Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/04/2015

Nigeria - Israele perde il suo principale alleato in Africa

Il presidente nigeriano Goodluck Jonathan è stato sconfitto alle elezioni da Muhammad Buhari, generale che aveva guidato la giunta militare al potere nel Paese tra il 1983 e il 1985. Buhari ha ottenuto 15,4 milioni di voti rispetto ai 13,3 milioni del presidente uscente. Questo esito ha raccolto parecchia attenzione in Israele secondo il quale avrà un impatto negativo sul sostegno che ha ricevuto negli ultimi anni dalla Nigeria.

Lo scorso dicembre, ad esempio, Jonathan, cristiano del sud del Paese, aveva ordinato a sorpresa al rappresentante nigeriano al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di astenersi sulla richiesta di riconoscimento dello Stato di Palestina, determinando a sorpresa la bocciatura della richiesta presentata dal presidente palestinese Abu Mazen. Secondo la stampa la Nigeria modificò il suo voto da favorevole ad astenuto in seguito ad una conversazione telefonica tra Jonathan e il premier israeliano Benyamin Netanyahu.

Secondo alcuni giornali e siti israeliani, Buhari un musulmano del nord della Nigeria potrebbe portare avanti un programma “islamista” che, inevitabilmente, avrà forti ripercussioni sulle relazioni con Israele. Relazioni che, al contrario, Jonathan aveva sviluppato al punto di diventare il principale alleato dello Stato ebraico in Africa. Nel 2013, Jonathan è stato il primo presidente nigeriano a visitare Israele. In quell’occasione firmò un accordo per il collegamento aereo diretto tra i due Paesi. Grazie a questi rapporti fiorenti attualmente la Nigeria è tra le prime 20 destinazioni per le esportazioni israeliane, passate da 165 a 276 milioni dollari. Stretta anche la collaborazione sulle questioni di sicurezza.

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30/03/2015

Nigeria al voto nel sangue

di Federica Iezzi

Problemi tecnici e ritardi hanno avviato la macchina elettorale del parlamento federale e del nuovo presidente in Nigeria. Dopo un rinvio di sei settimane per ragioni di sicurezza, urne aperte dalle 8 alle 13 dello scorso sabato, per i 70 milioni di elettori. Rallentamenti nelle procedure a causa dello sperimentale iter di registrazione dei votanti, tramite carte biometriche con le impronte digitali. Nuovo sistema progettato contro i brogli.

A causa dei recenti attacchi dei jihadisti di Boko Haram, in alcune zone del Paese, le operazioni di voto sono state sospese e rimandate a domenica. In più di 300 seggi, sui 150 mila presenti in tutto il territorio, si è continuato invece a votare. Dall’apertura dei seggi, almeno 41 persone sono state uccise nell’area di Gombe e Borno, nel nordest nigeriano, roccaforte dei militanti islamici, e nello stato di Rivers, nel sud-est del Paese.

Nei villaggi di Dukku, Birin Fulani, Tilen, Shole, Birin Bolawa e Buratai  si sono susseguiti attacchi e minacce dei militanti di Boko Haram ai funzionari elettorali. In quest’ultima località venerdì scorso i miliziani di Abubakr Shekau avevano decapitato una trentina di persone con una motosega, mentre nella provincia di Gombe avevano aperto il fuoco sulla gente in fila ai seggi.

Urne rubate e sospetti di ritardi in alcuni seggi elettorali, hanno peggiorato lo stato di veridicità delle operazioni. I confini nazionali sono chiusi da mercoledì scorso. Il traffico si è fermato nelle grandi città del Paese fino alle cinque del pomeriggio, con posti di blocco davanti ogni seggio. Ma centinaia di migliaia di nigeriani sono andati a votare, nonostante le minacce di Boko Haram.

