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19/02/2019

Regioni, il “buco nero” del sistema istituzionale italiano

Il sistema politico italiano attraversa una fase di vera e propria “crisi verticale”, caratterizzata dall’assenza di rappresentatività complessiva dei soggetti che lo compongono e dalla presenza di fortissime tensioni autoritarie collocate ben oltre il concetto di “democrazia esecutiva e/o illiberale” oggi in auge in diverse parti d’Europa.

La testimonianza migliore di questa difficoltà è rappresentata dalla presenza italiana, con la Lega, all'interno di un’alleanza di estrema destra in vista delle elezioni di maggio per il Parlamento di Strasburgo.

Nel frattempo è scoppiato il caso della cosiddetta “autonomia differenziata” richiesta da alcune regioni italiane, governate sia dalla stessa Lega sia dal PD.

Un altro segnale di contraddizione stridente e di crisi.

La settimana appena trascorsa è stata caratterizzata da un forte dibattito su questo tema: al momento i tre disegni di legge che avrebbero dovuto recepire la bozza d’intesa nel merito sono stati bloccati, a causa di forti divisioni all’interno della compagine di governo.

Nel corso della discussione si è posto però il problema della natura costituzionale del provvedimento. Chi scrive ha cercato nei giorni scorsi di affrontare questo punto delicatissimo attraverso un minimo di ricostruzione storica partendo dall’esplicitazione del concetto di “decentramento amministrativo“ così come elaborato nel corso dei lavori dell’Assemblea Costituente.

Adesso però è il caso di affrontare più direttamente il punto politico, partendo proprio da una valutazione della già richiamata gravissima crisi istituzionale che sta presentandosi all’interno del sistema politico italiano, sia sul fronte – appunto – dell’assetto interno, sia della politica estera.

In questo secondo caso, quello relativo alla politica estera, ci troviamo addirittura in una situazione di “supplenza” esercitata dallo stesso Presidente della Repubblica (tema da affrontare anche perché ci troviamo di fronte all’ennesimo tornante di una trasformazione deò ruolo del Presidente della Repubblica rispetto a quello previsto dai dettami della Carta Costituzionale).

All’interno di questo quadro di grandissima difficoltà si distingue un vero e proprio “buco nero” rappresentato dal fallimento dell’ipotesi di decentramento dello Stato imperniato sull’Ente Regione che oggi è affrontato esattamente alla rovescia rispetto a ciò che servirebbe proprio dalle Regioni economicamente e socialmente più forti.

E’ già stato ricordato come la nascita delle Regioni, prevista nella Costituzione e poi fortemente richiesta dalle sinistre, in particolare nella fase del primo centrosinistra negli anni ’60, e fortemente ritardata dalla DC per timore che il Partito Comunista dimostrasse, in quel modo, la propria capacità di governo fu realizzata soltanto all’inizio degli anni ’70 (diversa ovviamente la storia delle Regioni a Statuto Speciale): le prime elezioni per i Consigli Regionali si svolsero, infatti, il 7 Giugno del 1970.

Gli elementi portanti della crisi attuale sono sorti, principalmente, nel corso della legislatura 1996-2001 con il centrosinistra al governo del Paese, attraverso l’adozione di due provvedimenti rivelatisi del tutto esiziali: l’elezione diretta del Presidente (da allora denominato da una stampa di basso profilo come Governatore) e il cedimento alle istanze “storiche” della Lega Nord attraverso la modifica (tecnicamente sbagliata e approvata dalla sola maggioranza) del titolo V della Costituzione realizzando così una sorta di né carne, né pesce tra decentramento e devolution.

La forte spinta che la Lega Nord aveva portato fin dalla fine degli anni ’80 prima sul terreno della “secessione” e dell’indipendenza e poi della “devolution” aveva così portato la sinistra, in particolare quella ex-PCI, a tradire la propria solida tradizione autonomistica che pure, negli anni ’70 del XX secolo, alla guida delle più grandi città aveva dato prova di “buon governo”.

Una fase di vero e proprio cedimento e subalternità culturale chiusasi con l’affrettato cambiamento del titolo V della Costituzione (2001), preceduto appunto dalla modifica del sistema elettorale.

L’elezione diretta del Presidente della Regione e la modifica del titolo V della Costituzione hanno rappresentato gli elementi portanti di un fenomeno di tipo degenerativo che oggi si presenta in tutta la sua gravità: quello della trasformazione dell’Ente Regione dalla funzione legislativa e di coordinamento amministrativo a soggetto esclusivamente adibito a compiti di nomina e di spesa.

L’elezione diretta del Presidente di Regione ha, infatti, finalizzato per intero l’attività dell’Ente al progetto di rielezione dell’uscente oppure di un suo delfino favorendo l’elargizione a pioggia delle risorse, distribuendo le nomine per vie neppure partitiche ma di corrente o di “cerchio magico”, esaltando la logica di scambio all’interno stesso dell’Ente.

Hanno poi fatto registrare un fallimento clamoroso quei comparti affidati per intero alla gestione regionale: in particolare la sanità e i trasporti e adesso si starebbe cercando di far passare la competenza esclusiva su di un altro pezzo fondamentale come quello dell’istruzione pubblica.

Si è elevato alla massima potenza il deficit, i servizi sono paurosamente calati di qualità, il clientelismo (in particolare nella sanità) è stato elevato vieppiù a sistema.

Fattori non esclusivamente legati alla conduzione delle Regioni hanno inoltre determinato un ulteriore allargamento delle disuguaglianze sociali in diverse parti del Paese ed è questo un punto d’intervento politico completamente trascurato e che si sta pensando di risolvere, per quanto riguarda la situazione del Sud, con un rilancio in grande stile dell’assistenzialismo.

Le Regioni sono assolutamente da ripensare in quanto Enti. Un ripensamento che non può certo verificarsi sul piano semplicisticamente propagandistico della cosiddetta “autonomia differenziata”.

L’Ente Regione rappresenta un vero e proprio “buco nero” nella crisi del sistema politico italiano ricordando anche che è rimasto in piedi il valore costituzionale delle Province confermato da un largo voto popolare che ne ha bocciata la riforma nell’ambito del (fallito) progetto di revisione costituzionale del PD (R).

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