Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo, ha appena effettuato un viaggio in Lituania, in occasione di quello che è stato chiamato il “Giorno dei Difensori della Libertà”. Una commemorazione, che cade il 13 gennaio, degli scontri avvenuti al momento della dichiarazione di indipendenza del paese dall’Unione Sovietica, nel 1991.
A ridosso di questo anniversario, l’europeista che tiene alto il nome dei guerrafondai italiani a Strasburgo ha viaggiato per il paese baltico, per una missione diplomatica volta a confermare la totale vicinanza delle istituzioni europee all’Ucraina. Durante i colloqui con Juozas Olekas, presidente del Parlamento lituano, e Sigitas Mitkus, viceministro degli Esteri, la rappresentante UE ha sottolineato la centralità dei confini che il paese condivide con Russia e Bielorusia nei progetti di sicurezza dell’Unione.
Picierno ha visitato la postazione di frontiera (con la Bielorussia) di Padvarionys e il Centro di gestione delle crisi di Vilnius, ponendo l’accento sulla necessità di rafforzare le capacità di guerra ibrida.
La visita ha previsto anche l’incontro con le opposizioni di Mosca e Minsk: con Yulia Navalnaya ha puntato a coordinare azioni contro le influenze esercitate dagli oligarchi russi, mentre a Svetlana Tsikhanouskaya (riconosciuta da Bruxelles come la guida legittima della Bielorussia) ha ribadito il supporto europeo contro Lukashenko.
Ma questa sarebbe la normale amministrazione bellicista della UE, se solo Picierno non si fosse adoperata per lavorare anche sul terreno della battaglia ideologica, attraverso manipolazione storica e propaganda di guerra. Il fulcro simbolico della missione è stato l’omaggio reso al cosiddetto “Museo delle Occupazioni e delle Lotte per la Libertà”, situato negli ex uffici del KGB, prima ancora del comando delle SS.
In questo contesto, Picierno ha detto “l’Europa ha bisogno di una memoria storica comune, che non sia un capitolo chiuso ma una bussola per il presente. Dobbiamo costruire percorsi europei con le scuole, perché le nuove generazioni vengano qui a vedere i crimini e le ferite che l’Unione Sovietica ha inferto ai cittadini europei. La memoria non è solo commemorazione, è un presidio contro il ritorno dell’autoritarismo”.
La solita narrazione sul “pericolo sovietico” – ora riciclato per la sola Russia – da inculcare nei giovani a scuola, mentre l’autoritarismo, per trovarlo, basta cercarlo negli arresti in Germania e in Italia degli attivisti pro-Pal, o nell’uso politico della legislazione antiterrorismo fatto nei confronti di Palestine Action nel Regno Unito.
E questo sorvolando sul problema di come si possa costruire una “memoria comune”, con tanto di manuali di Storia da imporre nelle scuole, in un continente attraversato per migliaia di anni da guerre al suo interno (andate a dire agli inglesi che in fondo Napoleone non era così cattivo, e viceversa...).
Quelle europee sono ormai “democrature” a tutti gli effetti, dove dietro una “spruzzata” di democrazia vengono implementati misure di pesante restrizione del diritto a manifestare e ad esprimere dissenso, come denunciato da organizzazioni non governative, esperti ONU e persino dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty. Picierno non dovrebbe andare a cercare l’autoritarismo fino in Russia insomma.
Ma ciò che risalta in maniera particolare nella foga bellicista della vicepresidente UE è la scelta di esaltare sui social la propria visita al museo. Infatti, l’impostazione di questo spazio museale è da tempo oggetto di dure contestazioni internazionali. Molti critici, tra cui lo storico Dovid Katz, cittadino statunitense di religione ebraica residente a Vilnius, accusano la struttura di manipolare la storia e di riabilitare varie figure coinvolte nelle epurazioni razziali condotte dai nazisti.
