Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Tobruk. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tobruk. Mostra tutti i post

22/05/2017

Libia. Sanguinosi scontri tra milizie dei governi rivali. 140 morti

Giovedì scorso, decine di combattenti sono rimasti uccisi negli scontri a Brak al –Shati, nel Sud della Libia tra le forze del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte del “governo di Tobruk”, e le milizie di Misurata, fedeli invece al “governo di Tripoli” del premier Fayez al Sarraj. Secondo un nuovo bilancio di cui riferisce la Bbc, nell’attacco alla base aerea Brak al-Shati in Libia ci sarebbero stati quasi 140 morti, compresi i civili.

L’agenzia Askanews, secondo una ricostruzione delle notizie, riferisce che i miliziani di Misurata della Terza Forza, insieme alle Brigate di Difesa di Bengasi, hanno conquistato il controllo della base aerea Brak Al-Shati, situata 60 chilometri a nord di Sebha, al termine di violenti scontri con i miliziani di Haftar. Il ministero della Difesa del governo libico del premier Fayez al Sarraj ha diffuso ieri un comunicato per precisare di “non aver dato alcun ordine di avanzare o di attaccare la base di Brak al-Shati”, nel Sud della Libia, dove giovedì si sono scontrati i combattenti di Misurata, ufficialmente fedeli all’esecutivo di Tripoli, e quelli del generale Khalifa Haftar, legato al governo di Tobruk. Secondo la ricostruzione dei media libici, sarebbero stati gli uomini della Terza Forza di Misurata, sostenuti dalle Brigate di Difesa di Bengasi, ad attaccare le unità di Haftar presenti nella base.

Nel comunicato, il ministero della Difesa di Tripoli condanna “l’aggressione che ha causato la morte e il ferimento di civili e forze dell’esercito”, sottolineando che “l’esercito libico nel Sud, come ad Est e Ovest, è uno solo, e l’attacco a uno è un attacco a tutti”. Nella nota si invita quindi “alla calma, all’autocontrollo e al rispetto del cessate il fuoco”, annunciando l’avvio di un’indagine. Il presidente del parlamento di Tobruk, Aquilah Saleh, ha annunciato tre giorni di lutto per “le vittime del massacro di Brak al-Shati”.

Fonte

21/03/2017

Libia - Tripoli ostaggio dei gruppi armati

di Chiara Cruciati –  Il Manifesto

Fuga o visita istituzionale? A guardare la situazione di caos in Libia, riesplosa con tutto il suo bagaglio di contraddizioni nel fine settimana, sembrerebbe che il premier del governo di unità nazionale (Gna) al-Sarraj sia venuto in Italia non tanto per impegni pregressi quanto per il fuoco sparato contro la base navale di Abu Seta, sede del Consiglio di presidenza (troppo spaventato dalla scarsa legittimità di cui gode e dall’assenza di sicurezza della capitale per insediarsi sulla terraferma di Tripoli).

La stretta di mano immortalata nella foto pubblicata ieri su Twitter dal primo ministro italiano Gentiloni conferma la presenza in Italia, in un momento in cui un premier “normale” dovrebbe restare nel suo paese: oltre all’assalto armato agli uffici galleggianti di al-Sarraj, gli ultimi giorni hanno visto migliaia di persone scendere in piazza contro le milizie armate.

Domenica miliziani legati alle Brigate al-Nawasi (salafiti dell’area tripolina di Suq al-Juma’a che avevano espresso in passato sostegno al Gna tanto da aiutarlo nell’insediamento) hanno assaltato Abu Seta, occupandola per alcune ore. A facilitare loro il compito il controllo che esercitano su al-Jumaa, la zona che si affaccia su Abu Seta.

A monte dell’attacco la rabbia per un comunicato emesso dal Gna che criticava il fuoco sparato (probabilmente da misuratini) contro la manifestazione anti-milizie di venerdì a Tripoli e che annunciava l’apertura di un’inchiesta per individuare i responsabili della sparatoria.

Poco dopo le forze di sicurezza del Gna hanno ripreso la base a seguito di un accordo stretto tra il ministro della Difesa al-Barghathi (inizialmente dato per «rapito») e le Brigate al-Nawasi. Ma l’assalto dice molto dell’incapacità del governo di unità di esercitare effettiva autorità sulla capitale. La scorsa settimana Tripoli era tornata ostaggio di scontri a fuoco tra miliziani legati al Gna e gruppi armati locali, conclusosi in apparenza con un cessate il fuoco.

Una tregua – siglata giovedì e che doveva durare 30 giorni – sopravvissuta il tempo di una notte perché gli scontri sono ripresi quasi subito. Venerdì scorso, in piazza sono scesi migliaia di manifestanti contrari alle milizie di Misurata (blocco islamista dall’alleanza facile, in prima linea a Sirte al fianco del Gna e ora di nuovo in rivolta).

Dalla folla di piazza dei Martiri e piazza Algeria sono partiti alcuni slogan a favore del generale Haftar. Subito sono riecheggiati colpi di armi da fuoco, sparati da mitragliatrici montate su pick-up probabilmente guidate da misuratini, che hanno disperso la folla.

