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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/10/2022

Cina - Il XX Congresso del PCC

Il Partito Comunista Cinese sta completando le ultime fasi del suo congresso. Con 96,7 milioni di membri, il PCC è il secondo partito più grande al mondo (il primo è il BJP del premier indiano Modi, che include direttamente al suo interno sindacati e organizzazioni sociali).

Dopo un lungo periodo di relativo indebolimento, la dirigenza di Xi Jinping ha ripoliticizzato la vita interna dell’organizzazione e ha rivitalizzato forme di mobilitazione di massa. Per molti anni, milioni di iscritti al PCC erano stati coinvolti al massimo in qualche attività mensile molto rituale.

La svolta dell’ultimo decennio ha portato a una selezione maggiore tra gli iscritti, che a ogni livello devono svolgere più attività, con più espulsioni. In ogni caso, il congresso del PCC pur coinvolgendo decine di migliaia di persone rimane un evento dell’élite del Partito.

Le tempistiche

Dall’8 al 12 ottobre si è riunita per l’ultima volta la plenaria del Comitato Centrale uscente. Dal 16 al 22 ottobre si terrà il XX Congresso del Partito che eleggerà il nuovo Comitato Centrale, la Commissione Centrale per le Ispezioni Disciplinari ed approverà gli emendamenti alla Costituzione del Partito.

Il giorno dopo, il 23 ottobre, il nuovo Comitato Centrale eleggerà Xi Jinping Segretario Generale per il suo terzo mandato ed eleggerà l’Ufficio Politico nel Comitato Centrale e il Comitato Permanente dentro l’Ufficio Politico.

I gruppi

Nella pubblicistica occidentale la grande domanda è se possa emergere in questo congresso un contraltare alla figura di Xi Jinping. La risposta in sé è semplice: no, e se anche ci fosse un movimento interno alla dirigenza centrale del PCC in questo senso, non avremmo gli strumenti per capirlo in tempi brevi.

Come ha scritto recentemente Neil Thomas (del gruppo di consulenza Eurasia Group) su The China Story, “quello che sappiamo sono principalmente fatti concreti scevri del contesto umano, la struttura formale delle istituzioni politiche, le persone che detengono le cariche nelle istituzioni, le politiche che queste persone portano avanti in queste istituzioni (...). Le regole interne proibiscono ai membri di discutere le decisioni del Partito o di pubblicizzare le operazioni interne. Quindi sappiamo il cosa, di solito possiamo solo limitarci a speculare sul come e il perché”.

Osservando questi fatti concreti gli osservatori occidentali erano arrivati a distinguere due raggruppamenti. Da una parte il gruppo di Shanghai, i tecnocrati che hanno fatto carriera nel campo della finanza e delle riforme economiche all’ombra dell’ex segretario Jiang Zemin.

Dall’altra parte i tuanpai, i quadri che hanno fatto carriera nella Lega della Gioventù Comunista insieme a Hu Jintao, gestendo il potere locale e le grandi imprese di stato.

L’ascesa di Xi Jinping, inizialmente salutato in occidente come “riformista pro mercato” e come una sorta di papa straniero fuori dalle due correnti, ha squassato questo quadro interpretativo.

Sotto la campagna anti-corruzione sono caduti alti papaveri di entrambi i gruppi, e anche qualcuno considerato teoricamente vicino allo stesso Xi, come Dong Hong, segretario della commissione disciplinare presieduta da Wang Qishan, considerato grande alleato di Xi.

La morale è che la revisione dello “stile di lavoro” fatto da Xi Jinping ha reso molto più imperscrutabili le dinamiche del potere interne al Partito-stato e oggi è difficile stabilire quanto effettivamente dei nuovi ingressi ai massimi livelli del potere significhino un indebolimento o un rafforzamento delle posizioni di Xi e dei suoi alleati.

Negli ultimi anni l’unico personaggio pubblico ad aver tenuto un profilo abbastanza differenziato da quello di Xi è stato il primo ministro Li Keqiang.