L’istituto è nato col nome di “Museo delle Vittime di Genocidio”, e sotto questa dicitura ha riportato le storie dei lituani che sarebbero stati vittime di purghe e deportazioni successivamente alla fine della Seconda guerra mondiale. Decine di migliaia di persone, secondo i dati riportati, ma che questi fantasiosi esegeti della definizione di “genocidio” non hanno contestato per l’attuale genocidio – questo sì – del popolo palestinese.
Katz ha sostenuto che “definire genocidio ciò che hanno fatto i sovietici è solo un sofisma ambiguo per trasformare tutte le vittime in criminali e tutti gli assassini in eroi”. Ovvero, per inquinare la storia dell’unica pulizia etnica che è avvenuta in Lituania nell’ultimo secolo, quella degli ebrei ad opera dei nazisti, e dei collaborazionisti lituani.
Il museo, su tre piani, solo dopo esser stato bersaglio delle critiche internazionali, nel 2011 ha aggiunto – in una piccola cella nel seminterrato – una mini-esposizione riguardante l’Olocausto. E questo nonostante in Lituania l’occupazione tedesca abbia portato allo sterminio del 90% dei circa 250 mila ebrei che vi abitavano. Spesso, il genocidio venne perpetrato dai collaborazionisti locali.
Questi ultimi, invece, diventano dei “combattenti per la libertà” nelle sale del museo. Come ha evidenziato in passato il Time, sono tanti i responsabili dell’Olocausto che nel museo “sono lodati come vittime della lotta dei loro paesi contro l’occupazione sovietica”. I carnefici nazisti vengono elevati, in questa narrazione istituzionalizzata, al rango di eroi della resistenza nazionale.
In linea con questa manipolazione, nel 2018 è stato infine rinominato come “Museo delle Occupazioni e delle Lotte per la Libertà”. Libertà non dai nazisti, ovviamente, ma da chi i nazisti li ha sconfitti. L’iniziativa della Picierno si inserisce quindi nell’opera che le istituzioni europee hanno portato avanti per equiparare prima nazismo e comunismo (ma con una forte “comprensione” per il primo), e poi l’Unione Sovietica alla Russia di oggi, nonostante quest’ultima sia il risultato del suo abbattimento e rifiuto (Putin era stato scelto da Eltsin, ricordiamo).
La visita della Picierno è, insomma, un’azione di propaganda utilizzata in chiave anti-russa per legittimare il riarmo e la costruzione della Difesa Europea. Il terreno cardine su cui si cerca di costruire un soggetto imperialista a pieno titolo viene venduto all’opinione pubblica come una necessità per difendersi dai russi “autoritari”.
E in generale, è parte del tentativo di continuare a demonizzare l’esperienza socialista, di un mondo nuovo fondato su cardini differenti. In questa palese crisi economica ed egemonica dell’imperialismo, lo spauracchio della rivoluzione socialista rimane una delle preoccupazioni principali delle centrali imperialiste.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/12/2025
“Il clima politico-mediatico in Italia sta diventando irrespirabile”
Riceviamo e pubblichiamo chiedendo massima diffusione questo comunicato del Prof. Angelo d’Orsi sui fatti intercorsi durante la Conferenza all’Università Federico II di Napoli nella giornata di lunedì 22 dicembre 2025.
*****
Comunicato di Angelo D’Orsi (23 dicembre 2025)
Ieri 22 dicembre, all’ANPI di Napoli, Sezione Napoli Orientale “A. Ferrara”, si è svolta la mia prevista conferenza su “Russofilia Russofobia Verità”, quella che era stata boicottata per due volte, in parte ricuperata a Roma all’Istituto di Cultura e Lingua Russa sabato 20, che aveva comunque un titolo diverso.
Oltre a me, era invitato Alessandro Di Battista, che ha parlato per primo, con un intervento breve e appassionato. A me toccava disegnare il quadro storico dei due opposti concetti (filia e fobia, in relazione al mondo russo).
Alla fine chi coordinava (il presidente della Sezione ANPI, Franco Specchio) ha dato la parola al pubblico. Si alza in piedi urlando a squarciagola un giovane, mentre si toglie la camicia ostentando una maglietta inneggiante all’Ucraina.
