Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/09/2017

Burkina Faso: l’Africa prima preda del terrorismo jihadista


L’ennesimo “attacco jihadista alla nostra civiltà”, dello scorso 17 agosto a Barcelona, con la morte di 13 persone e il ferimento di svariate decine, era stato preceduto, il 13 agosto, dai 19 morti e 20 feriti falciati dalle armi automatiche di due giovani islamisti sul Kwame N’Krumah, gli “Champs Elysees” di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. I titoli a nove colonne dei quotidiani di regime, il 18 agosto, per l’attacco “ai valori del mondo occidentale”, erano stati preceduti, il 14 agosto, da distaccati titoli e scarne notizie nelle cronache “dal mondo” e, nel secondo caso, il sostantivo non era accompagnato dalla specificazione di quale “mondo” si trattasse: si dà sempre per acquisito che non sia il “nostro mondo”.

Un anno e mezzo prima, il 16 gennaio 2016, sempre a Ouagadougou, il primo pesante attacco alla capitale burkinabè, rivendicato dal gruppo Al-Mourabitoune, affiliato alla rete maghrebina di Al Qaeda, aveva provocato 29 morti e oltre 150 feriti, seguendo un copione – attacco a tre diversi ristoranti e alberghi – già visto a Parigi nel novembre 2015 e, pressoché in contemporanea, all’hotel Radisson Blu di Bamako, in Mali, rivendicato sempre da Al-Mourabitoune.

Pochi giorni fa, Amnesty International parlava di almeno 381 persone ammazzate dalla primavera scorsa a oggi – il doppio rispetto ai cinque mesi precedenti – in vari attentati suicidi portati in Camerun e Nigeria da Boko Haram, l’organizzazione jihadista con base in Nigeria affiliata allo Stato islamico. Lo scorso anno, Le Monde Afrique scriveva che, a partire dal 2009, Boko Haram avrebbe ucciso almeno 20mila persone tra Nigeria, Niger, Camerun e Ciad. Da tempo l’Unicef denuncia che sempre più bambini e bambine vengono rapiti da Boko Haram e impiegati in attentati suicidi: già tra il 2014 e il 2015 il numero delle giovani vittime costrette a compiere attentati era decuplicato: da 4 a 44 e un attacco su cinque viene fatto compiere da giovanissimi.

Gli attacchi in Burkina Faso sembrerebbero testimoniare di un allargamento “geograficamente lineare”, ora, del raggio d’azione di Boko Haram, anche se gli attentati, per la verità, pur nell’indifferenza occidentale, non hanno mai risparmiato, accanto a Nigeria, Camerun, Niger e Ciad, nemmeno Libia, Egitto, Costa d’Avorio, Mali, Somalia, Kenya, Tunisia e Burkina Faso. Il Burkina Faso, secondo Jeune Afrique, sembrerebbe oggi costituire il nuovo “anello debole” in Africa.

I due giovani attentatori del 13 agosto, arrivati in moto sul luogo dell’attacco, hanno aperto il fuoco sulla terrazza del caffé-ristorante Aziz Istanbul: a dispetto dei media fondamentalisti occidentali e del loro “scontro di civiltà”, ancora una volta l’obiettivo è stato un cosiddetto caffè “halal”, frequentato da musulmani: tra le vittime, due kuwaitiani, tra cui l’imam della Grande Moschea di Kuwait City e un imam burkinabé. Secondo Jeune Afrique, tra Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (GSIM) – un raggruppamento recente di Al Mourabitoune, Ansar Eddine e la katiba Macina sotto la bandiera di Al-Qaeda Maghreb Islamico – Stato islamico nel Sahara e il movimento locale Ansarul Islam, sarebbe in atto una sorta di competizione nella capacità di colpire. Tutte le organizzazioni “vogliono dimostrare di poter operare al di fuori del Mali: il Burkina Faso è dunque diventato un obiettivo prioritario. Fragile dalla caduta di Blaise Compaoré, il paese sembra costituire la preda scelta dalla piovra terrorista”, dichiara Cynthia Ohayon, del Gruppo internazionale di crisi, omettendo di dire che quella di Compaoré non era stata una “caduta”, ma una cacciata a furor di popolo del presunto assassino di Thomas Sankara.

