Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/05/2025
Burkina Faso: la rivoluzione silenziata
Il caso del Burkina Faso è particolarmente interessante. Dal 30 settembre 2022, in seguito al colpo di Stato contro il presidente ad interim Paul-Henri Sandaogo, il giovane capitano Ibrahim Traoré governa il Paese. Traoré è uno dei tanti ufficiali addestrati nella lotta contro il jihadismo nel nord del Paese, profondamente deluso dalla corruzione dilagante e dalla mancanza di equipaggiamento efficace per le unità che hanno affrontato i terroristi.
Traoré è emerso come un leader dalla chiara vocazione panafricana, fortemente influenzato dall’esempio del grande leader rivoluzionario burkinabé Thomas Sankara, che promosse negli anni ’80 un ambizioso programma di trasformazione economica e sociale del suo Paese, interrotto dal suo assassinio nel 1987 promosso e finanziato dalla Francia.
Durante i suoi quattro anni di mandato, Sankara stabilì strette relazioni con Cuba, arrivando persino a fondare nel Paese dei Comitati per la Difesa della Rivoluzione, ispirati all’esperienza cubana. Promosse campagne di vaccinazione di massa contro la poliomielite, la meningite, la febbre gialla e il morbillo.
Ha inoltre promosso l’alfabetizzazione, ha compiuto passi importanti verso il riconoscimento della parità di genere e ha sostenuto un forte programma panafricano e antimperialista.
Non è un caso che sia Sankara che Traoré provengano dai ranghi dell’esercito. È una situazione comune a molti paesi africani e ad altre latitudini. Nelle società così disorganizzate dalla povertà e dalla negligenza del governo, con limitate opportunità di accesso all’istruzione e alla cultura, la vita militare diventa spesso una delle poche opzioni per costruire un futuro stabile.
All’interno di questa istituzione non solo vengono fornite opportunità educative, ma la struttura del dominio della società, in quanto strumento di dominio di classe, viene anche esposta più apertamente.
L’esercito proviene dal popolo, ma è spesso costretto a confrontarsi con esso per difendere gli interessi del capitale straniero o nazionale. E quanto più il Paese è povero e corrotto, tanto più i militari sperimentano in prima persona l’abbandono e il disprezzo dei loro comandanti e delle élite a cui sono subordinati.
È un terreno fertile per la reazione e, di conseguenza, per la proliferazione di personaggi militari opportunisti e fanatici del colpo di stato. È anche uno spazio in cui può maturare, all’interno di un settore, una concezione rivoluzionaria della società e del Paese.
La ricomparsa dell’esempio di Sankara nella pratica attuale del presidente Traoré dimostra la vitalità delle idee, anche quando vengono tradite e si cerca di seppellirle. E oggi, come quarant’anni fa, le sfide per portare avanti un progetto sovrano di giustizia sociale in Africa, contro le vecchie potenze coloniali, sono immense.
Traoré ha già dovuto affrontare diversi tentativi di colpo di stato e minacce di intervento straniero. Il jihadismo, molto probabilmente fomentato dall’esterno, ha aumentato le ostilità contro il governo, complicando ulteriormente la già complessa situazione della sicurezza del Paese.
Nonostante ciò, nei suoi tre anni alla guida, Traoré ha raggiunto traguardi concreti che hanno un impatto sulla qualità della vita del popolo burkinabé e hanno implicazioni significative per il suo futuro. Sul fronte economico, il PIL del Paese è cresciuto tra il 2022 e il 2024, passando da circa 18,8 miliardi di dollari nel 2022 a 22,1 miliardi di dollari nel 2024.
Il governo del Burkina Faso ha rifiutato i prestiti del FMI e della Banca Mondiale, interrompendo esplicitamente i suoi legami finanziari con l’Europa e gli Stati Uniti. Sono stati compiuti progressi anche nel recupero delle risorse nazionali, come l’oro, con la creazione di una società mineraria statale e l’apertura della prima raffineria d’oro del Paese nel novembre 2023. In precedenza, il minerale veniva esportato non raffinato, a prezzi molto più bassi.
Il governo ha investito anche nello sviluppo agricolo, distribuendo più di 400 trattori, 239 coltivatori, 710 motopompe e 714 motociclette ai produttori rurali. È stato inoltre facilitato l’accesso a sementi migliorate e ad altri input agricoli.
Sebbene i numeri siano ancora modesti, la produzione di colture chiave è aumentata, come i pomodori, che sono aumentati da 315.000 tonnellate nel 2022 a 360.000 nel 2024, e il miglio, che è aumentato da 907.000 tonnellate nel 2022 a 1,1 milioni nel 2024.
Nel paese sono stati inoltre inaugurati due stabilimenti di trasformazione del pomodoro, che hanno persino lanciato sul mercato un proprio marchio di pomodori in scatola, e un secondo stabilimento di trasformazione del cotone.
Sono stati promossi i lavori stradali, ampliando le strade esistenti e costruendone di nuove, avvalendosi, ove possibile, di ingegneri burkinabé per l’esecuzione dei progetti. È in costruzione anche il nuovo aeroporto di Ouagadougou-Donzin, con una capacità stimata di un milione di passeggeri all’anno. Ha inoltre ridotto del 30% gli stipendi dei ministri e dei parlamentari e aumentato del 50% quelli dei dipendenti pubblici.
In politica estera, il suo governo ha adottato diverse misure coraggiose, in un contesto in cui le contraddizioni geopolitiche globali si stanno acuendo. Con l’intenzione di rompere definitivamente con il dominio neocoloniale francese, nel 2023 ha espulso dal paese le forze francesi, comprese quelle che avevano partecipato all’operazione antiterrorismo Sabre.
Dopo aver abbandonato la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, ha creato, insieme al Niger e al Mali, l’Alleanza del Sahel, che include diverse clausole per contribuire allo sviluppo e alla difesa reciproca. In netto distacco dall’Occidente, ha rafforzato i legami economici e di sicurezza con la Russia, tra cui un accordo per la costruzione di una centrale nucleare nel Paese, e con la Cina, Paese che promuove numerosi investimenti nel territorio burkinabé.
Anche se alcuni di questi risultati potrebbero essere un po’ esagerati, la verità è che il Burkina Faso sta attraversando una profonda trasformazione economica, politica e sociale, con misure concrete che si traducono in una migliore qualità della vita per la sua popolazione e in una migliore ridistribuzione della ricchezza nazionale. Naturalmente, le sfide di un programma di questo tipo sono immense.
Il 3 aprile 2025, durante l’audizione delle Forze Armate del Senato, il comandante generale dell’AFRICOM Michael Langley ha accusato il regime del Burkina Faso di essere stato corrotto dalla Cina e di aver utilizzato “le sue riserve auree per proteggere il regime della giunta”, il che potrebbe aprire la porta a future azioni di Washington contro il governo del Burkina Faso.
Il pericolo più immediato oggi, come già accennato, deriva dall’aumento esponenziale dell’attività dei gruppi jihadisti nel Paese.
Come tante altre trasformazioni rivoluzionarie del passato, ciò che sta accadendo in Burkina Faso è coperto da un velo di silenzio e di diffamazione da parte delle grandi potenze occidentali, che si apprestano senza dubbio ad applicare a Ibrahim Traoré la stessa soluzione che un tempo applicarono a Sankara.
Rompere questo velo di silenzio è un dovere fondamentale di solidarietà per tutti i rivoluzionari. Non dimentichiamo di parlare del Burkina Faso e dell’immenso lavoro di trasformazione intrapreso dal suo popolo.
In un’epoca in cui il capitalismo aspira a presentare le rivoluzioni come reliquie del passato, processi come questo continuano a ricordarci l’importanza del compito rivoluzionario.
Più di un secolo dopo, la catena imperialista continua a spezzarsi nei suoi anelli più deboli.
Fonte
06/12/2022
Burkina Faso - Le sfide del processo di transizione “sankarista”
Le due figure di spicco che guideranno questo processo sono il Primo Ministro, Me Kyelem Apollinaire de Tambela, ed il capitano Ibrahim Traoré, nominato presidente della transizione dal Consiglio Costituzionale.
I militari “patriottici” hanno un ruolo preponderante in questo “secondo” tentativo di transizione, dopo la deposizione del colonnello Paul Henri Damiba, avvenuta il 30 settembre, leader della precedente giunta golpista che aveva preso il potere a gennaio di quest’anno.
Tambela e Traoré sono due figure entrambe fortemente influenzate dal sankarismo, i cui profili vengono ben delineati da Bruno Jaffre, mostrando fin dove può spingersi il paragone con il leader panafricanista assassinato nel 1987.
Al centro dell’agenda dell’autorità militare e civile di transizione, infatti, c’è la risoluzione della difficile situazione della sicurezza del Paese, che la presenza militare francese non ha certo contribuito a migliorare, anzi. “La questione del mantenimento della presenza francese” è scritto nell’articolo “rimane all’ordine del giorno“.
Per il momento, le autorità non hanno preso posizione, ripetendo il contenuto delle loro dichiarazioni generali secondo le quali solo gli interessi del Burkina Faso sarebbero presi in considerazione nelle relazioni con i loro partner. Ma il Primo Ministro è tornato a lungo sull’argomento durante il suo discorso di politica generale.
Ha dichiarato: “Pensiamo, forse a torto, che alcuni partner non siano sempre stati leali. Come possiamo concepire che il terrorismo affligge il nostro paese dal 2015, nell’indifferenza, se non con la complicità di alcuni dei nostri cosiddetti partner?
Dove prendono le armi, le munizioni, il carburante e il denaro che hanno in abbondanza? Come possono i paesi che hanno il controllo dello spazio, con moderni mezzi di rilevamento, non fornirci, se sono nostri veri amici, le informazioni necessarie sulle azioni e i movimenti di questi terroristi?
È qui che sorge la domanda. Non siamo stati troppo ingenui nelle relazioni con i nostri partner fino ad ora? Senza dubbio. È necessaria una riflessione. Cercheremo, per quanto possibile, di diversificare le nostre relazioni di partenariato fino a trovare la formula giusta per gli interessi del Burkina Faso.
Ma non si tratta di lasciarsi dominare da un partner, chiunque esso sia. Nella lotta al terrorismo, spetta ai burkinabé, e solo a loro, difendere il proprio paese in pericolo. Con, ovviamente, il benevolo supporto di tutti coloro che vorranno accompagnarci.”
Un messaggio chiaro che rende esplicita la volontà dei burkinabé di riprendere la propria sovranità, anche attraverso la mobilitazione popolare e l’armamento di massa contro il terrorismo ed i gruppi armati presenti nel paese, in collaborazione con chi vorrà assicurare il proprio contributo, ma senza ingerenze.
Il ripristino della sicurezza è la conditio sine qua non per potere riarticolare uno sviluppo autocentrato, per un paese povero di risorse naturali, e prevalentemente agricolo, e devastato dalla guerra,
Una altro aspetto importante è la necessità di una netta discontinuità – e l’istituzione dei relativi processi giudiziari – nei confronti delle cerchie di potere che hanno approfittato in tempi diversi della gestione della cosa pubblica, rompendo con una impunità garantitagli soprattutto dal loro essere state pedine degli interessi occidentali.
È un processo non certo facile, quello dal popolo burkinabé, che ha subito dal 2015 lo sviluppo dello jihadismo in Sahel seguito alla destabilizzazione della Libia da parte della NATO, pagando un tributo di sangue di migliaia di morti, con due milioni di persone che hanno dovuto lasciare le proprie case, ed un milione di bambini che non possono recarsi a scuola, perché più di 5.700 istituti scolastici – più di un quinto di quelli totali – hanno dovuto chiudere a causa del terrorismo islamico nel nord e nell’est del paese, con circa 28mila insegnanti che non possono svolgere il proprio lavoro.
Una situazione drammatica di cui sono perfettamente coscienti gli attuali leader, così come la popolazione, a cui l’Occidente non ha saputo – o non ha voluto – porre soluzione.
Per questo il popolo burkinabé ha deciso di “contare sulle proprie forze”.
Buona lettura.
Burkina Faso. Transizione in atto, primo ministro sankarista e grandi sfide da affrontare
di Bruno Jaffre – Investig’Action
La transizione è stata completata senza troppe difficoltà, con l’esercito che ha svolto un ruolo di primo piano. Il Primo Ministro, Me Kyelem Apollinaire de Tambela, mostra la sua influenza sankarista. Il duo che forma con il presidente della transizione, il capitano Ibrahim Traoré, sarà in grado di risollevare il Burkina, che sta affondando da diversi anni?
L’ultimo colpo di stato aveva nuovamente fatto precipitare il paese, soprattutto la capitale, in una situazione particolarmente preoccupante. Due clan dell’esercito erano sul punto di scontrarsi. Alla fine, la grande mobilitazione della popolazione della capitale nelle strade e nei luoghi in cui i due clan si sono affrontati, in particolare intorno alla base aerea, è stata senza dubbio decisiva per evitare il peggio. Questa mobilitazione è certamente dovuta al rifiuto del tenente colonnello Paul Henri Damiba di rinunciare al potere, leader del paese dall’ultimo colpo di stato del gennaio 2022, ma anche alla diffusione di notizie false secondo le quali sarebbe stato protetto dalle truppe francesi.
Dopo la fuga in elicottero di Paul Henri Damiba, la popolarità del capitano Ibrahim, portato in trionfo al termine del suo ultimo discorso televisivo, è ai massimi livelli.
Una conferenza nazionale ben strutturata e consensuale
Sono state rilasciate pochissime informazioni prima della conferenza nazionale, prevista per il 14-15 ottobre 2022. La bozza della carta non era stata resa pubblica ed era stata distribuita solo il giorno prima, intorno alle 16, ai partecipanti che avrebbero potuto essere coinvolti. La stampa non ha riportato i lavori e i dibattiti che si sono svolti.
Nell’elenco dei partecipanti che abbiamo ricevuto, c’era una forte presenza delle FDS (Forze di Difesa e Sicurezza), quasi un terzo, diviso tra i rappresentanti del MPSR2 (Movimento Patriottico per la Salvaguardia e il Ripristino della 2ª Formula) e vari corpi, gendarmeria, polizia nazionale e municipale, dogana, sicurezza carceraria, acqua e foreste.
L’elenco mostra 100 rappresentanti dell’MPSR2. Secondo un organizzatore, una buona metà di loro, i civili, sono rappresentanti dei cosiddetti “panafricanisti”, noti soprattutto per le loro dichiarazioni antifrancesi che chiedono un’alleanza con la Russia. Per errore sono stati raggruppati con l’MPSR2 nell’elenco, mi hanno detto.
I rappresentanti delle CSO (organizzazioni della società civile) dovevano essere rappresentati da quelle che chiamiamo organizzazioni ombrello (raggruppamenti di CSO). Molti di loro ora affermano di essere panafricanisti. Alcuni di essi sono molto recenti e non hanno un’esistenza legale. D’altra parte, il Consiglio Nazionale delle OSC, un’organizzazione ombrello molto antica e riconosciuta come interlocutore rappresentativo dei vari poteri, aveva solo due rappresentanti.
