Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/10/2026

CGIL, CISL e UIL partecipano con entusiasmo ai successi della Leonardo

C’era una volta una idea, sarebbe meglio definirla vana illusione, secondo cui il sindacato avrebbe preso coscienza della necessità di riconvertire le imprese di guerra in aziende produttrici dei beni di consumo, dal militare al civile per essere sintetici. Tanti anni fa capimmo che CGIL, CISL e UIL non avrebbero favorito la riconversione, ma si sarebbero invece opposte con tutte le loro forze ad una ipotesi del genere: meglio una produzione nociva per le persone e l’ambiente che la disoccupazione; meglio una produzione di guerra che la chiusura degli impianti.

E questo nonostante, come riportavamo in un articolo recente, i dati indichino che a parità di risorse gli investimenti nella protezione ambientale, rispetto a quelli effettuati nel settore militare, genererebbero all’incirca il triplo dei posti di lavoro. Ma la realtà odierna va ben oltre la più tetra immaginazione, infatti se andiamo a estrapolare un passaggio dal comunicato stampa delle tre organizzazioni sindacali dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil nel gruppo Leonardo, leggiamo che il rinnovo [della piattaforma sindacale di secondo livello] «si inserisce in un contesto di forte crescita degli ordinativi sia nell’ambito civile che della difesa, e di risultati economici più che positivi per il Gruppo Leonardo, posizionatosi ormai tra le prime dieci aziende globali del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza. Questo successo è il frutto del lavoro quotidiano delle lavoratrici e dei lavoratori che permettono al management di affrontare le sfide del futuro, ed è per questo che l’integrativo avrà la responsabilità di trasformare le aspettative in risposte».

Tradotto in linguaggio comprensibile Fiom, Fim e Uilm esultano davanti all’aumento degli ordini e della produzione di Leonardo, la crescita esponenziale del gruppo è stata resa possibile dal coinvolgimento entusiastico delle maestranze senza le quali la multinazionale non avrebbe ottenuto le performance attuali.

Se le principali organizzazioni sindacali del settore metalmeccanico partecipano con entusiasmo ai successi di Leonardo sarà facile comprendere la ragione dell’arretratezza del dibattito attorno alla guerra, all’economia di guerra e alle tecnologie duali. Significativo un ulteriore passaggio del comunicato congiunto: «Si chiede l’istituzione di una Commissione per confrontarsi sull’utilizzo di nuove tecnologie, a partire dall’Intelligenza Artificiale, analizzandone gli impatti sull’occupazione e le professionalità e istituendo un “dividendo tecnologico” in termini di orario o salario».

L’Intelligenza Artificiale è essenziale per i nuovi sistemi di guerra, i bombardamenti a Gaza lo dimostrano eloquentemente, eppure i sindacati sono ancora fermi alla valutazione degli effetti della IA, pur sapendo che numerose ricerche attestano la prossima perdita di milioni di posti di lavoro e un utilizzo della stessa in simbiosi con le tecnologie belliche di ultima generazione. Ma la posizione dei tre sindacati è ancor peggiore, perché si specula sulla tecnologia, pur sapendo che un uso della stessa avviene a fini militari. Si pensa perfino a un ritorno economico nelle tasche dei lavoratori. Aumentare la produzione di morte ad ogni costo sperando di ricavarne qualche briciola salariale, è questa la Caporetto della prestigiosa Fiom.

Pensare, allora, a questi sindacati come una forza contro la guerra diventa impresa impossibile, come ipotizzare un loro sostegno sindacale alla azione legale intentata da Hala Abulebdeh, farmacista gazawi a cui è stata sterminata tutta la famiglia, e a cui si sono unite invece le associazioni A Buon Diritto, Un Ponte Per, ACLI, ARCI, Assopace Palestina, ATTAC Italia e Pax Christi e altre per dichiarare nulli i contratti stipulati da Leonardo S.p.A. e le sue controllate con lo Stato di Israele.

I promotori dell’iniziativa sono convinti che «lo Stato italiano, in qualità di azionista di maggioranza di Leonardo S.p.A., stia venendo meno ai propri obblighi costituzionali e di legge avendo continuato a esportare armamenti verso Israele» sulla base di autorizzazioni che il Governo italiano non ha mai sospeso né revocato. La prossima udienza sarà settimana prossima, il 16 ottobre, in un silenzio stampa che ricorda la scorta mediatica denunciata da Raffaele Oriani.

Senza finire ostaggi della retorica costituzionalista si inizia a comprendere la ragione per la quale il Governo voglia rivedere l’impianto della legge 185/1990 che vieterebbe in teoria la fornitura di armamenti a Paesi coinvolti in politiche di guerra e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani accertate a livello internazionale come è il caso di Israele

E per restare al ramo metalmeccanico, ricordando l’acquisizione della divisione militare di Iveco, le innumerevoli join venture di Leonardo in giro per il mondo, è di queste ore la notizia dell’ingresso di Ineos Grenadier nel settore della difesa europea con l’acquisto italiano del fuoristrada britannico, una mega commessa che in teoria striderebbe con il sostegno del Governo alle imprese italiane produttrici.

Ineos Automotive inizierà le consegne all’Esercito Italiano dall’inizio del 2027 e forse l’acquisto dei mezzi britannici è merce di scambio per altre operazioni ancora ignote. E questo acquisto ci conferma la tendenza a riconvertire produzioni civili in militari. Con l’ordine dell’Esercito Italiano cambia però la dimensione della presenza del marchio nel settore: il Grenadier passa dall’essere un 4×4 civile adattabile agli impieghi istituzionali a una piattaforma scelta direttamente per incarichi militari.

Chiudiamo con una ulteriore notizia che libera il campo da ogni equivoco sulla propensione bellicista della Unione Europea con la spesa per la difesa degli Stati membri arrivata ai 418 miliardi di euro nel 2025, pari al 2,2% del PIL dell’UE, destinata, da qui a meno di tre anni, a raggiungere i 547 miliardi di euro.

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25/07/2026

Venezuela: non è tattica, è capitolazione!

Abbiamo atteso il tempo necessario per fare tutte le verifiche prima di esprimere pubblicamente le nostre valutazioni sul processo controrivoluzionario avviato dalla nuova dirigenza della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Già la dinamica del sequestro a gennaio del presidente venezuelano Nicolàs Maduro e della compagna Cilia Flores da parte degli Stati Uniti aveva suscitato – e non solo a noi – legittimi e pesanti interrogativi.

Lo sviluppo degli eventi e delle scelte intraprese dalla leadership guidata dalla vicepresidente Delcy Rodriguez, ha via via reso evidente come quei dubbi siano stati confermati dai fatti che indicano un vero e proprio processo di liquidazione dell’esperienza rivoluzionaria e bolivariana del Venezuela avviata e costruita dal compagno Chavez.

Quelli che venivano presentati come cedimenti “tattici” per evitare un conflitto chiaramente asimmetrico con la potenza militare statunitense, si sono invece rivelati una consapevole capitolazione politica e ideologica su ogni terreno: da quello economico alla politica internazionale.

Il prezzo di questa capitolazione era già leggibile nell’immunità assicurata dall’amministrazione USA a Delcy Rodriguez rispetto ai procedimenti in corso in alcune corti federali statunitensi che invece tengono ancora in galera Nicolàs Maduro e Cilia Flores.

L’episodio che ha scritto parole definitive sul passaggio al campo nemico è stato l’incontro tra i dirigenti del PSUV – cioè del partito di governo – con esponenti delle autorità israeliane.

Quell’incontro infatti trascende dai rapporti tra Stati e quindi da protocolli e relazioni diplomatiche che talvolta prevedono anche rapporti controversi.

È stata dunque una scelta tutta politica del PSUV e dei suoi dirigenti. Ma è stata una scelta preceduta dagli incontri degli esponenti del PSUV al governo sia con esponenti dell’amministrazione Usa che con alti ufficiali politici e militari israeliani.

Incontri e relazioni ai quali faceva da contraltare la liquidazione di ogni solidarietà con Cuba sotto assedio e ogni gratitudine verso chi ha sacrificato 32 dei propri combattenti per proteggere il presidente Maduro o che per decenni ha fornito medici e insegnanti che hanno dato un contributo decisivo allo sviluppo sociale del paese.

Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida.

È la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù.

Con questa nota poniamo fine a ogni tipo di relazione e fiducia verso i dirigenti venezuelani del governo e del Psuv ma continueremo a intrattenere rapporti con tutti quei compagni e compagne che in Venezuela mantengono una prospettiva rivoluzionaria nel solco del chavismo, a cominciare dai comitati dei barrios popolari, così come torniamo a chiedere la liberazione del Presidente Nicolàs Maduro e della compagna Cilia Flores.

Ci auguriamo che le forze sane del paese e della società trovino presto le occasioni e la forza per fermare e ribaltare il processo controrivoluzionario in Venezuela.

Rete dei Comunisti, Luglio 2026

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14/01/2026

Propaganda e memoria: Pina Picierno nel museo che esalta i nazisti contro i sovietici

Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo, ha appena effettuato un viaggio in Lituania, in occasione di quello che è stato chiamato il “Giorno dei Difensori della Libertà”. Una commemorazione, che cade il 13 gennaio, degli scontri avvenuti al momento della dichiarazione di indipendenza del paese dall’Unione Sovietica, nel 1991.

A ridosso di questo anniversario, l’europeista che tiene alto il nome dei guerrafondai italiani a Strasburgo ha viaggiato per il paese baltico, per una missione diplomatica volta a confermare la totale vicinanza delle istituzioni europee all’Ucraina. Durante i colloqui con Juozas Olekas, presidente del Parlamento lituano, e Sigitas Mitkus, viceministro degli Esteri, la rappresentante UE ha sottolineato la centralità dei confini che il paese condivide con Russia e Bielorusia nei progetti di sicurezza dell’Unione.

Picierno ha visitato la postazione di frontiera (con la Bielorussia) di Padvarionys e il Centro di gestione delle crisi di Vilnius, ponendo l’accento sulla necessità di rafforzare le capacità di guerra ibrida.

La visita ha previsto anche l’incontro con le opposizioni di Mosca e Minsk: con Yulia Navalnaya ha puntato a coordinare azioni contro le influenze esercitate dagli oligarchi russi, mentre a Svetlana Tsikhanouskaya (riconosciuta da Bruxelles come la guida legittima della Bielorussia) ha ribadito il supporto europeo contro Lukashenko.

Ma questa sarebbe la normale amministrazione bellicista della UE, se solo Picierno non si fosse adoperata per lavorare anche sul terreno della battaglia ideologica, attraverso manipolazione storica e propaganda di guerra. Il fulcro simbolico della missione è stato l’omaggio reso al cosiddetto “Museo delle Occupazioni e delle Lotte per la Libertà”, situato negli ex uffici del KGB, prima ancora del comando delle SS.

In questo contesto, Picierno ha detto “l’Europa ha bisogno di una memoria storica comune, che non sia un capitolo chiuso ma una bussola per il presente. Dobbiamo costruire percorsi europei con le scuole, perché le nuove generazioni vengano qui a vedere i crimini e le ferite che l’Unione Sovietica ha inferto ai cittadini europei. La memoria non è solo commemorazione, è un presidio contro il ritorno dell’autoritarismo”.

La solita narrazione sul “pericolo sovietico” – ora riciclato per la sola Russia – da inculcare nei giovani a scuola, mentre l’autoritarismo, per trovarlo, basta cercarlo negli arresti in Germania e in Italia degli attivisti pro-Pal, o nell’uso politico della legislazione antiterrorismo fatto nei confronti di Palestine Action nel Regno Unito.

E questo sorvolando sul problema di come si possa costruire una “memoria comune”, con tanto di manuali di Storia da imporre nelle scuole, in un continente attraversato per migliaia di anni da guerre al suo interno (andate a dire agli inglesi che in fondo Napoleone non era così cattivo, e viceversa...).

