C’è una evidente e inquietante distorsione fisiologica nelle “leggi contro l’odio” introdotte negli Stati Uniti a tutela di Israele e dei suoi apparati all’estero. Una richiesta questa più volte esplicitata dalle autorità israeliane e dalle associazioni ad esse collegate nei vari paesi e che vari governi, quello USA ma anche alcuni europei, hanno attuato in totale obbedienza.
È il caso di Samuel Seligson, un videoreporter indipendente di New York che è stato arrestato con l’accusa di crimine d’odio dopo aver filmato una protesta pro-palestinese all’inizio dell’estate, durante la quale gli attivisti hanno scagliato vernice rossa contro le case dei vertici del Brooklyn Museum. Seligson non era coinvolto negli atti di vandalismo, ma è accusato di aver viaggiato in auto con i manifestanti e di essere entrato con loro in una proprietà privata.
Seligson era già stato arrestato a maggio durante un’altra manifestazione a favore dei palestinesi. Ha dichiarato all’U.S. Press Freedom Tracker di aver seguito in livestreaming la manifestazione mentre la polizia effettuava gli arresti e di essersi identificato come giornalista. Un portavoce del procuratore distrettuale di Brooklyn ha dichiarato che il caso è stato chiuso.
Leena Widdi, legale di Seligson, ha dichiarato che gli agenti del Dipartimento di Polizia di New York hanno fatto irruzione due volte nell’appartamento di Brooklyn del reporter la scorsa settimana, prima che Seligson si costituisse.
“Samuel è stato accusato di un presunto comportamento protetto dal Primo Emendamento e coerente con il suo lavoro di membro accreditato della stampa”, ha detto Widdi ad AP. “Ciò che è ancora più preoccupante, tuttavia, è che questo membro della stampa è stato accusato di un crimine d’odio”.
L’avvocatessa ha descritto l’arresto e l’uso di uno statuto per i crimini d’odio come un “terribile” eccesso di potere da parte della polizia nei confronti di un giornalista con un accredito stampa rilasciato dalla città. Seligson, che tra l’altro è ebreo, ha venduto i suoi filmati ai principali organi di stampa statunitensi, tra cui Reuters ed ABC News.
Mentre a New York scoppiavano feroci proteste contro la guerra di Israele a Gaza, la polizia è stata messa sotto accusa per il trattamento riservato ai manifestanti e ai giornalisti. A maggio, gli agenti sono stati accusati di aver affrontato e arrestato due fotoreporter che stavano coprendo un accampamento in un’università statale. I vertici della polizia hanno anche attaccato i giornalisti sui social media, accusando un reporter freelance di “inventare false narrazioni” sul trattamento riservato ai manifestanti.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/08/2024
13/03/2023
Caso Assange: “Cari giornalisti italiani, siete nel mirino anche voi, Insieme ai vostri lettori”
Stella Moris Assange lancia un grido d’allarme a tutti coloro che fanno il giornalismo con coscienza. E anche a tutti coloro che ne dipendono per tenersi informati. Il Potere sta cercando di bendare e imbavagliare non solo Julian ma anche la stessa informazione libera e il nostro diritto di sapere.
La Sala dei Gruppi Parlamentari di Montecitorio era stracolma martedì scorso per sentire Stella Moris, partner del co-fondatore del sito WikiLeaks, Julian Assange, spiegare come l’accanita persecuzione giudiziaria di Julian è, in realtà, “un attacco alla libertà di stampa”.
“È un segnale”, ha detto Stella, voluto deliberatamente dal Potere “per scoraggiare gli altri giornalisti dal fare come lui”, un segnale che mette a nudo “ciò di cui il Potere è capace”. L’Europa ha pertanto il dovere di “mobilitarsi in difesa di Julian Assange” per salvare “la libertà di stampa e di espressione”.