Comunque sia, dall’inizio dell’anno si sono verificati almeno una decina d’attacchi nel paese, portati soprattutto dal Niger e dal Mali, preda preferita di Ansarul Islam, il nuovo arrivato tra i movimenti jihadisti nel Sahel. Secondo Cynthia Ohayon, il paese “paga le conseguenze del dubbio e precario accordo tra Compaoré e i gruppi jihadisti. A capo del paese per ventisette anni, mediatore nella sottoregione, l’ex capo di stato manteneva rapporti con tutti gli attori, anche i meno raccomandabili”. Iyad Ag Ghali (capo di Ansar Eddine) era di casa a Ouagadougou, dove arrivava regolarmente con i suoi uomini e qui “li si lasciava operare in traffici mafiosi: in cambio, loro non attaccavano il Burkina”.

“Caduto Compaoré, hanno perso il loro protettore”, dichiara a Jeune Afrique il colonnello a riposo Jean-Pierre Bayala. I contatti venivano mantenuti dal mauritano Mustapha Limam Chafi, influente consulente-ombra di Compaoré, che operava come emissario per il rilascio degli ostaggi. L’intero sistema di intelligence in Burkina Faso era diretto dall’ex Capo di stato maggiore Gilbert Diendéré, con agenti “in ogni villaggio, in ogni moschea. Anche in mezzo al deserto”. Un sistema di intelligence efficace, anche se artigianale, crollato con la partenza di Compaoré e l’arresto di Diendéré nel 2015, per il tentato colpo di stato; mentre la nuova Agenzia nazionale di intelligence, messa in piedi nel marzo 2016, scrive ancora Jeune Afrique, “non ha ancora raggiunto la sua velocità di crociera”.

La vulnerabilità del Burkina Faso, notano gli osservatori, è preoccupante per tutta la sottoregione ed è quindi sul confine tra Burkina Faso, Mali e Niger che è stato deciso di dislocare una forza di 5.000 uomini del G5 Sahel. Un’iniziativa, scrive Jeune Afrique, che ha il merito di essere africana, ma che non basta a rassicurare: dei 423 milioni di euro necessari, sono stati raccolti poco più di 100 milioni.

Una sorta di “piano Marshall”, come l’hanno definito in Burkina Faso, contro gli attacchi jiadisti nel Sahel, elaborato nei giorni scorsi a Ouagadougou alla presenza di esperti e militari di una dozzina di paesi del Sahel (e anche europei), cui ha partecipato anche l’ex “Sankara ghanese”, Jerry Rawlings. “Il Sahel e l’Africa occidentale in particolare sono stretti tra due macigni: il terrorismo e i trafficanti di droga”, ha affermato il professor Zakaria Ousmane Ramadane, ex funzionario di sviluppo delle Nazioni Unite, invitando “a formulare strategie innovative” e trovare “strumenti per l’analisi strategica e la prevenzione delle minacce”.

Intanto, mentre i volontari dell’organizzazione statunitense “Peace Corps” hanno annunciato, a inizio settembre, la loro partenza dal Burkina Faso, in ragione proprio degli ultimi attentati, altre organizzazioni “umanitarie” fanno il loro ingresso nel paese e, più in generale, nel continente africano. Col progetto “Partenariato per la trasformazione agricola inclusiva in Africa” (PIATA), scrive africanews.com, finanziato sostanzialmente dalla Fondazione Bill et Melinda Gates, Rockefeller e Agenzia USA per lo sviluppo internazionale (USAID: l’agenzia che tanto ha fatto per lo “sviluppo democratico” in ogni parte del mondo, a cominciare dai golpe in America Latina), 280 milioni di dollari verranno stanziati per una “rivoluzione” – questa volta “verde”, dopo quelle arancioni, delle rose, dei tulipani, per la “formazione di quadri” liberali nell’ex URSS – in 11 paesi africani, tra cui Ghana, Nigeria, Mali, Burkina Faso.

Dietro l’evangelico “L’Africa ha bisogno di una rivoluzione agricola, che colleghi milioni di piccole aziende al business agroalimentare”; incuneando l’apostolico “creare catene di esteso approvvigionamento alimentare”; ricorrendo al gioco di prestigio par excellence dei “posti di lavoro e opportunità economiche per grandi segmenti della popolazione”, si affonda ben più prosaicamente con una “iniezione di risorse finanziarie nella trasformazione della catena del valore agroalimentare”.