Quelle europee sono ormai “democrature” a tutti gli effetti, dove dietro una “spruzzata” di democrazia vengono implementati misure di pesante restrizione del diritto a manifestare e ad esprimere dissenso, come denunciato da organizzazioni non governative, esperti ONU e persino dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty. Picierno non dovrebbe andare a cercare l’autoritarismo fino in Russia insomma.

Ma ciò che risalta in maniera particolare nella foga bellicista della vicepresidente UE è la scelta di esaltare sui social la propria visita al museo. Infatti, l’impostazione di questo spazio museale è da tempo oggetto di dure contestazioni internazionali. Molti critici, tra cui lo storico Dovid Katz, cittadino statunitense di religione ebraica residente a Vilnius, accusano la struttura di manipolare la storia e di riabilitare varie figure coinvolte nelle epurazioni razziali condotte dai nazisti.

L’istituto è nato col nome di “Museo delle Vittime di Genocidio”, e sotto questa dicitura ha riportato le storie dei lituani che sarebbero stati vittime di purghe e deportazioni successivamente alla fine della Seconda guerra mondiale. Decine di migliaia di persone, secondo i dati riportati, ma che questi fantasiosi esegeti della definizione di “genocidio” non hanno contestato per l’attuale genocidio – questo sì – del popolo palestinese.

Katz ha sostenuto che “definire genocidio ciò che hanno fatto i sovietici è solo un sofisma ambiguo per trasformare tutte le vittime in criminali e tutti gli assassini in eroi”. Ovvero, per inquinare la storia dell’unica pulizia etnica che è avvenuta in Lituania nell’ultimo secolo, quella degli ebrei ad opera dei nazisti, e dei collaborazionisti lituani.

Il museo, su tre piani, solo dopo esser stato bersaglio delle critiche internazionali, nel 2011 ha aggiunto – in una piccola cella nel seminterrato – una mini-esposizione riguardante l’Olocausto. E questo nonostante in Lituania l’occupazione tedesca abbia portato allo sterminio del 90% dei circa 250 mila ebrei che vi abitavano. Spesso, il genocidio venne perpetrato dai collaborazionisti locali.

Questi ultimi, invece, diventano dei “combattenti per la libertà” nelle sale del museo. Come ha evidenziato in passato il Time, sono tanti i responsabili dell’Olocausto che nel museo “sono lodati come vittime della lotta dei loro paesi contro l’occupazione sovietica”. I carnefici nazisti vengono elevati, in questa narrazione istituzionalizzata, al rango di eroi della resistenza nazionale.

In linea con questa manipolazione, nel 2018 è stato infine rinominato come “Museo delle Occupazioni e delle Lotte per la Libertà”. Libertà non dai nazisti, ovviamente, ma da chi i nazisti li ha sconfitti. L’iniziativa della Picierno si inserisce quindi nell’opera che le istituzioni europee hanno portato avanti per equiparare prima nazismo e comunismo (ma con una forte “comprensione” per il primo), e poi l’Unione Sovietica alla Russia di oggi, nonostante quest’ultima sia il risultato del suo abbattimento e rifiuto (Putin era stato scelto da Eltsin, ricordiamo).

La visita della Picierno è, insomma, un’azione di propaganda utilizzata in chiave anti-russa per legittimare il riarmo e la costruzione della Difesa Europea. Il terreno cardine su cui si cerca di costruire un soggetto imperialista a pieno titolo viene venduto all’opinione pubblica come una necessità per difendersi dai russi “autoritari”.

E in generale, è parte del tentativo di continuare a demonizzare l’esperienza socialista, di un mondo nuovo fondato su cardini differenti. In questa palese crisi economica ed egemonica dell’imperialismo, lo spauracchio della rivoluzione socialista rimane una delle preoccupazioni principali delle centrali imperialiste.

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24/12/2025

Gaza, il governo per procura di Israele collassa insieme alle milizie

L’assassinio della scorsa settimana di Yasser Abu Shabab, il trentaduenne leader delle “Forze Popolari” sostenute da Israele, una milizia che opera nella zona di Rafah, nella parte meridionale della Striscia di Gaza, è più di un semplice omicidio di stampo mafioso. La sua uccisione per mano dei suoi stessi miliziani scontenti è una chiara rappresentazione di una politica che sta fallendo.

Per mesi Israele ha messo insieme una squallida alleanza di criminali condannati, ex affiliati dell’Isis e collaboratori opportunisti, presentandoli come l’embrione di un governo locale alternativo ad Hamas a Gaza, mentre li utilizzava per orchestrare la fame e compiere attacchi per conto di Israele. Ora, questo tentativo di coltivare una rete di bande criminali come subappaltatori della sua occupazione sta crollando in lotte intestine paranoiche e caos sanguinoso.

Lo stesso Abu Shabab era un trafficante di droga condannato con legami documentati con l’Isis nel Sinai. Condannato da un tribunale di Gaza nel 2015 a 25 anni di carcere, ne ha scontati otto prima di fuggire nel caos seguito al 7 ottobre. È poi riapparso a Gaza sotto la protezione dell’esercito israeliano per guidare una banda di 120 combattenti, parte di quella che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ammesso essere una strategia esplicita per armare i clan di Gaza e contrastare Hamas.

Secondo il giornalista investigativo di Gaza Mohammed Othman, la morte di Abu Shabab è stata decisa quando l’esercito israeliano ha scoperto il mese scorso il cibo che aveva fornito alla sua banda all’interno di un tunnel di Hamas.

Israele ha imposto rapidamente delle restrizioni ai membri del gruppo, limitando i loro spostamenti a Rafah, riducendo le loro razioni alimentari e impedendo ai loro leader più fidati di entrare e uscire da Israele.

Le tensioni all’interno della banda sono esplose. Nel giro di pochi giorni, dopo un’indagine interna, il vice capo e leader de facto della banda Ghassan Duhaini ha arrestato Jum’aa Abu Sunaima, il cui fratello Mahmoud supervisionava la distribuzione di cibo alla banda di Abu Shabab e ad altre famiglie della zona, con l’accusa che Jum’aa stesse dirottando il cibo ai militanti di Hamas.

Mahmoud si è recato a casa di Abu Shabab per chiedere il rilascio di suo fratello, ma gli è stato detto che Jum’aa aveva tre opzioni: rimanere in detenzione, essere consegnato all’esercito israeliano o essere giustiziato.

Lo scontro si è inasprito, Mahmoud ha estratto un fucile automatico e ha aperto il fuoco. Abu Shabab è rimasto gravemente ferito ed è deceduto in seguito alle ferite riportate dopo essere stato trasportato all’ospedale Soroka nella città israeliana di Be’er Sheva, mentre sia Mahmoud che Jum’aa sono rimasti uccisi negli scontri.

All’uccisione di Abu Shabab è seguita una serie di violenze di rappresaglia. Secondo Othman e altre fonti locali, Duhaini, ferito alla gamba sinistra durante lo scontro, è stato curato in Israele ed è tornato per compiere una serie di esecuzioni, uccidendo le guardie del corpo di Abu Shabab per non essere intervenute, nonché l’uomo armato, suo fratello detenuto e diverse altre persone.

Ha anche lanciato attacchi contro le case del clan Abu Sunaima, ferendo diversi residenti, confiscando telefoni, aggredendo donne e mettendo le famiglie sotto sequestro. Il clan ha poi rilasciato una dichiarazione pubblica confermando la morte di Jum’aa e Mahmoud e suggerendo implicitamente che i due fossero responsabili della morte di Abu Shabab.

Questa implosione coglie una profonda verità sull’esperimento di Israele a Gaza: affidando l’occupazione di una popolazione assediata ai collaboratori più violenti e opportunisti, Israele non produrrà un’alternativa stabile al governo di Hamas. Al contrario, una tale strategia non fa altro che favorire una mini-economia da signori della guerra, preparando il terreno per cicli infiniti di violenza vendicativa.

Il rapporto di Israele con le bande criminali di Gaza è iniziato quasi immediatamente dopo l’invasione di Rafah da parte dell’esercito nel maggio 2024. I membri delle bande hanno presto iniziato a saccheggiare i convogli di aiuti umanitari con quella che i testimoni hanno descritto come una protezione israeliana passiva e a volte attiva: i furti potevano avvenire a meno di 100 metri dai carri armati israeliani, con le truppe che sparavano solo quando la polizia locale o i volontari tentavano di intervenire.

L’accordo serviva agli obiettivi strategici di Israele, aggravando la fame a Gaza e scaricando la colpa sui gruppi locali, preservando al contempo una plausibile negabilità. Al culmine della crisi della scorsa estate, quasi il 90% dei convogli umanitari delle Nazioni unite è stato intercettato prima di raggiungere i centri di distribuzione.

Nel novembre 2024, una nota interna delle Nazioni Unite ha identificato le Forze Popolari di Abu Shabab come le principali responsabili. Il gruppo aveva costruito un complesso militare fortificato con magazzini e carrelli elevatori per immagazzinare gli aiuti rubati, che poi rivendevano sul mercato nero a prezzi esorbitanti.

Più tardi quello stesso mese, i militanti di Hamas hanno teso un’imboscata a un’unità di Abu Shabab all’ospedale europeo di Khan Younis, uccidendo circa 20 dei loro combattenti, tra cui il fratello del capo della banda e contabile, Fathi. Dopo l’attacco, l’esercito israeliano ha ampliato la sua collaborazione con Abu Shabab, che ora aveva motivi altamente personali per vendicarsi di Hamas.

Israele ha successivamente impiegato le Forze Popolari e altre bande per attività di spionaggio, raccolta di informazioni, rapimenti, omicidi e bonifica di aree pericolose prima dell’arrivo delle forze israeliane.

Un alto dirigente di Hamas a Doha mi ha recentemente riferito che quando le Brigate Al-Qassam di Hamas si sono scontrate con il clan Dogmoush in ottobre, i militanti hanno recuperato liste israeliane di persone da rapire, interrogare e assassinare, insieme a ingenti somme di denaro, armi e veicoli.

Nel maggio 2025, Israele ha ulteriormente formalizzato la sua collaborazione. L’esercito ha fornito ai membri delle bande uniformi con la bandiera palestinese per dare l’impressione di una forza di sicurezza legittima e ha incaricato loro di costruire un grande campo tendato nella parte orientale di Rafah, vicino al confine egiziano.

Due mesi dopo, il ministro della difesa israeliano Israel Katz ha parlato del suo piano di concentrare lì 600mila abitanti di Gaza, impedendo loro di tornare nella parte centrale e occidentale della Striscia, e Abu Shabab ha ribadito gli stessi obiettivi demografici in un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal a suo nome.

Ben presto è apparsa una pagina Facebook che promuoveva l’area «sicura» della banda sia in arabo che in inglese, offrendo persino stipendi mensili compresi tra mille e 1.500 dollari alle nuove reclute. Secondo un ex membro della banda che ha parlato con Mohammed Othman, i civili che si sono trasferiti lì sono stati effettivamente tenuti in ostaggio, gli è stato impedito di tornare a ovest o di contattare le loro famiglie.

Anche gli Emirati arabi hanno iniziato a sostenere Abu Shabab, cercando di creare rivali locali ad Hamas. Un diplomatico arabo mi ha detto che Abu Dhabi preferiva un «caos simile a quello del Sudan» a qualsiasi scenario in cui Hamas sopravvivesse alla guerra.

A giugno Duhaini è apparso in un video accanto a un veicolo con targa degli Emirati, con in mano un fucile serbo nuovo di zecca che, secondo una fonte del Wsj, si può trovare solo in due paesi del Medio Oriente: Israele e gli Emirati arabi.

