allo spezzamento dei sistemi educativi in ogni nazione si farebbero sentire. A partire dai patti di stabilità. E qui la Grecia, sul cui sistema educativo la Ue si è accanita, insegna molto a chi vuol vedere.

Un'ultima considerazione. Sulle responsabilità di Cgil-Cisl-Uil in quanto sta accadendo si dovrebbe davvero aprire una Norimberga. Accanendosi, in sede di condanna esemplare, contro il nido di tutte le arretratezze e le nefandezze: la Cgil. Ma una menzione particolare va alla Cisl dell’allora segretario Bonanni quando, pochissimi anni fa, chiedeva a gran voce gli aumenti di stipendio per gli insegnanti di ruolo ricavati dalle risorse “liberate” dal licenziamento dei precari. Bella solidarietà tra lavoratori, shame on you Cisl.

Redazione - 23 febbraio 2015

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13/08/2014

Incontro d'agosto tra Draghi e Renzi. Incombe la Troika


E' stato il Corriere dell'Umbria a rivelare che ieri un elicottero della Presidenza del Consiglio è atterrato nel campo sportivo di Pò Bandino, a Città della Pieve. A bordo c'era il premier Renzi. L'elicottero è atterrato alle 9 per ripartire alla volta di Roma due ore e mezza dopo. La visita-lampo di Renzi aveva come obiettivo la residenza di campagna del presidente della Bce, Mario Draghi.

Sul contenuto del colloquio, rimasto riservato, fioriscono ovviamente le congetture. "Sì ho visto ieri Draghi, lo vedo spesso", ha confermato oggi Renzi, rispondendo alle domande dei giornalisti sull'incontro avvenuto ieri con il presidente della Bce. La sensazione, hanno osservato i cronisti, è che l'Italia sia un 'osservato speciale': "Non è così, vi assicuro che non è così", ha replicato Renzi. Ma alcuni parlano esplicitamente di un diktat di Draghi rivolto al governo Renzi per procedere più speditamente verso le controriforme "lacrime e sangue" su lavoro e welfare, a cominciare dall'abolizione dell'art.18 che Draghi e Trichet pretendevano già nella lettera inviata all'allora governo Berlusconi il 5 agosto 2011.

La Bce attraverso il suo presidente ha invitato gli Stati aderenti all'Eurozona a cedere sovranità su questo aspetto, invocando il passaggio di poteri al "pilota automatico europeo" ossia la Troika che ha già massacrato socialmente Grecia, Spagna e Portogallo.

Tanto per intendersi, la Commissione Europea ha già stoppato i fondi europei per l'Italia in una lettera resa pubblica oggi in risposta alle richieste italiane sui fondi per il periodo 2014-2020, pari a i 41 miliardi di euro.

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10/07/2014

Si riapre la battaglia sui Fondi Europei da destinare a lavoro, reddito e servizi

L’insediamento del nuovo parlamento europeo ha finalmente acceso i riflettori sulla questione dei fondi strutturali in Italia dopo vent’anni di silenzio e di malaffare.
E va riconosciuto al M5S il coraggio di denunciare con forza a Strasburgo quel complesso sistema di corruttele che ha garantito che i fondi fossero spesi male, restituiti al mittente o servissero a finanziare clientele e filiere del malaffare.
Una denuncia importante, a cui le rappresentanze delle Regioni hanno reagito con evidente fastidio, poiché si accingono a chiudere proprio in questi giorni i documenti di programmazione da sottoporre al vaglio della CE.

E’ un momento assai delicato, l’ok di Bruxelles è il loro obiettivo prioritario, e vogliono sedare qualunque dubbio sulla capacità del nostro paese di utilizzare queste nuove risorse economiche (oltre 110 miliardi di euro) in modo diverso da come è stato in passato.
Falso, già in questa fase appare evidente che nulla è cambiato: la nuova programmazione 2014-2020 è debole (la Commissione europea ha respinto la prima bozza del documento nazionale con ben 352 osservazioni critiche), scarsa o pressoché nulla la tanto auspicata integrazione tra fondi per le infrastrutture, per l’occupazione e l’inclusione sociale, finta l’apertura delle istituzioni ad una programmazione partecipata.