Al fuoco si è unita la protesta ufficiale: parlamentari di Misurata hanno detto di aver sospeso i contatti con il Gna fino a quando non porgerà scuse ufficiali per le manifestazioni anti-islamiste di venerdì. «Quanto successo non è libertà di parola ma incitamento alla violenza contro la città di Misurata», una protesta a parole a cui è seguito domenica l’assalto alla base di Abu Seta.

Dietro sta la longa manus di Khalifa Ghwell, ex primo ministro del governo islamista di Tripoli, sciolto dopo la creazione dell’esecutivo di unità voluto dall’Onu: Ghwell, protagonista negli ultimi mesi di putsch durati poche ore, è più di una mina vagante, continuando a rappresentare e gestire fazioni islamiste capaci di controllare ampi territori e di attuare azioni armate pericolose, come l’attacco fallito al convoglio presidenziale su cui viaggiava al-Sarraj, lo scorso febbraio.

A mischiare ulteriormente le carte ci sono le dichiarazioni di fonti vicino allo stesso Ghwell che all’agenzia araba Asharq al-Awsat avrebbero detto di aver tentato la via di un’intesa con i rivali di Tobruk per destituire al-Sarraj. Una prospettiva avanzata da alcuni media già a gennaio, seppure si scontri con la natura dei rapporti tra l’ex governo tripolino e il ribelle Tobruk, il cui braccio armato – l’Esercito Nazionale libico del generale Haftar – è impegnato da tre anni in una vasta operazione anti-islamista. Secondo Asharq al-Awsat, Ghwell sarebbe pronto a lanciare un’operazione militare contro i quartier generali delle milizie pro-Sarraj.

Al caos sul terreno si aggiunge dunque il caos delle dichiarazioni e del rimescolamento vero o presunto delle alleanze che pare avere come reale obiettivo quello di impedire il raggiungimento di una qualsivoglia intesa capitanata dal Gna.

Al-Sarraj gode solo del consenso internazionale, è privo dell’appoggio a lungo termine delle milizie armate (che cambiano velocemente casacca) e anche di consenso popolare. Per ora a tenerlo in piedi sono Onu e Unione Europea, ma anche il riconoscimento del nuovo attore, la Russia, che punta su al-Sarraj per aprire le porte del Gna ad Haftar.

15/03/2017

Modello siriano per la Libia: la Russia media per entrare a Tripoli

di Chiara Cruciati

Il generale Khalifa Haftar, capo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico, braccio armato del parlamento ribelle di Tobruk, ieri ha annunciato la ripresa dei porti della Mezzaluna petrolifera. Ras Lanuf e Es-Sidre sarebbero tornati in mano agli uomini del generale, dopo essere stati occupati la scorsa settimana dalle Brigate di Difesa di Bengasi, milizia vicina ad al Qaeda cacciata dal capoluogo della Cirenaica dalla crociata anti-islamista di Haftar.

Foto online, riportano quotidiani libici, mostrerebbero i soldati di Haftar festeggiare in uno dei terminal, forse Ras Lanuf. La vittoria è stata segnata dopo giorni di battaglia intensa: il generale ha dovuto ordinare ripetuti bombardamenti aerei per vincere la resistenza dei miliziani che dal 3 marzo stazionano nei terminal petroliferi, senza però bloccare il traffico, garantito dalla National Oil Company.

Lo scontro è solo l’ultimo di tanti esempi di completa instabilità del paese nordafricano: mentre nella Mezzaluna si combatteva, a Tripoli erano scontri a fuoco per le strade a tenere in ostaggio la popolazione. Sono esplosi due giorni fa, ormai consuetudine nella capitale, tra le forze fedeli al governo di unità nazionale del premier al-Sarraj (Gna) e milizie rivali che tentano di mantenere il controllo su quartieri della città. Secondo fonti locali, sarebbero almeno due i morti.

Nelle stesse ore, a Bengasi riprendeva la caccia al qaedista da parte dell’esercito di Haftar che non ha ancora eliminato tutte le sacche jihadiste dalla città. In un simile contesto di guerra permanente e capillare l’instabilità è accesa dagli attori esterni tra scambi di accuse e smentite. Con gli Stati Uniti che ormai di Libia non parlano più e l’Europa divisa, gli ultimi mesi hanno visto la forte presa di posizione russa, figlia di un più generale riposizionamento di Mosca tra Nord Africa e Medio Oriente.

Ieri fonti anonime statunitensi riportavano del dispiegamento di 22 soldati delle unità speciali russe in territorio egiziano, a 100 chilometri di distanza dal confine con la Libia. Militari pronti, dicevano le fonti, ad entrare nel campo di battaglia libico al fianco del parlamento di Tobruk e del suo generale. Subito dopo è giunta la smentita di Mosca: notizie false, ha detto il Ministero della Difesa, diffuse “dalla macchina del fango di alcuni media occidentali”.

È intervenuto anche Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino, intenzionato a chiarire la posizione russa in merito al caos libico: la Russia intende – è ormai chiaro – mostrarsi come la mediatrice internazionale della crisi e non come la sua incendiaria. Seguendo lo schema della guerra siriana (dove Mosca è entrata con vigore, con un intervento militare che due anni dopo l’ha portata a guidare il fronte internazionale del negoziato), il presidente Putin punta alla stabilizzazione dei paesi che possono garantirgli di fare ingresso nel Mediterraneo, sul piano militar-strategico e commerciale.