Entro l’estate, tuttavia, Israele stava vivendo il rimorso dell’acquirente. Le fila di Abu Shabab non crescevano e pochi civili si trasferivano nel loro campo. La situazione è peggiorata ulteriormente dopo che il deputato dell’opposizione israeliana ed ex ministro della difesa Avigdor Liberman ha inavvertitamente violato la censura militare criticando Netanyahu per aver armato «l’equivalente dell’Isis a Gaza».

Netanyahu ha successivamente confermato alcuni elementi di questa versione, spingendo la famiglia Abu Shabab e il clan Tarabin a rinnegare pubblicamente Abu Shabab e a bollarlo come collaborazionista.

Anche il reclutamento da parte della banda del noto critico di Hamas, Momen Al-Natour, ha avuto un effetto contrario. Dopo che hanno pubblicato delle foto con lui, la sua famiglia lo ha denunciato e presto è fuggita da Gaza per sfuggire all’orbita della banda.

Dal cessate il fuoco di ottobre, Israele ha mantenuto il controllo delle aree spopolate oltre la cosiddetta «linea gialla», che ora rappresentano più della metà del territorio di Gaza. Qui, secondo diverse fonti locali, Israele ha rapidamente trovato un altro impiego per il gruppo di Abu Shabab e altre cinque bande proxy, che partecipano a operazioni mordi e fuggi e missioni di caccia ai tunnel per sradicare i militanti di Hamas a Rafah.

Prima di essere ucciso, Abu Shabab era anche coinvolto nei piani di Israele per costruire la “Nuova Rafah”, un villaggio Potemkin destinato a mascherare il rifiuto di Israele di consentire la ricostruzione nella parte occidentale di Gaza.

Secondo un giornalista europeo, poco prima della sua morte Abu Shabab stava discutendo con Duhaini un piano per formare un «governo di transizione di Gaza orientale», vagamente ispirato alle Forze di supporto rapido del Sudan. Alla fine di novembre, la banda ha anche pubblicato un filmato in cui si presentava come un braccio del Consiglio di pace e della Forza di stabilizzazione internazionale di Trump.

Israele ha promosso con insistenza la banda presso i decisori politici americani e i media israeliani hanno persino riferito che Abu Shabab ha incontrato Jared Kushner presso il Centro di coordinamento civile-militare dell’esercito americano nel sud di Israele, cosa che il Dipartimento di Stato americano ha negato.

Da allora la leadership delle Forze Popolari è passata a Duhaini, ex comandante di Jaysh Al-Islam a Rafah, una fazione radicale che ha giurato fedeltà all’Isis nel 2015 ed è stata responsabile del rapimento del giornalista della BBC Alan Johnston nel 2007.

Fonti di Gaza affermano che Duhaini è stato arrestato due volte da Hamas prima della guerra e in precedenza ha prestato servizio nel settore della sicurezza dell’Autorità Palestinese. Suo fratello, militante della Jihad islamica, è morto in una prigione di Hamas.

Un altro comandante chiave della banda di Abu Shabab è Essam Nabahin, un agente dell’Isis che ha combattuto l’esercito egiziano nel Sinai alla fine degli anni 2010. Dopo essere riapparso a Gaza nel 2022, è stato arrestato per aver ucciso un agente di polizia, ma è fuggito dalla prigione il 7 ottobre. Altri membri delle Forze popolari hanno storie altrettanto violente o criminali, tra cui traffico di droga, omicidio e violenza sessuale.

La seconda banda più grande è guidata da Ashraf Al-Mansi, che opera da una scuola abbandonata a Beit Lahiya, nel nord di Gaza. Una fonte con sede a Gaza ha riferito che Al-Mansi proviene da una famiglia vicina ad Hamas: suo zio, imam di una moschea di Hamas, è stato ucciso da Fatah nel 2007 e suo padre è stato arrestato da Israele. Al-Mansi si è poi dedicato allo spaccio di droga e ha preso le distanze da Hamas.

Uno dei suoi luogotenenti più noti, Abu Anas Zeidan, è un ex jihadista salafita che faceva parte dell’Isis prima di unirsi al gruppo di Al-Mansi. Un’altra figura di spicco è Hussam Al-Astal, ex membro delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese e forse il leader della banda più visibile dopo Abu Shabab, grazie alle sue apparizioni sui media israeliani e internazionali.

Hamas lo aveva precedentemente incarcerato per presunta partecipazione all’assassinio dell’ingegnere palestinese Fadi Al-Batsh in Malesia nel 2018, compiuto dal Mossad. Come molti altri, è fuggito dalla prigione dopo il 7 ottobre e ora guida una milizia di cento uomini tra Khan Younis e Rafah, nota come Counter-Terrorism Strike Force.

Nonostante la sua notorietà mediatica, Al-Astal è estraniato dalla sua famiglia. Suo fratello Nidal è un alto comandante delle Brigate Al-Qassam ed è anche imparentato con l’importante leader di Hamas, Yunis Al-Astal.

Un ex vicino di Al-Astal mi ha informato che Israele ha ucciso sua figlia in un attacco a una tenda durante la guerra e che suo genero è stato ucciso mentre cercava aiuto dalla Gaza Humanitarian Foundation. La moglie e i figli sopravvissuti di Al-Astal si sono rifiutati di raggiungerlo a Khan Younis e la famiglia allargata di Al-Astal lo ha formalmente ripudiato.

Nella parte orientale della città di Gaza, Rami Heles, un altro ex ufficiale di sicurezza dell’Autorità Palestinese, guida un gruppo più piccolo. Una quinta banda, nella parte orientale di Khan Younis, è guidata da Shawqi Abu Nusaira, un funzionario in pensione dell’Autorità Palestinese che ha trascorso oltre un decennio nelle prigioni israeliane e che, secondo quanto riferito, sarebbe responsabile della recente esecuzione di un presunto membro di Hamas.

Sebbene Abu Nusaira abbia formato la milizia alla fine di novembre, fonti di sicurezza a Gaza affermano che si aspettano che sciolga il suo gruppo e chieda clemenza sulla scia della morte di Abu Shabab, data l’assenza di qualsiasi vendetta personale contro Hamas.

Una sesta fazione, molto più piccola, è emersa nella parte orientale di Rafah dopo la morte di Abu Shabab. Il gruppo, che si autodefinisce “Forza di difesa popolare”, ha pubblicato un unico video in cui minaccia Hamas, ma la sua leadership rimane sconosciuta.

L’uccisione di Abu Shabab ha inferto un duro colpo alla strategia di governo per procura di Israele a Gaza, per almeno tre motivi. In primo luogo, Abu Shabab era il volto della campagna propagandistica israeliana che rivendicava il successo nella deradicalizzazione di alcuni abitanti di Gaza e nella creazione di «comunità alternative sicure» per loro nella parte orientale di Gaza, una narrativa che Israele usa per giustificare l’imprigionamento e il continuo bersagliamento di circa due milioni di persone nelle rovine della metà occidentale dell’enclave.

In secondo luogo, oltre a promettere potere, denaro e cibo, Israele ha attirato queste bande offrendo loro protezione da Hamas, intervenendo militarmente in diverse occasioni per difenderle dagli attacchi. Ma quella promessa è ormai priva di significato, ora che la minaccia di violenza è emersa dalle file delle bande stesse.

Non esiste alcuna ideologia o causa che unisca i membri della banda se non il guadagno materiale immediato, il che significa che qualsiasi disputa tra i membri della banda può avere esiti fatali. Infatti, nel caos seguito alla morte di Abu Shabab, diversi membri della banda sono fuggiti nella parte occidentale di Gaza e si sono consegnati alle forze di sicurezza di Hamas in cambio di clemenza e si prevede che altri si uniranno a loro presto.

In terzo luogo, la morte di Abu Shabab ha scatenato una lotta di potere tra Duhaini, che guida l’ala militare della banda, e Humaid Al-Sufi, capo dell’ala civile. La fazione di quest’ultimo ha diffuso voci secondo cui Duhaini sarebbe responsabile della morte di Abu Shabab. La famiglia Al-Duhaini è la più piccola della tribù Tarabin, largamente superata in numero dalla famiglia Al-Sufi, il che rende difficile per gli altri accettare l’ascesa al trono di Duhaini.

La fuga paranoica dei membri della banda verso Hamas in cerca di clemenza, le nascenti guerre di successione, il tradimento viscerale all’interno dei ranghi di Abu Shabab: questi segnali non indicano solo il crollo di una forza proxy, ma il fallimento dell’intera premessa cinica.

Rifiutando sia il governo di Hamas che il ritorno dell’Autorità Palestinese, Israele è stato costretto a negoziare con i reietti di Gaza, uomini la cui unica causa comune con Israele (e Netanyahu in particolare) era la disperazione condivisa di sfuggire al giorno della resa dei conti. Con la morte di Abu Shabab, il modello delle bande si rivela una strategia priva di visione e di principi, una testimonianza schiacciante del fallimento della visione di Israele per il futuro di Gaza.

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29/10/2025

“Per i palestinesi è necessario un governo di unità nazionale”. Intervista a Jameil Mezher (FPLP)

Intervista con Jameil Saleh Mezher, vice segretario generale del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina. Dall’Egitto, Mezher ha detto che l’obiettivo principale dei vari gruppi dovrebbe essere quello di formare un fronte unito per resistere a Israele. Considerato un gruppo terroristico dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, il FPLP non considera prioritario discutere la sua eventuale partecipazione al nuovo governo.

Jameil Saleh Mezher in questa intervista al giornale brasiliano Brasi de fato, ha parlato della visione del FPLP su una futura amministrazione palestinese, dell’ondata di solidarietà internazionale che ha seguito il genocidio israeliano, delle relazioni con l’Iran e le difficoltà nel mantenere la pace a Gaza dopo due anni di distruzione.

Qual è la posizione del FPLP sul futuro governo di Gaza e della Cisgiordania?

La posizione del Fronte Popolare sul futuro del governo a Gaza e in Cisgiordania si basa su una visione nazionale globale, radicata nella ferma convinzione che qualsiasi futuro governo debba essere il risultato di un ampio consenso nazionale, non di insediamenti parziali o pressioni esterne, soprattutto alla luce delle gravi sfide e degli sconvolgimenti storici che la causa palestinese deve affrontare.

Secondo la visione del Fronte, il governo non dovrebbe essere semplicemente un organo amministrativo che gestisce gli affari dei suoi cittadini, ma una struttura politica incentrata sulla lotta che contribuisca a ripristinare l’unità nazionale e a porre fine alla divisione che ha indebolito il fronte interno palestinese e ha permesso all’occupazione di persistere nelle sue campagne di sterminio, espansione degli insediamenti e progetti di giudaizzazione.

Pertanto, abbiamo costantemente sottolineato la necessità di avviare un dialogo nazionale inclusivo che coinvolga tutte le fazioni, tra cui Hamas, la Jihad islamica e le forze sociali, con l’obiettivo principale di raggiungere il consenso sulla formazione di un governo di unità nazionale sotto l’ombrello del Quadro di Leadership ad Interim dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) come riferimento nazionale generale.

Il compito di questo governo sarebbe quello di gestire gli affari sia in Cisgiordania che a Gaza, di lavorare alla ricostruzione di ciò che è stato distrutto dall’occupazione, di fornire aiuti e rafforzare la determinazione del popolo palestinese sul terreno, nonché di preparare elezioni presidenziali, legislative e municipali che stabiliscano una nuova legittimità democratica basata su un’autentica partecipazione e rappresentanza.

Il Fronte crede anche che uno dei doveri del governo sia quello di affrontare tutti i tentativi dell’occupazione di frammentare la geografia e la demografia palestinese, sia attraverso il tentativo di separare Gaza dalla Cisgiordania o attraverso le politiche di insediamento e il blocco, e di esercitare la piena autorità sia in Cisgiordania che a Gaza, senza divisione o duplicazione dei riferimenti.

