L’ultima guerra di Israele contro il Libano non viene combattuta solo dall’aria. Viene rinforzata politicamente dall’interno, mentre Beirut si muove in sintonia con gli sforzi statunitensi-israeliani per isolare Hezbollah e indebolire la posizione negoziale dell’Iran.
In un precedente articolo, abbiamo esaminato i sette messaggi che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha cercato di comunicare attraverso gli omicidi di massa in Libano. Questi messaggi miravano a rimodellare le dinamiche regionali, a imporre la deterrenza e a forzare nuove realtà politiche sul terreno.
Quei massacri hanno già provocato centinaia di libanesi uccisi e più di mille feriti [circa 2.000, ad oggi, ndr], insieme a un’enorme distruzione delle infrastrutture civili, secondo i dati della protezione civile libanese. La scala e l’intensità della violenza, tuttavia, non sono state casuali. Erano pensate per creare urgenza, paura e, infine, sottomissione.
All’epoca, abbiamo sostenuto che le azioni di Israele facevano parte di un tentativo più ampio di imporre un nuovo ordine regionale attraverso il sangue. Da allora, nuovi sviluppi hanno confermato che questa escalation militare è stata coordinata con mosse politiche parallele – in particolare, uno sforzo per separare il percorso negoziale Iran-Stati Uniti in Pakistan dalla guerra contro il Libano.
Questa separazione non è un dettaglio tecnico. È il cuore dell’attuale lotta geopolitica.
Mentre le bombe israeliane continuano a cadere su tutto il Libano, Netanyahu ha annunciato di aver incaricato il suo governo di avviare negoziati diretti con il Libano “il prima possibile”, sottolineando che questi colloqui si concentreranno sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di “relazioni pacifiche”. Questo cambiamento non è avvenuto nel vuoto. Ha fatto seguito a una delle ondate più letali di attacchi israeliani contro il Libano degli ultimi anni, ed è arrivato in un momento in cui l’Iran aveva esplicitamente legato la sua partecipazione ai colloqui di Islamabad a un cessate il fuoco in Libano.
In altre parole, Israele ha intensificato l’azione militare mentre contemporaneamente apriva un canale politico progettato per aggirare le condizioni iraniane.
Ciò che rende questa strategia particolarmente significativa, tuttavia, non è solo il ruolo di Israele, ma la risposta di Beirut.
Dall’inizio della guerra israeliana contro il Libano, il governo del Primo Ministro Nawaf Salam ha intrapreso azioni che si allineano strettamente con gli obiettivi statunitensi e israeliani. Piuttosto che inquadrare il conflitto principalmente come un’aggressione israeliana, i funzionari libanesi chiave hanno sottolineato la necessità di tenere sotto controllo la resistenza, sollevando ripetutamente la questione delle armi di Hezbollah e la necessità di porre tutti gli armamenti sotto il controllo dello Stato.
Questa posizione non è neutrale. Riflette una scelta politica. Ancora più importante, crea il quadro stesso che Israele cerca di imporre: uno in cui il problema centrale non è più l’occupazione, l’aggressione o i massacri di civili, ma piuttosto la resistenza stessa.
La disponibilità del governo libanese a impegnarsi in negoziati diretti con Israele – cosa storicamente evitata al di fuori dello stretto quadro di contatti indiretti o mediati – segna un pericoloso precedente. Anche se inquadrato come condizionale o tattico, tale impegno costituisce un implicito riconoscimento politico di Israele in un momento in cui i civili libanesi sono ancora sepolti sotto le macerie dei raid israeliani.
Questa contraddizione non è persa sugli attori interni.
Secondo Al Mayadeen, figure legate a Hezbollah hanno criticato aspramente la direzione del governo, con alcuni che la descrivono come un tradimento di altissimo livello. La critica riflette la paura più profonda che il Libano venga trascinato in un percorso politico che finirà per delegittimare la resistenza e rimodellare gli equilibri di potere interni del paese.
Questa preoccupazione è rafforzata dalla stessa sequenza di eventi. Il Libano non ha ancora ricevuto una data formale dagli Stati Uniti per iniziare i negoziati, secondo il corrispondente di Al Mayadeen a Beirut. I funzionari libanesi hanno insistito sul fatto che un cessate il fuoco debba precedere qualsiasi colloquio, ma Israele ha chiarito che il suo obiettivo è esattamente l’opposto: usare i negoziati come strumento per imporre nuove realtà, incluso il disarmo di Hezbollah.
Nello stesso momento, l’Iran ha chiarito inequivocabilmente la sua posizione. La sua delegazione ha condizionato la partecipazione ai colloqui di Islamabad al collegamento di qualsiasi cessate il fuoco con un’interruzione totale delle operazioni israeliane in Libano. I funzionari iraniani sono andati oltre, sottolineando che nessun accordo a lungo termine è possibile senza porre completamente fine all’aggressione israeliana.
Questo crea uno scontro diretto di visioni politiche. Da un lato, l’Iran sta tentando di integrare il Libano in una soluzione regionale più ampia che preservi il ruolo della resistenza come attore centrale. Dall’altro lato, gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati regionali stanno lavorando per frammentare quel quadro – isolando il Libano, emarginando Hezbollah e riaffermando un ordine guidato dagli Stati Uniti.
In questo contesto, il comportamento del governo libanese non può essere compreso come indipendente.
L’establishment politico di Beirut ha a lungo operato all’interno di un sistema plasmato da pressioni esterne, in particolare da Washington e dai suoi alleati regionali. Il momento attuale non fa eccezione. La spinta verso i negoziati, l’enfasi sul disarmo e la cornice politica del conflitto riflettono tutti un più ampio allineamento con il campo filo-americano.
Questo campo si trova ad affrontare un dilemma strategico. La sua incapacità di imporre un risultato decisivo all’Iran – sia militarmente che economicamente – ha già spostato l’equilibrio del potere. La crisi dello Stretto di Hormuz, la resilienza dello Stato iraniano e il fallimento nel neutralizzare Hezbollah hanno tutti esposto i limiti dell’influenza statunitense.
Permettere che il Libano sia incluso in un quadro negoziale guidato dall’Iran approfondirebbe questo spostamento. Emarginerebbe effettivamente gli attori filo-occidentali a Beirut e aprirebbe la porta a un nuovo assetto regionale in cui l’Iran detiene una leva significativa. Per Washington, Tel Aviv e i loro alleati, questo è un risultato inaccettabile.
Da qui la strategia attuale: bombardare il Libano, poi precipitarsi in negoziati con lo stesso governo libanese.
Questo duplice approccio non è contraddittorio. È deliberato. I massacri creano pressione. I negoziati creano un percorso politico alternativo – uno che esclude l’Iran e ridefinisce il conflitto attorno al disarmo e alla normalizzazione.
Fondamentalmente, sia Israele che segmenti dell’establishment politico libanese condividono un obiettivo comune: l’indebolimento e, infine, la sconfitta di Hezbollah. I colloqui diretti sono solo il primo passo.
Nello scenario ideale immaginato dagli Stati Uniti e da Israele, questo processo si evolverebbe in un consenso internazionale – possibilmente attraverso le Nazioni Unite – che delegittima formalmente Hezbollah e, per estensione, tutte le forme di resistenza armata. Un tale cambiamento non solo rimodellerebbe il Libano internamente, ma colpirebbe anche il cuore dell’asse di resistenza più ampio.
Ma tali scenari raramente si svolgono come pianificato.
L’ostacolo principale rimane l’insistenza dell’Iran nel collegare il Libano a qualsiasi accordo più ampio. Finché questo collegamento rimarrà, i tentativi di isolare il Libano incontreranno una significativa resistenza – non solo da Teheran, ma da attori all’interno dello stesso Libano.
L’esito di questa lotta non sarà confinato al Libano.
Determinerà se la regione si muoverà verso un ordine frammentato dominato da stati sostenuti dagli Stati Uniti, o verso un nuovo equilibrio in cui i movimenti di resistenza e i loro alleati manterranno un ruolo decisivo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/03/2026
L’azione di Hezbollah incrina anche il fronte sciita in Libano
Il Libano è in una situazione senza precedenti. Dopo il lancio di razzi di Hezbollah, cui il regime sionista ha risposto con bombardamenti pesanti e un’incursione di terra, l’organizzazione sciita si trova in una situazione di isolamento politico totale. Infatti, quando il Consiglio dei ministri si è espresso sul provvedimento proposto dal Primo Ministro di rendere formalmente illegale l’attività dell'ala militare di Hezbollah, hanno votato a favore anche i Ministri di Amal, l’altro partito espressione della minoranza sciita.
Amal era rimasto l’unico alleato organico di Hezbollah, poiché dopo la caduta del regime baathista tutti agli altri principali partiti appartenenti alla coalizione “Alleanza 8 marzo” si erano sfilati, prima consentendo l’elezione dell’ostile Joseph Aoun alla Presidenza della Repubblica, poi allineandosi anch’essi alle pressioni interne ed internazionali volte ad imporre il disarmo dell’organizzazione.
In conseguenza della decisione assunta dall’esecutivo, il Primo Ministro Nawaf Salam ha dato due istruzioni all’esercito: battere ritirata di fronte all’invasore e adoperarsi per applicare il divieto relativo alle attività militari di Hezbollah.
Questa postura ha creato tensioni con il Capo di Stato Maggiore Rodolphe Haykal, il quale ha rimarcato che, come tutti sanno, non è possibile disarmare Hezbollah con la forza e non è conveniente costringere i soldati a porre in atto azioni che potrebbero fratturare al proprio interno l’esercito stesso e l’intero paese.
Ovviamente, gli atti di Nawaf Salam servono soltanto a mostrarsi più obbediente possibile nei confronti degli USA e a scaricare tutte le responsabilità sul malandato esercito.
Intanto, effettivamente la popolazione libanese è allo stremo. In particolare, la popolazione del sud sta vivendo, in scala minore, lo stesso destino della popolazione di Gaza, sballottata qua e là per il paese: sarebbero circa trentamila gli sfollati di quest’ennesima invasione, che in queste ore si affollano sul lungomare e al centro di Beirut.