Contemporaneamente il medesimo gesto compiono un manipolo di suoi sodali che occupavano due file di sedie (mentre molte decine di persone erano in piedi, o sdraiate sul pavimento), e si sparpagliano per l’aula cercando di infilare nei vestiti dei presenti una spilletta con coccarda ucraina. Ovviamente il pubblico (quello venuto per ascoltare ed eventualmente interloquire) non l’ha presa bene.
Segue parapiglia, il giovane energumeno che aveva dato inizio alle ostilità si precipita verso la cattedra e vi sale sopra cercando di strapparmi il microfono dalle mani, fino a romperlo, mentre i suoi amici si avventano verso di me e il presidente Specchio, cercando ripetutamente di infilare le loro spillette nelle nostre camicie, un gesto violento e arrogante che noi respingiamo.
Il clima si surriscalda e un paio di amici cercano di farmi uscire, ma veniamo inseguiti da colui che appare manifestamente il capo della banda, che correndomi dietro, cerca di provocarmi con domande alla Calenda o alla Picierno (cosa ci faceva in Russia?! Et similia...). Non aspetta risposte, manifestamente, perché se le dà da solo accusandomi di essere “complice” di non so quali nefandezze.
L’inseguimento dura un paio di minuti, finché i simpatici ragazzi vengono fermati da un improvvisato servizio d’ordine, il che mi consente, guidato da un paio di amici, di guadagnare attraverso un percorso alternativo un’uscita secondaria, perché gli ammiratori di Zelensky (mi si riferisce) mi aspettano all’ingresso principale della Federico II.
Aggiungo che l’impianto microfonico, che era stato opportunamente testato qualche ora prima, stranamente non funzionava e dopo infruttuosi tentativi, si è dovuto provvedere a un nuovo microfono e a un altoparlante alternativo.
Grazie a tutto lo scompiglio, il sottoscritto non è riuscito a raggiungere in tempo utile la stazione di Piazza Garibaldi dove avrebbe dovuto salire su un treno per Roma, ed è stato costretto a fare un altro biglietto per un diverso treno.
È il caso di ricordare che negli scorsi giorni Carlo Calenda aveva lanciato una ridicola petizione contro la conferenza, di concerto con una aspirante assegnista dell’ateneo napoletano, con il medesimo obiettivo. E il giorno prima a Napoli l’onorevole Pina Picierno si è esibita mentre accendeva il candelabro ebraico, e alla piccola festicciola sembra fossero presenti alcuni degli stessi giovani energumeni che hanno interrotto con violenza il dibattito.
A distanza di pochi minuti essi hanno inviato un comunicato ripreso dall’ANSA nel quale ribaltano i ruoli, spacciandosi per vittime. I firmatari sono i soliti, ben noti provocatori della politica nazionale: Azione, Europa, Radicali, e altra cianfrusaglia.
Mentre uscivo inseguito e accusato di “rifiutare il confronto”, la mia risposta è stata semplicemente: “Non parlo con i fascisti”. Già, perché a Napoli abbiamo subito un agguato organizzato, che nulla ha a che fare con il “dialogo”, con il rispetto di un luogo “sacro” come l’Università, e con quello che si deve, o si dovrebbe, a chi ha passato la vita a studiare, insegnare, pubblicare, e che si cerca di intimidire con azioni squadriste.
Conclusione: il clima politico-mediatico in Italia sta diventando irrespirabile. E io mi sento costretto ad annunciare che ANNULLO TUTTE LE CONFERENZE PROGRAMMATE e NON NE ACCETTO ALTRE, se gli organizzatori non sono in grado di:
a) assicurare spazi capienti a sufficienza con posti a sedere sulla base di una ragionevole previsione delle presenze;
b) adeguati impianti di amplificazione, verificati prima di ogni conferenza;
c) servizio d’ordine interno;
d) informativa alla Digos e alle forze dell’ordine, per evitare di esporre i relatori, nella fattispecie il sottoscritto, alla mercè di ucronazi locali e dei loro supporters.