Se la formazione di un governo di unità nazionale si rivelasse difficile a breve termine, il Fronte propone un’alternativa transitoria: istituire un organismo nazionale temporaneo e concordato per amministrare la Striscia di Gaza ad interim, sotto l’Autorità Palestinese.

La sua missione sarebbe quella di facilitare l’azione di un governo unificato e di spianare la strada all’Autorità Palestinese per amministrare pienamente la Striscia di Gaza, preservando la posizione di Gaza all’interno del sistema nazionale unificato, non come un’entità separata o parallela. Questo organismo, che si chiami comitato amministrativo, comitato di sostegno o altro, dovrebbe operare sotto l’egida del governo palestinese, con il sostegno arabo e internazionale. Con questa posizione, il Fronte cerca di formulare un progetto nazionale palestinese globale e una strategia nazionale per affrontare i piani dell’occupazione, bilanciando le esigenze della ricostruzione con la continuazione della lotta nazionale verso l’occupazione, basata sul partenariato, la giustizia sociale e l’unità del processo decisionale politico palestinese.

Come si svilupperà la resistenza all’occupazione dopo la fine del genocidio?

È ovvio che la resistenza deve continuare finché persiste l’occupazione. Questo è un principio fondamentale per il Fronte e per le fazioni della resistenza. Tuttavia, alla luce degli importanti eventi accaduti dopo il 7 ottobre 2023, continuare la resistenza non significa impiegare gli stessi metodi o escludere un mezzo a favore di un altro. La resistenza deve adattarsi alle realtà imposte dal terreno, dalla politica e dalla società.

A seguito dei cambiamenti cruciali nel panorama palestinese dopo il 7 ottobre 2023, dobbiamo costruire strumenti di resistenza aggiornati che impieghino più di un metodo e più di un fronte contemporaneamente. Questi strumenti non si limitano alla resistenza armata, che continuerà ad esistere e ad operare anche se verrà rispettato un cessate il fuoco. Mentre riconosciamo la resistenza armata come un diritto per affrontare l’occupazione, sottolineiamo la necessità che essa faccia parte di una decisione e di una strategia nazionale unificata.

L’evoluzione della resistenza richiede la sua unificazione e la sua escalation sotto la bandiera di un unico Fronte di Resistenza che determini il tempo, la forma e il luogo delle azioni di resistenza, specialmente nella Cisgiordania occupata, dove la situazione è particolarmente pericolosa a causa dei crimini dei coloni e delle politiche di occupazione come gli insediamenti, giudaizzazione e annessione. Devono essere compiuti sforzi per fare pressione e indebolire l’occupazione in Cisgiordania, alleviando al contempo la pressione sui combattenti a Gaza.

La resistenza sul fronte diplomatico, internazionale e legale non dovrebbe essere ignorata. Dobbiamo trarre vantaggio dai cambiamenti nella mobilitazione globale, che si prevede diventeranno uno strumento importante e influente, creando opportunità per espandere la pressione internazionale mentre le ondate di solidarietà popolare crescono nelle città europee e americane, le campagne di boicottaggio si intensificano e le imprese si rifiutano di collaborare con i sistemi di occupazione. Dobbiamo tradurre la simpatia popolare in pressione parlamentare, giudiziaria ed economica che spinga a cambiare l’equilibrio di potere.

Infine, l’essenza della resistenza in questa fase è quella di passare da atti individuali di resistenza a un’azione nazionale collettiva e calcolata, capace di infliggere un dolore maggiore al nemico, tenendo conto anche delle circostanze sul terreno e nell’arena internazionale, e di ridurre il peso sulla base popolare che sostiene la resistenza.

Il Fronte di Liberazione della Palestina ha firmato l’accordo di Pechino promettendo l’unità tra i vari gruppi politici palestinesi. Tuttavia, molti, come gli Stati Uniti e l’Unione Europea, si rifiutano di collaborare con l’organizzazione perché la considerano terroristica. È disposto a non partecipare a un futuro governo per non indebolirlo?

Dalla fondazione dell’Autorità Palestinese e dalla formazione dei suoi primi governi, il Fronte ha mantenuto una posizione coerente, caratterizzata da chiarezza e indipendenza nazionale. Rifiutò di partecipare a qualsiasi governo dell’Autorità Palestinese, poiché la sua legittimità si basava sugli accordi di Oslo, ai quali si opponeva. Il Fronte ha affrontato con rigore qualsiasi pratica o decisione negativa che colpisse la vita e i diritti delle persone, ma non è mai stato un ostacolo alla formazione dei governi. Al contrario, è sempre stata la voce nazionale dell’opposizione, che chiede un cambiamento, valuta le prestazioni e combatte la corruzione. Questo approccio riflette la ferma posizione nazionale del Fronte, libera da considerazioni emotive o di fazione.

Il Fronte ha assunto una posizione di rilievo nel 2006, alla vigilia della vittoria di Hamas alle elezioni legislative, quando ha annunciato la sua fiducia nel Consiglio legislativo al governo formato da Hamas. Ciò non è dovuto al pieno sostegno alle politiche o ai programmi di Hamas, ma al suo rifiuto degli accordi di Oslo come quadro di governo. Astenendosi dall’opporsi al governo di Hamas, il Fronte ha anche evitato di essere visto come un alleato nella crescente divisione che ha seguito le elezioni. Ha affermato il suo rispetto per i risultati elettorali e il diritto del partito vincitore di formare un governo e dimostrare la sua capacità di gestire gli affari del popolo. Questo comportamento dimostra che l’atteggiamento del Fronte nei confronti del governo si basa sul supremo interesse nazionale, non su interessi particolari o di frazione.

Oggi, dati i significativi cambiamenti nel panorama palestinese, è prematuro discutere la partecipazione del Fronte a qualsiasi governo di unità nazionale. Per il Fronte, la questione fondamentale non è la propria partecipazione, ma garantire che il Governo realizzi il suo obiettivo primario: adempiere ai suoi doveri e alle sue responsabilità nei confronti del popolo palestinese in conformità con un programma nazionale che dia priorità all’interesse nazionale rispetto agli interessi di frazione, porre fine al periodo di divisione e cattiva gestione dell’Autorità, e trasformare il governo in uno strumento di lotta per il popolo palestinese, piuttosto che in un peso.

In breve, la posizione del Fronte è coerente: sostiene qualsiasi misura nazionale che ripristini l’unità e rafforzi il funzionamento delle istituzioni palestinesi. Qualsiasi decisione futura sulla partecipazione o la non partecipazione sarà determinata da ciò che contribuisce all’unità, agli interessi e agli obiettivi del popolo palestinese.

L’Iran è un alleato storico del FPLP. Gli eventi di quest’anno, come il rovesciamento del governo siriano e gli attacchi israeliani contro l’Iran, sono stati indeboliti dallo scambio con Teheran?

L’Iran è stato e rimane un alleato storico del popolo palestinese e della resistenza, compreso il Fronte Popolare. Gli eventi che si sono verificati quest’anno, come la caduta del governo siriano e la guerra criminale contro l’Iran, sebbene abbiano causato alcune ripercussioni e occasionali interruzioni, non hanno influenzato le relazioni con Teheran in modo da ridurre o indebolire la cooperazione. Al contrario, le relazioni continuano a svilupparsi, sulla base del rispetto dei principi nazionali palestinesi, del diritto del nostro popolo alla liberazione e all’autodeterminazione, e del continuo sostegno alle fazioni della resistenza in varie forme. Ciò riflette la posizione distintiva e mutevole dell’Iran.

Così, il sostegno dell’Iran al popolo palestinese non è mai stato legato a cambiamenti temporanei nel panorama regionale. Si basa su un principio fermo: il diritto del popolo palestinese a resistere e a ottenere la liberazione e il rifiuto dell’occupazione. Questo sostegno copre tutte le dimensioni possibili – legate alle lotte politiche, legali e diplomatiche e, in alcuni settori, alla logistica – per contribuire alla fermezza e alla resilienza del nostro popolo.

Insomma, il rapporto con Teheran è stabile, solido e in continua evoluzione. Si basa su un sostegno continuo al nostro popolo e ai suoi diritti, non intaccato dagli sviluppi regionali e dalle sfide che la Repubblica islamica deve affrontare. Questo impegno rende questa relazione uno strumento strategico per il popolo palestinese nella sua resistenza e nel suo progetto nazionale.

Crede nella possibilità di una riconciliazione tra Hamas e Fatah?

Crediamo che la riconciliazione tra Hamas e Fatah sia possibile e realistica, a condizione che ci sia una vera volontà da entrambe le parti e che l’interesse nazionale prevalga su qualsiasi calcolo di fazione o di parte. Le sfide sono significative e il popolo palestinese non può più tollerare il persistere della divisione, che ha gravemente limitato la sua capacità di resistere e affrontare l’occupazione. Ecco perché la volontà condivisa di costruire ponti di fiducia e di tornare a un processo decisionale palestinese unificato è così importante.

Durante gli anni della divisione e fino ai giorni nostri, il Fronte non ha risparmiato sforzi per raggiungere la riconciliazione e porre fine alla divisione. Egli ritiene che qualsiasi passo verso la riconciliazione debba essere sostenuto da un ruolo arabo autentico e serio, che fornisca le necessarie garanzie politiche, economiche e diplomatiche. Ci deve anche essere un quadro nazionale completo che assicuri l’equa condivisione delle responsabilità, rispetti e unifichi le istituzioni legittime e ripristini i diritti civili e politici di tutti i palestinesi.

Siamo ottimisti perché l’esperienza passata ha dimostrato che l’unità è possibile quando tutti danno la priorità all’interesse supremo del nostro popolo sopra ogni altra cosa e trascendono le meschine preoccupazioni delle fazioni.

Qual è la posizione del FPLP sulle esecuzioni a Gaza di persone accusate di tradimento filo-israeliano?

La posizione del Fronte sulle esecuzioni effettuate a Gaza contro persone accusate di collaborare con l’occupazione deve essere compresa nel contesto della complessa realtà della Striscia di Gaza. Attraverso le sue politiche e le ripetute guerre, l’occupazione ha cercato di minare la stabilità interna, attaccare le forze di polizia e creare bande armate che hanno commesso omicidi, aggressioni, rapine e attacchi contro i combattenti della resistenza durante i periodi di guerra. Data l’assenza di un governo centrale efficace a causa degli attacchi ai quartier generali, ai funzionari e alla polizia, era naturale per la resistenza prendere misure rigorose per proteggere il fronte interno e garantire la fermezza del popolo.

Le azioni della resistenza, compresa l’esecuzione delle sentenze ai sensi del Codice Penale Rivoluzionario dell’OLP, si inquadrano nell’esaurimento di tutte le vie legali disponibili e nella persecuzione di chiunque tenti di minare la sicurezza interna o di creare scappatoie legali per l’occupazione e i suoi collaboratori, al fine di indebolire la fermezza e la resistenza del nostro popolo. Questo lavoro riflette un consenso nazionale per proteggere il fronte interno da tutti i tentativi di sabotaggio e caos, attraverso i quali l’occupazione cerca di distruggere l’unità palestinese e seminare disordine.

Il Fronte sottolinea che la sicurezza della resistenza è parte integrante della sicurezza del popolo palestinese e della sua causa nazionale. Perseguitare gli agenti dell’occupazione e coloro che si sono allontanati dal fronte interno è un modo per proteggere la resistenza che il popolo, salvaguardando il loro spazio politico e la loro unità. Queste misure di sicurezza nazionale riflettono una decisione nazionale collettiva basata sulla collaborazione per proteggere il progetto nazionale e una consapevolezza condivisa del pericolo rappresentato per il nostro popolo dalla guerra di sterminio sionista e dai tentativi dell’occupazione di incitare ai conflitti interni.