Le esperienze che stiamo seguendo in alcune regioni sono molto esemplificative: grandissimi ritardi, enormi incompetenze, poca trasparenza, lotte intestine tra le istituzioni per il controllo dei fondi.
E come in passato, a rimanere esclusi sono sempre i cittadini e finanche le istituzioni locali, che le Regioni evitano di coinvolgere realmente nella programmazione della gestione dei fondi.
Si programma senza una riflessione attenta sul cosa ha/non ha funzionato nel passato, quanta e quale occupazione hanno fino ad oggi prodotto questi fondi, quali investimenti abbiano realmente sollecitato lo sviluppo economico e sociale dei territori.
Tutto appare come un grande esercizio di stile volto a dimostrare alla CE che in tecnicismo siamo diventati veramente bravi.
La vera attenzione di Regioni e Ministeri non è riposta sui cittadini, che costituiscono i veri destinatari di queste risorse, ma alla partita che si gioca con la Commissione UE.

E nel frattempo si affaccia un nuovo pericolo: spostamento graduale di risorse economiche dalle regioni ai livelli centrali (Ministeri e Presidenza del Consiglio dei Ministri) come la carta vincente (peraltro già sollecitata da Bruxelles) per non imbattersi negli errori del passato.
Qualcuno già saluta l’Agenzia della Coesione territoriale istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (unico caso in Italia di ente pubblico con personale assunto a tempo indeterminato a valere sui fondi strutturali) come il garante della buona attuazione dei fondi in Italia.
Una sorta di primo banco di prova della riforma del Titolo V° della Costituzione: dopo l’abolizione delle Province e l’indebolimento dei Comuni, ora tocca alle Regioni perdere competenze.
Ma l’accentramento delle risorse economiche non risolverà alcun problema reale sull’uso ed abuso di questi fondi poiché la storia ci insegna che la corruttela e l’intreccio con il malaffare interessa l’intero sistema politico italiano a tutti i livelli di governo.

Anche la logica con la quale l’Europa sovraintende alla gestione dei Fondi è ambivalente.  Rilevante è l’enfasi sull’uso trasparente dei fondi, sull’attenzione alla partecipazione dei cittadini, sulla coerenza tra bisogni e azioni messe in campo per la loro risoluzione, sul superamento di una politica italiana che ha polverizzato le risorse in tanti piccoli interventi che nulla hanno prodotto di significativo per lo sviluppo dei territori.

Ma accanto a tutto ciò, vi è quell’Europa che detta all’Italia e agli altri paesi UE il suo modello di sviluppo socio-economico e su tali scelte non è ammessa alcuna replica.
La ricerca (pubblica e privata) è svilita a mero strumento di trasferimento tecnologico al sistema imprenditoriale, il sostegno economico è rivolto esclusivamente alla gestione privatistica dei servizi (anche quelli di pubblica utilità) e la flessibilità del lavoro è il mantra su cui far leva per costruire nuova occupazione.

La logica dei fondi strutturali è gravida dei principi della concorrenza e del libero mercato, gli unici in grado di garantire la ripresa economica, mentre l’interesse collettivo è contemplato solo nella misura in cui soddisfi i criteri economici dominanti.
Anche sul fronte delle politiche per l’occupazione vengono riproposti dispositivi che hanno già dimostrato di essere fallimentari e che si sostanziano in crediti d’imposta alle imprese per l’assunzione di determinate categorie di lavoratori. Garanzia Giovani altro non è che una serie di misure (peraltro già sperimentate) centrate sull’occupabilità (tirocini, stage all’estero, ecc.) invece che sull’occupazione. Sarebbe bastato anche solo il monitoraggio di queste politiche, magari gestito da un ente pubblico terzo, e una loro valutazione pubblica per svelare cosa abbiano prodotto tali fondi e soprattutto, quali politiche nazionali e regionali – sostenute dalla UE – non fosse più opportuno alimentare in questa nuova programmazione.
Ma il monitoraggio e la valutazione delle politiche pubbliche non è cultura che appartiene alle nostre istituzioni, abituate ad esternalizzare tali servizi ad imprese private o agenzie comunque condizionabili.

