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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/06/2026

Accordo Israele - Libano: Beirut riconosce ufficialmente l’occupazione

Il cosiddetto “accordo trilaterale” siglato a Washington fra Israele, governo libanese ed USA – in quanto mediatori – decreta due novità politiche: Beirut si impegna a riconosce ufficilamente Israele come stato, mettendo fine al formale stato di guerra in vigore dal 1948, ed il ritiro israeliano dal sud è subordinato al “disarmo completo” e verificabile di Hezbollah.

Ciò si traduce nel riconoscimento ufficiale dell’occupazione del sud da parte dell’esecutivo libanese, dato che non è in grado in alcun modo di ottemperare al disarmo di Hezbollah.

Quest’accordo, dunque, pone le basi per lo scoppio di una guerra civile in Libano fra le componenti filoamericane ed il blocco che sostiene Hezbollah, offrendo anche un pretesto per l’intervento diretto di USA ed Israele all’interno di tale conflitto, in quanto aiuterebbero il “legittimo governo libanese” a stabilire la propria sovranità su tutto il territorio nazionale.

Proponiamo un’analisi completa effettuata dalla giornalista di sinistra Rania Khalek.


Questo accordo consolida l’occupazione israeliana, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile in coordinamento con gli Stati Uniti e Israele. Inoltre, minaccia di far fallire l’accordo tra Stati Uniti e Iran.

Il governo libanese si è unito a Israele e agli Stati Uniti nel dichiarare guerra a una vasta parte della propria popolazione.

Ieri, l’ambasciatore libanese negli Stati Uniti ha firmato un accordo quadro con Israele durante il quinto round di negoziati ospitato da Washington. L’accordo è infido, scioccante e vergognoso. Consolida l’occupazione israeliana del territorio libanese nel sud del Paese, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile guidata dall’esercito libanese e coordinata con gli Stati Uniti e Israele.

Le élite libanesi che promuovono questa sottomissione all’impero amano invocare la sovranità. Parlano di Hezbollah come se fosse una forza aliena impiantata dall’Iran, piuttosto che una formazione militare organica, autoctona e popolare nata dalla resistenza all’occupazione israeliana negli anni ’80. Per queste élite, qualsiasi resistenza a Israele è una violazione della sovranità del Libano, mentre obbedire agli ordini di Washington e Tel Aviv contro gli interessi del Libano è considerato normale, indipendente, persino virtuoso. Il sopra è sotto, la destra è la sinistra.

Il governo libanese si è rifiutato di sfruttare la leva negoziale che l’insistenza dell’Iran sul cessate il fuoco e sul ritiro israeliano gli aveva fornito. Al contrario, ha collaborato con gli americani e gli israeliani alle condizioni di Israele, fornendo così a Marco Rubio uno strumento per minare l’accordo tra Stati Uniti e Iran.

Netanyahu si vanta che si tratti di un “importante successo” perché permette all’occupazione israeliana di continuare. La presidenza libanese lo celebra come una vittoria sulla sovranità che libererà il territorio libanese, ma non ha fornito dettagli su come ciò avverrà, e l’accordo stesso non mostra nulla del genere. Hezbollah lo ha ovviamente respinto, perché rappresenta una capitolazione totale al furto di terre da parte di Israele.

L’accordo di resa

Il testo integrale del quadro di riferimento è disponibile qui. Nicolas Sawaya offre un’ottima analisi di tutti i 14 punti. Mi limiterò a evidenziare i più critici.

Innanzitutto: questo accordo è mediato e supervisionato dagli Stati Uniti, che NON sono una parte neutrale. Gli Stati Uniti finanziano l’intero esercito israeliano: fondi, armi, Iron Dome, intelligence, copertura diplomatica. Partecipano attivamente ai crimini commessi contro il Libano. Il passato ha dimostrato che non ci si può fidare di loro per una mediazione imparziale in qualsiasi questione che coinvolga Israele. Ricordiamo le 15.000 violazioni del cessate il fuoco israeliano tra novembre 2024 e marzo 2026, completamente impunite dal meccanismo gestito dagli Stati Uniti.

Il punto 2 stabilisce che il ritiro israeliano è subordinato al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese, il che significa una guerra civile. Questo stravolge il diritto internazionale. L’occupazione israeliana è illegale a prescindere dall’esistenza di Hezbollah. L’accordo afferma: “le Forze Armate Libanesi ripristineranno l’effettiva autorità sovrana su tutto il territorio libanese, in attesa del disarmo verificato dei gruppi armati non statali e dello smantellamento delle infrastrutture associate, consentendo alle Forze di Difesa Israeliane di ritirarsi progressivamente dal territorio libanese”. Accettando di disarmare prima Hezbollah, con i parametri per il “disarmo verificato” ancora da definire dagli Stati Uniti, il governo libanese ha di fatto consolidato l’occupazione israeliana del sud.

Il punto 3 subordina gli aiuti internazionali per la ricostruzione e il ritorno di centinaia di migliaia di civili libanesi sfollati al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese in “zone pilota” a fasi, che saranno anch’esse determinate dagli Stati Uniti. Il quadro di riferimento stabilisce che la ricostruzione inizierà e i civili potranno tornare solo “dopo la conferma del successo del disarmo”. Questo tradisce completamente la popolazione del sud e fornisce a Washington una leva di ricatto sull’intero processo.

Il punto 4 afferma che il governo “ricostruirà il monopolio statale sull’uso della forza, raggiungerà il disarmo completo e verificato di tutti i gruppi armati non statali e garantirà che tali gruppi non abbiano alcun ruolo militare o di sicurezza né capacità armate in nessuna parte del Libano”. Ciò significa disarmare anche Hezbollah a nord del Litani. Inoltre, si chiede ai “partner internazionali e in particolare arabi, sotto la guida degli Stati Uniti”, di sostenere questo risultato. In altre parole, una guerra civile guidata dagli Stati Uniti e sostenuta dagli arabi.

Il punto 5 afferma che “il governo di Israele dichiara di non avere ambizioni territoriali in Libano”. I ministri israeliani affermano regolarmente il contrario.

Il punto 9 prevede che gli Stati Uniti effettuino delle valutazioni sull’efficacia con cui lo Stato libanese sta conducendo la guerra civile contro Hezbollah. Il sostegno internazionale al Libano sarà condizionato dalla soddisfazione americana per i risultati. L’umiliazione è strutturale, mi vergogno davvero di questi traditori.

Il punto 11 impegna il governo libanese a contribuire al soffocamento finanziario di Hezbollah attraverso le sanzioni.

Il punto 13 dimostra una scioccante incompetenza, in quanto rinuncia al diritto del Libano di intraprendere “azioni ostili o avverse nei fori politici o legali internazionali”. Ciò significa che il governo libanese ha accettato di rinunciare alla possibilità di utilizzare la legge contro Israele per l’infinita lista di crimini di guerra commessi contro il Libano. È assurdo che una simile decisione provenga da un governo il cui Primo Ministro è stato giudice della Corte Internazionale di Giustizia e ha presieduto il caso del Sudafrica sul genocidio a Gaza.

Il punto 14 inquadra l’intero contesto come fondamento per un futuro accordo di normalizzazione con Israele.
 
I burattini libanesi anti-Resistenza

Questo accordo ricorda l’Accordo del 17 maggio 1983, quando gli Stati Uniti mediarono la resa del Libano con Israele, un accordo che conteneva molte delle clausole attuali: consolidare l’occupazione israeliana e dichiarare guerra a qualsiasi forma di resistenza. Quell’accordo fu firmato dagli alleati di Israele in Libano e abrogato entro un anno perché politicamente insostenibile. Sono certo che anche questo farà la stessa fine, ma a quale prezzo nel frattempo?