Prego perciò tutti coloro che mi abbiano rivolto inviti, o intendano farlo, di inviare (alla mail ormai nota) una comunicazione precisa in relazione ai quattro punti sopraelencati. Altrimenti considero appunto annullati tutti gli impegni. GRAZIE.
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22/07/2025
Cancellato Gergiev: quando l’arte si arrende al conformismo
Alla fine, il concerto del maestro russo Valery Gergiev, previsto per il 27 luglio alla Regia di Caserta nell’ambito della rassegna “Un’Estate da Re”, è stato annullato.
Non per motivi artistici. Non per mancanze organizzative. Ma per un linciaggio politico-mediatico orchestrato dall’europarlamentare del Pd e vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – vero killer delle élite euroatlantiche – con la complicità della borghesia intellettuale nostrana e della sua servile burocrazia istituzionale.
Il Governatore della Campania Vincenzo De Luca, unica voce rimasta tra i dem a contestare la follia guerrafondaia che attanaglia Unione Europea e Italia (pensate come sta messa la sinistra istituzionale in questo Paese...) ci aveva provato a confermare l’evento e a contrastare il diktat in stile Min.Cul. Pop. della Picierno & co., ma a nulla sono valsi i suoi sforzi.
Dietro la scusa della “protesta ucraina” si nasconde un’operazione di puro allineamento geopolitico, degna dei tempi più oscuri della Guerra Fredda e del maccartismo.
Non importa che Gergiev sia uno dei massimi direttori d’orchestra viventi, con un curriculum che farebbe tremare di invidia qualsiasi battilocchio da conservatorio europeo.
Quel che conta è che è russo. E non russo “oppositivo”. Non dissidente da talk show occidentale. Ma russo “sovranista”, vicino a Putin. Quindi un nemico.
In tempi di guerra, anche l’arte va sottoposta a censura militare. Così funziona nella cosiddetta democrazia liberale.
Tuttavia a destare scalpore non è la condanna in sé – che potrebbe essere anche legittima e coerente con una visione etica dell’arte – ma l’evidente asimmetria con cui questo principio viene sistematicamente applicato.
Lo stesso rigore morale non si riscontra, ad esempio, nel trattamento riservato ad artisti israeliani o a istituzioni culturali che rappresentano lo Stato sionista responsabile della macelleria genocida sulla Striscia di Gaza.
In quanto marxisti non abbiamo una visione idealistica e astratta dell’arte e della cultura. Sappiamo benissimo che il terreno della battaglia delle idee è pietra fondante della lotta per l’egemonia e del conflitto di classe.
Non concepiamo la cultura e l’arte come espressioni asettiche, sganciate dai contesti storici, politici, economici, sociali e persino etnici. Non riteniamo sia giusto parlare di cultura e di arte in senso univoco e assoluto.
Riteniamo la cultura, in tal senso, anche una definizione di identità: sia essa di classe, di ceto, di popolo, nazionale. Coefficiente di un potere egemonico o di un antagonismo alle sovrastrutture dominanti. Riteniamo insomma che si debba parlare di culture e forme d’arte plurali.
Peraltro, sappiamo benissimo che in questo momento il movimento comunista sconta un arretramento gravoso sul piano ideologico, dovuto non solo alla sconfitta seguita alla caduta dell’URSS ma anche ad un vero e proprio smantellamento teorico operato in seno alle stesse sinistre.
Le nostre istanze, la nostra visione, la nostra cultura di classe non hanno voce. Non trovano, se non in rarissimi casi, spazi adeguati. Non riescono a praticare insomma contro-egemonia.
Purtuttavia non possiamo rassegnarci alla resa. Non possiamo non denunciare quella che riteniamo una deplorevole discrasia tra i principi altisonanti da sempre pronunciati dalle democrazie occidentali proprio nel merito delle manifestazioni culturali: ovverosia proclamandone la libertà dai vincoli del potere e della politica; ed una realtà che ha invece, oggi più di prima – la censura e il controllo lo stato borghese li ha sempre sistematicamente messi in atto, non raccontiamoci balle – tradito quegli stessi postulati di libertà.