La 39enne avvocata – e, da sempre, paladina dei diritti umani – ha lanciato questo suo appello nel quadro dell’incontro sul “Caso Assange e il diritto alla verità”, promosso dall’europarlamentare Sabrina Pignedoli con la collaborazione della deputata del M5S Stefania Ascari e con la presenza, sul palco, del Presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Carlo Bartoli, del giornalista ed ex deputato Alessandro Di Battista e della vicedirettrice del Fatto Quotidiano, Maddalena Oliva. Nella platea, oltre alla giornalista investigativa Stefania Maurizi, autrice del celebre libro sul caso Assange Il Potere Segreto, c’era una moltitudine di personalità venute dal mondo del giornalismo, dal mondo della politica e da quello dell’associazionismo, nonché tantissimi cittadini comuni portando distintivi “Free Assange”. “La Battaglia di Julian è la battaglia di tutti quanti noi”, ha esordito l’On. Pignedoli, riassumendo il senso dell’incontro.
Carlo Bartoli ha poi preso la parola annunciando che a Julian Assange verrà consegnata una tessera d’onore da giornalista. “Siamo qui per difendere non solo la causa di un uomo incarcerato ingiustamente ma anche per difendere un principio che è quello della libertà dell’informazione”. Per controbattere la calunnia secondo la quale Assange sarebbe stato un pessimo giornalista perché avrebbe divulgato documenti senza vagliarli accuratamente, il presidente dell’Ordine dei giornalisti ha elogiato il sito WikiLeaks proprio in quanto, con grande cura, “espunge tutte le informazioni che potrebbero mettere qualcuno in pericolo”.
Alessandro Di Battista è poi intervenuto con un discorso che ha infiammato la platea. Se Assange dovesse morire in prigione, ha detto senza mezze parole, “tra i responsabili ci sarebbero anche i giornalisti che oggi stanno zitti per salvaguardare il proprio conto in banca, le proprie carriere, i propri spazi mediatici, trasformandosi soltanto in biechi sostenitori delle verità comode”. L’ex deputato M5S ha comunque riconosciuto come segno positivo che gli ex compagni di partito, inizialmente pro Assange e poi diventati reticenti, “ora tornano ad occuparsi di Julian: è una bella notizia davvero”.
L’effetto inibitorio sul giornalismo voluto dal Potere con la persecuzione di Julian e che Stella Assange ha denunciato nel suo intervento, è già diventato purtroppo una realtà, ha asserito poi la vicedirettrice del Fatto Quotidiano, Maddalena Oliva. Quanti articoli vengono soppressi oggi, ha aggiunto, e non solo in Italia. Due giornalisti del Fatto Quotidiano sono stati recentemente espulsi dall’Ucraina perché i loro report non erano graditi dal Potere e i colleghi giornalisti non hanno denunciato il fatto; il pluripremiato giornalista statunitense Seymour Hersh, poi, è stato recentemente condannato e zittito dai suoi colleghi di stampa per aver rivelato chi ha sabotato il gasdotto Nord Stream (un atto di guerra) lo scorso 26 settembre. “Ogni volta che cala il silenzio su una vicenda”, ha concluso Oliva, siamo complici tutti quanti, noi giornalisti in primis; bisogna sempre avere il coraggio di “porsi quella domanda in più”.
Comunque qualche speranza ancora rimane per la libertà di stampa e di espressione. Stella Assange ha ricordato come, lo scorso novembre, alcuni tra i maggiori giornali del mondo – The New York Times, The Guardian, Le Monde, El Pais e Der Spiegel – hanno rotto il loro silenzio complice firmando un appello al Presidente Biden che chiede la liberazione di Assange.
Lo scorso 27 gennaio, poi, Newsweek magazine, rivista statunitense di attualità che si vanta di rappresentare il consenso nel paese (“siamo né troppo a sinistra né troppo a destra”), ha pubblicato un lungo articolo di Shaun Waterman basato su una intervista approfondita con Stella Assange. La grande empatia e compassione evidenti nell’articolo sono una novità negli Stati Uniti, dove, da oltre un decennio, Julian è stato oggetto di una autentica caccia alle streghe – assai più feroce che in Europa – per screditarlo presso l’opinione pubblica.
