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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/09/2026

La fondazione Hind Rajab presenta denuncia penale in Italia contro un killer israeliano

La Fondazione Hind Rajab ha dichiarato lunedì di aver presentato una denuncia penale alle autorità italiane contro un soldato israeliano che, a suo dire, si troverebbe attualmente in Italia, accusandolo di coinvolgimento in violazioni del Diritto Internazionale durante le operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza.

L’organizzazione con sede a Bruxelles ha identificato il soldato come Yonatan Shalikh e ha affermato che la sua denuncia include il coinvolgimento in Crimini di Guerra, Crimini Contro l’Umanità e atti di Genocidio.

“La Fondazione Hind Rajab ha presentato una denuncia penale in Italia contro il soldato israeliano Yonatan Shalikh”, si legge in un comunicato pubblicato sul sito web dell’organizzazione.

Secondo la Fondazione, Shalikh si trova attualmente in vacanza in Toscana. Ha affermato di aver prestato servizio in una compagnia della Brigata Givati ​​israeliana, operante sotto il comando della 401ª Brigata Corazzata, durante le operazioni a Gaza.

Tra le accuse contenute nella denuncia, vi è quella secondo cui Shalikh avrebbe partecipato alle operazioni militari israeliane intorno al complesso medico Al-Shifa, inclusa la vasta distruzione del sito a Gaza tra marzo e aprile 2024.

La Fondazione ha anche affermato che l’unità di Shalikh sarebbe stata coinvolta nell’incendio della Moschea Al-Haj Hamdi Harzallah nel quartiere Al-Nasr di Gaza nel dicembre 2023.

Secondo l’organizzazione, alcune fotografie dell’epoca mostrano soldati in posa all’interno dell’edificio mentre bruciava. La fondazione sostiene che la moschea fosse sotto il controllo militare israeliano e non fosse utilizzata da gruppi armati palestinesi in quel momento.

Ha inoltre affermato che l’incidente potrebbe costituire un attacco illegale a un sito religioso protetto ai sensi del Diritto Internazionale Umanitario e ha sostenuto che facesse parte di un più ampio schema di distruzione che ha colpito edifici religiosi a Gaza.

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16/09/2026

Ministra israeliana in vacanza in Italia. Chiesta la sua incriminazione per genocidio

Il 10 settembre scorso la Hind Rajab Foundation ha reso nota la denuncia per istigazione diretta e pubblica a commettere genocidio presentata alle autorità italiane contro la ministra israeliana Idit Silman, in vacanza in Italia dal 6 settembre insieme al marito.

La fondazione contesta alla ministra diverse dichiarazioni pubbliche rilasciate nel corso degli ultimi due anni, nelle quali avrebbe invocato lo sfollamento della popolazione palestinese da Gaza, difeso il blocco degli aiuti umanitari e promosso il controllo permanente israeliano sulla Striscia. Tali affermazioni sono state configurate dai denuncianti come una violazione del diritto internazionale in materia di prevenzione dei genocidi.

La ministra ha infatti firmato la lettera in cui esortava il governo israeliano a prendere in considerazione il “Piano dei Generali”, che proponeva di trasformare il nord di Gaza in una zona militare chiusa, costringendo i civili ad andarsene e interrompendo le forniture di cibo, acqua, carburante e altri beni di prima necessità a coloro che fossero rimasti.

La Fondazione Hind Rajab riferisce che la ministra Silman ha dichiarato nell’ottobre 2024: “Molto semplicemente, il popolo palestinese non esiste”, e che nel maggio 2025 ha affermato: “Non esiste un popolo palestinese e, di conseguenza, non esistono siti del patrimonio palestinese”. Nel settembre 2025, si è riferita ai palestinesi come a un “falso popolo”, sostenendo che “questo popolo non ha storia, né passato, né futuro”.

Riguardo alla Cisgiordania occupata, la fondazione afferma che nel settembre 2024, riferendosi a Jenin, Nablus e altre aree palestinesi, Silman dichiarò: “Vogliamo riconquistare la nostra terra. Attaccateci e riprenderemo il controllo. Siamo gli eredi. Un’eredità di Dio”.

Nel marzo 2025, ha chiesto l’instaurazione della sovranità israeliana sulla Giudea e la Samaria, ovvero la Cisgiordania, considerandola una risposta appropriata all’operazione del 7 ottobre 2023. Nell’aprile 2025, ha dichiarato che: “Il nostro ruolo è quello di imporre la sovranità”.

La Fondazione Hind Rajab ha sollecitato le autorità italiane ad avviare un’indagine immediata sulle azioni di Silman, affermando di aver fornito prove in merito.