Hezbollah non è un’organizzazione aliena. Rappresenta una parte considerevole della popolazione sciita libanese. Per questo motivo viene eletto democraticamente in parlamento, come parte del blocco parlamentare più numeroso, nonostante un sistema che svaluta strutturalmente il voto sciita attraverso una forma di manipolazione dei collegi elettorali tipica del Libano.

C’è chi accusa Hezbollah di minacciare una guerra civile per impedire questo accordo. Si sbagliano. Hezbollah sta reagendo alla minaccia molto reale, esplicitamente delineata in questo accordo, di una guerra civile sponsorizzata da Stati Uniti e Israele contro la popolazione che rappresenta, una popolazione che negli ultimi tre mesi è stata sfollata e braccata dai bombardamenti israeliani senza alcuna protezione da parte dello Stato.

Il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam affermano di sostenere la sovranità nazionale. In realtà, stanno usando la violenza, appoggiata da potenze straniere, per indebolire i loro oppositori politici interni. Non c’è niente di più antidemocratico di questo.

Rubio contro Vance

Ciò rende il Libano ancora una volta il punto di maggiore tensione nell’ambito del memorandum d’intesa con l’Iran.

L’Iran ha incluso un cessate il fuoco in Libano tra le sue richieste per la fine della guerra e ha chiesto il ritiro di Israele. Quando Israele ha bombardato Beirut all’inizio di questo mese, l’Iran ha risposto bombardando Israele. Il primo punto del memorandum d’intesa prevede la fine della guerra in Libano.

L’Iran sta verificando se gli americani riusciranno effettivamente a contenere gli israeliani. Finora, ci sono riusciti solo parzialmente. Le violenze continuano quotidianamente, ma con minore intensità rispetto a un mese fa.

È qui che la spaccatura tra Vance e Rubio diventa cruciale da comprendere. Reuters ha riportato che i due uomini hanno adottato toni diversi. Vance ha criticato i bombardamenti israeliani sulle infrastrutture civili di Beirut, definendoli un ostacolo agli sforzi di pace guidati dagli Stati Uniti, si è recato in Svizzera per colloqui con funzionari iraniani e ha ripetutamente parlato della possibilità di una relazione di cooperazione tra Stati Uniti e Iran.

Rubio, d’altro canto, ha girato gli stati del Golfo difendendo la campagna militare israeliana in Libano e rassicurando gli alleati sul fatto che l’accordo con l’Iran non sarebbe stato troppo generoso nei confronti dei “cattivi” iraniani.

Vance vuole porre fine a questa guerra. Si sta preparando per le primarie repubblicane del 2028 e ambisce a diventare il candidato pacifista che si è opposto a un Israele sempre più odiato. Rubio rappresenta l’ala neoconservatrice che rimane incondizionatamente allineata con Netanyahu. Il riassetto dei rapporti tra Libano e Israele porta la sua impronta, essendo concepito per separare il Libano dall’Iran e preservare la capacità di Israele di continuare la guerra. Sembra un tentativo di sabotare la candidatura di Vance.

Subito dopo la firma dell’accordo quadro, gli Stati Uniti hanno annunciato di aver bombardato nuovamente l’Iran, in apparente violazione del memorandum d’intesa, affermando che si trattava di una risposta al fatto che l’Iran aveva aperto il fuoco contro una nave nello Stretto di Hormuz.

L’Iran non ha rivendicato l’attacco, ma non lo ha nemmeno negato. Da allora, l’Iran ha risposto agli Stati Uniti colpendo il Bahrein. Lo stesso giorno, gli israeliani hanno lanciato un attacco con droni contro il Libano. Rubio, durante il suo tour nel Golfo, aveva promesso agli alleati arabi che l’Iran non avrebbe mai controllato lo Stretto, né imposto pedaggi. Nel frattempo, il ronzio dei droni sopra Beirut mi assale più forte che mai.

La retorica a favore del ritorno alla guerra si sta intensificando, e con essa anche il clamore mediatico.

È possibile disarmare Hezbollah?

No. Se nemmeno tutta la potenza militare israeliana è riuscita a disarmare Hezbollah, di certo non ci riuscirà il ben più debole esercito libanese. E se si dovesse effettivamente tentare la strada della guerra civile, l’esercito libanese si dividerebbe. Ma cosa importa a Israele? Israele vuole guerre e instabilità senza fine, e ha dei servitori in Libano disposti a perpetuare questa politica.

Mi vengono in mente I dannati della terra di Frantz Fanon:
«La borghesia nazionale scopre la sua missione storica come intermediaria. La sua vocazione non è trasformare la nazione, ma prosaicamente fungere da nastro trasportatore per il capitalismo, costretta a camuffarsi dietro la maschera del neocolonialismo. La borghesia nazionale, senza alcun timore e con grande orgoglio, si compiace del ruolo di agente nei suoi rapporti con la borghesia occidentale.»
La classe dei compradores libanesi è la dimostrazione vivente della citazione di Fanon. Come ho spiegato all’inizio di questa settimana, sembrano non aver ancora capito che i loro padroni americani hanno perso la guerra contro l’Iran. Questo accordo quadro pone le basi per la guerra civile, mascherando l’operazione dietro il linguaggio della sovranità. Fallirà. Ma forse il danno che provocherà lungo il cammino verso il fallimento è il vero problema.

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06/06/2026

Libano - Il Governo di Beirut verso il collaborazionismo esplicito con Israele

Salto di qualità nei “negoziati diretti” fra regime sionista e governo libanese. Inizialmente, questi apparivano un tentativo rabberciato di provare a far sì che il Presidente Aoun ed il Primo Ministro Salam potessero intestarsi politicamente l’estensione al Libano delle trattative fra USA e Iran, evitando che si evidenziasse il ruolo esclusivo dell’Iran stesso e di Hezbollah.

Dopo l’ultimo incontro tenuto a Washington, però, le parti hanno scoperto maggiormente le carte ed è emerso un impegno più diretto da parte di Beirut nel legittimare l’occupazione sionista del sud e garantire che si estenda.

Dietro il linguaggio fumoso sulla creazione delle “zone pilota ad esclusivo controllo dell’esercito libanese”, sul “ritiro di Hezbollah a nord del Fiume Litani” ed altre formulazioni apparentemente simili agli accordi precedenti mai rispettati da Israele, si cela la sostanza che stavolta non c’è nessun obbligo, nemmeno formale, di cessazione dell’occupazione sionista del sud.

La necessità di rispettare l’integrità territoriale del paese è divenuta estremamente marginale nella fraseologia del Presidente Aoun e del capo del Governo di Beirut, che citano gli abitanti del sud solo in chiave fintamente umanitaria. L’esecutivo, per altro, contiene ancora rappresentanti sciiti facenti capo ad Hezbollah e Amal.

Con questa mossa, i genocidari di Tel Aviv cercano di evitare lo scambio fra apertura dello Stretto di Hormutz e cessazione delle ostilità sugli altri fronti mediorientali, in discussione nelle bozze di accordo fra Iran e USA. Tale scambio, infatti, costituirebbe un colpo mortale per i loro progetti espansionisti: essendo l’Iran dimostratosi capace di occupare facilmente ed in maniera prolungata lo stretto, infatti, si creerebbe un precedente destinato a ripetersi nei futuri tentativi di proseguire i genocidi.