Molti di loro avevano già conosciuto lo stesso destino nel 2024, durante la prima guerra su vasta scala fra Hezbollah ed Israele, conclusasi con il famoso cessate il fuoco del mese di novembre, che il regime sionista non ha mai rispettato: da allora ci sono state 500 vittime libanese a causa delle violazioni israeliane.
Ora si teme non possano più tornare nei loro villaggi: il portavoce dell’esercito invasore ha dichiarato che la manovra militare in atto è “un passo tattico per creare un ulteriore livello di sicurezza per i residenti del nord di Israele”, ovvero un tentativo di occupazione permanente.
È chiaro che questi piani non sono stati effettivamente provocati dal lancio di razzi di Hezbollah, ma erano in preparazione da tempo; ovviamente l’attuale governo libanese, che incolpa Hezbollah, non ha mosso alcun passo concreto per contrastarli. Ancora meno hanno fatto i “garanti internazionali” USA e Francia.
Tuttavia, anche molti sostenitori tradizionali della Resistenza si chiedono quale strategia ci sia dietro l’essersi fatti isolare politicamente e additare come colpevoli di aver riportato l’occupazione e la guerra aperta in Libano; il tutto per effettuare un lancio di razzi che non ha creato alcun danno al nemico.
Scrive, ad esempio, la giornalista di sinistra Rania Khalek: “...Molti sono arrabbiati e sconcertati sul perché Hezbollah abbia scelto questo momento per reagire. Esiste il diritto alla resistenza armata, certo. Ma c’è anche bisogno di una strategia. Qual è la strategia in questo caso? Israele è al suo apice con l’intera forza militare statunitense dislocata nella regione a sostenerlo. Gli israeliani hanno passato una settimana a minacciare di distruggere il Libano, comprese le sue infrastrutture civili, se Hezbollah fosse intervenuto in una guerra contro l’Iran; quindi, sapevano a quale costo... Nella dichiarazione in cui annunciavano l’attacco a Israele, Hezbollah ha affermato che lo scopo era vendicare l’assassinio del leader iraniano Ali Khamenei. Come osserva Nicolas Sawaya, l’immagine è pessima e non fa che alimentare la tesi sostenuta da molti secondo cui Hezbollah sarebbe un mero rappresentante dell’Iran... Spero che il mio scetticismo sia sbagliato. Spero che Hezbollah abbia un piano che non capisco per impedire un’occupazione israeliana del sud. Non riesco a capire come possano riuscirci nella loro situazione attuale, ma se stanno giocando a scacchi quadridimensionali, questo è troppo al di sopra delle mie possibilità, sono felice di ammettere che non ci sono riuscita”.
Fattivamente, essendosi ritirato a nord del Fiume Litani per ottemperare al cessate il fuoco di novembre 2024, Hezbollah non ha la possibilità fisica di contrastare un’occupazione permanente del sud del paese: può lanciare razzi da lontano, ma è difficile attraversare il fiume per effettuare azioni di guerriglia a contatto con gli invasori, i quali possono avanzare incontrastati nei confronti dell’esercito regolare in ritirata. Oltretutto, in mezzo c’è anche l’UNIFIL, che non sa cosa fare.
In definitiva, la compagine sciita sembra essersi unita agli sforzi iraniani di imporre costi strategici quanto più insostenibili è possibile in tutta la regione, senza curarsi di mantenere equilibri e rapporti con i vicini alleati o subalterni degli USA.
In tal modo sperano non solo di sventare il rischio esistenziale che attualmente corrono, ma anche di creare un clima tale da assicurarsi una fine delle ostilità più stabile rispetto alle precedenti aggressioni.
Questa strada, però, sta provocando uno scetticismo più o meno diffuso in Libano, che potrebbe precorrere all’erosione della stessa base sociale di Hezbollah.
Fonte
Amal era rimasto l’unico alleato organico di Hezbollah, poiché dopo la caduta del regime baathista tutti agli altri principali partiti appartenenti alla coalizione “Alleanza 8 marzo” si erano sfilati, prima consentendo l’elezione dell’ostile Joseph Aoun alla Presidenza della Repubblica, poi allineandosi anch’essi alle pressioni interne ed internazionali volte ad imporre il disarmo dell’organizzazione.
In conseguenza della decisione assunta dall’esecutivo, il Primo Ministro Nawaf Salam ha dato due istruzioni all’esercito: battere ritirata di fronte all’invasore e adoperarsi per applicare il divieto relativo alle attività militari di Hezbollah.
Questa postura ha creato tensioni con il Capo di Stato Maggiore Rodolphe Haykal, il quale ha rimarcato che, come tutti sanno, non è possibile disarmare Hezbollah con la forza e non è conveniente costringere i soldati a porre in atto azioni che potrebbero fratturare al proprio interno l’esercito stesso e l’intero paese.
Ovviamente, gli atti di Nawaf Salam servono soltanto a mostrarsi più obbediente possibile nei confronti degli USA e a scaricare tutte le responsabilità sul malandato esercito.
Intanto, effettivamente la popolazione libanese è allo stremo. In particolare, la popolazione del sud sta vivendo, in scala minore, lo stesso destino della popolazione di Gaza, sballottata qua e là per il paese: sarebbero circa trentamila gli sfollati di quest’ennesima invasione, che in queste ore si affollano sul lungomare e al centro di Beirut.
Molti di loro avevano già conosciuto lo stesso destino nel 2024, durante la prima guerra su vasta scala fra Hezbollah ed Israele, conclusasi con il famoso cessate il fuoco del mese di novembre, che il regime sionista non ha mai rispettato: da allora ci sono state 500 vittime libanese a causa delle violazioni israeliane.
Ora si teme non possano più tornare nei loro villaggi: il portavoce dell’esercito invasore ha dichiarato che la manovra militare in atto è “un passo tattico per creare un ulteriore livello di sicurezza per i residenti del nord di Israele”, ovvero un tentativo di occupazione permanente.
È chiaro che questi piani non sono stati effettivamente provocati dal lancio di razzi di Hezbollah, ma erano in preparazione da tempo; ovviamente l’attuale governo libanese, che incolpa Hezbollah, non ha mosso alcun passo concreto per contrastarli. Ancora meno hanno fatto i “garanti internazionali” USA e Francia.
Tuttavia, anche molti sostenitori tradizionali della Resistenza si chiedono quale strategia ci sia dietro l’essersi fatti isolare politicamente e additare come colpevoli di aver riportato l’occupazione e la guerra aperta in Libano; il tutto per effettuare un lancio di razzi che non ha creato alcun danno al nemico.
Scrive, ad esempio, la giornalista di sinistra Rania Khalek: “...Molti sono arrabbiati e sconcertati sul perché Hezbollah abbia scelto questo momento per reagire. Esiste il diritto alla resistenza armata, certo. Ma c’è anche bisogno di una strategia. Qual è la strategia in questo caso? Israele è al suo apice con l’intera forza militare statunitense dislocata nella regione a sostenerlo. Gli israeliani hanno passato una settimana a minacciare di distruggere il Libano, comprese le sue infrastrutture civili, se Hezbollah fosse intervenuto in una guerra contro l’Iran; quindi, sapevano a quale costo... Nella dichiarazione in cui annunciavano l’attacco a Israele, Hezbollah ha affermato che lo scopo era vendicare l’assassinio del leader iraniano Ali Khamenei. Come osserva Nicolas Sawaya, l’immagine è pessima e non fa che alimentare la tesi sostenuta da molti secondo cui Hezbollah sarebbe un mero rappresentante dell’Iran... Spero che il mio scetticismo sia sbagliato. Spero che Hezbollah abbia un piano che non capisco per impedire un’occupazione israeliana del sud. Non riesco a capire come possano riuscirci nella loro situazione attuale, ma se stanno giocando a scacchi quadridimensionali, questo è troppo al di sopra delle mie possibilità, sono felice di ammettere che non ci sono riuscita”.
Fattivamente, essendosi ritirato a nord del Fiume Litani per ottemperare al cessate il fuoco di novembre 2024, Hezbollah non ha la possibilità fisica di contrastare un’occupazione permanente del sud del paese: può lanciare razzi da lontano, ma è difficile attraversare il fiume per effettuare azioni di guerriglia a contatto con gli invasori, i quali possono avanzare incontrastati nei confronti dell’esercito regolare in ritirata. Oltretutto, in mezzo c’è anche l’UNIFIL, che non sa cosa fare.
In definitiva, la compagine sciita sembra essersi unita agli sforzi iraniani di imporre costi strategici quanto più insostenibili è possibile in tutta la regione, senza curarsi di mantenere equilibri e rapporti con i vicini alleati o subalterni degli USA.
In tal modo sperano non solo di sventare il rischio esistenziale che attualmente corrono, ma anche di creare un clima tale da assicurarsi una fine delle ostilità più stabile rispetto alle precedenti aggressioni.
Questa strada, però, sta provocando uno scetticismo più o meno diffuso in Libano, che potrebbe precorrere all’erosione della stessa base sociale di Hezbollah.
Fonte
08/09/2025
Libano - Disarmo Hezbollah: lo scontro cova, ma si prende tempo
Venerdì 5 settembre, l’esercito libanese ha presentato al Consiglio dei Ministri il suo piano di disarmo delle milizie non statali. Tale piano è chiaramente diretto contro Hezbollah ed è frutto delle pressioni saudite e statunitensi rivolte contro la Resistenza, intensificatesi dopo il cessate il fuoco dello scorso novembre con Israele e la caduta del Baath in Siria.
Tale cessate il fuoco non è mai stato rispettato dal regime sionista, che ancora occupa cinque punti in territorio libanese e non ha mai smesso i bombardamenti, mentre è stato rispettato da Hezbollah, che si è ritirato con le sue milizie al nord del fiume Litani.
Nelle settimane scorse, gli USA hanno più volte subordinato la presentazione di una road map chiara e temporalmente scadenzata per il disarmo di Hezbollah alla fornitura aiuti economici al paese, ma non hanno mai garantito in maniera chiara che ciò avrebbe comportato il ritiro definitivo di Israele e la cessazione dei bombardamenti.