Il direttore della fondazione, Diab Abu Jahjah, ha dichiarato: “Il genocidio non inizia con l’omicidio; inizia quando a un popolo viene dichiarato come privo del diritto di esistere, quando la sua esistenza viene presentata come il problema e la sua espulsione come la soluzione”, aggiungendo che la ministra Silman aveva pubblicamente invocato lo spopolamento di Gaza da parte dei palestinesi, approvando al contempo l’esproprio delle loro terre e la costruzione di insediamenti.

Secondo Abu Jahjah la ministra Silman aveva agito in questo modo dalla sua posizione all’interno del “governo israeliano”, sottolineando che tale posizione “non rende queste dichiarazioni meno criminali, ma piuttosto più pericolose”, e ha ribadito che l’organizzazione aveva presentato una denuncia in Italia perché “chi invoca apertamente la distruzione di un popolo deve sapere che il mondo sta ascoltando”.

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28/02/2026

Figuraccia della Francia su Francesca Albanese. Denunciato Trump per le sanzioni

Una figura di merde per Parigi e una sconfitta per Israele. La Francia alla fine ha dovuto ritirare la richiesta di dimissioni di Francesca Albanese.

Contrariamente agli annunci fatti nelle scorse settimane in parlamento dal ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot, la Francia ha rinunciato a chiedere le dimissioni della relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi nel corso del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu che si è tenuto nei giorni scorsi a Ginevra. Parigi, ha optato alla fine per un semplice richiamo.

Il governo francese, dopo aver montato un caso inesistente e utilizzato un video manipolato da una associazione israeliana sulle parole di Francesca Albanese ad un forum su Al Jazeera, deve essersi reso conto che chiedendo formalmente all’Onu la rimozione di Francesca Albanese rischiava di cadere nel ridicolo e di aprire una battaglia da cui sarebbe uscita con le ossa rotte. Sull’incarico della Relatrice speciale dell’Onu si sarebbe creato di fatto un confronto/scontro tra Paesi europei – e neppure tutti, perché la Spagna avrebbe probabilmente votato contro – e i paesi del Sud globale, da cui numeri alla mano sarebbero usciti vincitori questi ultimi che sostengono invece la Relatrice speciale dell’ONU. La richiesta di rimozione di Francesca Albanese della Francia aveva trovato il sostegno dei governi di Italia, Estonia, Lettonia, Paesi Bassi, Ungheria ma era evidente che non sarebbe passata. In Europa c’è servilismo verso Israele, nel resto del mondo molto meno. 

Il Comitato ONU del resto aveva già respinto la richiesta di dimissioni di Francesca Albanese parlando di “attacchi politicamente motivati, basati sulla disinformazione, contro chi documenta crimini e violazioni”.

“Invece di chiedere le dimissioni della signora Albanese per aver svolto il suo mandato in circostanze molto difficili, inclusi intimidazioni persistenti, attacchi personali coordinati e sanzioni unilaterali illegali, questi rappresentanti del Governo dovrebbero unire le forze per ritenere responsabili, compreso davanti alla Corte Penale Internazionale, leader e funzionari accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza, invece di incoraggiare o difendere le azioni illegali del governo di Israele”, avevano scritto gli esperti dell’Onu.

Ma la famiglia di Francesca Albanese, giustamente, è passata anche all’offensiva facendo causa a Trump e a diversi alti funzionari dell’amministrazione Usa per le sanzioni emesse contro la Relatrice speciale dell’Onu.

Dopo un anno di sanzioni, conti bloccati, killeraggio economico feroce e inumano l’impossibilità persino di offrirle un caffè, il marito di Francesca Albanese Massimiliano Cali e il figlio della relatrice per i territori palestinesi occupati hanno deciso di portare in tribunale l’uomo più potente del mondo per avere giustizia e tornare ad avere una vita normale.

La famiglia allora si è presentata al Tribunale distrettuale di Columbia e ha messo nero su bianco le violazioni dei diritti garantiti dal primo, quarto e quinto emendamento.

Lo hanno accusato di aver sequestrato i suoi beni senza alcun processo né possibilità di difesa.

In una parola: la famiglia Albanese ha dichiarato quelle sanzioni “incostituzionali”. 

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18/12/2025

Assange denuncia la Fondazione Nobel: “trasformato il Premio per la pace in “strumento di guerra”

Julian Assange ha presentato una denuncia penale oggi in Svezia accusando 30 individui associati alla Fondazione Nobel, compresa la sua leadership, di aver commesso presunti crimini gravi, tra cui il reato di appropriazione indebita grave di fondi, facilitazione di crimini di guerra e crimini contro l’umanità e finanziamento del crimine di aggressività.