Tra le organizzazioni istituzionalizzate e di lunga data, era rappresentato il CGD (Centro per la Governance Democratica), ma non la REN LAC (Rete Nazionale per la Lotta alla Corruzione), né il Balai citoyen. Il centro stampa Norbert Zongo era stato invitato ma non ha inviato alcun delegato. Infine, i partiti politici avevano 30 rappresentanti. Da notare anche la presenza di sfollati interni (IDP), elencati sotto il Segretariato Generale del Ministero della Solidarietà Nazionale e dell’Azione Umanitaria.
Diversi personaggi noti della società civile, che non sono stati invitati, non hanno ritenuto utile partecipare a un’assemblea le cui decisioni erano note in anticipo, definendola a volte una farsa.
La Carta della Transizione è stata messa online per consentire i contributi su Internet, che sono stati più di diecimila secondo quanto mi ha detto un membro dell’organizzazione.
Durante la sessione di apertura, la discussione si è concentrata sulla metodologia e poi è stata aperta la parola ai commenti iniziali sulla Carta di Transizione. Poi gli articoli sono stati discussi uno per uno. Il dibattito si è concentrato sulla composizione dell’Assemblea di transizione, sul numero di ministri e sui criteri di scelta.
Dopo le 17, il dibattito si è concentrato sugli obiettivi da assegnare alla Transizione. L’incontro si è concluso con la firma della Carta della Transizione che ha consacrato Ibrahim Traoré, Presidente dell’MPSR2, come “Presidente della Transizione, Capo di Stato, Capo Supremo delle Forze Armate Nazionali”.
Per un altro ex leader della società civile, gli incontri sono andati bene. Secondo lui, non c’era nulla di realmente in gioco dal momento che la bozza di statuto prevedeva che il presidente della transizione fosse quello dell’MPSR. Una grande folla di persone si è accalcata intorno alla sala del congresso dove si è tenuta la riunione e l’unica preoccupazione sembrava essere quella di designare il capitano Ibrahim Traoré come presidente.
Tra le decisioni di questi ultimi incontri, notiamo soprattutto la durata della Transizione fissata a 21 mesi, il numero di ministri che non deve superare i 25, l’impossibilità per il Presidente, il Primo Ministro e il Presidente dell’Assemblea Legislativa della Transizione di candidarsi alle future elezioni.
Infine, “La funzione di membro dell’Assemblea Legislativa è gratuita” ma “i membri ricevono un’indennità di sessione” stabilisce l’articolo 13, che rappresenta un importante cambiamento rispetto alla precedente Transizione. L’aumento degli stipendi dei ministri deciso dal MPSR1 aveva provocato un’ondata di malcontento all’epoca. Il futuro governo lo cancellerà.
Confronto tra l’attuazione delle transizioni nel 2014, gennaio e novembre 2022
Le principali differenze tra quanto accaduto nel 2014 e nel 2022 risiedono nell’equilibrio di potere. Nel 2014, le organizzazioni della società civile hanno preso l’iniziativa di chiamare l’esercito, all’indomani dell’esfiltrazione di Blaise Compaoré da parte dell’esercito francese, sotto la spinta del Balai citoyen.
Quest’ultima ha ritenuto che il suo ruolo fosse terminato in quella fase e altri membri della società civile hanno preso l’iniziativa di consultarsi per impostare la transizione, anche se l’esercito ha gradualmente acquisito un peso sempre maggiore. Ciò è dovuto in gran parte alle differenze tra civili, partiti e CSO.
All’epoca, diversi leader della società civile erano più o meno riconosciuti e identificati e si erano fatti notare combattendo contro il regime di Blaise Compaoré. Le prime decisioni importanti sono state prese in un’assemblea generale da cui è emerso il progetto di redigere una bozza di Carta della Transizione, ma anche di istituire un coordinamento di CSO che avrebbe condotto i negoziati, prima con i partiti politici, poi con le autorità religiose.
Il lavoro viene svolto da due rappresentanti di ciascuno di questi gruppi. A quel punto sono stati avviati i negoziati con i rappresentanti dell’esercito, che hanno anche lanciato una bozza di Carta scritta con l’aiuto di alcuni avvocati civili e costituzionalisti. Le trattative finali sono state lunghe e noiose e sono state fatte concessioni da entrambe le parti.
Nel 2022, l’esercito ha preso l’iniziativa. Le due carte della transizione non sono più state redatte da gruppi che avrebbero dovuto rappresentare le forze vive della nazione, ma da persone scelte dagli artefici del colpo di stato, che non sono noti con precisione.
Queste bozze di carte non vengono negoziate tra i rappresentanti delle forze vive ma discusse in plenaria durante le assemblee nazionali, dove la bozza viene certamente discussa ma poco contestata nella sua interezza. E le persone presenti alla conferenza nazionale hanno avuto a malapena il tempo di riunirsi per entità e riflettere su di essa. La composizione dell’Assemblea legislativa di transizione è caratterizzata dalla preponderanza dei militari.
La bozza di statuto di ottobre stabiliva all’articolo 14 che le quote di ogni componente dovevano essere stabilite dal Presidente della Transizione, ma non forniva una cifra.
Le differenze tra il Consiglio Nazionale di Transizione del 2014 e le due assemblee legislative del 2022 sono notevoli. È da notare, tuttavia, che i rappresentanti dei partiti sono più numerosi dei rappresentanti delle CSO nella versione di ottobre, mentre nella versione di febbraio era vero il contrario. Ciò che è ovvio è che la maggioranza assoluta è assicurata con i soli voti dell’SDF e delle numerose personalità scelte dal Presidente.
Secondo le informazioni che ho potuto raccogliere da un leader di un’organizzazione ombrello di CSO, sebbene le assemblee per scegliere i delegati delle regioni siano state organizzate su iniziativa delle autorità amministrative, essi sono stati scelti tra le forze attive. La stampa non ha quasi mai riportato alcuna contestazione di queste scelte.
Al momento dell’adozione della Carta, Ibrahim Traoré sembrava essere stato eletto esclusivamente sulla base del suo desiderio di rilanciare la lotta all’insicurezza ripristinando l’ordine nell’esercito. L’esasperazione della popolazione è tale che il loro sostegno è simile a “tutto tranne che continuare con Damiba”, se non fosse che Ibrahim Traoré comandava un’unità con sede a Kaya e sembra essere più consapevole della realtà della guerra di quanto non lo fosse sul campo.
La vera domanda da porsi è se questa assemblea avrà effettivamente un potere. È difficile capire come possa intervenire in quello che è l’obiettivo principale di questa transizione, ovvero la riduzione dell’insicurezza, che richiede una riorganizzazione dell’esercito che verrà discussa solo all’interno delle forze armate.
“L’assemblea legislativa durante la transizione istituita dall’MPSR1 è stata la peggiore nella storia del Burkina indipendente. E se lo chiedi ai burkinabè, pochissimi sarebbero in grado di dare un resoconto del suo lavoro”, mi ha confidato un leader di un’importante CSO.
Ibrahim Traoré è il nuovo Sankara?
Un’affermazione che è stata sulla bocca di tutti fin dalle sue prime apparizioni, ma sempre in forma interrogativa. Era sufficiente che fosse un capitano, che indossasse un berretto rosso, che avesse più o meno la stessa età quando prese il potere e che concludesse i suoi discorsi con “la patria o la morte, vinceremo”, perché molti burkinabè, nostalgici del loro eroe, alla ricerca dell’uomo provvidenziale, vedessero in lui un nuovo leader nella tradizione di Thomas Sankara. E pochi giorni dopo, i termini utilizzati si riferiscono chiaramente a questo.
Ibrahim Traoré ha posto il suo discorso inaugurale sotto il segno della rivolta facendo riferimento a Thomas Sankara: “...come ci è stato inculcato dal nostro predecessore citato dal presidente ad interim del Consiglio Costituzionale, il capitano Thomas Sankara, ha detto così, abbiamo deciso in tutta coscienza davanti alla storia di assumere la nostra rivolta”.
Rivolta di fronte alle tante vittime della guerra contro l’incapacità del precedente regime di arginare il terrorismo; rivolta degli sfollati interni, dei soldati al fronte, del VDP, della popolazione delle località colpite e “di tutti i burkinabè consapevoli dell’abisso in cui si trovava la nazione”.
Egli elenca i suoi obiettivi come segue: “Vorrei ricordarvi i nostri obiettivi. I nostri obiettivi non sono altro che la riconquista del territorio nazionale occupato da queste orde terroristiche. I nostri obiettivi non sono altro che dare una nuova vita a tutti i connazionali afflitti da questo conflitto. Si tratta anche di prevedere uno sviluppo endogeno contando solo su noi stessi e cercando di ripensare profondamente la nostra agricoltura, il nostro allevamento, la nostra tecnologia e mettendo in discussione le basi delle nostre azioni, delle nostre ispirazioni alla prosperità“.
Quest’ultimo passaggio può essere visto come un riferimento alla Rivoluzione, ma l’espressione “sviluppo endogeno” era regolarmente utilizzata anche sotto il regime di Roch Marc Christian Kaboré.
All’epoca, dichiarò più volte di non essere interessato al potere, ma di voler fare la guerra.
In questo senso, i leader del Thomas Sankara Memorial hanno voluto organizzare la cerimonia di commemorazione dell’assassinio di Thomas Sankara e dei suoi compagni, il 15 ottobre 2022, all’insegna del “passaggio della fiaccola della Rivoluzione ai giovani”.
La conferenza nazionale fu abbreviata, probabilmente per permettere al giovane capitano Ibrahim Traoré, appena nominato Presidente della Transizione e Capo di Stato, di partecipare. Ha così potuto ricevere i trofei insieme ad altri dodici giovani, il suo in rappresentanza del “padre della Rivoluzione”.
Questo era un modo per suggerirgli di ispirarsi alle idee di Thomas Sankara. "Apprezziamo che, nonostante questo compito difficile e urgente, tu abbia accettato di presiedere questa cerimonia, che è la prima nell’esercizio delle tue alte funzioni. Questo dimostra, se fosse necessario dimostrarlo, l’importanza che attribuite al pensiero e ai valori incarnati dal nostro glorioso eroe nazionale, il Capitano Thomas Sankara”, ha detto Pierre Ouedraogo, ex segretario generale della CDR, nuovo presidente del Comitato per il Memoriale, nel suo discorso.
Altri oratori sono andati nella stessa direzione: “...Pensiamo che il nuovo presidente sarà in grado di attingere alla fonte della rivoluzione, di arare il campo che i suoi predecessori gli hanno lasciato per fare del Burkina un paese produttivo, un paese ricco, un paese d’amore”, ha detto Jean Hubert Bazié.
Mentre Me Bénéwené Sankara, ha voluto in sua presenza rendere omaggio a Thomas Sankara: “è il suo impegno personale nel suo patriottismo a poter portare avanti la sua lotta, la sua missione durante i 21 mesi, a immagine del Presidente Sankara”, ha detto Me Benewendé Stanislas Sankara, avvocato della famiglia Sankara. (vedi qui).
Ma il giovane capitano, indubbiamente prudente, a meno che non si tratti di modestia, ha evitato di rilasciare dichiarazioni durante la cerimonia.
Tuttavia, cercherà gradualmente di onorare ciò che ci si aspetta da lui.
Durante l’incontro con i segretari generali dei ministeri invitati a gestire gli affari correnti (vedi qui), ha dato loro una lezione: “Dobbiamo fare in tre mesi quello che si dovrebbe fare in dodici mesi... Dobbiamo darci un ritmo, dobbiamo andare veloci, dobbiamo rinunciare alla burocrazia". Ha anche annunciato la requisizione di pick-up per inviarli al fronte dove, secondo lui, saranno più utili.
Il suo discorso (vedi qui) dell’11 novembre ai rappresentanti dei partiti politici e delle CSO li ha colpiti per la sua franchezza senza compromessi. Ha dipinto un quadro catastrofico della situazione della sicurezza, soffermandosi a lungo sulle condizioni di vita della popolazione del nord, abbandonata per troppo tempo.
Evocando “la malizia dei burkinabè tra di loro”, accusa chiaramente i presenti, i leader dei vari partiti politici, di essere responsabili della situazione in cui è sprofondato il loro paese, della loro negligenza, della loro inazione. Le immagini mostrano i volti sconfortati della maggior parte di loro.
Questo discorso, che probabilmente voleva essere un elettroshock, ha lasciato il segno e ha portato a molti commenti. Un amico burkinabè vuole vederlo come un’accusa al regime di Blaise Compaoré, un altro è soddisfatto del discorso, ma pensa che dovrebbe essere seguito da azioni. “Sankara faceva questi discorsi”, mi dice uno dei suoi anziani.
La sensibilità del nuovo presidente verso le sofferenze dei burkinabè ricorda quella di Sankara verso la povertà negli anni ’80, che si riflette in alcuni dei suoi discorsi. Ma ci sono differenze importanti.
Thomas Sankara era conosciuto da molto tempo prima di prendere il potere, cosa che non è avvenuta con Ibrahim Traoré. Prima per le sue imprese militari durante la prima guerra con il Mali nel 1974, poi per la sua attività politica, le sue dimissioni pubbliche dalla carica di Segretario dell’Informazione durante il CMRPN, dichiarando “guai a chi imbavaglia il popolo”, le sue dichiarazioni rivoluzionarie dopo la nomina a Primo Ministro, il suo appello ai giovani che portò al suo arresto nel maggio 1983.
Un arresto che ha portato a manifestazioni giovanili. Tutte queste azioni lo hanno reso il leader noto e riconosciuto dei progressisti del paese. Da allora siamo venuti a conoscenza anche della sua grande cultura politica, che aveva pazientemente costruito fin dai suoi studi in Madagascar all’inizio degli anni ’70, nonché dei suoi continui contatti con i leader delle organizzazioni marxiste clandestine.
Sebbene Ibrahim Traoré e Thomas Sankara siano saliti al potere più o meno alla stessa età, i loro itinerari sono molto diversi. Ibrahim Traoré era praticamente sconosciuto tra i civili all’epoca del colpo di stato. Possiamo quindi comprendere la sua attuale modestia, che consideriamo una qualità apprezzabile. Infatti, avrebbe senza dubbio ricevuto una standing ovation se avesse formalmente affermato di essere il figlio di Thomas Sankara prendendo in prestito alcune delle sue note citazioni.
La nomina a sorpresa di uno dei migliori conoscitori della Rivoluzione come Primo Ministro
Apollinaire Kelyem de Tambela è stato nominato Primo Ministro il 21 ottobre e investito della carica il 26 ottobre. Attivista della CDR durante i suoi studi a Nizza, in Francia, dottore in legge, avvocato di professione, insegnante e ricercatore, è stato direttore e presidente del Centro di Ricerca Internazionale e Strategica.