Come “prova generale” verso il disarmo Hezbollah, intanto, si sta procedendo al disarmo dei campi palestinesi, in una mossa concordata con l’Autorità Nazionale Palestinese, nella velleitaria speranza di dimostrarsi allineata agli sforzi statunitensi di disarmo generale della Resistenza in tutta la regione.
Non sono stati ancora forniti dettagli del piano presentato dall’esercito. Si sa solo che i cinque ministri sciiti del blocco Hezbollah-Amal non hanno partecipato al Consiglio dei Ministri e che esso non presenta scadenze temporali, come richiesto dagli USA.
Infatti, le reazioni di Hezbollah, che nelle settimane scorse era arrivato addirittura ad evocare la guerra civile, non sono negative. Il Vicepresidente del Consiglio Politico Mahmud Comati ha commentato il piano dell’esercito come “un’opportunità per tornare alla saggezza e alla ragione, impedendo così al Paese di precipitare nell’ignoto” ed ha poi affermato che è tutto sospeso finché il nemico non si sarà ritirato completamente dal paese. “Il Piano dell’esercito preserva la pace civile”, gli fa eco il Presidente del Parlamento Nabih Berri di Amal.
Ovviamente anche il Governo ha commentato positivamente, affermando che rispetto al disarmo non si torna indietro e che si tratta di un momento cruciale. Secondo un alto ufficila, “l’obiettivo è che la consegna delle armi avvenga entro la fine dell’anno, o che inizi almeno entro la fine dell’anno”. Certo è che scadenze prefissate non ce ne sono e bisogna capire come reagiranno USA e Arabia Saudita a quello che, al contrario di come si potrebbe pensare, appare un punto a favore di Hezbollah.
In definitiva, le forze in campo continuano con la tattica del prendere tempo. L’esecutivo libanese non ha la forza di effettuare alcun disarmo, se non, come detto, quello dei campi palestinesi in accordo con l’ANP, mentre l’esercito è nettamente più debole delle milizie di Hezbollah e non vuole scontrarvisi.
La loro speranza è che, stretta fra le pressioni internazionali e l’isolamento regionale, dato dalla caduta del regime baathista e dallo scarso supporto del governo “riformista” dell’Iran, la Resistenza sciita scelga spontaneamente la via del disarmo; in cambio di garanzie che, però, nessuno è in grado di fornire. Si studiano possibili compromessi, tipo l’arruolamento di parte delle milizie sciite nell’esercito regolare; ma ogni discorso di questo tipo, allo stato, appare prematuro.
Anche Hezbollah prende tempo, alternando dichiarazioni incendiarie a qualche forma di apertura, subordinata al ritiro definitivo dell’esercito sionista dal paese. Al momento regge l’asse con l’altro partito sciita Amal, ma non c’è garanzia che quest’ultimo non ceda prima o poi alle pressioni esterne, allineandosi alle richieste di disarmo pur di scongiurare una guerra civile o un intervento esterno.
Ciò che sembra incrollabile, nonostante i sacrifici e le privazioni, è il sostegno della base sociale del sud sciita e della Resistenza in generale, che freme e sarebbe pronta a scendere in piazza in massa contro il disarmo; ma viene tenuta a freno dalla tattica prudente dei dirigenti, che, al momento, ancora non lasciano nemmeno l’esecutivo, nonostante l’aperta ostilità.
Proponiamo un editoriale di Al-Akhbar, quotidiano laico e progressista, sostenitore della Resistenza, che bene ne esprime lo stato d’animo ed invita Hezbollah a liberarsi dalle pastoie dei compromessi infiniti con le forze politiche filo imperialiste, ritirando i propri ministri dal governo.
Tale cessate il fuoco non è mai stato rispettato dal regime sionista, che ancora occupa cinque punti in territorio libanese e non ha mai smesso i bombardamenti, mentre è stato rispettato da Hezbollah, che si è ritirato con le sue milizie al nord del fiume Litani.
Nelle settimane scorse, gli USA hanno più volte subordinato la presentazione di una road map chiara e temporalmente scadenzata per il disarmo di Hezbollah alla fornitura aiuti economici al paese, ma non hanno mai garantito in maniera chiara che ciò avrebbe comportato il ritiro definitivo di Israele e la cessazione dei bombardamenti.
Come “prova generale” verso il disarmo Hezbollah, intanto, si sta procedendo al disarmo dei campi palestinesi, in una mossa concordata con l’Autorità Nazionale Palestinese, nella velleitaria speranza di dimostrarsi allineata agli sforzi statunitensi di disarmo generale della Resistenza in tutta la regione.
Non sono stati ancora forniti dettagli del piano presentato dall’esercito. Si sa solo che i cinque ministri sciiti del blocco Hezbollah-Amal non hanno partecipato al Consiglio dei Ministri e che esso non presenta scadenze temporali, come richiesto dagli USA.
Infatti, le reazioni di Hezbollah, che nelle settimane scorse era arrivato addirittura ad evocare la guerra civile, non sono negative. Il Vicepresidente del Consiglio Politico Mahmud Comati ha commentato il piano dell’esercito come “un’opportunità per tornare alla saggezza e alla ragione, impedendo così al Paese di precipitare nell’ignoto” ed ha poi affermato che è tutto sospeso finché il nemico non si sarà ritirato completamente dal paese. “Il Piano dell’esercito preserva la pace civile”, gli fa eco il Presidente del Parlamento Nabih Berri di Amal.
Ovviamente anche il Governo ha commentato positivamente, affermando che rispetto al disarmo non si torna indietro e che si tratta di un momento cruciale. Secondo un alto ufficila, “l’obiettivo è che la consegna delle armi avvenga entro la fine dell’anno, o che inizi almeno entro la fine dell’anno”. Certo è che scadenze prefissate non ce ne sono e bisogna capire come reagiranno USA e Arabia Saudita a quello che, al contrario di come si potrebbe pensare, appare un punto a favore di Hezbollah.
In definitiva, le forze in campo continuano con la tattica del prendere tempo. L’esecutivo libanese non ha la forza di effettuare alcun disarmo, se non, come detto, quello dei campi palestinesi in accordo con l’ANP, mentre l’esercito è nettamente più debole delle milizie di Hezbollah e non vuole scontrarvisi.
La loro speranza è che, stretta fra le pressioni internazionali e l’isolamento regionale, dato dalla caduta del regime baathista e dallo scarso supporto del governo “riformista” dell’Iran, la Resistenza sciita scelga spontaneamente la via del disarmo; in cambio di garanzie che, però, nessuno è in grado di fornire. Si studiano possibili compromessi, tipo l’arruolamento di parte delle milizie sciite nell’esercito regolare; ma ogni discorso di questo tipo, allo stato, appare prematuro.
Anche Hezbollah prende tempo, alternando dichiarazioni incendiarie a qualche forma di apertura, subordinata al ritiro definitivo dell’esercito sionista dal paese. Al momento regge l’asse con l’altro partito sciita Amal, ma non c’è garanzia che quest’ultimo non ceda prima o poi alle pressioni esterne, allineandosi alle richieste di disarmo pur di scongiurare una guerra civile o un intervento esterno.
Ciò che sembra incrollabile, nonostante i sacrifici e le privazioni, è il sostegno della base sociale del sud sciita e della Resistenza in generale, che freme e sarebbe pronta a scendere in piazza in massa contro il disarmo; ma viene tenuta a freno dalla tattica prudente dei dirigenti, che, al momento, ancora non lasciano nemmeno l’esecutivo, nonostante l’aperta ostilità.
Proponiamo un editoriale di Al-Akhbar, quotidiano laico e progressista, sostenitore della Resistenza, che bene ne esprime lo stato d’animo ed invita Hezbollah a liberarsi dalle pastoie dei compromessi infiniti con le forze politiche filo imperialiste, ritirando i propri ministri dal governo.
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Il Libano non ha più bisogno di questo governo
Il Libano non ha più bisogno di questo governo
Il presidente libanese Joseph Aoun sapeva che la sua elezioni era il frutto di un’imposizione esterna in un momento di rimpasto regionale. Era anche ben consapevole che mantenere Najib Mikati avrebbe placato le preoccupazioni della classe dirigente riguardo all’avere un presidente loro imposto dall’esterno. Ma quando Nawaf Salam è stato nominato primo ministro senza alcuna consultazione, il quadro divenne molto chiaro per Aoun: tutte le regole del gioco vengono ora dettate dall’estero.
Dopo la guerra di Israele contro il Libano, il cessate il fuoco ha messo in luce lo squilibrio nell’ordine politico interno del Paese, che si estendeva alla resistenza stessa. Hezbollah si rese presto conto che l’accordo non era all’altezza dei sacrifici compiuti per fronteggiare l’aggressione. Eppure, la strada scelta era quella della ripresa e del recupero di terreno dopo una battaglia estenuante.
E nonostante le infinite aggressioni israeliane che sono costate a Hezbollah ulteriori martiri e distruzioni, il partito ha rispettato pienamente il cessate il fuoco. Ma questo non è stato il comportamento di una forza sconfitta. La resistenza non si è inchinata né ha accennato ad arrendersi, e il nemico ha compreso subito questa situazione.
Allo scadere del termine di sessanta giorni, Israele concluse che il tentativo di evitare una ripresa delle ostilità con Hezbollah non poteva essere sostenuto solo da Tel Aviv. Anche Washington, Riyadh e i loro alleati libanesi dovevano fare la loro parte. Iniziò così la campagna interna sotto il titolo di “monopolio di Stato sulle armi”, uno slogan il cui unico vero obiettivo era il disarmo della resistenza.
Israele, già diffidente e scosso dopo il “diluvio di al-Aqsa”, ha visto terreno fertile per gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e i loro alleati locali per fare pressione su Hezbollah. L’obiettivo principale era quello di assediare il partito e costringerlo a concessioni simili a quelle fatte in materia politica e governativa.
La moderazione di Hezbollah, sia sul fronte con Israele che negli affari interni, è stata erroneamente interpretata come debolezza. Questa percezione ha innescato un nuovo progetto politico volto a rompere l’alleanza del partito con il Presidente Nabih Berri e, in definitiva, a privare la resistenza delle sue armi.