Costruire un reale cambiamento in questo contesto non sarà facile. La vertenza che abbiamo avviato come USB è solo all’inizio e c’è bisogno di un lavoro di rete con altre rappresentanze della società civile per smontare questo sistema. Va considerata l’opportunità di far leva sul ruolo della CE per rompere vecchi equilibri e non aver timore di ricorrere alle procedure di infrazione per costringere partiti, sindacati ed imprese a mettere giù le mani dai Fondi strutturali. Ma non basta. Si tratta di far crescere e promuovere la progettazione dei servizi dal basso.
Sorvegliare ogni singolo atto dell’amministrazione regionale e nazionale in tema di fondi comunitari e denunziare quella illegalità che da sempre li caratterizza, sapendo che oggi è più difficile di ieri poiché gli spazi di democrazia sono stati definitivamente chiusi.

USB Unione Sindacale di Base
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09/03/2014

La posta in gioco sui fondi europei. Tanti ma gestiti male

E' arrivato subito e brutale lo stop della Commissione Europea all’ipotesi del governo Renzi di utilizzare i fondi strutturali dell’Ue per anticipare il taglio del cuneo fiscale per le imprese italiane, prima che siano pienamente disponibili i soldi ottenuti con i tagli dalla “spending review”. Questa ipotesi era stata solo ventilata dal ministro dell'economia Padoan in un’intervista al Sole 24 Ore due giorni fa. Ma la portavoce del commissario Ue alle Politiche regionali, Johannes Hahn, ha replicato immediatamente che “Le risorse della politica di coesione devono essere utilizzate per finanziare nuovi progetti che hanno vocazione a contribuire allo sviluppo. Pertanto non possono essere usate per coprire riduzione di imposte, come quella di un potenziale taglio del cuneo fiscale, cioè la differenza fra le imposte sul lavoro e il costo del lavoro, come suggerito da alcuni”.

“All’Italia, come a qualsiasi altro Stato membro dell’Unione – ha proseguito la portavoce, Shirin Wheeler – stiamo quindi dicendo che le regole dei Fondi Ue permettono di finanziare con risorse nazionali, prima che i programmi del periodo 2014-2020 siano adottati dalla Commissione, progetti concreti per offrire, ad esempio, aiuti per le start up o per l’espansione produttiva e occupazionale dell’industria manifatturiera, oppure operazioni per ridurre la dispersione scolastica. Progetti che mirano a questi obiettivi sono considerati una priorità della politica dell’Ue”, ha continuato la portavoce. Ma, ha aggiunto, “Questi progetti dovranno in ogni caso essere sottoposti a una verifica a posteriori di coerenza con le regole dei Fondi con criteri di selezione e con la strategia dei programmi. Solo quando sarà trovato un accordo sulla strategia e sui programmi, la Commissione potrà rimborsare quei progetti con risorse comunitarie”, ha concluso Wheeler.

In sostanza, si può anticipare con fondi nazionali il finanziamento di progetti che rientrano negli accordi con la Commissione, anche prima che siano definitivamente approvati, per poi rimborsare le risorse anticipate quando arriveranno i co-finanziamenti comunitari a seguito dell’adozione dei programmi. Ma è chiaro che i Fondi Ue non potranno in nessun caso finanziare, neanche come anticipo da rimborsare successivamente, operazioni come la riduzione del cuneo fiscale.