Sono 14 i candidati alla carica di Presidente, tra cui per la prima volta anche una donna, Remi Sonaiya, del partito KOWA. Ma a contendersi davvero il mandato sono l’attuale presidente Goodluck Jonathan, impopolare e ampiamente accusato di corruzione, cristiano del sud, beneficiario dei ricchi introiti delle esportazioni petrolifere e il generale Muhammadu Buhari, forte del sostegno del nord islamico della Nigeria, area abbandonata dal governo centrale di Abuja e protagonista di una feroce dittatura militare nei primi anni ’80.

Una sfida che si ripete, dato che erano finiti al ballottaggio anche nel 2011. In quell’occasione vinse la popolarità di Jonathan. Almeno 800 civili, in seguito ai risultati di quelle elezioni, persero la vita durante violenti scontri. E gli sfollati interni furono 65.000.

In questi ultimi mesi, non sono mancate le critiche pesanti del generale Buhari al governo Jonathan, accusato di non saper interrompere la scia di sangue dipinta tragicamente dai combattenti di Boko Haram, che dal 2002 hanno ucciso più di 10.000 civili, di cui 1000 solo durante quest’anno.

Il nord, a maggioranza musulmana, sembra essere il territorio sotto il controllo di Buhari e del suo partito di opposizione, l’All Progressives Congress, mentre Jonathan e il Partito Democratico Popolare hanno maggiore sostegno nel sud, prevalentemente cristiano.

Oltre alle elezioni presidenziali, i nigeriani sono chiamati a votare per i governatori di 36 stati, per i rappresentanti dei 109 seggi del Senato e dei 360 dell’Assemblea Nazionale. L’annuncio dei risultati è atteso entro 48 ore dalla chiusura dei seggi. Senza il nome di un vincitore, le sorti della Nigeria saranno in mano al ballottaggio tra sette giorni. Il nuovo governo entrerà in carica alla fine di maggio.

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25/03/2015

Nigeria - Centinaia di bambini nelle mani di Boko Haram

di Sonia Grieco

Stanno lasciando una scia di sangue e orrore i miliziani di Boko Haram, in ritirata dalle località del nord-est della Nigeria, che l’esercito nigeriano, coadiuvato dai soldati inviati dal Ciad e dal Niger, ha riconquistato all’inizio del mese. Aumenta il timore di nuove violenze e attentati in vista della tornata elettorale di sabato prossimo.

Sono almeno 500 i bambini che mancano all’appello nella città di Damasak, centro commerciale dello stato settentrionale del Borno, patria della setta jihadista, 60 chilometri dal confine con il Niger. Abbandonando la città occupata alla fine dell’anno scorso, i miliziani capeggiati dall’imam-guerriero Abubakar Shekau hanno portato con sé centinaia di bambini sotto gli undici anni. È quanto riferiscono gli abitanti che negli ultimi mesi hanno vissuto sotto il dominio dei jihadisti alleatisi con lo Stato Islamico qualche settimana fa.

Il senatore del Borno, Maina Maaji Lawan, ha detto alla Bbc che quello di Damasak è un caso tipico. I bambini più piccoli “sono messi in scuole coraniche e i maschi tra i 16 e i 25 anni vengono arruolati e indottrinati per diventare un canale di rifornimento per le orribili missioni” di Boko Haram che si sta facendo conoscere per le atrocità verso la popolazione civile. È di pochi giorni fa la notizia del ritrovamento di una fossa comune proprio nella zona di Damasak: un centinaio i corpi rinvenuti.

Sono migliaia le vittime di questa insurrezione armata nel nord-est della Nigeria, iniziata nel 2009. I miliziani, oltre che per le razzie e gli assassini, sono saliti agli onori della cronaca per i continui rapimenti di donne, uomini e bambini. Sono centinaia le donne, anche bambine, sequestrate per diventare mogli, schiave o concubine dei jihadisti nigeriani. Negli ultimi giorni è stata diffusa la notizia di una strage di mogli-schiave a Bama, riconquistata dall’esercito la settimana scorsa, uccise dai mariti-miliziani prima di fuggire per evitare che cadessero nelle mani degli “infedeli”. L’impatto sulla popolazione civile è terribile, molte famiglie sono state divise e sono migliaia gli sfollati. Ma il bilancio di questo conflitto è ancora provvisorio e si continuano a scoprire fosse comuni e decine di cadaveri nei pozzi.