La denuncia mostra che il testamento di Alfred Nobel del 1895 impone esplicitamente che il premio per la pace sia assegnato all’individuo che nel corso dell’anno precedente “ha conferito il maggior beneficio all’umanità” facendo “la più grande o migliore opera per la fraternità tra le nazioni, per la abolizione o riduzione degli eserciti permanenti e per la celebrazione e la promozione di congressi di pace”.

Assange sostiene che “La decisione politica della commissione di selezione norvegese non sospende il dovere fiduciario dei gestori dei fondi svedesi. Qualsiasi esborso che contraddica questo mandato costituisce un’appropriazione indebita della dotazione”.

La denuncia, presentata simultaneamente all’Autorità svedese per i crimini economici (Ekobrottsmyndigheten) e all’Unità per i crimini di guerra svedese (Krigsbrottsenheten), afferma che i sospettati, tra cui la presidentessa della Fondazione Nobel Astrid Söderbergh Widding e la direttrice esecutiva Hanna Stjärne, hanno trasformato “uno strumento di pace in un strumento di guerra”. Questa presunta “criminalità grave” comprende:

1) grave appropriazione indebita e cospirazione in relazione al versamento di 11 milioni di SEK (1,18 milioni di USD) del denaro del Premio per la Pace a María Corina Machado, le cui azioni precedenti e in corso la escludono categoricamente dai criteri stabiliti nel testamento di Alfred Nobel;

2) Agevolazione dei crimini di guerra, compreso il crimine di aggressione e crimini contro l’umanità, in violazione degli obblighi della Svezia ai sensi dell’articolo 25(3)(c) dello Statuto di Roma, perché gli imputati sono consapevoli dell’incitamento e del sostegno di Machado alla commissione dei crimini internazionali da parte degli USA e sapevano o avrebbero dovuto sapere che l’esborso del denaro del Nobel avrebbe contribuito alle esecuzioni extragiudiziali di civili e sopravvissuti ai naufragi in mare, e stanno violando il loro obbligo di cessare i pagamenti.

Assange fa notare che i membri della Fondazione Nobel hanno precedentemente esercitato la loro autorità di vigilanza sui premi e sui loro versamenti trattenendo i versamenti del Premio Letteratura nel 2018. “La mancanza di intervento qui, nonostante i crimini di guerra USA al largo della costa venezuelana e il ruolo chiave di Machado nel promuovere l’aggressione” è responsabile penale.

“La dotazione di Alfred Nobel per la pace non può essere usata per promuovere la guerra”, dichiara Assange. Gli imputati hanno obblighi giuridici concreti di “garantire il rispetto dello scopo previsto dal testamento di Alfred Nobel, ossia porre fine alle guerre e ai crimini di guerra, e non facilitarli”. 

L’incitazione di Machado al più grande spiegamento militare Usa dalla guerra in Iraq la rende categoricamente ineleggibile. 

La denuncia segnala come l’annuncio e la cerimonia del Nobel si siano verificati in quello che analisti militari descrivono come “il più grande dispiegamento militare degli USA nei Caraibi dalla crisi missilistica a Cuba” – superando ora i 15.000 uomini, compresa la portaerei USS Gerald R. Ford.

La concentrazione militare è ancora in corso, poiché il presidente Trump ha annunciato il 10 dicembre, due giorni dopo la cerimonia del Nobel, che gli attacchi USA “comincerebbero dalla terra”. La strategia in Venezuela fa parte di ciò che il Segretario alla Guerra di Trump Peter Hegseth definisce un cambiamento verso la “massima letalità, non la debole legalità” e “passare all’offensiva”.

In questo contesto, Assange afferma che “Machado ha continuato a incoraggiare l’amministrazione Trump a seguire il suo percorso di escalation”, anche entrando in una cospirazione per dare all’amministrazione USA accesso a 1,7 trilioni di dollari in riserve di petrolio e altre risorse naturali attraverso la privatizzazione una volta che Maduro sarà rovesciato.

“Usando la sua posizione elevata come destinataria del Premio Nobel per la pace, Machado può aver ben inclinato la bilancia a favore della guerra, facilitata dai sospetti nominati”, dichiara Assange nella denuncia penale.

La denuncia elenca le prove di questo incitamento all’intervento militare degli USA, così come lodi per la condotta del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Gaza. Le sue dichiarazioni includono:

“L’escalation militare può essere l’unica via… Gli Stati Uniti potrebbero aver bisogno di intervenire direttamente” (30 ottobre 2025). 

