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13/07/2022

In Burkina Faso la “riconciliazione nazionale” rievoca i fantasmi del passato

di Valeria Cagnazzo

Il Presidente Paul-Henri Sandaogo Damiba, al potere dal golpe militare del 24 gennaio scorso, lo ha voluto con forza, e così l’8 luglio scorso il palazzo presidenziale della capitale Ouagadougou ha ospitato un inedito incontro ai vertici. Per consultarsi sulla situazione di emergenza del Burkina Faso in termini di sicurezza e di povertà, per Damiba era necessario sentire il parere degli ex Presidenti del Paese tuttora in vita. Cinque leader molto distanti gli uni dagli altri, con un passato più o meno trasparente, una fedina penale più o meno integra, chiamati a discutere di persona sullo stato di una Nazione che in un modo o nell’altro li ha rigettati.

In un Paese in ginocchio a causa della crisi economica e soprattutto della violenza jihadista, che provoca quotidianamente attentati e stragi, per Damiba è essenziale un confronto a larghe intese. Secondo il Presidente, che guiderà il Burkina per un periodo di transizione di massimo tre anni, l’obiettivo di questo incontro è “la ricerca della coesione sociale di fronte alla situazione difficile che attraversa” il Paese.

A Ouagadougou sono quindi arrivati i Presidenti Michel Kafando, Yacouba Isaac Zida (in esilio in Canada dopo le accuse di appropriazione illecita di fondi pubblici) e Jean-Baptiste Ouédraogo. Marc Christian Kaboré, primo Presidente eletto democraticamente nel Paese nel 2015 e destituito con il colpo di stato del gennaio scorso dallo stesso Damiba, è stato costretto a partecipare al vertice con la forza. Un gesto che fa vacillare molto il significato della definizione di “riconciliazione nazionale” con la quale il golpista Damiba ha battezzato i tentativi, compreso questo incontro, volti a riappacificare un Burkina Faso alla deriva dopo decenni di golpe, guerra civile e terrorismo jihadista.

La presenza più discussa di tutte è, però, quella del quinto di questi ex Presidenti, di fatto il primo di loro cronologicamente: Blaise Compaoré. Al potere per ventisette anni fino al 2014, quando un colpo di stato destituì il suo governo e lo costrinse a rifugiarsi in Costa d’Avorio, sotto la protezione francese. Da otto anni, Compaoré non varcava il confine burkinabé. Non è rientrato nel Paese neanche nell’aprile scorso, per sedere al banco degli imputati nel processo per l’omicidio dell’ex Presidente del Burkina Faso, Thomas Sankara.

Il 6 aprile scorso il tribunale di Ouagadougou lo ha condannato all’ergastolo in contumacia per essere il responsabile dell’uccisione di Sankara e di 14 suoi collaboratori nel colpo di stato che lo portò poi al potere nel 1987. Una condanna pesantissima alla quale Compaoré si è sottratto grazie all’esilio ivoriano.

Il 7 luglio, invece, dimenticando ergastoli e anni di lontananza, Blaise Compaoré è tornato in Burkina Faso viaggiando a bordo di un Gulfstream G500, un business jet di proprietà della presidenza ivoriana, accanto alla moglie Chantal. Il giorno dopo ha raggiunto il palazzo di Kosyam per incontrare Damiba calpestando un tappeto rosso.

All’incontro della mattina seguente alla presenza di Compaoré, né Kafando, né Zida, né Kaboré hanno voluto partecipare. Si è trattato quindi di un vertice a tre, tra Ouédraogo, Compaoré e Damiba, che ha colto l’occasione per precisare alla stampa come la situazione attuale del Paese non consenta di “concedersi il lusso di perdere il tempo in polemiche”. E ha aggiunto: “Ai burkinabè che si sono espressi contro il nostro approccio, diciamo che questo processo non è fatto per consacrare l’impunità, ma per contribuire alla ricerca di soluzioni per un Burkina Faso di pace e coesione. Chiediamo loro di porre i migliori interessi della Nazione al di sopra di qualsiasi considerazione politica o di parte”.

L’arrivo di Compaoré nel Paese ha, infatti, scatenato vivaci proteste da parte dei burkinabé. Sebbene una parte della popolazione abbia accolto la notizia del rientro dell’ex Presidente con entusiasmo, invocando i tempi della sua Presidenza dominati dalla sicurezza e dalla pace interna, le critiche non sono mancate. Secondo alcuni, dietro al tentativo di “riconciliazione nazionale” si nasconde il progetto di riabilitare il ruolo politico di Compaoré, addirittura di riesumare il suo regime. La consultazione presidenziale di un uomo condannato all’ergastolo per l’omicidio di Sankara è stata vista come l’offerta di un’amnistia per le sue responsabilità in quella morte.

All’uscita dalla riunione, Damiba, accanto a Compaoré e Ouédraogo, ha dichiarato che l’oggetto dell’incontro è stata principalmente la ricerca di una pace duratura per il Paese”. I due ex presidenti, in tarda mattinata, hanno poi diramato un comunicato congiunto, in cui hanno sottolineato la drammaticità delle situazioni del Paese, dal quale due milioni di persone sono fuggite a causa del terrorismo jihadista e in cui metà del territorio è fuori controllo. Hanno quindi invocato il “superamento delle convinzioni politiche, generazionali, etniche, religiose e di altro tipo tradizionale”, essenziale per riuscire “a ricostruire insieme le fondamenta del Paese in un sussulto patriottico.

Intervistato dall’agenzia di notizie Jeune Afrique, l’avvocato della famiglia dell’ex Presidente Thomas Sankara, Me Bénéwendé Stanislas Sankara, ha dichiarato: “Blaise Compaoré si è sottratto alla giustizia di quello che è ormai il suo vecchio Paese, dal momento che ha ottenuto la cittadinanza ivoriana. E dal momento che è rientrato in Burkina, egli deve, in conformità con le disposizioni legali, essere arrestato e portato davanti alla giustizia militare”.

Non solo non è stato arrestato, ma dopo l’incontro Compaoré è stato ospitato nella villa Khadafi, di proprietà dello Stato. Secondo alcune indiscrezioni, si sarebbe poi recato nel suo villaggio natale, Ziniaré, per trascorrere il fine settimana nella casa di famiglia, insieme alla sorella Antoinette. Secondo l’avvocato, questa impunità è legata al fatto che la politica e l’esercito hanno preso il sopravvento sulla legalità. Per me è un abuso di potere e una negazione della giustizia.

Quanto alle intenzioni dichiarate da Damiba di una “riconciliazione interna” del Paese per giustificare il vertice con Compaoré, Stanislas Sankara ha spiegato di non crederci affatto: “L’annuncio dell’arrivo di Blaise Compaoré ha diviso profondamente anche il Burkinabè e ha esacerbato le divisioni all’interno della popolazione. Non è certo il miglior alibi.

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15/04/2021

Thomas Sankara. Al processo per l’omicidio emerge il ruolo della Francia

A 34 anni dalla morte di Thomas Sankara, rivoluzionario socialista e panafricanista, il caso giudiziario relativo al suo assassinio è stato deferito al tribunale militare di Ouagadougou, dopo la conferma delle accuse contro i principali imputati, tra i quali spicca l’ex Presidente del Burkina Faso, Blaise Compaoré.

Compaoré, fuggito in Costa d’Avorio dopo la rivolta popolare che lo ha spodestato nel 2014, sarà processato per l’assassinio del suo predecessore, Thomas Sankara, nel colpo di Stato del 1987 che lo portò al potere.

Nei 27 successivi anni durante i quali Compaoré è stato al governo, l’uccisione di Sankara è sempre stata un argomento tabù di cui era impossibile parlare pubblicamente.

Il caso giudiziario è stato ripreso dal governo di transizione democratica instauratosi dopo la caduta e la fuga di Compaoré nel 2014, contro il quale la giustizia burkinabè ha emesso nel dicembre 2015 un mandato di arresto internazionale.

Tuttavia, Compaoré è riuscito ad ottenere la nazionalità ivoriana e pertanto non può essere estradato; di conseguenza, sarà processato in contumacia.

Oltre a Blaise Compaoré, il tribunale militare giudicherà “altri 13, accusati di attentato alla sicurezza dello Stato, complicità in assassinio e occultamento di cadavere“, ha detto Guy Hervé Kam, avvocato delle parti civili, sottolineando che inizialmente più persone erano implicate nella vicenda, ma “molti degli accusati sono morti”.

Gli imputati includono anche il generale Gilbert Diendéré, uno dei principali capi dell’esercito durante il colpo di Stato del 1987 e divenuto poi capo di Stato maggiore privato di Blaise Compaoré, così come i soldati dell’ex guardia presidenziale. Il generale sta attualmente scontando una condanna a 20 anni di carcere in Burkina Faso per il tentativo di colpo di Stato del 2015.

In soli quattro anni di governo (1983-1987), Thomas Sankara, capitano dei paracadutisti e “padre della Rivoluzione” burkinabè, era diventato un leader rivoluzionario carismatico a livello internazionale, tanto da essere soprannominato il “Che africano”, lasciando un segno indelebile sull’intero continente.

Accusatore dell’imperialismo, del neocolonialismo e dell’apartheid da parte delle potenze occidentali in Africa, Thomas Sankara affermava – nel potente discorso del 4 ottobre 1984 durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – che “Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per vent’anni. Non ci sarà salvezza per noi al di fuori da questo rifiuto, né sviluppo fuori da una tale rottura”.

Una rottura che richiedeva necessariamente di “osare inventare l’avvenire” per ottenere un cambiamento radicale. La Storia degli ultimi 30 anni ha dimostrato che aveva completamente ragione.

