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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/09/2026

Ceuta è lo specchio del peggior eurocentrismo coloniale

«La situazione è insostenibile. Abbiamo bisogno del sostegno dell’UE per ristabilire la normalità. Se cade Ceuta, cade l’Europa».

Con queste parole, il presidente della città autonoma spagnola, Juan Jesús Vivas, ha lanciato lunedì un appello in conferenza stampa al Parlamento europeo.

Queste dichiarazioni del presidente Vivas sono lo specchio della natura ancora fortemente coloniale e predatoria delle “fortezza europea”. 

Ceuta infatti non è una semplice “città spagnola” in terra africana, ma è un avamposto coloniale, l’ultimo tassello di un mosaico imperialista che i Paesi europei prima e l’Unione Europea poi non hanno mai smantellato, ma solo rinnovato sotto le spoglie della partnership e della cooperazione.

Per comprendere la portata della frase di Vivas, occorre rovesciarne il senso. Se cade l’enclave, non cade l’Ue come spazio fisico o politico, ma cade la narrazione di un’Europa civile, democratica e accogliente, che per secoli ha depredato i territori di tutto il mondo con il sangue e il ferro.

Ceuta fu conquistata dal Portogallo già nel lontano 1415, per poi passare in mano spagnola nel 1668, in un’epoca in cui le potenze europee si spartivano il mondo come un bottino.

Oggi, i più di 150 morti causati dalla reazione spagnola del socialista Sanchez in luglio sono lo stesso simbolo di una politica che esternalizza la morte nel Mediterraneo, mentre i corpi vengono contati come danni collaterali di un sistema che vuole tenere la “giungla” fuori dal “giardino europeo”.

L’appello di Vivas all’UE non è quindi un grido di aiuto, ma una richiesta di rinforzi per mantenere in vita una struttura che la storia ha sepolto.

La “normalità” che egli invoca è quella di un’enclave dove l’esercito spagnolo pattuglia le strade, dove la lingua e la moneta sono imposte da un governo lontano mille chilometri, e dove la popolazione musulmana, di origine marocchina, vive in uno status di cittadinanza di serie B, sospesa tra due sponde e due identità, ma sempre soggetta a un potere che non ha mai chiesto il permesso di restare.

La richiesta di sostegno comunitario – che si tradurrà in fondi Frontex, mezzi blindati e accordi bilaterali con Rabat – non è che l’ennesima declinazione del vecchio patto coloniale: cooperazione in cambio di contenimento, aiuti in cambio di sottomissione.

La storia dell’enclave è la prova che la decolonizzazione non è mai realmente avvenuta, ma è stata solo rimossa dalla memoria ufficiale, sostituita da un racconto di “storia condivisa” che nasconde il saccheggio, lo sfruttamento e la gerarchia razziale su cui si fonda il capitalismo moderno.

L’Europa che Vivas dice di voler salvare è quella che è complice dell’occupazione israeliana e del genocidio in atto in Palestina, che ha pagato la Turchia per bloccare i rifugiati siriani, che ha siglato accordi con la Libia per costruire i lager, che ha trasformato il Mediterraneo in un cimitero di Stato, è l’Europa del modello Albania del governo meloni come modello per tutta l’Ue per gestire l’immigrazione.

È l’Unione Europea che, con il suo green deal e i suoi PNRR, continua a estrarre risorse dall’Africa, mentre chiude le porte alle persone che fuggono dalle stesse crisi che il colonialismo ha contribuito a creare.

Se cade Ceuta, cade questa Europa: quella dei patti di frontiera, della tolleranza selettiva, della democrazia a due velocità e dei doppi standard internazionali sulle controversie internazionali.

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12/08/2026

Dietro la crisi di Ceuta la mano del Mossad

Analisi cinese in attesa di prove

«Diversi circoli accademici e di intelligence d’oltre Muraglia ipotizzano che gli eventi di Ceuta coinciderebbero con un’operazione di Hybrid Warfare volta ad aumentare la pressione sul governo di Pedro Sanchez», riporta in occidente Federico Giuliani. «Stando a questa interpretazione, la manovra avrebbe coinvolto il Mossad, il servizio di intelligence israeliano, interessato a promuovere una campagna di destabilizzazione contro la Spagna. La tesi è stata rilanciata anche dalla politologa egiziana Nadia Helmy, esperta di politica cinese e relazioni sino-israeliane, in un articolo pubblicato sulla rivista Modern Diplomacy».

Usa-Israele anti premier spagnolo

«I centri di analisi dell’intelligence cinese hanno esaminato l’escalation delle tensioni diplomatiche e politiche tra Spagna e Israele. Da questa prospettiva, il deterioramento delle relazioni bilaterali potrebbe aver motivato il Mossad a essere coinvolto nella crisi migratoria tra Marocco e Spagna, esacerbando la situazione e infiltrando agenti per promuovere il malcontento e il caos tra la popolazione marocchina», ha sostenuto Helmy su Modern Diplomacy.

‘El Mundo’ sulla crisi di Ceuta

Nelle loro conversazioni private, ha sottolineato il quotidiano spagnolo El Mundo, alcuni diplomatici e analisti vicini ai circoli politici di Pechino si stanno chiedendo se l’assalto a Ceuta possa essere legato al progressivo deterioramento delle relazioni tra Madrid e Tel Aviv, relazioni segnate dalle critiche del governo spagnolo alla guerra a Gaza e al riconoscimento dello stato palestinese. «Dalla normalizzazione delle relazioni nel 2020, il Marocco e Israele sono diventati alleati e hanno rafforzato la loro difesa e la cooperazione di intelligence», ha commentato un diplomatico cinese. Un dato di fatto sino ad oggi quasi trascurato.

Sospetti non solo cinesi

Questa teoria ha tra l’altro preso piede anche al di fuori della Cina. L’ex presidente colombiano Gustavo Petro, per esempio, ha indicato direttamente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu come responsabile della suddetta crisi migratoria a Ceuta. Petro ha dichiarato che il leader israeliano «paga perché i poveri rischino la vita per raggiungere la Spagna», e sostiene che «il Marocco si è arreso alla volontà di un genocida fuggitivo, collegando l’afflusso migratorio alla stretta relazione tra Rabat e Tel Aviv». Lo stesso Petro ha anche accusato il primo ministro israeliano di promuovere campagne di destabilizzazione contro i governi che mettono in discussione la sua politica in Medio Oriente.

Timori di Pechino

In Cina, un Paese in cui il controllo delle frontiere è un pilastro della sicurezza nazionale, le immagini di migliaia di persone che hanno attraversato il confine spagnolo hanno scatenato un mix di stupore e incredulità, insiste Giuliani. «Come è possibile per loro attraversare il confine così facilmente?», è una delle domande chiave. Mentre i media ufficiali si sono soffermati sulle conseguenze politiche per l’Europa. «La crisi di Ceuta ha messo in luce le carenze delle riforme migratorie post-2015 dell’Ue e dimostra le difficoltà del blocco nel costruire una risposta unificata», ha dichiarato Cui Hongjian, professore all’Università di studi stranieri di Pechino, al Global Times, che ha dedicato un’analisi alle tensioni all’interno dell’Unione europea a seguito degli eventi al confine spagnolo.

