di Chiara Cruciati – il Manifesto
Ieri sulle pagine dei
giornali internazionali è tornato prepotente il nome di Saif al-Islam
Gheddafi, secondogenito del colonnello e suo delfino prima della
deposizione, noto frequentatore dei salotti internazionali e faccia del
riformismo libico che si palesò prima dell’attacco Nato del 2011.
I rapporti pubblicati ieri riportano le parole dei suoi legali che ne
riassumono in breve la caduta e ora la potenziale risalita nel panorama
politico (ultra frammentato) libico. Saif fu catturato nel 2011
mentre tentava la fuga in Niger da un paese nel caos, e tenuto
prigioniero a Zintan, area montuosa nell’ovest della Libia. In mezzo una
condanna a morte, pena emessa un anno fa dal governo islamista di
Tripoli in contumacia.
Perché Saif non è mai stato consegnato ai rivali islamisti,
preda troppo succosa per regalarla al parlamento avversario dalle
Brigate Zintan, legate invece al governo di Tobruk (quello
internazionalmente riconosciuto come legittimo fino alla formazione
dell’attuale esecutivo di unità nazionale del premier al-Serraj).
Ieri l’annuncio: il figlio di Muammar Gheddafi è stato
rilasciato da Zintan, dopo cinque anni di detenzione. A sorprendere è
l’eco data alla notizia: che Saif fosse in realtà libero lo si sapeva da
qualche mese. Rapporti locali definivano «arresti domiciliari» una
detenzione dorata: l’ex delfino libico si trovava già in una residenza
di lusso, controllata sì dalle milizie armate di Zintan ma a sua
protezione. Insomma, non lo tenevano prigioniero, ma ne garantivano la
sicurezza.
Per questo il rimbalzo della notizia del suo rilascio, ieri, solleva
dei dubbi sui movimenti in atto nel paese. Tanto che lo stesso avvocato
Karim Khan, la presunta “gola profonda” di un’apparente non-notizia, ha
fatto sapere che Saif non è più agli arresti dal 12 aprile, ma «è libero
e in salute». Aggiunge, poi, che la liberazione è parte del decreto di
amnistia passato nel 2015 dal governo di Tobruk su un processo svolto
dalla rivale Tripoli.
L’allora ministro della Giustizia lo avrebbe graziato dietro
richiesta delle tribù ancora legate al clan Gheddafi, che nonostante la
morte del suo leader è ancora in grado di gestire fedeltà e gruppi
armati in giro per il paese. E qui va fatta una precisazione: ad
arrestare e detenere Saif sono state milizie che hanno avuto un ruolo
chiave nella deposizione del padre, le Brigate di Zintan appunto, che
rientrano nell’Esercito Nazionale Libico guidato dal generale Haftar. A
pensar male ci si prende: l’uomo che ha gestito la lotta contro gli
islamisti del parlamento rivale di Tripoli apre ad uno dei pochi simboli
viventi dell’ex regime.
Non è un caso che voci provenienti da diverse fonti locali
parlino da tempo di negoziazioni in corso tra personalità fedeli al clan
Gheddafi e Haftar per la creazione di una coalizione interna
anti-islamista, anti-Tripoli. In tale contesto l’annuncio di un
rilascio già avvenuto potrebbe essere la mossa per preparare il terreno
e organizzare le forze in campo.
Potrebbe dunque aprirsi l’ennesimo fronte: la Libia, governo
di unità o meno, resta spaccata in autorità e sotto-autorità diverse,
che vanno da quelle più o meno ufficiali dei governi rivali alle miriadi
di milizie armate legate a fedeltà personalistiche. Una
galassia a cui si aggiunge il peso destabilizzante dello Stato Islamico
che, seppur sotto attacco a Sirte, mantiene la roccaforte di Derna.
Sul capo del figlio del colonnello penzola ancora la spada di Damocle del diritto internazionale: Saif
è ricercato dalla Corte Penale Internazionale perché accusato di
crimini di guerra, commessi durante la repressione delle proteste nel
2011, prima dell’intervento Nato a favore di quelli che vennero definiti
“ribelli”, quando in realtà non erano altro che milizie armate da
fuori. Ora il suo team di legali presenterà alla Corte la
richiesta di cancellazione delle accuse, sulla base del processo che lo
scorso anno lo condannò a morte.
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