In poche parole arte e cultura sono oggi, nell’Occidente euroatlantico, sotto occupazione militare.
La vicenda del direttore Gergiev delinea in buona sostanza lo specchio della decadenza ideologica dell’Europa, trasformata in braccio armato dell’imperialismo Nato anche sul terreno della musica e dell’estetica in generale.
Il potere occidentale, incapace di sostenere un vero confronto tra visioni del mondo diverse, cancella il dissenso anziché rispondervi. Anche quando quel dissenso non parla, ma dirige un’orchestra.
A nulla sono servite le ridicole dichiarazioni di circostanza del ministro della Cultura Alessandro Giuli – altra figura grottesca, ex ideologo della destra postfascista – che oggi finge equilibrio tra “libertà d’arte” e “protezione dei valori occidentali”.
La sua conclusione, in perfetto stile orwelliano, è infatti che l’arte può essere libera solo se non contraddice la narrazione dominante.
E così la Reggia di Caserta e la sua direzione divengono pedine di una strumentalizzazione scandalosa, posta in essere per mettere al bando l’artista indesiderato. Roba da Restaurazione. Da Ancien Régime.
Tutto ciò mentre in quella parte di mondo che con una hỳbris da far apparire Prometeo un dilettante, Josep Borrell, l’ex Alto rappresentante UE per la Politica estera, definiva il giardino contrapposto alla giungla – le voci israeliane non solo non vengono silenziate, ma spesso ricevono un’accoglienza protetta, se non celebrativa.
Le stesse istituzioni che si affrettano a cancellare Gergiev o altri artisti russi mantengono una complicità passiva – o attiva – verso lo Stato israeliano, ignorando gli appelli al boicottaggio culturale che da decenni arrivano dalla società civile dell’altra metà del globo.
Ciò che emerge è quindi un evidente doppiopesismo. Un artista russo viene bandito per non aver condannato con forza l’invasione dell’Ucraina, mentre la cultura israeliana continua a godere di legittimità, anche nel mezzo di operazioni militari che hanno provocato decine di migliaia di morti civili. E soprattutto di bambini.
In questo contesto l’arte non appare più come uno spazio di dialogo universale ma come uno strumento di propaganda selettiva, subordinato agli interessi geopolitici dell’Occidente.
Questa dinamica mina la già insussistente credibilità morale delle istituzioni europee che continuano ad ergersi, in un delirio di autoreferenzialità, a giudici etici solo quando conviene loro, facendo emergere tutta l’ipocrisia di una politica culturale che si traveste di valori umanisti rispondendo in realtà a volgari logiche di potere.
Annullare Gergiev viene rivenduto come un “gesto coraggioso”, ma assume toni farseschi se non è accompagnato da una riflessione coerente sulla responsabilità di tutti gli Stati nei crimini contro l’umanità. Indipendentemente dalla loro posizione nello scacchiere internazionale.
Il teatrino della sinistra liberal inscenato dalla Picierno, con l’avallo di Calenda, si è poi ulteriormente “arricchito” delle ancor più invereconde petizioni firmate da alcuni Premi Nobel. Tra essi molti rigorosamente ucraini o bielorussi dissidenti.
A dare il colpo di grazia al concerto sono stati in effetti i panni sporchi dell’intellighenzia occidentale, con i suoi appelli morali.
Premi Nobel che si autoproclamano custodi dell’etica internazionale, petizioni firmate da chi ha imparato a fare opposizione cliccando da uno smartphone, associazioni “di protesta” che comprano i biglietti della prima fila per inscenare contestazioni performative davanti ai fotografi dei giornali di regime.
Tutto regolare, tutto conforme all’estetica del dissenso addomesticato. Un dissenso e una censura esercitati in modo rigidamente selettivo.
Il direttore d’orchestra russo, come l’opera lirica o i romanzi di Dostoevskij, diventa l’oggetto simbolico da sacrificare per dimostrare la propria fedeltà alla nuova religione a trazione NATO.
L’unica voce fuori dal coro – non a caso accusata di “propaganda” – è quella dell’ambasciata russa, che ha giustamente denunciato il danno d’immagine non per Mosca, ma per l’Italia stessa.