Una volta raggiunta la stabilità e cessata l’aggressione, ci sarà senza dubbio un’autorità governativa legittima presente sul campo per attuare tutte le misure legali e amministrative necessarie, a partire da indagini approfondite e trasparenti, proseguendo con processi equi in conformità con i quadri giuridici approvati e estendendosi ai programmi di riconciliazione nazionale, alle misure di riabilitazione e alla giustizia di transizione.

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28/10/2025

Milizie armate da Israele per eliminare Hamas, mentre Trump appalta la ‘Nuova Gaza’

Un’approfondita inchiesta di Sky News, accompagnata da dichiarazioni e video rilasciate all’emittente, ha mostrato quello che era già noto a tutti: ci sono milizie di mercenari e collaborazionisti con Israele che operano nella Striscia di Gaza. La novità, semmai, è che escono allo scoperto per rivendicare un progetto di governo alternativo ad Hamas.

Il nodo delle bande di criminali al soldo di Tel Aviv, che hanno partecipato all’occupazione della Striscia e sono state la manovalanza che spesso ha trafugato aiuti umanitari per affamarne la popolazione, è emerso all’attenzione pubblica appena firmata la fragile tregua, qualche settimana fa. Hamas ha cominciato a liberare la Striscia dai collaborazionisti, come sempre è successo alla fine di ogni conflitto.

Inizialmente, il presidente statunitense Trump si era lasciato sfuggire la realtà, chiarendo che, in sostanza, Hamas stava affrontando dei criminali. Poi, però, è tornato a difendere la narrazione sionista che vuole la Striscia sottoposta alla violenza arbitraria dell’organizzazione islamica. E questo perché, ora, le bande di mercenari possono assumere un ruolo politico nuovo.

Se la tregua (durante la quale, comunque, Israele continua a uccidere palestinesi impunemente) ha di certo raffreddato lo scontro diretto tra i militanti della resistenza palestinese e l’IDF, Israele ha continuato a combattere una battaglia interna alla zona della Striscia da cui le sue forze armate si sono ritirate attraverso milizie collaborazioniste.

Una sorta di ‘fronte interno’ per Hamas, un fronte che ora prende parola ed esplicita la sua funzione. L’inchiesta di Sky News ha infatti confermato che ci sono quattro milizie sostenute da Israele, che hanno le proprie basi nella zona ancora sotto controllo sionista. La notizia più interessante è che queste milizie si considerano parte di un progetto comune per rimuovere Hamas dalla Striscia.

Il leader di una di queste milizie lo ha dichiarato a chiare lettere. “Abbiamo un progetto ufficiale: io, [Yasser] Abu Shabab, [Rami] Halas e [Ashraf] al Mansi”, ha affermato a Sky News Hossam al Astal, “siamo tutti per la ‘Nuova Gaza’. Presto otterremo il pieno controllo della Striscia di Gaza e ci riuniremo sotto un unico ombrello”.

Un altro dei comandanti di queste milizie è Yasser Abu Shabab. Chi presta un po’ di attenzione alle notizie, saprà che era già salito alla ribalta lo scorso luglio, quando il Wall Street Journal gli aveva concesso uno spazio per dichiarare la propria candidatura alla gestione di Gaza dopo la guerra. Abu Shabab è stato coinvolto in traffici di armi e droga con l’ISIS: ecco il rappresentante della ‘transizione democratica’.

Queste forze irregolari ricevono rifornimenti, anche alimentari, da Israele, mentre gli aiuti umanitari continuano a essere limitati. Un altro dei quattro capi, Rami Halas, ha dichiarato a Sky News che il coordinamento con le IDF avviene indirettamente, attraverso l’Ufficio di coordinamento distrettuale.

Si tratta di un organismo che fa parte del Ministero della Difesa israeliano, ma comprende anche funzionari dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). “Nel mio gruppo – dice al Astal – ci sono persone che sono ancora oggi dipendenti dell’ANP”. L’Autorità Palestinese non ha risposto alle domande poste dai giornalisti di Sky News.

Non hanno risposto all’emittente nemmeno dagli Emirati Arabi Uniti, quando sono stati fatti notare collegamenti sospetti. Il vice di Abu Shabab, Ghassan al Duhine, è stato fotografato due volte accanto a un veicolo con targa registrata negli Emirati. Anche i loghi usati dalle milizie nella Striscia sono molto simili a quelli di altri gruppi sostenuti dal paese arabico nello Yemen.

Interrogato al riguardo anche al Astal, egli ha detto: “se Dio vuole, col tempo tutto diventerà chiaro. Ma sì, ci sono paesi arabi che sostengono il nostro progetto”, cioè una ‘Nuova Gaza’ in cui saranno queste bande di criminali ad amministrare la Striscia. O, per lo meno, quella parte della Striscia che rimarrà sotto occupazione, come hanno adombrato il vicepresidente USA Vance e Kushner nella recente visita in Israele.

Intanto, il Segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito il divieto all’UNRWA di operare nella Striscia, dichiarando che l’agenzia “è diventata una filiale di Hamas”, nonostante il recente parere della Corte Internazionale di Giustizia che ha censurato le azioni israeliane e l’attacco all’organismo dell’ONU.

Al Centro di coordinamento civile-militare (CMCC) che gli Stati Uniti hanno stabilito in Israele, per Rubio lavorerà alla ricostruzione della Striscia solo chi è gradito a Washington e a Tel Aviv. Tra gli altri, la Samaritan’s Purse, organizzazione evangelica guidata da un fedele alleato di Trump, il reverendo Franklin Graham.

La Samaritan’s Purse ha collaborato anche con la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), anch’essa guidata da un rappresentante della comunità evangelica, il reverendo Johnnie Moore. Stando a quel che riporta Reuters, a Washington è in corso un ragionamento, intorno alla possibilità di sciogliere la GHF nella Samaritan’s Purse.

Infine, il simbolo della GHF compare anche nei video raccolti da Sky News: alcuni suoi ‘aiuti’ finiscono alle milizie sostenute da Israele nella Striscia. Un cerchio di morte che si chiude intorno alla lotta palestinese contro l’occupante.

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21/10/2025

Gaza. I palestinesi uccisi durante “la tregua” sono stati 97. Ma sotto accusa finisce Hamas

L’ospedale Al-Awda di Gaza ha annunciato di aver ricevuto i corpi di 24 vittime e 74 feriti palestinesi nelle ultime 24 ore, a seguito dei bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza centrale, in chiara violazione dell’accordo di cessate il fuoco. Secondo fonti della BBC i palestinesi uccisi sarebbero 44.

Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco lunedi scorso, è passata giusta una settimana, Israele ha commesso 80 violazioni della tregua provocando 97 morti e 230 feriti tra i palestinesi, ma in modo decisamente indecente i mass media ufficiali – anche in Italia – continuano a rovesciare la realtà e a diffondere la tesi che la tregua sia stata violata da Hamas.

Le forze armate israeliane hanno confermato domenica sera che due soldati sono stati uccisi e tre sono stati feriti in un attacco avvenuto in mattinata da parte di imprecisati gruppi palestinesi a Rafah contro un veicolo del genio militare. I soldati facevano parte del 932º Battaglione della Brigata Nahal. Relativamente a questo attacco Hamas ha dichiarato che questo è avvenuto in un’area sotto il controllo israeliano, dove afferma di non aver avuto contatti con i suoi combattenti per mesi.

Secondo un’indagine iniziale dell’IDF, riferita dal Times of Israel “una cellula di terroristi è emersa da un tunnel nella zona e ha sparato RPG contro un escavatore, uccidendo i due soldati. Allo stesso tempo, un altro escavatore è stato colpito dal fuoco di un cecchino, ferendo altri due soldati – operatori di macchinari pesanti – di cui uno gravemente e uno moderatamente. Poco dopo, un altro soldato, anche lui operatore di macchinari pesanti, è stato moderatamente ferito dal fuoco dei cecchini”.

Il canale televisivo israeliano Canale 12, citando fonti informate, ieri riferiva che i raid israeliani su Rafah sarebbero stati eseguiti nel tentativo di proteggere le milizie di Yasser Abu Shabab che avevano collaborato con Israele e che da giorni sono sotto attacco da parte dei combattenti di Hamas.

Quanto avvenuto a Rafah, il contesto e le conseguenze, sembrano configurare più una operazione “false flag” piuttosto che un’azione pianificata da Hamas. Del resto il governo israeliano non fa mistero di non gradire affatto la tregua in corso.

Nella serata di ieri, il primo ministro israeliano Netanyahu aveva deciso di chiudere tutti i valichi della Striscia di Gaza e sospendere la consegna degli aiuti umanitari “in risposta alla violazione del cessate il fuoco da parte di Hamas”.

Su Telegram, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno riferito di aver “iniziato una nuova fase di applicazione del cessate il fuoco in conformità con la direttiva della leadership politica, e a seguito di una serie di attacchi significativi in risposta alle violazioni da parte di Hamas”. Le Idf hanno sottolineato che continueranno a far rispettare l’accordo di cessate il fuoco e risponderanno “con fermezza a qualsiasi sua violazione”.

Dal sito di informazione statunitense Axios si apprende che la consegna degli aiuti umanitari alla Striscia di Gaza riprenderà questa mattina dopo le pressioni dell’amministrazione Trump a Israele.

Nelle prossime ore il vice presidente JD Vance e gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner si recheranno in Israele. Trump ha spiegato ai giornalisti in volo sull’Air Force One di ritenere che “la leadership di Hamas non sia coinvolta” negli attacchi contro le Idf nella Striscia di Gaza, ma che “forse ci sono dei ribelli al suo interno” aggiungendo che “in ogni caso la situazione verrà gestita in modo appropriato. Con durezza, ma correttamente”. Hamas ha annunciato che una delegazione guidata da Khalil al-Hayya, è arrivata al Cairo “per seguire l’attuazione dell’accordo di cessate il fuoco, con i mediatori e con le fazioni palestinesi”.

In un lungo comunicato diffuso ai media e diffuso da The Cradle, Hamas afferma di aver rispettato pienamente l’accordo di cessate il fuoco firmato a Sharm el-Sheikh il 9 ottobre 2025, sotto l’egida di Egitto, Qatar, Turchia e Stati Uniti, mentre Israele lo avrebbe violato “deliberatamente e ripetutamente” fin dal primo giorno.

Il movimento palestinese ha dichiarato di aver fornito ai mediatori prove documentate, foto ed elenchi delle violazioni.

Hamas ha accusato le forze israeliane di “aver preso di mira deliberatamente i civili nelle aree consentite”, causando 46 palestinesi uccisi e 132 feriti alle 14:30, con metà delle vittime donne, bambini e anziani. Tra le vittime era inclusa la famiglia Abu Shaban, completamente sterminata in un singolo attacco. Hamas ha affermato che questi atti fanno parte dei continui sforzi di Israele per “minare l’accordo”.

La dichiarazione afferma che le forze israeliane continuano a controllare e attaccare in un’area che si estende da 600 a 1.500 metri oltre la concordata “linea gialla”, sparando proiettili di artiglieria, usando droni e bloccando il ritorno dei civili sfollati. Hamas ha dichiarato che l’area presa di mira copre circa 45 chilometri quadrati, definendo ciò una “flagrante violazione della linea di ritiro”.

Hamas ha accusato Israele di aver gravemente limitato l’accesso umanitario, incluso un divieto quasi totale su prodotti alimentari chiave come carne, pollame e bestiame. Le consegne di carburante hanno raggiunto solo il 7,1% dei livelli concordati, e anche l’ingresso di input agricoli e attrezzature solari è stato bloccato. Inoltre, il valico di Zikim è stato chiuso, soffocando ulteriormente la distribuzione degli aiuti.

Il gruppo ha affermato che Israele ha bloccato l’ingresso di attrezzature essenziali per ripristinare elettricità, acqua, reti fognarie e di comunicazione, oltre a materiali da costruzione e liquidità per le banche. Ha anche impedito l’ingresso di attrezzature mediche e di protezione civile, ritardando gli sforzi di ricostruzione critici.