L’assist di Pechino a Madrid

L’aspetto più curioso dell’intera vicenda riguarda le motivazioni che hanno spinto la Cina, attraverso i suoi accademici e diplomatici anonimi, a rilanciare l’indiscrezione della regia israeliana dietro la crisi di Ceuta. Pechino ha osservato l’intera vicenda da una prospettiva geostrategica. Il governo cinese non ha infatti alcuna intenzione di accusare ufficialmente Israele. Le voci che circolano sui media provengono infatti da esperti o analisti, non da ministri o portavoce ministeriali. È vero che tra Cina e Spagna si sta consolidando un eccellente rapporto bilaterale – Sanchez ha effettuato quattro visite in terra cinese negli ultimi quattro anni, più di ogni altri leader europeo – e che Madrid si sta trasformando nella porta d’ingresso prediletta del Dragone per l’Europa, ma è altrettanto vero che esistono relazioni eccellenti anche tra Pechino e Rabat.

Marocco e Cina

Nello specifico, il Marocco è diventato uno dei partner in grado di offrire al gigante asiatico una importante proiezione strategica in Africa. Al momento, dunque, non esistono prove certe che colleghino i fatti di Ceuta al Mossad o ad altre agenzie straniere. Certo, la notizia messa in circolazione da informatori cinesi – reale o accentuata che sia – risponde a un duplice scopo: da un lato offrire un assist al governo Sanchez, così da alleviare le pressioni che gravano sulle spalle di Madrid, dall’altro far capire che Pechino ha tutto l’interesse a mantenere il Nord Africa il più stabile possibile.

Il motivo? Business e affari devono prosperare. Le aziende cinesi vedono sempre più il Marocco come un centro di produzione al servizio dei mercati europei e africani. Il Dragone ha insomma svariati miliardi di dollari di investimenti e di ragioni per far sì che nessuno stravolga la stabilità a Ceuta e dintorni.

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07/08/2026

Il muro di cui anche Meloni ha bisogno

Compagni, bisogna dirlo senza mezze misure: Giorgia Meloni, la presidente neofascista d’Italia, e tutta la caterva dell’ultradestra spagnola che applaude ogni sua uscita, hanno trovato in Ceuta il loro nuovo giocattolo propagandistico.

Ci fanno la predica sul “caos migratorio” spagnolo, sulla presunta incapacità del governo Sánchez di “controllare le proprie frontiere”, mentre tacciono, opportunamente, ciò che accade in casa propria. È il vecchio trucco di sempre: indicare la trave nell’occhio altrui perché nessuno noti la propria.

Veniamo ai dati, perché questa gente si disarma solo con i fatti. Nel 2025 la Spagna ha registrato 36.775 ingressi irregolari, un calo del 42,6% rispetto ai 64.019 del 2024, la maggior parte via mare verso le Canarie. L’Italia, nello stesso periodo, secondo Frontex ne ha sommati circa 66.000 via mare, quasi il doppio della Spagna.

Dov’è dunque il “controllo” che Meloni rivendica e il presunto “caos” che denuncia in Spagna? L’Italia continua a essere, anno dopo anno, una delle principali porte d’ingresso della migrazione irregolare verso l’Unione Europea attraverso il Mediterraneo centrale.

Lampedusa vive esattamente gli stessi meccanismi che Meloni critica a Ceuta: soccorsi in mare, forze di polizia schierate, centri di accoglienza al collasso, respingimenti quando il quadro legale lo consente. La differenza non sta nei fatti, sta in chi li racconta e con quale microfono.

Se Meloni sostiene che la Spagna gestisce male l’immigrazione irregolare a Ceuta, abbia almeno la decenza di spiegare perché l’Italia continua a essere una delle principali porte d’ingresso dall’Africa e perché a Lampedusa si applicano gli stessi meccanismi di accoglienza e assistenza che lei addita quando li esegue un altro governo.

La differenza tra Roma e Madrid non sta nell’esistenza o meno di arrivi irregolari, ma nel discorso politico e nella crudeltà di certe misure: gli accordi con la Tunisia per subappaltare la repressione, le persecuzioni contro le ONG di soccorso marittimo, il tentativo di esternalizzare l’asilo in Albania.

Lì sì che c’è una differenza, compagni, ma non è quella che lei presume: è la differenza tra gestire una tragedia umana con una certa decenza istituzionale e trasformarla in un business di carceri galleggianti.

E qui bisogna essere rigorosi, perché il rigore è ciò che ci distingue dal pamphlettismo della destra: se l’obiettivo dichiarato dell’inasprimento migratorio di Meloni era frenare in modo decisivo l’immigrazione irregolare, sono gli stessi dati a smentire quella pretesa.

L’Italia continua a essere meta di decine di migliaia di arrivi ogni anno nonostante i patti con la Tunisia e il resto dell’arsenale repressivo. Questo non dimostra, di per sé, che quelle politiche siano “un fallimento assoluto” – bisognerebbe isolare altri fattori, come i conflitti nel Sahel o le variazioni delle rotte – ma permette comunque di affermare, coi piedi per terra, che presentare il pugno duro come soluzione definitiva è, quantomeno, una semplificazione di comodo.

E questa semplificazione diventa ancora più ingiusta quando viene usata per attaccare la Spagna, che oltretutto affronta una realtà geografica ben diversa: una frontiera terrestre condivisa col Marocco a Ceuta e Melilla e la vicinanza delle Canarie alla costa occidentale africana, fattori che l’Italia, senza frontiera terrestre col continente, non deve gestire allo stesso modo.

Ma non fermiamoci alla superficie. La memoria storica è un’arma di classe, e tocca ricordare qualcosa che l’ultradestra europea preferirebbe farci dimenticare: nel 2011 una coalizione guidata dalla NATO bombardò la Libia in nome della Risoluzione 1973 dell’ONU, e Muammar Gheddafi finì assassinato dalle forze ribelli nell’ottobre di quello stesso anno, con l’intervento occidentale come fattore decisivo nel crollo del suo regime.

Gheddafi, prima di cadere, lo aveva avvertito con una chiarezza che oggi risulta scomoda: disse che la NATO stava abbattendo il muro che frenava la migrazione africana verso l’Europa, e che se la Libia fosse caduta, migliaia di persone avrebbero attraversato il Mediterraneo senza che nessuno potesse fermarle.

Ciò che venne dopo gli diede, nella sostanza, ragione: il vuoto di potere e la frammentazione istituzionale trasformarono la Libia nella principale piattaforma di partenza verso l’Italia, rafforzando le reti di tratta e traffico di esseri umani che oggi Meloni dice di combattere.

L’Occidente ha abbattuto il muro e ora i suoi eredi politici piangono per la corrente che hanno lasciato passare. Senza esagerare, però: non fu l’unica causa, pesano anche la povertà, i conflitti del Sahel e le mafie, ma la responsabilità politica di chi bombardò Tripoli in nome della “protezione dei civili” non si può cancellare con la memoria selettiva.

E a Ceuta il parallelismo è ancora più sfacciato, perché anche lì il “muro” lo ha messo l’Occidente, e lo ha tolto quando gli conveniva. Il Marocco, partner prediletto di Washington e di Tel Aviv nel Nord Africa, ha sempre usato la frontiera di Ceuta come arma di pressione politica, aprendo o chiudendo il rubinetto migratorio secondo i propri interessi diplomatici del momento.

E qui Pedro Sánchez porterà la propria vergogna storica: il tradimento del popolo saharawi nel riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale fu il prezzo pagato per comprare la tranquillità di frontiera con Rabat, esattamente lo stesso calcolo cinico che portò Washington a riconoscere quella sovranità nel 2020 in cambio della normalizzazione tra Marocco e Israele.

Il triangolo Washington-Tel Aviv-Rabat non è una mia ipotesi: è un fatto documentato fin dalla Marcia Verde del 1975, quando gli Stati Uniti avallarono l’occupazione marocchina del Sahara come pedina del proprio scacchiere geopolitico regionale.

Ciò che oggi si combatte alla frontiera di Ceuta non si può comprendere senza questo sfondo: un territorio saharawi rubato che continua a pagarne il conto, e una monarchia marocchina che trasforma i migranti in moneta di scambio diplomatico.