E ha ragione. La cultura italiana, già devastata da decenni di tagli, precarizzazione e svilimento mercantile, ora si piega anche a una censura preventiva mascherata da “scelta responsabile”.
L’unico errore dell’ambasciata è pensare che ci sia ancora qualcosa da danneggiare nella dignità culturale di questo paese, quando invece è già tutto compromesso.
Il caso Gergiev è infatti solo l’ultimo tassello di un processo di militarizzazione ideologica della cultura, in cui chi non si inginocchia davanti all’egemonia atlantica viene espulso, silenziato, diffamato. L’ultimo atto di un servilismo culturale atavico.
L’Italia conferma ancora una volta infatti, con questa vicenda, il proprio ruolo subalterno alla Nato e alle logiche di un dominio che non risiedono nei nostri confini.
Non solo nelle basi militari, ma ormai anche nei teatri e nei cortili monumentali si decide chi può suonare, chi può recitare, chi può dipingere. E si decide sulla base della fedeltà all’impero.
L’arte, secondo quei valori liberali che si richiamavano più sopra, dovrebbe configurare uno spazio per la verità, la complessità e la dissidenza.
Quando diventa viceversa un campo di battaglia per l’egemonia non culturale ma morale, allora perde la sua funzione più profonda. Quella di mettere in discussione i poteri, non servirli.
Chi oggi accetta silenziosamente la cancellazione di Gergiev ma tace sui crimini israeliani, non difende la pace ma la guerra. Non difende la cultura, ma la censura. Non combatte l’autoritarismo, ma lo impone con altri mezzi.
L’antifascismo sbandierato dagli ambienti liberal sinistrati si dimostra ancora una volta un involucro vuoto, utile solo a mascherare le logiche più reazionarie del potere occidentale.
La lotta contro l’ipocrisia culturale di questo impero in piena decadenza diventa pertanto parte integrante della lotta contro il capitalismo globale.
Perciò l’arte, se vuole essere davvero libera, deve schierarsi. Non con i governi, ma con i popoli. Non con l’ordine imposto, ma con chi lo sovverte.
Intanto, benvenuti nel mondo libero. Quello in cui la libertà è concessa solo a chi obbedisce.
Fonte
Non per motivi artistici. Non per mancanze organizzative. Ma per un linciaggio politico-mediatico orchestrato dall’europarlamentare del Pd e vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – vero killer delle élite euroatlantiche – con la complicità della borghesia intellettuale nostrana e della sua servile burocrazia istituzionale.
Il Governatore della Campania Vincenzo De Luca, unica voce rimasta tra i dem a contestare la follia guerrafondaia che attanaglia Unione Europea e Italia (pensate come sta messa la sinistra istituzionale in questo Paese...) ci aveva provato a confermare l’evento e a contrastare il diktat in stile Min.Cul. Pop. della Picierno & co., ma a nulla sono valsi i suoi sforzi.
Dietro la scusa della “protesta ucraina” si nasconde un’operazione di puro allineamento geopolitico, degna dei tempi più oscuri della Guerra Fredda e del maccartismo.
Non importa che Gergiev sia uno dei massimi direttori d’orchestra viventi, con un curriculum che farebbe tremare di invidia qualsiasi battilocchio da conservatorio europeo.
Quel che conta è che è russo. E non russo “oppositivo”. Non dissidente da talk show occidentale. Ma russo “sovranista”, vicino a Putin. Quindi un nemico.
In tempi di guerra, anche l’arte va sottoposta a censura militare. Così funziona nella cosiddetta democrazia liberale.
Tuttavia a destare scalpore non è la condanna in sé – che potrebbe essere anche legittima e coerente con una visione etica dell’arte – ma l’evidente asimmetria con cui questo principio viene sistematicamente applicato.
Lo stesso rigore morale non si riscontra, ad esempio, nel trattamento riservato ad artisti israeliani o a istituzioni culturali che rappresentano lo Stato sionista responsabile della macelleria genocida sulla Striscia di Gaza.