Nell’ultimo periodo, è apparso regolarmente sul canale televisivo BF1 come opinionista. Descritto come un polemista per le sue notevoli esternazioni durante i dibattiti televisivi, dimostra comunque una certa forza di carattere, qualità indispensabile se si deve lavorare con soldati che hanno compiuto un colpo di stato.
Una volta nominato, Apollinaire Kyelem de Tambela ha svelato i tre obiettivi principali del suo governo: mettere in sicurezza il territorio, migliorare la qualità della vita dei burkinabè e migliorare il sistema di governance, simile a quello di Ibrahim Traoré.
Viene anche subito descritto come un “sankarista”. Ha pubblicato un libro molto ampio sulla rivoluzione, intitolato Thomas Sankara et la révolution au Burkina Faso, une expérience de développement autocentré fruit d’un énorme travail, di cui ha già pubblicato due ristampe.
Scrivemmo all’epoca: “Senza le difficoltà incontrate nella distribuzione, questo libro avrebbe tutte le carte in regola per diventare il riferimento sulla rivoluzione burkinabé... Ma soprattutto, e questo è uno dei maggiori interessi, oltre alla sintesi e alla ricchezza delle informazioni fornite, è l’erudizione dell’autore”.
Il libro è ricco di citazioni da un’ampia gamma di fonti, da Lenin a Rosa Luxembourg, passando per Cheikh Anta Diop e molti africanisti e filosofi di varie origini. In questo modo integra il suo lavoro e soprattutto questa rivoluzione nel movimento del pensiero umano e rende la rivoluzione burkinabé parte della storia. Un libro di grande importanza, denso, ricco e di ottima qualità. Rimanendo fuori dalla giostra politica, beneficia di un’importante cultura politica.
Apollinaire Kyelem de Tambela ha spiegato le sue motivazioni in una lunga intervista pubblicata sul sito thomassankara.net: “...Ho notato che molti parlavano di Thomas Sankara e del periodo rivoluzionario senza basi serie, senza logica, senza linee guida. Alcuni in buona fede, altri in cattiva fede.
Non si può capire e apprezzare davvero la politica di Thomas Sankara se non se ne comprende la filosofia, le basi, le motivazioni principali. A quel punto mi sono detto che era davvero opportuno proporre un documento di base per comprendere la rivoluzione burkinabé e contribuire a perpetuare la memoria di Thomas Sankara". Un libro ambizioso, e si sarebbe voluto che coloro a cui fa riferimento lo avessero letto con attenzione.
Non sembra essere cambiato molto. Nella sua prima intervista da Primo Ministro, ha dichiarato: “Ho già detto che il Burkina Faso non può svilupparsi al di fuori della linea tracciata da Thomas Sankara. Non è possibile perché siamo un paese sottosviluppato con poche risorse, quindi possiamo contare solo sulle nostre forze”, ha detto, aggiungendo: “Avete notato che stiamo temporeggiando da molto tempo? Perché i nostri prodotti, ciò che produciamo, non viene consumato e consumiamo ciò che viene da altrove. Questo è un chiaro riferimento a una delle parole chiave della Rivoluzione: Produciamo e consumiamo Burkinabé“.
Appare quindi come uno dei migliori conoscitori della Rivoluzione in Burkina. Thomas Sankara probabilmente lo ispira e, a differenza di molti altri che si definiscono “sankaristi”, sa di cosa parla quando si tratta della Rivoluzione, avendola studiata nel dettaglio.
L’altro importante pregio di questo Primo Ministro è proprio quello di non essere entrato nelle polemiche che hanno dilaniato i partiti sankaristi. Per questo motivo non è affetto dalla sfiducia che li ha portati al discredito. In un certo senso è come un uomo nuovo, senza passato politico, che ha assunto questo incarico. Questo è senza dubbio ciò che Ibrahim Traoré ha cercato scegliendo lui.
Prima di essere nominato, tuttavia, è stato un po’ troppo veloce a spiegare le sue ali in televisione. Ad esempio, ha accusato Basolma Bazié, ex segretario generale della potente CGTB, di “una certa immaturità psicologica e intellettuale”. Eppure Basolma Bazié è stata riconfermata e addirittura promossa a ministro di Stato! A dimostrazione del peso che questo ministro ha nel governo, quest’ultimo ha deciso di rimborsare, in via eccezionale, le trattenute per le azioni di sciopero effettuate, esclusivamente nel periodo dal 2016 al 2021.
In un altro esempio di commenti un po’ prematuri quando non era ancora stato nominato, Kyelem de Tambela ha dichiarato: “Ibrahim Traoré deve solo assumere il potere senza un primo ministro. Tutto ciò che deve fare è governare con un’ordinanza e in questo modo andrà tutto liscio!”
Ibrahim Traoré non ha seguito questa strada, sarebbe stato senza dubbio fortemente contestato, anche se una parte della popolazione non avrebbe trovato nulla di cui lamentarsi, e Kyelem de Tambela si è lasciato trasportare dal suo entusiasmo.
Ma non è tutto. Una volta nominato, fu più o meno rinnegato. Pur sostenendo che due ministri contestati sarebbero stati nominati comunque, alla fine sono stati sostituiti da altri.
Questi intoppi sono probabilmente dovuti alla sua mancanza di esperienza nel rimanere fuori dalla palude politica. Ma ha subito rettificato la situazione e ha già dimostrato di imparare in fretta, come dimostrano i recenti comunicati del dipartimento di comunicazione del suo ministero (vedi il capitolo sui partenariati in cui sono citati i comunicati emessi dopo l’incontro con l’NDI e l’ambasciatore francese).
Questa nomina a sorpresa può essere fonte di speranza, anche se tutto è ancora da fare in una situazione particolarmente fragile in cui numerose insidie ostacoleranno il duo che formerà con Ibrahim Traoré. Questo duo dovrà essere solido di fronte alla gravità della situazione.
Il suo discorso di politica generale pronunciato il 19 novembre davanti all’assemblea legislativa della Transizione aiuterà forse a dimenticare il suo inizio un po’ imbarazzante. Senza dilungarsi, ha esordito confermando i tre obiettivi sopra citati, affinando i termini utilizzati: il ripristino dell’integrità territoriale del Paese e la messa in sicurezza di persone e beni (I), il benessere dei Burkinabè (II) e la rifondazione della società attraverso una governance virtuosa e visionaria (III). Il suo discorso è intervallato da riferimenti storici che illustrano la ricerca della creatività necessaria nel percorso di sviluppo.
Ha poi illustrato una serie di progetti in linea con quanto messo in atto da Thomas Sankara. L’economia dovrebbe essere costruita sulla produzione agricola e soprattutto sulla sua trasformazione e sul suo consumo nel paese, citando il noto motto dell’epoca: “Produciamo e consumiamo Burkina Faso”.
Ha persino ripreso, quasi parola per parola, le parole di Thomas Sankara al vertice dell’OUA del luglio 1987, sfoggiando il suo abito Faso Dan Fani (realizzato con cotone locale): “Non un filo è venuto dall’estero”. Non sono venuto per una sfilata di moda.
Ha inoltre annunciato particolari sforzi nel campo dell’istruzione, che deve formare uomini che rispondano al bisogno di personale qualificato per questa economia endogena, per la riappropriazione della cultura per contrastare la perdita di punti di riferimento dei giovani, per sviluppare la rete stradale, e la sanità, al fine di soddisfare le esigenze della popolazione e promette una lotta spietata alla corruzione.
Tuttavia, compaiono alcune novità, come lo sviluppo del consumo di latte e della produzione di formaggio, la menzione della digitalizzazione del catasto e uno studio sulla possibilità di fissare un prezzo massimo per gli appezzamenti abitativi in un momento in cui la speculazione fondiaria sta raggiungendo nuove vette.
Tra le nuove proposte: “Per una migliore gestione della società, i cittadini saranno chiamati a istituire comitati locali di monitoraggio e sviluppo (LDC) che consentiranno loro di prendere in mano il proprio destino a livello di base”.
Questo è uno dei ruoli chiave assegnati ai CDR (Comitati per la Difesa della Rivoluzione) che, contrariamente a quanto si crede, non erano solo responsabili della repressione, ma anche della mobilitazione per lo sviluppo attraverso numerosi progetti nei quartieri o a livello nazionale, oltre a incoraggiare il consumo di prodotti locali.
Va ricordato che i CDR sono stati creati molto rapidamente e con entusiasmo, dopo il 4 agosto 1983, nei quartieri, in particolare sotto la spinta di militanti di organizzazioni rivoluzionarie clandestine.
Il discorso è stato approvato dai deputati della Transizione con 64 voti favorevoli, 4 contrari e un’astensione!
Si tratta certamente di “attaccare vigorosamente la corruzione”, una promessa annunciata ad ogni cambio di governo, senza menzionare la parola “impunità” all’origine di questo malgoverno che ha fatto così tanto male a questo paese. Non è mai stato aperto alcun processo contro i dignitari del regime di Blaise Compaoré, né contro quelli del regime di Roch Marc Christian Kaboré, che i burkinabé spesso riconoscono essere caratterizzato da un aumento della corruzione.
Tuttavia, si tratta di una fonte di entrate che dovrebbe essere utilizzata con vigore, dato che il paese deve inventare un’economia di guerra. Ricordiamo che lo svolgimento di questi processi davanti ai TPR (Tribunali del Popolo della Rivoluzione) ha avuto un forte ruolo dissuasivo oltre che educativo.
Il Primo Ministro non si è soffermato sulle fonti di finanziamento o sul calcolo delle spese. Le eccezioni sono un piano di sostegno alla campagna agricola adottato il 9 novembre e un progetto di sicurezza alimentare, la cui componente a breve termine è destinata agli sfollati interni. Normalmente il dibattito e il voto sul bilancio dovrebbero svolgersi abbastanza rapidamente in assemblea.
Il Primo Ministro vuole iniziare a lavorare su una nuova costituzione. Perché no? Il problema è che la costituzione è stata redatta durante la transizione del 2014, dopo un lavoro colossale e una grande consultazione tra le forze attive. Non dovremmo prima guardarlo? Il governo di Roch Marc Christian l’ha superbamente ignorata. Questo nuovo governo dovrebbe davvero fare lo stesso?
Priorità alla sicurezza del territorio
Come abbiamo visto, sia per il Presidente della Transizione che per il Primo Ministro, la priorità deve essere la sicurezza del territorio. Ci sono ancora molti attacchi in gran parte del paese. E gli HANI (uomini armati non identificati) stanno diventando sempre più spericolati.
Il quotidiano L’Observateur ha riferito che un gruppo ha attaccato il presidio della gendarmeria a Houndé, una città sulla strada Bobo Dioulasso Ouagadougou. Si tratta di una novità assoluta sulla strada più trafficata del paese, che collega le due città più grandi.
Durante la sua prima intervista a Radio Omega il 23 ottobre, il Primo Ministro ha dichiarato: “Il Presidente è un militare, è un uomo di campo, mi ha fatto capire che ciò che lo preoccupa di più è la sicurezza del territorio e il ritorno degli sfollati nei loro luoghi di origine e che se ne occuperà. Quindi penso che il Presidente si occuperà principalmente dell’aspetto della sicurezza e io mi occuperò dell’aspetto civile, cioè della governance del territorio".
Secondo i ruoli che hanno condiviso, il capitano Ibrahim Traoré si impegna a rendere operativo l’esercito. Questo governo sarà essenzialmente giudicato, e piuttosto rapidamente, in base all’inversione di tendenza nella lotta al terrorismo. Questa è la priorità del Burkinabè. Difficilmente rilascerà una vera e propria dichiarazione su un possibile progetto politico, ad eccezione di ciò che abbiamo menzionato sopra.
Numerosi annunci mostrano un’attenzione particolare e un cambiamento di velocità e organizzazione rispetto al governo precedente, comprese le nuove nomine nell’esercito. Il 24 e 25 ottobre è stato annunciato il reclutamento di 50.000 VDP (Volontari per la Difesa della Patria). Ne parleremo più avanti.
Il 14 novembre un decreto presidenziale ha annunciato la nomina di nuovi comandanti nelle regioni militari. Un altro decreto annuncia la nomina di 18 nuovi capi di corpo. Il 15 novembre, un altro decreto ha annunciato la creazione di sei battaglioni di intervento rapido i cui comandanti sono stati posti sotto la diretta autorità del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate. Ce n’erano solo due, create nell’agosto del 2022, che sono state sciolte nello stesso momento.
Dopo la nomina del governo il 26 ottobre, in un’intervista rilasciata alla radio e alla televisione burkinabé il 30 ottobre, Kyelem de Tambela ha dichiarato in merito agli armamenti: “Posso dire che abbiamo fatto acquisizioni abbastanza solide e abbastanza consistenti e questo continua".
Inoltre, il Capo dello Stato è presente in questo file. Puoi essere rassicurato sul fatto che questo continuerà. Si spera che l’esercito sia finalmente riuscito a ottenere, probabilmente durante l’MPSR1, mezzi di spostamento rapido, veicoli terrestri veloci, elicotteri e forse aerei, o che si stia preparando a riceverli, ma su questo punto non comunica una cifra.
Reclutamento di 50.000 volontari per la difesa della patria
Sotto il governo di Roch Marc Christian Kaboré, Ministro della Sicurezza, Ousseini Compaoré, ex comandante della gendarmeria durante la Rivoluzione, creò il VDP (Volontari per la Difesa della Patria). Dopo un corso di formazione di 15 giorni, venivano arruolati in gruppi armati sotto l’autorità dell’esercito e ricevevano una modesta retribuzione.
Il tenente colonnello Paul-Henri Sandaogo Damiba ha creato la Brigade de veille et de défense patriotique (BVDP), sotto l’autorità di un comandante dell’esercito, per migliorare l’organizzazione e l’assistenza. I rapporti regolari sulle vittime nei combattimenti con gli HANI (uomini armati non identificati) dimostrano che questi volontari sono pienamente impegnati nella guerra e stanno pagando un prezzo pesante.
Il nuovo governo sembra voler andare oltre, annunciando il reclutamento di 50.000 VDP (Volontari per la Difesa della Patria): 15.000 che possono essere dislocati in tutto il paese e che sono destinati ad entrare nell’esercito, e 35.000 volontari comunali, cioè 100 per comune, la cui missione è “proteggere la popolazione e i beni dei loro comuni di origine a fianco delle Forze di Difesa e Sicurezza”. Una dichiarazione che sarà seguita da una grande campagna di arruolamento della popolazione.