E qui conviene aggiungere un altro strato di ipocrisia, perché a Meloni non basta mentire su Ceuta: si lascia pure umiliare in pubblico dal proprio padrone senza che le tremi il polso. Quest’estate abbiamo visto Donald Trump accusarla, senza alcuna base, di aver “implorato” una foto con lui al vertice del G7, e settimane dopo deriderla con un meme modificato e la scritta che servirebbe un “ordine restrittivo”, insinuando che la presidente italiana fosse ossessionata dalla sua persona.

Meloni, questa volta sì, ha reagito e ha risposto che né lei né l’Italia “implorano mai”. Ma nessuno si illuda: quell’indignazione puntuale, quel teatrino di dignità ferita, non altera di un millimetro la subordinazione di fondo.

L’Italia resta allineata con Washington nella NATO, resta in silenzio davanti ai crimini di Netanyahu a Gaza, continua a funzionare come pedina docile dello scacchiere atlantista. Fa l'offesa quando Trump la ridicolizza per vanità personale, ma non rompe mai le file quando si tratta di sostenere la politica reale di Stati Uniti e Israele in Medio Oriente o nel Nord Africa.

È il ruolo del servo, del lacchè: può protestare per come lo trattano nell’anticamera del padrone, ma non smette mai di chinare la testa quando tocca obbedire.

E non è un male esclusivamente italiano. Anche qui, nello Stato spagnolo, abbiamo la nostra squadra di servi, lacchè e venduti alla patria: Alberto Núñez Feijóo, Santiago Abascal, Isabel Díaz Ayuso, tutta l’ultradestra spagnola ed europea che ha deciso che quel ruolo di sottomissione verso Washington e Tel Aviv è quello che le spetta per vocazione di classe.

Si riempiono la bocca di “sovranità nazionale” e “orgoglio patrio” quando parlano di migranti poveri a Ceuta o alle Canarie, ma chinano la testa senza fiatare davanti a qualsiasi ordine arrivi da Washington o da Gerusalemme. È la stessa ipocrisia di Meloni, solo che senza nemmeno il teatrino dell’indignazione: qui non si preoccupano nemmeno di fingere che li umili.

Quindi no, compagni, questo non riguarda “chi gestisce meglio” una frontiera. Riguarda quali interessi di classe e di Stato si nascondono dietro il discorso xenofobo di Meloni, di Abascal e di tutta quella cricca che ha bisogno di un nemico povero e razzializzato per coprire la propria incapacità di risolvere i problemi reali della classe lavoratrice europea.

Il muro che denunciano lo ha abbattuto l’Occidente in Libia nel 2011 a colpi di bombe, e lo negozia ogni giorno in Marocco col silenzio complice. L’ipocrisia non è un eccesso retorico: è l’essenza stessa del loro progetto politico.

Fino alla vittoria, sempre!

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05/08/2026

Ceuta. Lo zampino degli apparati marocchini dietro “l’assalto dei migranti”

Sta assumendo i contorni di una “guerra ibrida” la crisi migratoria di Ceuta, exclave spagnola in Nord Africa confinante col Marocco, dove nei giorni scorsi sono entrate di forza oltre 60.000 persone e un centinaio sono morte nel tentativo di raggiungere il territorio “europeo”.

Secondo alcuni media spagnoli, tra le decine di migliaia di migranti penetrati nella exclave di Ceuta, la Guardia Civil di Madrid avrebbe identificato alcuni agenti dei servizi segreti del Marocco.

Coloro che erano responsabili del sistema di telecamere, in coordinamento con il comando della Guardia Civil, sono riusciti a riconoscerli fin dalle prime ore di giovedì 30 luglio. “L’individuazione è stata possibile grazie al monitoraggio in tempo reale dei movimenti lungo il perimetro di confine, effettuato tramite la rete di telecamere installate nella zona”.

La connivenza delle forze di sicurezza marocchine con il massiccio afflusso di migranti a Ceuta sarebbe dimostrata anche da diversi video che mostrano un atteggiamento decisamente passivo da parte dei poliziotti marocchini mentre i migranti avanzavano verso il confine.

Anche il New York Times, ha raccolto la testimonianza di uno dei migranti entrati a Ceuta nei giorni scorsi, Youssef Aloui, il quale racconta che gli agenti non avrebbero cercato di fermare i migranti e, anzi, li avrebbero indirizzati. “Continuavano a dirci: ‘Andate di qua, di qua’”.

Fonti dei servizi segreti spagnoli corroborano le osservazioni fatte dalla Guardia Civil e inquadrano ciò che accade in un’operazione di guerra ibrida. A loro avviso, un’azione di tale portata non poteva essere condotta senza l’intervento dei servizi segreti del regime marocchino.

Secondo gli analisti spagnoli operazioni simili si sarebbero verificate anche in altri periodi di forte pressione migratoria ai confini di Ceuta e Melilla, con presunti agenti marocchini integrati nei gruppi di migranti. L’obiettivo dei servizi segreti di Rabat sarebbe quello di raccogliere informazioni sulla capacità di reazione delle forze di sicurezza della Spagna di fronte all’afflusso di persone dal Marocco.

È diventata idea piuttosto diffusa che il Marocco sfrutti periodicamente la leva dei flussi migratori per fare pressione sulla Spagna relativamente alla questione del Sahara Occidentale (territorio conteso e rivendicato da Rabat). Due giorni prima dell’ondata di massa sulla frontiera di Ceuta, il premier spagnolo Sanchez era in Algeria – storica rivale del Marocco sulla questione Sharawi e non solo – per un incontro ufficiale. Una mossa niente affatto gradita dalle autorità marocchine.

Ma l’apertura o chiusura del rubinetto dei flussi migratori di massa è un’arma non certo esclusiva del Marocco. Lo hanno fatto sistematicamente la Turchia e la Libia per estorcere finanziamenti ai paesi europei di frontiera e alla stessa Unione Europea.

Infine, e non certo per importanza, le reazioni di governi di destra come quello statunitense, israeliano, italiano – tutti ostili a Sanchez – su quanto accaduto a Ceuta, indicano una coincidenza “di vedute” e di interessi con la mossa delle autorità marocchine. A pensarla male si fa peccato ma...

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02/08/2026

Ceuta parla di noi, ma siamo sordi

Abbiamo visto tutti la valanga di esseri umani, che a rischio della vita, si gettavano in acqua, emergevano sulla riva della città spagnola di Ceuta, ultimo residuo in Marocco di un immenso impero coloniale, e poi in massa si riversavano nelle vie.

Ecco “l’invasione”, rappresentata così come l’annunciano i fascisti e i razzisti in tutto l’Occidente. I franchisti di Vox hanno urlato contro il primo ministro socialista Sanchez: è colpa del suo permissivismo! Giorgia Meloni e il suo governo hanno minacciato di chiudere le frontiere con la Spagna, anche se con quel paese di frontiere non ne abbiamo.

Il governo spagnolo ha subito inviato l’esercito, mentre fioccano le spiegazioni che ignorano la sostanza, ma che servono al dibattito politico.

La Corte Costituzionale spagnola ha recentemente sentenziato che chi viene dal mare non può essere respinto come chi viene da terra.

Anni fa la polizia aveva brutalmente fermato i migranti attorno ai muri e alle barriere di fili spinato di Ceuta, massacrandoli di botte. Ora sui social si era subito diffusa la voce che per chi veniva dal mare anziché dal deserto, non ci sarebbe stata la stessa feroce accoglienza. E così migliaia di persone si sono buttate nel braccio di mare che separa la costa del Marocco dalla città spagnola.