Il tutto per “rilanciare una nuova fase di industrializzazione per l’agricoltura africana”, che spiani ancor più la strada alla penetrazione “indiretta” del capitale finanziario straniero – dato che “meno del 1% dei crediti bancari sono orientati verso il settore agricolo” – e a quello diretto dei monopoli agroalimentari occidentali che, con aperte politiche di dumping, decretano la fine di qualche milione di piccolissimi agricoltori locali, impongono a “41 milioni di piccoli proprietari” cosa produrre, ma soprattutto cosa non produrre, delle merci che devono essere importate da USA e Europa e decretano alle imprese locali tipo e misura di produzione, decidono interventi di rapina, cambi di regimi e massacri di intere popolazioni da parte di ras indigeni, imposti dai monopoli a salvaguarda dei loro extraprofitti.

Ed è su questa stessa linea che, per presentare la 2° Settimana delle attività minerarie dell’Africa occidentale, che si svolgerà dal 28 al 30 settembre a Ouagadougou, il Ministero delle miniere e delle cave ha fatto sapere che lo Stato mira a “promuovere il potenziale geologico e minerario del Burkina Faso presso investitori nazionali e internazionali”. Un settore minerario che costringe ancora molte persone a dedicarsi a scavi artigianali, che troppo spesso provocano incidenti, come la frana costata la vita a 8 persone e il ferimento ad altre 5, lo scorso 26 agosto, al campo aurifero di Nagriré, nella zona centrale del paese.

Nonostante il divieto di estrazione per lavaggio della sabbia aurifera durante i mesi invernali, scrive africa24monde, le frane sono frequenti in questo periodo e le autorità stanno lottando per controllare lo sfruttamento selvaggio dell’oro, esercitato da oltre un milione di persone, in un paese di 17 milioni di abitanti che, da “ex” colonia francese, continua a subire gli effetti del colonialismo europeo, al pari degli altri 13 paesi (Bénin, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo, che costituiscono l’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale e il cui istituto d’emissione è la BCEAO; Camerun, Repubblica Centrafricana, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad, che costituiscono la Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale, con la Banca BEAC) sottomessi al diktat del Franco CFA, cui è molto improbabile sia estraneo anche l’assassinio di Thomas Sankara e, oggi, le “imprese” di Boko Haram.

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22/12/2015

Burkina Faso, morte Sankara: mandato di arresto internazionale per Compaoré

Il Burkina Faso ha emesso un mandato d'arresto internazionale per l'ex presidente Blaise Compaoré, in relazione all'omicidio nel 1987 del suo predecessore Thomas Sankara, noto come il 'Che Guevara africano'. Lo hanno fatto sapere fonti giudiziarie. L'attuale governo ad interim del Burkina ha promesso di far luce sull'assassinio del popolare leader e rivoluzionario. Sankara prese il potere con un colpo di Stato nel 1983 e perseguì politiche di impronta marxista e panafricaniste. Si guadagnò il soprannome di 'Che Guevara africano', mentre molti intellettuali africani lo consideravano un visionario.

Un corpo, ritenuto quello di Sankara, è stato esumato quest'anno e un'autopsia ha mostrato che era crivellato di proiettili, confermando i sospetti secondo cui fu vittima di una esecuzione nel colpo di Stato che portò Compaoré al potere. Quest'ultimo è stato a sua volta destituito lo scorso ottobre dalle proteste contro la sua intenzione di cambiare la Costituzione ed estendere il suo mandato, durato 27 anni. È fuggito in Costa d'Avorio, dove si ritiene si trovi tuttora.

Tra le accuse rivolte a Compaoré ci sono quelle di omicidio e complicità in omicidio. Si tratta di un passo decisivo, perché le autorità ad interim si preparano a cedere il potere all'ex premier Marc Kaboré, vincitore delle elezioni presidenziali di novembre. Almeno altre 10 persone sono state incriminate in relazione all'omicidio, tra cui il generale Gilbert Dienderé autore a settembre di un fallito colpo di Stato.

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08/10/2015

Burkina Faso: arrestato Diendéré, protagonista del tentato golpe del 17 settembre

Il generale Gilbert Diendéré, principale protagonista del tentativo di colpo di stato dello scorso 17 settembre in Burkina Faso e l'ex Ministro degli esteri Djibrill Bassolé – a capo del dicastero durante la presidenza di Blaise Compaoré, a sua volta autore del golpe che nel 1987 portò all'assassinio di Thomas Sankara e alla fine dell'esperimento socialista nel paese – sono stati arrestati ieri con 11 capi di imputazione.