Così il Primo Ministro ha lanciato in televisione un appello all’arruolamento “Siamo convinti che spetti a noi difendere il nostro Paese”, rivolgendosi in termini velati a chi continua a chiedere l’intervento di truppe straniere e aggiungendo “Il miglior sostegno per il capitano Traoré e per il regime è andare al fronte... se non puoi andare al fronte, puoi dare il tuo contributo attraverso un contributo finanziario, o in questo o in quello, o in attrezzature, o per aiutare le vittime del terrorismo piuttosto che passare il tempo a camminare”.
Un riferimento alle manifestazioni tenutesi a Ouagadougou e Bobo, che chiedevano la partenza delle truppe francesi e si appellavano alla Russia, rifiutando anche la nomina di 5 ministri già presenti nel governo sotto il MPSR1.
In un’altra occasione, in un’intervista alla televisione nazionale, Kyelem de Tambela ha attaccato le CSO “che vengono da noi a chiedere finanziamenti per sostenere il regime” aggiungendo: “Non ci sono mezzi per finanziare le CSO vuvuzela (...)”. Una nuova rottura con il governo precedente. Abbiamo già sottolineato la nostra sorpresa per la moltiplicazione delle CSO durante la MPSR1. La realtà di questa rottura diventerà presto chiara.
Mentre un rapporto parlava di difficoltà nel trovare volontari a Dori, i risultati ufficiali della campagna di reclutamento annunciavano che si erano registrati 90.000 volontari e che non tutti sarebbero stati accettati. Alcuni personaggi pubblici, di cui non faremo i nomi, hanno utilizzato questo mezzo di comunicazione per la loro immagine. Tuttavia, fino ad ora, le regole prevedevano che dovessero avere meno di 50 anni, il che sembra piuttosto logico, ma non è così.
Se questa campagna di reclutamento era ambiziosa, la supervisione di 50.000 nuovi combattenti sarà una sfida, soprattutto perché il comandante della Brigade de Veille et de Défense ha promesso un miglioramento dell’addestramento (inizialmente previsto per 15 giorni) e un aumento degli emolumenti del VDP.
Partenariati basati sugli interessi del Burkina
Dopo un viaggio di Ibrahim Traoré in Mali durante il quale ha incontrato il capo della giunta, il colonnello Assimi Goita, un’importante delegazione dell’esercito maliano composta dal Ministro della Difesa, dal Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate e da diversi ufficiali è venuta in Burkina per una sessione di lavoro in cui hanno fatto il punto sul loro partenariato.
“Abbiamo ricevuto istruzioni dai nostri capi di Stato di lavorare insieme, di unire non solo i nostri sforzi ma anche le nostre risorse per affrontare il nostro nemico comune e per il benessere del nostro popolo”, ha dichiarato il ministro della Difesa maliano, il colonnello Sadio Camara.
Le dichiarazioni rimangono per il momento piuttosto vaghe sull’evoluzione delle partnership nella guerra. Si ricorda piuttosto che le autorità vogliono partenariati la cui priorità resti l’interesse del Burkina. L’appello alla Russia, sostenuto da alcune CSO, per il momento non sembra aver avuto seguito. I suoi appelli sembrano diminuire in modo significativo.
Ed è in un dispaccio della Reuters che apprendiamo la posizione del Burkina sulla Russia e su Wagner. Secondo quanto riportato da Reuters il 26 ottobre, Victoria Nuland, sottosegretario statunitense per gli affari politici, ha dichiarato dopo un tour nella regione: “Abbiamo avuto la possibilità di sederci con il Presidente ad interim Traoré e il suo team di leadership, compreso il suo ministro della difesa. È stato inequivocabile nel dire che solo i burkinabè difenderanno il loro paese. Non hanno intenzione di invitare Wagner”.
Per quanto riguarda l’ECOWAS, sembra che le sanzioni non siano più in discussione. Una delegazione della commissione guidata dal Commissario per gli Affari Politici, la Pace e la Sicurezza, Abdel-Fatau Musah, ha incontrato il Primo Ministro l’11 novembre.
“Ha sostenuto che non si può parlare di ritorno all’ordine costituzionale in un paese che è sotto il controllo dei terroristi e ha problemi umanitari. È quindi per aiutare il nostro paese a porre fine alle crisi umanitarie e di sicurezza che la delegazione dell’ECOWAS si trova lì“, si legge nella dichiarazione ufficiale.
E il commissario ha dichiarato: “Oggi c’è una nuova amministrazione alla guida dell’ECOWAS. Stiamo riflettendo sul ruolo stesso di questa Organizzazione, per consentirle di assistere i paesi membri su questioni come il terrorismo e le crisi umanitarie”.
Ha anche aggiunto che si tratta di vedere come la Commissione possa mobilitare una forza per venire in aiuto del Burkina Faso, insieme all’Unione Africana e alle Nazioni Unite. Cambiamento di atteggiamento da parte dell’ECOWAS? Il futuro dovrebbe confermarlo.
Da parte sua, l’Unione Europea ha annunciato l’11 novembre tramite il suo Commissario per la gestione delle crisi, Janez Lenarčič, in visita a Ouagadougou, “di voler lanciare un’operazione nel quadro del ponte aereo umanitario dell’UE per rendere disponibili fino a 800 tonnellate di beni di prima necessità nell’arco di 3 mesi”.
Il 29 novembre si è tenuto un incontro tra il Primo Ministro e l’Ambasciatore francese Luc Hallade. Secondo quanto riportato dal sito web lefaso.net, l’incontro si è svolto all’insegna della franchezza. Luc Hallade ha parlato alla fine dell’incontro, qui la sua dichiarazione
Ha espresso la franchezza del Primo Ministro, lamentando lui stesso che la sua ambasciata ha ricevuto pietre per quasi 3 ore. Dice di voler continuare a collaborare con il Burkina. Tuttavia, è apparso piuttosto umiliato dalle decisioni che il governo avrebbe preso, annunciando che nel corso della giornata si sarebbe tenuto un incontro tra il Ministro della Difesa e il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate per rivedere la cooperazione militare. Sebbene voglia continuare a collaborare con la Francia, al momento in cui scriviamo non c’è stato alcun annuncio ufficiale da parte del governo.
Il Primo Ministro si è prontamente espresso attraverso un comunicato del suo servizio stampa, chiaramente un modo per rivolgersi al suo popolo, per dare conto della sua attività... e per rivelare le sue posizioni.
Apprendiamo che il Primo Ministro si è lamentato della differenza di sollecitudine rispetto all’atteggiamento della Francia nei confronti dell’Ucraina, poi leggiamo: “Per il Primo Ministro, questo atteggiamento della Francia mette in discussione la franchezza delle relazioni di amicizia e cooperazione che legano i nostri due Paesi".
Apollinaire Joachimson Kyelem de Tambela è stato molto chiaro: “I burkinabè sono alla ricerca di un’ancora di salvezza per il loro paese; e se questa ancora di salvezza deve venire da un altro paese che non sia la Francia, perché no?" Si tratta di un linguaggio molto lontano da quello dell’epoca. Potrebbe sembrare una minaccia dal punto di vista della Francia?
Poi, “Il capo del governo ha anche sottolineato che gli sforzi dei partner devono concentrarsi sulle profonde aspirazioni del popolo burkinabé, un popolo impegnato a difendersi per la libertà, contro la barbarie e il terrorismo”. Questa è la giustificazione per il lancio dell’operazione di reclutamento di 50.000 Volontari per la Difesa della Patria (VDP), ha spiegato.
Su quest’ultimo punto, l’ambasciatore ha indicato che "la Francia potrebbe aiutare la resistenza popolare fornendo armi e munizioni e anche tenendo conto del sostegno finanziario dei coraggiosi combattenti”. E ancora: “Per quanto riguarda la partenza o il mantenimento delle forze speciali francesi, l’ambasciatore ha indicato che tutte le opzioni sono sul tavolo". Luc Hallade ha menzionato la possibilità di organizzare missioni congiunte tra le forze francesi e quelle burkinabé sotto il comando di un ufficiale burkinabé.
Questo sembra un vero e proprio cambiamento nella natura della relazione. Il Burkina ha espresso le sue esigenze, anche con minacce, e la Francia, attraverso il suo ambasciatore, si è dichiarata pronta a rispondere alle richieste. Senza dubbio per paura di perdere qualsiasi presenza significativa nel paese.
Stesso atteggiamento dopo un incontro con l’NDI (National Democratic Institute)[i]? Il comunicato è stato diffuso dai suoi servizi di comunicazione. Se cita alcune azioni di questa organizzazione, in particolare nella direzione delle associazioni femminili, riporta il seguente resoconto del pensiero del Primo Ministro: “Non siamo più in sintonia con questo tipo di trasferimento di cultura, tradizione e pratiche estranee alla nostra società. Questa visione occidentale della democrazia che state implementando nel nostro Paese non è in linea con le aspirazioni della nostra gente, e questo spiega la ricorrente instabilità dei nostri Stati”, ha spiegato.
Infatti, il signor Apollinaire Joachimson Kyelem de Tambela ritiene che il popolo non si riconosca in questo tipo di politica, al punto da perdere interesse o addirittura sfidare le istituzioni risultanti da questo sistema di trasposizione e imposizione di valori stranieri.
Mentre nel comunicato sopra riportato si legge che “NDI esprime alle autorità la propria fiducia nel futuro”, gli Stati Uniti hanno deciso di escludere il Burkina dall’AGOA, l’accordo commerciale tra gli Stati Uniti e l’Africa che consente ai paesi del continente di esportare nel mercato statunitense senza dazi. "Ho preso questa decisione perché ho stabilito che il governo del Burkina Faso non ha stabilito, o non ha fatto continui progressi verso l’instaurazione del rispetto dello stato di diritto e del pluralismo politico”, elementi necessari del programma African Growth Opportunities Act (Agoa), ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Joe Biden in una lettera al Congresso americano.
Gli Stati Uniti non si preoccupano dello stato d’animo, una posizione che sembra piuttosto dogmatica e lontana dalla realtà di questo paese.
E per quanto riguarda le questioni militari e il rapporto tra l’esercito francese e quello burkinabé?
Il 18 novembre si è svolta una nuova manifestazione per chiedere la partenza dei militari francesi, che ha dato luogo a nuovi incidenti nei pressi dell’ambasciata francese e della caserma Kamboinsé dove si trovano i soldati francesi del comando delle operazioni speciali.
I manifestanti hanno nuovamente attaccato con violenza l’ambasciata, lanciando grosse pietre. Alla fine sono stati sloggiati dalla gendarmeria. Questa volta è stata l’Unione Europea a rilasciare una dichiarazione di protesta che “deplora la mancanza di una reazione adeguata da parte delle forze di sicurezza”.
La questione del mantenimento della presenza francese rimane all’ordine del giorno. Per il momento, le autorità non hanno preso posizione, ripetendo in generale il contenuto delle loro dichiarazioni generali secondo le quali solo gli interessi del Burkina Faso saranno presi in considerazione nelle relazioni con i loro partner.
Ma il Primo Ministro è tornato a lungo sull’argomento durante il suo discorso di politica generale. Ha dichiarato: “Pensiamo, forse a torto, che alcuni partner non siano sempre stati leali. Come possiamo concepire che il terrorismo affligge il nostro paese dal 2015, nell’indifferenza, se non con la complicità di alcuni dei nostri cosiddetti partner?
Dove prendono le armi, le munizioni, il carburante e il denaro che hanno in abbondanza? Come possono i paesi che hanno il controllo dello spazio, con moderni mezzi di rilevamento, non fornirci, se sono nostri veri amici, le informazioni necessarie sulle azioni e i movimenti di questi terroristi?
È qui che sorge la domanda. Non siamo stati troppo ingenui nelle relazioni con i nostri partner fino ad ora? Senza dubbio. È necessaria una riflessione. Cercheremo, per quanto possibile, di diversificare le nostre relazioni di partenariato fino a trovare la formula giusta per gli interessi del Burkina Faso.
Ma non si tratta di lasciarsi dominare da un partner, chiunque esso sia. Nella lotta al terrorismo, spetta ai burkinabé, e solo a loro, difendere il proprio paese in pericolo. Con, ovviamente, il benevolo supporto di tutti coloro che vorranno accompagnarci.”
Naturalmente il Primo Ministro non cita la Francia per nome, ma è difficile pensare che un paese diverso dalla Francia sia il più coinvolto, anche se gli Stati Uniti e diversi paesi europei dovrebbero fornire il loro sostegno. Si tratta davvero di un cambiamento di discorso.
Il registro delle domande e delle risposte che sono seguite non sembra essere reperibile su internet, ma un quotidiano digitale, minute.bf, riporta la sua risposta a una domanda sulla cooperazione con la Francia.
Ha risposto: “[I soldati francesi] sono lì in base a un accordo tra lo Stato burkinabé e lo Stato francese. È nella lotta contro l’insicurezza nel Sahel ... che loro (i soldati francesi) dovevano portarci aiuto ... Intervengono su richiesta delle autorità burkinabé ... Ultimamente, le autorità burkinabé non hanno bisogno di loro e preferiscono continuare la lotta con i propri mezzi per salvaguardare la nostra sovranità“.
Queste domande sono simili a quelle che abbiamo sollevato alla fine del nostro precedente articolo. Abbiamo citato un articolo di Africa Intelligence del 12 ottobre 2022 in cui si chiedeva alla Francia di fornire attrezzature di seconda mano, cosa che non era mai stata fatta prima, e di fare pressione affinché il Burkina Faso potesse beneficiare del Fondo Europeo per la Pace (EPF). Questo strumento finanziario, istituito da Bruxelles nel 2021, consente all’UE di fornire agli eserciti stranieri attrezzature letali. Ci siamo chiesti in particolare perché così tardi...
Una nuova informazione non fa che rafforzare queste domande. Un articolo pubblicato sul sito web delle operazioni esterne della Francia ci informa il 16 novembre che “l’aeronautica nigeriana ha ricevuto altri due elicotteri d’attacco Gazelle, portando a cinque il numero di velivoli di questo tipo donati dalla Francia”.
E poco più avanti che “tre Gazzelle sono stati regalati da Parigi nel 2013, portando a cinque il numero di elicotteri di questo tipo... con cannoni da 20 mm [Giat M621] e un lotto di pezzi di ricambio”. Lo stesso articolo ricorda che nell’ottobre 2021 la Francia ha consegnato 28 veicoli e 71 mitragliatrici pesanti. Questo sito consente di effettuare una ricerca per paese.
Tornando al 2013, non c’è traccia di forniture di armi al Burkina Faso, ma solo un inventario di tutti gli interventi francesi nel paese. Se dobbiamo credere all’inventario delle azioni francesi su questo sito, non ci sarebbe stato nulla in termini di donazioni di attrezzature dal 2013... Perché così tardi...
C’è qualche speranza?
Non c’è più tempo da perdere. La situazione è drammatica e richiede decisioni rapide, chiare e pertinenti.