Ma Hezbollah aveva semplicemente cercato di evitare conflitti interni. Aveva abbandonato la retorica delle minacce verso Israele, ammorbidito i toni con le forze locali e agito con cautela all’interno del fragile assetto politico del Libano. Non aveva alcuna intenzione di innescare alcun conflitto.
Ma quando Aoun e Salam si si sono schierati apertamente con i piani statunitensi, Hezbollah è stato costretto a cambiare rotta. La dichiarazione dello sceicco Naim Qassem, secondo cui la resistenza non avrebbe mai ceduto le armi e fosse pronta a una battaglia “simile a quella di Karbala”, se necessario, ha scosso drammaticamente il panorama politico.
Persino Berri si è reso conto che il compromesso non era mai stato l’obiettivo della controparte. Tutto ciò che stava accadendo era una cieca obbedienza agli ordini stranieri: colpire la resistenza, anche a rischio di una guerra civile.
L’atteggiamento apertamente ostile della delegazione statunitense durante la sua ultima visita, inclusa la schietta dichiarazione del senatore Lindsey Graham secondo cui Washington non avrebbe chiesto nulla a Israele prima che il governo libanese iniziasse il disarmo, non ha fatto che rafforzare questo scenario.
Berri ha risposto con fermezza, affermando che qualsiasi tentativo di contrapporre l’esercito alla resistenza avrebbe devastato l’unità nazionale e la pace civile.
Oggi, il Libano si trova a un altro bivio cruciale. Aoun e Salam stanno ancora portando avanti questo progetto, anche dopo che Israele stesso ha rinnegato il documento statunitense e Barrack ha apertamente ammesso che la sua proposta non aveva l’approvazione israeliana.
Il significato non potrebbe essere più chiaro: Aoun e Salam stanno dimostrando ancora una volta che la loro preoccupazione non è il Libano, ma la soddisfazione di coloro che li hanno messi al potere. La loro priorità è compiacere Washington e Riad. Convinti che la resistenza non abbia altra scelta che disarmarsi, si aggrappano a un unico ritornello: quel rifiuto trascinerà il Libano in una nuova guerra e porterà la comunità sciita alla rovina.
Con funzionari di questo tipo, il dialogo è inutile. La vera domanda ora è se permangano basi per una partnership, con loro o con il più ampio blocco politico allineato al piano USA-Arabia Saudita-Israele di smantellare la resistenza e prendere il controllo degli apparati politici e di sicurezza del Libano.
Pertanto, rimanere parte del governo non è più solo discutibile, ma piuttosto insostenibile. Il crollo delle istituzioni statali come strumento per affrontare le crisi del paese lascia la resistenza e i suoi alleati liberi dai vincoli di questo cosiddetto accordo.
Per quanto riguarda il fronte con Israele, la risposta alla domanda se la guerra tornerà non attenderà sicuramente le riunioni del governo, ma sarà il risultato dell’evolversi della realtà in Palestina e in tutta la regione.
Fonte
09/08/2025
Libano - Il governo vuole disarmare la Resistenza, per Hezbollah non se ne parla
Secondo i più pessimisti, nei giorni scorsi il Libano ha compiuto un passo verso una nuova guerra civile. Dopo una riunione del Consiglio dei Ministri, infatti, il Primo Ministro Salam se ne uscito con una dichiarazione con cui, seppur in forme edulcorate e prendendo tempo, decreta il disarmo di Hezbollah.
Ha, infatti, affermato che “l’esercito libanese verrà incaricato di elaborare un piano attuabile entro la fine dell’anno per il contenimento delle armi [in mano milizie non statali], per presentarlo al Consiglio dei Ministri entro la fine di questo mese”.
I Ministri sciiti non hanno partecipato alla riunione, ma non sono in numero sufficiente per porre in stallo l’esecutivo, come accadeva in precedenza.
Questa sparata s’inserisce nell’ambito delle pressioni di USA e paesi arabi per contenere la Resistenza in tutto il quadrante.
Hezbollah ha replicato rispolverando, forse per la prima volta dopo il cessate il fuoco di fine novembre, un linguaggio minaccioso: la decisione di decretare il disarmo è stata definita un “grave peccato” e verrà trattata “come se non esistesse”.
Il Segretario Generale Naim Qassem, in uno dei suoi discorsi televisivi, è tornato a parlare di guerra, tuonando che se il cessate il fuoco continuerà a non essere rispettato nel sud, la Resistenza “farà cadere missili all’interno dell’entità sionista”.
È chiaro che l’esercito libanese non è in grado di imporre il disarmo a nessuno, ma già il solo fatto di voler mettere fuorilegge le milizie di Hezbollah, apre la strada a possibili provocazioni da parte di ex-falangisti al fine di far scaturire interventi esterni con il pretesto di “far rispettare le decisioni sovrane del governo”. Proponiamo un articolo di Al-Akhbar che disegna lo scenario attuale.
Ha, infatti, affermato che “l’esercito libanese verrà incaricato di elaborare un piano attuabile entro la fine dell’anno per il contenimento delle armi [in mano milizie non statali], per presentarlo al Consiglio dei Ministri entro la fine di questo mese”.
I Ministri sciiti non hanno partecipato alla riunione, ma non sono in numero sufficiente per porre in stallo l’esecutivo, come accadeva in precedenza.
Questa sparata s’inserisce nell’ambito delle pressioni di USA e paesi arabi per contenere la Resistenza in tutto il quadrante.
Hezbollah ha replicato rispolverando, forse per la prima volta dopo il cessate il fuoco di fine novembre, un linguaggio minaccioso: la decisione di decretare il disarmo è stata definita un “grave peccato” e verrà trattata “come se non esistesse”.
Il Segretario Generale Naim Qassem, in uno dei suoi discorsi televisivi, è tornato a parlare di guerra, tuonando che se il cessate il fuoco continuerà a non essere rispettato nel sud, la Resistenza “farà cadere missili all’interno dell’entità sionista”.
È chiaro che l’esercito libanese non è in grado di imporre il disarmo a nessuno, ma già il solo fatto di voler mettere fuorilegge le milizie di Hezbollah, apre la strada a possibili provocazioni da parte di ex-falangisti al fine di far scaturire interventi esterni con il pretesto di “far rispettare le decisioni sovrane del governo”. Proponiamo un articolo di Al-Akhbar che disegna lo scenario attuale.
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Disarmare la resistenza: si apre una nuova fase di confronto in Libano
Disarmare la resistenza: si apre una nuova fase di confronto in Libano
La decisione del governo di Nawaf Salam di disarmare Hezbollah segna un momento politicamente teso nella storia del conflitto arabo-israeliano. Sia la sua tempistica, sia il suo contenuto riflettono il culmine di una lunga traiettoria che ha iniziato a prendere forma dopo l’ultima guerra israeliana in Libano nell’autunno del 2024.
Sebbene emanata da un’autorità ufficiale libanese, le implicazioni della decisione vanno oltre l’attuale momento politico, essendo direttamente legate a quanto seguito alla cessazione delle ostilità israeliane. All’epoca, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu non si era vantato di aver vinto. Aveva invece citato tre ragioni per porre fine alla guerra: gli sviluppi a Gaza, in Iran e, soprattutto, la necessità dell’esercito israeliano di “riposo e recupero”.
Il cambiamento più significativo, tuttavia, risiede nell’evoluzione del panorama regionale, soprattutto in Siria, e nelle sue conseguenze sull’accerchiamento della resistenza. Nonostante abbia inferto colpi gravi e mirati a Hezbollah, prendendo di mira anche leader chiave come Sayyed Hassan Nasrallah e Sayyed Hashem Safieddine, Israele ha concluso che il suo affidamento sulla superiorità aerea e sulla pressione militare non è riuscito a smantellare l’infrastruttura militare di Hezbollah né a neutralizzarne il ruolo di deterrenza.
In risposta, la strategia israeliana si è spostata verso strumenti meno costosi, concentrati sull’indebolimento di Hezbollah dall’interno, prendendo di mira la sua base di sostegno nazionale e costringendo lo Stato libanese a prendere misure contro la resistenza. Questo sforzo è guidato direttamente dall’amministrazione statunitense.
In questo contesto, è emerso un nuovo concetto: l'“ingegneria politica della sovranità libanese”, una strategia volta a ridisegnare i confini della legittimità per presentare Hezbollah come un organismo che opera “al di fuori dell’autorità statale”. La recente decisione sul disarmo, guidata dalla pressione diretta degli Stati Uniti, incarna questa logica nella sua forma più chiara. Il dibattito all’interno del governo sulla “carta degli Stati Uniti” non è una disputa interna, ma parte di uno sforzo congiunto tra Stati Uniti e Israele per rimodellare il panorama politico e di sicurezza del Libano.
Dal punto di vista di Israele, la decisione non è uno sviluppo politico marginale, ma una svolta. Dagli anni ’90, Hezbollah ha operato nell’ambito di un ampio consenso nazionale che lo ha protetto dagli attacchi politici interni, consentendogli di concentrarsi sulla lotta all’occupazione israeliana. Ora, quel consenso è sotto attacco. L’attuale decisione mira a privare la resistenza della sua legittimità nazionale e a rilanciarla come una forza di ribellione contro lo Stato.
Ma questa sfida non è rimasta senza risposta. La risposta di Hezbollah ha immediatamente cambiato la narrazione, definendo la decisione incostituzionale e illegittima. Il partito ha ribadito il suo impegno per la “sovranità nazionale” di fronte al disarmo imposto dall’estero e ha chiarito la sua posizione: respinge categoricamente la decisione e non la riconoscerà, evitando comunque un confronto aperto con lo Stato.
Questa posizione riflette una deliberata moderazione politica. Hezbollah si rifiuta di cadere nella trappola del conflitto civile, pur mantenendo i suoi punti di forza fondamentali. Continua a operare attraverso le istituzioni statali, sostenuto dalla Costituzione, dalla dichiarazione ministeriale e da decenni di legittimità accumulata come forza di resistenza nazionale.
In pratica, Hezbollah si è trovato di fronte a tre scelte: sottomettersi ai dettami israelo-americani, confrontarsi direttamente con lo Stato o impegnarsi politicamente evitando conflitti interni. Ha scelto la terza via, la più efficace e con il costo minore. Questo approccio consente a Israele di manovrare attraverso le istituzioni statali libanesi, ma finora gli ha negato l’escalation interna che desiderava. Ancora più importante, riformula la battaglia attorno alla sovranità, non solo alle armi.