Sì, ma come è possibile che la polizia marocchina non li abbia fermati, si chiedono politica e media. E allora ecco le spiegazioni geopolitiche: il regno del Marocco è totalmente legato a Trump e Netanyahu, cosa verissima, e quindi ha permesso ai migranti di invadere la Spagna, per punire Sanchez delle sue posizioni sulla Palestina, di quelle sulla guerra in Iran e dei suoi accordi con l’Algeria. Anche questo è sicuramente vero.

In Marocco c’è una dittatura poliziesca che controlla tutto, decine di migliaia di migranti possono muoversi tutti assieme solo se il regime lo permette. Quindi è chiaro che “l’invasione umana” a Ceuta è frutto di decisioni politiche, ma qui anche c’è tutta la miseria e l’ottusità colonialista con cui l’Europa, come gli USA, affronta la questione migrante.

I paesi europei erigono ovunque muri e barriere contro i migranti, e poi finanziano e sostengono chi fa il lavoro sporco, chi fa l’aguzzino dall’altra parte.

L’Italia fa questo con i governi libici, la Spagna con il Marocco, la Francia con le sue ex colonie. E poi ci sono i muri dell’est Europa. Vi ricordate quando la polizia polacca bombardava di acqua gelata e lacrimogeni gli accampamenti di migranti, alla frontiera con la Bielorussia? E Ursula von der Leyen applaudiva, proclamando che quei migranti fossero “armi improprie” della Russia.

Ecco quello che ancora una volta tutte le spiegazioni geopolitiche ignorano e cancellano: la realtà umana della questione migrante.

Il fatto che decine di migliaia, milioni di persone, rischino la vita in mare, nei deserti, nel gelo, per arrivare qui in Europa, dovrebbe essere affrontato come una gigantesca questione sociale, civile e morale, invece che come un problema di sicurezza.

Eppure tutti i paesi europei oramai considerano la questione migrante come un problema di ordine pubblico. Ed è ovvio che se quella poliziesca è la sola vera risposta politica, crescono i fascisti e i razzisti che continuano ad urlare: “non siete sufficientemente feroci”.

Il sistema capitalista europeo e occidentale sta sempre più diventando un sistema razziale. I migranti servono in modo determinante all’economia, ma purché stiano al posto loro e con regole fatte solo per loro. È l’apartheid verso i migranti che si sta diffondendo in Europa e anche gran parte delle forze che si dichiarano progressiste non intendono metterlo in discussione

“I migranti abbassano i salari, rubano le case, deteriorano la sanità pubblica”, questo è il messaggio che, con un uso reazionario del “socialismo”, diffonde l’odio antimigrante tra le classi popolari native dei paesi europei.

Non è così, la distruzione dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale è opera delle politiche economiche liberiste attuate da decenni, e non delle migrazioni, ma cosa conta la realtà rispetto ad una narrazione martellante intollerante?

Se non si saprà affrontare la questione migrante senza finanziare i lager di regimi tirannici, ma contribuendo davvero allo sviluppo dei paesi poveri, senza colonialismo. Se non si accolgono i migranti con parità di diritti per far crescere i diritti di tutti. Se insomma non si affronta la questione migrante come la prima questione sociale della nostra epoca. Se si rimuove il fatto che coloro che si gettano in mare a Ceuta sono persone come noi, il degrado dell’Europa verso i peggiori mostri della sua storia sarà sempre più rapido.

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01/08/2026

Il re-scafista ha regalato lo spettacolo di Ceuta a Trump

A 48 ore di distanza dalla clamorosa ondata di cittadini marocchini che si sono riversati nell’enclave spagnola di Ceuta tutto è abbastanza chiaro.

Chi ha qualche esperienza di “movimenti” sa che non si possono mobilitare quasi 60.000 persone, portandole anche a rischiare la vita – ci sono ufficialmente 57 morti in mare, nel tentativo di aggirare le barriere – facendo conto solo sulla “spontaneità”.

Sono peraltro tornati indietro in quasi 50.000 e numerosi sono i testimoni che riferiscono di esser stati praticamente “invitati” dalle autorità di Rabat a fare l’esperienza di un salto nell’Occidente ricco, perché la frontiera sarebbe stata lasciata aperta per un giorno.

Numerosi sono anche i video che mostrano camion fermarsi su indicazione dei poliziotti e scaricare decine di ragazzi cui veniva indicata la direzione per il confine.

In sintesi, il re del Marocco, Muhammad VI, ha deciso di usare i propri sudditi come massa di manovra per dare un colpo al governo spagnolo. Un caso da manuale di “guerra ibrida”, ma stavolta “i russi” non possono proprio essere chiamati in causa.

Il problema è capire bene il perché.

La tattica usata, in fondo, è la stessa degli scafisti libici – tipo quell’Almasri rimpatriato dall’Italia con volo di stato, o quell’Abd al-Rahman al-Milad, detto Bija, ospitato addirittura per un vertice con ufficiali italiani nel Cara di Mineo, entrambi ricercati per traffico di esseri umani –: voglio qualcosa da un certo paese, apro le porte a chi vuole andare lì, provoco una crisi umanitaria e politica, e ottengo quel che mi serve.

Ma cos’è che può servire al re del Marocco, proprietario in prima persona dell’80% delle ricchezze del suo paese, peraltro in crescita e in ottimi – ancorché servili – rapporti con l’Occidente, al punto di dedicare un’autostrada di 1.000 chilometri a Donald Trump?

Le reazioni internazionali hanno risolto in poche battute l’enigma.

Tutte le formazioni di estrema destra, sia europee che statunitensi (tralasciamo qui i reggicoda come Milei o altri Quisling sudamericani), e persino i ministri israeliani come il genocida Ben Gvir, si sono lanciati come un sol uomo, quasi “a comando”, nell’incolpare dell’evento il “reprobo” governo di Pedro Sanchez, reo di avere una politica sull’immigrazione solo leggermente diversa dalla media dei “colleghi”, ma soprattutto reo di dirazzare continuamente rispetto ai desiderata di Washington in materia di operazioni belliche nonché di essere poco entusiasta in materia di ReamEurope (con relativo maxi-acquisto di armi Usa) e di acquistare ancora gas e petrolio dalla Russia anziché dall’America a costo triplo o quadruplo.

Aggiungiamoci anche che era reo di aver vinto i Campionati mondiali di calcio, che Trump avrebbe voluto regalare all’Argentina – visto che proprio non poteva vincerli con quella squadretta che si ritrova, nonostante i favori di Infantino (si sta rifacendo privatizzando per sé la Fifa) –, con una schiera di campioni “rimasti umani” al punto da farlo mettere da una parte nelle foto ricordo, e il quadro assume una certa coerenza.

In più, e di suo, il monarca marocchino poteva scaricare in qualche modo anche l’irritazione per la recentissima visita di Sanchez in Algeria – “nemico storico” per l’appoggio fornito ai sahrawi del Fronte Polisario – dove aveva ovviamente sottoscritto anche contratti commerciali.

Un re che fa lo scafista, mandando allo sbaraglio – a nuoto – i suoi stessi sudditi, senza neanche l’ausilio di barconi ancorché fatiscenti, sembra il massimo oggi come “amico della civiltà occidentale”... 

E infatti ne sono state dette di ogni, mentendo in modo così spudorato che persino Goebbels avrebbe avuto un leggero moto di disgusto. Momentaneo, sia chiaro.

Il governo italiano – spalleggiato dalle superpotenze Finlandia e Danimarca... – ha chiesto di chiudere lo spazio Shengen con la Spagna, “per motivi di sicurezza”, come se una qualsiasi persona arrivata a Ceuta – peraltro senza documenti, dato che l’aveva raggiunta nuotando – potesse automaticamente esondare in un qualsiasi paese europeo.