Le nuove autorità, in particolare il duo Ibrahim Traoré e Kyelem de Tambela, hanno impostato la transizione senza troppe difficoltà, in modo abbastanza direttivo. Ma la maggioranza dei burkinabé non glielo rinfaccerà. Vogliono risultati e li vogliono in fretta.
Il duo alla guida del paese sa di non avere molto tempo per dimostrare il proprio valore. Sembrano essere abbastanza complementari, con i compiti assegnati l’uno all’altro chiaramente definiti.
Nonostante alcuni errori iniziali, con conseguenze trascurabili, danno l’impressione di voler fare del loro meglio e affermano una certa integrità e impegno patriottico. Per quanto riguarda la guerra, l’esercito si trasformerà, con una gerarchia rinnovata e reclutamenti molto importanti. Mai negli anni passati il governo aveva reclutato così tanti soldati e VDP! Ma il compito di integrarli sembra immenso.
Il duo ha scelto di fare a meno dei partiti politici. Poche voci nel paese sembrano trovare da ridire su questo. Anche i partiti politici, le cui attività sono state sospese, non sembrano essere offesi per il momento.
Per quanto riguarda i rapporti con i partner, probabilmente è arrivato il momento di mettere le cose in chiaro. Il Burkina riafferma questi principi e la sua sovranità.
Resta il fatto che questo governo ha anche il compito di rifondare il paese prima di mettere in atto un buon governo. Considerato il periodo passato, questo obiettivo rimane importante. Da questo punto di vista, le dichiarazioni appaiono un po’ timide. Tuttavia, questa è un’importante aspettativa della popolazione, che attende decisioni tangibili dall’insurrezione del 2014.
L’impunità rimane uno dei principali ostacoli allo sviluppo e, naturalmente, alla necessaria fiducia della popolazione per impegnarsi davvero a difendere il proprio paese e ricostruirlo... Come si erano impegnati durante la Rivoluzione, a volte, è vero, non senza costrizioni. Ma tutti i burkinabè sono ora orgogliosi di questo.
Finora non si è parlato ufficialmente di giustizia. Il Burkina ha un grosso problema con il suo sistema giudiziario. È vero che il sistema giudiziario ha mostrato il suo lato migliore con il successo del processo Sankara. Tuttavia, quasi nessuno dei dignitari del regime di Blaise Compaoré, né di quello di Rock Marc Christian Kaboré, è stato perseguito. Molte fortune sono state fatte rapidamente e apertamente.
Luc Marius Ibriga, un’eminente figura della società civile, a capo dell’ASCE LC (Autorità Superiore per il Controllo dello Stato e la Lotta alla Corruzione), dichiarava ogni anno che i fascicoli di un certo numero di persone erano nelle mani del sistema giudiziario e si stupiva che non ci fosse alcun seguito.
È illusorio parlare di buon governo se la giustizia non fa il suo lavoro e se l’impunità continua a persistere. Inoltre, non si tratta solo di appropriazioni indebite o di altre malversazioni per cui il sistema giudiziario non fa il suo lavoro: ci sono anche molti crimini, per non parlare dei casi di tortura che non sono stati giudicati.
Abbiamo già parlato del dramma di Inata in questo blog. Cinquanta gendarmi sono stati attaccati da HANI e altri rapiti. Erano rimasti senza cibo per quasi due settimane. È stato commissionato un rapporto su questo massacro. Una prima versione fu consegnata al Presidente Roch Kaboré che la rifiutò.
Un altro è stato riscritto nel frattempo. Sembra che non se ne sia più parlato dopo il colpo di stato, mentre il paese è in attesa. La pubblicazione, o almeno l’annuncio di responsabilità, sarebbe la prova che anche all’interno dell’esercito le cose sono cambiate. Si potrebbe citare il massacro di Yirgou nel gennaio 2019, dove molti Peuhls sono stati massacrati. Da allora è in corso un’indagine, ma non ci sono state molte notizie...
Senza gesti forti per dire la verità su questi massacri, sarà difficile costruire la fiducia. La grande sfida che questo governo deve affrontare è quella di mobilitare la popolazione.
Mettere fine al mito del ritorno di Sankara
Il minimo segno di somiglianza porta immediatamente il Burkinabé a evocare Sankara! Il periodo non è più lo stesso, la rivoluzione non è all’ordine del giorno perché il paese è in guerra. E Thomas Sankara è per molti versi un uomo eccezionale. Annunciare progetti ispirati a Thomas Sankara è una cosa.
Ma Thomas Sankara è anche un metodo... la cui parte essenziale sta nella pedagogia che usava per dare fiducia al suo popolo. Senza la sua mobilitazione non si sarebbe potuto ottenere molto. Speriamo che il periodo attuale permetta a coloro che si dichiarano seguaci di Thomas Sankara, praticamente l’intero paese attualmente, di comprendere meglio ciò che ha fatto la ricchezza della Rivoluzione e i suoi successi.
Un progetto, per quanto bello, è un guscio vuoto se non si sa come realizzarlo. La garanzia di successo è la fiducia del popolo nei propri leader. E viceversa, la fiducia dei leader nei confronti dei loro collaboratori. Dovremo tornare su questo argomento più a lungo.
Fonte
13/07/2022
In Burkina Faso la “riconciliazione nazionale” rievoca i fantasmi del passato
di Valeria Cagnazzo
Il Presidente Paul-Henri Sandaogo Damiba, al potere dal golpe militare del 24 gennaio scorso, lo ha voluto con forza, e così l’8 luglio scorso il palazzo presidenziale della capitale Ouagadougou ha ospitato un inedito incontro ai vertici. Per consultarsi sulla situazione di emergenza del Burkina Faso in termini di sicurezza e di povertà, per Damiba era necessario sentire il parere degli ex Presidenti del Paese tuttora in vita. Cinque leader molto distanti gli uni dagli altri, con un passato più o meno trasparente, una fedina penale più o meno integra, chiamati a discutere di persona sullo stato di una Nazione che in un modo o nell’altro li ha rigettati.
In un Paese in ginocchio a causa della crisi economica e soprattutto della violenza jihadista, che provoca quotidianamente attentati e stragi, per Damiba è essenziale un confronto a larghe intese. Secondo il Presidente, che guiderà il Burkina per un periodo di transizione di massimo tre anni, l’obiettivo di questo incontro è “la ricerca della coesione sociale di fronte alla situazione difficile che attraversa” il Paese.
A Ouagadougou sono quindi arrivati i Presidenti Michel Kafando, Yacouba Isaac Zida (in esilio in Canada dopo le accuse di appropriazione illecita di fondi pubblici) e Jean-Baptiste Ouédraogo. Marc Christian Kaboré, primo Presidente eletto democraticamente nel Paese nel 2015 e destituito con il colpo di stato del gennaio scorso dallo stesso Damiba, è stato costretto a partecipare al vertice con la forza. Un gesto che fa vacillare molto il significato della definizione di “riconciliazione nazionale” con la quale il golpista Damiba ha battezzato i tentativi, compreso questo incontro, volti a riappacificare un Burkina Faso alla deriva dopo decenni di golpe, guerra civile e terrorismo jihadista.
La presenza più discussa di tutte è, però, quella del quinto di questi ex Presidenti, di fatto il primo di loro cronologicamente: Blaise Compaoré. Al potere per ventisette anni fino al 2014, quando un colpo di stato destituì il suo governo e lo costrinse a rifugiarsi in Costa d’Avorio, sotto la protezione francese. Da otto anni, Compaoré non varcava il confine burkinabé. Non è rientrato nel Paese neanche nell’aprile scorso, per sedere al banco degli imputati nel processo per l’omicidio dell’ex Presidente del Burkina Faso, Thomas Sankara.
Il 6 aprile scorso il tribunale di Ouagadougou lo ha condannato all’ergastolo in contumacia per essere il responsabile dell’uccisione di Sankara e di 14 suoi collaboratori nel colpo di stato che lo portò poi al potere nel 1987. Una condanna pesantissima alla quale Compaoré si è sottratto grazie all’esilio ivoriano.
Il 7 luglio, invece, dimenticando ergastoli e anni di lontananza, Blaise Compaoré è tornato in Burkina Faso viaggiando a bordo di un Gulfstream G500, un business jet di proprietà della presidenza ivoriana, accanto alla moglie Chantal. Il giorno dopo ha raggiunto il palazzo di Kosyam per incontrare Damiba calpestando un tappeto rosso.
All’incontro della mattina seguente alla presenza di Compaoré, né Kafando, né Zida, né Kaboré hanno voluto partecipare. Si è trattato quindi di un vertice a tre, tra Ouédraogo, Compaoré e Damiba, che ha colto l’occasione per precisare alla stampa come la situazione attuale del Paese non consenta di “concedersi il lusso di perdere il tempo in polemiche”. E ha aggiunto: “Ai burkinabè che si sono espressi contro il nostro approccio, diciamo che questo processo non è fatto per consacrare l’impunità, ma per contribuire alla ricerca di soluzioni per un Burkina Faso di pace e coesione. Chiediamo loro di porre i migliori interessi della Nazione al di sopra di qualsiasi considerazione politica o di parte”.
L’arrivo di Compaoré nel Paese ha, infatti, scatenato vivaci proteste da parte dei burkinabé. Sebbene una parte della popolazione abbia accolto la notizia del rientro dell’ex Presidente con entusiasmo, invocando i tempi della sua Presidenza dominati dalla sicurezza e dalla pace interna, le critiche non sono mancate. Secondo alcuni, dietro al tentativo di “riconciliazione nazionale” si nasconde il progetto di riabilitare il ruolo politico di Compaoré, addirittura di riesumare il suo regime. La consultazione presidenziale di un uomo condannato all’ergastolo per l’omicidio di Sankara è stata vista come l’offerta di un’amnistia per le sue responsabilità in quella morte.
All’uscita dalla riunione, Damiba, accanto a Compaoré e Ouédraogo, ha dichiarato che l’oggetto dell’incontro è stata principalmente “la ricerca di una pace duratura per il Paese”. I due ex presidenti, in tarda mattinata, hanno poi diramato un comunicato congiunto, in cui hanno sottolineato la drammaticità delle situazioni del Paese, dal quale due milioni di persone sono fuggite a causa del terrorismo jihadista e in cui “metà del territorio è fuori controllo”. Hanno quindi invocato il “superamento delle convinzioni politiche, generazionali, etniche, religiose e di altro tipo tradizionale”, essenziale per riuscire “a ricostruire insieme le fondamenta del Paese in un sussulto patriottico“.
Intervistato dall’agenzia di notizie Jeune Afrique, l’avvocato della famiglia dell’ex Presidente Thomas Sankara, Me Bénéwendé Stanislas Sankara, ha dichiarato: “Blaise Compaoré si è sottratto alla giustizia di quello che è ormai il suo vecchio Paese, dal momento che ha ottenuto la cittadinanza ivoriana. E dal momento che è rientrato in Burkina, egli deve, in conformità con le disposizioni legali, essere arrestato e portato davanti alla giustizia militare”.
Non solo non è stato arrestato, ma dopo l’incontro Compaoré è stato ospitato nella villa Khadafi, di proprietà dello Stato. Secondo alcune indiscrezioni, si sarebbe poi recato nel suo villaggio natale, Ziniaré, per trascorrere il fine settimana nella casa di famiglia, insieme alla sorella Antoinette. Secondo l’avvocato, questa impunità è legata al fatto che “la politica e l’esercito hanno preso il sopravvento sulla legalità. Per me è un abuso di potere e una negazione della giustizia”.
Quanto alle intenzioni dichiarate da Damiba di una “riconciliazione interna” del Paese per giustificare il vertice con Compaoré, Stanislas Sankara ha spiegato di non crederci affatto: “L’annuncio dell’arrivo di Blaise Compaoré ha diviso profondamente anche il Burkinabè e ha esacerbato le divisioni all’interno della popolazione. Non è certo il miglior alibi”.
15/04/2021
Thomas Sankara. Al processo per l’omicidio emerge il ruolo della Francia
Compaoré, fuggito in Costa d’Avorio dopo la rivolta popolare che lo ha spodestato nel 2014, sarà processato per l’assassinio del suo predecessore, Thomas Sankara, nel colpo di Stato del 1987 che lo portò al potere.
Nei 27 successivi anni durante i quali Compaoré è stato al governo, l’uccisione di Sankara è sempre stata un argomento tabù di cui era impossibile parlare pubblicamente.
Il caso giudiziario è stato ripreso dal governo di transizione democratica instauratosi dopo la caduta e la fuga di Compaoré nel 2014, contro il quale la giustizia burkinabè ha emesso nel dicembre 2015 un mandato di arresto internazionale.
Tuttavia, Compaoré è riuscito ad ottenere la nazionalità ivoriana e pertanto non può essere estradato; di conseguenza, sarà processato in contumacia.
Oltre a Blaise Compaoré, il tribunale militare giudicherà “altri 13, accusati di attentato alla sicurezza dello Stato, complicità in assassinio e occultamento di cadavere“, ha detto Guy Hervé Kam, avvocato delle parti civili, sottolineando che inizialmente più persone erano implicate nella vicenda, ma “molti degli accusati sono morti”.
Gli imputati includono anche il generale Gilbert Diendéré, uno dei principali capi dell’esercito durante il colpo di Stato del 1987 e divenuto poi capo di Stato maggiore privato di Blaise Compaoré, così come i soldati dell’ex guardia presidenziale. Il generale sta attualmente scontando una condanna a 20 anni di carcere in Burkina Faso per il tentativo di colpo di Stato del 2015.
In soli quattro anni di governo (1983-1987), Thomas Sankara, capitano dei paracadutisti e “padre della Rivoluzione” burkinabè, era diventato un leader rivoluzionario carismatico a livello internazionale, tanto da essere soprannominato il “Che africano”, lasciando un segno indelebile sull’intero continente.
Accusatore dell’imperialismo, del neocolonialismo e dell’apartheid da parte delle potenze occidentali in Africa, Thomas Sankara affermava – nel potente discorso del 4 ottobre 1984 durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – che “Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per vent’anni. Non ci sarà salvezza per noi al di fuori da questo rifiuto, né sviluppo fuori da una tale rottura”.
Una rottura che richiedeva necessariamente di “osare inventare l’avvenire” per ottenere un cambiamento radicale. La Storia degli ultimi 30 anni ha dimostrato che aveva completamente ragione.
Inoltre, Thomas Sankara attaccava duramente il sistema di condizionamento politico ed economico rappresentato dagli aiuti internazionali e dalle politiche di “aggiustamento” indicate dal Fondo Monetario Internazionale, poiché il “debito nella sua forma attuale è la riconquista coloniale”.
Promotore del panafricanismo, ecologista e femminista prima del suo tempo, Thomas Sankara non esitò a disprezzare pubblicamente l’arroganza delle potenze occidentali, a partire dall’ex Presidente francese François Mitterand.