Le differenze tra i due sono state sicuramente esagerate per poter costruire articoli di giornale più interessanti, fatto sta che Li è l’ultimo membro riconosciuto dei tuanpai ad aver conservato un posto di primissimo piano e dalle sue tribuni istituzionali non si è mai esposto particolarmente sulle politiche-slogan di Xi, andando spesso a fare da contraltare che sottolinea la necessità di continuare le riforme di mercato e l’apertura all’estero.

Le possibili promozioni

Il Congresso redistribuirà una miriade di posizioni di potere. Lungi da poter capire quale sarà davvero la geografia del potere ai vari livelli, si possono tenere aperti gli occhi sul alcune posizioni chiave.

Nella sua guida al XX Congresso Michelangelo Cocco fa dei ritratti dei possibili ingressi nel Comitato Ristretto dell’Ufficio politico. Il XIX Congresso aveva ridotto il numero di componenti da 9 a 7; di questi 7 sono oltre la soglia di pensionamento informale dei 67 anni il primo ministro uscente Li Keqiang, il presidente del comitato permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo Li Zhanshu, Wang Yang – che tra le altre cariche è stato a capo del gruppo di lavoro del Comitato Centrale sullo Xinjiang – Wang Huning da quasi 20 anni a capo del Central Policy Research Office e tra le persone chiave nell’estensione delle Terza Risoluzione sulla storia del PCC.

Secondo Cocco i possibili ingressi sono:

– Hu Chunhua, considerato da molti l’ultimo dei tuanpai, di cui viene sottolineato l’elenco di importantissimi incarichi svolti sotto la dirigenza di Xi, tra cui la campagna per l’eliminazione della povertà assoluta;

– Ding Xuexiang, già segretario personale di Xi quando quest’ultimo è stato segretario del PCC a Shanghai nel 2007, ed è stato chiamato dallo stesso Xi a fare da ufficiale di collegamento tra il Comitato Permanente e il Comitato Centrale;

– Chen Min’er, già vociferato alla vigilia del XIX Congresso come possibile successore di Xi, è l’esempio principale di un membro dell’esercito del Zhejiang, cioè gli ufficiali che hanno cominciato la carriera quando Xi è stato segretario del Zhejiang, tra il 2002 e il 2007. Sia Ding sia Chen svolgono spesso il ruolo di lodatori ufficiali alle politiche-slogan di Xi.

– Li Xi, attualmente segretario del PCC nella provincia del Guangdong, secondo Cocco potrebbe lavorare come “tecnico” per assistere Xi nelle scelte economiche, sulla base dell’esperienza maturata alla guida della provincia più aperta agli scambi con l’estero.

La partita del Comitato Permanente del Partito è intrecciata con quella del governo dello stato. Uno dei nomi più papabili fino a pochi mesi fa è stato Li Qiang, segretario del PCC a Shanghai, rapidamente declassato dopo la gestione disastrosa dei tre mesi di lockdown in città tra marzo e giugno 2022.

Un altro possibile nome potrebbe essere, forzando di molto le regole informali sui limiti d’età, l’attuale vice-premier Liu He soprannominato dalla solita fantasia giornalistica “lo zar dell’economia” per i molti ruoli di responsabilità affidatigli da Xi, spesso oscurando il premier Li Keqiang.

Tra gli ultimi ruoli, quello di gestire lo sviluppo interno dei chip in risposta agli ulteriori restringimenti dei mercati decisi da Biden.

Fonte

01/06/2020

Cina - Concluse le Due Sessioni, l'imperativo è ripristinare subito crescita, stabilità e sicurezza

Si è conclusa tra il 27 ed il 28 maggio scorsi la Doppia Sessione, principale appuntamento politico annuale in Cina, che prevede il quasi contemporaneo svolgimento della Conferenza Politico-Consultiva del Popolo, massimo organo consultivo del Paese, e dell'Assemblea Nazionale del Popolo, massimo organo legislativo nazionale.

Le indicazioni e le decisioni che i due consessi erano chiamati a proporre e mettere nero su bianco, soprattutto l'Assemblea, vero e proprio Parlamento nel sistema politico del Paese asiatico, erano molto attese dagli osservatori di tutto il mondo, in particolare per comprendere i provvedimenti che la Cina avrebbe messo in campo per il rilancio dell'economia in questa difficile fase di ripresa e per conoscere le soluzioni alla crisi di Hong Kong, dopo le violente proteste dello scorso anno e i tentativi di replicarle anche in questo primo semestre, già denso di difficoltà a causa dell'emergenza sanitaria.