Una grande empatia e compassione contrassegnano anche la recensione apparsa sul Los Angeles Times lo scorso 2 marzo a firma di Robert Abele, del film Ithaka, che descrive gli sforzi del padre di Julian, John Shipton, per liberare il figlio. Dopo aver espresso le solite riserve su Julian, forse per non smentire troppo quanto egli aveva scritto in passato, Abele dichiara: “In ogni modo, il fatto che gli Stati Uniti vogliono estradarlo e imprigionarlo a vita, è qualcosa che dovrebbe far rabbrividire i giornalisti di tutto il mondo, che si consideri Assange un giornalista o meno; per il solo fatto di essere un editore, la sua incriminazione è una minaccia per la democrazia”.
Comincia a tirare un’aria nuova nell’Establishment statunitense. Era ora. Già da tempo, i gruppi di base negli USA stanno manifestando dappertutto per la liberazione di Julian, anche davanti alla Casa Bianca.
Riprendendo le parole dell’On. Pignedoli, Stella Assange ha concluso l’incontro sottolineando quanto “questo caso è un caso politico, non legale; la soluzione dunque deve essere politica. Il Regno Unito detiene Julian; gli Stati Uniti vogliono estradarlo; tra i due deve frapporsi l’Europa per dire di NO e per salvarlo. Ognuno di voi può contribuire così alla sua liberazione”.
Fonte
La Sala dei Gruppi Parlamentari di Montecitorio era stracolma martedì scorso per sentire Stella Moris, partner del co-fondatore del sito WikiLeaks, Julian Assange, spiegare come l’accanita persecuzione giudiziaria di Julian è, in realtà, “un attacco alla libertà di stampa”.
“È un segnale”, ha detto Stella, voluto deliberatamente dal Potere “per scoraggiare gli altri giornalisti dal fare come lui”, un segnale che mette a nudo “ciò di cui il Potere è capace”. L’Europa ha pertanto il dovere di “mobilitarsi in difesa di Julian Assange” per salvare “la libertà di stampa e di espressione”.
La 39enne avvocata – e, da sempre, paladina dei diritti umani – ha lanciato questo suo appello nel quadro dell’incontro sul “Caso Assange e il diritto alla verità”, promosso dall’europarlamentare Sabrina Pignedoli con la collaborazione della deputata del M5S Stefania Ascari e con la presenza, sul palco, del Presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Carlo Bartoli, del giornalista ed ex deputato Alessandro Di Battista e della vicedirettrice del Fatto Quotidiano, Maddalena Oliva. Nella platea, oltre alla giornalista investigativa Stefania Maurizi, autrice del celebre libro sul caso Assange Il Potere Segreto, c’era una moltitudine di personalità venute dal mondo del giornalismo, dal mondo della politica e da quello dell’associazionismo, nonché tantissimi cittadini comuni portando distintivi “Free Assange”. “La Battaglia di Julian è la battaglia di tutti quanti noi”, ha esordito l’On. Pignedoli, riassumendo il senso dell’incontro.
Carlo Bartoli ha poi preso la parola annunciando che a Julian Assange verrà consegnata una tessera d’onore da giornalista. “Siamo qui per difendere non solo la causa di un uomo incarcerato ingiustamente ma anche per difendere un principio che è quello della libertà dell’informazione”. Per controbattere la calunnia secondo la quale Assange sarebbe stato un pessimo giornalista perché avrebbe divulgato documenti senza vagliarli accuratamente, il presidente dell’Ordine dei giornalisti ha elogiato il sito WikiLeaks proprio in quanto, con grande cura, “espunge tutte le informazioni che potrebbero mettere qualcuno in pericolo”.