Inoltre, Thomas Sankara attaccava duramente il sistema di condizionamento politico ed economico rappresentato dagli aiuti internazionali e dalle politiche di “aggiustamento” indicate dal Fondo Monetario Internazionale, poiché il “debito nella sua forma attuale è la riconquista coloniale”.

Promotore del panafricanismo, ecologista e femminista prima del suo tempo, Thomas Sankara non esitò a disprezzare pubblicamente l’arroganza delle potenze occidentali, a partire dall’ex Presidente francese François Mitterand.

Thomas Sankara si configurava, sotto tutti gli aspetti, come il principale nemico del “nuovo ordine mondiale” che andava imponendosi durante gli anni ’80 del secolo scorso, governato dalle multinazionali e dalla finanzia in un “sistema che consente ad un pugno di uomini sulla terra di comandare tutta l’umanità”; mentre dall’altra parte si andava consolidando la consapevolezza che “una solidarietà speciale unisca i tre continenti, Asia, America Latina ed Africa in una lotta contro gli stessi banditi politici e gli stessi sfruttatori economici”.

Per questo motivo, oggi come allora, riemergono i sospetti del sostegno che Blaise Compaoré ha ricevuto dagli Stati Uniti e della Francia, intenzionati a “far fuori” Thomas Sankara per riportare al potere un “fedele servitore” delle politiche neocolonialiste dell’Occidente e stroncare gli ideali panafricani di indipendenza dal giogo imperialista.

La dimensione giudiziaria delle accuse contro Blaise Compaoré, responsabile materiale di aver coordinato il commando che il 15 ottobre 1987 ha assassinato Thomas Sankara, non può e non deve sottacere quelle che sono le responsabilità politiche di chi ha orchestrato il colpo di Stato.

Qual è stato il coinvolgimento, diretto ed indiretto, materiale e finanziario, dei dirigenti politici francesi e statunitensi nell’assassinio di uno dei più grandi combattenti della resistenza e dell’indipendenza panafricanista?

Perché giudicare Compaoré significa accusare il sistema di potere neocoloniale della “Françafrique”, fatto di ingerenze politiche ed economiche negli affari degli Stati africani, di collaborazioni e sostegni agli oppositori delle principali libertà civili, come Idriss Déby e Paul Biya, presidenti rispettivamente del Chad e del Congo. Ma anche regimi autoritari e corrotti, come quello del re del Marocco Mohamed VI oppure di Ibrahim Boubacar Keïta in Mali, arrestato e deposto lo scorso agosto.

Nel 2017, durante una visita in Burkina Faso, il Presidente francese Emmanuel Macron aveva tenuto una conferenza all’università di Ouagadougou, durante la quale aveva affermato che “non c’è più una politica africana della Francia”.

In quell’occasione, aveva affermato che “i crimini della colonizzazione europea sono indiscutibili”, ma aggiungendo che “la nostra responsabilità è di non rimanere bloccati nel passato”.

Rispondendo ad uno studente del Comité international Thomas Sankara, Macron aveva annunciato la sua decisione che “tutti i documenti prodotti dalle amministrazioni francesi durante il governo di Sankara e dopo il suo assassinio, coperti dal segreto di difesa nazionale, saranno declassificati per essere consultati in risposta alle richieste della giustizia burkinabé”.

Secondo gli avvocati della famiglia, alcuni di questi documenti sono stati trasmessi alla giustizia burkinabé, ma non tutti. In un recente comunicato, la rete internazionale “Justice pour Sankara, justice pour l’Afrique” ha chiesto alle autorità francesi di declassificare e inviare senza indugio alla giustizia burkinabé “tutti” i documenti riguardanti l’assassinio di Thomas Sankara.

Inoltre, all’interno di una serie di articoli pubblicati dalla rivista burkinabé Courrier Confidentiel, il N°226 del 15 febbraio 2021 riporta numerose testimonianze che sembrano dimostrare che le autorità francesi non hanno di fatto mantenuto le promesse di Macron.

Ma c’è dell’altro, poiché alcune rivelazioni potrebbero essere ancora più gravi. Un agente dei servizi segreti burkinabè afferma che “il 16 ottobre 1987, Jean-Pierre Palm (ndr: ufficiale della gendarmeria incriminato nel caso dell’assassinio del presidente Sankara) venne, accompagnato da un bianco che si diceva essere un tecnico, più un altro che si diceva fosse un capitano francese chiamato Baril”.

Un altro aggiunge: “abbiamo preso gli archivi delle intercettazioni riguardanti Blaise Compaoré e Jean-Pierre Palm, che erano stati condiviso e abbiamo proceduto alla loro distruzione. Lo stesso Palm è venuto nel nostro dipartimento, accompagnato da francesi (...) in cerca di prove che lo intercettassero”.

Questi “francesi” sarebbero agenti della Direction Générale de la Sécurité Extérieure (DGSE) e avrebbero preso parte – in maniera più o meno diretta – alla distruzione delle intercettazioni telefoniche nella gendarmeria burkinabé il giorno dopo l’assassinio di Thomas Sankara.

Questi fatti, se verificati, proverebbero una stretta collaborazione tra i servizi segreti francesi e gli autori del complotto per distruggere le prove della partecipazione attiva di Blaise Compaoré e di altri ufficiali nel piano per assassinare il presidente Thomas Sankara.

Tuttavia, sembra che nessun documento declassificato menzioni questa collaborazione. Questo perché, come riportato nel N°228 del 5 marzo 2021 di Courrier Confidentiel, molti dei documenti trasmessi non provengono da “archivi declassificati” ma da “semplici archivi diplomatici” francesi.

Dopo i lunghi anni bui del regime di Blaise Compaoré, che ha bloccato il progresso della giustizia verso la verità, oggi è la Francia a rendere difficoltoso e tortuoso questo cammino. L’interesse principale è quello di non destabilizzare ulteriormente la precaria situazione geopolitica nel Sahel, marcata dalle dinamiche imperialiste francesi.

Il controllo su questa regione è dovuto agli interessi economici della Francia, legati in particolare allo sfruttamento delle materie prime e alle commesse provenienti dalle amministrazioni locali nei confronti delle aziende francesi.

Il dispiegamento militare nella “lotta al terrorismo jihadista”, attraverso l’Opération Barkhane in cooperazione con i paesi del cosiddetto “G5 Sahel”, mira in realtà alla difesa strategica delle società francesi che operano nel settore estrattivo (uranio e petrolio) e non alla protezione della popolazione civile.

Il 15 ottobre 1987 – “quel giorno uccisero la felicità” – uccisero Thomas Sankara, provarono a cancellare le loro responsabilità e ad insabbiare la verità, tentarono di cancellarne la memoria. Ma, Sankara vive!

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30/11/2017

La lezione del professor Macron agli africani

L’Unione Europea fa la corte all’Unione Africana. In Senegal, prima del vertice di Abidjan, i rappresentanti dell’UE vanno di villaggio in villaggio per informare i giovani dei loro progetti, con l’obiettivo di scoraggiare l’emigrazione. In una dichiarazione comune del presidente della Commissione europea e di quello della Commissione Africana, l’UE promette aiuti per 31 miliardi di euro fino al 2020 «per dare una chance alla gioventù africana».

Ai Paesi dove l’emigrazione è più massiccia arriveranno fondi per la formazione professionale e lo sviluppo di piccole e medie imprese. E, naturalmente, per blindare le frontiere. Un particolare di cui nel documento non si fa parola. In sintesi, l’UE dà i soldi e gli Stati africani si riprendono i migranti. Una cosa che fanno già – discretamente – dato che sono nell’impossibilità di offrire un futuro ai loro giovani.

Il vertice UE-AU coincide con un viaggio in Africa del presidente francese, Emmanuel Macron, che ha tenuto martedì un discorso di quasi tre ore a 800 studenti dell’università di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Macron era atteso da dimostranti del sindacato degli studenti e dell’organizzazione democratica della gioventù, che manifestano contro la sua visita. Rimproverano alla Francia il saccheggio delle risorse del loro Paese, una presenza militare insopportabile e il mantenimento del franco CFA, moneta coloniale. Sono stati dispersi dai gas lacrimogeni.

Un blogger del Senegal scrive: «cosa mi aspetto da Macron? Niente. Aspetto qualcosa da quelli che ho eletto. Nulla da un presidente straniero». Nel suo discorso, Macron parla di emigrazione, lotta contro il terrorismo e l’oscurantismo, demografia ed ambiente. Parla di istruzione, di uguaglianza fra i sessi, promette di restituire le opere d’arte, di concedere più visti per gli studenti e di prolungare i loro permessi di soggiorno. Tenta di sottolineare con formule-choc le nuove relazioni franco-africane. Secondo lui, la Francia non avrebbe più una politica africana e non sarebbe là per impartire lezioni. Un passaggio molto applaudito.

Per molti, si tratta di un un déjà-vu. Macron non è certo il primo presidente francese a parlare di un nuovo inizio. E’ nuovo il suo stile disteso, il gioco piuttosto libero delle domande e delle risposte con gli studenti (quelli selezionati per dialogare con lui), ma per il resto niente è cambiato. Per quanto riguarda la promessa dell’apertura degli archivi francesi relativamente all’assassinio di Thomas Sankara, l’attesa è d’obbligo. Se uno dei suoi presunti assassini, Blaise Compaoré, ha potuto restare al potere quasi trent’anni è «merito» della Francia. Ed è la Francia presieduta da François Hollande che ha protetto la sua fuga in Costa d’Avorio, paese che gli ha concesso la cittadinanza. Vi risiede tuttora, indisturbato.