La finta mediazione statunitense – risultato della famosa sfuriata di Trump nei confronti di Netanyahu e dei suoi fantomatici contatti diretti con Hezbollah – consiste nell’includere negli accordi Dahieh, unione di comuni dell’area metropolitana di Beirut – dall’altissima densità di popolazione – abitata da sciiti e dai Palestinesi di Sabra, Shatila e Burj el-Brajneh, ovvero la base di Hezbollah. Lasciando, però, come detto, mano totalmente libera all’occupante sull’altra area sciita, ovvero il sud.

Ovviamente, se Washington finge di ritenere lo scudo nei confronti di Dahieh come incondizionato, Israele puntualmente ribatte che esso è subordinato alla cessazione assoluta degli attacchi di Hezbollah sugli insediamenti del nord di Israele; quindi, ritiene di avere, nei fatti, mano libera su tutto il territorio libanese.

Da parte sua, ovviamente, Hezbollah, per bocca del vicecapo del Consiglio Politico Mahmoud Qamati, ha affermato che non intende accettare “nessuna nuova equazione” che imponga la cessazione dei propri attacchi in cambio della preservazione della sola Dahieh. “L’equazione della Resistenza rimane Beirut e Dahieh per Haifa e Tel Aviv”, ha affermato, alludendo al fatto che se riprenderanno i bombardamenti nell’area della capitale, anche l’Iran li riprenderà sulle città israeliane.

Il tempo stringe anche per Netanyahu: in vista delle elezioni ha necessità di riportare una vittoria tangibile per quel che riguarda il dossier libanese, sul quale i partiti di opposizione mostrano una postura ancora più dura e genocidaria, ritenendolo il vero punto debole della compagine governativa. Basta, infatti, una quantità relativamente piccola di droni e razzi di Hezbollah che oltrepassano il confine e cadono o soltanto sorvolano i territori degli insediamenti del nord, per scatenare proteste dure contro il governo o addirittura sfollamenti.

Di contro, il popolo resistente del sud del Libano è relativamente abituato – fra indicibili sofferenze – a fare periodicamente avanti e indietro dalle proprie case e continua ad essere granitico nel sostenere Hezbollah, nonostante tutto.

Si applicano, così, i dettami della guerra asimmetrica, che Tel Aviv non è in grado di vincere poiché non bastano dieci kilometri in più o in meno di territorio libanese occupato per mettere al riparo gli insediamenti del nord, vista la gittata dei colpi che ormai Hezbollah è in grado di opporre. Tali colpi, ovviamente, rendono la colonizzazione dei territori conquistati molto problematica, se non completamente fuori discussione, anche per i coloni più fuori di testa.

Intanto, il Premier Libanese Nawaf Salam e il Presidente Joseph Aoun continuano ad accusare tutti i giorni l’Iran di “utilizzare il Libano come merce di scambio nei negoziati con gli USA”. È possibile che non sappiano che se davvero l’Iran riaprisse lo Stretto di Hormutz senza tenere conto del fronte libanese, tutto il paese sarebbe alla mercé degli attacchi sionisti?

È evidente che si tratta di un atteggiamento mal celatamente collaborazionista con gli occupanti, che, accettando il sedimentarsi dell’occupazione del Libano meridionale in cambio della preservazione di Beirut, ha l’obiettivo di spaccare il fronte della Resistenza e liquidare definitivamente il problema del sud e dei suoi abitanti, visti come un ostacolo sulla strada della normalizzazione definitiva di rapporti con Israele.

Se questo atteggiamento continuerà, solo la prudenza e le tattiche di Hezbollah potranno evitare una guerra civile, poiché è impossibile pensare di eliminare così la questione del popolo del sud e della sua forte identità politica antisionista.

Fonte

24/04/2026

Trump consegna il Libano al genocidio. E la trattativa al fallimento

Per un giorno il focus della guerra Usa-Israele contro l’Iran e il mondo sciita si sposta dal Golfo al Libano. Ma fino ad un certo punto...

Alla Casa Bianca l’incontro tra gli ambasciatori di Tel Aviv e Beirut, sotto l’occhiuta sorveglianza dei “Narco” Rubio e Donald Trump, ha prodotto il prolungamento del cosiddetto “cessate il fuoco” per altre tre settimane.

Sul terreno, però, le cose vanno molto diversamente, perché Israele considera che “cessate il fuoco” significa che gli altri smettono di sparare, ma l’Idf continua. Anche se con un’intensità leggermente minore. Infatti, aerei da guerra israeliani hanno preso di mira la città di Khirbet Salem, nel sud. I serial killer hanno diffuso anche un video con l’esecuzione, tramite un drone, di una presunta “cellula di Hezbollah”, in mezzo ad un campo. Azioni che fanno seguito agli omicidi mirati di una giornalista molto nota, addirittura con un “triplo attacco” che ha coinvolto infine anche i soccorritori.

Al tavolo della cosiddetta trattativa, nel frattempo, era completamente sparita la richiesta del presidente Aoun sul ritiro dell’esercito israeliano dal Sud del paese.

L’intento è esplicito. Separare completamente la “guerra al Libano” dalla più complessiva guerra agli sciiti (in prima fila l’Iran, ovviamente), in modo da dare a Israele la possibilità di compiere un altro genocidio in stile Gaza e impossessarsi del territorio libanese.

La tattica di Tel Aviv è del resto da 80 anni sempre la stessa: “dobbiamo difenderci, abbiamo bisogno di un cuscinetto di sicurezza” e così, un pezzo dopo l’altro, questo Stato genocida senza confini dichiarati si allarga con il silenzio-assenso degli Usa e dell’intero Occidente imperialista.

La sigla del “nemico” mostrificato cambia sempre (dall’Olp ad Hamas, ad Hezbollah, agli ayatollah, ecc.), il risultato mai: genocidio, pulizia etnica, rapina di terra e risorse naturali (sia il Libano che la Palestina avrebbero diritti sui giacimenti di gas in mare, davanti alle loro coste).

L’intento israeliano è in questo caso apertamente condiviso da Trump: “Gli Stati Uniti lavoreranno con il Libano per aiutarlo a proteggersi da Hezbollah”. Per farlo – visto che quel movimento e milizia armata è parte integrante della popolazione sciita, sorto peraltro in seguito all’invasione israeliana del 1982 – si procederà con il massacro risparmiando forse i cristiani e i sunniti.

Del resto il presidente Aoun è un cristiano e il suo clan è tristemente famoso per via del generale maronita che nel 1976 guidò il massacro dei palestinesi nel campo profughi di Tal el Za’tar. Agendo ovviamente da braccio armato collaborazionista dell’esercito israeliano... 

Inutile dire che questo sporco gioco al massacro in Libano, concertato tra Trump e Netanyahu con la complicità servile di Aoun è già ora un ostacolo gigantesco sulla strada dell’accordo che dovrebbe porre fine alla guerra contro l’Iran. Il dossier Libano, infatti, faceva e fa parte integrante del “piano in dieci punti” presentato da Teheran e considerato dallo stesso Trump “workable”. Pensare che la consegna del sud del Libano ai macellai di Tel Aviv non abbia conseguenze per le trattative con Teheran è fuori dal mondo.

Anche a Washington se ne stanno rendendo conto. Ma per ora nel senso opposto allo sperabile. Diversi media statunitensi riportano preparativi in corso per un eventuale attacco militare nella zona di Hormuz con l’idea di imporre una propria “sovranità” sullo Stretto.