Machado ha definito gli attacchi militari USA a navi civili che hanno ucciso almeno 95 persone al giorno d’oggi, come “giustificati” e “visionari”.

Machado ha dedicato il premio al presidente degli Stati Uniti USA, Trump, perché “finalmente ha messo il Venezuela... ai primi posti in termini di priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

– Dichiarazioni storiche che includono la sua testimonianza del 2014 davanti al Congresso USA dove ha detto: “L’unica strada che rimane è l’uso della forza”.

Il dossier cita un’ampia opposizione di esperti e istituzioni al premio di pace di Machado: 21 organizzazioni di pace norvegesi hanno dichiarato: “Machado è l’opposto di un premio Nobel per la pace”.

Il premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel ha dichiarato: “Dare il premio a qualcuno che chiede un’invasione straniera è una beffa del testamento di Alfred Nobel”.

L’Istituto di ricerca per la pace di Oslo (PRIO) ha confermato che Machado “ha chiesto un intervento militare in Venezuela”.

AZIONE RICHIESTA

La denuncia afferma che “C’è un rischio reale che i fondi derivanti dalla dotazione Nobel siano stati deviati intenzionalmente o negligentemente dal loro scopo caritatevole per facilitare l’aggressione, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra”. 

Assange chiede che le autorità svedesi:

1. Congeliamo immediatamente il trasferimento in sospeso del premio monetario di 11.000.000 SEK e qualsiasi altro budget connesso rimanente, e assicuratevi la restituzione della medaglia.

2. Indagate sulle persone nominate e i funzionari della Fondazione e le entità associate per appropriazione indebita grave, facilitazione di crimini di guerra e crimini contro l’umanità e cospirazione.

3. Sequestrate i verbali del consiglio di amministrazione, e-mail, chat di gruppo e registri finanziari.

4. Interrogando Widding, Stjärne e altri sospettati.

5. Indagate completamente a livello nazionale o rinviate la causa alla Corte penale internazionale (Statuto di Roma Art. 25(3)(c)).

“Questa denuncia mira al congelamento immediato di tutti i fondi rimasti e a un’indagine penale completa per impedire che il Premio Nobel per la pace diventi permanentemente uno strumento di pace in uno strumento di guerra”, conclude Assange.

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01/11/2025

Depositate le denunce contro Donazzan e Mulé, insieme a Stefano Bandecchi

Dalla sua costituzione, il 10 agosto 2025, il Comitato Fratelli Al-Najjar – Giustizia in Palestina e in Italia – ha già depositato due denunce. La prima, quella che ha reso noto il nome del Comitato in questo Paese, è quella nei confronti di Elena Donazzan, eurodeputata di Fratelli d’Italia che, nel corso di una seduta del Parlamento Europeo, ha definito i bambini palestinesi “figli di terroristi” e ha esaltato il coraggio “israeliano” di ucciderli.

La seconda, invece, è arrivata per il vicepresidente della Camera dei Deputati e parlamentare di Forza Italia, Giorgio Mulé. Mulé, infatti, durante il programma televisivo “In Onda” su La7, ha detto testualmente che “non esiste il popolo palestinese”, nel solco dell’ideologia sionista che ha sempre legittimato lo sterminio e la deportazione totale dei palestinesi costruendo le sue fondamenta sulla negazione dell’esistenza dei palestinesi.

Tali denunce sono di straordinaria importanza. Da un lato, perché per la prima volta dal 7 ottobre 2023 due esponenti politici di altissimo rilievo vengono denunciati per frasi di odio pronunciate contro il popolo palestinese.

Dall’altro lato, perché tali denunce giungono dal basso, da un Comitato di circa 150 persone provenienti da tutto il territorio nazionale, autocostituitosi orizzontalmente, e con la partecipazione di due delle maggiori organizzazioni palestinesi presenti sul territorio italiano: l’Unione Democratica Arabo-Palestinese e l’Associazione Amicizia Sardegna-Palestina.

Dopo queste prime due azioni legali, il Comitato Fratelli Al-Najjar invita a coordinarsi per denunciare il sindaco di Terni e candidato presidente alle elezioni regionali in Campania, Stefano Bandecchi, con la lista “Dimensione Bandecchi”.

«Bandecchi» spiega il comitato «è un uomo che fa parlare molto di sé, su vari fronti. Il suo profilo Instagram è colmo di propaganda di odio, soprattutto verso la comunità islamica e palestinese. Come se non bastassero i suoi atteggiamenti violenti e prepotenti, Stefano Bandecchi diffonde impunemente odio sui suoi canali social. È ora di fermarlo». 