L'accusa principale è quella di “attentato alla sicurezza dello stato”, ma la France Presse parla anche di "collusione con forze straniere per destabilizzare la sicurezza interna", "omicidio", "lesioni volontarie", "distruzione intenzionale di proprietà".

Diendéré, scriveva ieri Jeune Afrique, si era consegnato spontaneamente alla giustizia lo scorso 1 ottobre, dopo essersi rifugiato per alcuni giorni presso la nunziatura apostolica di Ouagadougou. Lo stesso aveva fatto un altro militare, il tenente colonnello Mamadou Bamba che, il 17 settembre, aveva letto in TV il comunicato dei golpisti. Le autorità avevano fermato anche il vice presidente del Movimento Tuareg di liberazione nazionale Azawad (MNLA), Mahamadou Maïga Djeri; interrogato per diverse ore perché sospettato di aver fornito supporto logistico per il colpo di stato, era stato poi rilasciato.

Da parte sua, Djibrill Bassolé, figura di spicco del regime di Compaoré, fermato fin dal 29 settembre, ha finora negato qualsiasi coinvolgimento nel colpo di stato.

Il Consiglio costituzionale aveva respinto, a inizio settembre, la sua candidatura alle elezioni presidenziali, inizialmente fissate per l'11 ottobre e poi rinviate (per ora) a novembre, in seguito al tentativo di golpe di Diandéré e del Reggimento di sicurezza presidenziale (RSP) da lui capeggiato. Tentativo che aveva tra gli obiettivi dichiarati anche quello di “garantire elezioni inclusive”, cioè che permettessero la candidatura anche di uomini legati a Compaoré. Tra questi, il più in vista era appunto Bassolé, escluso dalle liste sulla base di una legge elettorale approvata ad aprile, che definiva "non ammissibili" tutti coloro che a suo tempo avevano sostenuto il "cambiamento incostituzionale", termine riferito al disegno di legge di revisione della Costituzione che avrebbe permesso a Blaise Compaoré di rimanere al potere e che invece portò alla sua cacciata a furor di popolo un anno fa.

Prima di Diendéré e Bassolé, lunedì erano stati interrogati Léonce Koné, secondo vice presidente del Congresso per la democrazia e il progresso (CDP - il partito di Compaoré) e di Hermann Yaméogo, presidente dell'Unione nazionale per la democrazia. Successivamente, con una cerimonia simbolica, era stato disarmato il Reggimento di sicurezza presidenziale (di fatto, già sciolto il 25 settembre), sancendo formalmente la fine del corpo pretoriano di Compaoré, responsabile del tentato putsch. Le centinaia di cittadini presenti avevano scandito slogan del tipo “Diendéré assassino”, “Diendéré alla Corte penale internazionale”. Il primo ministro Isaac Zida, arrestato dai golpisti e reintegrato nella carica a golpe rientrato, nel corso della cerimonia aveva dichiarato che “Dalla sua formazione, nel 1995, il RSP è sempre stato usato dal presidente Compaoré per frenare le aspirazioni legittime del popolo burkinabé a una reale vita democratica”, benché lui stesso ne fosse stato a capo per un certo periodo.

Segnale significativo del miglioramento della situazione, scriveva la scorsa settimana Jeune Afrique, il fatto che il presidente Michel Kafando, reintegrato nella carica il 23 settembre, si sia recato il 1 ottobre all'Assemblea generale dell'ONU, così che a Ouagadougou la situazione pare in via di stabilizzazione, dopo che negli scontri tra ribelli e manifestanti, scesi in piazza sin dalle prime notizie del tentato golpe, 11 persone erano rimaste uccise e oltre 270 ferite. Rimane tuttavia ancora in vigore il coprifuoco dalle 23 alle 5,30.