Se è davvero questo il “piano B”, dopo aver fatto fallire la trattativa, prepariamoci a qualche stagione di alimentazione a pane e cipolle, con zero vacanze... O peggio.

Fonte

08/09/2025

Libano - Disarmo Hezbollah: lo scontro cova, ma si prende tempo

Venerdì 5 settembre, l’esercito libanese ha presentato al Consiglio dei Ministri il suo piano di disarmo delle milizie non statali. Tale piano è chiaramente diretto contro Hezbollah ed è frutto delle pressioni saudite e statunitensi rivolte contro la Resistenza, intensificatesi dopo il cessate il fuoco dello scorso novembre con Israele e la caduta del Baath in Siria.

Tale cessate il fuoco non è mai stato rispettato dal regime sionista, che ancora occupa cinque punti in territorio libanese e non ha mai smesso i bombardamenti, mentre è stato rispettato da Hezbollah, che si è ritirato con le sue milizie al nord del fiume Litani.

Nelle settimane scorse, gli USA hanno più volte subordinato la presentazione di una road map chiara e temporalmente scadenzata per il disarmo di Hezbollah alla fornitura aiuti economici al paese, ma non hanno mai garantito in maniera chiara che ciò avrebbe comportato il ritiro definitivo di Israele e la cessazione dei bombardamenti.

Come “prova generale” verso il disarmo Hezbollah, intanto, si sta procedendo al disarmo dei campi palestinesi, in una mossa concordata con l’Autorità Nazionale Palestinese, nella velleitaria speranza di dimostrarsi allineata agli sforzi statunitensi di disarmo generale della Resistenza in tutta la regione.

Non sono stati ancora forniti dettagli del piano presentato dall’esercito. Si sa solo che i cinque ministri sciiti del blocco Hezbollah-Amal non hanno partecipato al Consiglio dei Ministri e che esso non presenta scadenze temporali, come richiesto dagli USA.

Infatti, le reazioni di Hezbollah, che nelle settimane scorse era arrivato addirittura ad evocare la guerra civile, non sono negative. Il Vicepresidente del Consiglio Politico Mahmud Comati ha commentato il piano dell’esercito come “un’opportunità per tornare alla saggezza e alla ragione, impedendo così al Paese di precipitare nell’ignoto” ed ha poi affermato che è tutto sospeso finché il nemico non si sarà ritirato completamente dal paese. “Il Piano dell’esercito preserva la pace civile”, gli fa eco il Presidente del Parlamento Nabih Berri di Amal.

Ovviamente anche il Governo ha commentato positivamente, affermando che rispetto al disarmo non si torna indietro e che si tratta di un momento cruciale. Secondo un alto ufficila, “l’obiettivo è che la consegna delle armi avvenga entro la fine dell’anno, o che inizi almeno entro la fine dell’anno”. Certo è che scadenze prefissate non ce ne sono e bisogna capire come reagiranno USA e Arabia Saudita a quello che, al contrario di come si potrebbe pensare, appare un punto a favore di Hezbollah.

In definitiva, le forze in campo continuano con la tattica del prendere tempo. L’esecutivo libanese non ha la forza di effettuare alcun disarmo, se non, come detto, quello dei campi palestinesi in accordo con l’ANP, mentre l’esercito è nettamente più debole delle milizie di Hezbollah e non vuole scontrarvisi.

La loro speranza è che, stretta fra le pressioni internazionali e l’isolamento regionale, dato dalla caduta del regime baathista e dallo scarso supporto del governo “riformista” dell’Iran, la Resistenza sciita scelga spontaneamente la via del disarmo; in cambio di garanzie che, però, nessuno è in grado di fornire. Si studiano possibili compromessi, tipo l’arruolamento di parte delle milizie sciite nell’esercito regolare; ma ogni discorso di questo tipo, allo stato, appare prematuro.

Anche Hezbollah prende tempo, alternando dichiarazioni incendiarie a qualche forma di apertura, subordinata al ritiro definitivo dell’esercito sionista dal paese. Al momento regge l’asse con l’altro partito sciita Amal, ma non c’è garanzia che quest’ultimo non ceda prima o poi alle pressioni esterne, allineandosi alle richieste di disarmo pur di scongiurare una guerra civile o un intervento esterno.

Ciò che sembra incrollabile, nonostante i sacrifici e le privazioni, è il sostegno della base sociale del sud sciita e della Resistenza in generale, che freme e sarebbe pronta a scendere in piazza in massa contro il disarmo; ma viene tenuta a freno dalla tattica prudente dei dirigenti, che, al momento, ancora non lasciano nemmeno l’esecutivo, nonostante l’aperta ostilità.

Proponiamo un editoriale di Al-Akhbar, quotidiano laico e progressista, sostenitore della Resistenza, che bene ne esprime lo stato d’animo ed invita Hezbollah a liberarsi dalle pastoie dei compromessi infiniti con le forze politiche filo imperialiste, ritirando i propri ministri dal governo.

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Il Libano non ha più bisogno di questo governo

Il presidente libanese Joseph Aoun sapeva che la sua elezioni era il frutto di un’imposizione esterna in un momento di rimpasto regionale. Era anche ben consapevole che mantenere Najib Mikati avrebbe placato le preoccupazioni della classe dirigente riguardo all’avere un presidente loro imposto dall’esterno. Ma quando Nawaf Salam è stato nominato primo ministro senza alcuna consultazione, il quadro divenne molto chiaro per Aoun: tutte le regole del gioco vengono ora dettate dall’estero.

Dopo la guerra di Israele contro il Libano, il cessate il fuoco ha messo in luce lo squilibrio nell’ordine politico interno del Paese, che si estendeva alla resistenza stessa. Hezbollah si rese presto conto che l’accordo non era all’altezza dei sacrifici compiuti per fronteggiare l’aggressione. Eppure, la strada scelta era quella della ripresa e del recupero di terreno dopo una battaglia estenuante.

E nonostante le infinite aggressioni israeliane che sono costate a Hezbollah ulteriori martiri e distruzioni, il partito ha rispettato pienamente il cessate il fuoco. Ma questo non è stato il comportamento di una forza sconfitta. La resistenza non si è inchinata né ha accennato ad arrendersi, e il nemico ha compreso subito questa situazione.

Allo scadere del termine di sessanta giorni, Israele concluse che il tentativo di evitare una ripresa delle ostilità con Hezbollah non poteva essere sostenuto solo da Tel Aviv. Anche Washington, Riyadh e i loro alleati libanesi dovevano fare la loro parte. Iniziò così la campagna interna sotto il titolo di “monopolio di Stato sulle armi”, uno slogan il cui unico vero obiettivo era il disarmo della resistenza.

Israele, già diffidente e scosso dopo il “diluvio di al-Aqsa”, ha visto terreno fertile per gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e i loro alleati locali per fare pressione su Hezbollah. L’obiettivo principale era quello di assediare il partito e costringerlo a concessioni simili a quelle fatte in materia politica e governativa.

La moderazione di Hezbollah, sia sul fronte con Israele che negli affari interni, è stata erroneamente interpretata come debolezza. Questa percezione ha innescato un nuovo progetto politico volto a rompere l’alleanza del partito con il Presidente Nabih Berri e, in definitiva, a privare la resistenza delle sue armi.

Ma Hezbollah aveva semplicemente cercato di evitare conflitti interni. Aveva abbandonato la retorica delle minacce verso Israele, ammorbidito i toni con le forze locali e agito con cautela all’interno del fragile assetto politico del Libano. Non aveva alcuna intenzione di innescare alcun conflitto.