In quanto marxisti non abbiamo una visione idealistica e astratta dell’arte e della cultura. Sappiamo benissimo che il terreno della battaglia delle idee è pietra fondante della lotta per l’egemonia e del conflitto di classe.
Non concepiamo la cultura e l’arte come espressioni asettiche, sganciate dai contesti storici, politici, economici, sociali e persino etnici. Non riteniamo sia giusto parlare di cultura e di arte in senso univoco e assoluto.
Riteniamo la cultura, in tal senso, anche una definizione di identità: sia essa di classe, di ceto, di popolo, nazionale. Coefficiente di un potere egemonico o di un antagonismo alle sovrastrutture dominanti. Riteniamo insomma che si debba parlare di culture e forme d’arte plurali.
Peraltro, sappiamo benissimo che in questo momento il movimento comunista sconta un arretramento gravoso sul piano ideologico, dovuto non solo alla sconfitta seguita alla caduta dell’URSS ma anche ad un vero e proprio smantellamento teorico operato in seno alle stesse sinistre.
Le nostre istanze, la nostra visione, la nostra cultura di classe non hanno voce. Non trovano, se non in rarissimi casi, spazi adeguati. Non riescono a praticare insomma contro-egemonia.
Purtuttavia non possiamo rassegnarci alla resa. Non possiamo non denunciare quella che riteniamo una deplorevole discrasia tra i principi altisonanti da sempre pronunciati dalle democrazie occidentali proprio nel merito delle manifestazioni culturali: ovverosia proclamandone la libertà dai vincoli del potere e della politica; ed una realtà che ha invece, oggi più di prima – la censura e il controllo lo stato borghese li ha sempre sistematicamente messi in atto, non raccontiamoci balle – tradito quegli stessi postulati di libertà.
In poche parole arte e cultura sono oggi, nell’Occidente euroatlantico, sotto occupazione militare.
La vicenda del direttore Gergiev delinea in buona sostanza lo specchio della decadenza ideologica dell’Europa, trasformata in braccio armato dell’imperialismo Nato anche sul terreno della musica e dell’estetica in generale.
Il potere occidentale, incapace di sostenere un vero confronto tra visioni del mondo diverse, cancella il dissenso anziché rispondervi. Anche quando quel dissenso non parla, ma dirige un’orchestra.
A nulla sono servite le ridicole dichiarazioni di circostanza del ministro della Cultura Alessandro Giuli – altra figura grottesca, ex ideologo della destra postfascista – che oggi finge equilibrio tra “libertà d’arte” e “protezione dei valori occidentali”.
La sua conclusione, in perfetto stile orwelliano, è infatti che l’arte può essere libera solo se non contraddice la narrazione dominante.
E così la Reggia di Caserta e la sua direzione divengono pedine di una strumentalizzazione scandalosa, posta in essere per mettere al bando l’artista indesiderato. Roba da Restaurazione. Da Ancien Régime.
Tutto ciò mentre in quella parte di mondo che con una hỳbris da far apparire Prometeo un dilettante, Josep Borrell, l’ex Alto rappresentante UE per la Politica estera, definiva il giardino contrapposto alla giungla – le voci israeliane non solo non vengono silenziate, ma spesso ricevono un’accoglienza protetta, se non celebrativa.
Le stesse istituzioni che si affrettano a cancellare Gergiev o altri artisti russi mantengono una complicità passiva – o attiva – verso lo Stato israeliano, ignorando gli appelli al boicottaggio culturale che da decenni arrivano dalla società civile dell’altra metà del globo.
Ciò che emerge è quindi un evidente doppiopesismo. Un artista russo viene bandito per non aver condannato con forza l’invasione dell’Ucraina, mentre la cultura israeliana continua a godere di legittimità, anche nel mezzo di operazioni militari che hanno provocato decine di migliaia di morti civili. E soprattutto di bambini.
In questo contesto l’arte non appare più come uno spazio di dialogo universale ma come uno strumento di propaganda selettiva, subordinato agli interessi geopolitici dell’Occidente.