A questo punto non è perfettamente chiara la questione delle elezioni che, se non interverranno altre novità, dovrebbero tenersi il 22 novembre. Infatti, secondo il compromesso raggiunto nelle settimane scorse tra golpisti e governo di transizione (a fare da mediatore, per conto della Comunità economica degli Stati dell'Africa Occidentale, era intervenuto il presidente senegalese Macky Sall) uno dei punti più controversi era costituito proprio dalle elezioni, cui potranno partecipare anche i candidati – inizialmente esclusi con la legge elettorale di aprile – legati all'ex presidente Compaoré. Ora, con l'arresto di Bassolé, rimane da capire se il CDP presenterà altre candidature o si asterrà dalla partecipazione. Degli altri punti del compromesso, sono stati attuati il ripristino dei poteri di transizione, a partire dalla presidenza di Michel Kafando e, soprattutto, è stata decisa la sorte del RSP: sciolto.

Qualche strascico continua invece ad accompagnare proprio il compromesso di per sé, frutto delle trattative del 18-20 settembre. Sin da subito, era stato definito “vergognoso” dal movimento Balai citoyen, che nell'ottobre 2014 aveva guidato la rivolta contro Compaoré; anche il presidente del Consiglio nazionale di transizione (il parlamento), Chérif Sy, lo ha qualificato come “indecente”, perché “incoraggia l'impunità” e addirittura il presidente Kafando se ne è nettamente smarcato, lamentando di non essere stato consultato in anticipo. Stando all'entourage di Macky Sall, questi, che non ha poi partecipato, il 23 settembre, alla cerimonia di reinsediamento di Kafando, il 18 settembre, appena giunto a Ouagadougou, aveva detto a Diendéré e agli uomini del RSP “non sono venuto per negoziare, sono venuto ad ascoltare, ma anche a dirvi che vi sbagliate”. La polemica si è sviluppata attorno ad alcuni punti, considerati salienti, del compromesso: in particolare, il reintegro dei candidati vicini a Compaoré nella competizione elettorale e l'amnistia per i golpisti.

Sia come sia, secondo Standard & Poor's, avvezza alla maniera statunitense ad andare al sodo delle questioni, il tentato golpe del 17 settembre non sembra aver influito particolarmente sulle capacità del Burkina Faso di rimborsare il proprio debito. S&P, ricorda Jeune Afrique, mantiene quindi la valutazione "B-/B” dello scorso giugno, dopo che l'aveva ridotta a "B-" nel dicembre 2014, a causa delle tensioni politiche e delle manifestazioni di massa per la cacciata di Compaoré. Secondo S&P, l'economia burkinabé dovrà crescere del 4% quest'anno e del 6% nel 2016, con un deficit sul PIL rispettivamente del 2,5% e 4% e un indebitamento del 29,6% e 31,3%. Il rating potrebbe tuttavia venir abbassato, scrive S&P, "se la gestione del debito sarà compromessa da disordini legati alle elezioni”. Si comprende così un po' meglio il lavoro di ricucitura tentato da Macky Sall per conto di quel Consiglio economico dell'Africa Occidentale (Cedeao) di cui diverse fonti africane scrivono che, il meglio che se ne possa dire, è che sia al servizio di UE, FMI, Banca Mondiale e monopoli francesi.

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30/09/2015

Di nuovo alta la tensione in Burkina Faso tra golpisti e militari

Tensione ancora alta in Burkina Faso, dove resta forte il rischio di uno scontro militare tra l’esercito, sostenitore delle autorità transitorie, e gli ex golpisti del reggimento di sicurezza presidenziale (Rsp) del generale Gilbert Diendéré. “L’esercito ha comunicato alla popolazione di tenersi lontano dal quartiere di Ouaga 2000, che è presidiato dalle truppe regolari e dove nei pressi del palazzo presidenziale è ancora asserragliato il Rsp - spiegano dalla capitale - e anche l’area del centro città è stata isolata dalle truppe; qui si trovano la sede della televisione nazionale e i vecchi palazzi del governo, dove in questi giorni si riuniscono le autorità provvisorie: tutte strutture strategiche”.

Tra i due gruppi di militari dunque “sembra esserci un braccio di ferro”, continuano le fonti, dopo il rifiuto del Rsp di completare il disarmo previsto dagli accordi raggiunti la scorsa settimana. Patti che, tuttavia, sono stati rispettati solo in parte anche dall’esercito regolare, che avrebbe dovuto acquartierarsi a 50 chilometri dalla città, e, secondo quanto appreso dall’agenzia MISNA si sarebbero verificate anche “rappresaglie contro i familiari delle ex guardie presidenziali”.