Il movimento palestinese ha affermato che Israele continua a ritardare il rilascio di donne e bambini dalle sue prigioni, non è riuscito a fornire elenchi accurati dei detenuti o i nomi di centinaia di palestinesi i cui corpi sono ancora trattenuti, e ha impedito alle famiglie dei detenuti rilasciati esiliati all’estero di lasciare la Cisgiordania per riunirsi ai loro cari. La dichiarazione aggiunge che i prigionieri hanno subito abusi sistematici, tra cui percosse, torture e umiliazioni anche dopo il loro rilascio.

Hamas ha affermato di aver ricevuto i corpi di 150 palestinesi, alcuni dei quali erano ammanettati, bendati o che presentavano segni di esecuzione e schiacciamento sotto macchinari israeliani. Molti corpi rimangono non identificati. Ha inoltre chiesto l’ingresso urgente di attrezzature per i test del DNA e macchinari pesanti per recuperare altri corpi ancora intrappolati sotto le macerie, sottolineando che queste azioni sono crimini di guerra e crimini contro l’umanità che richiedono una responsabilità internazionale.

Nella dichiarazione diffusa ai media il movimento palestinese ha ribadito il suo pieno impegno all’accordo e ha esortato i mediatori a fare pressione su Israele affinché rispetti e implementi tutti i suoi termini. Ha ritenuto Israele pienamente responsabile di qualsiasi deterioramento o collasso del cessate il fuoco e ha chiesto alla comunità internazionale di agire con urgenza per fermare queste violazioni e garantire l’attuazione dell’accordo.

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19/10/2025

Gaza - La tregua non regge: scontri e bombardamenti a Rafah.

La radio dell’esercito israeliano ha confermato che uno scontro ha avuto luogo questa mattina a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.

L’Aeronautica israeliana questa mattina ha lanciato attacchi nella zona di Rafah dopo che sono stati segnalati colpi di arma da fuoco contro un veicolo del genio militare israeliano.

Il canale televisivo israeliano Channel 12, citando fonti informate, riferisce che i raid israeliani su Rafah sarebbero stati eseguiti nel tentativo di proteggere le milizie di Yasser Abu Shabab che avevano collaborato con Israele e sono da giorni sotto attacco da parte dei combattenti di Hamas.

Le agenzie di stampa e i mass media occidentale stanno riproducendo meccanicamente una velina statunitense che parla di “Minacce di attacchi di Hamas ai civili palestinesi”. È un titolo decisamente fuorviante. In realtà è il tentativo di coprire le spalle alle milizie e alle bande palestinesi che in questi mesi hanno collaborato con Israele e saccheggiato i convogli di aiuti spacciando queste bande per “civili palestinesi”.

La televisione Channel 12 ha fatto sapere che l’aviazione israeliana sta prendendo di mira le aree di Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza.

Secondo quanto riferito dai palestinesi, anche le navi della Marina israeliana hanno aperto un fuoco intenso verso la costa di Rafah dopo l’attacco.

Da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore l’11 ottobre, le forze israeliane lo hanno violato circa 50 volte, anche attraverso bombardamenti di artiglieria, attacchi di droni, fuoco di carri armati e attacchi di quadricotteri. Più di 38 palestinesi sono stati uccisi in questi incidenti. Gli ultimi 11 venerdì scorso, quando un minibus con una intera famiglia a bordo in viaggio da Zeitun verso Gaza City è stato colpito dai militari israeliani. Sette dei palestinesi uccisi erano bambini.

Il Ministro della Difesa Israel Katz e il segretario militare hanno lasciato la riunione settimanale del Gabinetto per condurre una valutazione della sicurezza a Gaza. L’IDF non ha ancora rilasciato una dichiarazione ufficiale su quanto avvenuto a Rafah.

“Chiedo al primo ministro di ordinare all’IDF di riprendere completamente i combattimenti nella Striscia di Gaza a pieno regime”, ha dichiarato il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir dopo l’attacco.

La tregua a Gaza sta già saltando e sembra proprio che Israele abbia tutto l’interesse a farla saltare, in un modo o nell’altro.

Fonte

14/10/2025

Gaza - L’ora della fine per i collaborazionisti

L’uccisione del giornalista ventottenne Saleh Aljafarawi nel quartiere di Sabra (nella foto) durante i primissimi giorni della tregua nella Striscia di Gaza, ha sollevato un’ondata emozionale simile a quanto accaduto con Anas al-Sharif e molti altri loro colleghi, grazie ai quali il mondo ha potuto vedere, praticamente in diretta, gli orrori del genocidio.

A differenza degli altri, Saleh Aljafarawi è stato ucciso da bande palestinesi che hanno collaborato con l’occupante durante il genocidio, saccheggiando gli aiuti umanitari e cercando di creare ulteriore caos fra la popolazione stremata.

Sulla natura di queste bande si era scatenato un dibattito all’interno delle stesse fila sioniste, con Netanyahu che neppure era riuscito a negare di star rifornendo di armi bande legate all’Isis.

A cessate il fuoco raggiunto, questi ascari “hanno esordito” continuando l’eccidio di giornalisti cominciato dai loro padroni e stanno ingaggiando intensi scontri a fuoco con la polizia di Hamas, intenta a garantire il ritorno nei loro quartieri degli sfollati, che i collaborazionisti stanno invece ostacolando.

Questa versione, a dispetto dei sionisti nostrani, che parlano di criminali legati ad Hamas, è stata indirettamente confermata anche da Trump il quale, interrogato su come mai i combattenti di Hamas siano riapparsi per le strade in armi, invece di procedere al disarmo, ha risposto: “Abbiamo dato loro l’approvazione per un certo periodo di tempo... Vogliamo che sorveglino che non ci siano molti crimini. Ci sono circa due milioni di persone che tornano ai loro appartamenti letteralmente demoliti e molte cose negative possono accadere. Vogliamo che questo processo avvenga in maniera sicura. Credo che andrà tutto bene”.

Ennesima dimostrazione che le armi della Resistenza sono necessarie a proteggere le popolazioni, mentre il disarmo non porterà mai alla pace.

Di seguito un articolo più dettagliato su queste milizie collaborazioniste e la loro funzione.

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Israele scatena i suoi collaboratori contro i rimpatriati di Gaza

Nel momento in cui i negoziati per un cessate il fuoco a Gaza prendevano piede, l’attenzione si è spostata sul destino delle reti di collaborazionisti, moltiplicatesi negli ultimi sette mesi. Diretti e potenziati dal servizio di sicurezza israeliano Shin Bet, questi gruppi erano stati schierati per pattugliare le aree prima dei raid israeliani, a controllare che i combattenti della resistenza non tendessero imboscate, sostituendo di fatto i cani addestrati dell’unità Oketz dell’esercito, secondo gli analisti militari israeliani.

I centri di distribuzione degli aiuti gestiti dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF), con sede negli Stati Uniti, offrivano le condizioni ideali per il reclutamento, offrendo un contatto diretto con soldati statunitensi e israeliani.

Tra i gruppi più importanti c’era la cosiddetta banda di Yasser Abu Shabab, la cui sfera di influenza si è espansa durante l’operazione israeliana ‘Carri di Gideone 1’. Agli uomini di Abu Shabab fu concesso un ampio controllo su sezioni di Rafah, dove hanno sequestrato complessi per ospitare le famiglie dei collaborazionisti e i civili disposti a vivere sotto la loro autorità.

Abu Shabab, ex spacciatore e assassino conclamato, già incarcerato dal Ministero degli Interni di Gaza e capo dei cosiddetti “Comitati Popolari”, ha creato quello che sembrava essere quasi il nucleo di una ‘società civile’. Ha diffuso immagini che mostravano l’apertura di una scuola, una moschea e una clinica medica al servizio degli sfollati nelle aree sotto il suo controllo.

Non esistono dati ufficiali, ma fonti locali stimano che qualche centinaio di famiglie vivesse all’interno di zone controllate da Israele e dominate da questi gruppi, anche dopo che i più importanti clan di Gaza hanno pubblicamente revocato la protezione tribale nei confronti di qualunque individuo di cui venisse dimostrata la collaborazione con l’occupazione.

Mentre Israele si preparava al ritiro, le sue forze armate hanno chiarito brutalmente la propria posizione: “I miliziani che hanno collaborato con noi a Gaza non entreranno in Israele. Devono affrontare il loro destino. Non abbiamo costretto nessuno a combattere Hamas. Devono assumersi le conseguenze delle loro decisioni”.

Analogamente, il quotidiano israeliano Hadashot Yisrael ha commentato: “Ora che la guerra è finita, Hamas sarà libera di operare in tutta Gaza. Buona fortuna a Yasser Abu Shabab e alle altre organizzazioni che hanno collaborato con Israele”.

Nell’ambito della prima fase del piano di cessate il fuoco statunitense, il piano di ritiro israeliano ha assegnato a questi gruppi una nuova missione: impedire ai civili sfollati di tornare nelle zone della “Linea Gialla”, che costituiscono quasi il 58% del territorio di Gaza. Le bande di Abu Shabaab si sono quindi trovate tra centinaia di migliaia di sfollati e le loro case distrutte.

Solo negli ultimi tre giorni, unità collaborazioniste hanno arrestato decine di palestinesi che tentavano di tornare alle loro case. I combattenti della resistenza si sono scontrati con le bande nei quartieri di Shujaiyya, Al-Zeitoun e Tel al-Zaatar a Gaza City, così come a Beit Lahia. In alcune zone, i residenti infuriati hanno risposto con pietre.

Questi sviluppi hanno reso chiaro che le ambizioni dei collaborazionisti di sostituire Hamas come autorità di governo o di sicurezza di Gaza sono crollate. Il loro ruolo è ora limitato all’applicazione delle direttive israeliane, spesso in diretto scontro sia con la resistenza che con la popolazione.

Altre reti più piccole, modellate sulla formazione originale di Abu Shabab, sono apparse anche a Shujaiyya, Al-Zeitoun, Al-Sheikh Radwan e Jabalia al-Balad.

Nel frattempo, ieri sera sono scoppiati scontri armati tra membri del clan Dughmush e l’unità di sicurezza Radaa di Hamas, dopo che uomini armati di Dughmush hanno ucciso un comandante di alto rango delle Brigate Al-Qassam e tre civili sfollati, durante il ​​primo giorno del cessate il fuoco. Fonti locali hanno riferito che lo scontro, durato diverse ore nel quartiere di Sabra, ha lasciato sul terreno decine di ricercati, ma ha causato la morte anche di diversi agenti del Ministero dell’Interno e di agenti di polizia.

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19/07/2025

Meloni al congresso CISL, una sceneggiata di regime

La Meloni rivendica il forte incremento di posti di lavoro, ma dimentica di precisare che si tratta di lavoratori poveri, condannati a salari da fame. Il lavoro che cresce in Italia è solo quello concentrato nei settori a bassa o bassissima retribuzione che i contratti a tempo indeterminato, ma per lo più part time, non risolvono.

Invece di prendere atto che proprio la cancellazione della scala mobile produsse un arretramento dei salari che non ha eguali in Occidente, la Meloni plaude alla scelta infame che la Cisl di allora fece col patto di San Valentino e anzi, si congratula con la Cisl di oggi per la volontà dichiarata di agire nella stessa direzione. Favoleggia degli stanziamenti per i rinnovi dei contratti pubblici ma evita di prendere atto che le retribuzioni nella P.A. perdono terreno e che i nuovi contratti sono lontanissimi dall’inflazione reale. Si vanta della riduzione delle aliquote IRPEF, che è l’ennesimo schiaffo alla progressività delle imposte e quindi un ulteriore regalo alle classi agiate.

Il Patto che adombra è un accordo dove solo chi accetta un maggiore sfruttamento può sperare di avere qualche ritorno salariale magari in termini di welfare aziendale. Ma ha fatto male i conti: questo paese sta diventando una polveriera e non solo per le armi che sembrano essere diventate le uniche merci che vogliamo continuare a produrre.