Ma come stanno le cose a questo punto? Possibile che un paese in recessione come il nostro paghi all'Unione Europea più di quanto riceve e quello che riceve neanche può utilizzarlo sulla base di un calendario di priorità? L'Italia ha già inviato nel novembre scorso una bozza dell’Accordo di partenariato per l’impiego dei Fondi Ue, al quale la Commissione risponderà con le sue osservazioni la prossima settimana. La proposta definitiva di accordo dovrà pervenire a Bruxelles entro il 22 aprile, e tre mesi dopo dovranno essere sottoposti all’Esecutivo Ue tutti i programmi operativi regionali. Quanto ai fondi non utilizzati nel precedente periodo di programmazione 2007-2013, la Commissione ha avvertito che “non ci sono più margini di manovra” per nuove modifiche, dopo che sono già state approvate due successive riprogrammazioni, una con il ministro Fabrizio Barca (governo Monti) e l’altra, recentemente, con il ministro Carlo Trigilia (governo Letta). “Si tratta di denaro che è già stato impegnato in programmi e contratti”, hanno affermato fonti della Commissione Europea.

Il tema delle politiche e dei fondi europei è recentemente entrato a far parte degli annunci del governo in materia di politica economica. La ragione sta nella crescente penuria di fondi pubblici utilizzabili dalle amministrazioni e nel conseguente aumento delle aspettative che si produce intorno alla possibile destinazioni di questi fondi. Per i prossimi sette anni, che vanno dal 2014 al 2020, sono previsti in Italia oltre 100 miliardi di euro tra Fondi europei, cofinanziamento nazionale e regionale ai quali l'Italia dovrà aggiungerne altrettanti, che costituiscono indubbiamente una somma rilevante. "È evidente del resto la volontà della UE di governare dal centro le modalità di utilizzo di tale spesa, irreggimentando tutti i diversi attori chiamati alla gestione dei Fondi, governi e singoli ministeri, regioni e grandi città, ad uniformarsi all'interno di un unico sistema di vincoli" sostiene la Usb in uno studio realizzato alcune settimane fa e al centro di una affollatissima assemblea pubblica a Roma.

Pur trattandosi di fondi pubblici che l'Italia riceve in virtù di una contribuzione annuale del nostro paese alle casse della Comunità Europea, la loro destinazione finale è prevalentemente di natura privatistica e viene accaparrata in grandissima parte da imprese e da enti non a carattere pubblico.

Certo la storia dei fondi comunitari nel nostro paese è stata segnata negativamente da alcuni tratti peculiari della nostra P.A. locale e nazionale tra cui vale la pena sottolineare: l'assoluta incapacità di gestione, protratta fino ad oggi, cioè la scarsissima o vergognosa capacità di spesa del nostro paese, l’assenza di comunicazione e partecipazione delle comunità locale e la mancanza di trasparenza e controllo pubblico dei processi di attuazione dei fondi.

Chi si imbatte nella questione dei Fondi europei in Italia si trova perciò a dover affrontare contemporaneamente due gravi difficoltà: quella della “filosofia” dominante che presiede al complicato codice linguistico dei fondi, una filosofia improntata alla logica di impresa, e quella della mala gestione tutta italica dei fondi stessi, che ne ha reso opaca l'informazione pubblica e inefficiente la spesa. In un apposita pagina web aperta nelle scorse settimane, l'Usb ha affermato che “Con questo sito intendiamo svolgere innanzitutto un servizio, mettendo a disposizione i documenti più rilevanti e di interesse generale. L'obiettivo è anche quello di fornire i codici di interpretazione di un linguaggio spesso involuto, che apparentemente sembra proporre concetti condivisibili, ma che spesso nasconde finalità molto diverse da quelle dell'interesse collettivo. Aggiornando il sito con articoli di stampa e contributi redazionali speriamo di favorire la crescita di un punto di vista “critico” che alimenti conflitti e forme di autorganizzazione sociale e sindacale capaci di rivendicare una gestione “dal basso” di risorse che sono nostre. Perché i fondi europei appartengono alla collettività, sono soldi nostri, dei lavoratori e dei cittadini, ed è ora che tornino sotto il nostro controllo.

Fonte

19/01/2014

La torta dei fondi europei. Risorsa sprecata

Ogni anno decine di miliardi di fondi europei vengono riconsegnati dall'Italia a Bruxelles perchè le amministrazioni locali non li utilizzano. Uno studio dimostra invece che potrebbero essere utilizzati per dare risposte alle domande sociali sul terreno del lavoro, dell'abitazione e dei servizi.