Il «professor» Macron parla con arroganza e disprezzo del franco CFA, la moneta africana stampata a Parigi fin dal primo giorno dell’indipendenza delle sue ex colonie dell’Africa occidentale, dichiarando che è compito degli statisti africani di abbandonare quella valuta, se lo desiderano. Ma il problema è proprio quello: è Macron a proteggerli. Et pour cause!...

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15/10/2017

Il 15 ottobre 1987 veniva ucciso Thomas Sankara, rivoluzionario africano

Il 15 ottobre 1987 veniva assassinato Thomas Sankara, rivoluzionario comunista e presidente del Burkina Faso.

CAPITAN FUTURO

Marinella Correggia (Il Manifesto)

Ecologia, femminismo, fame e povertà zero, cultura, altermondialismo, il credito e non il debito dell’Africa. A 25 anni dall’assassinio di Thomas Sankara, la rivoluzione del giovane presidente del Burkina Faso è ancora più che attuale

«Lo supplicavo di proteggersi la vita, gli dicevo che un eroe morto non serve a niente. Adesso però penso che un eroe morto serva da riferimento». Così il giornalista malgascio Sennen Andriamirado, nella biografia postuma Il s’appelait Sankara sottolineava il lascito di quel Che Guevara africano diventato nel 1983 presidente rivoluzionario del poverissimo Alto Volta, rinominato Burkina Faso ovvero «paese degli integri». Una vicenda luminosa e breve come un lampo. Sankara fu ucciso a soli 38 anni in un colpo di stato cruento. Interessi interni di risicati ceti privilegiati saldati a quelli di poteri regionali e internazionali ebbero la meglio su un’esperienza scomoda e potenzialmente contagiosa, ma al tempo stesso ancora solitaria, perciò debole. Era il 15 ottobre 1987: venti anni e una settimana dopo l’assassinio del Che.

Come una parola d’ordine

Quattro anni sono troppo pochi perché una rivoluzione sopravviva alla scomparsa violenta della sua guida, soprattutto se di tutta la testa superiore agli altri politici. E tuttavia Sankara, eroe senza corona e senza privilegi, rimane un mot de passe , una specie di parola d’ordine. Un richiamo a ideale e pratiche locali e internazionali adatti al futuro. «Se ci fosse ancora Sankara», si intitolò un convegno a Torino, nel 2007. Non c’è angolo che la rivoluzione burkinabè al tempo di Sankara non abbia esplorato: «Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo». Una sfida enorme, in quel «concentrato di tutte le disgrazie del mondo» (aspettativa di vita di 40 anni, 98% di analfabetismo, poca acqua, tanta fatica) nel quale però «donne, bambini e uomini hanno deciso di prendere in mano il proprio destino« (dal discorso all’Assemblea dell’Onu nel 1984, v. Thomas Sankara, i discorsi e le idee, edizioni Sankara). Ma ecco un popolo, fatto al 90% di contadini e donne oppresse, tentare la fuoriuscita dalla miseria, sulla via di uno sviluppo autonomo, partecipato, egualitario, ecologico per necessità. Il paradigma sociale e culturale della rivoluzione sankarista era proiettato nel futuro. Cos’è infatti il buen vivir (o vivir bien) ora rivendicato da diversi paesi latinoamericani se non la ricerca di un semplice benessere per tutti, nel rispetto della natura e dei beni comuni, da raggiungere con strumenti quali democrazia diretta, economia popolare, risorse endogene? «La nostra rivoluzione avrà valore solo se, guardando intorno a noi, potremo dire che i burkinabè sono un po’ più felici grazie ad essa», disse il presidente a Bobo Dioulasso il 2 ottobre 1987.

Sovranità alimentare nel Sahel

L’obiettivo era immenso e immane in quel contesto. La prova del nove fu superata: risultati materiali inauditi in poco tempo e quasi senza mezzi. Tutto all’insegna del motto di Sankara: «Contare sulle proprie forze». Coltivare e irrigare con poche risorse per garantire due pasti e dieci litri d’acqua al giorno a ognuno. La sovranità alimentare: «Produrre e consumare burkinabè». «Operazioni commando di alfabetizzazione» degli adulti. I progetti «un villaggio un bosco, un villaggio un ambulatorio, un villaggio una scuola». Le «tre lotte contro il deserto» per un commovente Burkina verde. Il faso dan fani , abito di cotone locale lavorato artigianalmente. La «battaglia per la ferrovia». L’informazione partecipata con la «radio entrate e parlate». I lavori comunitari anche per i funzionari (un tentativo di redistribuzione della fatica). La cultura, inventare il Festival del cinema africano, le proiezioni nei villaggi, lo sport di massa per la salute… E i soggetti. La mobilitazione tentata a tutti i livelli nei comitati rivoluzionari. Al centro di tutto, i contadini e le donne, anche contro i capi villaggio e gli sfruttatori della tradizione. Presidente femminista, un otto marzo dichiarò: «Se perdiamo la lotta per la liberazione della donna avremo perso il diritto di sperare in una trasformazione positiva. (…) Una società come la nostra deve lottare contro l’escissione e ridurre anche i lunghi tragitti che la donna percorre per andare a cercare l’acqua, la legna . Non possiamo parlare di liberazione della donna senza parlare del mulino per macinare il grano, dell’orto, del potere economico» (da Thomas Sankara. I discorsi e le idee , edizioni Sankara).

Un presidente senza privilegi

Per investire tutto nei bisogni di base Sankara impose una spending review all’osso: «Non possiamo essere i dirigenti ricchi di un paese povero». Senza accettare imposizioni dal Fondo Monetario internazionale (che «va oltre il controllo di bilancio e persegue un controllo politico»), l’austerità fu autogestita: stipendi modestissimi a presidente e ministri, niente sprechi di rappresentanza, vendute le auto blu, aboliti gli eventi di lusso, rimpicciolita ogni spesa amministrativa. Ma non riuscì a Thomas Sankara la lotta contro la corruzione, e contro gli abusi di potere nei Comitati rivoluzionari. L’impegno antimperialista fra i non allineati e a fianco delle esperienze rivoluzionarie. La lotta contro il debito estero e per il disarmo. Nel suo discorso di fronte ai capi di stato africani, alla Conferenza dell’allora Organizzazione per l’Unità Africana (Oua) ad Addis Abeba, 29 luglio 1987, Sankara ripeteva l’invito fatto al Movimento dei paesi non allineati tre anni prima a New Delhi: «Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non ne siamo responsabili. (…) Abbiamo il dovere di creare il Fronte unito contro il debito». Ma al tempo stesso tutta l’Africa doveva farla finita con la corruzione, i privilegi e le spese per le armi. Le risorse liberate erano necessarie alla fuoriuscita dalla miseria e all’integrazione regionale (sul modello dell’attuale Alleanza bolivariana Alba in America Latina): «Facciamo sì che il mercato africano sia davvero il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa e consumare in Africa (…) È per noi il solo modo di vivere liberamente e degnamente».

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CRONOLOGIA DELL’UOMO INTEGRO

Thomas Sankara nasce il 21 dicembre 1949 a Yako nell’Alto Volta, allora colonia francese che diventerà indipendente il 5 agosto 1960. Non avendo i mezzi per studiare medicina come vorrebbe, intraprende la carriera militare. Inizia a formarsi alla politica anche nel corso di soggiorni in Marocco e Madagascar. Fra il 1981 e il 1983 viene chiamato a far parte di governi dei quali presto denuncia malefatte e corruzione, fino a essere imprigionato. Con un’alleanza fra militari e forze popolari arriva al potere il 4 agosto 1983. Il 4 agosto 1984 l’Alto Volta diventa Burkina Faso. Intanto governo e comitati popolari lavorano alla «rivoluzione degli integri» a ritmi accelerati. Nel 1987 iniziano a serpeggiare i dissidi e i malcontenti fra i capi storici della rivoluzione. Il 15 ottobre 1987 Sankara con dodici collaboratori viene assassinato in un colpo di stato ordito dal suo vice Blaisé Compaoré, il quale assume la presidenza e reprime le proteste con diversi morti. La rivoluzione è finita. Elezioni successive alle quali partecipa una minoranza della popolazione hanno continuato a rieleggere Compaoré il quale anche grazie alle divisioni e debolezze dei “sankaristi” è tuttora capo di stato, ben introdotto in Occidente e oscuramente coinvolto in diversi conflitti africani. Mai chiarite le circostanze e le responsabilità di quel 15 ottobre. La petizione «Giustizia per Sankara» (www.thomassankara.net) ha raccolto 10mila firme.