Non c’è voluto molto a leggere i trattati che regolano la questione. Ceuta è in Africa, geograficamente parlando, e da lì entrano liberamente in Europa, attraverso la Spagna, solo i cittadini con un passaporto europeo (o americano). Gli altri sono e restano “extracomunitari” e quindi non possono neanche raggiungere la Spagna, se non rimettendosi in acqua e nuotando fino a Gibilterra.

Infatti sono quasi tutti tornati indietro, dopo “una giornata particolare”.

La questione non può però finire qui.

Il re-scafista ha in tutta evidenza agito per esaudire una richiesta di Trump, che ha tra i molti deliranti obbiettivi quello di promuovere quanti più governi di estrema destra possibile in Europa. Un po’ perché sono “servi naturali” di chi è più forte, un po’ perché questo potrebbe indebolire drasticamente le residue velleità “indipendentiste” dell’Unione Europea.

Un po’ molto, soprattutto, perché nel modello antico-coloniale che prevale oggi a Washington gli unici alleati “buoni” sono dei viceré – proprio come Muhammad VI – liberi di strangolare i propri popoli, purché totalmente obbedienti all’unico “Re” che conta. Basta con questa finzione della “democrazia”, anche nella “madrepatria” stelle-e-strisce, che ha illuso i singoli di poter contare qualcosa persino nel cuore dell’Impero.

L'“Europa” farfuglia, guidata com’è da imbecilli senza pari, capaci soltanto di gridare “È inaccettabile” davanti a qualsiasi problema che dovrebbero risolvere in prima persona – lo ha fatto ieri Ursula von der Leyen – mentre tacciono timorosi davanti a genocidi, guerre, massacri e altre amenità compiute dai loro “partner” seduti al posto di comando.

L’unico vagito “indipendentista” è arrivato paradossalmente dalla Uefa, che si è resa conto di star diventando una concessionaria della famiglia Trump... 

Tutte le pseduo-argomentazioni buttate nel calderone dai post-para-proto-fascisti e “liberali” italo-europei sono emerite menzogne senza un briciolo di fondamento. Persino un giornalucolo sionista come Repubblica è in grado di confutare le più evidenti.

Si potrebbe andare avanti, ma è praticamente inutile. Come mormora in stanze chiuse persino Tajani – incapace di imbroccarne una, se non per errore – “I fascisti capiscono solo la forza”. Sulle popolazioni dell’Occidente imperialista è calato un “velo di Maya” che impedisce di distinguere e capire alcunché.

Squarciare quel velo è il nostro compito e il nostro lavoro. Ma naturalmente non si fa solo con un’informazione migliore.

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31/07/2026

Migliaia di migranti dal Marocco sfondano le barriere dell’enclave spagnola di Ceuta

Migliaia di persone provenienti dal Marocco hanno attraversato i frangiflutti di confine verso Ceuta, l’enclave spagnola sul territorio marocchino. Si tratta di ingressi che si vanno ad aggiungere a centinaia di altri arrivati a nuoto negli ultimi giorni e contro i quali il governo spagnolo sta operando per la loro “riconsegna” al Marocco.

Tra 1.500 e 2.000 persone hanno varcato la barriera negli ultimi dieci giorni e altre migliaia si sono diretti ieri, giovedì, verso la frontiera tra Castillejos (Marocco) e Ceuta per tentare di oltrepassare il muro che separa le due città.

Le barriere di protezione non erano presidiate in quel momento da agenti di polizia, e i migranti hanno avuto accesso al territorio spagnolo mentre gli agenti delle forze ausiliarie marocchine, che si occupano della sicurezza a terra, si ritiravano al passaggio dei giovani. Nel pomeriggio di giovedì, le persone continuavano ad entrare nel territorio spagnolo.

Gli agenti di sicurezza interpellati dall’agenzia spagnola EFE hanno dichiarato di non conoscere il motivo del massiccio raduno di giovani per oltrepassare il valico, che coincide con la celebrazione della Festa del Trono in Marocco.

I governi di Spagna e Marocco hanno concordato di attuare misure per la riconsegna “il prima possibile” di “tutte” le persone migranti che sono entrate illegalmente a Ceuta nei giorni scorsi, e in particolare giovedì, quando hanno superato in massa la barriera attraverso il molo di El Tarajal.

Fonti del Ministero dell’Interno hanno indicato questo giovedì che i due paesi hanno concordato di “rafforzare il coordinamento e gli sforzi per far fronte a questi flussi e si sono impegnati a rivedere e attuare misure per la riconsegna, il prima possibile, di tutte le persone che sono entrate illegalmente” nella città autonoma.

Le Forze Armate spagnole stanno rafforzando la Guardia Civile nella città di Ceuta dopo il massiccio e improvviso arrivo dei migranti.

Il governo italiano ha scelto di strumentalizzare l’episodio chiedendo di sospendere gli accordi di Shengen per la Spagna (ripristinando cioè i controlli di frontiera su merci e persone).

Una mossa che sembra convalidare i sospetti, da più parti sollevati, sui possibili “input esterni” ed interni (di fatto il governo di Rabat ha spalancato le porte abbandonando i valichi di frontiera) a questa improvvisa ondata migratoria dal Marocco.

Ossia da uno dei paesi arabi più schierato con l’Occidente,  mentre il governo Sanchez ha mantenuto una certa differenza su diverse questioni di grande rilevanza (uso delle basi e dello spazio aereo per la guerra all’Iran, critiche radicali ad Israele per il genocidio a Gaza e l’attacco al Libano, ecc.).

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03/07/2022

Per Sánchez e la Nato anche l’immigrazione è un nemico

di Marco Santopadre

Nel corso di una lunga conferenza stampa, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha rivendicato con orgoglio i risultati politici incassati durante il vertice Nato di Madrid. Il leader socialista puntava a rafforzare le relazioni con Washington e a questo scopo martedì ha siglato una dichiarazione congiunta tra Stati Uniti e Spagna. Il “governo più progressista” che Madrid abbia avuto dalla morte di Franco, paradossalmente, ripercorre i passi del premier di destra José Maria Aznar, che nel 2001 siglò un’intesa simile con George W. Bush subito dopo l’intervento militare della Nato in Afghanistan, conclusosi con un eclatante fallimento lo scorso anno.

Tra i punti fondamentali del documento che porta la firma di Sánchez e Biden c’è una gestione comune dei “flussi migratori illegali”. Per quanto il punto 9 raccolga le raccomandazioni dell’ONU sulla promozione di una «immigrazione sicura, ordinata e regolare», il testo fa un ulteriore passo nella tendenza a considerare i flussi migratori una minaccia da affrontare anche attraverso appositi meccanismi militari.

La strage di Melilla

Un obiettivo che chiarisce il senso delle dichiarazioni del premier socialista a proposito della strage di migranti a Melilla, che hanno creato sconcerto e indignazione nella sinistra iberica e sono state accolte con stupore da molti sostenitori dell’attuale esecutivo. Il 24 giugno, 37 profughi subsahariani (per lo più sudanesi) sono morti asfissiati o schiacciati nel tentativo di superare le recinzioni che blindano l’enclave spagnola in Marocco. Associazioni e Ong hanno denunciato la brutalità dei gendarmi marocchini, che hanno aggredito i migranti con manganelli, lacrimogeni e pietre, picchiando persone inermi già a terra e tirando o spingendo giù dalle reti e dai cancelli chi riusciva ad arrampicarsi. Le crude immagini della strage hanno fatto il giro del mondo: decine di corpi senza vita o agonizzanti impilati uno sull’altro e vigilati da un cordone di gendarmi marocchini in assetto antisommossa.