Thomas Sankara si configurava, sotto tutti gli aspetti, come il principale nemico del “nuovo ordine mondiale” che andava imponendosi durante gli anni ’80 del secolo scorso, governato dalle multinazionali e dalla finanzia in un “sistema che consente ad un pugno di uomini sulla terra di comandare tutta l’umanità”; mentre dall’altra parte si andava consolidando la consapevolezza che “una solidarietà speciale unisca i tre continenti, Asia, America Latina ed Africa in una lotta contro gli stessi banditi politici e gli stessi sfruttatori economici”.
Per questo motivo, oggi come allora, riemergono i sospetti del sostegno che Blaise Compaoré ha ricevuto dagli Stati Uniti e della Francia, intenzionati a “far fuori” Thomas Sankara per riportare al potere un “fedele servitore” delle politiche neocolonialiste dell’Occidente e stroncare gli ideali panafricani di indipendenza dal giogo imperialista.
La dimensione giudiziaria delle accuse contro Blaise Compaoré, responsabile materiale di aver coordinato il commando che il 15 ottobre 1987 ha assassinato Thomas Sankara, non può e non deve sottacere quelle che sono le responsabilità politiche di chi ha orchestrato il colpo di Stato.
Qual è stato il coinvolgimento, diretto ed indiretto, materiale e finanziario, dei dirigenti politici francesi e statunitensi nell’assassinio di uno dei più grandi combattenti della resistenza e dell’indipendenza panafricanista?
Perché giudicare Compaoré significa accusare il sistema di potere neocoloniale della “Françafrique”, fatto di ingerenze politiche ed economiche negli affari degli Stati africani, di collaborazioni e sostegni agli oppositori delle principali libertà civili, come Idriss Déby e Paul Biya, presidenti rispettivamente del Chad e del Congo. Ma anche regimi autoritari e corrotti, come quello del re del Marocco Mohamed VI oppure di Ibrahim Boubacar Keïta in Mali, arrestato e deposto lo scorso agosto.
Nel 2017, durante una visita in Burkina Faso, il Presidente francese Emmanuel Macron aveva tenuto una conferenza all’università di Ouagadougou, durante la quale aveva affermato che “non c’è più una politica africana della Francia”.
In quell’occasione, aveva affermato che “i crimini della colonizzazione europea sono indiscutibili”, ma aggiungendo che “la nostra responsabilità è di non rimanere bloccati nel passato”.
Rispondendo ad uno studente del Comité international Thomas Sankara, Macron aveva annunciato la sua decisione che “tutti i documenti prodotti dalle amministrazioni francesi durante il governo di Sankara e dopo il suo assassinio, coperti dal segreto di difesa nazionale, saranno declassificati per essere consultati in risposta alle richieste della giustizia burkinabé”.
Secondo gli avvocati della famiglia, alcuni di questi documenti sono stati trasmessi alla giustizia burkinabé, ma non tutti. In un recente comunicato, la rete internazionale “Justice pour Sankara, justice pour l’Afrique” ha chiesto alle autorità francesi di declassificare e inviare senza indugio alla giustizia burkinabé “tutti” i documenti riguardanti l’assassinio di Thomas Sankara.
Inoltre, all’interno di una serie di articoli pubblicati dalla rivista burkinabé Courrier Confidentiel, il N°226 del 15 febbraio 2021 riporta numerose testimonianze che sembrano dimostrare che le autorità francesi non hanno di fatto mantenuto le promesse di Macron.
Ma c’è dell’altro, poiché alcune rivelazioni potrebbero essere ancora più gravi. Un agente dei servizi segreti burkinabè afferma che “il 16 ottobre 1987, Jean-Pierre Palm (ndr: ufficiale della gendarmeria incriminato nel caso dell’assassinio del presidente Sankara) venne, accompagnato da un bianco che si diceva essere un tecnico, più un altro che si diceva fosse un capitano francese chiamato Baril”.
Un altro aggiunge: “abbiamo preso gli archivi delle intercettazioni riguardanti Blaise Compaoré e Jean-Pierre Palm, che erano stati condiviso e abbiamo proceduto alla loro distruzione. Lo stesso Palm è venuto nel nostro dipartimento, accompagnato da francesi (...) in cerca di prove che lo intercettassero”.
Questi “francesi” sarebbero agenti della Direction Générale de la Sécurité Extérieure (DGSE) e avrebbero preso parte – in maniera più o meno diretta – alla distruzione delle intercettazioni telefoniche nella gendarmeria burkinabé il giorno dopo l’assassinio di Thomas Sankara.
Questi fatti, se verificati, proverebbero una stretta collaborazione tra i servizi segreti francesi e gli autori del complotto per distruggere le prove della partecipazione attiva di Blaise Compaoré e di altri ufficiali nel piano per assassinare il presidente Thomas Sankara.
Tuttavia, sembra che nessun documento declassificato menzioni questa collaborazione. Questo perché, come riportato nel N°228 del 5 marzo 2021 di Courrier Confidentiel, molti dei documenti trasmessi non provengono da “archivi declassificati” ma da “semplici archivi diplomatici” francesi.
Dopo i lunghi anni bui del regime di Blaise Compaoré, che ha bloccato il progresso della giustizia verso la verità, oggi è la Francia a rendere difficoltoso e tortuoso questo cammino. L’interesse principale è quello di non destabilizzare ulteriormente la precaria situazione geopolitica nel Sahel, marcata dalle dinamiche imperialiste francesi.
Il controllo su questa regione è dovuto agli interessi economici della Francia, legati in particolare allo sfruttamento delle materie prime e alle commesse provenienti dalle amministrazioni locali nei confronti delle aziende francesi.
Il dispiegamento militare nella “lotta al terrorismo jihadista”, attraverso l’Opération Barkhane in cooperazione con i paesi del cosiddetto “G5 Sahel”, mira in realtà alla difesa strategica delle società francesi che operano nel settore estrattivo (uranio e petrolio) e non alla protezione della popolazione civile.
Il 15 ottobre 1987 – “quel giorno uccisero la felicità” – uccisero Thomas Sankara, provarono a cancellare le loro responsabilità e ad insabbiare la verità, tentarono di cancellarne la memoria. Ma, Sankara vive!
Fonte
09/12/2019
Thomas Sankara: il video del suo straordinario discorso all’Onu
Per anni e anni si è fatto di tutto, dopo averlo eliminato fisicamente, perché di Thomas Sankara non rimanesse traccia, se ne perdesse ogni memoria.
Si voleva l’oblio sulla più grande speranza mai sorta in Africa, su di un’idea di politica come servizio alla felicità di tutti, sull’uomo che per primo, profeticamente, denunciò la nascita del più grande e odioso dei poteri, quello finanziario e sul pericolo di una nuova schiavitù globale. Quella finanziaria.
Ora, finalmente, dagli archivi della televisione del Burkina liberatosi dalla dittatura è venuto fuori il video realizzato, in quell’occasione, con i poveri mezzi di un media africano.
thomassankara.net lo ha appena pubblicato e a loro va un grande ringraziamento
New York, 4 ottobre 1984, 39ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite
Traduzione di Marinella Corregia
Presidente, Segretario generale, onorevoli rappresentanti della comunità internazionale.
Vi porto i saluti fraterni di un paese di 274.000 chilometri quadrati in cui sette milioni di bambini, donne e uomini si rifiutano di morire di ignoranza, di fame e di sete, non riuscendo più a vivere nonostante abbiano alle spalle un quarto di secolo di esistenza come stato sovrano rappresentato alle Nazioni Unite.
Sono davanti a voi in nome di un popolo che ha deciso, sul suolo dei propri antenati, di affermare, d’ora in avanti, se stesso e farsi carico della propria storia – negli aspetti positivi quanto in quelli negativi – senza la minima esitazione.
Sono qui, infine, su mandato del Consiglio nazionale della rivoluzione (Cnr) del Burkina Faso, per esprimere il suo punto di vista sui problemi iscritti all’ordine del giorno, che costituiscono una tragica ragnatela di eventi che scuotono dolorosamente le fondamenta del nostro mondo alla fine di questo millennio. Un mondo dove l’umanità è trasformata in circo, lacerata da lotte fra i grandi e i meno grandi, attaccata da bande armate e sottoposta a violenze e saccheggi. Un mondo dove le nazioni agiscono sottraendosi alla giurisdizione internazionale, armando gruppi di banditi che vivono di ruberie e di altri sordidi traffici.
Non pretendo qui di affermare dottrine. Non sono un messia né un profeta; non posseggo verità. I miei obiettivi sono due: in primo luogo, parlare in nome del mio popolo, il popolo del Burkina Faso, con parole semplici, con il linguaggio dei fatti e della chiarezza; e poi, arrivare ad esprimere, a modo mio, la parola del “grande popolo dei diseredati”, di coloro che appartengono a quel mondo che viene sprezzantemente chiamato Terzo mondo. E dire, anche se non riesco a farle comprendere, le ragioni della nostra rivolta. È chiaro il nostro interesse per le Nazioni Unite, ed è nostro diritto essere qui con il vigore e il rigore derivanti dalla chiara consapevolezza dei nostri compiti.
Nessuno sarà sorpreso di vederci associare l’ex Alto Volta – oggi Burkina Faso – con questo insieme così denigrato che viene chiamato Terzo mondo, una parola inventata dal resto del mondo al momento dell’indipendenza formale per assicurarsi meglio l’alienazione sulla nostra vita intellettuale, culturale, economica e politica.
Noi vogliamo inserirci nel mondo senza giustificare comunque questo inganno della storia, né accettiamo lo status di “entroterra del sazio Occidente”. Affermiamo la nostra consapevolezza di appartenere a un insieme tricontinentale, ci riconosciamo come paese non allineato e siamo profondamente convinti che una solidarietà speciale unisca i tre continenti, Asia, America Latina ed Africa in una lotta contro gli stessi banditi politici e gli stessi sfruttatori economici.
Riconoscendoci parte del Terzo mondo vuol dire, parafrasando José Martí, “affermare che sentiamo sulla nostra guancia ogni schiaffo inflitto contro ciascun essere umano ovunque nel mondo”. Finora abbiamo porto l’altra guancia, gli schiaffi sono stati raddoppiati. Ma il cuore del cattivo non si è ammorbidito. Hanno calpestato le verità del giusto. Hanno tradito la parola di Cristo e trasformato la sua croce in mazza. Si sono rivestiti della sua tunica e poi hanno fatto a pezzi i nostri corpi e le nostre anime. Hanno oscurato il suo messaggio. L’hanno occidentalizzato, mentre per noi aveva un significato di liberazione universale. Ebbene, i nostri occhi si sono aperti alla lotta di classe, non riceveremo più schiaffi.
Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per vent’anni. Non ci sarà salvezza per noi al di fuori da questo rifiuto, né sviluppo fuori da una tale rottura. Tutti quei nuovi “intellettuali” emersi dal loro sonno – risvegliati dalla sollevazione di miliardi di uomini coperti di stracci, atterriti dalla minaccia di questa moltitudine guidata dalla fame che pesa sulla loro digestione – iniziano a riscrivere i propri discorsi, e ancora una volta ansiosamente cercano concetti miracolosi e nuove forme di sviluppo per i nostri paesi. Basta leggere i numerosi atti di innumerevoli forum e seminari per rendersene conto.
Non voglio certo ridicolizzare i pazienti sforzi di intellettuali onesti che, avendo gli occhi per vedere, scoprono le terribili conseguenze delle devastazioni che ci hanno imposto i cosiddetti “specialisti” dello sviluppo del Terzo mondo. Il mio timore è che i frutti di tanta energia siano confiscati dai Prospero di tutti i tipi che – con un giro della loro bacchetta magica – ci rimandano in un mondo di schiavitù in abiti moderni.
Questo mio timore è tanto più giustificato in quanto l’istruita piccola borghesia africana – se non quella di tutto il Terzo mondo – non è pronta a lasciare i propri privilegi, per pigrizia intellettuale o semplicemente perché ha assaggiato lo stile di vita occidentale. Così, questi nostri piccolo borghesi dimenticano che ogni vera lotta politica richiede un rigoroso dibattito, e rifiutano lo sforzo intellettuale per inventare concetti nuovi che siano all’altezza degli assalti assassini che ci attendono. Consumatori passivi e patetici, essi sguazzano nella terminologia che l’Occidente ha reso un feticcio, proprio come sguazzano nel whisky e nello champagne occidentali in salotti dalle luci soffuse.
Dopo i concetti di negritudine o di personalità africana, segnati ormai dal tempo, risulta vana la ricerca di idee veramente nuove prodotte dai cervelli dei nostri “grandi” intellettuali. Il nostro vocabolario e le nostre idee hanno un’altra provenienza. I nostri professori, i nostri ingegneri ed economisti si accontentano di aggiungervi semplicemente un po’ di colore – perché spesso le sole cose che si sono riportati indietro dalle università europee sono le lauree e i loro eleganti aggettivi e superlativi!
È al tempo stesso necessario e urgente che i nostri esperti e chi lavora con la penna imparino che non esiste uno scrivere neutro. In questi tempi burrascosi non possiamo lasciare ai nemici di ieri e di oggi alcun monopolio sul pensiero, sull’immaginazione e sulla creatività. Prima che sia troppo tardi – ed è già tardi – questa élite, questi uomini dell’Africa, del Terzo mondo, devono tornare a casa davvero, cioè tornare alla loro società e alla miseria che abbiamo ereditato, per comprendere non solo che la lotta per un’ideologia al servizio dei bisogni delle masse diseredate non è vana, ma che possono diventare credibili a livello internazionale solo divenendo autenticamente creativi, ritraendo un’immagine veritiera dei propri popoli. Un’immagine che gli permetta di realizzare dei cambiamenti profondi delle condizioni politiche e sociali e che strappi i nostri paesi dal dominio e dallo sfruttamento stranieri che lasciano i nostri stati nella bancarotta come unica prospettiva.
È questo che noi, popolo burkinabé, abbiamo capito la notte del 4 agosto 1983, quando le prime stelle hanno iniziato a scintillare nel cielo della nostra terra. Abbiamo dovuto guidare la rivolta dei contadini che vivevano piegati in due in una campagna insidiata dal deserto che avanza, abbandonata e stremata dalla sete e dalla fame. Abbiamo dovuto indirizzare la rivolta delle masse urbane prive di lavoro, frustrate e stanche di vedere le limousine guidate da élite governative estraniate che offrivano loro solo false soluzioni concepite da cervelli altrui. Abbiamo dovuto dare un’anima ideologica alle giuste lotte delle masse popolari che si mobilitavano contro il mostro dell’imperialismo. Abbiamo dovuto sostituire per sempre i brevi fuochi della rivolta con la rivoluzione, lotta permanente ad ogni forma di dominazione.
Prima di me, altri hanno spiegato, e senza dubbio altri spiegheranno ancora, quanto è cresciuto l’abisso fra i popoli ricchi e quelli la cui prima aspirazione è saziare la propria fame e calmare la propria sete, e sopravvivere seguendo e conservando la propria dignità. Ma è al di là di ogni immaginazione la quantità di “derrate dei poveri che sono andate a nutrire il bestiame dei nostri ricchi!”