Unione Sindacale di Base

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13/06/2025

Sbarra dalla Cisl al governo. Come volevasi dimostrare…

di Pierpaolo Leonardi

Non dovremmo stupirci. Lo sappiamo che c’è una ben conosciuta natura di una cospicua parte dell’umanità che tende a mettere a valore la propria esperienza, a qualsiasi prezzo, anche se maturata nel campo avverso.

Eppure il repentino passaggio dell’ex, recentissimo, segretario della Cisl Sbarra da sindacalista a sottosegretario del governo Meloni riesce ancora a suscitare incredulità e sdegno.

Eppure facciamo i conti con questi personaggi ormai da anni. Quindi forse c’è qualcosa in più dell’umana soggettiva debolezza che va indagata per capire cosa sta accadendo.

Sbarra ha lasciato la Cisl nel momento in cui una proposta che portava il suo nome diventava Legge dello Stato Italiano. Una relazione premiale deve esserci per forza, non si scappa.

Un governo di destra vera, cioè che fa gli interessi della borghesia e del padronato, coopta uno dei più potenti sindacati italiani e lo utilizza per introdurre, senza eccessivo clamore, una profonda modifica della relazione tra capitale e lavoro che, nascondendosi dietro un pasticcio della Carta Costituzionale, frutto dei molti compromessi politici dei suoi estensori, coinvolge i lavoratori e le loro organizzazioni nei destini dell’impresa per cui lavorano.

In poche parole, se l’impresa fa utili io partecipo alla spartizione di una minima quota di quegli utili ottenuti grazie agli incrementi di produttività, cioè il lavoro vivo; se l’impresa perde, io mi faccio carico della gestione dei licenziamenti, della riorganizzazione produttiva, del ridimensionamento se non della completa scomparsa dell’impresa... 

Insomma il sindacato prende parte, non più quella delle maestranze, ma quella ben più potente dei prenditori. Non è un passaggio da poco, in qualche modo ce lo conferma già il silenzio mediatico che ha accompagnato tutto l’iter, fino alla definitiva approvazione della legge.

Difficile da spiegare, difficile da condividere quindi più facile tacerne la gravità.

E ora la ricompensa del governo Meloni, importante, di spessore, un sottosegretariato addirittura, quasi a voler esplicitare l’enormità del regalo ricevuto.

Qualcuno nei primi commenti al prestigioso incarico di Sbarra si interroga sul futuro della triplice. Aiuto! CGILCISLUIL non esiste più, la spaccatura è profonda.

Non ricordiamo di aver letto commenti analoghi nei giorni in cui, in solitaria, la Cisl di Sbarra portava in porto la sua legge. Eppure era quello il passaggio strategico, non lo zuccherino lanciato all’asino per il lavoro fatto, tutto sommato adeguato.

Forse Landini e Bombardieri erano troppo occupati a costruire, con i referendum, un palcoscenico al campo largo e non hanno avuto il tempo di reagire adeguatamente a quello scempio politico che rappresenta la Legge Sbarra.

Fatto sta che nel bel mezzo di una stretta economica guerrafondaia, di una divaricazione profonda degli interessi di classe, i tre maggiori sindacati italiani si distinguono non per la loro determinata azione a difesa della classe lavoratrice ma per giochetti di palazzo sulla pelle della classe lavoratrice.

Sentir ancora parlare di “unità sindacale” come “valore in sé”, di appelli a cercare quello che ci unisce invece di prendere atto di ciò che profondamente ci divide, fa ormai inevitabilmente indurre a portare la mano alla fondina.

Per favore, alla larga.

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12/02/2025

Complicità tossica tra Meloni e la CISL

“Rifondare la dinamica fra impresa e lavoro, superando una volta per tutte questa tossica visione conflittuale che anche nel mondo del sindacato qualcuno si ostina ancora a sostenere”.

A queste parole di Giorgia Meloni l’assemblea dei delegati al congresso della CISL ha tributato una ovazione.

Pensiamo un po’, l’Italia è il solo paese OCSE dove negli ultimi trent’anni i salari reali siano calati. Ogni anno oltre 1.500 lavoratori vengono uccisi nei luoghi di lavoro, e ben più di 500.000 vengono feriti.

La condizione di oppressione e sfruttamento di milioni di lavoratori precari è indegna di uno dei paesi che si vanta di essere tra i più ricchi del mondo. Prepotenza e autoritarismo limitano e colpiscono a fondo i diritti e le libertà della grande maggioranza del mondo del lavoro, con le persone sottoposte ai vincoli di fedeltà e obbedienza nei confronti delle direzioni delle imprese.

E chi sgarra, chi magari sui social racconta cosa succeda davvero nella sua azienda, chi critica gli amministratori, i manager, i padroni o i ministri, viene punito e perfino licenziato.

Da tempo la Costituzione è scomparsa dai luoghi e dai rapporti di lavoro, lavoratrici e lavoratori non sono liberi nel senso più semplice e profondo della parola, mentre al contrario per le imprese crescono privilegi e impunità. Quando ci sono controlli su qualsiasi tema e di qualsiasi tipo, le imprese italiane risultano fuorilegge con percentuali tra il 70 e l’80%.

Questa condizione nella quale i lavoratori italiani sono precipitati, dopo decenni di arretramento, non è stata causata dall’“eccesso di conflitto” tra lavoro e imprese, ma dal suo esatto contrario. Dalla progressiva conquista di potere da parte delle imprese contro i lavoratori, agevolata dalle leggi che hanno abbattuto i diritti del lavoro e dalla moderazione, fino all’acquiescenza, dei grandi sindacati, la CISL in testa, ma anche UIL e CGIL, almeno fino a poco tempo fa.

“Non so se c’è stata lotta di classe, ma se c’è stata l’abbiamo vinta noi”, disse anni fa il miliardario USA Warren Buffet.

Oggi ci sarebbe bisogno della ripresa di un sano e mirato conflitto generalizzato nei luoghi di lavoro, il solo sistema civile e democratico di riequilibrare rapporti di forza totalmente sbilanciati ai danni dei lavoratori. E ci vorrebbero leggi a sostegno del lavoro, dal salario minimo, alla lotta agli omicidi sul lavoro, al freno alla precarietà, ai licenziamenti e alle delocalizzazioni.

Invece Meloni, che nel suo discorso di insediamento aveva esaltato la peggiore libertà d’impresa, oggi demonizza il conflitto; e i funzionari della CISL le fanno la ola.

Tutti i benefici per il lavoro verrebbero soltanto dal disegno di legge sulla “partecipazione” presentato dalla CISL e sostenuto dalla destra.

Un progetto di legge che spaccia per nuovi poteri dei lavoratori quelle che in realtà sono altre agevolazioni e finanziamenti alle imprese.

La proposta della CISL non ha infatti nulla a che vedere con la “cogestione” tedesca, che assegna ai sindacati veri poteri di controllo e persino di veto su alcune scelte aziendali. Né tantomeno allude al “piano Meidner”, che in Svezia – quarant‘anni fa – propose la distribuzione delle azioni ai dipendenti. Piano poi abbandonato dai socialdemocratici, perché era stato calcolato che nel tempo i dipendenti avrebbero acquisito la proprietà delle imprese.

Nulla di tutto questo, con la legge che piace tanto a Meloni. Qui nessun lavoratore decide nulla, si costruisce il solito sistema burocratico paritetico tra sindacati e direzioni aziendali, che, con infinite commissioni, dovrebbe discutere dei piani dell’impresa, con ZERO poteri di intervento.

Quanto alla distribuzione di azioni ai dipendenti (ovviamente senza toccare il controllo dell’azienda), essa potrà avvenire al posto dei premi di risultato e sarà esentasse. Se poi un’azienda dovesse distribuire a titolo gratuito le proprie azioni ai dipendenti, allora sarebbe lo Stato a pagare. Cioè le imprese si finanzierebbero coi soldi dei lavoratori e con quelli pubblici, dove sarebbe la novità?

L’esaltazione da parte di Meloni del progetto CISL e la sua condanna del conflitto sociale sono in pura continuità con il corporativismo fascista, che abolì la libertà di sciopero e mise lavoratori e padroni dentro la stessa organizzazione sindacale, nel nome del comune destino aziendale.

A sua volta la CISL di oggi, che firma separatamente contratti in svendita e che esalta come partecipazione dei lavoratori il finanziamento pubblico al paternalismo padronale, rispolvera la sua peggiore politica, di rottura sindacale e subalternità a imprese e governi, degli anni '50 del secolo scorso.

Quella di Meloni e CISL è complicità tossica, nociva per i lavoratori e per il paese.

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03/01/2021

La Germania “europeista” del senatore Bagnai

È ormai cronaca passata l’intervento di Alberto Bagnai in Senato, nel corso del quale il parlamentare leghista, motivando il voto contrario del suo gruppo alla legge di bilancio, ha detto, tra l’altro, che “In un afflato europeista il 1 settembre 1939 la Germania invase la Polonia perseguendo a modo suo, che nel frattempo è cambiato nelle forme ma non nella sostanza, l’obiettivo di una unificazione del Continente a suo uso e consumo“.

Apriti cielo – «improvvido oratore», «paragone allucinante» e «di una gravità inaudita», «Salvini e la Lega dovrebbero prendere le distanze» (come se le quotidiane esternazioni leghiste siano molto “distanti” da certe pestilenze razziali del passato) – insomma: diciamo la verità, Bagnai avrebbe potuto e dovuto, forse, comporre diversamente le proprie argomentazioni.

Ma la sostanza, ci sembra, non è quella che ha fatto correre all’acquasantiera i sedicenti “antifascisti a intermittenza”.

Confessiamo – non per falsa modestia – di non avere alcuna competenza economica per giudicare i dati riportati da Bagnai nel suo intervento a Palazzo Madama. Con tutta evidenza, il suo discorso è stato fatto interamente nello spirito di un “sovranismo” di bassa Lega (scusatemi il facile gioco di parole), attento agli interessi di quei settori del capitalismo italico maggiormente logorati dalla prepotenza dei monopoli europei a guida teutonica.

Cosa peraltro in contraddizione con buona parte della “base sociale” leghista del Nord, guidata dalle imprese contoterziste che lavorano con e per Berlino.

Ciò che sta a cuore ai sedicenti “anti”-europeisti legaioli (anche loro “a intermittenza”) non sono certo le condizioni dei lavoratori italiani, cui le imposizioni di Bruxelles hanno regalato una situazione tragica, con l’epidemia (per ora) in cima a tutto. Con alta disoccupazione, bassi salari e lavoro a gratis, coronati dalle sforbiciate alla sanità pubblica di cui vantano merito tanto la destra più sfacciata, quanto la liberaldemocrazia travestita da “sinistra”.

Ciononostante, non si può negare che alcuni passaggi del discorso del senatore Bagnai cogliessero qualche elemento di verità storica, nell’affermare come la tanto decantata “integrazione europea” ricordi a volte da vicino quel quadro in cui mezza Europa “lavorava per la Germania”. Con altri strumenti, certamente, e con molti meno sorrisi di circostanza.

Ed è proprio questo, ci sembra, il nucleo autentico della faccenda che, mutatis mutandis, sta nella pretesa del capitale basato in Germania di dettare il tempo a tutta Europa.

I soliti liberaldemocratici si sono ricordati soltanto dell’effetto, esploso il 1 settembre 1939, dimenticando le premesse e soprattutto lo sfondo che permise alla Germania hitleriana di realizzare quel “Drang nach Osten” che rappresentava la chiave di volta del “Mein Kampf”.