I soldati del Reggimento di sicurezza presidenziale (Rsp), responsabili del colpo di stato del 17 settembre a Ouagadougou, si rifiutano di consegnare le armi alle forze di sicurezza regolari nonostante le autorità provvisorie del Burkina Faso siano tornate al potere.

In un comunicato, il governo ha accusato alcuni membri dell’Rsp di aver preso in ostaggio i soldati incaricati di disarmarli e anche alcuni compagni della guardia presidenziale che volevano ubbidire agli ordini delle autorità ristabilite. Il generale Gilbert Diendéré, che era a capo dei golpisti, ha rilasciato dichiarazioni contraddittorie in merito alla questione. Il presidente Michel Kafando ha istituito una commissione che valuti chi debba essere ritenuto responsabile del golpe ed essere giudicato di conseguenza. Inoltre il governo ha congelato i conti di Diendéré e di altre tredici persone coinvolte nel colpo di stato.

Da parte loro, movimenti popolari come Balai Citoyen hanno invitato la società civile a restare mobilitata: continua infatti la diffidenza di queste forze per i risultati dell’ultima mediazione internazionale,vista come troppo favorevole agli uomini di Diendéré.

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23/09/2015

Burkina Faso. Manifestanti ancora in piazza contro il golpe, militari e golpisti trattano


Il presidente Michel Kafando, deposto il 17 settembre dai militari golpisti del Reggimento di sicurezza Presidenziale (RSP) guidati dal generale Gilbert Diendéré, dovrebbe tornare oggi ad occupare la propria carica di capo dei poteri di transizione. Questo uno dei punti dell'accordo tra putschisti e forze armate lealiste che sarebbe stato raggiunto ieri sera sulla base della mediazione del Consiglio economico dell'Africa Occidentale (Cedeao) riunito appositamente ad Abuja, in Nigeria. Lo stesso Diandéré aveva dichiarato ieri sera che Kafando sarebbe stato “rimesso in sella” oggi. Militari lealisti e golpisti del RSP si sarebbero inoltre impegnati a rispettare un accordo di pacificazione. Oltre la mediazione diplomatica, non poco pare abbiano influito su quella che, per ora, sembra un'intesa, le manifestazioni popolari che, sin dai primi momenti del golpe, hanno interessato gran parte delle città più importanti del Burkina Faso, manifestazioni organizzate dal movimento “Balai citoyen”, che aveva guidato l'ottobre scorso la rivolta contro Compaoré e che già domenica, appena annunciata l'ipotesi di compromesso, l'aveva definita “vergognosa", perché "legittima il colpo di stato e le richieste del Reggimento di sicurezza presidenziale”.

Quattro capi di stato dell'Africa occidentale sono ora attesi a Ouagadougou per cercare di suggellare, con l'effettivo reintegro nelle sue funzioni del presidente Kafando, la mediazione che fino a ieri sera era ferma al progetto di compromesso elaborato domenica dal presidente senegalese Macky Sall e discusso ieri al vertice del Cedeao. Ad atterrare oggi a Ouagadougou saranno di nuovo Macky Sall e il beninese Boni Yayi, protagonisti del tentativo di mediazione tra golpisti e autorità legittime; ad essi si uniranno i presidenti di Togo e Nigeria, Faure Gnassingbé e Muhammadu Buhari. All'inizio, era sembrato che il progetto di accordo fosse finito in un vicolo cieco: i punti principali accoglievano per lo più le richieste dei putschisti, scontentavano un po' tutti e rischiavano di screditare lo stesso Cedeao. Ancora ieri sera, la “Reuters” scriveva di una situazione pressoché bloccata: l'esercito rimasto fedele al presidente di transizione Michel Kafando continuava a controllare le vie d'accesso e buona parte dell'interno della capitale, mentre il Reggimento di Sicurezza Presidenziale (RSP) che fa riferimento al protagonista del golpe, il generale Gilbert Diendéré, aveva in mano radio e televisione nazionali, palazzo presidenziale e alcuni assi viari strategici. “Jeune Afrique” aveva in effetti anticipato che Diendéré aveva detto di volersi rimettere alle decisioni del Cedeao, ma aveva anche ammonito di esser pronto a difendersi in caso di attacco. Sempre ieri sera, l'Unione africana ribadiva che l'unica soluzione è il disarmo dei golpisti del RSP, per il cui scioglimento si è pronunciato il Presidente del Consiglio nazionale di transizione, Chériff Sy.