Alessandro Di Battista è poi intervenuto con un discorso che ha infiammato la platea. Se Assange dovesse morire in prigione, ha detto senza mezze parole, “tra i responsabili ci sarebbero anche i giornalisti che oggi stanno zitti per salvaguardare il proprio conto in banca, le proprie carriere, i propri spazi mediatici, trasformandosi soltanto in biechi sostenitori delle verità comode”. L’ex deputato M5S ha comunque riconosciuto come segno positivo che gli ex compagni di partito, inizialmente pro Assange e poi diventati reticenti, “ora tornano ad occuparsi di Julian: è una bella notizia davvero”.
L’effetto inibitorio sul giornalismo voluto dal Potere con la persecuzione di Julian e che Stella Assange ha denunciato nel suo intervento, è già diventato purtroppo una realtà, ha asserito poi la vicedirettrice del Fatto Quotidiano, Maddalena Oliva. Quanti articoli vengono soppressi oggi, ha aggiunto, e non solo in Italia. Due giornalisti del Fatto Quotidiano sono stati recentemente espulsi dall’Ucraina perché i loro report non erano graditi dal Potere e i colleghi giornalisti non hanno denunciato il fatto; il pluripremiato giornalista statunitense Seymour Hersh, poi, è stato recentemente condannato e zittito dai suoi colleghi di stampa per aver rivelato chi ha sabotato il gasdotto Nord Stream (un atto di guerra) lo scorso 26 settembre. “Ogni volta che cala il silenzio su una vicenda”, ha concluso Oliva, siamo complici tutti quanti, noi giornalisti in primis; bisogna sempre avere il coraggio di “porsi quella domanda in più”.
Comunque qualche speranza ancora rimane per la libertà di stampa e di espressione. Stella Assange ha ricordato come, lo scorso novembre, alcuni tra i maggiori giornali del mondo – The New York Times, The Guardian, Le Monde, El Pais e Der Spiegel – hanno rotto il loro silenzio complice firmando un appello al Presidente Biden che chiede la liberazione di Assange.
Lo scorso 27 gennaio, poi, Newsweek magazine, rivista statunitense di attualità che si vanta di rappresentare il consenso nel paese (“siamo né troppo a sinistra né troppo a destra”), ha pubblicato un lungo articolo di Shaun Waterman basato su una intervista approfondita con Stella Assange. La grande empatia e compassione evidenti nell’articolo sono una novità negli Stati Uniti, dove, da oltre un decennio, Julian è stato oggetto di una autentica caccia alle streghe – assai più feroce che in Europa – per screditarlo presso l’opinione pubblica.
Una grande empatia e compassione contrassegnano anche la recensione apparsa sul Los Angeles Times lo scorso 2 marzo a firma di Robert Abele, del film Ithaka, che descrive gli sforzi del padre di Julian, John Shipton, per liberare il figlio. Dopo aver espresso le solite riserve su Julian, forse per non smentire troppo quanto egli aveva scritto in passato, Abele dichiara: “In ogni modo, il fatto che gli Stati Uniti vogliono estradarlo e imprigionarlo a vita, è qualcosa che dovrebbe far rabbrividire i giornalisti di tutto il mondo, che si consideri Assange un giornalista o meno; per il solo fatto di essere un editore, la sua incriminazione è una minaccia per la democrazia”.
Comincia a tirare un’aria nuova nell’Establishment statunitense. Era ora. Già da tempo, i gruppi di base negli USA stanno manifestando dappertutto per la liberazione di Julian, anche davanti alla Casa Bianca.
Riprendendo le parole dell’On. Pignedoli, Stella Assange ha concluso l’incontro sottolineando quanto “questo caso è un caso politico, non legale; la soluzione dunque deve essere politica. Il Regno Unito detiene Julian; gli Stati Uniti vogliono estradarlo; tra i due deve frapporsi l’Europa per dire di NO e per salvarlo. Ognuno di voi può contribuire così alla sua liberazione”.