Israele riconosce la difficoltà che questo pone al suo calcolo strategico. La posizione della resistenza indebolisce la capacità del governo di far rispettare la decisione sul disarmo senza rischiare disordini interni. Eppure la domanda chiave rimane: Israele sta usando la decisione del governo per legittimare la sua aggressione contro la resistenza?
Dal punto di vista israeliano, la risposta è sì. La decisione fornisce un pretesto per un’ingerenza più profonda negli affari libanesi, senza dover attraversare il confine, con il pretesto di “sostenere la sovranità dello Stato”. Dal punto di vista libanese, i continui attacchi israeliani non fanno che rafforzare il legame diretto tra la decisione sul disarmo e la strategia postbellica di Israele.
Guardando al futuro, la prossima fase dipende da un fragile equilibrio tra tre forze:
1) La capacità del governo di attuare la decisione in un contesto politicamente e socialmente diviso.
2) La capacità di Hezbollah di resistere alle pressioni senza cadere in uno scontro interno.
3) La capacità di Israele di intervenire senza apparire come istigatore. Questo scenario consente a Israele di sfruttare una decisione del governo libanese nella sua lunga guerra alla resistenza senza aprire un nuovo fronte.
La decisione sul disarmo non ha chiuso lo scontro. Ha aperto un nuovo capitolo, definito non da proiettili, ma da costituzioni, alleanze politiche e manovre istituzionali. Hezbollah si è posizionato come difensore della sovranità nazionale contro un progetto guidato dall’estero.
Tra l’ingegnerizzazione esterna della sovranità libanese da parte di Israele e la resistenza interna di Hezbollah, sta emergendo una nuova linea di demarcazione in Libano. Questa linea non passa solo attraverso il sud, ma attraversa il cuore stesso dello Stato; la sua costituzione, il suo governo, le sue pretese di legittimità e la coscienza popolare ora di fronte a una domanda fondamentale: chi difende veramente la sovranità e chi la invoca per servire interessi stranieri?
Fonte
15/04/2025
Libano - Hezbollah cambia strategia
Il 13 aprile ricorreva il cinquantesimo anniversario dell’inizio della guerra civile libanese. Le nuove autorità del paese hanno voluto ricordare questa ricorrenza spogliando di tutti i simboli politici la strada che conduce all’aeroporto di Beirut, quasi a marcare lo stabilirsi di nuovi equilibri rispetto a quello scaturiti dopo la fine del conflitto.
Molti media internazionali ostili ad Hezbollah hanno colto l’occasione per effettuare diverse speculazioni sul futuro della formazione sciita, nell’ambito dei nuovi rapporti di forza che stanno maturando in conseguenza del tentativo di genocidio in corso nei confronti dei Palestinesi e della guerra imperialista totale mossa nei confronti del cosiddetto “Asse della Resistenza”.
Il movimento politico-militare sciita ha effettivamente subito dei colpi durissimi, che stanno portando a cambi strategici complessivi. Ha visto, in pochi mesi, decapitata la propria leadership politico-militare, a partire dall’uccisione del carismatico, ascoltatissimo e amatissimo segretario generale Hassan Nasrallah, a fine settembre 2024, ed ha dovuto assistere, senza possibilità d’influire sugli eventi, alla caduta del proprio principale alleato nel mondo arabo, ovvero la Siria baathista, che costituiva un retroterra fondamentale dal punto di vista logistico, per quanto riguarda il rifornimento di armi, e dal punto di vista politico, per quanto riguarda gli equilibri interni al Libano.
D’altro canto, però, da un punto di vista strettamente militare, il confronto contro l’aggressione sionista su larga scala, durata da settembre a novembre 2024, ha segnato un punto di tenuta rilevantissimo: l’esercito nemico è riuscito ad effettuare una penetrazione terrestre molto più limitata rispetto al 2006, nonostante l’impiego di molte più risorse e, nonostante gli attacchi, gli abitanti del nord d’Israele sfollati nell’ottobre 2023 ancora non sono tornati nelle proprie.
La modifica dei rapporti interni al Libano si è evidenziata nei mesi scorsi, con le pressioni politico-militari portate avanti dagli USA e dai paesi del Golfo su tutti gli apparati e i partiti politici libanesi nel corso del travagliato iter che ha condotto all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica e del nuovo Primo Ministro.
La conseguenza è stata che i candidati proposti dall’“Alleanza 8 marzo”, in cui è inserito Hezbollah (che, non a caso, prende il nome dalla manifestazione filo-siriana dell’8 marzo 2005, convocata in risposta alla “rivoluzione arancione” allora in corso da parte delle forze filo-occidentali dopo l’uccisione del Primo Ministro Hariri), si sono ritirati, costringendo il movimento sciita ad accettare l’elezione di due figure sgradite, fino ad allora sempre ostacolate, rispettivamente Joseph Aoun e Nawaf Salam.
La tenuta dell’alleanza con l’altro partito sciita Amal, che, per ora, resiste alle pressioni, ha consentito di chiudere la partita del governo in maniera “decente” per Hezbollah.
Il cambiamento strategico più rilevante, però, è dato dal fatto che il “Partito di Dio” effettivamente si sta impegnando a rispettare i termini del cessate del fuoco stipulati a fine novembre scorso, i quali prescrivono alla sua ala militare di lasciare le proprie posizioni all’esercito libanese, ritirandosi dal sud del fiume Litani, come previsto dalla risoluzione delle Nazioni Unite 1701, già alla base della cessazione delle ostilità del 2006, ma mai applicata nei termini in cui si sta applicando ora.
Nella pratica, si sta smantellando quello che viene spesso definito lo “stato nello stato” costruito da Hezbollah nel sud del Libano, tanto da far parlare i media ostili di effettivo inizio di un processo di disarmo dell’organizzazione sciita, come reclamato dai suoi nemici sin dalla fine della guerra civile.
Per capire cosa ci sia di vero in queste speculazioni, è utile ripercorrere l’intervista rilasciata a marzo da Ali Fayyad a Responsible Statecraft. Ali Fayyad è parlamentare e ideologo di Hezbollah, che in questi mesi sta facendo da portavoce di fatto, mentre Responsible Statecraft è la rivista del Quincy Institute for Responsible Statecraft, think tank statunitense molto particolare che, come dice il nome stesso, si segnala in quanto fautore di una linea in politica estera moderata e pragmatica, già al centro di diverse critiche per le posizioni giudicate non sufficientemente ferme dai media mainstream rispetto alla guerra russo-ucraina, al confronto con la Cina, ecc.
Riportiamo gli estratti più interessanti e pregnanti dell’intervista.
Rispetto alla situazione al confine, Fayyad conferma la completa adesione alla risoluzione 1701: “Per quanto riguarda il Libano, abbiamo sottolineato il nostro impegno nei confronti della risoluzione 1701 e del documento sulle misure di attuazione. Ci siamo impegnati pienamente a rispettare gli obblighi relativi alla zona a sud del fiume Litani e, poiché il documento di attuazione si occupa di spiegare e attuare la risoluzione 1701, il suo riferimento e la sua portata geografica sono soggetti alla risoluzione internazionale 1701”.
Incalzato dalle domande, Fayyad va più a fondo, manifestando l’intenzione di non ostacolare il blocco, da parte dell’esercito, dell’importazione di armi e di essere aperto ad un dialogo più generale rispetto alla questione degli arsenali dell’organizzazione: “Per quanto riguarda il nord del fiume Litani, il documento di attuazione stabilisce che non è consentito importare o sviluppare armi. Invitiamo lo Stato libanese a esercitare pienamente il suo ruolo nel controllo della situazione ai confini. Non abbiamo alcun problema al riguardo, tuttavia, tutto ciò che riguarda la resistenza nel nord del fiume Litani è una questione sovrana che riguarda il governo libanese, e Hezbollah invita il governo a raggiungere un’intesa sulla situazione nel nord del Litani”.
Tuttavia, è troppo presto per parlare di disarmo. “Questa questione non può essere affrontata isolatamente, ma deve essere affrontata in modo olistico. Quando dico questo, intendo dire che è strettamente legata alla garanzia che lo Stato sia in grado di esercitare il suo ruolo di difesa del territorio e del popolo libanese”.
Nella situazione attuale, il Libano è ben lontano dal raggiungere tale condizione, pertanto tutte le opzioni sono aperte: “In ogni caso, la presenza di Israele in cinque punti è qualcosa che consideriamo occupazione e questo dà al Libano il diritto di usare tutti i mezzi possibili per liberare questi territori occupati... L’espressione ‘tutti i mezzi possibili’, che è stata inclusa nell’accordo di Taif e nei manifesti dei governi per molti anni, ed è stata reintrodotta nella dichiarazione del Presidente della Repubblica, significa mezzi diplomatici e non diplomatici”.
Da queste frasi traspare effettivamente un cambio strategico: Hezbollah non si pone più come l’unico difensore del sud in prima istanza e di tutto il paese in seconda istanza, ma, nel fare un passo indietro, responsabilizza, almeno verbalmente, il governo centrale, ancorché la composizione di quest’ultimo sia meno favorevole rispetto ai precedenti esecutivi.
Di conseguenza, anche la linea politica interna ed i meccanismi organizzativi stanno cambiando. “La presenza di Sayyed Hassan è stata travolgente. Quando prendeva una decisione, questa veniva accolta con entusiasmo da tutti, dato il suo storico ruolo di leadership. Ora, il nuovo segretario generale, lo sceicco Naim Qassem, è più favorevole al ruolo delle istituzioni interne nel processo decisionale; ora ci siamo mossi maggiormente verso una leadership istituzionale collettiva che prende decisioni basate sulla burocrazia interna, sugli organismi interni”.