Le politiche di austerity imposte dall'Unione Europea e il sostenimento della moneta unica europea (euro), fatte proprie dai Governi di centro-destra e centro-sinistra di questi ultimi venti anni, compreso e sopratutto il Governo Monti prima e quello Letta-Alfano-Napolitano ora, hanno generato esclusivamente povertà, precarietà della vita e del lavoro, disoccupazione e annullamento dei diritti. Una strategia volta a sorreggere i progetti delle economie dominanti dei paesi forti europei nella loro competizione internazionale.

Nel nostro paese la drammaticità delle condizioni sociali è immediatamente misurabile con alcuni dati ISTAT di questi giorni: la disoccupazione è arrivata al 12,7% e quella giovanile al 41,6%, dati mai registrati prima negli ultimi 35 anni. Non certo un fulmine a ciel sereno. Le politiche di precarizzazione e flessibilità del lavoro, con la complicità di CGIL, CISL e UIL, infatti sono ormai cosa nota. Tutto questo accompagnato da privatizzazioni e sostegno pubblico, economico e finanziario, alle imprese private che hanno contribuito ad una progressiva perdita occupazionale, come i dati ISTAT sopra riportati dimostrano.

In questo quadro hanno giocato un ruolo attivo anche gli Enti Pubblici (Regioni, Province, Comuni) che, ognuno per le loro competenze, hanno gestito denaro destinato all'occupazione in modo assolutamente dissennato e clientelare, senza creare né lavoro né reddito.

Nella Regione Lazio, ad esempio, nel 2009 è entrata in vigore la Legge 4/2009 sul Reddito Minimo Garantito, con forme dirette e indirette, e che non ha mai trovato di fatto applicazione, se non in modo assolutamente limitato e nel solo 2009.

Eloquente è anche la vicenda della gestione dei fondi comunitari della Unione Europea, di cui la stampa sembra solo oggi scoprire l’esistenza, nonostante il primo gettito finanziario risalga ai primi anni ‘90. E nonostante quei fondi si siano costituiti grazie al contributo di ciascun cittadino, i governi nazionali e regionali li hanno spesi poco e male. In campo occupazionale di fatto per nulla, se non creando false aspettative tra i giovani e meno giovani disoccupati con fantomatici corsi di formazione e forme precarie di lavoro instabile, che di nulla hanno spostato verso l'alto i tassi di occupazione e hanno soltanto riempito le casse dei soliti noti enti di formazione e delle imprese private. Tra pochi giorni partirà la nuova programmazione dei fondi europei per il periodo 2014-2020 e le somme destinate al nostro paese sono assai cospicue: oltre cento miliardi nel suo complesso e ben un miliardo e 159 milioni per il Lazio.

E' arrivato il momento di costruire un movimento che si opponga all'uso dissennato e clientelare di questi fondi, per contrastare le politiche neoliberiste e gli interessi della rendita e delle grandi imprese, per rivendicare il diritto

- al lavoro e al reddito

- alla casa

- alla gestione pubblica dei servizi

- a una migliore qualità della vita

- alla salvaguardia dei territori, dell'ambiente, della salute e dei beni comuni.

Su questo è stata convocata una assemblea pubblica cittadina indetta dall'Unione Sindacale di Base che si terrà mercoledì 29 gennaio 2014 alle ore 9,30 alla Sala Tirreno presso la Regione Lazio in via Rosa Raimondi Garibaldi - Roma

Tutto questo verrà discusso anche in assemblee pubbliche territoriali che si terranno a:

Ponte di Nona Mercoledì 22 gennaio 2014 alle ore 18,00 a Via Beata Chiara Bosatto 18/20 - Roma

Casal Bertone Mercoledì 22 gennaio 2014 alle ore 17,00 a Via Baldassarre Orero 61  - Roma (Magazzini Popolari)

San Basilio Giovedì 23 gennaio 2014 alle ore 17,00 allo stabile occupato di Via Tiburtina 1064 -

Tor Bella Monaca Lunedì 27 gennaio 2014 ore 18,00 a Via dell’Archeologia 55 - Roma

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