Ma quando Aoun e Salam si si sono schierati apertamente con i piani statunitensi, Hezbollah è stato costretto a cambiare rotta. La dichiarazione dello sceicco Naim Qassem, secondo cui la resistenza non avrebbe mai ceduto le armi e fosse pronta a una battaglia “simile a quella di Karbala”, se necessario, ha scosso drammaticamente il panorama politico.

Persino Berri si è reso conto che il compromesso non era mai stato l’obiettivo della controparte. Tutto ciò che stava accadendo era una cieca obbedienza agli ordini stranieri: colpire la resistenza, anche a rischio di una guerra civile.

L’atteggiamento apertamente ostile della delegazione statunitense durante la sua ultima visita, inclusa la schietta dichiarazione del senatore Lindsey Graham secondo cui Washington non avrebbe chiesto nulla a Israele prima che il governo libanese iniziasse il disarmo, non ha fatto che rafforzare questo scenario.

Berri ha risposto con fermezza, affermando che qualsiasi tentativo di contrapporre l’esercito alla resistenza avrebbe devastato l’unità nazionale e la pace civile.

Oggi, il Libano si trova a un altro bivio cruciale. Aoun e Salam stanno ancora portando avanti questo progetto, anche dopo che Israele stesso ha rinnegato il documento statunitense e Barrack ha apertamente ammesso che la sua proposta non aveva l’approvazione israeliana.

Il significato non potrebbe essere più chiaro: Aoun e Salam stanno dimostrando ancora una volta che la loro preoccupazione non è il Libano, ma la soddisfazione di coloro che li hanno messi al potere. La loro priorità è compiacere Washington e Riad. Convinti che la resistenza non abbia altra scelta che disarmarsi, si aggrappano a un unico ritornello: quel rifiuto trascinerà il Libano in una nuova guerra e porterà la comunità sciita alla rovina.

Con funzionari di questo tipo, il dialogo è inutile. La vera domanda ora è se permangano basi per una partnership, con loro o con il più ampio blocco politico allineato al piano USA-Arabia Saudita-Israele di smantellare la resistenza e prendere il controllo degli apparati politici e di sicurezza del Libano.

Pertanto, rimanere parte del governo non è più solo discutibile, ma piuttosto insostenibile. Il crollo delle istituzioni statali come strumento per affrontare le crisi del paese lascia la resistenza e i suoi alleati liberi dai vincoli di questo cosiddetto accordo.

Per quanto riguarda il fronte con Israele, la risposta alla domanda se la guerra tornerà non attenderà sicuramente le riunioni del governo, ma sarà il risultato dell’evolversi della realtà in Palestina e in tutta la regione.

Fonte

15/04/2025

Libano - Hezbollah cambia strategia

Il 13 aprile ricorreva il cinquantesimo anniversario dell’inizio della guerra civile libanese. Le nuove autorità del paese hanno voluto ricordare questa ricorrenza spogliando di tutti i simboli politici la strada che conduce all’aeroporto di Beirut, quasi a marcare lo stabilirsi di nuovi equilibri rispetto a quello scaturiti dopo la fine del conflitto.

Molti media internazionali ostili ad Hezbollah hanno colto l’occasione per effettuare diverse speculazioni sul futuro della formazione sciita, nell’ambito dei nuovi rapporti di forza che stanno maturando in conseguenza del tentativo di genocidio in corso nei confronti dei Palestinesi e della guerra imperialista totale mossa nei confronti del cosiddetto “Asse della Resistenza”.

Il movimento politico-militare sciita ha effettivamente subito dei colpi durissimi, che stanno portando a cambi strategici complessivi. Ha visto, in pochi mesi, decapitata la propria leadership politico-militare, a partire dall’uccisione del carismatico, ascoltatissimo e amatissimo segretario generale Hassan Nasrallah, a fine settembre 2024, ed ha dovuto assistere, senza possibilità d’influire sugli eventi, alla caduta del proprio principale alleato nel mondo arabo, ovvero la Siria baathista, che costituiva un retroterra fondamentale dal punto di vista logistico, per quanto riguarda il rifornimento di armi, e dal punto di vista politico, per quanto riguarda gli equilibri interni al Libano.

D’altro canto, però, da un punto di vista strettamente militare, il confronto contro l’aggressione sionista su larga scala, durata da settembre a novembre 2024, ha segnato un punto di tenuta rilevantissimo: l’esercito nemico è riuscito ad effettuare una penetrazione terrestre molto più limitata rispetto al 2006, nonostante l’impiego di molte più risorse e, nonostante gli attacchi, gli abitanti del nord d’Israele sfollati nell’ottobre 2023 ancora non sono tornati nelle proprie.

La modifica dei rapporti interni al Libano si è evidenziata nei mesi scorsi, con le pressioni politico-militari portate avanti dagli USA e dai paesi del Golfo su tutti gli apparati e i partiti politici libanesi nel corso del travagliato iter che ha condotto all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica e del nuovo Primo Ministro.

La conseguenza è stata che i candidati proposti dall’“Alleanza 8 marzo”, in cui è inserito Hezbollah (che, non a caso, prende il nome dalla manifestazione filo-siriana dell’8 marzo 2005, convocata in risposta alla “rivoluzione arancione” allora in corso da parte delle forze filo-occidentali dopo l’uccisione del Primo Ministro Hariri), si sono ritirati, costringendo il movimento sciita ad accettare l’elezione di due figure sgradite, fino ad allora sempre ostacolate, rispettivamente Joseph Aoun e Nawaf Salam.

La tenuta dell’alleanza con l’altro partito sciita Amal, che, per ora, resiste alle pressioni, ha consentito di chiudere la partita del governo in maniera “decente” per Hezbollah.

Il cambiamento strategico più rilevante, però, è dato dal fatto che il “Partito di Dio” effettivamente si sta impegnando a rispettare i termini del cessate del fuoco stipulati a fine novembre scorso, i quali prescrivono alla sua ala militare di lasciare le proprie posizioni all’esercito libanese, ritirandosi dal sud del fiume Litani, come previsto dalla risoluzione delle Nazioni Unite 1701, già alla base della cessazione delle ostilità del 2006, ma mai applicata nei termini in cui si sta applicando ora.

Nella pratica, si sta smantellando quello che viene spesso definito lo “stato nello stato” costruito da Hezbollah nel sud del Libano, tanto da far parlare i media ostili di effettivo inizio di un processo di disarmo dell’organizzazione sciita, come reclamato dai suoi nemici sin dalla fine della guerra civile.

Per capire cosa ci sia di vero in queste speculazioni, è utile ripercorrere l’intervista rilasciata a marzo da Ali Fayyad a Responsible Statecraft. Ali Fayyad è parlamentare e ideologo di Hezbollah, che in questi mesi sta facendo da portavoce di fatto, mentre Responsible Statecraft è la rivista del Quincy Institute for Responsible Statecraft, think tank statunitense molto particolare che, come dice il nome stesso, si segnala in quanto fautore di una linea in politica estera moderata e pragmatica, già al centro di diverse critiche per le posizioni giudicate non sufficientemente ferme dai media mainstream rispetto alla guerra russo-ucraina, al confronto con la Cina, ecc.

Riportiamo gli estratti più interessanti e pregnanti dell’intervista.