Questa dinamica mina la già insussistente credibilità morale delle istituzioni europee che continuano ad ergersi, in un delirio di autoreferenzialità, a giudici etici solo quando conviene loro, facendo emergere tutta l’ipocrisia di una politica culturale che si traveste di valori umanisti rispondendo in realtà a volgari logiche di potere.
Annullare Gergiev viene rivenduto come un “gesto coraggioso”, ma assume toni farseschi se non è accompagnato da una riflessione coerente sulla responsabilità di tutti gli Stati nei crimini contro l’umanità. Indipendentemente dalla loro posizione nello scacchiere internazionale.
Il teatrino della sinistra liberal inscenato dalla Picierno, con l’avallo di Calenda, si è poi ulteriormente “arricchito” delle ancor più invereconde petizioni firmate da alcuni Premi Nobel. Tra essi molti rigorosamente ucraini o bielorussi dissidenti.
A dare il colpo di grazia al concerto sono stati in effetti i panni sporchi dell’intellighenzia occidentale, con i suoi appelli morali.
Premi Nobel che si autoproclamano custodi dell’etica internazionale, petizioni firmate da chi ha imparato a fare opposizione cliccando da uno smartphone, associazioni “di protesta” che comprano i biglietti della prima fila per inscenare contestazioni performative davanti ai fotografi dei giornali di regime.
Tutto regolare, tutto conforme all’estetica del dissenso addomesticato. Un dissenso e una censura esercitati in modo rigidamente selettivo.
Il direttore d’orchestra russo, come l’opera lirica o i romanzi di Dostoevskij, diventa l’oggetto simbolico da sacrificare per dimostrare la propria fedeltà alla nuova religione a trazione NATO.
L’unica voce fuori dal coro – non a caso accusata di “propaganda” – è quella dell’ambasciata russa, che ha giustamente denunciato il danno d’immagine non per Mosca, ma per l’Italia stessa.
E ha ragione. La cultura italiana, già devastata da decenni di tagli, precarizzazione e svilimento mercantile, ora si piega anche a una censura preventiva mascherata da “scelta responsabile”.
L’unico errore dell’ambasciata è pensare che ci sia ancora qualcosa da danneggiare nella dignità culturale di questo paese, quando invece è già tutto compromesso.
Il caso Gergiev è infatti solo l’ultimo tassello di un processo di militarizzazione ideologica della cultura, in cui chi non si inginocchia davanti all’egemonia atlantica viene espulso, silenziato, diffamato. L’ultimo atto di un servilismo culturale atavico.
L’Italia conferma ancora una volta infatti, con questa vicenda, il proprio ruolo subalterno alla Nato e alle logiche di un dominio che non risiedono nei nostri confini.
Non solo nelle basi militari, ma ormai anche nei teatri e nei cortili monumentali si decide chi può suonare, chi può recitare, chi può dipingere. E si decide sulla base della fedeltà all’impero.
L’arte, secondo quei valori liberali che si richiamavano più sopra, dovrebbe configurare uno spazio per la verità, la complessità e la dissidenza.
Quando diventa viceversa un campo di battaglia per l’egemonia non culturale ma morale, allora perde la sua funzione più profonda. Quella di mettere in discussione i poteri, non servirli.
Chi oggi accetta silenziosamente la cancellazione di Gergiev ma tace sui crimini israeliani, non difende la pace ma la guerra. Non difende la cultura, ma la censura. Non combatte l’autoritarismo, ma lo impone con altri mezzi.
L’antifascismo sbandierato dagli ambienti liberal sinistrati si dimostra ancora una volta un involucro vuoto, utile solo a mascherare le logiche più reazionarie del potere occidentale.
La lotta contro l’ipocrisia culturale di questo impero in piena decadenza diventa pertanto parte integrante della lotta contro il capitalismo globale.
Perciò l’arte, se vuole essere davvero libera, deve schierarsi. Non con i governi, ma con i popoli. Non con l’ordine imposto, ma con chi lo sovverte.
Intanto, benvenuti nel mondo libero. Quello in cui la libertà è concessa solo a chi obbedisce.
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