L’immigrazione irregolare come minaccia

Il presidente del governo spagnolo e alcuni dei suoi ministri – tutti socialisti – hanno però elogiato l’operato della Gendarmeria marocchina, sottolineando la proficua collaborazione con le forze di sicurezza di Madrid. Sánchez ha denunciato addirittura un «attacco violento all’integrità territoriale della Spagna» e ha puntato il dito contro «le mafie responsabili del traffico di esseri umani».

In molti hanno sottolineato il cinismo e l’ipocrisia di una presa di posizione che considera il disperato tentativo del 24 giugno addirittura un’aggressione all’integrità territoriale spagnola, quando Madrid ha finora accolto senza colpo ferire più di 170 mila rifugiati ucraini, bianchi, cristiani e “politicamente corretti” perché provenienti da un paese aggredito da un nemico strategico della Nato come la Russia.

Per masse crescenti di diseredati in fuga da guerre, dittature e catastrofi climatiche, Ceuta e Melilla – territori retaggio del passato coloniale spagnolo incastonati in territorio marocchino – rappresentano delle fondamentali porte d’ingresso nel continente europeo, le uniche a disposizione via terra nel continente africano. Per questo, avvisano sinistre e associazioni, la strage di Melilla non sarà l’ultima se Spagna, Unione Europea e Nato non cambieranno le proprie politiche migratorie. Ma il nuovo Concetto Strategico approvato a Madrid e i toni e gli argomenti utilizzati dal premier spagnolo sembrano andare esattamente nella direzione opposta.

La Nato contro l’immigrazione irregolare

Nell’agenda del vertice, infatti, l’immigrazione illegale è stata affrontata come una “minaccia all’integrità degli stati” ai quali far fronte in maniera organizzata e decisa, al pari dei ricatti energetici. Gongolante, nel corso di un intervento con il segretario di stato Usa Antony Blinken durante il Nato Public Forum, il ministro degli Esteri spagnolo Josè Manuel Albares ha spiegato che il nuovo Concetto Strategico considera le migrazioni irregolari, quando vengono usate come arma politica, delle minacce alla sicurezza degli stati. «Il rischio è sempre, come abbiamo visto al confine tra Bielorussia e Polonia, che qualcosa possa usare l’immigrazione contro la nostra integrità territoriale o la nostra sovranità» ha ribadito l’esponente socialista.

Intervistata dal quotidiano progressista spagnolo Público, la ricercatrice del CIDOB (Barcelona Center for International Affairs) Blanca Garcés spiega: «Si sta creando un concetto di minaccia ibrida che intende trasformare le politiche migratorie in una questione di difesa» attraverso due narrazioni complementari, quella dell’immigrazione come minaccia alla sicurezza degli stati e quella della gestione dei flussi migratori da parte delle mafie. Questo discorso, sottolinea Garcés, permette di «trasformare le migrazioni in una questione di sicurezza nazionale e di legittimare la creazione di situazioni emergenziali che prevedono la sospensione del diritto di asilo, l’intervento degli eserciti alle frontiere e la sospensione della possibilità di operare per i giornalisti e le organizzazioni sociali».

Da parte sua, un dossier del “Centro Delàs d’Estudios por la Paz” denuncia i meccanismi – ad esempio l’operazione Sea Guardian condotta dalla Nato nel Mediterraneo – attraverso i quali «gli stati europei deviano i flussi migratori fuori dal territorio dell’UE, privando i migranti della protezione» loro accordata dalle convenzioni internazionali. Il riferimento ai lauti finanziamenti concessi dall’Ue al regime turco per “contenere” l’immigrazione verso il continente, infischiandosene delle modalità utilizzate dalle forze di sicurezza di Ankara, è obbligato. Ma di fatto la Spagna di Sánchez sta utilizzando lo stesso meccanismo demandando alle forze di sicurezza marocchine – costi quel che costi – il compito di impedire che migliaia di disperati arrivino a Ceuta e Melilla.

Queste considerazioni gettano una luce più chiara sulle argomentazioni utilizzate dai dirigenti socialisti spagnoli per giustificare il brutale comportamento della gendarmeria marocchina, certo non estraneo alla morte di decine di persone.

La realpolitik di Sánchez

Gli elogi di Sánchez e Albares nei confronti delle autorità marocchine riflettono anche i nuovi rapporti di Madrid con Rabat. Nel maggio del 2021, infatti, dopo l’ingresso a Ceuta – agevolato dalla «distrazione» della gendarmeria marocchina – di circa 8000 profughi, i toni usati dal leader del PSOE contro Rabat erano stati durissimi. Ma nel marzo scorso Sánchez ha cambiato registro, riconoscendo la sovranità marocchina sui territori saharawi illegalmente occupati dal regno di Mohammed VI e avviando nuove relazioni di amicizia con Rabat. Il premier spagnolo non ha desistito neanche dopo che la sua intelligence lo ha informato che il suo cellulare era stato spiato dalle autorità marocchine tramite il malware israeliano Pegasus, o dopo la reazione stizzita dell’Algeria che, dopo aver bloccato il trasferimento del suo gas al Marocco ha sospeso il Trattato di amicizia e di buon vicinato firmato con Madrid nel 2002, riducendo le esportazioni di gas anche in Spagna. Sánchez non vuole ora mettere a rischio i rapporti con il paese nordafricano e non vuole fare a meno dell’esternalizzazione del compito di “difendere” le proprie frontiere meridionali dai flussi migratori.

Ceuta e Melilla contese

D’altra parte, però, con il Marocco la Spagna ha ancora aperta la questione della sovranità su Ceuta e Melilla che il governo di Rabat non ha smesso di rivendicare. Nei giorni che hanno preceduto il vertice di Madrid, infatti, ha insistito con i suoi partner dell’Alleanza affinché i due territori coloniali venissero esplicitamente citati come protetti dall’ombrello della difesa collettiva in caso di attacco, sulla base di quanto previsto dell’Articolo 5 del Trattato Atlantico. Un’esplicita menzione del tema all’interno del nuovo Strategic Concept avrebbe concesso numerosi punti a Sánchez, delegittimando le richieste marocchine di restituzione dei due territori. Il Marocco è uno dei principali partner della Nato in tutta l’Africa – particolarmente prezioso ora che occorre contenere l’Algeria legata a Mosca o la presenza russa in Libia – ma Mohammed VI non potrebbe non tener conto di un simile pronunciamento da parte del Patto Atlantico.

Ma per non indispettire i marocchini gli statunitensi non hanno accettato del tutto le richieste di Madrid. Alla fine Sánchez si è dovuto accontentare di un riferimento indiretto e generico alla questione, ottenendo che nel Concetto Strategico fosse inserito un passaggio che recita: la Nato ha l’obiettivo di «difendere ogni centimetro del territorio alleato, preservando la sovranità e l’integrità territoriale di tutti gli aderenti». «Appare chiaro il concetto che la Nato difende ogni centimetro di tutti i paesi che ne fanno parte senza eccezione – ha spiegato Albares – Nei documenti non appaiono mai i nomi di città specifiche».

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02/07/2022

Marocco, piccoli occidenti crescono (e i produttori di armi ringraziano)

Si sa che, nella neolingua che Copasir e simili si stanno sforzando di imporre a quello che resta del mondo della cultura e dell’informazione del nostro disgraziato Paese, mazzolando i dissidenti e minacciandoli di fare la fine di Julian Assange, i diritti umani possono essere violati solo dalle cosiddette potenze autoritarie – fondamentalmente Russia e Cina – cui assimilare se del caso altri Stati minori, qualora questi ultimi si mostrino eccessivamente propensi a collaborare coi cattivi e, per converso, meno inclini ad accogliere ed attuare prontamente i suggerimenti dei buoni.