A fine settembre, Stefano Bandecchi è stato al centro della polemica a Terni per un commento scritto, sempre su Instagram, in cui negava l’uccisione dei bambini palestinesi, oltraggiava le bambine palestinesi e l’intera società palestinese. A seguito del quale un gruppo di manifestanti si è opposto al sindaco sotto il palazzo del Comune, e lui ha reagito con aggressività.

«Quel commento è assolutamente disgustoso, e ancora più deplorevole è l’atteggiamento di Bandecchi di fronte a chi giustamente lo contesta», prosegue il Comitato.

«Denunceremo e invitiamo a denunciare con noi Stefano Bandecchi perché è inaccettabile che un sindaco, e un candidato alla presidenza della regione Campania, possa diffondere odio e violenza impunemente».

Per aderire alla denuncia o per chiedere informazioni, è possibile contattare il Comitato Fratelli Al-Najjar tramite l’indirizzo email controassedio@gmail.com.

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23/10/2025

I pm di Roma indagano sull’assalto alla Flotilla

Poco alla volta, il fascicolo aperto dalla procura di Roma sulla Global Sumud Flotilla comincia a prendere forma. Al primo esposto, presentato all’inizio del mese dal team legale della missione e che arriva fino al momento dell’intervento israeliano, si è aggiunto ieri quello firmato dall’avvocato Flavio Rossi Albertini per conto di Antonio La Piccirella, che pure faceva parte dell’equipaggio delle 45 navi che hanno provato a rompere il blocco davanti alla Striscia di Gaza.

Nelle diciassette pagine firmate da Rossi Albertini, il focus è su quello che è accaduto dopo lo stop alle imbarcazioni, cioè sul trattamento riservato agli attivisti nel porto di Ashdod e nella prigione di Ketziot.

Per il legale, quanto avvenuto da quelle parti si configura come «una completa violazione dei diritti umani» dal momento che «i militari, armati, hanno identificato gli attivisti, circa 300, poi li hanno privati di tutti gli effetti personali, dopodiché li hanno perquisiti imprimendo una gratuita violenza fisica, motivo per cui ad alcuni è stato rotto un braccio».

I soldati di Tel Aviv, inoltre, «hanno ammanettato gli attivisti» con le mani «dietro la schiena con delle fascette di plastica molto strette e hanno obbligato gli stessi a stare piegati, faccia a terra» per poi portarli «verso un piazzale assolato», «costringendo gli equipaggi a stare in ginocchio con i bagagli dietro le spalle e a guardare sempre in basso, impedendogli di muoversi e di parlare, dando dei colpi sulla testa a chi si rifiutava».

I militari, prosegue la denuncia, hanno anche «colto ogni minima occasione per umiliare gli attivisti», tra i quali c’era anche Greta Thunberg, che «è stata picchiata, trascinata a terra per i capelli, costretta a baciare la bandiera israeliana e poi avvolta nella stessa ed esibita come un trofeo, infliggendo gratuite e sadiche vessazioni».

All’arrivo in carcere, La Piccirella, che si è rifiutato di sottoscrivere un documento preparato dall’Ufficio immigrazione israeliano in cui sostanzialmente si accettava come lecito quanto subito, sarebbe stato portato insieme ad altre undici persone in una stanza con «solo sei letti» e «durante la prima notte è stato privato del sonno e sottoposto a pratiche di deprivazioni sensoriali».

Alle 3 della stessa notte, all’attivista sarebbe stato nuovamente proposto di firmare il documento, ma lui ha rifiutato perché farlo sarebbe stato «una legittimazione a posteriori dei gravi reati di cui era stato vittima». È così che, oltre al sequestro di persona, «nelle gratuite e dolorose vessazioni ed umiliazioni fisiche e morali» si configurerebbe il reato di tortura.

Da qui la richiesta ai pm di Roma di indagare per poi chiedere al ministero della Giustizia di procedere sulla base dell’articolo 8 del codice penale, quello che riguarda i delitti politici commessi all’estero. Che – e questo è un dettaglio per nulla scontato – possono essere puniti solo e soltanto dietro richiesta ministeriale.

Rossi Albertini, comunque, in aggiunta a questo evoca anche il secondo comma dell’articolo 40 del codice penale, secondo il quale «non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo».