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1987-2012

Un viaggio in Renault 5
Dalle parole ai fatti e alla macroeconomia

Eugenio Lorenzano

Uomo e politico di grandi parole e fatti concreti, Thomas Sankara è stato forse il leader africano più carismatico del XX secolo. Stupisce l’efficacia politica e la concretezza con la quale riuscì a realizzare incredibili obiettivi in soli quattro anni e mezzo al potere (1983-87) in Burkina Faso. Il giovane capitano-presidente licenziò circa 10 mila dirigenti, funzionari, quadri e impiegati statali, retaggio clientelare del vecchio impero coloniale francese; con i soldi risparmiati fu capace in soli 8 mesi di costruire una ferrovia di comunicazione tra le due principali città del paese. Rilanciò alla grande l’artigianato tessile locale obbligando i nuovi impiegati statali assunti ad indossare esclusivamente abiti in cotone naturale di produzione nazionale, proibendo l’utilizzo e l’importazione di quello acrilico. Emancipò le donne ed i bambini burkinabè con la realizzazione di progetti di alfabetizzazione rurale e costruzione di scuole rispettose dello stile, degli usi e tradizioni del Sahel. Inorgoglì i suoi connazionali istituendo il più bel festival folklorico, musicale, artistico e cinematografico del continente. Con l’aiuto di pochi tecnici e medici cubani riuscì a portare ausilio medico, infermieristico sinanche nei villaggi più sperduti del paese e soprattutto riuscì ad incrementare la superfice arativa del paese del 40 %, di quel territorio semidesertico chiamato Sahel. Irrise senza cattiveria, ma anzi con ironia ed autoironia gli osservatori europei ai vertici dei paesi dell’Oua, l’organizzazione dei paesi africani, dove si discuteva sul debito dei paesi del terzo mondo verso quelli più ricchi. Conseguì la sua più grande vittoria proprio dove nessuno se l’aspettava: in macroeconomia… Infatti dimezzò letteralmente la povertà del suo paese in meno di un lustro, portandolo dal 143˚ al 78˚ posto. Lui cristiano, richiamò le alte sfere delle religioni monoteistiche a un maggior rispetto delle religioni ancestrali burkinabè ed africane in generale. Con integerrima onestà intellettuale, da marxista eterodosso e gramsciano convinto si distaccò dallo sterile carro dello statalismo sovietico e dei paesi dell’est. Pochi giorni prima di essere assassinato ricordò in un memorabile discorso all’Onu il suo idolo e punto di riferimento: Ernesto Che Guevara. Riuscì in quel famoso discorso addirittura ad essere profeta del suo imminente destino e del suo incombente assassinio da parte del suo migliore (si fa per dire) amico Blaise Camporè, attuale presidente del Burkina Faso. Viveva in una semplice casa di Ougadougou di tre vani ed accessori con moglie e figli. Dopo aver venduto tutte le auto blu dello stato per invece costruire due ospedali, si vide obbligato ad utilizzare una Renault 5 presidenziale, ovvero una delle sole 4 utilitarie gemelle del parco macchine nazionale. Si decurtò lo stipendio del 500% abbasandolo sino a 200 dollari mensili, imponendo col suo esempio il tetto massimo per qualsiasi salario statale. Suonava la chitarra nelle sue frequenti visite nei villaggi rurali più remoti. Riuscì anche qualche volta a rimanere senza soldi in tasca, tanto da farseli prestare dalle sue guardie del corpo. Ma più di ogni cosa Thomas Sankara riuscì a trasmettere a tutti i suoi connazionali l’entusiasmo per un cambiamento, per una rivoluzione pacifica, filantropica ed umanista. Insomma l’esperimento di Thomas Sankara e dei burkinabè divenne un “cattivo esempio” per i paesi limitrofi, tanto da riuscire a far alleare i servizi segreti statunitensi, francesi e libici al fine di assassinarlo.

Vedi anche Thomas Sankara e la lotta per il non pagamento del debito

articoli tratti da Il Manifesto 14.10.2012

leggi anche:

LA RIVOLUZIONE DEL BURKINA FASO, UN DISCORSO DA RIPASSARE A MEMORIA


Fonte

09/09/2017

Burkina Faso: l’Africa prima preda del terrorismo jihadista


L’ennesimo “attacco jihadista alla nostra civiltà”, dello scorso 17 agosto a Barcelona, con la morte di 13 persone e il ferimento di svariate decine, era stato preceduto, il 13 agosto, dai 19 morti e 20 feriti falciati dalle armi automatiche di due giovani islamisti sul Kwame N’Krumah, gli “Champs Elysees” di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. I titoli a nove colonne dei quotidiani di regime, il 18 agosto, per l’attacco “ai valori del mondo occidentale”, erano stati preceduti, il 14 agosto, da distaccati titoli e scarne notizie nelle cronache “dal mondo” e, nel secondo caso, il sostantivo non era accompagnato dalla specificazione di quale “mondo” si trattasse: si dà sempre per acquisito che non sia il “nostro mondo”.

Un anno e mezzo prima, il 16 gennaio 2016, sempre a Ouagadougou, il primo pesante attacco alla capitale burkinabè, rivendicato dal gruppo Al-Mourabitoune, affiliato alla rete maghrebina di Al Qaeda, aveva provocato 29 morti e oltre 150 feriti, seguendo un copione – attacco a tre diversi ristoranti e alberghi – già visto a Parigi nel novembre 2015 e, pressoché in contemporanea, all’hotel Radisson Blu di Bamako, in Mali, rivendicato sempre da Al-Mourabitoune.

Pochi giorni fa, Amnesty International parlava di almeno 381 persone ammazzate dalla primavera scorsa a oggi – il doppio rispetto ai cinque mesi precedenti – in vari attentati suicidi portati in Camerun e Nigeria da Boko Haram, l’organizzazione jihadista con base in Nigeria affiliata allo Stato islamico. Lo scorso anno, Le Monde Afrique scriveva che, a partire dal 2009, Boko Haram avrebbe ucciso almeno 20mila persone tra Nigeria, Niger, Camerun e Ciad. Da tempo l’Unicef denuncia che sempre più bambini e bambine vengono rapiti da Boko Haram e impiegati in attentati suicidi: già tra il 2014 e il 2015 il numero delle giovani vittime costrette a compiere attentati era decuplicato: da 4 a 44 e un attacco su cinque viene fatto compiere da giovanissimi.

Gli attacchi in Burkina Faso sembrerebbero testimoniare di un allargamento “geograficamente lineare”, ora, del raggio d’azione di Boko Haram, anche se gli attentati, per la verità, pur nell’indifferenza occidentale, non hanno mai risparmiato, accanto a Nigeria, Camerun, Niger e Ciad, nemmeno Libia, Egitto, Costa d’Avorio, Mali, Somalia, Kenya, Tunisia e Burkina Faso. Il Burkina Faso, secondo Jeune Afrique, sembrerebbe oggi costituire il nuovo “anello debole” in Africa.

I due giovani attentatori del 13 agosto, arrivati in moto sul luogo dell’attacco, hanno aperto il fuoco sulla terrazza del caffé-ristorante Aziz Istanbul: a dispetto dei media fondamentalisti occidentali e del loro “scontro di civiltà”, ancora una volta l’obiettivo è stato un cosiddetto caffè “halal”, frequentato da musulmani: tra le vittime, due kuwaitiani, tra cui l’imam della Grande Moschea di Kuwait City e un imam burkinabé. Secondo Jeune Afrique, tra Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (GSIM) – un raggruppamento recente di Al Mourabitoune, Ansar Eddine e la katiba Macina sotto la bandiera di Al-Qaeda Maghreb Islamico – Stato islamico nel Sahara e il movimento locale Ansarul Islam, sarebbe in atto una sorta di competizione nella capacità di colpire. Tutte le organizzazioni “vogliono dimostrare di poter operare al di fuori del Mali: il Burkina Faso è dunque diventato un obiettivo prioritario. Fragile dalla caduta di Blaise Compaoré, il paese sembra costituire la preda scelta dalla piovra terrorista”, dichiara Cynthia Ohayon, del Gruppo internazionale di crisi, omettendo di dire che quella di Compaoré non era stata una “caduta”, ma una cacciata a furor di popolo del presunto assassino di Thomas Sankara.

Comunque sia, dall’inizio dell’anno si sono verificati almeno una decina d’attacchi nel paese, portati soprattutto dal Niger e dal Mali, preda preferita di Ansarul Islam, il nuovo arrivato tra i movimenti jihadisti nel Sahel. Secondo Cynthia Ohayon, il paese “paga le conseguenze del dubbio e precario accordo tra Compaoré e i gruppi jihadisti. A capo del paese per ventisette anni, mediatore nella sottoregione, l’ex capo di stato manteneva rapporti con tutti gli attori, anche i meno raccomandabili”. Iyad Ag Ghali (capo di Ansar Eddine) era di casa a Ouagadougou, dove arrivava regolarmente con i suoi uomini e qui “li si lasciava operare in traffici mafiosi: in cambio, loro non attaccavano il Burkina”.

“Caduto Compaoré, hanno perso il loro protettore”, dichiara a Jeune Afrique il colonnello a riposo Jean-Pierre Bayala. I contatti venivano mantenuti dal mauritano Mustapha Limam Chafi, influente consulente-ombra di Compaoré, che operava come emissario per il rilascio degli ostaggi. L’intero sistema di intelligence in Burkina Faso era diretto dall’ex Capo di stato maggiore Gilbert Diendéré, con agenti “in ogni villaggio, in ogni moschea. Anche in mezzo al deserto”. Un sistema di intelligence efficace, anche se artigianale, crollato con la partenza di Compaoré e l’arresto di Diendéré nel 2015, per il tentato colpo di stato; mentre la nuova Agenzia nazionale di intelligence, messa in piedi nel marzo 2016, scrive ancora Jeune Afrique, “non ha ancora raggiunto la sua velocità di crociera”.

La vulnerabilità del Burkina Faso, notano gli osservatori, è preoccupante per tutta la sottoregione ed è quindi sul confine tra Burkina Faso, Mali e Niger che è stato deciso di dislocare una forza di 5.000 uomini del G5 Sahel. Un’iniziativa, scrive Jeune Afrique, che ha il merito di essere africana, ma che non basta a rassicurare: dei 423 milioni di euro necessari, sono stati raccolti poco più di 100 milioni.

Una sorta di “piano Marshall”, come l’hanno definito in Burkina Faso, contro gli attacchi jiadisti nel Sahel, elaborato nei giorni scorsi a Ouagadougou alla presenza di esperti e militari di una dozzina di paesi del Sahel (e anche europei), cui ha partecipato anche l’ex “Sankara ghanese”, Jerry Rawlings. “Il Sahel e l’Africa occidentale in particolare sono stretti tra due macigni: il terrorismo e i trafficanti di droga”, ha affermato il professor Zakaria Ousmane Ramadane, ex funzionario di sviluppo delle Nazioni Unite, invitando “a formulare strategie innovative” e trovare “strumenti per l’analisi strategica e la prevenzione delle minacce”.