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04/04/2017
Assurdo processo per il giornalista Antonio Mazzeo
E' assurdo, ma è tutto vero. Il Comune di Falcone, nella provincia di Messina, ha inviato al proprio legale una nota con la quale comunica che lo stesso ha deciso di non costituirsi “parte civile” contro il giornalista messinese Antonio Mazzeo, denunciato dalla precedente amministrazione comunale per aver diffamato, con un suo articolo, l’"immagine del comune".
Il sindaco Carmelo Paratore – il quale, all’epoca dei fatti era all’opposizione – nella lettera inviata all’avvocato Rosa Ellena Alizzi, ha sottolineato che in parte condivide le tesi esposte nell'articolo da Antonio Mazzeo e, di conseguenza, il comune di Falcone è fuori dal processo.
Ma questo non ferma la macchina processuale. Il compagno Antonio Mazzeo, giornalista scomodo per le cricche politiche e per le cosche mafiose, impegnato nella lotta contro la militarizzazione della Sicilia, deve quindi essere necessariamente processato per diffamazione a mezzo stampa, in seguito alla vecchia querela presentata dal Comune di Falcone per l’inchiesta pubblicata sul periodico catanese "I Siciliani giovani" (n. 7 luglio – agosto 2012), dal titolo “Falcone colonia di mafia fra Tindari e Barcellona”.
"Mazzeo – spiega Scomunicando – in quell’articolo, aveva semplicemente raccontato, in una logica sequenze di dati e fatti, le origini e le dinamiche evolutive delle organizzazioni criminali che operavano sul territorio collegandole ad affari e investimenti. Un processo giornalistico deduttivo supportato dai riscontri emersi nelle diverse operazioni di polizia e indagini della magistratura sull’area compresa tra Falcone e Barcellona.Un articolo dove Mazzeo ha parlato di speculazioni immobiliari, delle devastazioni che aveva subito il territorio sotto il profilo ambientale e paesaggistico, dei lavori di somma urgenza post alluvione del 2008. Nulla di nuovo. Quanto scritto dal giornalista era stato oggetto di comizi e del dire comune nella passata campagna elettorale per le amministrative di Falcone – quindi già ampiamente pubblico – ed anche dal candidato sindaco sconfitto in quella tornata amministrativa, Marco Filiti, presidente del Comitato Rinascita Falconese. Il quale, sostenuto da Sel, Fli ed ex Pdl e dai consiglieri del gruppo d’opposizione “Falcone città futura” lo aveva messo in un documento inviato al Ministero degli interni e al Prefetto di Messina.
Antonio, da giornalista, ha esercitato un libero diritto di cronaca. Fatti sui quali sono state presentate tre dettagliate interrogazioni parlamentari. Ma questo non è bastato e quindi Antonio, a causa di un’inchiesta giornalistica pubblicata, dovrà sostenere un’accusa di diffamazione.
Nel tribunale di Messina, il 7 aprile, l'imputato Antonio Mazzeo troverà fra le parti da lui "offese", non il Comune Falcone, ma solo l’ex Sindaco. Ma l'assudità di questo processo non è finita: per due volte, in istruttoria, era stato chiesto il suo proscioglimento: la dottoressa Francesca Bonanzinga aveva richiesto addirittura l’archiviazione affermando "seppur utilizza toni particolarmente forti ed espressioni suggestive – riferendosi a Antonio Mazzeo – a parere di quest’ufficio non travalica il limite di critica politica-storica, posto che nella ricostruzione della storia del Comune di Falcone richiama fatti da sempre ricollegati al paese nonché problematiche sociali che attengono alla realtà del territorio locale".
Fonte
Il sindaco Carmelo Paratore – il quale, all’epoca dei fatti era all’opposizione – nella lettera inviata all’avvocato Rosa Ellena Alizzi, ha sottolineato che in parte condivide le tesi esposte nell'articolo da Antonio Mazzeo e, di conseguenza, il comune di Falcone è fuori dal processo.