Alla domanda esplicita: “Hezbollah sta diventando un partito puramente politico?”, Fayyad precisa: “No, Hezbollah, nonostante i cambiamenti avvenuti, rimane da un lato un partito di resistenza e dall’altro un partito politico. Tuttavia, ogni fase richiede un approccio diverso quando si tratta di resistenza. Hezbollah rimane impegnato nella resistenza e ritiene che sia diritto del Libano contrastare qualsiasi aggressione israeliana. Ma questa fase attuale, data la sua natura unica e i cambiamenti avvenuti, forse richiede un approccio diverso” consistente, come detto, nell’“offrire allo Stato libanese l’opportunità di prendere in mano la situazione nei confronti del nemico israeliano”.
L’altro macro tema affrontato è la situazione in Siria, rispetto alla quale Fayyad è chiarissimo: “Non c’è dubbio che la trasformazione politica avvenuta in Siria abbia rappresentato una grave perdita strategica, non possiamo negarlo. Non abbiamo sostenuto l’approccio adottato riguardo ai complessi legami tra l’ex regime siriano e il popolo siriano... I nostri precedenti legami con il regime sono legati ad una questione specifica riguardante la necessità di stabilire un equilibrio contro Israele in una complicata lotta regionale”.
Sul nuovo regime qaedista: “Non cerchiamo guai e adottiamo la posizione dello Stato libanese che auspicava relazioni equilibrate tra i due Paesi. Tuttavia, sottolineiamo l’importanza di proteggere le minoranze, rispettare le libertà e non avere una nuova leadership oppressiva in Siria. Stiamo anche monitorando la posizione della nuova leadership in Siria nei confronti di Israele. Questa posizione è confusa e solleva molti interrogativi, poiché Israele si è infiltrato e ha occupato il territorio siriano senza che la nuova leadership prendesse alcuna posizione. Si tratta di una situazione insolita da ogni punto di vista legale e politico, che non si riscontra in nessun altro Paese.
Gli scontri [al confine tra Libano e Siria] sono stati collegati al contrabbando e alle bande di contrabbandieri, ma crediamo che ci sia più di questo. Mirano a esercitare pressione politica sul Libano, e ciò che vogliamo è che i confini settentrionali orientali siano stabili”.
Il resto dell’intervista è rappresentato da una serie di dichiarazioni concilianti, in cui Fayyad afferma che i problemi fra la Resistenza e gli USA non sono bilaterali, ma riguardano specificamente l’appoggio che questi ultimi offrono all’occupazione sionista e le sue atrocità.
Di fronte a queste aperture di credito di Hezbollah, il nuovo governo si sta dimostrando in grado di gestire i compiti gravosi che incombono sul Libano? Ovviamente no.
Nato come un esecutivo che avrebbe dovuto segnare la legittimazione del paese di fronte all’Occidente e ai paesi del Golfo e aprirlo agli investimenti esteri grazie all’implementazione delle riforme richieste dagli istituti finanziari internazionali, è parso sin da subito uno dei tanti figli orfani della precedente amministrazione USA: designato da quest’ultima per gestire la marginalizzazione dell’Asse Resistenza, è stato immediatamente penalizzato dai falchi di quella attuale, a favore dell’espansionismo sionista tout-court, esattamente come sta accadendo all’Autorità Nazionale Palestinese e, in parte, il nuovo regime siriano.
La vice inviata di Trump per il Medio Oriente, Morgan Ortagus, che già aveva umiliato il neopresidente della Repubblica stringendogli la mano mentre indossava un anello con la stella di Davide, sta continuando l’opera, con risvolti ancora più seri.
Infatti, non solo ha dato luce verde all’occupazione sionista affinché rimanga nei cinque punti del Libano dai quali non si è ancora ritirata, ma ne ha anche appoggiato la ripresa forte dei bombardamenti, subordinando la rinegoziazione del cessate il fuoco raggiunto a novembre allo stabilimento di una road map per il disarmo di Hezbollah e all’avvio di un processo di normalizzazione dei rapporti bilaterali Libano-Israele, anche se su quest’ultimo punto le dichiarazioni ufficiali sono sfumate.
Il Presidente della Repubblica ed il Primo Ministro non possono garantire né l’uno, né l’altra condizione, pertanto reagiscono in maniera reticente o silente; ma mentre quando i bombardamenti avvenivano solo nelle roccaforti di Hezbollah del sud se ne disinteressavano completamente o concentravano le proprie accuse non sull’aggressore, bensì sui lanciatori sporadici (e sospetti) di razzi verso Israele, colpevoli di violare il cessate il fuoco, quando hanno ricominciato ad estendersi a Beirut qualche problema serio di tenuta si è palesato.
Altro punto d’imbarazzo per le nuove autorità è costituito dagli scontri che periodicamente si accendono al confine con la Siria fra HTS e le milizie locali sciite, nell’ambito dei quali queste ultime sono in grado di farsi rispettare maggiormente rispetto all’esercito libanese che, nelle dichiarazioni del Presidente della Repubblica, dovrebbe essere in grado d’imporre il monopolio dell’uso della forza in tutto il paese, disarmando ogni sorta di milizia.
Il prossimo test per i nuovi equilibri saranno le elezioni municipali, previste per il mese di maggio in tutto il Libano. Amal ha già confermato l’alleanza con Hezbollah; il resto è tutto un’incognita, considerato l’ampio sfollamento delle popolazioni del sud, le problematiche legate al processo di ricostruzione, che gli apparati governativi vorrebbero sottrarre ad Hezbollah (in passato dimostratosi efficientissimo da questo punto di vista) ed il clima di accerchiamento che ancora prevale nei confronti della formazione sciita.
In definitiva, è chiaro e dichiarato il passo indietro da parte di Hezbollah rispetto a prima del “diluvio di Al-Aqsa”, sia sul piano della presenza militare sul terreno che su quello dell’influenza politica.
Tuttavia, la messa in discussione nel medio termine del suo status di organizzazione di resistenza armata rimane irrealistica perché lo stato libanese non pare minimamente in grado né di reprimerlo, né, men che meno, di rilevarlo. Anzi, gli atteggiamenti di quest’ultimo nei confronti delle popolazioni del sud e la sua incapacità di garantire la pace, costituiscono una grande fonte di legittimazione della Resistenza armata, il cui ruolo è eventualmente scalfibile solo mediante corposi interventi esterni di regime change.
D’altronde, le scene cui tutto il mondo ha assistito nel momento in cui è stata stipulata la tregua di novembre e durante i funerali di Nasrallah dimostrano che l’appoggio popolare nei confronti di Hezbollah è ancora molto forte.
Pertanto, i punti di debolezza di tutti gli attori del paese, potrebbero portare a stabilire un nuovo equilibrio non troppo distante da quello precedente.
Fonte
Molti media internazionali ostili ad Hezbollah hanno colto l’occasione per effettuare diverse speculazioni sul futuro della formazione sciita, nell’ambito dei nuovi rapporti di forza che stanno maturando in conseguenza del tentativo di genocidio in corso nei confronti dei Palestinesi e della guerra imperialista totale mossa nei confronti del cosiddetto “Asse della Resistenza”.
Il movimento politico-militare sciita ha effettivamente subito dei colpi durissimi, che stanno portando a cambi strategici complessivi. Ha visto, in pochi mesi, decapitata la propria leadership politico-militare, a partire dall’uccisione del carismatico, ascoltatissimo e amatissimo segretario generale Hassan Nasrallah, a fine settembre 2024, ed ha dovuto assistere, senza possibilità d’influire sugli eventi, alla caduta del proprio principale alleato nel mondo arabo, ovvero la Siria baathista, che costituiva un retroterra fondamentale dal punto di vista logistico, per quanto riguarda il rifornimento di armi, e dal punto di vista politico, per quanto riguarda gli equilibri interni al Libano.
D’altro canto, però, da un punto di vista strettamente militare, il confronto contro l’aggressione sionista su larga scala, durata da settembre a novembre 2024, ha segnato un punto di tenuta rilevantissimo: l’esercito nemico è riuscito ad effettuare una penetrazione terrestre molto più limitata rispetto al 2006, nonostante l’impiego di molte più risorse e, nonostante gli attacchi, gli abitanti del nord d’Israele sfollati nell’ottobre 2023 ancora non sono tornati nelle proprie.
La modifica dei rapporti interni al Libano si è evidenziata nei mesi scorsi, con le pressioni politico-militari portate avanti dagli USA e dai paesi del Golfo su tutti gli apparati e i partiti politici libanesi nel corso del travagliato iter che ha condotto all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica e del nuovo Primo Ministro.
La conseguenza è stata che i candidati proposti dall’“Alleanza 8 marzo”, in cui è inserito Hezbollah (che, non a caso, prende il nome dalla manifestazione filo-siriana dell’8 marzo 2005, convocata in risposta alla “rivoluzione arancione” allora in corso da parte delle forze filo-occidentali dopo l’uccisione del Primo Ministro Hariri), si sono ritirati, costringendo il movimento sciita ad accettare l’elezione di due figure sgradite, fino ad allora sempre ostacolate, rispettivamente Joseph Aoun e Nawaf Salam.
La tenuta dell’alleanza con l’altro partito sciita Amal, che, per ora, resiste alle pressioni, ha consentito di chiudere la partita del governo in maniera “decente” per Hezbollah.
Il cambiamento strategico più rilevante, però, è dato dal fatto che il “Partito di Dio” effettivamente si sta impegnando a rispettare i termini del cessate del fuoco stipulati a fine novembre scorso, i quali prescrivono alla sua ala militare di lasciare le proprie posizioni all’esercito libanese, ritirandosi dal sud del fiume Litani, come previsto dalla risoluzione delle Nazioni Unite 1701, già alla base della cessazione delle ostilità del 2006, ma mai applicata nei termini in cui si sta applicando ora.
Nella pratica, si sta smantellando quello che viene spesso definito lo “stato nello stato” costruito da Hezbollah nel sud del Libano, tanto da far parlare i media ostili di effettivo inizio di un processo di disarmo dell’organizzazione sciita, come reclamato dai suoi nemici sin dalla fine della guerra civile.