Intanto, mentre i volontari dell’organizzazione statunitense “Peace Corps” hanno annunciato, a inizio settembre, la loro partenza dal Burkina Faso, in ragione proprio degli ultimi attentati, altre organizzazioni “umanitarie” fanno il loro ingresso nel paese e, più in generale, nel continente africano. Col progetto “Partenariato per la trasformazione agricola inclusiva in Africa” (PIATA), scrive africanews.com, finanziato sostanzialmente dalla Fondazione Bill et Melinda Gates, Rockefeller e Agenzia USA per lo sviluppo internazionale (USAID: l’agenzia che tanto ha fatto per lo “sviluppo democratico” in ogni parte del mondo, a cominciare dai golpe in America Latina), 280 milioni di dollari verranno stanziati per una “rivoluzione” – questa volta “verde”, dopo quelle arancioni, delle rose, dei tulipani, per la “formazione di quadri” liberali nell’ex URSS – in 11 paesi africani, tra cui Ghana, Nigeria, Mali, Burkina Faso.

Dietro l’evangelico “L’Africa ha bisogno di una rivoluzione agricola, che colleghi milioni di piccole aziende al business agroalimentare”; incuneando l’apostolico “creare catene di esteso approvvigionamento alimentare”; ricorrendo al gioco di prestigio par excellence dei “posti di lavoro e opportunità economiche per grandi segmenti della popolazione”, si affonda ben più prosaicamente con una “iniezione di risorse finanziarie nella trasformazione della catena del valore agroalimentare”.

Il tutto per “rilanciare una nuova fase di industrializzazione per l’agricoltura africana”, che spiani ancor più la strada alla penetrazione “indiretta” del capitale finanziario straniero – dato che “meno del 1% dei crediti bancari sono orientati verso il settore agricolo” – e a quello diretto dei monopoli agroalimentari occidentali che, con aperte politiche di dumping, decretano la fine di qualche milione di piccolissimi agricoltori locali, impongono a “41 milioni di piccoli proprietari” cosa produrre, ma soprattutto cosa non produrre, delle merci che devono essere importate da USA e Europa e decretano alle imprese locali tipo e misura di produzione, decidono interventi di rapina, cambi di regimi e massacri di intere popolazioni da parte di ras indigeni, imposti dai monopoli a salvaguarda dei loro extraprofitti.

Ed è su questa stessa linea che, per presentare la 2° Settimana delle attività minerarie dell’Africa occidentale, che si svolgerà dal 28 al 30 settembre a Ouagadougou, il Ministero delle miniere e delle cave ha fatto sapere che lo Stato mira a “promuovere il potenziale geologico e minerario del Burkina Faso presso investitori nazionali e internazionali”. Un settore minerario che costringe ancora molte persone a dedicarsi a scavi artigianali, che troppo spesso provocano incidenti, come la frana costata la vita a 8 persone e il ferimento ad altre 5, lo scorso 26 agosto, al campo aurifero di Nagriré, nella zona centrale del paese.

Nonostante il divieto di estrazione per lavaggio della sabbia aurifera durante i mesi invernali, scrive africa24monde, le frane sono frequenti in questo periodo e le autorità stanno lottando per controllare lo sfruttamento selvaggio dell’oro, esercitato da oltre un milione di persone, in un paese di 17 milioni di abitanti che, da “ex” colonia francese, continua a subire gli effetti del colonialismo europeo, al pari degli altri 13 paesi (Bénin, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo, che costituiscono l’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale e il cui istituto d’emissione è la BCEAO; Camerun, Repubblica Centrafricana, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad, che costituiscono la Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale, con la Banca BEAC) sottomessi al diktat del Franco CFA, cui è molto improbabile sia estraneo anche l’assassinio di Thomas Sankara e, oggi, le “imprese” di Boko Haram.

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22/12/2015

Burkina Faso, morte Sankara: mandato di arresto internazionale per Compaoré

Il Burkina Faso ha emesso un mandato d'arresto internazionale per l'ex presidente Blaise Compaoré, in relazione all'omicidio nel 1987 del suo predecessore Thomas Sankara, noto come il 'Che Guevara africano'. Lo hanno fatto sapere fonti giudiziarie. L'attuale governo ad interim del Burkina ha promesso di far luce sull'assassinio del popolare leader e rivoluzionario. Sankara prese il potere con un colpo di Stato nel 1983 e perseguì politiche di impronta marxista e panafricaniste. Si guadagnò il soprannome di 'Che Guevara africano', mentre molti intellettuali africani lo consideravano un visionario.

Un corpo, ritenuto quello di Sankara, è stato esumato quest'anno e un'autopsia ha mostrato che era crivellato di proiettili, confermando i sospetti secondo cui fu vittima di una esecuzione nel colpo di Stato che portò Compaoré al potere. Quest'ultimo è stato a sua volta destituito lo scorso ottobre dalle proteste contro la sua intenzione di cambiare la Costituzione ed estendere il suo mandato, durato 27 anni. È fuggito in Costa d'Avorio, dove si ritiene si trovi tuttora.

Tra le accuse rivolte a Compaoré ci sono quelle di omicidio e complicità in omicidio. Si tratta di un passo decisivo, perché le autorità ad interim si preparano a cedere il potere all'ex premier Marc Kaboré, vincitore delle elezioni presidenziali di novembre. Almeno altre 10 persone sono state incriminate in relazione all'omicidio, tra cui il generale Gilbert Dienderé autore a settembre di un fallito colpo di Stato.

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08/10/2015

Burkina Faso: arrestato Diendéré, protagonista del tentato golpe del 17 settembre

Il generale Gilbert Diendéré, principale protagonista del tentativo di colpo di stato dello scorso 17 settembre in Burkina Faso e l'ex Ministro degli esteri Djibrill Bassolé – a capo del dicastero durante la presidenza di Blaise Compaoré, a sua volta autore del golpe che nel 1987 portò all'assassinio di Thomas Sankara e alla fine dell'esperimento socialista nel paese – sono stati arrestati ieri con 11 capi di imputazione.

L'accusa principale è quella di “attentato alla sicurezza dello stato”, ma la France Presse parla anche di "collusione con forze straniere per destabilizzare la sicurezza interna", "omicidio", "lesioni volontarie", "distruzione intenzionale di proprietà".

Diendéré, scriveva ieri Jeune Afrique, si era consegnato spontaneamente alla giustizia lo scorso 1 ottobre, dopo essersi rifugiato per alcuni giorni presso la nunziatura apostolica di Ouagadougou. Lo stesso aveva fatto un altro militare, il tenente colonnello Mamadou Bamba che, il 17 settembre, aveva letto in TV il comunicato dei golpisti. Le autorità avevano fermato anche il vice presidente del Movimento Tuareg di liberazione nazionale Azawad (MNLA), Mahamadou Maïga Djeri; interrogato per diverse ore perché sospettato di aver fornito supporto logistico per il colpo di stato, era stato poi rilasciato.

Da parte sua, Djibrill Bassolé, figura di spicco del regime di Compaoré, fermato fin dal 29 settembre, ha finora negato qualsiasi coinvolgimento nel colpo di stato.

Il Consiglio costituzionale aveva respinto, a inizio settembre, la sua candidatura alle elezioni presidenziali, inizialmente fissate per l'11 ottobre e poi rinviate (per ora) a novembre, in seguito al tentativo di golpe di Diandéré e del Reggimento di sicurezza presidenziale (RSP) da lui capeggiato. Tentativo che aveva tra gli obiettivi dichiarati anche quello di “garantire elezioni inclusive”, cioè che permettessero la candidatura anche di uomini legati a Compaoré. Tra questi, il più in vista era appunto Bassolé, escluso dalle liste sulla base di una legge elettorale approvata ad aprile, che definiva "non ammissibili" tutti coloro che a suo tempo avevano sostenuto il "cambiamento incostituzionale", termine riferito al disegno di legge di revisione della Costituzione che avrebbe permesso a Blaise Compaoré di rimanere al potere e che invece portò alla sua cacciata a furor di popolo un anno fa.

Prima di Diendéré e Bassolé, lunedì erano stati interrogati Léonce Koné, secondo vice presidente del Congresso per la democrazia e il progresso (CDP - il partito di Compaoré) e di Hermann Yaméogo, presidente dell'Unione nazionale per la democrazia. Successivamente, con una cerimonia simbolica, era stato disarmato il Reggimento di sicurezza presidenziale (di fatto, già sciolto il 25 settembre), sancendo formalmente la fine del corpo pretoriano di Compaoré, responsabile del tentato putsch. Le centinaia di cittadini presenti avevano scandito slogan del tipo “Diendéré assassino”, “Diendéré alla Corte penale internazionale”. Il primo ministro Isaac Zida, arrestato dai golpisti e reintegrato nella carica a golpe rientrato, nel corso della cerimonia aveva dichiarato che “Dalla sua formazione, nel 1995, il RSP è sempre stato usato dal presidente Compaoré per frenare le aspirazioni legittime del popolo burkinabé a una reale vita democratica”, benché lui stesso ne fosse stato a capo per un certo periodo.

Segnale significativo del miglioramento della situazione, scriveva la scorsa settimana Jeune Afrique, il fatto che il presidente Michel Kafando, reintegrato nella carica il 23 settembre, si sia recato il 1 ottobre all'Assemblea generale dell'ONU, così che a Ouagadougou la situazione pare in via di stabilizzazione, dopo che negli scontri tra ribelli e manifestanti, scesi in piazza sin dalle prime notizie del tentato golpe, 11 persone erano rimaste uccise e oltre 270 ferite. Rimane tuttavia ancora in vigore il coprifuoco dalle 23 alle 5,30.