Qui il dito è puntato contro il governo, soprattutto per il caso della nave Alpino della marina militare, che ha scortato la Flotilla fino a 150 miglia nautiche dalle coste di Gaza e poi si è ritirata, lasciando di fatto campo libero agli israeliani, che sono intervenuti in acque internazionali, dove ogni nave che batte bandiera italiana è da considerare a tutti gli effetti territorio italiano. Dunque la presa degli attivisti andrebbe considerata come un rapimento e la requisizione delle loro barche come una rapina a mano armata.

La questione giurisdizionale resta in ogni caso complessa: il diritto penale italiano si mischia con quello internazionali e con le convenzioni marittime: la definizione del caso – che il procuratore capo Francesco Lo Voi ha affidato al pool di magistrati che si occupa di terrorismo – non è tanto difficile sul piano fattuale, quanto su quello del diritto.

In sostanza il problema non è «cosa» indagare, ma come farlo. Ad ogni modo (e in aiuto), a strettissimo giro di posta, dal team legale della Flotilla arriveranno decine di integrazioni al primo esposto. Nei giorni scorsi gli attivisti hanno incontrato i vari avvocati coinvolti per mettere nero su bianco la loro versione dei fatti, dal momento del blitz israeliano fino al rimpatrio forzato.

Il fascicolo appare destinato a crescere di volume e l’indagine a salire di tono. È uno di quei casi, non molto consueti, in cui la questione giudiziaria si sovrappone alla perfezione alla questione politica.

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18/10/2025

La denuncia contro Meloni, Tajani, Crosetto e Cingolani è alla Corte Penale Internazionale

Martedì scorso è stata inviata al Procuratore della Corte penale internazionale la versione inglese della denuncia per complicità in genocidio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dei ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto e dell’amministratore delegato di “ Leonardo” SpA, Roberto Cingolani.

I Giuristi e Avvocati per la Palestina fanno sapere che il testo della denuncia che è stato inviato al Procuratore a nome dei 51 firmatari insieme a 51 allegati di documentazione probatoria, è stato pubblicato sul sito www.giuristiavvocatiperlapalestina.org, dove chiunque può aderirvi.

Le adesioni finora pervenute sono più di 41mila, ma la raccolta proseguirà ad oltranza nei prossimi mesi, almeno fino alla fine dell’anno, e verranno organizzate iniziative in merito su tutto il territorio nazionale per presentare e spiegare la denuncia.

“Con tale denuncia intendiamo dare espressione alla volontà della stragrande maggioranza del popolo italiano di ripudiare il genocidio del popolo palestinese e tutti coloro che in qualsiasi modo vi concorrano” scrivono i Giuristi e Avvocati per la Palestina.

Nessuna pace può fondarsi sull’ impunità dei carnefici e dei loro complici. “L’Italia interrompa immediatamente ogni fornitura di armi verso Israele ed ogni collaborazione militare col regime genocida”, affermano i firmatari.

Contro questa denuncia si è parecchio “innervosita” la premier Meloni, mentre giornali della destra come Libero evocano addirittura l’interrogativo se “i 51 firmatari si possono definire come nemici del popolo italiano”.

Il procedimento è dunque ormai avviato a livello di Corte Penale Internazionale, dove non è immaginabile trovare un cancelliere amico che magari mette la cartellina in fondo al mucchio o un ministro della Giustizia che manda gli ispettori a intimidire i giudici.

A quello ci stanno già pensando Trump con le sanzioni e Israele con le minacce. Ma non è detto che funzionino e se non funzionano prima o poi occorrerà dare spiegazioni convincenti in sede di giustizia internazionale delle scelte fatte mentre si consumava il genocidio del popolo palestinese.

Ad aumentare le preoccupazioni degli esponenti del governo italiano arriva anche la decisione della Corte Penale Internazionale che ha respinto una richiesta di Israele di annullare il mandato di arresto internazionale nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu, come anche dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

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07/10/2025

Governo Meloni e Leonardo denunciati alla Corte Penale Internazionale per genocidio

Verrebbe da dire: “era ora!” Per mesi il governo italiano ha rappresentato, insieme a quello tedesco tra quelli europei, il più strenuo difensore del terrorismo sionista, sostenendo e armando il genocidio dei palestinesi. A guadagnarne, come mostrato anche dalla relatrice speciale ONU Francesca Albanese, è stata anche Leonardo S.p.A. Ora, finalmente, sta per arrivare la denuncia alla Corte Penale Internazionale (CPI).

Il gruppo Giuristi e Avvocati per la Palestina (GAP), col sostegno di tante firme di varie personalità, ha presentato due azioni legali ai giudici dell’Aja: una riguarda la mancanza di protezione della Global Sumud Flotilla, colpita con atti assimilabili alla pirateria, l’altra è per la complicità con i vertici di Tel Aviv in crimini di guerra, contro l’umanità e, ovviamente, genocidio.