Nel pieno della pandemia e delle polemiche tra Pechino e Washington, dopo le accuse di inizio maggio da parte di Donald Trump e Mike Pompeo, che avevano imputato alla Cina e all'OMS di aver nascosto rischi e dimensioni dell'epidemia scoppiata tra dicembre e gennaio nella città di Wuhan, il primo ministro Li Keqiang, nella conferenza stampa di chiusura del 28 maggio, pur in assenza di una previsione precisa sul PIL per quest'anno (incertezza che aveva fatto agitare i mercati nei primi giorni della Doppia Sessione), ha spiegato che la Cina «sta assumendo misure calibrate per rafforzare la crescita», dicendosi «fiducioso sul raggiungimento degli obiettivi di sviluppo». Insomma, anche in questo durissimo 2020, ci si attende un numero col segno positivo, sebbene piuttosto distante dal range indicato cinque anni fa per la fase di "nuova normalità" (6-6,5%) e comunque inferiore al 6,1% del 2019.

«Sforzi maggiori» sono stati menzionati anche per la stabilizzazione del mercato del lavoro, venendo incontro ai settori maggiormente colpiti dalle restrizioni dovute all'emergenza Covid-19, anzitutto commercio e turismo. Pechino non si è limitata ad iniettare, attraverso la sua banca centrale (PBoC), liquidità sui mercati finanziari, come fatto a metà febbraio con 300 miliardi di yuan tra finanziamenti a un anno ed operazioni di pronti contro termine, o a tagliare il tasso sui prestiti a medio termine a un anno dal 3,25% al 3,15%. Il governo ha messo in campo anche una serie di misure fiscali, sulla scia della più vasta riforma strutturale dell'offerta avviata nel 2015, mirate a ridurre la tassazione per le micro, piccole e medie imprese, in particolare quelle innovative.

L'obiettivo dichiarato da Li Keqiang per quest'anno è quello di provare a raggiungere una media di 10.000 nuove «entità di mercato» (aziende, esercizi ecc. ...) registrate al giorno. Un traguardo che apparirebbe mastodontico per qualsiasi altro Paese, ma che in Cina, viste le dimensioni, risulta assolutamente possibile, sebbene ambizioso in questa congiuntura. Basti pensare che nel triennio 2014-2016, in media, nel Paese asiatico erano sorte ogni giorno 12.000 nuove imprese, mentre il dato aveva addirittura superato quota 15.000 nel primo quadrimestre del 2017.

In ogni caso, la prospettiva di medio termine resta quella al 2021, centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese, anno in cui è fissato il primo grande traguardo della Cina di Xi Jinping: il raggiungimento di una moderata prosperità generalizzata, ovvero lo Xiaokang, per utilizzare il termine confuciano già recuperato in chiave moderna da Deng Xiaoping nel 1979. Si tratta di un passaggio fondamentale nel lungo percorso di sviluppo cominciato all'alba degli anni Ottanta con l'attuazione della politica di riforma e apertura, che dovrà aprire la strada ad ulteriori riforme sino al 2049, centenario della fondazione della Repubblica Popolare, nel quadro della cosiddetta Nuova Era.

Un articolo del presidente cinese, previsto in pubblicazione nelle prossime ore all'interno dell'11° numero della rivista bimestrale Qiushi, mette in luce proprio la costruzione di una società moderatamente prospera in tutti i suoi aspetti, a partire dall'attenzione che la leadership, sin dal 18° Congresso del PCC (2012), ha dedicato all'aspirazione della popolazione ad una migliore qualità della vita, come anticipato oggi da Xinhua. L'agenzia stampa cinese, riassumendo il testo di Xi, sottolinea che «in generale, la Cina ha già fondamentalmente raggiunto l'obiettivo» e che «i risultati hanno persino superato le aspettative». Permangono ancora «alcune aree di fragilità [...] che devono essere consolidate con sforzi adeguati». Richiamando il paradigma di sviluppo del Paese nella Nuova Era, incentrato sul primato della qualità (esistenziale, manifatturiera, ambientale ecc. ...), l'articolo di Xi ribadisce che «i criteri per una società moderatamente prospera in tutti i suoi aspetti dovrebbero includere non solo indicatori quantitativi ma anche un'attenta valutazione degli attuali standard di vita e del senso di soddisfazione della popolazione».