Per capire cosa ci sia di vero in queste speculazioni, è utile ripercorrere l’intervista rilasciata a marzo da Ali Fayyad a Responsible Statecraft. Ali Fayyad è parlamentare e ideologo di Hezbollah, che in questi mesi sta facendo da portavoce di fatto, mentre Responsible Statecraft è la rivista del Quincy Institute for Responsible Statecraft, think tank statunitense molto particolare che, come dice il nome stesso, si segnala in quanto fautore di una linea in politica estera moderata e pragmatica, già al centro di diverse critiche per le posizioni giudicate non sufficientemente ferme dai media mainstream rispetto alla guerra russo-ucraina, al confronto con la Cina, ecc.
Riportiamo gli estratti più interessanti e pregnanti dell’intervista.
Rispetto alla situazione al confine, Fayyad conferma la completa adesione alla risoluzione 1701: “Per quanto riguarda il Libano, abbiamo sottolineato il nostro impegno nei confronti della risoluzione 1701 e del documento sulle misure di attuazione. Ci siamo impegnati pienamente a rispettare gli obblighi relativi alla zona a sud del fiume Litani e, poiché il documento di attuazione si occupa di spiegare e attuare la risoluzione 1701, il suo riferimento e la sua portata geografica sono soggetti alla risoluzione internazionale 1701”.
Incalzato dalle domande, Fayyad va più a fondo, manifestando l’intenzione di non ostacolare il blocco, da parte dell’esercito, dell’importazione di armi e di essere aperto ad un dialogo più generale rispetto alla questione degli arsenali dell’organizzazione: “Per quanto riguarda il nord del fiume Litani, il documento di attuazione stabilisce che non è consentito importare o sviluppare armi. Invitiamo lo Stato libanese a esercitare pienamente il suo ruolo nel controllo della situazione ai confini. Non abbiamo alcun problema al riguardo, tuttavia, tutto ciò che riguarda la resistenza nel nord del fiume Litani è una questione sovrana che riguarda il governo libanese, e Hezbollah invita il governo a raggiungere un’intesa sulla situazione nel nord del Litani”.
Tuttavia, è troppo presto per parlare di disarmo. “Questa questione non può essere affrontata isolatamente, ma deve essere affrontata in modo olistico. Quando dico questo, intendo dire che è strettamente legata alla garanzia che lo Stato sia in grado di esercitare il suo ruolo di difesa del territorio e del popolo libanese”.
Nella situazione attuale, il Libano è ben lontano dal raggiungere tale condizione, pertanto tutte le opzioni sono aperte: “In ogni caso, la presenza di Israele in cinque punti è qualcosa che consideriamo occupazione e questo dà al Libano il diritto di usare tutti i mezzi possibili per liberare questi territori occupati... L’espressione ‘tutti i mezzi possibili’, che è stata inclusa nell’accordo di Taif e nei manifesti dei governi per molti anni, ed è stata reintrodotta nella dichiarazione del Presidente della Repubblica, significa mezzi diplomatici e non diplomatici”.
Da queste frasi traspare effettivamente un cambio strategico: Hezbollah non si pone più come l’unico difensore del sud in prima istanza e di tutto il paese in seconda istanza, ma, nel fare un passo indietro, responsabilizza, almeno verbalmente, il governo centrale, ancorché la composizione di quest’ultimo sia meno favorevole rispetto ai precedenti esecutivi.
Di conseguenza, anche la linea politica interna ed i meccanismi organizzativi stanno cambiando. “La presenza di Sayyed Hassan è stata travolgente. Quando prendeva una decisione, questa veniva accolta con entusiasmo da tutti, dato il suo storico ruolo di leadership. Ora, il nuovo segretario generale, lo sceicco Naim Qassem, è più favorevole al ruolo delle istituzioni interne nel processo decisionale; ora ci siamo mossi maggiormente verso una leadership istituzionale collettiva che prende decisioni basate sulla burocrazia interna, sugli organismi interni”.
Alla domanda esplicita: “Hezbollah sta diventando un partito puramente politico?”, Fayyad precisa: “No, Hezbollah, nonostante i cambiamenti avvenuti, rimane da un lato un partito di resistenza e dall’altro un partito politico. Tuttavia, ogni fase richiede un approccio diverso quando si tratta di resistenza. Hezbollah rimane impegnato nella resistenza e ritiene che sia diritto del Libano contrastare qualsiasi aggressione israeliana. Ma questa fase attuale, data la sua natura unica e i cambiamenti avvenuti, forse richiede un approccio diverso” consistente, come detto, nell’“offrire allo Stato libanese l’opportunità di prendere in mano la situazione nei confronti del nemico israeliano”.
L’altro macro tema affrontato è la situazione in Siria, rispetto alla quale Fayyad è chiarissimo: “Non c’è dubbio che la trasformazione politica avvenuta in Siria abbia rappresentato una grave perdita strategica, non possiamo negarlo. Non abbiamo sostenuto l’approccio adottato riguardo ai complessi legami tra l’ex regime siriano e il popolo siriano... I nostri precedenti legami con il regime sono legati ad una questione specifica riguardante la necessità di stabilire un equilibrio contro Israele in una complicata lotta regionale”.
Sul nuovo regime qaedista: “Non cerchiamo guai e adottiamo la posizione dello Stato libanese che auspicava relazioni equilibrate tra i due Paesi. Tuttavia, sottolineiamo l’importanza di proteggere le minoranze, rispettare le libertà e non avere una nuova leadership oppressiva in Siria. Stiamo anche monitorando la posizione della nuova leadership in Siria nei confronti di Israele. Questa posizione è confusa e solleva molti interrogativi, poiché Israele si è infiltrato e ha occupato il territorio siriano senza che la nuova leadership prendesse alcuna posizione. Si tratta di una situazione insolita da ogni punto di vista legale e politico, che non si riscontra in nessun altro Paese.
Gli scontri [al confine tra Libano e Siria] sono stati collegati al contrabbando e alle bande di contrabbandieri, ma crediamo che ci sia più di questo. Mirano a esercitare pressione politica sul Libano, e ciò che vogliamo è che i confini settentrionali orientali siano stabili”.
Il resto dell’intervista è rappresentato da una serie di dichiarazioni concilianti, in cui Fayyad afferma che i problemi fra la Resistenza e gli USA non sono bilaterali, ma riguardano specificamente l’appoggio che questi ultimi offrono all’occupazione sionista e le sue atrocità.
Di fronte a queste aperture di credito di Hezbollah, il nuovo governo si sta dimostrando in grado di gestire i compiti gravosi che incombono sul Libano? Ovviamente no.
Nato come un esecutivo che avrebbe dovuto segnare la legittimazione del paese di fronte all’Occidente e ai paesi del Golfo e aprirlo agli investimenti esteri grazie all’implementazione delle riforme richieste dagli istituti finanziari internazionali, è parso sin da subito uno dei tanti figli orfani della precedente amministrazione USA: designato da quest’ultima per gestire la marginalizzazione dell’Asse Resistenza, è stato immediatamente penalizzato dai falchi di quella attuale, a favore dell’espansionismo sionista tout-court, esattamente come sta accadendo all’Autorità Nazionale Palestinese e, in parte, il nuovo regime siriano.
La vice inviata di Trump per il Medio Oriente, Morgan Ortagus, che già aveva umiliato il neopresidente della Repubblica stringendogli la mano mentre indossava un anello con la stella di Davide, sta continuando l’opera, con risvolti ancora più seri.
Infatti, non solo ha dato luce verde all’occupazione sionista affinché rimanga nei cinque punti del Libano dai quali non si è ancora ritirata, ma ne ha anche appoggiato la ripresa forte dei bombardamenti, subordinando la rinegoziazione del cessate il fuoco raggiunto a novembre allo stabilimento di una road map per il disarmo di Hezbollah e all’avvio di un processo di normalizzazione dei rapporti bilaterali Libano-Israele, anche se su quest’ultimo punto le dichiarazioni ufficiali sono sfumate.
Il Presidente della Repubblica ed il Primo Ministro non possono garantire né l’uno, né l’altra condizione, pertanto reagiscono in maniera reticente o silente; ma mentre quando i bombardamenti avvenivano solo nelle roccaforti di Hezbollah del sud se ne disinteressavano completamente o concentravano le proprie accuse non sull’aggressore, bensì sui lanciatori sporadici (e sospetti) di razzi verso Israele, colpevoli di violare il cessate il fuoco, quando hanno ricominciato ad estendersi a Beirut qualche problema serio di tenuta si è palesato.
Altro punto d’imbarazzo per le nuove autorità è costituito dagli scontri che periodicamente si accendono al confine con la Siria fra HTS e le milizie locali sciite, nell’ambito dei quali queste ultime sono in grado di farsi rispettare maggiormente rispetto all’esercito libanese che, nelle dichiarazioni del Presidente della Repubblica, dovrebbe essere in grado d’imporre il monopolio dell’uso della forza in tutto il paese, disarmando ogni sorta di milizia.
Il prossimo test per i nuovi equilibri saranno le elezioni municipali, previste per il mese di maggio in tutto il Libano. Amal ha già confermato l’alleanza con Hezbollah; il resto è tutto un’incognita, considerato l’ampio sfollamento delle popolazioni del sud, le problematiche legate al processo di ricostruzione, che gli apparati governativi vorrebbero sottrarre ad Hezbollah (in passato dimostratosi efficientissimo da questo punto di vista) ed il clima di accerchiamento che ancora prevale nei confronti della formazione sciita.
In definitiva, è chiaro e dichiarato il passo indietro da parte di Hezbollah rispetto a prima del “diluvio di Al-Aqsa”, sia sul piano della presenza militare sul terreno che su quello dell’influenza politica.
Tuttavia, la messa in discussione nel medio termine del suo status di organizzazione di resistenza armata rimane irrealistica perché lo stato libanese non pare minimamente in grado né di reprimerlo, né, men che meno, di rilevarlo. Anzi, gli atteggiamenti di quest’ultimo nei confronti delle popolazioni del sud e la sua incapacità di garantire la pace, costituiscono una grande fonte di legittimazione della Resistenza armata, il cui ruolo è eventualmente scalfibile solo mediante corposi interventi esterni di regime change.
D’altronde, le scene cui tutto il mondo ha assistito nel momento in cui è stata stipulata la tregua di novembre e durante i funerali di Nasrallah dimostrano che l’appoggio popolare nei confronti di Hezbollah è ancora molto forte.