Lunedì scorso l'esercito lealista, nel circondare la capitale, aveva imposto ai golpisti del RSP di deporre le armi; ancora ieri però questi ultimi non parevano intenzionati a cedere. Diendéré aveva detto di essere in trattative con i capi dell'esercito, per "far ripartire" le unità arrivate nella notte a Ouagadougou. L'unica nota positiva registrata ieri mattina era stata la liberazione del primo ministro del governo di transizione Isaac Zida, fino ad allora prigioniero del Consiglio Nazionale per la Democrazia (CND), l'organo di cui si è autonominato presidente Gilbert Diendéré al momento del golpe. Zida si troverebbe ora in un luogo sicuro, di cui non è stata rivelata la posizione. Già lunedì sera anche il deposto presidente di transizione, Michel Kafando, aveva lasciato l'alloggio sorvegliato dai golpisti, per essere accolto nella residenza dell'ambasciatore francese.

Rimangono tuttavia diverse incognite, frutto anche del progetto di mediazione del Cedeao, troppo favorevole al RSP. Non è chiaro, al momento, ad esempio, quale sarà la sorte dei golpisti. “Jeune Afrique” scrive che le parti si sarebbero accordate ieri sera su due punti principali: il primo riguarda l'acquartieramento dei rivoltosi del RSP nel loro Quartier generale di Nabaa Koom, dietro il palazzo presidenziale di Kosyam (qui verrà anche effettuato l'inventario delle loro armi); il secondo punto è l'allontanamento delle truppe lealiste a 50 chilometri dalla capitale. Sembra non si sia fatto cenno, per ora, né all'amnistia reclamata dai golpisti, né alla sorte del principale personaggio della vicenda, Gilbert Diandéré.

Ieri “Jeune Afrique” riassumeva il curriculum di Gilbert Diandéré, a partire dalla sua partecipazione alla rivoluzione del capitano Thomas Sankara, nel 1983, e anche all'uccisione di Sankara stesso, nel 1987. Da tempo si parla anzi del suo ruolo diretto, come braccio armato del traditore Blaise Compaoré, nell'assassinio del capitano rivoluzionario: la riesumazione dei cadaveri di Sankara e dei compagni uccisi al suo fianco, insieme alle conclusioni delle autopsie, sarebbe stato anzi motivo non secondario che ha spinto al golpe dello scorso 17 settembre. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Diandéré a “Jeune Afrique” e a “France 24”, egli si sarebbe deciso al colpo della scorsa settimana per evitare che il paese precipitasse nel caos. Le elezioni presidenziali e legislative fissate per l'11 ottobre, a suo dire, "non erano ben organizzate", ci sarebbero stati "tentativi di frode" e, quindi, di "disordini". Ma, chiosa “Jeune Afrique”, tutto ciò non spiega una parte delle azioni “di un uomo che è al centro di tutti gli sconvolgimenti che ha conosciuto il suo paese da più di trent'anni, ma che si era sempre preoccupato, fino al 17 settembre, di rimanere nell'ombra. A detta sua, egli non aveva intenzione di prendere il potere: se ne è sentito in dovere, con l'unico obiettivo di incanalare la furia dei suoi uomini del Reggimento di sicurezza presidenziale (RSP), inferociti per il fatto che la Commissione di Riconciliazione Nazionale e delle Riforme, emanazione del Governo di transizione, si apprestava a sciogliere tale corpo speciale. Così, "datemi il tempo di calmarli", avrebbe detto Diandéré ai mediatori africani, prima di promettere nuove elezioni, pur rinviate di oltre un mese.