“Sapete che ci sono contatti in corso – ha detto Peskov alla stampa – La Russia è interessata alla stabilizzazione della Libia in un modo o nell’altro, così che le sue autorità siano in grado di garantire che il territorio non diventi terreno fertile per i terroristi. Un intervento eccessivo della Russia negli affari libici è difficilmente possibile e per nulla consigliabile”.

Le autorità di cui parla il Cremlino sono facilmente individuabili: il generale Haftar, sì, ma anche il premier al-Sarraj. A chi dava per scontato il sostegno russo a Tobruk alle spese di Tripoli (e tra questi andrebbe annoverato lo stesso Haftar) si deve ricredere. Nelle ultime settimane Mosca ha visto sia il generale – invitato a Mosca e poi sulla portaerei Kuznetzov – sia al-Sarraj, anche lui volato nella capitale russa.

L’idea dietro questi meeting è palese: dare legittimità al governo di unità voluto dall’Onu ma tuttora debolissimo, facendoci entrare il capo dell’esercito della ribelle Tobruk. Non è un caso che ad oggi, almeno in via ufficiale, Mosca non abbia inviato ad Haftar il sostegno militare che sembrava già pronto, ma si sarebbe limitata a mandare in Cirenaica esperti dell’Aeronautica per riparare vecchi Mig dell’epoca Gheddafi.

Fonte

09/02/2017

Libia - Ancora guai per l’avventurismo del governo italiano

Il Parlamento di Tobruk, ha fatto sapere di giudicare "nullo e inesistente" l'accordo sulla lotta all'immigrazione clandestina firmato tra il governo di accordo nazionale libico (quello insediato a Tripoli) e l'Italia.

Il memorandum di accordo, firmato lo scorso 2 febbraio a Roma tra il premier libico al-Serraj e Gentiloni, secondo i parlamentari che si riuniscono a Tobruk non avrebbe nessuna validità. Prima della firma con il presidente del Consiglio italiano, il rappresentante del governo libico aveva trascorso due giorni a Bruxelles, dove aveva tenuto colloqui anche con i rappresentanti dell'Unione Europea.

Ma l'autorità di Sarraj e del suo governo insediato a Tripoli e sostenuto dalle potenze occidentali non è riconosciuta dal Parlamento dell'Est della Libia. Al momento solo l'Italia ha riaperto la sua ambasciata a Tripoli (nelle cui adiacenze due settimane fa è esplosa un'autobomba).

Quelli di Tobruk hanno affermato in un comunicato che "Dossier come quelli dell'immigrazione clandestina sono tra le questioni cruciali" che devono essere decise "dal popolo libico attraverso l'intermediazione dei deputati democraticamente eletti".

Ma su questa presa di posizione, è intervenuto piuttosto importunamente l'inviato speciale dell'Italia per la Libia, Giorgio Starace (cognome suo malgrado decisamente pesante quando si parla di Libia nel ventennio fascista). “Non è stato il Parlamento di Tobruk a bocciare l'intesa tra Italia e Libia sull'emergenza migranti, ma solo il suo presidente, Aguila Saleh. All'agenzia Agi, Starace ci ha tenuto a precisare che “Aguila Saleh è presidente di un Parlamento che non ha mai dibattuto sull'accordo, perché non si riunisce da mesi per assenza del numero legale. E' dunque sbagliato scrivere che è stato il Parlamento a respingere l'intesa".

Dopo il memorandum firmato dal governo italiano con quello di Tripoli, a Malta si era tenuto un vertice dei leader europei sull'immigrazione, dove avevano siglato una Dichiarazione congiunta sui temi della lotta agli sbarchi clandestini e di aiuti ai paesi africani per bloccare i flussi migratori. Ma il punto di forza di quella dichiarazione era proprio l'accordo raggiunto tra Italia e Libia. Adesso si scopre che il partner libico è molto più che un'anatra zoppa.

La soluzione paventata per mettere un'altra toppa sul buco, potrebbe essere quella indicata dall'inviato speciale dell'Onu per la Libia, Kobler. In una intervista rilasciata a La Stampa, Kobler suggerisce all'Italia di aprire un'ambasciata anche a Tobruk oltre a quella già aperta a Tripoli. E in effetti lunedì scorso, l'ambasciatore italiano per la Libia, Giuseppe Perrone, si è recato a Tobruk ed ha parlato con il presidente Saleh ma anche con altri parlamentari libici. Più che di ambasciata si parla dell'apertura di un consolato, insomma un gradino più basso. Una soluzione pasticciata ma che in uno scenario critico come quello libico rischia di creare più danni che risultati. Anche perché i responsabili della destabilizzazione in Libia e della caduta di Gheddafi (Francia e Gran Bretagna) continuano a rimanere defilati e a mandare avanti l'Italia.

Fonte

27/01/2017

Libia - Haftar conquista Bengasi e sigla l'accordo con la Russia

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Bengasi è completamente nelle mani del generale Khalifa Haftar. Ad annunciarlo è la sua creatura, l’Esercito nazionale libico, braccio armato del governo-ombra di Tobruk: dopo mesi di scontri ha cacciato Ansar al-Sharia, gruppo salafita legato ad al Qaeda, dall’ultimo quartiere della città capoluogo della Cirenaica in cui era ancora presente, il distretto di Ganfounda.