A questo punto non è perfettamente chiara la questione delle elezioni che, se non interverranno altre novità, dovrebbero tenersi il 22 novembre. Infatti, secondo il compromesso raggiunto nelle settimane scorse tra golpisti e governo di transizione (a fare da mediatore, per conto della Comunità economica degli Stati dell'Africa Occidentale, era intervenuto il presidente senegalese Macky Sall) uno dei punti più controversi era costituito proprio dalle elezioni, cui potranno partecipare anche i candidati – inizialmente esclusi con la legge elettorale di aprile – legati all'ex presidente Compaoré. Ora, con l'arresto di Bassolé, rimane da capire se il CDP presenterà altre candidature o si asterrà dalla partecipazione. Degli altri punti del compromesso, sono stati attuati il ripristino dei poteri di transizione, a partire dalla presidenza di Michel Kafando e, soprattutto, è stata decisa la sorte del RSP: sciolto.

Qualche strascico continua invece ad accompagnare proprio il compromesso di per sé, frutto delle trattative del 18-20 settembre. Sin da subito, era stato definito “vergognoso” dal movimento Balai citoyen, che nell'ottobre 2014 aveva guidato la rivolta contro Compaoré; anche il presidente del Consiglio nazionale di transizione (il parlamento), Chérif Sy, lo ha qualificato come “indecente”, perché “incoraggia l'impunità” e addirittura il presidente Kafando se ne è nettamente smarcato, lamentando di non essere stato consultato in anticipo. Stando all'entourage di Macky Sall, questi, che non ha poi partecipato, il 23 settembre, alla cerimonia di reinsediamento di Kafando, il 18 settembre, appena giunto a Ouagadougou, aveva detto a Diendéré e agli uomini del RSP “non sono venuto per negoziare, sono venuto ad ascoltare, ma anche a dirvi che vi sbagliate”. La polemica si è sviluppata attorno ad alcuni punti, considerati salienti, del compromesso: in particolare, il reintegro dei candidati vicini a Compaoré nella competizione elettorale e l'amnistia per i golpisti.

Sia come sia, secondo Standard & Poor's, avvezza alla maniera statunitense ad andare al sodo delle questioni, il tentato golpe del 17 settembre non sembra aver influito particolarmente sulle capacità del Burkina Faso di rimborsare il proprio debito. S&P, ricorda Jeune Afrique, mantiene quindi la valutazione "B-/B” dello scorso giugno, dopo che l'aveva ridotta a "B-" nel dicembre 2014, a causa delle tensioni politiche e delle manifestazioni di massa per la cacciata di Compaoré. Secondo S&P, l'economia burkinabé dovrà crescere del 4% quest'anno e del 6% nel 2016, con un deficit sul PIL rispettivamente del 2,5% e 4% e un indebitamento del 29,6% e 31,3%. Il rating potrebbe tuttavia venir abbassato, scrive S&P, "se la gestione del debito sarà compromessa da disordini legati alle elezioni”. Si comprende così un po' meglio il lavoro di ricucitura tentato da Macky Sall per conto di quel Consiglio economico dell'Africa Occidentale (Cedeao) di cui diverse fonti africane scrivono che, il meglio che se ne possa dire, è che sia al servizio di UE, FMI, Banca Mondiale e monopoli francesi.

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23/09/2015

Burkina Faso. Manifestanti ancora in piazza contro il golpe, militari e golpisti trattano


Il presidente Michel Kafando, deposto il 17 settembre dai militari golpisti del Reggimento di sicurezza Presidenziale (RSP) guidati dal generale Gilbert Diendéré, dovrebbe tornare oggi ad occupare la propria carica di capo dei poteri di transizione. Questo uno dei punti dell'accordo tra putschisti e forze armate lealiste che sarebbe stato raggiunto ieri sera sulla base della mediazione del Consiglio economico dell'Africa Occidentale (Cedeao) riunito appositamente ad Abuja, in Nigeria. Lo stesso Diandéré aveva dichiarato ieri sera che Kafando sarebbe stato “rimesso in sella” oggi. Militari lealisti e golpisti del RSP si sarebbero inoltre impegnati a rispettare un accordo di pacificazione. Oltre la mediazione diplomatica, non poco pare abbiano influito su quella che, per ora, sembra un'intesa, le manifestazioni popolari che, sin dai primi momenti del golpe, hanno interessato gran parte delle città più importanti del Burkina Faso, manifestazioni organizzate dal movimento “Balai citoyen”, che aveva guidato l'ottobre scorso la rivolta contro Compaoré e che già domenica, appena annunciata l'ipotesi di compromesso, l'aveva definita “vergognosa", perché "legittima il colpo di stato e le richieste del Reggimento di sicurezza presidenziale”.

Quattro capi di stato dell'Africa occidentale sono ora attesi a Ouagadougou per cercare di suggellare, con l'effettivo reintegro nelle sue funzioni del presidente Kafando, la mediazione che fino a ieri sera era ferma al progetto di compromesso elaborato domenica dal presidente senegalese Macky Sall e discusso ieri al vertice del Cedeao. Ad atterrare oggi a Ouagadougou saranno di nuovo Macky Sall e il beninese Boni Yayi, protagonisti del tentativo di mediazione tra golpisti e autorità legittime; ad essi si uniranno i presidenti di Togo e Nigeria, Faure Gnassingbé e Muhammadu Buhari. All'inizio, era sembrato che il progetto di accordo fosse finito in un vicolo cieco: i punti principali accoglievano per lo più le richieste dei putschisti, scontentavano un po' tutti e rischiavano di screditare lo stesso Cedeao. Ancora ieri sera, la “Reuters” scriveva di una situazione pressoché bloccata: l'esercito rimasto fedele al presidente di transizione Michel Kafando continuava a controllare le vie d'accesso e buona parte dell'interno della capitale, mentre il Reggimento di Sicurezza Presidenziale (RSP) che fa riferimento al protagonista del golpe, il generale Gilbert Diendéré, aveva in mano radio e televisione nazionali, palazzo presidenziale e alcuni assi viari strategici. “Jeune Afrique” aveva in effetti anticipato che Diendéré aveva detto di volersi rimettere alle decisioni del Cedeao, ma aveva anche ammonito di esser pronto a difendersi in caso di attacco. Sempre ieri sera, l'Unione africana ribadiva che l'unica soluzione è il disarmo dei golpisti del RSP, per il cui scioglimento si è pronunciato il Presidente del Consiglio nazionale di transizione, Chériff Sy.

Lunedì scorso l'esercito lealista, nel circondare la capitale, aveva imposto ai golpisti del RSP di deporre le armi; ancora ieri però questi ultimi non parevano intenzionati a cedere. Diendéré aveva detto di essere in trattative con i capi dell'esercito, per "far ripartire" le unità arrivate nella notte a Ouagadougou. L'unica nota positiva registrata ieri mattina era stata la liberazione del primo ministro del governo di transizione Isaac Zida, fino ad allora prigioniero del Consiglio Nazionale per la Democrazia (CND), l'organo di cui si è autonominato presidente Gilbert Diendéré al momento del golpe. Zida si troverebbe ora in un luogo sicuro, di cui non è stata rivelata la posizione. Già lunedì sera anche il deposto presidente di transizione, Michel Kafando, aveva lasciato l'alloggio sorvegliato dai golpisti, per essere accolto nella residenza dell'ambasciatore francese.

Rimangono tuttavia diverse incognite, frutto anche del progetto di mediazione del Cedeao, troppo favorevole al RSP. Non è chiaro, al momento, ad esempio, quale sarà la sorte dei golpisti. “Jeune Afrique” scrive che le parti si sarebbero accordate ieri sera su due punti principali: il primo riguarda l'acquartieramento dei rivoltosi del RSP nel loro Quartier generale di Nabaa Koom, dietro il palazzo presidenziale di Kosyam (qui verrà anche effettuato l'inventario delle loro armi); il secondo punto è l'allontanamento delle truppe lealiste a 50 chilometri dalla capitale. Sembra non si sia fatto cenno, per ora, né all'amnistia reclamata dai golpisti, né alla sorte del principale personaggio della vicenda, Gilbert Diandéré.

Ieri “Jeune Afrique” riassumeva il curriculum di Gilbert Diandéré, a partire dalla sua partecipazione alla rivoluzione del capitano Thomas Sankara, nel 1983, e anche all'uccisione di Sankara stesso, nel 1987. Da tempo si parla anzi del suo ruolo diretto, come braccio armato del traditore Blaise Compaoré, nell'assassinio del capitano rivoluzionario: la riesumazione dei cadaveri di Sankara e dei compagni uccisi al suo fianco, insieme alle conclusioni delle autopsie, sarebbe stato anzi motivo non secondario che ha spinto al golpe dello scorso 17 settembre. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Diandéré a “Jeune Afrique” e a “France 24”, egli si sarebbe deciso al colpo della scorsa settimana per evitare che il paese precipitasse nel caos. Le elezioni presidenziali e legislative fissate per l'11 ottobre, a suo dire, "non erano ben organizzate", ci sarebbero stati "tentativi di frode" e, quindi, di "disordini". Ma, chiosa “Jeune Afrique”, tutto ciò non spiega una parte delle azioni “di un uomo che è al centro di tutti gli sconvolgimenti che ha conosciuto il suo paese da più di trent'anni, ma che si era sempre preoccupato, fino al 17 settembre, di rimanere nell'ombra. A detta sua, egli non aveva intenzione di prendere il potere: se ne è sentito in dovere, con l'unico obiettivo di incanalare la furia dei suoi uomini del Reggimento di sicurezza presidenziale (RSP), inferociti per il fatto che la Commissione di Riconciliazione Nazionale e delle Riforme, emanazione del Governo di transizione, si apprestava a sciogliere tale corpo speciale. Così, "datemi il tempo di calmarli", avrebbe detto Diandéré ai mediatori africani, prima di promettere nuove elezioni, pur rinviate di oltre un mese.