Alquanto perplimente appare, in questo quadro, l’esistenza di uno Stato come il Regno del Marocco, i cui vertici politici e militari sono stati pubblicamente complimentati dal governo spagnolo per l’orrenda strage di almeno 37 migranti provenienti dall’Africa subsahariana, uccisi a bastonate qualche giorno fa dalla polizia di Mohamed VI al confine colle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla: il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha commentato al riguardo che la responsabilità della strage è stata delle mafie e che le forze dell’ordine hanno svolto un ottimo lavoro.

Particolarmente zelante e prodigo di apprezzamenti nei confronti degli autori del massacro si è mostrato anche il buon Matteo Salvini, smettendo per un attimo i panni francescani indossati di recente per facilitare l’abortito tentativo di mediazione dilettantescamente esperito nei confronti della guerra in Ucraina.

E questo ben si può comprendere perché le disumane pratiche del Marocco sono pienamente funzionali alla sacra difesa dei confini europei di fronte alle orde di disperati in fuga da conflitti, devastazioni ambientali, miseria e fame dilaganti indotte dal modello di sviluppo a trazione occidentale.

Crisi migratoria più acuta che mai, i cui esiti, tanto più se violenti come nel caso in esame, danno il destro a Salvini per riprendere, mentre si approssimano le elezioni politiche in Italia, il tormentone alquanto logoro dell’invasione dei migranti, che evidentemente spera possa aiutarlo a recuperare un po’ del credito politico ed elettorale perso negli ultimi anni.

Ma il tema ovviamente trascende i calcoli di bottega di questo o di quello. È possibile riprendere, per applicarla al Re del Marocco, la nota frase di Mario Draghi su Erdogan, prima che quest’ultimo si guadagnasse i galloni di perno della Nato per l’abile negoziazione conclusa col sacrificio dei curdi sull’altare del disastroso ampliamento dell’Alleanza militare occidentale a Svezia e Finlandia. E cioè che si tratta sì di un dittatore ma di un dittatore utile, anzi necessario.

Personaggi del genere, a ben vedere, pullulano sulle coste meridionali ed orientali del Mediterraneo. Chiudiamo entrambi gli occhi sui loro crimini e li riempiamo di armamenti sofisticati che neanche Zelensky.

Piccoli occidenti crescono, da Israele all’Arabia Saudita, dalla Turchia all’Egitto, al Marocco appunto. Con effetti spropositatamente benefici per i produttori e i mercanti di armamenti, qualche transitorio contenimento della pressione migratoria che i governanti europei sono evidentemente incapaci di affrontare con strumenti diversi da filo spinato, annegamenti in mare, riduzione in schiavitù da parte delle mafie (quelle vere) e accoppamenti, e una pessima pubblicità ai presunti valori occidentali per i quali chiediamo agli ucraini di farsi massacrare e che qualcuno ancora forse ritiene siano cosa diversa da quelli azionari.

Per una società che si avvia ciecamente a grandi passi verso la guerra globale e definitiva non è che poi l’immagine conti più di tanto e non pare probabilmente del tutto casuale che la strage sia avvenuta in coincidenza col vertice Nato tenutosi proprio a Madrid.

Del resto, la riprova del fatto che bandiere come quella dell’autodeterminazione, del diritto internazionale e dei diritti umani vengano sventolate in modo del tutto strumentale da parte dei Paesi membri di quest’ultima è data proprio dal comportamento di intollerabile connivenza con personaggi come il re del Marocco, che da quasi cinquant’anni sta impedendo al popolo del Sahara occidentale di procedere all’autodeterminazione mediante il referendum previsto dall’accordo raggiunto in seno alle Nazioni Unite e continua a detenerne i leader, sottoposti a tortura per estorcerne confessioni usate per procedere alla loro condanna e reclusi da quasi dodici anni in condizioni disumane. Con tanti saluti ai diritti umani, all’autodeterminazione e alla pace.

Contano molto di più il contenimento brutale dei migranti e lo sfruttamento selvaggio delle risorse del territorio in questione che, nonostante chiare pronunce della Corte di giustizia dell’Unione Europea, la Commissione europea e i principali Stati membri (soprattutto Spagna e Francia) continuano a voler sfruttare come se appartenessero all’occupante marocchino.

Dai massacri di Ceuta e Melilla ai crimini marocchini nel Sahara occidentale, alla repressione dello stesso popolo marocchino qualora si azzardi a chiedere a suo volta il rispetto dei suoi diritti. I supremi valori europei splendono di luce intensa e veritiera nel cielo del Marocco e altrove.

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30/07/2018

La giornata della democrazia nel Niger. Dove la sabbia insegna

Magari di sabbia, ma la nostra democrazia si celebra domenica 29 luglio. Nel nostro piccolo è già qualcosa. Decretata 20 anni dopo la celebrazione della Conferenza Nazionale Sovrana, il 29 luglio 2011, la giornata celebra l’avvento del multipartitismo dopo gli anni di piombo della giunta militare. Da allora ogni anno, alla data, si ricorda che la democrazia è un cantiere che funziona come e quando può.

Tanto per non dare adito a sospetti sono stati liberati, dopo alcuni mesi di carcere, i tre capofila della società civile. Il reato di manifestare senza autorizzazione è stato il pretesto per scoraggiare i venti di rivolta nascente al decreto sulle finanze dello stato. Dopo 15 anni di regime militare si vive il regime presidenziale che fa della democrazia del Niger un’invenzione al servizio dell’Occidente. La Conferenza terminò il 3 novembre del 1991 a Niamey. Circa 1200 i delegati delle ‘forze vive’ della nazione con la transizione fino alle elezioni del 1993.

La vostra democrazia è liquida come la società. Da quella di sabbia a quella di mare, c’è la complicità assicurata dal Mediterraneo. Una democrazia acquatica che, credendo di redimersi, si affida alle onde della politica, ai riflussi nazionalisti che impongono il passato sul presente. La democrazia che proponete è solida come la rete metallica che protegge, a Ceuta, l’ingresso sulle sacre sponde di gesso del continente. E’ stata assaltata e scavalcata da almeno 600 migranti con in tasca un pugno di sabbia. Una democrazia protetta, circondata da fili spinati, da campi di transito permanente e a misura degli interessi dei potenti. Una democrazia di carta e dichiarazioni precarie perché non credute e professate da nessuno in particolare. La vostra democrazia è liquida come il denaro che circola senza limiti di spazio e tempo che vi ha contaminati come una malattia incurabile. La democrazia che esportate ha il colore delle forze armate e delle banche.

La nostra democrazia almeno è di sabbia. Funziona a tratti come la luce nella capitale. Viaggia su taxi d’occasione. Mangia a seconda dei giorni e non si prende sul serio. Usa i corpi per governare, sorvegliare e punire. Manda avanti i pedoni e si diverte a costruire inutili palazzi di vetro. Fa figli senza badare a spese e prende Dio come garante del futuro. La giornata della democrazia nel Niger cade quest’anno nell’ultima domenica di luglio e si festeggia di noncuranza. Imparate da noi e aggiungete un giorno di sabbia al vostro calendario.

Niamey, 29 luglio 2018 democratico

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26/02/2017

Quando la storia si ripete: i migranti come merce di scambio

Se dunque il trattato di amicizia tra Libia e Italia, firmato proprio a Bengasi, dovesse saltare potrebbe scattare l’emergenza. In quel documento il nostro governo, in cambio di concessioni economiche e politiche al regime di Gheddafi, ha ottenuto impegni libici a controllare le coste per impedire le partenze di barconi dalla zona nord del Paese... (Il fatto quotidiano, 2011).