Rispetto alla situazione al confine, Fayyad conferma la completa adesione alla risoluzione 1701: “Per quanto riguarda il Libano, abbiamo sottolineato il nostro impegno nei confronti della risoluzione 1701 e del documento sulle misure di attuazione. Ci siamo impegnati pienamente a rispettare gli obblighi relativi alla zona a sud del fiume Litani e, poiché il documento di attuazione si occupa di spiegare e attuare la risoluzione 1701, il suo riferimento e la sua portata geografica sono soggetti alla risoluzione internazionale 1701”.

Incalzato dalle domande, Fayyad va più a fondo, manifestando l’intenzione di non ostacolare il blocco, da parte dell’esercito, dell’importazione di armi e di essere aperto ad un dialogo più generale rispetto alla questione degli arsenali dell’organizzazione: “Per quanto riguarda il nord del fiume Litani, il documento di attuazione stabilisce che non è consentito importare o sviluppare armi. Invitiamo lo Stato libanese a esercitare pienamente il suo ruolo nel controllo della situazione ai confini. Non abbiamo alcun problema al riguardo, tuttavia, tutto ciò che riguarda la resistenza nel nord del fiume Litani è una questione sovrana che riguarda il governo libanese, e Hezbollah invita il governo a raggiungere un’intesa sulla situazione nel nord del Litani”.

Tuttavia, è troppo presto per parlare di disarmo. “Questa questione non può essere affrontata isolatamente, ma deve essere affrontata in modo olistico. Quando dico questo, intendo dire che è strettamente legata alla garanzia che lo Stato sia in grado di esercitare il suo ruolo di difesa del territorio e del popolo libanese”.

Nella situazione attuale, il Libano è ben lontano dal raggiungere tale condizione, pertanto tutte le opzioni sono aperte: “In ogni caso, la presenza di Israele in cinque punti è qualcosa che consideriamo occupazione e questo dà al Libano il diritto di usare tutti i mezzi possibili per liberare questi territori occupati... L’espressione ‘tutti i mezzi possibili’, che è stata inclusa nell’accordo di Taif e nei manifesti dei governi per molti anni, ed è stata reintrodotta nella dichiarazione del Presidente della Repubblica, significa mezzi diplomatici e non diplomatici”.

Da queste frasi traspare effettivamente un cambio strategico: Hezbollah non si pone più come l’unico difensore del sud in prima istanza e di tutto il paese in seconda istanza, ma, nel fare un passo indietro, responsabilizza, almeno verbalmente, il governo centrale, ancorché la composizione di quest’ultimo sia meno favorevole rispetto ai precedenti esecutivi.

Di conseguenza, anche la linea politica interna ed i meccanismi organizzativi stanno cambiando. “La presenza di Sayyed Hassan è stata travolgente. Quando prendeva una decisione, questa veniva accolta con entusiasmo da tutti, dato il suo storico ruolo di leadership. Ora, il nuovo segretario generale, lo sceicco Naim Qassem, è più favorevole al ruolo delle istituzioni interne nel processo decisionale; ora ci siamo mossi maggiormente verso una leadership istituzionale collettiva che prende decisioni basate sulla burocrazia interna, sugli organismi interni”.

Alla domanda esplicita: “Hezbollah sta diventando un partito puramente politico?”, Fayyad precisa: “No, Hezbollah, nonostante i cambiamenti avvenuti, rimane da un lato un partito di resistenza e dall’altro un partito politico. Tuttavia, ogni fase richiede un approccio diverso quando si tratta di resistenza. Hezbollah rimane impegnato nella resistenza e ritiene che sia diritto del Libano contrastare qualsiasi aggressione israeliana. Ma questa fase attuale, data la sua natura unica e i cambiamenti avvenuti, forse richiede un approccio diverso” consistente, come detto, nell’“offrire allo Stato libanese l’opportunità di prendere in mano la situazione nei confronti del nemico israeliano”.

L’altro macro tema affrontato è la situazione in Siria, rispetto alla quale Fayyad è chiarissimo: “Non c’è dubbio che la trasformazione politica avvenuta in Siria abbia rappresentato una grave perdita strategica, non possiamo negarlo. Non abbiamo sostenuto l’approccio adottato riguardo ai complessi legami tra l’ex regime siriano e il popolo siriano... I nostri precedenti legami con il regime sono legati ad una questione specifica riguardante la necessità di stabilire un equilibrio contro Israele in una complicata lotta regionale”.

Sul nuovo regime qaedista: “Non cerchiamo guai e adottiamo la posizione dello Stato libanese che auspicava relazioni equilibrate tra i due Paesi. Tuttavia, sottolineiamo l’importanza di proteggere le minoranze, rispettare le libertà e non avere una nuova leadership oppressiva in Siria. Stiamo anche monitorando la posizione della nuova leadership in Siria nei confronti di Israele. Questa posizione è confusa e solleva molti interrogativi, poiché Israele si è infiltrato e ha occupato il territorio siriano senza che la nuova leadership prendesse alcuna posizione. Si tratta di una situazione insolita da ogni punto di vista legale e politico, che non si riscontra in nessun altro Paese.
Gli scontri
[al confine tra Libano e Siria] sono stati collegati al contrabbando e alle bande di contrabbandieri, ma crediamo che ci sia più di questo. Mirano a esercitare pressione politica sul Libano, e ciò che vogliamo è che i confini settentrionali orientali siano stabili”.

Il resto dell’intervista è rappresentato da una serie di dichiarazioni concilianti, in cui Fayyad afferma che i problemi fra la Resistenza e gli USA non sono bilaterali, ma riguardano specificamente l’appoggio che questi ultimi offrono all’occupazione sionista e le sue atrocità.

Di fronte a queste aperture di credito di Hezbollah, il nuovo governo si sta dimostrando in grado di gestire i compiti gravosi che incombono sul Libano? Ovviamente no.

Nato come un esecutivo che avrebbe dovuto segnare la legittimazione del paese di fronte all’Occidente e ai paesi del Golfo e aprirlo agli investimenti esteri grazie all’implementazione delle riforme richieste dagli istituti finanziari internazionali, è parso sin da subito uno dei tanti figli orfani della precedente amministrazione USA: designato da quest’ultima per gestire la marginalizzazione dell’Asse Resistenza, è stato immediatamente penalizzato dai falchi di quella attuale, a favore dell’espansionismo sionista tout-court, esattamente come sta accadendo all’Autorità Nazionale Palestinese e, in parte, il nuovo regime siriano.

La vice inviata di Trump per il Medio Oriente, Morgan Ortagus, che già aveva umiliato il neopresidente della Repubblica stringendogli la mano mentre indossava un anello con la stella di Davide, sta continuando l’opera, con risvolti ancora più seri.

Infatti, non solo ha dato luce verde all’occupazione sionista affinché rimanga nei cinque punti del Libano dai quali non si è ancora ritirata, ma ne ha anche appoggiato la ripresa forte dei bombardamenti, subordinando la rinegoziazione del cessate il fuoco raggiunto a novembre allo stabilimento di una road map per il disarmo di Hezbollah e all’avvio di un processo di normalizzazione dei rapporti bilaterali Libano-Israele, anche se su quest’ultimo punto le dichiarazioni ufficiali sono sfumate.

Il Presidente della Repubblica ed il Primo Ministro non possono garantire né l’uno, né l’altra condizione, pertanto reagiscono in maniera reticente o silente; ma mentre quando i bombardamenti avvenivano solo nelle roccaforti di Hezbollah del sud se ne disinteressavano completamente o concentravano le proprie accuse non sull’aggressore, bensì sui lanciatori sporadici (e sospetti) di razzi verso Israele, colpevoli di violare il cessate il fuoco, quando hanno ricominciato ad estendersi a Beirut qualche problema serio di tenuta si è palesato.