Pertanto, i punti di debolezza di tutti gli attori del paese, potrebbero portare a stabilire un nuovo equilibrio non troppo distante da quello precedente.
Fonte
11/02/2025
Libano - Il nuovo governo al via, fra ricatti USA e scontri fra sciiti e HTS al confine
Dopo più di due anni di stallo si è formato un nuovo governo in Libano. Si attende ora il voto di fiducia del Parlamento, che chiuderebbe un lunghissimo stallo istituzionale che, fino a qualche settimana fa, includeva anche la carica di Presidente della Repubblica.
Il tutto si è svolto dopo il raggiungimento del cessate il fuoco fra Hezbollah e Israele e la successiva caduta del regime baathista in Siria. Quest’ultimo fattore, forse più che la guerra, ha indebolito la formazione sciita, che ha dovuto accettare prima l’elezione a Presidente della Repubblica il capo dell’esercito Joseph Aoun, che aveva ostacolato per mesi, poi il conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo al presidente della corte dell’Aja Nawaf Salam. Inutile dire che entrambi i processi si sono svolti fra pesantissime ingerenze esterne.
Per quanto riguarda l’elezione del Presidente della Repubblica, che tocca per costituzione ad un cattolico maronita, Hezbollah sosteneva Sleiman Frangieh di Marada, piccolo partito cristiano della propria coalizione elettorale, l’“Alleanza 8 marzo”, che però era tenuta assieme, fra l’altro, dal rapporto con la Siria. Dopo la caduta di Assad e con l’intervento delle pressioni di Arabia Saudita ed USA, Frangieh si è ritirato ed i due partiti sciiti Hezbollah ed Amal sono rimasti gli unici ad ostacolare Joseph Aoun fino all’ultima votazione, quando si sono rassegnati a voltarlo anche loro.
Lo stesso scenario si è ripetuto con il conferimento dell’incarico a Nawaf Salam, le cui consultazioni sono state inizialmente boicottate dal blocco sciita. La situazione si è sbloccata il 7 febbraio, quando Amal ha trovato l’accordo con Salam sui nomi sciiti da inserire nell’esecutivo, fra i quali figura il Ministro delle finanze Yassin Jaber, accreditato come vicino ad Hezbollah, il quale è stato tenuto fuori da ogni trattativa.
Per come è configurato il governo, il blocco sciita non riuscirebbe a bloccare eventuali decisioni ostili del governo, mandandolo in stallo, potendo contare su meno di un terzo dei suoi membri (in sede di Consiglio dei Ministri si decide con una soglia dei due terzi dei consensi).
Il giorno precedente, la vice inviata degli USA per il Medio Oriente, Morgan Ortagus, in una dimostrazione di prepotenza che ha sconcertato anche i media libanesi, si era presentata nella residenza del Presidente della Repubblica indossando un anello con la stella di Davide alla mano destra e, dopo averla stretta al nuovo inquilino Joseph Aoun, aveva dettato la linea: “Abbiamo stabilito delle linee rosse chiare... che [Hezbollah] non sarà in grado di terrorizzare il popolo libanese, e non dovrà essere parte del governo”. In ballo ci sono i fondi per la ricostruzione e gli aiuti economici, al cospetto della disastrosa situazione economica del paese.
Questa condotta, obiettivamente umiliante anche per il nuovo Presidente della Repubblica e per il nuovo Primo Ministro, ha scatenato la reazione della popolazione sciita del sud che, imbracciando le bandiere di Hezbollah ed Amal e le effigi di Nasrallah, è scesa in piazza per l’ennesima volta a protestare contro le ingerenze USA. Nel mentre, continua la sua lotta, che dura dalla proclamazione del cessate il fuoco, per rientrare nei propri villaggi distrutti da Israele.
Il regime sionista vede come un’umiliazione il fatto che la popolazione del sud del Libano stia cercando in tutti i modi di rientrare, anche fra le macerie (le immagini somigliano molto a quelle di Gaza), nei propri territori mentre i propri sfollati sul lato israeliano del confine ancora non tornano; pertanto, viola continuamente la tregua per ostacolare questo rientro. Si ricordi che il termine della cessazione delle ostilità è stato prorogato fino al 18 febbraio, dopodiché non vi sono certezze.
Intanto, nel distretto di Baalbeck, al confine con la Siria, vi sono stati tre giorni di scontri fra miliziani di Hayat Tahrir al-Sham, desiderosi di esportare in Libano le loro violenze settarie, e milizie sciite locali, ufficialmente non affiliate ad Hezbollah secondo i Libanesi. Nell’area, opera anche la guerriglia delle ex-unità di élite del disciolto esercito della Siria baathista. È questa la scusa utilizzata da HTS per giustificare gli sconfinamenti.
“Le nostre forze militari stanno estendendo il loro controllo su diverse località nella striscia di confine con il Libano dopo aver espulso gruppi affiliati alla milizia di Hezbollah e resti dell’ex regime. Alcune zone sono ancora sotto il controllo di Hezbollah. Ecco perché i nostri uomini li stanno espellendo”, ha dichiarato una fonte delle nuove autorità al giornale libanese L’Orient -le Jour. Si segnalano danni, vittime e rapimenti da entrambe le parti.
La situazione si è calmata dopo l’arrivo e lo schieramento dell’esercito libanese, ma, ovviamente, la situazione resta molto tesa e pare chiaro che né HTS, né il regime sionista avranno vita facile al cospetto di queste popolazioni.
Fonte
Il tutto si è svolto dopo il raggiungimento del cessate il fuoco fra Hezbollah e Israele e la successiva caduta del regime baathista in Siria. Quest’ultimo fattore, forse più che la guerra, ha indebolito la formazione sciita, che ha dovuto accettare prima l’elezione a Presidente della Repubblica il capo dell’esercito Joseph Aoun, che aveva ostacolato per mesi, poi il conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo al presidente della corte dell’Aja Nawaf Salam. Inutile dire che entrambi i processi si sono svolti fra pesantissime ingerenze esterne.
Per quanto riguarda l’elezione del Presidente della Repubblica, che tocca per costituzione ad un cattolico maronita, Hezbollah sosteneva Sleiman Frangieh di Marada, piccolo partito cristiano della propria coalizione elettorale, l’“Alleanza 8 marzo”, che però era tenuta assieme, fra l’altro, dal rapporto con la Siria. Dopo la caduta di Assad e con l’intervento delle pressioni di Arabia Saudita ed USA, Frangieh si è ritirato ed i due partiti sciiti Hezbollah ed Amal sono rimasti gli unici ad ostacolare Joseph Aoun fino all’ultima votazione, quando si sono rassegnati a voltarlo anche loro.
Lo stesso scenario si è ripetuto con il conferimento dell’incarico a Nawaf Salam, le cui consultazioni sono state inizialmente boicottate dal blocco sciita. La situazione si è sbloccata il 7 febbraio, quando Amal ha trovato l’accordo con Salam sui nomi sciiti da inserire nell’esecutivo, fra i quali figura il Ministro delle finanze Yassin Jaber, accreditato come vicino ad Hezbollah, il quale è stato tenuto fuori da ogni trattativa.
Per come è configurato il governo, il blocco sciita non riuscirebbe a bloccare eventuali decisioni ostili del governo, mandandolo in stallo, potendo contare su meno di un terzo dei suoi membri (in sede di Consiglio dei Ministri si decide con una soglia dei due terzi dei consensi).
Il giorno precedente, la vice inviata degli USA per il Medio Oriente, Morgan Ortagus, in una dimostrazione di prepotenza che ha sconcertato anche i media libanesi, si era presentata nella residenza del Presidente della Repubblica indossando un anello con la stella di Davide alla mano destra e, dopo averla stretta al nuovo inquilino Joseph Aoun, aveva dettato la linea: “Abbiamo stabilito delle linee rosse chiare... che [Hezbollah] non sarà in grado di terrorizzare il popolo libanese, e non dovrà essere parte del governo”. In ballo ci sono i fondi per la ricostruzione e gli aiuti economici, al cospetto della disastrosa situazione economica del paese.
Questa condotta, obiettivamente umiliante anche per il nuovo Presidente della Repubblica e per il nuovo Primo Ministro, ha scatenato la reazione della popolazione sciita del sud che, imbracciando le bandiere di Hezbollah ed Amal e le effigi di Nasrallah, è scesa in piazza per l’ennesima volta a protestare contro le ingerenze USA. Nel mentre, continua la sua lotta, che dura dalla proclamazione del cessate il fuoco, per rientrare nei propri villaggi distrutti da Israele.
Il regime sionista vede come un’umiliazione il fatto che la popolazione del sud del Libano stia cercando in tutti i modi di rientrare, anche fra le macerie (le immagini somigliano molto a quelle di Gaza), nei propri territori mentre i propri sfollati sul lato israeliano del confine ancora non tornano; pertanto, viola continuamente la tregua per ostacolare questo rientro. Si ricordi che il termine della cessazione delle ostilità è stato prorogato fino al 18 febbraio, dopodiché non vi sono certezze.
Intanto, nel distretto di Baalbeck, al confine con la Siria, vi sono stati tre giorni di scontri fra miliziani di Hayat Tahrir al-Sham, desiderosi di esportare in Libano le loro violenze settarie, e milizie sciite locali, ufficialmente non affiliate ad Hezbollah secondo i Libanesi. Nell’area, opera anche la guerriglia delle ex-unità di élite del disciolto esercito della Siria baathista. È questa la scusa utilizzata da HTS per giustificare gli sconfinamenti.
“Le nostre forze militari stanno estendendo il loro controllo su diverse località nella striscia di confine con il Libano dopo aver espulso gruppi affiliati alla milizia di Hezbollah e resti dell’ex regime. Alcune zone sono ancora sotto il controllo di Hezbollah. Ecco perché i nostri uomini li stanno espellendo”, ha dichiarato una fonte delle nuove autorità al giornale libanese L’Orient -le Jour. Si segnalano danni, vittime e rapimenti da entrambe le parti.
La situazione si è calmata dopo l’arrivo e lo schieramento dell’esercito libanese, ma, ovviamente, la situazione resta molto tesa e pare chiaro che né HTS, né il regime sionista avranno vita facile al cospetto di queste popolazioni.
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