In effetti quando gli uomini del RSP hanno occupato i palazzi governativi, mercoledì scorso, Diandéré non era con loro, è comparso dopo: dalla cacciata di Compaoré, un anno fa, egli non controllerebbe più il RSP, non vi ha più un ruolo ufficiale e non gode di alcun privilegio al Quartier generale del RSP, il campo di Naba Koom. Sarebbero gli ufficiali di grado inferiore a dettare le linee di azione del Reggimento; e però si sarebbero rivolti a Diandéré al momento di negoziare il compromesso: dopo tutto, la sua reputazione se l'è fatta, tra colpi di stato e missioni segrete in Sierra Leone, Liberia, Costa d'Avorio, Mali. Un ruolo non secondario nel tentativo di golpe, ad ogni modo, lo avrebbero svolto anche i leader del Congresso per la Democrazia e il Progresso, il partito del deposto Compaoré, soprattutto dopo che il Consiglio costituzionale aveva escluso dalle liste elettorali alcuni candidati apertamente legati a Compaoré e c'è chi nutre forti dubbi che, da qui alle elezioni previste ora per il 22 novembre, tutto fili liscio. Del resto, prima del 17 settembre, Compaoré, dall'estero, aveva più di una volta avvertito che qualcosa sarebbe presto accaduta.

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21/09/2015

Golpe in Burkina Faso: i mediatori africani confidano in sviluppi positivi

Mentre è ulteriormente cresciuto il numero di vittime tra i dimostranti – almeno 10 morti e più di 100 feriti – i militari golpisti del Burkina Faso parlano di ritorno sui binari “civili”: annunciano il prossimo ristabilimento del Governo di transizione, deposto mercoledì scorso, e la direzione del paese da parte dei civili.

Lo scrive “Aljazeera”, sulla base di dichiarazioni del presidente del Benin Boni Yayi, che venerdì scorso si era precipitato in Burkina Faso, insieme al suo omologo senegalese Macky Sall, per tentare una mediazione. Secondo queste informazioni, i colloqui condotti dai presidenti beninese e senegalese con il generale Gilbert Diendéré, per trent'anni braccio destro di Blaise Compaoré e capo del Reggimento di sicurezza presidenziale e ora uomo forte del cosiddetto Consiglio nazionale per la democrazia, starebbero per dare qualche risultato. Per la verità, pare ci sia qualche discordanza sulle dichiarazioni; “Aljazeera” sembra attribuire a Diendéré un perentorio “Ci apprestiamo a tornare al periodo di transizione guidato da un civile: Michel Kafando”.

Secondo “Jeune Afrique”, invece, Boni Yayi ha detto che ulteriori “positive novità” verrebbero annunciate nel corso dei colloqui che proseguono oggi, aggiungendo che Diendéré si è mostrato “ben disposto”, ha “senso di responsabilità” e si “è mostrato sorridente e rassicurante”, ma, circa la presenza dello spodestato Michel Kafando a capo del “governo di transizione", Diendéré si sarebbe mostrato alquanto “fumoso e contraddittorio”.

Tale discordanza di sottolineature, sembra dovuta al fatto che alcuni dei mediatori presenti a Ouagadougou insieme a Boni Yayi e Macky Sall, hanno avvertito una “buona disposizione” di Diendéré in questo senso; ma niente di più. Infatti, sempre secondo “Jeune Afrique”, se il ritorno di Kafando alla carica presidenziale è richiesta dai leader dell'ex opposizione e della società civile, questa soluzione non soddisfa i quadri del Congresso per la Democrazia e il Progresso (CDP), il partito di Compaoré: "Kafando è irresponsabile. E' fuori questione che torni”, dicono questi. Altri interrogativi riguardano poi la sorte del deposto primo ministro, Isaac Zinda, tuttora agli arresti: i mediatori africani hanno detto chiaramente ai militari golpisti che la minima minaccia alla sua integrità fisica avrebbe gravi conseguenze diplomatiche.

“Jeune Afrique” scrive anche che sembra prospettarsi un rinvio di circa un mese per le elezioni che, fino al golpe di mercoledì scorso, erano fissate per il prossimo 11 ottobre. Ciò potrebbe essere dovuto principalmente alle trattative sul reintegro o la sostituzione di tutti quei candidati che le autorità di transizione avevano escluso – fondamentalmente perché legati in qualche modo a Compaoré – dalle liste elettorali: si riferivano a questo i militari di Diendéré, affermando di voler garantire, per mezzo di un colpo di stato, “elezioni inclusive”.

Intanto, se fino a venerdì rimaneva incerta la posizione dell'esercito e nessuna conferma ufficiale era venuta alle voci su una presunta presa di posizione da parte del Capo di Stato maggiore dell'esercito, generale Zagré, a fianco dei resistenti, ieri Zagré ha condannato ufficialmente “gli atti di violenza contro la popolazione” compiuti dai golpisti.

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18/09/2015

Burkina Faso: nel nome di Thomas Sankara le proteste contro i golpisti

L'autunno riserva brutte sorprese in Africa. Era il 15 ottobre del 1987 quando il capitano Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso rivoluzionario, fu assassinato insieme a dodici compagni; ieri, il giudice militare di Ouagadougou aveva convocato le parti civili per comunicare i risultati delle indagini balistiche e autoptiche su quei (presunti) cadaveri, fatti riesumare. A scanso di sorprese, mercoledì sera, i principali sospettati di quel delitto hanno fatto la loro sortita nella capitale. I militari del Reggimento di sicurezza presidenziale, con il loro comandante, generale Gilbert Diendéré, hanno arrestato il presidente “di transizione” Michel Kafando, il primo ministro Isaac Zida e sciolto il governo del Burkina Faso, un paese che, appena tre decenni fa, aveva rappresentato un esempio quasi unico, per l'Africa, di insurrezione militare compiuta per il governo del popolo. Questa volta, i militari sono intervenuti, ma al servizio di chi, quella breve esperienza (dal 1983 al 1987) aveva contribuito a soffocare. Il Reggimento di sicurezza presidenziale ha costituito infatti, per oltre 30 anni, la guardia pretoriana di colui che è tutt'oggi il presunto mandante dell'assassinio di Sankara: il suo ex braccio destro Blaise Compaoré. L'omicidio, gli ha assicurato il potere assoluto fino alla cacciata a furor di popolo, un anno fa, e l'entrata in carica di quel governo “di transizione” (ora deposto) che avrebbe dovuto guidare il paese fino alle elezioni, fissate per il mese prossimo. Ed era stato lo stesso governo di transizione a rilanciare l'inchiesta su quell'assassinio di 28 anni fa. Non saranno stati certamente i possibili esiti dell'autopsia sul cadavere di Sankara, scriveva ieri “Jeune Afrique”, a far scattare l'azione dei militari golpisti, ma la coincidenza è significativa. Come il fatto che Compaoré e i suoi protettori europei e africani non abbiano mai cessato di pensare alla rivincita.

Un'altra coincidenza: tre giorni fa, la Commissione per la pacificazione nazionale e le riforme aveva proposto lo scioglimento della Guardia presidenziale, considerata tuttora fedele a Compaoré. Questi, già passato per le forche caudine di dimostrazioni di massa nel 2011, che lo avevano costretto a un rimescolamento governativo, era stato costretto alla fuga un anno fa, dopo il suo fallito tentativo di apportare modifiche alla Costituzione, che gli permettessero di candidarsi ancora una volta alla presidenza. Il potere era stato assunto dal tenete-colonnello Isaac Zida e, in attesa delle elezioni presidenziali fissate al prossimo ottobre, alla carica di “Presidente del periodo di transizione” era stato eletto Michel Kafando, allora rappresentante permanente all'ONU. Poco più di un mese fa, Compaoré, rifugiato in Costa d'Avorio, era stato accusato in patria di alto tradimento.

Se è forse presto per far luce su quali siano gli obiettivi reali dei militari e quali interessi locali e stranieri stiano dietro al loro colpo di mano, pochissimi dubbi rimangono su mandanti e finanziatori del colpo di stato del 1987: Francia, Stati Uniti e Ciad in testa. E non è certo un mistero che soprattutto la Francia detenga ancora forti interessi in Burkina.

Comunque, stando alle  dichiarazioni rilasciate telefonicamente a “Jeune Afrique”, il generale Gilbert Diendéré, autonominatosi capo del Consiglio di transizione, ha detto: "Siamo entrati in azione per impedire la destabilizzazione del Burkina" e ha aggiunto che nel paese era prevalsa “una grave situazione di insicurezza pre-elettorale”. Lui e i suoi uomini sono intervenuti a causa "delle misure di esclusione adottate dalle autorità di transizione" e per "prevenire la destabilizzazione del Paese". Le misure di esclusione avrebbero riguardato, appunto, personaggi vicini a Compaoré.

D'altronde, ieri sera il portavoce dei militari ha garantito la pronta scarcerazione dei leader arrestati. La stessa fonte ha dichiarato che un Consiglio nazionale democratico agisce per porre fine “al regime deviante della transizione. Il governo di transizione e il consiglio nazionale della transizione sono disciolti. Una larga concertazione è stata intrapresa per formare un governo che raggiunga elezioni inclusive e tranquille”.

Al momento, per la verità, la situazione molto tranquilla non lo è: i militari hanno fatto uso anche delle armi contro le centinaia di manifestanti raccoltisi attorno al palazzo presidenziale e che hanno organizzato larghe dimostrazioni un po' in tutto il paese.

