di Francesca La Bella
Tutti i media internazionali hanno dato notizia della presa di Sirte.
La città che, dopo Raqqa, avrebbe dovuto essere la nuova capitale del
Califfato è, infatti, stata conquistata dalle forze governative. Decine i
cadaveri lasciati sul terreno in una battaglia durata sette mesi che ha
visto, oltre alle forze interne, anche molti stranieri partecipare ai
combattimenti: foreign fighters provenienti da Africa e Medio Oriente
tra le file dello Stato Islamico e militari statunitensi ed europei a
supporto dei governativi. Immenso per le forze interne in
termini materiali e simbolici, il valore militare di una battaglia, come
questa, che ha fatto pochissimi prigionieri e molte vittime. L’impatto
di questo evento, trascende, però, dall’ambito militare e si evidenzia,
forse in misura ancor maggiore, nel settore economico e nella disputa di
potere tra gli attori della politica libica.
Per quanto riguarda il piano economico,
inizialmente la condizione di disequilibrio del Paese e la perdurante
lotta contro lo Stato Islamico, hanno permesso alla Libia di ottenere
condizioni vantaggiose durante le discussioni sul congelamento della
produzione petrolifera. Con la caduta di Sirte, però, la Noc
(National Oil Company) può iniziare a sfruttare concretamente questo
vantaggio, lavorando per riportare la produzione e l’esportazione libica
a livelli pre-crisi. Secondo quanto dichiarato da Mustafa
Sanallah, Presidente della Noc, attualmente la produzione si
attesterebbe intorno ai 600.000 barili al giorno, ma l’obiettivo sarebbe
quello di duplicarla nel breve periodo, raggiungendo, già nei prossimi
mesi, i 900.000 barili al giorno.
In un Paese che, per decenni, ha basato
la propria economia (e le proprie relazioni internazionali) sugli
idrocarburi, la possibilità di riprendere le estrazioni petrolifere
veicola l’aspettativa di un miglioramento delle condizioni economiche
interne e della possibilità di finanziamento delle necessarie opere
infrastrutturali per un Paese ormai al collasso. Parallelamente apre
prospettive di investimento estero, parzialmente congelato in questi
anni a causa dell’instabilità interna. In questo senso, l’aumento
dipenderà sia dalla capacità della Noc di mantenere attivi i pozzi sia
dalla rimozione del blocco delle principali condutture che servono i
settori occidentali di El Feel (Elephant Field) di proprietà ENI e
Sharara, di proprietà della francese Total.
Il petrolio e la sua estrazione sono,
però, anche uno dei principali terreni di scontro tra i due attori
maggiormente rappresentativi della contesa politica e militare del
Paese: il Governo di Fayez al Sarraj a Tripoli e il Governo
(internazionalmente non riconosciuto) di Aquila Saleh a Tobruk. Più che
con il Primo Ministro della Cirenaica, la contesa petrolifera si gioca,
però, con Khalifa Haftar, generale del Libyan National Army (Lna), da
molti anni ormai, punto di riferimento per Tobruk sia a livello
nazionale sia in ambito internazionale. La vittoria di Haftar
contro le Petroleum Facilities Guards (Pfg) guidate da Ibrahim Jadran a
fine settembre e la consegna alla Noc dei terminal della mezzaluna
petrolifera ha, infatti, messo in grande difficoltà il Governo di
Tripoli, dimostratosi incapace sia di mantenere la sicurezza dei pozzi
sia di impedire che altri ne prendessero il controllo. Alla
luce di questo, non stupisce che, immediatamente dopo l’annuncio della
vittoria a Sirte, si sia diffusa la notizia secondo la quale il ministro
della Difesa del Governo di al Sarraj, Mahdi al Barghathi, avrebbe
avviato un’operazione verso Ben Jawad nel tentativo di avvicinarsi alla
Mezzaluna in cui sarebbero coinvolti alcuni appartenenti alle Pfg e
gruppi di miliziani di Bengasi. Lo stesso Primo Ministro al Sarraj
avrebbe, però, preso le distanze dall’operazione, mostrando come anche
all’interno dei due schieramenti le tensioni latenti siano pronte ad
esplodere.
Nonostante la vittoria di Sirte, il Governo di Accordo Nazionale (Gna) sembra, dunque, sempre più debole. Sul
piano nazionale, alla fragilità del consenso interno di Tripoli, dove
nelle scorse settimane si è assistito a numerosi scontri, si contrappone
la solidità di Tobruk che, anche grazie ai proventi
petroliferi, sta riuscendo a dare nuovo impulso all’economia della
Cirenaica. In questo senso si leggano anche le parole dei delegati della
Noc che hanno fermamente condannato i nuovi scontri vicino ai terminal
petroliferi, dichiarando l’inizio dello stato d’emergenza per la tutela
del personale impegnato nelle strutture. Guardando al piano
internazionale, invece, è significativo vedere come tutte le forze
stiano spingendo per un maggiore coinvolgimento di Tobruk.
Così, mentre il Segretario di Stato statunitense John Kerry si è
affrettato ad affermare che non ci sono piani di intervento militare in
Libia perché l’obiettivo è quello di far sedere Haftar al tavolo delle
trattative, il Generale libico è volato a Mosca per incontrare il
Ministro degli Esteri Sergej Lavrov e chiederne l’aiuto contro le forze
islamiste presenti nel Paese.
La sconfitta dello Stato Islamico a
Sirte anziché avere un effetto positivo sulla stabilità del Paese,
sembra, dunque, aver privato i contendenti di un nemico comune contro
cui lottare, aprendo ad una nuova fase di scontri per determinare chi
guiderà il Paese, interloquendo con gli attori interni ed
internazionali.
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