Secondo fonti interne, ci sarebbero ancora sacche qaediste nei distretti di Souq al-Hout e al-Saberi. A riprova, l’autobomba esplosa ieri nel primo pomeriggio in via Nasser a Bengasi: fonti mediche parlano di sei feriti, la polizia di un veicolo fatto saltare in aria a distanza con un telecomando.

L’operazione di Haftar non è nuova: da quasi tre anni il generale, tornato in pompa magna dagli Stati Uniti dopo l’uccisione di Gheddafi, alla guida di 60mila uomini (stimati) si è fatto ispiratore di una crociata anti-islamista che ha portato la Cirenaica alla rottura definitiva con la Tripolitania. Infilatosi nella contrapposizione istituzionale dei due esecutivi (e due parlamenti), sfruttando magistralmente la miriade di gruppi armati in cerca di denaro e potere, ha imbastito un potere rivale a quello tripolino, oggi affidato dall’Onu ad un debolissimo governo di unità.

E non è solo: visto da molti come l’uomo forte che potrebbe trascinare la Libia fuori dal caos, riceve l’endorsement di potenze mondiali. A partire dalla Francia (e i suoi divisivi interessi energetici) che punta alle ricchezze naturali della Cirenaica, dall’Egitto dell’anti-islamista al-Sisi fino alla Russia, “fiore” all’occhiello di una rete di alleanze che non solo si contrappone a quella immaginata da Italia e Nazioni Unite ma che ha buone possibilità di imporsi sullo scenario libico.

Il governo di unità del premier al-Sarraj, rintanato a Tripoli e incapace di imporsi come soggetto legittimo in buona parte del paese, prova a difendersi proprio attraverso l’Italia, vituperata da Tobruk che l’accusa di neocolonialismo: ieri il contro-terrorismo della capitale ha fatto sapere di aver individuato i responsabili dell’autobomba che il 21 gennaio è esplosa di fronte alla sede dell’ambasciata italiana, appena riaperta (unica rappresentanza occidentale tornata in Libia, a dimostrazione dell’interesse economico e politico che Roma ha in una stabilizzazione del paese).

«Questo atto terroristico è il risultato del conflitto politico tra est e ovest», si legge nel comunicato delle unità speciali, che aggiungono che i tre attentatori «sono collegati alla cosiddetta Operazione Dignità [quella lanciata da Haftar nel maggio 2014], ma non è chiaro se abbiano agito spontaneamente o su suo ordine». Uno di loro, in particolare, Omer Kabout, sarebbe un ufficiale dell’esercito del generale.

Aldilà delle accuse incrociate e della reciproca delegittimazione, l’ultimo mese ha consegnato un quadro relativamente nuovo. Come in Siria, a introdurre altre coordinate è l’intervento russo: il presidente Putin non nasconde affatto il favore verso Haftar, già volato a Mosca e poi sulla portaerei Kuznetsov.

I media egiziani riportano del tentativo congiunto di Mosca e Il Cairo di far sedere allo stesso tavolo Haftar e al-Sarraj per individuare una via d’uscita attraverso l’ingresso del primo nel governo di unità del secondo. Un appoggio a suon di supporto militare: secondo l’agenzia Middle East Eye, che cita fonti interne all’esercito algerino, la Russia avrebbe siglato un accordo con Haftar: armi (munizioni, veicoli e strumenti di sorveglianza) in cambio di una base militare in Cirenaica e quindi dell’agognato stivale sul terreno nordafricano.

Fonte

23/01/2017

Libia - All'orizzonte un cambio alla guida del Paese?

di Francesca La Bella

L’attuale situazione libica presenta caratteri di difficile interpretazione. Per quanto molti elementi contribuiscano ad un quadro di incipiente mutamento, sembra persistere una generale impasse della politica interna. Numerosi sono sicuramente gli eventi che hanno attraversato le ultime settimane come l’autobomba esplosa a poca distanza dall’appena riaperta ambasciata italiana a Tripoli, il tentato colpo di Stato a Tripoli o l’ultimo attacco statunitense sotto amministrazione Obama alle postazioni dello Stato Islamico nell’area limitrofa a Sirte. Parallelamente si è assistito alla crescente presenza sulla scena politica internazionale del generale dissidente Khalifa Haftar che, oltre ad aver avuto importanti incontri al vertice come quello con il presidente russo Vladimir Putin, ha cavalcato l’onda di sfiducia nei confronti del premier Fayez al Sarraj dichiarando che chi si è schierato con il Governo di Accordo Nazionale (Gna), come l’Italia, ha sbagliato parte della storia. Benché questi eventi abbiano una rilevanza in sé, essi non costituiscono, però, un significativo mutamento della situazione sul terreno. Possono, invece, essere letti come parti di un quadro in lenta preparazione che potrebbe portare, per la prima volta dopo anni, ad un reale mutamento della situazione libica.