Lo stato che era chiamato Alto Volta è stato uno degli esempi più lampanti di questo processo. Eravamo l’incredibile concentrato, l’essenza di tutte le tragedie che da sempre colpiscono i cosiddetti paesi in via di sviluppo. Lo testimonia in modo eloquente l’esempio dell’aiuto estero, tanto sbandierato e presentato, a torto, come la panacea. Pochi paesi sono stati inondati come il Burkina Faso da ogni immaginabile forma di aiuto.
Teoricamente, si suppone che la cooperazione debba lavorare in favore del nostro sviluppo. Nel caso dell’Alto Volta, potevate cercare a lungo e invano una traccia di qualunque cosa si potesse chiamare sviluppo. Chi è al potere, per ingenuità o per egoismo di classe non ha potuto o voluto controllare questo afflusso dall’esterno, e orientarlo in modo da rispondere alle esigenze del nostro popolo.
Analizzando una tabella pubblicata nel 1983 dal Club del Sahel, con notevole buon senso Jacques Giri concludeva nel suo libro “Il Sahel domani” che, per i suoi contenuti e i meccanismi che ne reggono il funzionamento, l’aiuto al Sahel era un aiuto alla mera sopravvivenza. Solo il 30%, sottolinea Giri, di questo aiuto permette al Sahel di vivere. Secondo Giri, il solo obiettivo dell’aiuto estero è continuare a sviluppare settori non produttivi, imporre pesi insopportabili ai nostri magri bilanci, disorganizzare le campagne, aumentare il deficit della nostra bilancia commerciale, accelerare il nostro indebitamento.
Pochi dati bastano a descrivere l’ex Alto Volta. Un paese di sette milioni di abitanti, più di sei milioni dei quali sono contadini; un tasso di mortalità infantile stimato al 180 per mille; un’aspettativa di vita media di soli 40 anni; un tasso di analfabetismo del 98%, se definiamo alfabetizzato colui che sa leggere, scrivere e parlare una lingua; un medico ogni 50.000 abitanti; un tasso di frequenza scolastica del 16%; infine un prodotto interno lordo pro capite di 53.356 franchi CFA, cioè poco più di 100 dollari per abitante.
La diagnosi era cupa ai nostri occhi. La causa della malattia era politica. Solo politica poteva dunque essere la cura. Naturalmente incoraggiamo l’aiuto che ci aiuta a superare la necessità di aiuti. Ma in generale, la politica dell’aiuto e dell’assistenza internazionale non ha prodotto altro che disorganizzazione e schiavitù permanente, e ci ha derubati del senso di responsabilità per il nostro territorio economico, politico e culturale.
Abbiamo scelto di rischiare nuove vie per giungere ad una maggiore felicità. Abbiamo scelto di applicare nuove tecniche e stiamo cercando forme organizzative più adatte alla nostra civiltà, respingendo duramente e definitivamente ogni forma di diktat esterno, al fine di creare le condizioni per una dignità pari al nostro valore. Respingere l’idea di una mera sopravvivenza e alleviare le pressioni insostenibili; liberare le campagne dalla paralisi e dalla regressione feudale; democratizzare la nostra società, aprire le nostre anime ad un universo di responsabilità collettiva, per osare inventare l’avvenire.
Smontare l’apparato amministrativo per ricostruire una nuova immagine di dipendente statale; fondere il nostro esercito con il popolo attraverso il lavoro produttivo avendo ben presente che senza un’educazione politica patriottica, un militare non è nient’altro che un potenziale criminale. Questo è il nostro programma politico.
Dal punto di vista della pianificazione economica, stiamo imparando a vivere con modestia e siamo pronti ad affrontare quell’austerità che ci siamo imposti per poter sostenere i nostri ambiziosi progetti. Già ora, grazie a un fondo di solidarietà nazionale alimentato da contributi volontari, stiamo cominciando a trovare risposte all’enorme problema della siccità.
Abbiamo sostenuto ed applicato i principi di Alma Ata aumentando il nostro livello dei servizi sanitari di base. Abbiamo fatto nostra come politica di stato la strategia del GOBI FFF consigliata dall’UNICEF; pensiamo che le Nazioni Unite dovrebbero utilizzare il proprio ufficio nel Sahel per elaborare piani a medio e lungo termine che permettano ai paesi che soffrono per la siccità di raggiungere l’autosufficienza alimentare.
In vista del XXI secolo abbiamo lanciato una grande campagna per l’educazione e la formazione dei nostri bambini in un nuovo tipo di scuola, finanziato da una sezione speciale della nostra lotteria nazionale “istruiamo i nostri bambini”. E, grazie al lavoro dei Comitati per la difesa della rivoluzione, abbiamo lanciato un vasto progetto di costruzione di case pubbliche (500 in cinque mesi), strade, piccoli bacini idrici ecc. Il nostro obiettivo economico è creare una situazione in cui ogni burkinabé possa impiegare le proprie braccia ed il proprio cervello per produrre abbastanza da garantirsi almeno due pasti al giorno ed acqua potabile.
Promettiamo solennemente che d’ora in avanti nulla in Burkina Faso sarà portato avanti senza la partecipazione dei burkinabé. D’ora in avanti, saremo tutti noi a ideare e decidere tutto. Non permetteremo altri attentati al nostro pudore e alla nostra dignità.
Rafforzati da questa convinzione, vorremmo abbracciare con le nostre parole tutti quelli che soffrono e la cui dignità è calpestata da un pugno di uomini o da un sistema oppressivo.
Chi mi ascolta mi permetta di dire che parlo non solo in nome del mio Burkina Faso, tanto amato, ma anche di tutti coloro che soffrono in ogni angolo del mondo. Parlo in nome dei milioni di esseri umani che vivono nei ghetti perché hanno la pelle nera o perché sono di culture diverse, considerati poco più che animali. Soffro in nome degli Indiani d’America che sono stati massacrati, schiacciati, umiliati e confinati per secoli in riserve così che non potessero aspirare ad alcun diritto e la loro cultura non potesse arricchirsi con una benefica unione con le altre, inclusa quella dell’invasore. Parlo in nome di quanti hanno perso il lavoro, in un sistema che è strutturalmente ingiusto e congiunturalmente in crisi, ridotti a percepire della vita solo il riflesso di quella dei più abbienti.
Parlo in nome delle donne del mondo intero, che soffrono sotto un sistema maschilista che le sfrutta. Per quel che ci riguarda siano benvenuti tutti i suggerimenti, di qualunque parte del mondo, circa i modi per favorire il pieno sviluppo della donna burkinabé. In cambio, possiamo condividere con tutti gli altri paesi la nostra esperienza positiva realizzata con le donne ormai presenti ad ogni livello dell’apparato statale e in tutti gli aspetti della vita sociale burkinabé. Le donne in lotta proclamano all’unisono con noi che lo schiavo che non organizza la propria ribellione non merita compassione per la sua sorte. Questo schiavo è responsabile della sua sfortuna se nutre qualche illusione quando il padrone gli promette libertà. La libertà può essere conquistata solo con la lotta e noi chiamiamo tutte le nostre sorelle di tutte le razze a sollevarsi e a lottare per conquistare i loro diritti.
Parlo in nome delle madri dei nostri paesi impoveriti che vedono i loro bambini morire di malaria o di diarrea e che ignorano che esistono per salvarli dei mezzi semplici che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo piuttosto investire nei laboratori cosmetici, nella chirurgia estetica a beneficio dei capricci di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di calorie nei pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel. Questi mezzi semplici raccomandati dall’OMS e dall’UNICEF abbiamo deciso di adottarli e diffonderli.
Parlo, anche, in nome dei bambini. Di quel figlio di poveri che ha fame e guarda furtivo l’abbondanza accumulata in una bottega dei ricchi. Il negozio è protetto da una finestra di spesso vetro; la finestra è protetta da inferriate; queste sono custodite da una guardia con elmetto, guanti e manganello, messa là dal padre di un altro bambino che può, lui, venire a servirsi, o piuttosto, essere servito, giusto perché ha credenziali garantite dalle regole del sistema capitalistico.
Parlo in nome degli artisti – poeti, pittori, scultori, musicisti, attori – che vedono la propria arte prostituita per le alchimie dei businessman dello spettacolo. Grido in nome dei giornalisti ridotti sia al silenzio che alla menzogna per sfuggire alla dura legge della disoccupazione. Protesto in nome degli atleti di tutto il mondo i cui muscoli sono sfruttati dai sistemi politici o dai moderni mercanti di schiavi.
Il mio paese è la quintessenza di tutte le disgrazie dei popoli, una sintesi dolorosa di tutte le sofferenze dell’umanità, ma anche e soprattutto una sintesi delle speranze derivanti dalla nostra lotta. Ecco perché ci sentiamo una sola persona con i malati che scrutano ansiosamente l’orizzonte di una scienza monopolizzata dai mercanti d’armi. Il mio pensiero va a tutti coloro che sono colpiti dalla distruzione della natura e ai trenta milioni di persone che muoiono ogni anno abbattute da quella terribile arma chiamata fame.
Come militare non posso dimenticare il soldato che obbedisce agli ordini, il dito sul grilletto e che sa che la pallottola che sta per partire porta solo un messaggio di morte. Parlo con indignazione a nome dei palestinesi, che un’umanità disumana ha scelto di sostituire con un altro popolo, solo ieri martirizzato. Il mio pensiero va al valoroso popolo palestinese, alle famiglie frantumate che vagano per il mondo in cerca di asilo. Coraggiosi, determinati, stoici e instancabili, i palestinesi ricordano alla coscienza umana la necessità e l’obbligo morale di rispettare i diritti di un popolo: i palestinesi, con i loro fratelli ebrei, si oppongono al sionismo.
Sono al fianco dei miei fratelli soldati dell’Iran e dell’Iraq che muoiono in una guerra fratricida e suicida, come sono vicino ai compagni del Nicaragua, i cui porti minati e i villaggi bombardati affrontano il loro destino con tanto coraggio e lucidità. Soffro con tutti i latinoamericani che faticano e lottano sotto i predatori dell’imperialismo. Sono a fianco dei popoli dell’Afghanistan e dell’Irlanda, di Grenada e di Timor Est, tutti alla ricerca di una serenità ispirata dalla loro dignità e dalle leggi della propria cultura. Parlo qui in nome di tutti coloro che cercano invano una tribuna davvero mondiale dove far sentire la propria voce ed essere presi in considerazione realmente. Molti mi hanno preceduto su questo palco e altri seguiranno. Però solo alcuni prenderanno le decisioni. Eppure, qui ufficialmente siamo tutti uguali.
Bene, mi faccio portavoce di tutti coloro che invano cercano un’arena dalla quale essere ascoltati. Sì, vorrei parlare in nome di tutti gli “abbandonati del mondo”, perché sono un uomo e niente di quello che è umano mi è estraneo. La nostra rivoluzione in Burkina Faso abbraccia le sfortune di tutti i popoli; vuole ispirarsi alla totalità delle esperienze umane dall’inizio del mondo. Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo e di tutte le lotte di liberazione dei popoli del Terzo mondo. I nostri occhi guardano ai profondi sconvolgimenti che hanno trasformato il mondo.
Traiamo insegnamenti dalla rivoluzione americana, le lezioni della sua vittoria contro la dominazione coloniale e le conseguenze della sua vittoria. Facciamo nostra la dottrina della non ingerenza degli europei negli affari americani e degli americani negli affari europei. Ciò che Monroe proclamava nel 1823 “l’America agli Americani”, oggi viene da noi ripreso affermando “l’Africa agli Africani” e “il Burkina Faso ai Burkinabé”.
La rivoluzione francese del 1789, distruggendo le basi dell’assolutismo, ci ha insegnato l’intimo legame che esiste fra diritti umani e diritti dei popoli alla libertà. La grande rivoluzione d’ottobre del 1917 ha trasformato il mondo, portato il proletariato alla vittoria, scosso le fondamenta del capitalismo e realizzato i sogni di giustizia della comune di Parigi.
Aperti a tutti i venti di volontà dei popoli e delle loro rivoluzioni, ad avendo appreso anche la lezione di alcuni terribili fallimenti che hanno portato a tragiche violazioni dei diritti umani, vogliamo prendere da ogni rivoluzione solo il suo nocciolo di purezza che ci impedisce di diventare schiavi della realtà di altri, anche quando, dal punto di vista ideologico, ci ritroviamo con interessi comuni.
Signor presidente, questo inganno non è più possibile. Il nuovo ordine economico mondiale per cui stiamo lottando e continueremo a lottare può essere raggiunto solo se saremo capaci di fare a pezzi il vecchio ordine che ci ignora; se occuperemo il posto che ci spetta nell’organizzazione politica internazionale e se, data la nostra importanza nel mondo, otterremo il diritto di essere parte delle discussioni e delle decisioni che riguardano i meccanismi regolatori del commercio, dell’economia e del sistema monetario su scala mondiale. Il nuovo ordine economico internazionale non può che affiancarsi a tutti gli altri diritti dei popoli, – diritto all’indipendenza, all’autodeterminazione nelle forme e strutture di governo – come il diritto allo sviluppo. Come tutti gli altri diritti dei popoli può essere conquistato solo nella lotta e attraverso la lotta dei popoli. Non sarà mai il risultato di un atto di generosità di qualche grande potenza.
Continuo a nutrire un’incrollabile fiducia – condivisa dalla grande comunità dei paesi non allineati – che sotto le grida di dolore dei nostri popoli, il nostro gruppo manterrà la sua coesione, rafforzerà il suo potere di negoziazione collettivo, troverà alleati fra tutte le nazioni, e insieme a quelli che ci possono ascoltare, inizierà ad organizzare un sistema di relazioni economiche internazionali realmente nuovo.
Signor Presidente, ho accettato di parlare in questa illustre assemblea perché, malgrado tutte le critiche che le sono rivolte da alcuni dei membri più importanti, le Nazioni Unite rimangono un forum ideale per le nostre richieste, un luogo indispensabile di legittimità per tutti i paesi senza voce.
È questo giustamente ciò che il Segretario Generale dell’Onu vuole significare quando scrive: “L’organizzazione delle Nazioni Unite è unica nel senso che riflette le aspirazioni e le frustrazioni di numerosi paesi e raggruppamenti in tutto il mondo. Uno dei maggiori meriti dell’Onu è che tutte le nazioni, incluse quelle oppresse e vittime dell’ingiustizia” – sta parlando di noi – “anche quando devono fronteggiare la dura realtà del potere, possono venire e trovare una tribuna dove essere ascoltati. Una giusta causa può anche incontrare opposizione o indifferenza, ma troverà comunque una eco presso le Nazioni Unite; tale caratteristica non è sempre stata apprezzata, tuttavia è fondamentale”. Non ci può essere migliore definizione del senso e del significato della nostra organizzazione.