Sono merce di scambio pregiata. I migranti Senza Nome fanno funzionare l’economia e la politica. Permettono accordi commerciali, di frontiere e soprattutto danno garanzia di continuità al futuro del sistema. Una storia che si ripete, si riproduce e si arricchisce di nuovi paesaggi geopolitici. Sono stati avanzati dubbi sull’impegno reale del Marocco a contenere gli assalti alle reti di difesa di Ceuta. In appena un paio di giorni diverse centinaia di migranti hanno raggiunto l’Europa dei Campi di Detenzione. Merce di scambio e insieme ritorsione per le minacce agricole sui commerci tra l’Europa e questo paese. Il Marocco che a sua volta ha costruito una frontiera di sabbia con l'Sahara ex spagnolo contro il popolo Sarahoui in cerca di remota indipendenza. Ad ognuno i suoi ostaggi.

"Il primo ministro Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi stanno costruendo il loro accordo di amicizia a spese di individui, di altri paesi, ritenuti sacrificabili da entrambi", afferma Bill Frelick, direttore per le politiche dei rifugiati di Human Rights Watch, nel giorno della visita del leader libico in Italia. "Più che un trattato di amicizia – aggiunge – si direbbe uno sporco accordo per permettere all'Italia di scaricare i migranti e quanti sono in cerca di asilo in Libia e sottrarsi ai propri obblighi". (La Repubblica, 2008)

Non importa come. Il fine giustifica i mezzi e questo si sa. In questo si è semplicemente conseguenti col sistema che esclude i poveri che non si rassegnano a scomparire nella sabbia. Il sistema li accoglierà, ne ha bisogno, ma a condizione di prestarsi, docili e sottomessi ai dettami delle leggi del mercato. Il Niger ha fatto dei migranti una delle sue pregiate mercanzie, insieme alle cipolle per piangere da esportazione e l’uranio che illumina la politica della Francia. Compravendite inedite nel Sahel: controllo dei migranti in cambio di soldi e progetti. L’epoca della tratta umana non è terminata, ha solo cambiato di modalità operative e di soggetto. Un recente rapporto delle Nazioni Unite sulla Popolazione Mondiale parla di migrazione da ripopolamento. Secondo questo documento in Italia sarebbero necessari 6.500 migranti all’anno per ogni milione di abitanti. Quanto circonda il ‘controllo’ delle migrazioni è solo una grande menzogna.

Come durante il regime di Gheddafi, l’Europa si gira dall’altra parte quando non ritiene opportuno denunciare le violazioni dei diritti umani in Libia. Basta che Tripoli mantenga il suo ruolo di controllore dei flussi di migranti e rifugiati... (Il fatto quotidiano, 2012).

Ed è la storia di oggi. Perché parlare di ‘corridoi umanitari’ quando esiste un diritto a migrare, riconosciuto dalla dichiarazione universale dei diritti umani. Corridoi pieni di polvere che, sotto i riflettori degli schermi televisivi, sono funzionali al sistema. Come se i diritti fossero una pesca di beneficenza da commercializzare in TV. Non corridoi ma riconoscimento di dignità e trasformazione del mondo così com’è adesso. Questo processo si chiama ancora oggi rivoluzione. Proprio quella di cui i migranti sono gli irregolari portatori.

Niamey, febbraio 017

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20/02/2017

Le unghie di Alex e quelle di Ceuta. Resistenze Saheliane

Ha imparato il mestiere migrando. Alex era partito come calciatore in cerca di una squadra. Convertitosi strada facendo si è messo alla scuola di un amico estetista. Da alcuni anni ripara, allunga, abbellisce, vernicia e dipinge unghie per le mani delle donne. Si è bene organizzato con uno zainetto scuro. Passa di casa in casa dove lo chiamano alla vigilia di una festa o di un incontro amoroso. Unghie finte comprate all’ingrosso con altro materiale da lavoro. Diluente e colori per disegnare quanto la cliente desidera. Fiori o arabeschi a seconda del compagno della notte sabbiosa di Niamey. Alex si occupa anche delle unghie dei piedi e, in questo caso, anche alcuni uomini sono suoi clienti. Completa a richiesta il trucco degli occhi con ciglia finte che li arredano e li rendono, di notte, irresistibili.

Alex si guadagna la vita migrando da una signora all’altra previa la chiamata col cellulare. Ormai è conosciuto e vorrebbe mettere su un negozio e smettere di girare in città. Crede che sia giunto il momento di sistemarsi con la sua signora. Lei è di origine togolese ed è in Algeria che si sono conosciuti. Espulsi entrambi hanno scelto di mettere insieme le forze e di continuare con l’altra migrazione, quella coniugale. Lei è parrucchiera di professione. Mette insieme e intreccia capelli finti.

Anche i 500 che hanno appena dato l’assalto alla barriera di Ceuta in Marocco hanno usato le unghie. Per passare la barriera di sei metri, i fili spinati e gli acciaiai taglienti alle estremità solo di unghie si tratta. Un gruppo ha cominciato la scalata alle 4 e l’altro, più numeroso, alle sei e trenta di stamane, venerdì 17. Feriti, contusi e soprattutto liberi. Proprio questa parola gridavano danzando sulle strada della città di Ceuta. Enclave spagnola assediata dall’altro mondo che farà in fretta a deludere la libertà che cercavano.

Sei metri in altezza per otto kilometri che circondano la città che ha il cimitero tra i gabbiani vicino al mare. Oltre quattrocento coloro che hanno ferite e molte di più quelle dei milioni di europei che assistono passivamente al naufragio della loro civiltà. Le unghie dei migranti che si arrampicano, spingono, resistono come solo i folli potrebbero. Un assalto preparato, sofferto e atteso da anni. Indietro non si torna si diceva in quegli anni che poi hanno tradito promesse mai mantenute. Libertà dietro una griglia di fili spinati sfiorata per un attimo con le unghie. Poi lei passerà in secondo piano coi documenti, le indagini dell’identità, l’idoneità alla protezione umanitaria e la trafila per il riconoscimento dello statuto di rifugiati.

Alex si occupa di abbellire le unghie per renderle commerciabili. Sempre di unghie si tratta. Quelle della mani e pure quelle dei piedi per sedurre e non si mai con chi si potrebbe finire la serata. Ma anche le signore sposate profittano delle sue competenze per riaccendere spenti amori di abitudine. Le altre unghie sono quelle della sua signora di cui lui stesso si occupa. Come parrucchiera deve presentarsi bene se vuole conservare la clientela vista l’aspra concorrenza del mercato. Le altre unghie sono quelle del sistema che assomigliano ad artigli che tutto lacerano: tessuti sociali, relazioni e dignità. Artigli che assomigliano a fili spinati, muri, centri e soprattutto leggi che solcano ferite negli occhi dei diritti umani. L’ultimo assalto al filo spinato di Ceuta era stato tentato nelle notte del primo dell’anno. Anno nuovo e vita nuova passata la grande tribolazione del muro e del deserto di polvere. Unghie per attaccarsi ai fili spinati della storia e passare dall’altra parte della libertà confiscata che difficilmente poi grideranno ancora.

Suonerà ridicolo, ma è così: per affrontare la tormenta il sistema non vuole costruire tetti per ripararsi, ma muri dietro i quali nascondersi. Questa nuova tappa della guerra del Capitale contro l’Umanità deve essere affrontata con resistenza e ribellione organizzate, ma anche con la solidarietà e l’appoggio verso chi vede attaccate le proprie vite, libertà e beni. (EZLN- febbraio 017).

Niamey, febbraio 017

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