In effetti quando gli uomini del RSP hanno occupato i palazzi governativi, mercoledì scorso, Diandéré non era con loro, è comparso dopo: dalla cacciata di Compaoré, un anno fa, egli non controllerebbe più il RSP, non vi ha più un ruolo ufficiale e non gode di alcun privilegio al Quartier generale del RSP, il campo di Naba Koom. Sarebbero gli ufficiali di grado inferiore a dettare le linee di azione del Reggimento; e però si sarebbero rivolti a Diandéré al momento di negoziare il compromesso: dopo tutto, la sua reputazione se l'è fatta, tra colpi di stato e missioni segrete in Sierra Leone, Liberia, Costa d'Avorio, Mali. Un ruolo non secondario nel tentativo di golpe, ad ogni modo, lo avrebbero svolto anche i leader del Congresso per la Democrazia e il Progresso, il partito del deposto Compaoré, soprattutto dopo che il Consiglio costituzionale aveva escluso dalle liste elettorali alcuni candidati apertamente legati a Compaoré e c'è chi nutre forti dubbi che, da qui alle elezioni previste ora per il 22 novembre, tutto fili liscio. Del resto, prima del 17 settembre, Compaoré, dall'estero, aveva più di una volta avvertito che qualcosa sarebbe presto accaduta.

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21/09/2015

Golpe in Burkina Faso: i mediatori africani confidano in sviluppi positivi

Mentre è ulteriormente cresciuto il numero di vittime tra i dimostranti – almeno 10 morti e più di 100 feriti – i militari golpisti del Burkina Faso parlano di ritorno sui binari “civili”: annunciano il prossimo ristabilimento del Governo di transizione, deposto mercoledì scorso, e la direzione del paese da parte dei civili.

Lo scrive “Aljazeera”, sulla base di dichiarazioni del presidente del Benin Boni Yayi, che venerdì scorso si era precipitato in Burkina Faso, insieme al suo omologo senegalese Macky Sall, per tentare una mediazione. Secondo queste informazioni, i colloqui condotti dai presidenti beninese e senegalese con il generale Gilbert Diendéré, per trent'anni braccio destro di Blaise Compaoré e capo del Reggimento di sicurezza presidenziale e ora uomo forte del cosiddetto Consiglio nazionale per la democrazia, starebbero per dare qualche risultato. Per la verità, pare ci sia qualche discordanza sulle dichiarazioni; “Aljazeera” sembra attribuire a Diendéré un perentorio “Ci apprestiamo a tornare al periodo di transizione guidato da un civile: Michel Kafando”.

Secondo “Jeune Afrique”, invece, Boni Yayi ha detto che ulteriori “positive novità” verrebbero annunciate nel corso dei colloqui che proseguono oggi, aggiungendo che Diendéré si è mostrato “ben disposto”, ha “senso di responsabilità” e si “è mostrato sorridente e rassicurante”, ma, circa la presenza dello spodestato Michel Kafando a capo del “governo di transizione", Diendéré si sarebbe mostrato alquanto “fumoso e contraddittorio”.

Tale discordanza di sottolineature, sembra dovuta al fatto che alcuni dei mediatori presenti a Ouagadougou insieme a Boni Yayi e Macky Sall, hanno avvertito una “buona disposizione” di Diendéré in questo senso; ma niente di più. Infatti, sempre secondo “Jeune Afrique”, se il ritorno di Kafando alla carica presidenziale è richiesta dai leader dell'ex opposizione e della società civile, questa soluzione non soddisfa i quadri del Congresso per la Democrazia e il Progresso (CDP), il partito di Compaoré: "Kafando è irresponsabile. E' fuori questione che torni”, dicono questi. Altri interrogativi riguardano poi la sorte del deposto primo ministro, Isaac Zinda, tuttora agli arresti: i mediatori africani hanno detto chiaramente ai militari golpisti che la minima minaccia alla sua integrità fisica avrebbe gravi conseguenze diplomatiche.

“Jeune Afrique” scrive anche che sembra prospettarsi un rinvio di circa un mese per le elezioni che, fino al golpe di mercoledì scorso, erano fissate per il prossimo 11 ottobre. Ciò potrebbe essere dovuto principalmente alle trattative sul reintegro o la sostituzione di tutti quei candidati che le autorità di transizione avevano escluso – fondamentalmente perché legati in qualche modo a Compaoré – dalle liste elettorali: si riferivano a questo i militari di Diendéré, affermando di voler garantire, per mezzo di un colpo di stato, “elezioni inclusive”.

Intanto, se fino a venerdì rimaneva incerta la posizione dell'esercito e nessuna conferma ufficiale era venuta alle voci su una presunta presa di posizione da parte del Capo di Stato maggiore dell'esercito, generale Zagré, a fianco dei resistenti, ieri Zagré ha condannato ufficialmente “gli atti di violenza contro la popolazione” compiuti dai golpisti.

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