Nel testo disponibile online si legge che “la denuncia si sofferma su alcune delle complicità internazionali, in particolare quelle del governo italiano, che hanno reso presumibilmente possibile la commissione di crimini di guerra e contro l’umanità dell’indagine sui quali questa Corte è da tempo incaricata, come pure l’attuazione del piano genocida sul quale è in corso il giudizio della Corte Internazionale di Giustizia”.

La CPI persegue singole persone, e i nomi scritti sui documenti presentati dai GAP sono quelli della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, del ministro degli Esteri Antonio Tajani, di quello della Difesa Guido Crosetto e, infine, quello dell’amministratore delegato di Leonardo Roberto Cingolani. Ricordiamo che Leonardo è un’azienda che ha come maggior azionista il ministero dell’Economia, e dunque rappresenta, in un certo senso, il ‘braccio armato’ imprenditoriale di Palazzo Chigi.

Bisogna inoltre sottolineare che Cingolani, in un’intervista organizzata con Federico Fubini sul Corriere della Sera per rispondere proprio alle accuse di complicità col genocidio, pubblicata lo scorso 30 settembre, è finito con lo smentire il governo e ammettere che le forniture di armamenti a Israele sono continuate anche dopo il 7 ottobre 2023, nonostante le disposizioni della legge 185/1990 che prevedono la sospensione o la revoca delle licenze con paesi in conflitto o che violino i diritti umani.

Due casi in cui Israele rientra perfettamente, ma la filiera di morte non è stata fermata. E allora era inevitabile che i vertici del governo e di Leonardo venissero deferiti alla CPI. Gli estensori della denuncia hanno raccolto una lunga serie di elementi probatori per supportare la denuncia, che non si fonda solo sui commerci di armi, ma anche sulla funzione indispensabile avuta da Sigonella, ad esempio, come hub per far arrivare a Tel Aviv gli aiuti militari statunitensi.

Ma c’è di più, e di peggio. Sono stati i portuali di Genova, Livorno e Ravenna a identificare l’invio di armi ‘supplementari’ per un valore di circa 638 mila euro: ‘armi non letali’ e pezzi di ricambio tra cui componentistica per gli aerei F-35 israeliani, che sono usati per uccidere inermi civili nella Striscia di Gaza.

Soprattutto, è vergognoso e inaccettabile – al punto che le dimissioni sarebbero il minimo – che i ministri Tajani e Crosetto abbiano tentato in tutti i modi di occultare i vari trasferimenti verso Israele applicando il segreto politico, diplomatico e militare sulle transazioni di armi e componentistica, in barba alla legge. Del resto, l’ha detto Tajani, il diritto internazionale “vale fino a un certo punto”.

Se la legge dei tribunali internazionali verrà fatta rispettare “fino a un certo punto”, sappiamo bene che il tribunale della storia sarà meno clemente.

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11/05/2024

Due denunce contro il governo italiano per complicità con il genocidio dei palestinesi

Sulle accuse di complicità con il genocidio dei palestinesi messo in opera da Israele, il governo italiano dovrà fare i conti con due denunce – una penale, l’altra civile.

La conferenza in cui sono state illustrate le cause legali è stata promossa stamani da Amnesty international e ospitata presso la sede romana della Federazione nazionale della Stampa italiana.

La prima denuncia è un esposto presentato alla Procura di Roma da una rete di giuristi sostenuti dal Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (Cred).

Una azione che, spiega il giurista del Cred Fabio Marcelli all’agenzia Dire, cerca di costringere Israele – e a seguire, Paesi come l’Italia – a dare esecuzione alle misure cautelari emanate dalla Corte internazionale di giustizia (Icj), che ha ritenuto “plausibile il carattere genocidario delle azioni dell’esercito e ordinato a Tel Aviv di porvi fine con ogni mezzo. Il crimine di genocidio però non riguarda solo uccisioni commesse con mezzi militari, ma anche “azioni che mettono alla fame la popolazione o la espongono ad altri rischi, come l’interruzione alle forniture di acqua, energia elettrica, comunicazioni”, dice Marcelli.

Da qui “abbiamo fondato l’esposto su alcune evidenze, tra cui l’invio di armi. Siamo il terzo esportatore dopo Stati Uniti e Germania. Il ministro Tajani afferma che tale traffico è cessato dopo il 7 ottobre ma questo – avverte il legale – viene smentito dai dati diffusi da alcuni organismi come l’Istat”.