Nei mesi passati, infatti, molti sono stati gli eventi che hanno cambiato il contesto d’area in cui la situazione libica si inserisce, andando a rafforzare la posizione del generale Haftar e di Tobruk. Nuovi finanziatori, tra cui la Cina, si sono affacciati al mercato libico andando a portare i propri fondi nella regione Cirenaica e molti attori internazionali hanno espresso il loro appoggio in maniera più o meno palese per il Governo di Aquila Saleh di stanza a Tobruk. Attraverso il sistema di alleanze tessuto da Haftar con il sostegno egiziano e l’enorme potenziale contrattuale dato dal controllo della mezzaluna petrolifera, il Generale sembra essere riuscito, progressivamente, a riconquistare la legittimità perduta con gli accordi di Skhirat. La vittoria di Tripoli contro lo Stato Islamico a Sirte e la presenza degli Stati Uniti al fianco del Gna hanno, però, ritardato il collasso del Governo internazionalmente riconosciuto, permettendo ad Al Sarraj di rimanere alla guida del Paese nonostante la palese debolezza.

Le variabili esterne sembrano, però, destinate a mutare nel breve periodo e, grazie alla mediazione/direzione egiziana, potremmo assistere nei prossimi mesi ad un radicale mutamento della situazione interna libica. Il neo-presidente Trump, a differenza del suo predecessore, potrebbe scegliere di avallare la strategia russa ed egiziana, sostenendo la non-ingerenza ed Haftar. In questo senso diventa significativo l’incontro tenutosi questo sabato al Cairo a cui hanno partecipato i Ministri degli Esteri di Egitto, Tunisia, Algeria, Ciad e Niger oltre a rappresentanti libici, il Segretario generale della Lega Araba Ahmed Abul-Gheit, l’inviato dell’Unione Africana Jakaya Kikwete e l’inviato speciale Onu per la Libia Martin Kobler. Durante il decimo incontro dei Paesi confinanti con la Libia, il messaggio è stato univoco e indirizzato a porre fine ai negoziati per iniziare a lavorare per una soluzione del conflitto. Il Ministro degli Esteri egiziano ha, inoltre, ribadito la contrarietà ad una soluzione militare e il sostegno all’accordo di Skhirat. Un passaggio importante in quanto non viene negata la valenza del tentativo di unità nazionale, ma si mette, anche se non esplicitamente, in dubbio la guida di questo processo, aprendo ad un dialogo preferenziale con Tobruk.

Nelle prossime settimane potremmo, dunque, assistere ad un’evoluzione della situazione libica e ad un riassestamento degli equilibri a favore delle regioni orientali, ma questo non deve far pensare che un semplice mutamento al vertice possa portare la stabilità statuale persa dopo la caduta di Muhammar Gheddafi. Per quanto Tobruk, sostenuto diplomaticamente e finanziariamente a livello internazionale e solido sul proprio territorio, possa avere la capacità di allargare la propria sfera di influenza al di fuori dei confini della Cirenaica e prendere la guida del Paese, molti gruppi come le milizie di Misurata potrebbero scegliere di non avallare il progetto del Generale, creando nuove falle nella sicurezza del Paese. Nonostante questo, se davvero Haftar dovesse riuscire a prendere la guida del Paese, il mutamento sarebbe radicale. Da un lato, la relazione Libia-Egitto ne uscirebbe enormemente rafforzata con immediate ricadute positive su entrambi i mercati, in particolare nel settore degli idrocarburi. Dall’altro, la lotta contro le fazioni islamiche diventerebbe ancor più cruenta e non farebbe distinzione tra ciò che è Stato Islamico e ciò che non lo è, creando i presupposti per una repressione di ampio raggio sul modello egiziano.

14/01/2017

Tra Tobruk e Tripoli, si sgonfia la strategia italiana in Libia

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Golpe falliti, golpe smentiti: il fallimento dello Stato libico è palese, un’instabilità che svela le falle della strategia italiana nel paese nordafricano. Dopo l’ennesimo putsch-bluff a Tripoli, la situazione è tornata sotto controllo ma Roma appare sempre più sola nel sostegno al governo di unità plasmato dall’Onu a dicembre 2015.

Due dichiarazioni hanno ieri fatto traballare i tentativi del governo italiano di imporre il nuovo corso, sotto l’egida del premier di unità al-Serraj, e simbolicamente rappresentanti dalla riapertura dell’ambasciata a Tripoli.

La prima è quella rilasciata dal governo di Tobruk, passato da esecutivo legittimo per la comunità internazionale a entità ribelle: il Ministero degli Esteri del premier-ombra al-Thani ha definito il ritorno della rappresentanza diplomatica italiana «una nuova occupazione», pari ad un intervento militare.

«Una nave militare italiana carica di soldati e munizioni è entrata nelle acque territoriali libiche – dice la nota del Ministero pubblicata sul Libya Observer – È una chiara violazione della carta delle Nazioni Unite e una forma di ripetuta aggressione». L’Onu, insomma, viene ripescato quando serve.

Nel frattempo, per Tobruk, continua a muoversi il generale Haftar, capo dell’esercito che controlla la Cirenaica e che tre giorni fa ha fatto visita all’incrociatore russo Kuznetsov, ultimo di una serie di incontri con le autorità di Mosca.

Secondo il quotidiano panarabo al Quds al Arabi, Haftar avrebbe raggiunto un’intesa con il Ministero degli Esteri russo per la creazione di una base militare di Mosca in Libia a fini di manovre militari sul Mediterraneo. Già a inizio dicembre fonti libiche parlavano di uno scambio di simil fattura: armi russe ad Haftar in cambio di una base vicino Bengasi.