Altro punto d’imbarazzo per le nuove autorità è costituito dagli scontri che periodicamente si accendono al confine con la Siria fra HTS e le milizie locali sciite, nell’ambito dei quali queste ultime sono in grado di farsi rispettare maggiormente rispetto all’esercito libanese che, nelle dichiarazioni del Presidente della Repubblica, dovrebbe essere in grado d’imporre il monopolio dell’uso della forza in tutto il paese, disarmando ogni sorta di milizia.

Il prossimo test per i nuovi equilibri saranno le elezioni municipali, previste per il mese di maggio in tutto il Libano. Amal ha già confermato l’alleanza con Hezbollah; il resto è tutto un’incognita, considerato l’ampio sfollamento delle popolazioni del sud, le problematiche legate al processo di ricostruzione, che gli apparati governativi vorrebbero sottrarre ad Hezbollah (in passato dimostratosi efficientissimo da questo punto di vista) ed il clima di accerchiamento che ancora prevale nei confronti della formazione sciita.

In definitiva, è chiaro e dichiarato il passo indietro da parte di Hezbollah rispetto a prima del “diluvio di Al-Aqsa”, sia sul piano della presenza militare sul terreno che su quello dell’influenza politica.

Tuttavia, la messa in discussione nel medio termine del suo status di organizzazione di resistenza armata rimane irrealistica perché lo stato libanese non pare minimamente in grado né di reprimerlo, né, men che meno, di rilevarlo. Anzi, gli atteggiamenti di quest’ultimo nei confronti delle popolazioni del sud e la sua incapacità di garantire la pace, costituiscono una grande fonte di legittimazione della Resistenza armata, il cui ruolo è eventualmente scalfibile solo mediante corposi interventi esterni di regime change.

D’altronde, le scene cui tutto il mondo ha assistito nel momento in cui è stata stipulata la tregua di novembre e durante i funerali di Nasrallah dimostrano che l’appoggio popolare nei confronti di Hezbollah è ancora molto forte.

Pertanto, i punti di debolezza di tutti gli attori del paese, potrebbero portare a stabilire un nuovo equilibrio non troppo distante da quello precedente.

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11/02/2025

Libano - Il nuovo governo al via, fra ricatti USA e scontri fra sciiti e HTS al confine

Dopo più di due anni di stallo si è formato un nuovo governo in Libano. Si attende ora il voto di fiducia del Parlamento, che chiuderebbe un lunghissimo stallo istituzionale che, fino a qualche settimana fa, includeva anche la carica di Presidente della Repubblica.

Il tutto si è svolto dopo il raggiungimento del cessate il fuoco fra Hezbollah e Israele e la successiva caduta del regime baathista in Siria. Quest’ultimo fattore, forse più che la guerra, ha indebolito la formazione sciita, che ha dovuto accettare prima l’elezione a Presidente della Repubblica il capo dell’esercito Joseph Aoun, che aveva ostacolato per mesi, poi il conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo al presidente della corte dell’Aja Nawaf Salam. Inutile dire che entrambi i processi si sono svolti fra pesantissime ingerenze esterne.

Per quanto riguarda l’elezione del Presidente della Repubblica, che tocca per costituzione ad un cattolico maronita, Hezbollah sosteneva Sleiman Frangieh di Marada, piccolo partito cristiano della propria coalizione elettorale, l’“Alleanza 8 marzo”, che però era tenuta assieme, fra l’altro, dal rapporto con la Siria. Dopo la caduta di Assad e con l’intervento delle pressioni di Arabia Saudita ed USA, Frangieh si è ritirato ed i due partiti sciiti Hezbollah ed Amal sono rimasti gli unici ad ostacolare Joseph Aoun fino all’ultima votazione, quando si sono rassegnati a voltarlo anche loro.

Lo stesso scenario si è ripetuto con il conferimento dell’incarico a Nawaf Salam, le cui consultazioni sono state inizialmente boicottate dal blocco sciita. La situazione si è sbloccata il 7 febbraio, quando Amal ha trovato l’accordo con Salam sui nomi sciiti da inserire nell’esecutivo, fra i quali figura il Ministro delle finanze Yassin Jaber, accreditato come vicino ad Hezbollah, il quale è stato tenuto fuori da ogni trattativa.

Per come è configurato il governo, il blocco sciita non riuscirebbe a bloccare eventuali decisioni ostili del governo, mandandolo in stallo, potendo contare su meno di un terzo dei suoi membri (in sede di Consiglio dei Ministri si decide con una soglia dei due terzi dei consensi).

Il giorno precedente, la vice inviata degli USA per il Medio Oriente, Morgan Ortagus, in una dimostrazione di prepotenza che ha sconcertato anche i media libanesi, si era presentata nella residenza del Presidente della Repubblica indossando un anello con la stella di Davide alla mano destra e, dopo averla stretta al nuovo inquilino Joseph Aoun, aveva dettato la linea: “Abbiamo stabilito delle linee rosse chiare... che [Hezbollah] non sarà in grado di terrorizzare il popolo libanese, e non dovrà essere parte del governo”. In ballo ci sono i fondi per la ricostruzione e gli aiuti economici, al cospetto della disastrosa situazione economica del paese.

Questa condotta, obiettivamente umiliante anche per il nuovo Presidente della Repubblica e per il nuovo Primo Ministro, ha scatenato la reazione della popolazione sciita del sud che, imbracciando le bandiere di Hezbollah ed Amal e le effigi di Nasrallah, è scesa in piazza per l’ennesima volta a protestare contro le ingerenze USA. Nel mentre, continua la sua lotta, che dura dalla proclamazione del cessate il fuoco, per rientrare nei propri villaggi distrutti da Israele.

Il regime sionista vede come un’umiliazione il fatto che la popolazione del sud del Libano stia cercando in tutti i modi di rientrare, anche fra le macerie (le immagini somigliano molto a quelle di Gaza), nei propri territori mentre i propri sfollati sul lato israeliano del confine ancora non tornano; pertanto, viola continuamente la tregua per ostacolare questo rientro. Si ricordi che il termine della cessazione delle ostilità è stato prorogato fino al 18 febbraio, dopodiché non vi sono certezze.

Intanto, nel distretto di Baalbeck, al confine con la Siria, vi sono stati tre giorni di scontri fra miliziani di Hayat Tahrir al-Sham, desiderosi di esportare in Libano le loro violenze settarie, e milizie sciite locali, ufficialmente non affiliate ad Hezbollah secondo i Libanesi. Nell’area, opera anche la guerriglia delle ex-unità di élite del disciolto esercito della Siria baathista. È questa la scusa utilizzata da HTS per giustificare gli sconfinamenti.

“Le nostre forze militari stanno estendendo il loro controllo su diverse località nella striscia di confine con il Libano dopo aver espulso gruppi affiliati alla milizia di Hezbollah e resti dell’ex regime. Alcune zone sono ancora sotto il controllo di Hezbollah. Ecco perché i nostri uomini li stanno espellendo”, ha dichiarato una fonte delle nuove autorità al giornale libanese L’Orient -le Jour. Si segnalano danni, vittime e rapimenti da entrambe le parti.

La situazione si è calmata dopo l’arrivo e lo schieramento dell’esercito libanese, ma, ovviamente, la situazione resta molto tesa e pare chiaro che né HTS, né il regime sionista avranno vita facile al cospetto di queste popolazioni.