Ma questo non ferma la macchina processuale. Il compagno Antonio Mazzeo, giornalista scomodo per le cricche politiche e per le cosche mafiose, impegnato nella lotta contro la militarizzazione della Sicilia, deve quindi essere necessariamente processato per diffamazione a mezzo stampa, in seguito alla vecchia querela presentata dal Comune di Falcone per l’inchiesta pubblicata sul periodico catanese "I Siciliani giovani" (n. 7 luglio – agosto 2012), dal titolo “Falcone colonia di mafia fra Tindari e Barcellona”.
"Mazzeo – spiega Scomunicando – in quell’articolo, aveva semplicemente raccontato, in una logica sequenze di dati e fatti, le origini e le dinamiche evolutive delle organizzazioni criminali che operavano sul territorio collegandole ad affari e investimenti. Un processo giornalistico deduttivo supportato dai riscontri emersi nelle diverse operazioni di polizia e indagini della magistratura sull’area compresa tra Falcone e Barcellona.Un articolo dove Mazzeo ha parlato di speculazioni immobiliari, delle devastazioni che aveva subito il territorio sotto il profilo ambientale e paesaggistico, dei lavori di somma urgenza post alluvione del 2008. Nulla di nuovo. Quanto scritto dal giornalista era stato oggetto di comizi e del dire comune nella passata campagna elettorale per le amministrative di Falcone – quindi già ampiamente pubblico – ed anche dal candidato sindaco sconfitto in quella tornata amministrativa, Marco Filiti, presidente del Comitato Rinascita Falconese. Il quale, sostenuto da Sel, Fli ed ex Pdl e dai consiglieri del gruppo d’opposizione “Falcone città futura” lo aveva messo in un documento inviato al Ministero degli interni e al Prefetto di Messina.
Antonio, da giornalista, ha esercitato un libero diritto di cronaca. Fatti sui quali sono state presentate tre dettagliate interrogazioni parlamentari. Ma questo non è bastato e quindi Antonio, a causa di un’inchiesta giornalistica pubblicata, dovrà sostenere un’accusa di diffamazione.
Nel tribunale di Messina, il 7 aprile, l'imputato Antonio Mazzeo troverà fra le parti da lui "offese", non il Comune Falcone, ma solo l’ex Sindaco. Ma l'assudità di questo processo non è finita: per due volte, in istruttoria, era stato chiesto il suo proscioglimento: la dottoressa Francesca Bonanzinga aveva richiesto addirittura l’archiviazione affermando "seppur utilizza toni particolarmente forti ed espressioni suggestive – riferendosi a Antonio Mazzeo – a parere di quest’ufficio non travalica il limite di critica politica-storica, posto che nella ricostruzione della storia del Comune di Falcone richiama fatti da sempre ricollegati al paese nonché problematiche sociali che attengono alla realtà del territorio locale".
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13/04/2016
Colpevole di avere fatto la giornalista
Cronache dall’Italia saudita...
Alla cronista di Radio Popolare Flavia Mosca Goretta è stata inflitta una sanzione di 100 euro per aver raccontato una giornata di mobilitazione del movimento No Tav contro un cantiere. La sua radio e il sindacato dei giornalisti Fnsi denunciano il caso: “è la negazione del diritto di cronaca”. “Si vuole ridurre il giornalismo a registrazione burocratica di fatti elencati da terzi”. “Nessun bavaglio a chi lavoro su temi di pubblico interesse e rilevanza sociale”.