Una prospettiva che stravolgerebbe l’attuale (dis)equilibrio dei poteri, con l’Italia alla caccia di unità, la Francia interessata alle commesse petrolifere in Cirenaica, gli Stati Uniti sempre più defilati e l’Egitto che, garantito appoggio ad Haftar e riavvicinatosi alla Russia, farebbe da puntello all’eventuale intervento moscovita.

La distopica realtà istituzionale libica sta sullo sfondo, con due governi e due parlamenti (situazione che sembrava essere stata superata dopo l’accordo marocchino), un ex premier che con cadenza regolare prova a riprendersi il potere (Khalifa Ghwell, capo del disciolto governo islamista di Tripoli) e milizie sparse sul territorio al soldo di poteri più o meno ufficiali.

Una frammentazione tanto radicata da investire anche gli stessi fronti: ieri Tobruk ha condannato l’apertura di una sua “filiale” a Tripoli, tentata da alcuni dei suoi membri nella capitale.

È con questo paese che l’Italia avrebbe stretto un accordo sui migranti, esaltato pochi giorni fa dal ministro degli Interni di Roma Minniti. Aveva anche ricevuto il plauso europeo, tanto da far dire a Bruxelles e Malta di voler fare lo stesso: il premier maltese Muscat e il commissario Ue all’Immigrazione Avramopoulos parlavano giovedì della necessità di replicare entro primavera l’intesa, sul modello di quella raggiunta con la Turchia.

Ma ieri l’accordo di Minniti è stato smentito proprio dalla Valletta. Questa la seconda dichiarazione che fa tremare l’impalcatura italiana: il ministro degli Esteri maltese Vella, dopo averne discusso al telefono con il governo al-Serraj, fa sapere che Tripoli non ha mai dato il via libera all’intesa-migranti con l’Italia e che «è lontana» dall’accettare. I libici stanno considerando l’idea, ha aggiunto, ma ad ora «le posizioni sono totalmente diverse».

Fonte 

28/10/2016

Libia - La Cina fa pendere la bilancia verso Tobruk

di Francesca La Bella

Mentre la situazione in Libia appare sempre più confusa e il governo di Fayez al Sarraj di stanza a Tripoli cerca di riprendere le redini del potere con la formazione di un nuovo governo di unità nazionale, un nuovo attore appare nel teatro libico. La Cina, infatti, avrebbe previsto l’investimento di 36 miliardi di dollari in Cirenaica.

Secondo quanto riportato dai media locali, il Paese asiatico, secondo solo all’Italia come partner commerciale dell’import-export libico, avrebbe scelto di finanziare un grande progetto infrastrutturale nell’area di Tobruk che prevederebbe la costruzione del più grande porto del Paese in acque profonde, un aeroporto commerciale, una ferrovia lungo il confine con l’Egitto in direzione Sudan, 10.000 case, un ospedale con 300 posti letto e un’università. A questo complesso progetto di rilancio infrastrutturale si dovrebbe aggiungere un piano per lo sviluppo dell’esportazione di energia solare verso la Grecia con la costruzione di una centrale energetica a Jaghbub, nel deserto libico orientale.

A tal proposito, il primo ministro del governo di Tobruk, Abdullah Al-Thinni, in un’intervista all’emittente televisiva Al-Hadath riportata dal Libya Herald, ha dichiarato che l’ingente investimento, frutto di una cordata di investitori cinesi, dovrebbe portare al compimento delle opere in un periodo di soli tre anni con un effettivo impatto sull’economia locale già nel breve periodo.
Il progetto, definito dallo stesso Libya Herald come un ringraziamento della Camera dei Rappresentanti (HoR) alla città di Tobruk, potrebbe avere una significativa rilevanza anche per le relazioni commerciali libiche. Dopo la caduta di Muhammar Gheddafi e l’inizio della guerra civile, sia le imprese sia i lavoratori cinesi impegnati in Libia lasciarono il Paese e, negli anni successivi, il capitale cinese non riuscì a trovare canali d’accesso per il Paese nordafricano. Ad oggi, invece, in linea con un programma di penetrazione imponente in tutto il territorio africano, Pechino potrebbe dare nuova linfa alle relazioni commerciali sino-libiche.

Di riflesso, sul piano interno, questo rinnovato slancio economico della Cirenaica, unito al programma di esportazione petrolifera dai porti della mezzaluna petrolifera, renderebbe Tobruk sempre più centro nevralgico dell’economia del Paese con inevitabili ricadute dal punto di vista politico.

Parallelamente all’indebolimento del Gna, provato dal tentativo di colpo di stato del 14 ottobre e dalle difficoltà strutturali che ne frenano la ripresa economica, il fronte favorevole al governo di Tobruk e al generale Khalifa Haftar sembra, dunque, sempre più ampio. E’ notizia di poche ore fa la visita di Haftar negli Emirati Arabi Uniti per discutere degli sviluppi della situazione libica con il Ministro della Difesa Mohammed al Bowardi. L’incontro risulta tanto più significativo in quanto segue di poche ore la visita ad Abu Dhabi di un altro attore centrale nella vita politica libica: Martin Kobler. L’inviato speciale Onu in Libia, prima di muoversi verso il Cairo per nuovi colloqui con i rappresentanti dell’Unione Africana e della Lega Araba sulla questione libica, ha, infatti, avuto un lungo meeting con il ministro degli Esteri emiratino Anwar Mohammed Gargash.