Il secondo esposto riguarda invece la “sospensione delle donazioni da parte dell’Italia all’agenzia Onu per i profughi palestinesi (Unrwa)” da parte del governo italiano che è stato rapidissimo nell’accodarsi alla campagna scatenata dalle autorità israeliane contro l’agenzia delle Nazioni Unite, campagna che si è rivelata fallace e che ha visto molti paesi tornare a finanziare l’Unrwa dopo aver sospeso i pagamenti. Una scelta che il governo italiano, forse l’unico, ancora non ha fatto.

Gli altri paesi infatti hanno riattivato le donazioni a quella che viene considerata la “spina dorsale” dell’aiuto umanitario ai 2,3 milioni di abitanti della Striscia. “Non ci risulta che l’Italia lo abbia ancora fatto” dice Marcelli.

Se la Procura dovesse accettare la tesi della complicità in genocidio, potrebbero essere chiamati a rispondere esponenti di governo, come i ministri di Esteri e Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto. “Nel caso – chiarisce Marcelli all’agenzia Dire – si attiva il Tribunale dei ministri“. Azioni svolte in aule di tribunale lontane migliaia di chilometri da Gaza, e che non hanno effetti diretti sulle scelte del gabinetto di guerra israeliano, ma “intanto proviamo a togliere ossigeno a quelle operazioni”, dice Gianluca Vitale, illustrando la causa civile intentata contro l’Italia su iniziativa di un avvocato palestinese, che nella guerra ha perso sette membri della sua famiglia e subito sei sfollamenti. Dice Vitali: “Israele sta commettendo un danno e il concorso a quel danno deve essere interrotto dal giudice civile”.

Cosi, al Tribunale “chiediamo che interrompa la vendita di armi italiane a Israele, e non solo: penso alla Leonardo che, ad esempio, fornisce i carrelli per i caterpillar che oggi servono a distruggere, o all’uso di Israele delle basi militari italiane”. E poi si chiede di togliere il blocco ai finanziamenti all’Unrwa.

La prima udienza è prevista per il 13 giugno. E si potrebbe poi aprire la strada a futuri ricorsi di cittadini palestinesi per chiedere che l’Italia li risarcisca dei danni materiali e immateriali subiti.

A chiarire il nesso tra la situazione a Gaza e la causa all’Italia è Salahaldin Abdalaty, da cui è partita la causa civile. “Dal 7 ottobre Israele ha commesso 3.150 massacri, tra cui quello che ha causato la morte dei miei familiari” denuncia. “Ha ucciso oltre 35mila persone, distrutto il 70% delle abitazioni, e questo grazie a Paesi come l’Italia che gli forniscono armi”. Abdalaty invoca “giustizia. Israele viola sistematicamente il diritto internazionale e umanitario, nonché ogni risoluzione Onu. Ma io ho fiducia nel diritto: la popolazione palestinese deve essere difesa” anche attraverso “sanzioni su Israele, come fatto per altri Paesi”.

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05/02/2024

“Pulizia etnica e genocidio a Gaza”: centinaia di funzionari di USA, UE e Regno Unito rilasciano una dichiarazione congiunta

Più di 800 funzionari pubblici degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell’Unione Europea hanno rilasciato una dichiarazione in cui criticano il sostegno dei loro governi a Israele nella sua aggressione in corso su Gaza, avvertendo che tali politiche potrebbero contribuire a crimini di guerra e violazioni del diritto internazionale.

La “dichiarazione transatlantica” ha sottolineato che i governi occidentali rischiano di essere complici di “una delle peggiori catastrofi umane di questo secolo” non riuscendo a far rispettare a Israele gli stessi standard internazionali in materia di aiuti umanitari e diritti umani che applicano ad altri paesi.

I funzionari hanno detto di aver espresso privatamente preoccupazioni per le violazioni dei diritti umani da parte di Israele ai leader dei loro governi e istituzioni, ma sono stati ignorati.

“Le attuali politiche dei nostri governi indeboliscono la loro posizione morale e minano la loro capacità di difendere la libertà, la giustizia e i diritti umani a livello globale”, afferma la dichiarazione.

“C’è un rischio plausibile che le politiche dei nostri governi stiano contribuendo a gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, crimini di guerra e persino pulizia etnica o genocidio”.

I firmatari hanno chiesto ai loro governi di “smettere di affermare al pubblico che c’è una logica strategica e difendibile dietro l’operazione israeliana e che sostenerla è nell’interesse dei nostri paesi”.

Hanno anche esortato i governi occidentali a interrompere il sostegno militare e garantire un cessate il fuoco che aumenti gli aiuti ai palestinesi.

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