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10/01/2025

Libano - Joseph Aoun è il nuovo presidente

Dopo oltre due anni senza presidente, il parlamento libanese ha eletto oggi capo di Stato il comandante delle forze armate Joseph Aoun, un generale che gode del sostegno degli Stati Uniti e che il movimento sciita Hezbollah e il partito Amal suo alleato, di fatto, hanno dovuto accettare dopo aver sostenuto per lungo tempo un altro candidato.

In un discorso alla Camera, Aoun, 60 anni, ha promesso di impegnarsi per garantire che lo Stato abbia il diritto esclusivo di detenere armi, suscitando inquietudine tra i deputati di Hezbollah che ha proprie forze militari. L’ala armata di Hezbollah è rimasta impegnata per oltre un anno in scontri lungo il confine con l’esercito israeliano prima del cessate il fuoco due mesi fa.

Il nuovo presidente ha promesso di ricostruire il Libano meridionale, Beirut e altre parti del paese distrutte da Israele, aggiungendo che sarà suo impegno impedire che dal suolo libanese siano lanciati attacchi contro lo Stato ebraico. “Oggi, inizia una nuova fase nella storia del Libano”, ha detto.

La sua elezione riflette i cambiamenti nell’equilibrio di potere in Libano e nel Medio Oriente dopo il 7 ottobre 2023 e le offensive militari condotte da Israele su vari fronti, oltre alla caduta il mese scorso del presidente siriano Bashar Assad, uno stretto alleato dell’Iran e di Hezbollah. Aoun ha svolto un ruolo chiave nell’accordo di cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele, mediato da Washington e Parigi a novembre. I termini richiedono che l’esercito libanese si dispieghi nel Libano meridionale mentre le truppe israeliane e di Hezbollah dovranno ritirarsi.

Al primo turno Aoun non ha raggiunto gli 86 voti necessari, ma ha superato la soglia con 99 voti al secondo, dopo che i deputati di Hezbollah e di Amal lo hanno votato. Il parlamentare del movimento sciita Mohammed Raad ha spiegato che ritardando l’elezione di Aoun, il gruppo ha “inviato il messaggio che siamo sempre noi i custodi del consenso nazionale”.

L’elezione di Aoun è apparsa certa quando ieri il candidato di Hezbollah, Suleiman Frangieh, si è ritirato e ha dichiarato il suo sostegno al comandante dell’esercito. Una fonte vicina alla corte reale saudita ha dichiarato che gli inviati francesi, sauditi e statunitensi avevano detto al presidente del Parlamento Nabih Berri, alleato di Hezbollah, che l’assistenza finanziaria internazionale al Libano, compresa quella dell’Arabia Saudita, dipendeva dall’elezione di Aoun.

Il Libano, la cui economia è in grande difficoltà a causa del crollo finanziario del 2019, ha urgente bisogno di aiuti per la ricostruzione. Secondo le stime della Banca Mondiale la guerra è costata al Paese 8,5 miliardi di dollari. I titoli obbligazionari internazionali del Libano, in default dal 2020, hanno registrato un rialzo dopo l’annuncio del nuovo capo dello stato. Adesso Aoun avvierà le consultazioni per nominare un primo ministro musulmano sunnita che formi un nuovo governo.

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31/10/2024

Ambasciatrice USA in Libano lavora per la rivolta interna contro Hezbollah

Mentre ieri le forze armate israeliane hanno lanciato una delle ondate più distruttive di incursioni aeree nel Libano orientale e meridionale, una rivelazione fatta al quotidiano Al-Akhbar, con sede a Beirut, ha messo in evidenza le macchinazioni statunitensi sul paese dei cedri.

Una fonte di alto rango della sicurezza nazionale libanese ha fatto sapere che, in un recente incontro con alcuni politici del paese l’ambasciatrice USA in Libano, Lisa Johnson, avrebbe invitato ad attaccare direttamente Hezbollah, per sostenere Tel Aviv.

“Israele non può ottenere tutto con la guerra, è tempo che facciate la vostra parte e lanciate una rivolta interna per dire basta”, avrebbe detto la diplomatica. L’apertura di un ‘fronte interno‘ vuole essere preludio a un cambio di governo nel paese, da traghettare in un epoca senza Hezbollah e, ovviamente, allineato agli interessi occidentali.

Lisa Johnson avrebbe continuato affermando: “il popolo libanese deve dimostrare la sua volontà di ribellarsi e di sbarazzarsi di Hezbollah, tornando al contesto emerso dopo l’assassinio di Rafik Hariri (ex primo ministro, ndr), soprattutto perché le circostanze regionali, internazionali e sul campo sono a vostro favore”.

Di fronte a queste parole, sembra che anche i politici libanesi siano stati colti alla sprovvista. “Perché sembrate spaventati?”, ha aggiunto, “Hezbollah è stato sconfitto, la sua leadership è stata distrutta, e noi siamo con voi, e l’intero mondo libero è al vostro fianco”. Persino il quotidiano israeliano ha parlato di una “decisione insolita”.

Johnson ha invitato i politici libanesi a sostenere Joseph Aoun, vertice delle forze armate del paese (in foto con l’ambasciatrice di Washington), come nuovo presidente del Libano. Dalle fonti, sembra che abbia persino tracciato la roadmap del cambio di regime.

“[Aoun] nominerà un comandante forte per l’esercito libanese e noi sosterremo l’esercito nel frenare tutti i sostenitori di Hezbollah. Avrete il sostegno degli stati arabi e dell’Occidente. Ma è il momento di agire adesso”. In pratica, è stato un invito alla guerra civile.

La fonte ha infatti confermato che la Johnson sta già incitando organizzazioni civili e i media a creare una frattura tra la comunità sciita e il resto del Libano. Molti sono sfollati in altre zone del paese, dove si stanno alimentando anche le tensioni religiose.

Ma le mire a stelle-e-strisce vanno ben oltre Hezbollah, e raggiungono i suoi alleati a Teheran. “Non vogliamo solo limitare l’influenza di Hezbollah”, avrebbe affermato l'amasciatrice, “ma colpiremo anche le sue linee di sostegno e stiamo lavorando senza sosta per far cadere il regime anche in Iran”.

A questa operazione si accompagnano anche i movimenti degli agenti di Tel Aviv per destabilizzare il Libano dall’interno, e soprattutto la missione a Beirut di Amos Hochstein, lobbista e diplomatico statunitense nato in Israele. Obiettivo: modificare la Risoluzione 1701 dell’ONU.

Approvata nel 2006, Israele è in evidente violazione del testo con l’occupazione Shebaa Farms. Anche agli occhi del diritto internazionale, quindi, la risposta armata agli occupanti risulta quantomeno giustificata e Hezbollah assume perciò anche un ruolo ‘legale‘.

Questo è il quadro dell’offensiva mossa da Washington e da Israele all’interno del Libano, a sostegno dei continui bombardamenti portati avanti dalle forze sioniste e della violazione delle norme internazionali. Ma soprattutto, è un esempio lampante di come ha sempre operato la diplomazia statunitense, in particolare in Medio Oriente.

Se le mosse occidentali andranno a buon fine, ciò significherà lo scoppio di una guerra civile che andrà a colpire innanzitutto la popolazione, gettando il Libano in una situazione ancora più critica di quella attuale. Un copione che abbiamo già visto in Libia, ad esempio, dove infuriano gli scontri tra fazioni da più di dieci anni.

Gli Stati Uniti e i suoi alleati continuano ad accelerare l’escalation globale, e sono sempre più il principale pericolo per la pace.

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