C’è quindi la necessità urgente che ciascuno di noi lavori per consolidare le fondamenta dell’Onu e per attribuirgli i mezzi necessari all’azione. Adottiamo quindi le proposte fatte dal Segretario generale perché possiamo aiutare la nostra organizzazione a superare i numerosi ostacoli che i grandi poteri le oppongono con tanta solerzia per screditarla agli occhi dell’opinione pubblica.
Signor presidente, riconosciuti i meriti, benché limitati, della nostra organizzazione, non posso che essere lieto dell’arrivo di nuovi membri. La delegazione burkinabé dà quindi il benvenuto al 159° membro della nostra organizzazione, lo stato del Brunei Darussalam. A causa della follia di coloro che, per la stravaganza del destino, hanno in mano la leadership del mondo, il Movimento dei non allineati – di cui, mi auguro, il Brunei Darussalam farà presto parte – ha l’obbligo di considerare la lotta per il disarmo un obiettivo permanente, come presupposto essenziale del nostro diritto allo sviluppo.
A nostro parere, dobbiamo analizzare con cura tutti gli elementi che hanno portato alle calamità che hanno afflitto il mondo. In questo senso, il presidente Fidel Castro esprimeva in modo mirabile il nostro punto di vista quando, nel 1979, all’apertura del Sesto summit dei non allineati, dichiarava: “Trecento miliardi di dollari sono sufficienti a costruire 600.000 scuole all’anno per 400 milioni di bambini; oppure 60 milioni di case confortevoli per 300 milioni di persone; oppure 30.000 ospedali con 18 milioni di letti; oppure 20.000 fabbriche che possono dare lavoro a 20 milioni di lavoratori; oppure a rendere possibile l’irrigazione di 150 milioni di ettari di terra che, con adeguate scelte tecniche, possono produrre cibo per un miliardo di persone…”. Se moltiplichiamo queste cifre per dieci – e sono sicuro che rimarremmo al di sotto della realtà di spesa odierna – ci rendiamo conto di quanto l’umanità sperperi ogni anno nel settore militare a scapito della pace.
Ecco perché l’indignazione delle masse si trasforma rapidamente in rivolta e in rivoluzione contro le briciole che vengono loro gettate sotto la forma insultante degli “aiuti”, aiuti spesso legati a condizioni francamente spregevoli. Si può comprendere infine perché il nostro impegno per lo sviluppo ci chiede di essere dei combattenti per la pace, sempre.
Promettiamo dunque di lottare per sciogliere le tensioni e introdurre nelle relazioni internazionali principi degni di un modo di vivere civile, estendendoli a tutte le regioni del mondo. Ciò significa che non possiamo continuare a vendere passivamente parole. Riaffermiamo la nostra determinazione ad essere proponenti attivi di pace, ad assumere il nostro posto nella lotta per il disarmo, e infine ad agire come fattori decisivi nella politica internazionale, liberi dal controllo delle superpotenze, qualunque piano esse possano avere.
La ricerca della pace va di pari passo con la realizzazione dei diritti dei paesi all’indipendenza, dei popoli alla libertà e delle nazioni all’autodeterminazione. In questo senso il premio più miserabile e terribile – sì, terribile – va assegnato al Medio Oriente, in termini di arroganza, insolenza e incredibile ostinazione, ad un piccolo paese, Israele, che da più di venti anni con l’inqualificabile complicità della sua potenza protettrice, gli Stati Uniti, continua a sfidare la comunità internazionale.
Beffa della storia, che solo ieri consegnava gli ebrei all’orrore delle camere a gas, Israele infligge ora agli altri la sofferenza che ieri fu sua. Israele, il cui popolo amiamo per il suo coraggio e i sacrifici del passato, deve sapere che le condizioni della propria tranquillità non possono essere raggiunte con la forza delle armi finanziate dall’estero. Israele deve imparare a diventare una nazione come le altre e con le altre. Oggi, da questo podio, affermiamo la nostra solidarietà attiva e militante con gli uomini e le donne dello splendido combattivo popolo palestinese, e ci rincuoriamo sapendo che nessuna sofferenza dura per sempre.
Signor Presidente, quanto alla situazione politica ed economica dell’Africa, nutriamo una profonda preoccupazione per le pericolose sfide che vengono lanciate ai diritti dei nostri popoli, da parte di alcuni paesi che, sicuri delle proprie alleanze, si fanno beffe dell’etica internazionale. Naturalmente, abbiamo il diritto di rallegrarci per la decisione di ritirare le truppe straniere dal Ciad affinché gli abitanti di questo paese, liberi da ingerenze esterne, possano cercare tra loro nuove vie per porre fine a questa guerra fratricida e, dare al popolo che piange da molte stagioni, i mezzi per asciugarsi le lacrime.
Tuttavia, malgrado alcuni progressi registrati dai popoli africani nelle lotte all’emancipazione economica, il nostro continente continua a riflettere la realtà essenziale delle contraddizioni tra le superpotenze, a portare il peso delle intollerabili e apparentemente infinite tribolazioni del mondo contemporaneo.
Riteniamo inaccettabile e condanniamo incondizionatamente il destino dispensato al popolo del Sahara occidentale dal regno del Marocco che ricorre a tattiche dilatorie per rinviare il momento inevitabile della restituzione, che il volere del popolo Saharawi imporrà. Dopo aver visitato personalmente le regioni liberate dai Saharawi, mi è chiaro che nulla potrà impedire il cammino verso la liberazione totale del paese sotto la guida militante e lungimirante del Fronte Polisario.
Signor Presidente, non parlerò a lungo della questione di Mayotte e delle isole dell’arcipelago Malagasy (Madagascar). Quando le cose sono ovvie, e quando i principi sono chiari, non c’è bisogno di elaborarli. Mayotte appartiene alle Isole Comore; le isole dell’arcipelago al Madagascar.
In America Latina, salutiamo l’iniziativa del gruppo di Contadora che costituisce un passo positivo nella ricerca di una giusta soluzione per una situazione esplosiva. Il comandante Daniel Ortega, a nome del popolo rivoluzionario del Nicaragua, ha fatto qui proposte concrete ed ha posto questioni di fondo a chi di dovere. Aspettiamo di vedere la pace nel suo paese e in tutta l’America centrale il prossimo 15 ottobre e dopo il 15 ottobre, e prendiamo l’opinione pubblica mondiale a testimone di ciò.
Come abbiamo condannato l’aggressione straniera nell’isola di Grenada, condanniamo tutte le invasioni; ecco perché non possiamo tacere di fronte all’invasione armata dell’Afghanistan.
C’è una questione particolare di una tale gravità da richiedere a ognuno di noi una posizione franca e ferma. Si tratta, potete immaginarlo, del Sudafrica. L’incredibile insolenza che questo paese ha per tutte le nazioni del mondo, incluse quelle che sostengono il suo sistema terroristico volto a liquidare fisicamente la maggioranza nera di questo paese, e il disprezzo con cui accoglie tutte le risoluzioni dell’Assemblea generale costituiscono una delle preoccupazioni maggiori del mondo contemporaneo.
Ma la cosa più tragica non è che il Sudafrica sia accusato dall’intera comunità internazionale per le sue leggi apartheid, né che continui illegalmente a tenere la Namibia sotto il suo stivale colonialista e razzista, o che sottometta impunemente i suoi vicini alla legge del banditismo.
No, la cosa più deprecabile e umiliante per la coscienza umana è che sia divenuta una “banalità” la miseria di milioni di esseri umani che per difendersi non hanno altro che il loro petto e l’eroismo delle loro mani nude. Certa di poter contare sulla complicità delle grandi potenze, sul coinvolgimento attivo di alcune di queste e sulla collaborazione di qualche triste leader africano, la minoranza bianca non si vergogna a deridere i sentimenti dei popoli che nel mondo ritengono intollerabile la crudeltà che ha corso legale in Sudafrica.
Un tempo si sarebbero formate brigate internazionali per difendere l’onore delle nazioni la cui dignità era minacciata. Oggi, malgrado le ferite purulente che tutti abbiamo sopportato, votiamo risoluzioni che hanno come unico potere, ci viene detto, di portare alla ragione un Paese di pirati che “distrugge il sorriso come la grandine abbatte i fiori”.
Signor presidente, presto ricorrerà il 150° anniversario dell’emancipazione degli schiavi dell’impero britannico. La mia delegazione sostiene la proposta avanzata da Antigua e Barbuda di commemorare con solennità questo evento così importante per i paesi africani e per tutti i neri. A nostro avviso, tutto quello che potrà essere fatto, detto e organizzato nel corso delle cerimonie commemorative dovrebbe sottolineare il terribile prezzo pagato dall’Africa e dagli africani allo sviluppo della civiltà umana. Un prezzo pagato senza ricevere nulla in cambio e che spiega senza alcun dubbio la tragedia attualmente in corso nel nostro continente.
È il nostro sangue che ha nutrito le radici del capitalismo, provocando la nostra attuale dipendenza e consolidando il nostro sottosviluppo. La verità non può più essere nascosta da cifre addomesticate. Dei neri deportati nelle piantagioni, molti sono morti o sono rimasti mutilati. Per non parlare della devastazione cui è stato sottoposto il nostro continente e delle sue conseguenze.
Signor presidente, se il mondo, grazie a Lei e al nostro Segretariato generale, si convincerà, in occasione di questo anniversario, di tale verità, comprenderà poi perché, con tutti noi stessi, vogliamo la pace fra le nazioni e perché sosteniamo e proclamiamo il nostro diritto allo sviluppo nell’uguaglianza assoluta attraverso l’organizzazione e la ridistribuzione delle risorse umane.
Dal momento che tra tutte le razze umane apparteniamo a quelle che hanno sofferto di più, noi burkinabé abbiamo giurato di non accettare d’ora in avanti la più piccola ingiustizia nel più piccolo angolo del mondo. È il ricordo della nostra sofferenza che ci pone vicino all’OLP contro le bande armate israeliane, che ci fa sostenere l’African National Congress (ANC) e la South West Africa People’s Organization (SWAPO), ritenendo intollerabile la presenza sul suolo sudafricano di uomini “bianchi” che distruggono il mondo in nome del loro colore. Infine, è sempre questo ricordo che ci fa riporre nell’Organizzazione delle Nazioni Unite una fiducia profonda in un dovere comune, in un compito comune per una comune speranza.
Chiediamo di intensificare la campagna per la liberazione di Nelson Mandela affinché possa essere qui con noi nella prossima sessione dell’Assemblea generale, testimone del trionfo della nostra dignità collettiva. Chiediamo che, in ricordo delle nostre sofferenze e nel segno del perdono collettivo, sia creato un Premio internazionale della riconciliazione umana, da assegnare a chi contribuirà alla difesa dei diritti umani. Proponiamo che il budget destinato alle ricerche spaziali sia tagliato dell’1%, per devolvere la cifra corrispondente alla ricerca sulla salute e al ripristino dell’ambiente umano perturbato da tutti questi fuochi d’artificio nocivi all’ecosistema.
Proponiamo anche di rivedere tutta la struttura delle Nazioni Unite per porre fine allo scandalo costituito dal diritto di veto. È vero che certi effetti più diabolici del suo abuso sono stati controbilanciati dalla vigilanza di alcuni fra gli stati che detengono il veto. Tuttavia, nulla può giustificare un tale diritto, né le dimensioni di un paese né la sua ricchezza.
Alcuni difendono tale iniquità sostenendo che essa si giustifica con il prezzo pagato durante la Seconda guerra mondiale. Ma sappiano, questi paesi, che anche noi abbiamo avuto uno zio o un padre che, come migliaia di altri innocenti, sono stati strappati dal Terzo mondo e inviati a difendere i diritti calpestati dalle orde di Hitler. Anche la nostra carne porta i solchi delle pallottole naziste. Mettiamo fine all’arroganza delle grandi potenze che non perdono occasione per rimettere in questione i diritti degli altri popoli. L’assenza dell’Africa dal club di quelli che hanno il diritto di veto è ingiusta e deve finire.
La mia delegazione non avrebbe assolto al suo compito se non avesse chiesto la sospensione di Israele e l’espulsione del Sudafrica dalle Nazioni Unite. Quando, con il tempo, questi paesi avranno compiuto le trasformazioni necessarie a renderli ammissibili nella comunità internazionale, ognuno di noi, e il mio paese per primo, darà loro il benvenuto e guiderà i loro primi passi.
Vogliamo riaffermare la nostra fiducia nelle Nazioni Unite. Siamo loro grati per il lavoro compiuto dalle loro agenzie in Burkina Faso e per la loro presenza al nostro fianco mentre stiamo attraversando tempi difficili. Siamo anche grati ai membri del Consiglio di Sicurezza per averci concesso di presiedere il lavoro del Consiglio per due volte quest’anno. Possiamo solo augurarci che questo Consiglio adotterà e applicherà il principio della lotta contro lo sterminio per fame di 30 milioni di esseri umani ogni anno, una distruzione maggiore di quella di una guerra nucleare.
La mia fiducia in questa organizzazione mi porta a ringraziare il Segretario generale Xavier Pérez de Cuellar, per la sua visita in Burkina, durante la quale ha potuto toccare con mano la dura realtà della nostra esistenza, e farsi un quadro fedele dell’aridità del Sahel e della tragedia del deserto che avanza. Non potrei terminare senza rendere omaggio alle eccellenti qualità del nostro presidente (Paul Lusaka dello Zambia) capace di condurre questa 39ª sessione con la saggezza che gli riconosciamo.
Signor presidente, ho viaggiato per migliaia di chilometri. Sono venuto qui per chiedere a ciascuno di voi di unirvi in uno sforzo comune perché abbia fine l’arroganza di chi ha torto, svanisca il triste spettacolo dei bambini che muoiono di fame, sia spazzata via l’ignoranza, vinca la legittima rivolta dei popoli, e tacciano finalmente i suoni di guerra, e che infine si lotti con una volontà comune per la sopravvivenza dell’umanità.
Cantiamo insieme con il grande poeta Novalis: “Presto le stelle ritorneranno a visitare la terra che lasciarono durante l’era dell’oscurità; il sole depositerà il suo spettro severo e tornerà ad essere una stella fra le stelle, tutte le razze del mondo torneranno nuovamente insieme; dopo una lunga separazione, le famiglie rese un tempo orfane saranno riunificate e ogni giorno sarà un giorno di riunificazione e di rinnovati abbracci; poi gli abitanti dei tempi antichi torneranno sulla terra, in ogni tomba si riaccenderanno le spente ceneri; dappertutto le fiamme della vita bruceranno di nuovo, le antiche dimore saranno ricostruite, i tempi antichi rinasceranno e la storia sarà il sogno di un presente esteso all’eternità”.
La patrie ou la mort, nous vaincrons!
Grazie a tutti
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