A marzo è iniziata l’offensiva congiunta, terrestre e aerea, patrocinata dall’Unione Africana, che vede impegnati 10mila uomini inviati da Ciad, Camerun, Niger, Nigeria e Benin. L’esercito nigeriano ha ripreso il controllo delle città di Yobe e Adamawa e ha respinto i miliziani dalla propria roccaforte, lo Stato del Borno, liberando anche la città di Bama. Successi militari che però non mettono al sicuro la popolazione locale, spesso finita nel mirino anche delle forze di sicurezza. Le violenze, gli abusi, le esecuzioni sommarie, le detenzioni arbitrarie perpetrate dai soldati nigeriani in passato, ancor prima dell’apparizione di Boko Haram, sono state denunciate da diverse organizzazioni internazionali, che hanno puntato il dito contro la corruzione nelle Forze armate e le politiche del presidente candidato Goodluck Jonathan.

Il capo di Stato uscente ha assicurato: “Non impiegheremo più di un mese” per sconfiggerli. Soltanto propaganda elettorale, tuonano i detrattori che ricordano le promesse non mantenute del presidente e l’inefficacia delle sue politiche contro i jihadisti. Questa accelerazione dell’offensiva a Nord sembra fornire a Jonathan materiale da campagna elettorale e consente all’esercito di installarsi in un’area dove il presidente ha scarso seguito. Nelle zone settentrionali del Paese, a maggioranza musulmana, molti non sono riusciti a ritirare la scheda elettorale e quindi non voteranno. Si parla di 19 milioni di persone che non potranno esercitare il diritto di voto su quasi 70 milioni di elettori. In queste aree povere e marginalizzate dal governo di Abuja, la popolazione si sente bistrattata rispetto alle regioni più ricche del Sud cristiano, bacino elettorale del cristiano Jonathan, esponente del Partito Democratico Popolare nigeriano, alla guida del paese dal 1999.

Le radici di questa insurrezione armata stanno proprio nell’arretratezza economica di un’ampia parte del territorio, trascurato dal governo centrale, se non addirittura discriminato. Non sono state messe in campo politiche economiche per il nord-est. Non sono stati creati sviluppo e lavoro per i giovani di quelle zone, costretti a scegliere tra la povertà e la promessa di un bottino di guerra offertagli da Boko Haram. In generale, la Nigeria, che è il maggiore produttore di petrolio del continente, non ha sviluppato politiche economiche che includano altri settori produttivi oltre a quello petrolifero, su cui vertono gli interessi delle multinazionali del greggio e di una classe politica corrotta.

Goodlauck Jonathan ha un temibile avversario, il musulmano Mohammadu Buhari  che ha il suo seguito al Nord, ma per gli analisti difficilmente riuscirà a sconfiggere il presidente. Nell’orizzonte nigeriano sembra stagliarsi un Jonathan bis. Intanto, la Nigeria si avvicina al voto (rinviato dal 24 febbraio al 28 marzo) con il timore di nuove stragi e attentati. Boko Haram sta subendo un duro colpo, ma resta la minaccia più temibile per il Paese.

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23/03/2015

Nigeria - Tra proclami elettorali e stragi di Boko Haram

Il presidente nigeriano Goodluck Jonathan

di Sonia Grieco

Sabato prossimo 70 milioni di nigeriani sono chiamati alle urne per le presidenziali. Un voto spostato dal 14 febbraio al 28 marzo per volontà del presidente uscente e candidato, Goodluck Jonathan, che ha imposto il rinvio per ragioni di sicurezza legate all’avanzata della setta di stampo jihadista Boko Haram. Le milizie guidate da Abubakar Shekau stanno mettendo a ferro e fuoco il nord-est del Paese, sconfinando in Camerun e Ciad, e all’inizio del mese hanno proclamato la propria fedeltà al sedicente Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi.