Durante i colloqui il rappresentante Uae, secondo le agenzie di stampa locali, avrebbe ribadito il pieno sostegno degli Emirati Arabi Uniti all’azione di mediazione delle Nazioni Unite e al governo di accordo nazionale libico, sottolineando, però, la necessità di una soluzione che includa le istanze di tutte le parti libiche.

La debolezza del governo Sarraj si contrappone alla solidità ed al radicamento delle forze di Tobruk e i numerosi attori coinvolti nella contesa libica sembrano schierarsi sempre più a favore di una riconciliazione tra Tripoli e Tobruk per garantire la stabilità politica ed economica della Libia. L’intervento esterno, molto spesso al limite dell’ingerenza internazionale, mira altresì a mantenere un canale di dialogo preferenziale con la futura dirigenza del Paese.

In questo senso si legga il prolificare di meeting a partecipazione variabile sulla questione libica come quello di Parigi di inizio mese o quello previsto nelle prossime settimane in Arabia Saudita dove Riyadh ha già dichiarato di non volere la partecipazione di Qatar e Uae. A fronte di una produzione del petrolio in continua ascesa che potrebbe minare alla base la validità dell’accordo OPEC sul taglio della produzione e di uno Stato Islamico in lento arretramento, la possibilità di una ripresa libica sembra essere ora plausibile. La scelta dell’alleato interno diventa, dunque, per le controparti d’area (ed internazionali) sempre più decisiva per cercare di influire sulla collocazione della Libia nello scacchiere internazionale.

18/10/2016

Libia - Fallito il golpe a Tripoli ma al Sarraj è sempre più debole

di Michele Giorgio – il Manifesto

Ha avuto vita breve, meno di 24 ore, il tentato colpo di stato delle milizie islamiste agli ordini di Khalifa al Ghwell contro il governo di Tripoli sostenuto dall’Onu. Un flop di cui gli abitanti della capitale non si sono neppure resi conto, tanto è stato inconsistente il “golpe”. Al Ghwell, ex premier del governo di salvezza nazionale che ad aprile aveva passato i poteri a Fayez al Sarraj, venerdì notte assieme ad Awad Abdul Saddeq, vice primo ministro del vecchio Congresso nazionale generale (Gnc), Ali Ramali, ex capo della sua guardia presidenziale, e un numero ignoto di miliziani armati, hanno occupato l’hotel Rixos, alcuni edifici governativi e una stazione tv da dove hanno annunciato una «iniziativa storica per salvare la Libia». Hanno detto di essere pronti a rovesciare al Sarraj, accusato di minare l’unità nazionale e di essere una pedina delle potenze straniere. Al Ghwell ha quindi invitato, invano, Abdullah al Thinni, capo del governo di Tobruk, a unirsi a lui per formare un esecutivo di unità nazionale. Il tentativo però è fallito nel giro di poche ore. Non ci sono state le sollevazioni degli apparati militari e delle milizie che i golpisti si attendevano e il controllo è stata ripresa senza grandi problemi dalle forze di Sarraj che ha ordinato l’arresto di al Ghwell e degli altri protagonisti del fallito colpo di stato.

«Il golpe, o meglio il bluff degli islamisti è fallito – ha commentato ieri con ironia Ahmed Wali, consigliere della municipalità di Tripoli – La situazione nella capitale è calma, non sappiamo dove si trovi Khalifa al Ghwell, forse è fuggito da Tripoli». Pare che alla base del tentato “colpo di stato” ci sia il mancato pagamento della milizia a cui si è appoggiato al Ghwell che non veniva più retribuita dal governo intenzionato a sostituirla. L’accaduto in ogni caso ha generato allarme nelle capitali occidentali che con più decisione sostengono al Sarraj. L’inviato Onu per la Libia, Martin Kobler, ha duramente condannato il golpe. La “ministra degli esteri” dell’Ue, Federica Mogherini ha spiegato che «È cruciale che tutte le parti coinvolte lavorino insieme per sostenere l’applicazione dell’accordo politico raggiunto e per sviluppare un processo democratico in cui tutte le parti possano essere rappresentate». Meno interesse ha suscitato il mancato golpe nel mondo arabo dove i media locali hanno dedicato uno spazio minimo alle notizie dalla Libia.

Il mancato putsch ha evidenziato la debolezza di al Sarraj, già boicottato dal governo parallelo di Tobruk e dal potente generale a capo delle forze armate, Khalifa Haftar, che il mese scorso, con la benedizione degli alleati egiziani, ha occupato la zona della Mezzaluna petrolifera sottraendola al controllo di una milizia fedele a Tripoli. Aguila Saleh, falco della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, ripete che l’opposizione al Governo di Accordo Nazionale (Gna) di Tripoli è motivata dalla sfiducia in al Sarraj che non ha la legittimità per guidare il Paese perché non è stato eletto dal popolo. La distanza tra i due governi, che danneggia di più quello sostenuto dall’Onu, si è ulteriormente allargata dopo la conquista dei giacimenti dalle truppe agli ordini di Haftar. E per al Sarraj non è stato un buon segnale la conferenza internazionale che si è tenuta ad inizio del mese a Parigi, alla quale non è stato invitato nessun esponente del governo di Tripoli avvalorando l’impressione di una apertura indiretta al dialogo con Haftar e l’esecutivo di Tobruk.