ONU e UE hanno reagito, chiedendo la scarcerazione degli arrestati. Pan Hi Moon ha definito gli avvenimenti “una volgare violazione della costituzione del Burkina Faso”, ribadendo l'appoggio “alla leadership di transizione e al presidente Kafando”.

Il Burkina Faso, ex Alto Volta, fino al 1958 colonia francese nell'Africa occidentale, conta circa 10 milioni di abitanti. Considerato uno dei paesi più poveri al mondo, con il 35% del PIL derivante dall'agricoltura, in cui è occupata circa l'80% della popolazione, non detiene particolari ricchezze naturali, a parte il cotone e le numerose miniere d'oro, in cui lavorano decine di migliaia di bambini.

Eppure, trent'anni fa, le opportunità di sviluppo economico e sociale ricevettero un impulso significativo, con i piani e i progetti lanciati dai rivoluzionari comunisti, di cui era a capo Thomas Sankara. Il “Paese degli uomini integri” (questo il significato del nome Burkina Faso, voluto da Sankara) passato, dopo l'indipendenza nel 1960, attraverso colpi di stato e un'arretratezza che nel 1983 aveva in molti settori dimezzato gli indici di 20 anni prima, non avrebbe avuto bisogno, per dare slancio alle potenzialità interne, di alcuna carità, pietista e opportunamente indirizzata (nel migliore dei casi, fine a se stessa) portata dalle organizzazioni clericali, dilagate poi anche qui, come un po' dappertutto in Africa. Nei 4 anni di governo rivoluzionario, il paese dimostrò di potersi sviluppare in piena indipendenza, ponendo fine alla miseria, alla fame, all'asservimento neocoloniale: a questo proposito, uno dei principali obiettivi di Sankara fu il rifiuto del debito coloniale. Nel 1986, alla 25° sessione dell’Organizzazione per l’Unità Africana, così si espresse: “Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo. Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata con perizia. Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi”.

Nel mezzo dell'esperimento, nel maggio 1985, “Afrique Asie” scriveva “La rivoluzione burkinabé entra senza dubbio in una fase nuova: quella della messa in pratica d'una strategia globale di sviluppo e liberazione delle energie creative. Alla fine dell'anno in corso si dovranno trarre gli insegnamenti e lanciare il primo piano quinquennale”, che sarebbe andato di pari passo con il Programma popolare di sviluppo, la mobilitazione popolare e il ruolo dei Comitati di difesa della rivoluzione. Questi erano i programmi immediati in un paese che, all'epoca, contava un'aspettativa di vita che non superava i 40 anni, il 92% di analfabetismo e una mortalità infantile al 167 per mille e in cui, dietro la spinta della rivoluzione del 1983, i raggruppamenti comunisti si unirono, come riportava ancora “Afrique Asie” nel 1986, “in vista della creazione di una organizzazione unica d'avanguardia a garanzia della continuità della prima rivoluzione”. Se il tentativo di Thomas Sankara non denotava i crismi di una svolta socialista vera e propria, gli attori principali, a partire dal loro leader, testimoniavano orientamenti marcatamente comunisti.

Molti oggi ricordano giustamente le scelte personali di Thomas Sankara di semplicità, onestà, rifiuto dei lussi del potere. Ma si deve prima di tutto sottolineare che egli non era né un ascetico gesuita, né un penitente flagellante: era un comunista, le cui scelte private facevano tutt'uno con la sua visione di sviluppo sociale del proprio paese. Tra le misure immediate adottate dal suo governo: abolizione delle monocolture, in mano ai monopoli esteri; eliminazione di privilegi e diritti feudali e nazionalizzazione della terra (nel giro di 4 anni, il paese aveva raggiunto l'autosufficienza alimentare e, con lo sviluppo agricolo, si era anche sferrato un colpo effettivo alla desertificazione); alfabetizzazione e istruzione pubblica, con la costruzione di centinaia di scuole; assistenza sanitaria pubblica; politica abitativa pubblica; sviluppo culturale e parità di genere. Soprattutto oggi, quando si infuoca il “dibattito” sull'accoglienza o il respingimento dei cosiddetti “profughi economici”, non dovrebbe essere dimenticata l'esperienza di un paese che aveva rifiutato la via del soggiogamento e degli “aiuti umanitari” prestati a caro prezzo da coloro che, da cinquecento anni, hanno fatto delle guerre di rapina ai danni di interi continenti la base di partenza per i propri sopraprofitti.

Lo scorso aprile, ancora “Afrique Asie” riportava il comunicato delle organizzazioni che, nel Burkina Faso, si richiamano a Thomas Sankara e che avevano deciso di coalizzarsi proprio in vista delle elezioni presidenziali di ottobre. “Per tutti i 27 anni del regime di Compaoré” era scritto, “c'è stato certamente un nemico comune, ma non si è mai riusciti a unirsi per combatterlo. Oggi, l'insurrezione popolare” (dell'ottobre scorso, che aveva cacciato Compaoré) “ha rivelato che l'immagine di Sankara ha non solo unito i giovani, ma ha soprattutto rafforzato la loro convinzione di poter fare fronte comune per un nuovo Burkina”.

Gli indirizzi di Sankara – anche in politica estera: panafricanismo, avvicinamento al campo socialista e allontanamento dalla Francia – furono presto sconfessati dai suoi assassini, che riportarono il paese  sulla via della dipendenza straniera e del risorgere di quelle oligarchie finanziarie locali, di cui Compaoré è un esempio più che evidente: “è”, perché ancora non è affatto detto che il colpo di mano dei suoi pretoriani non abbia successo.

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03/11/2014

Burkina Faso: il “paese degli uomini integri”



di Federica Iezzi

“Le pouvoir au peuple. La révolution en marche” urlano ancora alla Place de la Nation di Ouagadougou, i giovani rivoluzionari, che hanno nel sangue l’essenza del “Président du Faso”, come viene ancora oggi ricordato dai burkinabè, Thomas Sankara.

La disobbedienza popolare contro il regime eterno di Blaise Compaoré, è diventata rivoluzione meno di una settimana fa, quando l’Assemblée Nationale ha deciso di votare il progetto di legge di modifica della Costituzione.

Rettifica, che se riformata, avrebbe permesso a Compaorè, pilastro della Françafrique, uomo ricevuto con tutti gli onori anche nel nostro Paese, di concorrere per un altro mandato presidenziale.

La rabbia del giovane popolo della terra degli “uomini integri”, nella serata di ieri, ha decretato l’arresa di Compaorè. Dopo 27 anni di dominio indiscusso, dunque, si conclude il quarto mandato del padre padrone del Burkina Faso. Si conclude quel regime che ha dato lavoro, occupazione e privilegi soltanto ai pochi membri della classe signorile burkinabè. Si conclude il circolo vizioso di miseria ed ingiustizia, dalle quali il Burkina Faso era uscito con  il breve governo rivoluzionario di Sankara.
La storia del Burkina Faso ha inizio negli anni ottanta quando il capitano dell’esercito voltaico Thomas Sankara, giunge al potere con un colpo di stato incruento, che portò alla destituzione dell’allora presidente Jean-Baptiste Ouédraogo. Sankara divenne presidente e Compaoré il suo vice. L’ex colonia francese, Alto Volta, divenne Burkina Faso, che nei dialetti locali moré e dioula, significa “paese degli uomini integri”.

Una storia che sembra la mera ripetizione delle colonizzazioni occidentali in Africa e dei passi per la conquista dell’indipendenza.

Il colpo di Stato del 1983 rappresenta invece una caratteristica anomalia nel contesto africano.
Sankara trovò un Alto Volta assediato dalla desertificazione e dalla carestia. Ereditò un Paese che da decenni conviveva con colpi di stato, scioperi selvaggi, una miseria dilagante, analfabetismo, carenza di risorse e da un ripetuto intervento militare in politica. Un Paese con tasso di mortalità infantile del 187 per mille, tasso di alfabetizzazione al 2%, speranza di vita di soli 44 anni, un medico ogni 50.000 abitanti.

In soli quattro anni, il suo Governo portò avanti serrate campagne di vaccinazione contro morbillo, meningite e febbre gialla. Enormi apprezzamenti dall’UNICEF per l’immunizzazione del 60% dei bambini del Paese, in meno di tre settimane. In ogni villaggio, nuove scuole. E la percentuale di bambini scolarizzati del Burkina Faso salì di un terzo.

Sankara, ad Addis Abeba, di fronte all’intera conferenza dell’Organizzazione per l’Unità Africana, invitò i Paesi africani a non pagare il debito estero, per permettere alla politica economica di colmare il ritardo imposto da decenni di dominazione coloniale.

Nel 1987 Blaise Compaoré salì al potere grazie a un feroce colpo di Stato, finanziato dalla Francia, dalla Libia e dagli Stati Uniti e sostenuto dai signori della guerra di Liberia e Ciad. Sankara fu ucciso e negli anni seguenti Compaoré fu accusato di essere coinvolto nel suo omicidio. Il complotto fu organizzato per consentire a Nazioni fortemente industrializzate, di poter continuare ad attingere, a costo bassissimo, alle risorse naturali del Burkina Faso, oro, rame, nichel, piombo.

In 27 anni di Blaise Compaorè si è assistito al silenzioso sostentamento di gruppi ribelli ivoriani e maliani, al coinvolgimento del Burkina Faso nel traffico di diamanti provenienti dalla Sierra Leone, ad alleanze con il sanguinario liberiano Charles Taylor e con l’incontrastato presidente del Ciad, Idriss Déby. E dal 2007 Oagadougou diventa anche base militare statunitense.

Sotto Compaoré il Burkina Faso è stato uno dei Paesi con reddito pro capite più bassi del mondo e con un livello di disparità sociale tra i più elevati.

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