“Non impiegheremo più di un mese” per sconfiggerli, ha affermato Jonathan in un’intervista alla Bbc la scorsa settimana. Il presidente si sta giocando il secondo mandato sul contrasto a Boko Haram e ha forse pensato di poter risolvere la questione in queste sei settimane di rinvio, durante le quali è iniziata l’offensiva congiunta, terrestre e aerea, patrocinata dall’Unione Africana, che vede impegnati 10mila uomini inviati da Ciad, Camerun, Niger, Nigeria e Benin. Ma non è andata così, nonostante le importanti vittorie rivendicate dall’esercito nigeriano, che ha ripreso il controllo delle città di Yobe e Adamawa e ha respinto i miliziani dalla propria roccaforte, lo Stato del Borno, liberando anche la città di Bama.

L’annuncio di Jonathan è pura propaganda elettorale, si aggiunge ad altre promesse (come quella di riportare a casa le studentesse rapite quasi un anno fa) disattese e, inoltre, è stato seguito dalla terribile notizia della strage di spose-schiave massacrate dai loro stessi mariti-miliziani per non farle cadere in mano agli “infedeli”. Le donne erano state costrette a sposare gli uomini di Boko Haram e quando questi hanno saputo dell’imminente attacco dell’esercito nigeriano sono fuggiti verso Gwoza, ma prima, temendo di morire, hanno trucidato le mogli per evitare che si risposassero con “infedeli”. I corpi delle donne sono stati ritrovati dai militari in alcuni pozzi, dopo la riconquista, lunedì scorso, di Bama. Nei pozzi c’erano anche i cadaveri di uomini, forse persone che avevano opposto resistenza oppure ostaggi diventati ingombranti.

L’ottimismo di Goodluck Jonathan è piuttosto infondato, anche alla luce dell’inefficacia della strategia del governo di Abuja, che ha a lungo sottovalutato i jihadisti e non ha risolto i problemi di corruzione nelle Forze armate che si sono macchiate di crimini e abusi, e certo non hanno contribuito a guadagnarsi il sostegno delle comunità locali minacciate dai jihadisti. Le denunce delle organizzazioni umanitarie parlano di esecuzioni di massa di civili; di torture e violenze; di detenzioni illegali da parte dell’esercito e della polizia. In questo malcontento Boko Haram trova terreno fertile per continuare le sue scorrerie e minacciare la stabilità di un Paese segnato da profonde divisioni etniche e religiose - tra un Sud cristiano più ricco e un Nord musulmano più povero -, da una storia di golpe e di regimi militari, dalla corruzione, dalla povertà e dalle violenze. La Nigeria è al terzo posto della classifica della povertà della Banca Mondiale con il 7 per cento dei poveri del mondo, ma è anche una nazione ricca di risorse e il maggiore produttore di petrolio del continente africano.

Le radici di questa insurrezione armata stanno nell’arretratezza economica di un’ampia parte del territorio, trascurato dal governo centrale, se non addirittura discriminato. Non sono state messe in campo politiche economiche per il nord-est. Non sono stati creati sviluppo e lavoro per i giovani di quelle zone, costretti a scegliere tra la povertà e la promessa di un bottino di guerra offertagli da Boko Haram.

Le elezioni si terranno in questo clima di divisione, di malcontento e di paura, contrassegnato da annunci elettorali che difficilmente si tramuteranno in realtà. Su 70 milioni di nigeriani aventi diritto, circa 19, soprattutto delle zone settentrionali, non sono riusciti a ritirare la scheda elettorale e quindi non potranno votare. Questo gioca a vantaggio di Jonathan, cristiano, esponente del Partito Democratico Popolare nigeriano, alla guida del paese dal 1999, che non raccoglie consensi al Nord e tra musulmani. Il suo sfidante, Mohammadu Buhari, è un avversario temibile, ha la sua base elettorale al Nord, dove è diffuso il risentimento verso il governo centrale.

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