Cento euro di sanzione per avere cercato una notizia in un cantiere No Tav, mentre il movimento si riuniva alla Baita Clarea per un pranzo. Dopo, gli attivisti decisero di tornare alle recinzioni che proteggevano il cantiere, per continuare a tagliarle. Un atto di protesta contro le grandi opere. La cronista di Radio Popolare, Flavia Mosca Goretta, è stata condannata ieri dalla Corte di Cassazione che ha confermato una precedente sentenza del tribunale di Torino. “Si era introdotta nell’area interdetta per acquisire notizie utili, pur potendole acquisire anche diversamente”. In altre parole, stava facendo il suo mestiere di giornalista ed esercitava il suo principale strumento: il diritto di cronaca.
Invece di apprendere la notizia dai soggetti protagonisti dell’azione, o dai responsabili delle forze dell’ordine intervenute sul cantiere “con idranti e lacrimogeni” (così si ascolta nel servizio di Goretta ripubblicato ieri da Radio popolare), la giornalista ha osservato di persona gli eventi. In questi casi, come tutti in fondo, lo sguardo terzo del giornalista permette di appurare i fatti. Le dichiarazioni, e le ricostruzioni dei soggetti implicati nei fatti, vengono dopo. E sono utili per rafforzare la cronaca, con il loro punto di vista. Ciò che conta, tuttavia, è l’esperienza diretta del giornalista che può – autonomamente – farsi un giudizio, verificare l’accaduto, valutare le altre ricostruzioni, decidere l’ordine delle notizie. L’unico torto di Goretta è, a quanto sembra, averlo esercitato in quella che a Torino viene intesa come una “zona off limits”: a chi fa il giornalista, come a chi non è d’accordo con la costruzione delle grandi opere.
Già condannata in primo grado dal Tribunale di Torino, Goretta è protagonista di un caso che riduce il giornalismo a una registrazione di punti di vista e di fatti riportati da terzi, senza la possibilità di verificarli direttamente. In altre parole, è vittima della negazione di uno degli elementi del giornalismo, anche deontologico: descrivere oggettivamente i fatti per come il cronista li ha visti svilupparsi. Il rischio, ora, è la giurisprudenza. Se, infatti, la condanna fosse confermata il lavoro di coloro che seguono i movimenti, raccontandone le intenzioni, i progetti, le azioni, potrebbero subire la stessa sanzione. “Solo perché invece di fare un passo indietro, per amor di cronaca, non si fermano di fronte a un divieto, ma lo superano. Come ha fatto la nostra Flavia – scrive Michele Migone, direttore di Radio Popolare – Come farebbe ogni cronista che ama il suo mestiere. Il messaggio che manda la Corte di Cassazione è molto pericoloso ma non credo che cambierà il nostro modo di lavorare”.
La sanzione è esigua, ora il rischio è che questo sia un precedente. “Esiste un diritto di cronaca che non può essere limitato e confinato e che richiede che il giornalista sia là dove le cose succedono anche superando barriere, steccati e zone rosse” sostiene il Comitato di redazione di Radio Popolare.
“È incomprensibile la decisione della Corte di Cassazione di confermare la condanna – sostiene il segretario del sindacati dei giornalisti Fnsi Raffaele Lorusso e il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti – In attesa di leggere le motivazioni della sentenza – spiegano i vertici del sindacato dei giornalisti – desta preoccupazione che i giudici della Suprema Corte abbiano rifiutato la richiesta di annullare il pronunciamento del foro piemontese riconoscendo, in pratica, un limite al diritto dei cittadini ad essere informati in maniera completa e corretta. Restiamo convinti che nessun bavaglio possa né debba essere imposto a chi lavora per fornire ai cittadini notizie utili su temi di pubblico interesse e di rilevanza sociale”.
Fonte
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Alla cronista di Radio Popolare Flavia Mosca Goretta è stata inflitta una sanzione di 100 euro per aver raccontato una giornata di mobilitazione del movimento No Tav contro un cantiere. La sua radio e il sindacato dei giornalisti Fnsi denunciano il caso: “è la negazione del diritto di cronaca”. “Si vuole ridurre il giornalismo a registrazione burocratica di fatti elencati da terzi”. “Nessun bavaglio a chi lavoro su temi di pubblico interesse e rilevanza sociale”.