Imprescindibile dallo sviluppo economico e sociale c'è la questione della riunificazione nazionale, che richiama le crisi di Hong Kong e Taiwan. Un Paese, due sistemi è l'emblematico modello pensato da Deng Xiaoping negli anni Ottanta sia per Hong Kong, restituita da Londra nel 1997, che per Macao, ex colonia portoghese, restituita alla Cina nel 1999, ma anche per Taiwan. Con l'isola, ancora "ribelle", è in atto un dialogo per la riunificazione sin dal 1992, specie con il Kuomintang e alcune forze della coalizione pan-blu, oggi però interrotto dalla governatrice Tsai Ing-wen, leader del Partito Democratico Progressista e della coalizione pan-verde di cui è a capo.

In generale si tratta di ferite ancora sanguinanti, residui di squarci aperti nel corpo martoriato del Celeste Impero tra il XIX e il XX secolo, quando la Cina fu dapprima aggredita dalle potenze coloniali europee, che costrinsero l'ormai indebolita Dinasta Qing a firmare numerosi trattati di spoliazione territoriale, definiti "ineguali" e mai accettati dai cinesi, come ad esempio quello di Nanchino (1842), la Convenzione di Pechino (1860) e la Convenzione per l'Estensione Territoriale (1898), che assegnarono, in tre diverse fasi, all'Impero Britannico l'isola di Hong Kong, la Penisola di Kowloon e tutti i territori insulari e peninsulari circostanti, i cosiddetti Nuovi Territori, pari all'86% della superficie dell'attuale regione amministrativa speciale di Hong Kong.

Nei decenni successivi la Cina fu poi invasa, più volte, dal Giappone imperiale, che occupò anche la stessa Taiwan per cinquant'anni (1895-1945). Poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il Paese fu colpito anche dagli Stati Uniti che, alleati del Kuomintang di Chiang Kai-shek, mobilitarono le loro forze per impedire che le milizie di Mao Zedong e Zhu De avessero la meglio nell'ultimo atto di un'estenuante guerra civile protrattasi, a più fasi, sin dal 1927. Sforzi vani, guardando agli esiti della storia, ma non del tutto, considerando il sostegno politico e militare che ancora oggi - nonostante il diritto internazionale sancisca dal 1971 il principio di Una sola Cina - Washington garantisce a Taiwan, perpetuando la sopravvivenza di quello che è, a tutti gli effetti, un suo protettorato a poche miglia dalle coste della Cina continentale.

Con la legge sulla sicurezza nazionale approvata la scorsa settimana dall'Assemblea, Pechino mette dunque un punto sulla questione di Hong Kong, alla luce degli incidenti, delle violenze e dei disordini che per mesi hanno messo a repentaglio la stabilità sociale, la legalità e l'incolumità fisica dei cittadini, non di rado aggrediti dai manifestanti più violenti solo per aver espresso idee ed opinioni diverse. Hanno fatto il resto le richieste di sostegno delle frange più estremiste, munite persino di bandiere americane e britanniche, al governo degli Stati Uniti e la risposta di Donald Trump, con la firma, nel novembre scorso, del cosiddetto Hong Kong Human Rights and Democracy Act, un'ingerenza ovviamente intollerabile per Pechino.

Oggi, alla luce dell'approvazione di questa criticata legge, lo stesso Trump ed il suo segretario di Stato Mike Pompeo dicono di ritenere tramontato lo status speciale di Hong Kong, confondendo evidentemente il concetto di autonomia con quello di indipendenza. Premesso che quella attuale è una programmata fase di transizione cinquantennale (1997-2047) e non uno status eterno, il modello Un Paese, due sistemi - viene da sé - non potrà mai trasformarsi in un fantomatico modello Due Paesi, due sistemi. Questione di sovranità, più che di "sovranismo".

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