Si sono giustamente ricordati dei sei milioni di ebrei – non solo polacchi – assassinati in base alle premesse “ideologiche” canonizzate dell’estone Alfred Rosenberg, tacendo gesuiticamente sugli oltre tredici milioni di civili sovietici – anche ebrei – morti nei campi di sterminio nazisti, o sotto le bombe tedesche, finlandesi, romene, italiane, sul territorio dell’URSS.

Le anime pure liberldemocratiche hanno rimarcato solo le parole di più facile effetto immediato del senatore Bagnai: l’invasione della Polonia, aggiungendovi l’apparente (e colpevole) dimenticanza del parlamentare leghista, cioè i milioni di ebrei assassinati dai nazisti.

Ma hanno sorvolato pudicamente sul concetto che costituiva il fulcro – ci sembra – di quel discorso: il ruolo della Germania in Europa. Di quella Germania che, in modi diversi, ha portato, in tempi e modi diversi, la quasi totalità dei paesi europei a lavorare per i profitti del capitale tedesco, con una Gran Bretagna in “splendido isolamento” e una parte dei paesi dell’ex Unione Sovietica a fungere da forza-lavoro a basso costo per l’industria del Reich.

Tanto per ricordare: quando le armate naziste, nel giugno 1941, attaccarono l’Unione Sovietica, mezza industria dell’Europa d’allora (occupata e non) lavorava per l’esercito del III Reich. Insieme alla truppe hitleriane, andarono a occupare larghe porzioni della parte europea dell’URSS, 45.000 soldati ungheresi e 45.000 slovacchi, 350.000 rumeni, oltre 200.000 italiani, 340.000 finlandesi, senza contare decine di migliaia di “volontari” accorsi praticamente da tutta Europa (Olanda, Danimarca, Norvegia, Belgio, Svezia, Francia, Svizzera, Spagna, Lussemburgo) a infoltire le file naziste.

Le armate hitleriane potevano contare sia su mezzi corazzati, artiglierie, aerei, veicoli e altri armamenti catturati nei paesi già invasi (Francia, Norvegia, Cecoslovacchia, Olanda, Danimarca, ecc.) sia sul potenziale dell’industria anche di paesi “liberi”: indicativo l’esempio della Svezia, neutrale, che continuò a fornire i famosi cuscinetti SKF e il prezioso minerale ferroso alle industrie del III Reich per tutta la durata della guerra, per non parlare delle aziende petrolifere statunitensi (venne in quell’occasione inquisito anche Prescott Bush, padre e nonno di due presidenti Usa, per “commercio con il nemico”).

Nei primi anni di guerra, circa la metà dei proiettili dell’esercito tedesco veniva fabbricata in Svezia; un quarto dei mezzi corazzati era ceco o francese. La Germania ottenne le prime vittorie grazie al metallo scandinavo e all’ottica svizzera.

Discorso a parte meriterebbero poi i collaborazionisti che operarono per lo più nei reparti di polizei, dai territori sovietici occupati: dal Baltico, al Caucaso, dalla Bielorussia all’Ucraina, responsabili di massacri di popolazione civile non inferiori a quelli perpetrati dalle SS.

Il punto, dunque, ci sembra sia quello del rapporto tra Germania e paesi europei, dei diktat imposti, coi vincoli “europeisti” alle economie cosiddette periferiche, con la condanna alla eliminazione materiale del tessuto produttivo delle aree più lontane di quelle periferie – ma non solo. L‘esempio della sorte della ex DDR ne è stata una tragica anticipazione – e la trasformazione delle aree più vicine al “cuore” europeista in appendici “contoterziste” della vera capitale europea.

Una capitale che richiama, dalle più lontane periferie, forza lavoro a basso costo, “a uso e consumo” del capitale centrale: da Polonia (qui, i posti di lavoro lasciati scoperti vengono occupati dai migranti ucraini), Repubblica Ceca, Italia, Spagna, Bulgaria, Romania, Croazia, fino alla bassa manovalanza dai Paesi in cui quel capitale è già penetrato con prepotenza, come alcune ex Repubbliche sovietiche.

Secondo quanto dichiarato a Deutsche Welle da Herbert Brücker, dell’Istituto di Norimberga per le ricerche sul mercato del lavoro, la Germania, «per mantenere competitiva la propria economia, necessita di 400.000 nuovi migranti ogni anno».

Mentre all’interno, prendono sempre più campo raggruppamenti neonazisti e si infittiscono le violenze contro quei lavoratori immigrati, rifugiati e profughi stranieri, sul fronte esterno – come scriveva un paio d’anni fa Unsere Zeit – «l’imperialismo tedesco punta sulla nuova alleanza militare della UE: la cosiddetta “PeSCo” (Permanent Structured Cooperation)», per la felicità di tali aziende “europeiste” quali Linde AG, Deutsche Bank, Allianz, Airbus, Krauss-Maffei-Wegmann, EnBW, in diretta concorrenza con i monopoli d’oltreoceano.

Al dunque: nel discorso del senatore leghista, ciò che ha turbato la candida armonia comunitaria liberal-democratica è il fatto che Bagnai non si sia immediatamente scusato «solennemente con milioni di vittime della violenza nazista».

Ma, al pari del becero razzismo fascio-leghista, i nostrani “antifascisti a intermittenza” non hanno trovato nulla da obiettare, un mese fa, per l’astensione italiana all’ONU sulla risoluzione contro la “eroicizzazione del nazismo”; né ricordano di aver convintamente votato (insieme a leghisti e “meloniani”) la risoluzione europeista del settembre 2019 che equipara nazismo e comunismo; né si vergognano di sostenere l’opposizione golpista bielorussa, che sventola le bandiere degli ex collaborazionisti nazisti; né, tantomeno, si sono vergognati di arringare la folla nazista nel 2014, a Kiev, e continuino a sostenere un regime nazi-golpista che bombarda tuttora quotidianamente la popolazione del Donbass.

Con questa ipocrisia “democratica”, al pari del putridume fascioleghista, anche basta.

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03/11/2019

Giurare al fascismo? All’università 12 dissero "no"

1 novembre 1931

«Giuro di essere fedele al re, ai suoi reali successori, al regime fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante e adempiere tutti i doveri accademici. […] Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concili coi doveri del mio ufficio». È il passaggio chiave dell’articolo 18 (toh, un 18 come quello del ministro Sacconi) del decreto-legge intitolato «Disposizioni sull’istruzione superiore» che prevede appunto: «I professori di ruolo e i professori incaricati sono tenuti a prestare giuramento secondo la formula seguente...». Dal 1 novembre 1931 bisogna firmare o si perde il posto.

Solo 12 (su 1250) professori universitari rifiutano. Ecco i loro nomi: Francesco ed Edoardo Ruffini, Fabio Luzzatto (erano tre giuristi), Giorgio Levi Della Vida (orientalista), Gaetano De Sanctis (noto storico), Ernesto Buonaiuti (teologo in odore di eresia, già nei guai per le critiche al Concordato), Vito Volterra (matematico), Bartolo Nigrisoli (chirurgo), l’antropologo Marco Carrara, un famoso storico dell’arte cioè Lionello Venturi, il chimico Giorgio Errera e Piero Martinetti (studioso di filosofia).

Chi più chi meno, tutti i 12 passarono i loro guai o lasciarono l’Italia. Le conseguenze non erano da poco: perdita della cattedra, pensione al minimo, persecuzioni e una vigilanza oppressiva.

Le loro storie restano nell’ombra anche dopo la caduta del fascismo. Solo dopo 70 anni escono, quasi in contemporanea, due libri: «Preferirei di no» di Giorgio Boatti e «Il giuramento rifiutato (I docenti universitari e il regime fascista)» del tedesco Helmut Goetz.

Una “sporca dozzina” di persone molto differenti per ceto sociale, carattere, idee politiche e interessi sociali: socialisti e liberali, repubblicani e monarchici, ebrei e cattolici. Non particolarmente sovversivi. Anzi i docenti più a sinistra seguirono il consiglio di Togliatti, il capo dell’allora PCI, che li invitò a giurare, così avrebbero potuto svolgere – si spiegò – un lavoro educativo utile al partito e all’antifascismo. Anche gli oppositori liberali del fascismo, in testa Benedetto Croce, scelsero di firmare mentre papa Pio XI (pare su idea di padre Gemelli) consigliò i docenti cattolici di giurare «ma con riserva interiore». Del resto il Vaticano era molto grato a Mussolini (definito «uomo della provvidenza») per il Concordato. E anche la disputa – proprio nel 1931 – sull’abolizione dell’Azione Cattolica si era chiusa, in pochi mesi, con un “compromesso”: lo Stato fascista riconosceva l’Azione Cattolica a patto che non accogliesse antifascisti.

Qualcuno conta 13 ribelli anziché 12 ricordando che da Cambridge l’economista Piero Sraffa, proprio il 1 novembre 1931, comunicò al ministro dell’Educazione Nazionale le sue dimissioni da ordinario di Economia politica a Cagliari. Anche un paio di antifascisti illustri scelsero la pensione anticipata piuttosto che giurare: bei gesti certo ma non dello stesso tenore. Fra i più esposti c’era il filosofo Martinetti che quando Lelio Basso (già condannato al confino di Ponza) si presentò all’esame gli aveva detto: «Io non ho alcun diritto di interrogarla sull’etica kantiana, resistendo a un regime di oppressione lei ha dimostrato di conoscerla molto bene. Qui il maestro è lei. Vada pure, trenta e lode».

Dopo la Liberazione, i 12 (11 anzi, perché uno di loro era morto prima che cadesse il fascismo) non ebbero riconoscimenti, anzi trovarono in cattedra ben saldi molti fascisti dichiarati e per nulla pentiti. Fra i loro colleghi antifascisti alcuni si erano riscattati, durante la Resistenza, da quel giuramento mentre altri erano rimasti nel dorato castello delle idee. In ogni caso nessuna discussione pubblica: l’università – come del resto l’Italia – non gradisce le discontinuità. E forse non ama neanche il vero coraggio.

Particolare la vicenda di Ernesto Bonaiuti. Solo per un anno (neppure… morì il 20 aprile 1946) visse in un’Italia liberata dai boia fascisti e dai Savoia. Il 25 gennaio 1925 fu scomunicato per aver preso le difese del Movimento modernista. Nel ’29, grazie al Concordato fra Stato e Chiesa, perse la cattedra ma conservò piccole collaborazioni con l’università; nel 1931 venne estromesso definitivamente da ogni ateneo. Sotto-sotto una delle sue colpe – anche in ambito cattolico – era il “sanguemisto” visto che il padre era un mezzo giudeo, un quarto o forse 10 gocce di giudeo. Quei pochi mesi che Bonaiuti visse in una nuova Italia certo gli riaprirono il cuore eppure ebbe modo di constatare che quella libertà era zoppa perché – unico fra i docenti radiati e finalmente riammessi all’insegnamento – venne escluso dall’università statale sulla base di un’applicazione del Concordato che prevedeva il divieto, per un sacerdote scomunicato, di occupare una cattedra ... in una università dello Stato. E ben pochi si indignarono.

A quei 12 presto dimenticati bisogna forse contrapporre i «10» cioè gli intoccabili medici e scienziati (per così dire) che nel 1938 sottoscrissero il «Manifesto della razza». Perché non vennero rimossi dalle cattedre universitarie alla caduta del fascismo, ma reintegrati nei loro privilegi? Se lo è chiesto Franco Cuomo nel libro «I dieci» dove fornisce prove certe del ruolo non soltanto teorico ma operativo da loro ricoperto: incontri a Berlino con Himmler, Hess e gli altri carnefici del Reich ma anche visite ai campi di sterminio. Come scrive Cuomo: «Nessuno dimentichi i dieci scienziati del ’38. Nessuno li perdoni. Si chiamavano Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari. Legittimarono la deportazione in Germania di ottomila persone, fra cui 700 bambini. Volevano dimostrare che esistono esseri inferiori. E ci riuscirono, in prima persona. Perché lo furono».

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