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Cento euro di sanzione per avere cercato una notizia in un cantiere No Tav, mentre il movimento si riuniva alla Baita Clarea per un pranzo. Dopo, gli attivisti decisero di tornare alle recinzioni che proteggevano il cantiere, per continuare a tagliarle. Un atto di protesta contro le grandi opere. La cronista di Radio Popolare, Flavia Mosca Goretta, è stata condannata ieri dalla Corte di Cassazione che ha confermato una precedente sentenza del tribunale di Torino. “Si era introdotta nell’area interdetta per acquisire notizie utili, pur potendole acquisire anche diversamente”. In altre parole, stava facendo il suo mestiere di giornalista ed esercitava il suo principale strumento: il diritto di cronaca.
Invece di apprendere la notizia dai soggetti protagonisti dell’azione, o dai responsabili delle forze dell’ordine intervenute sul cantiere “con idranti e lacrimogeni” (così si ascolta nel servizio di Goretta ripubblicato ieri da Radio popolare), la giornalista ha osservato di persona gli eventi. In questi casi, come tutti in fondo, lo sguardo terzo del giornalista permette di appurare i fatti. Le dichiarazioni, e le ricostruzioni dei soggetti implicati nei fatti, vengono dopo. E sono utili per rafforzare la cronaca, con il loro punto di vista. Ciò che conta, tuttavia, è l’esperienza diretta del giornalista che può – autonomamente – farsi un giudizio, verificare l’accaduto, valutare le altre ricostruzioni, decidere l’ordine delle notizie. L’unico torto di Goretta è, a quanto sembra, averlo esercitato in quella che a Torino viene intesa come una “zona off limits”: a chi fa il giornalista, come a chi non è d’accordo con la costruzione delle grandi opere.
Già condannata in primo grado dal Tribunale di Torino, Goretta è protagonista di un caso che riduce il giornalismo a una registrazione di punti di vista e di fatti riportati da terzi, senza la possibilità di verificarli direttamente. In altre parole, è vittima della negazione di uno degli elementi del giornalismo, anche deontologico: descrivere oggettivamente i fatti per come il cronista li ha visti svilupparsi. Il rischio, ora, è la giurisprudenza. Se, infatti, la condanna fosse confermata il lavoro di coloro che seguono i movimenti, raccontandone le intenzioni, i progetti, le azioni, potrebbero subire la stessa sanzione. “Solo perché invece di fare un passo indietro, per amor di cronaca, non si fermano di fronte a un divieto, ma lo superano. Come ha fatto la nostra Flavia – scrive Michele Migone, direttore di Radio Popolare – Come farebbe ogni cronista che ama il suo mestiere. Il messaggio che manda la Corte di Cassazione è molto pericoloso ma non credo che cambierà il nostro modo di lavorare”.
La sanzione è esigua, ora il rischio è che questo sia un precedente. “Esiste un diritto di cronaca che non può essere limitato e confinato e che richiede che il giornalista sia là dove le cose succedono anche superando barriere, steccati e zone rosse” sostiene il Comitato di redazione di Radio Popolare.
“È incomprensibile la decisione della Corte di Cassazione di confermare la condanna – sostiene il segretario del sindacati dei giornalisti Fnsi Raffaele Lorusso e il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti – In attesa di leggere le motivazioni della sentenza – spiegano i vertici del sindacato dei giornalisti – desta preoccupazione che i giudici della Suprema Corte abbiano rifiutato la richiesta di annullare il pronunciamento del foro piemontese riconoscendo, in pratica, un limite al diritto dei cittadini ad essere informati in maniera completa e corretta. Restiamo convinti che nessun bavaglio possa né debba essere imposto a chi lavora per fornire ai cittadini notizie utili su temi di pubblico interesse e di rilevanza sociale”.
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