Anche la mancata vittoria definitiva dell’esercito agli ordini di Sarraj sulle milizie dell’Isis a Sirte, dove si continua a combattere e a morire, ha contribuito ad accrescere lo scetticismo occidentale verso le capacità del primo ministro sponsorizzato dall’Onu e la reale autorità del governo di Tripoli. Si sta facendo strada l’idea di una integrazione di Haftar nel sistema di potere libico, indispensabile per realizzare una vera unità nazionale e riparare al dissesto dell’economia. Il Pil libico è in picchiata ed è opinione diffusa, a cominciare da quella della Banca Mondiale, che l’economia non tornerà a crescere senza l’attuazione di una politica seria e incisiva sull’intero territorio nazionale.

Fonte

14/10/2016

Libia - Sempre meno fiducia nel governo al Sarraj

di Francesca La Bella

Il Governo di Tobruk guidato da Aquila Saleh ha nuovamente fatto mancare la fiducia all’esecutivo di stanza a Tripoli. Secondo le parole del presidente del Parlamento libico la nuova presa di posizione contro il Governo di Accordo Nazionale (Gna) sarebbe motivata dalla sfiducia nel Primo Ministro. Secondo Saleh, infatti, al Sarraj, in quanto non nominato dal popolo libico, non avrebbe la legittimità per guidare il Paese. Parallelamente è di pochi giorni fa la notizia dell’incursione nell’abitazione di Amer Omran, membro della Casa dei Rappresentanti di Tobruk (HoR), e dell’arresto del fratello minore del Parlamentare da parte delle forze di Khalifa Haftar. Secondo Omran, l’operazione sarebbe dovuta al proprio supporto ai negoziati di Skhirat ed ai propri legami con Ibrahim Jadhran e le Guardie petrolifere. Una politica di forte contrapposizione con Tripoli che, a prima vista, potrebbe far presagire un ulteriore allontanamento di Tobruk dalla comunità internazionale che riconosce nel Gna l’unico Governo legittimo. La realtà, però, sembra essere più complessa.

Il sistema di alleanze di Tobruk, infatti, sembra aver acquistato maggiore solidità dopo la conquista dei giacimenti della mezzaluna petrolifera da parte dell’Esercito Nazionale Libico (Lna) guidato da Haftar. Ad inizio ottobre, a Parigi, su iniziativa del Governo francese, si è tenuta una conferenza internazionale sul futuro della Libia alla quale non sono stati invitati nè membri del Gna, nè i rappresentanti dei Paesi del Maghreb e della Lega Araba. Il meeting di Parigi, che ha visto la partecipazione dell’inviato Onu Martin Kobler e di rappresentanti di Francia, Gran Bretagna, Italia, Stati Uniti, Unione Europea, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti (Uae), Qatar e Turchia, è stato per questo duramente criticato in quanto considerato una chiara apertura verso il fronte internazionale favorevole a Tobruk.

Nonostante Brigitte Curmi, ambasciatrice francese in Libia, si sia affrettata a negare qualsiasi ambiguità, ribadendo l’esclusiva legittimità del Gna, e il sostegno francese al processo di unità nazionale avviato a Skhirat, la distanza tra le potenze internazionali e Tripoli non è mai stata così vasta. In quest’ottica, significativa risulta la visita di Al Sarraj in Algeria in concomitanza con il meeting di Parigi e le dichiarazioni dei ministri dei due Paesi a seguito dell’incontro. In evidente contrapposizione con Parigi, durante la conferenza stampa congiunta, Abdel-Qader Mesahel, Ministro algerino per Affari del Magheb, dell’Unione Africana e della Lega Araba, e Mohamed Al-Taher Siyalah, Ministro degli Affari esteri libico, hanno, infatti, annunciato una nuova conferenza sulla questione libica in Niger a fine ottobre che dovrebbe vedere il coinvolgimento di tutti Paesi dell’area.

La mancata sconfitta definitiva dello Stato Islamico che, nonostante le ingenti perdite a Sirte, sembra mantenere un accettabile grado di controllo dell’area ed il progressivo avanzamento delle forze di Haftar, sembrano aver indebolito il sostegno internazionale al Gna. La ripresa delle esportazioni petrolifere, inoltre, obbliga le potenze internazionali ad un maggior riguardo nei confronti di Tobruk e di Haftar. Se, secondo quanto dichiarato ad Istanbul da Mustafa Sanalla, Presidente della compagnia petrolifera nazionale libica (Noc), entro dicembre, nonostante l’accordo per il congelamento della produzione Opec, la produzione libica dovrebbe raggiungere i livelli più alti degli ultimi tre anni, il petrolio libico potrebbe avere nel breve periodo anche un significativo impatto sulle relazioni diplomatiche internazionali. In risposta alla mancata fornitura di greggio all’Egitto da parte saudita a causa del voto favorevole del Cairo alla risoluzione russa su Aleppo, Zyad Daghaim, parlamentare di HoR avrebbe dichiarato che le necessità egiziane potrebbero essere soddisfatte dal petrolio libico. Secondo quanto riportato dal Libya Observer, infatti, il Governo di Tobruk si sarebbe detto disponibile a fornire all’Egitto il greggio necessario dato il sostegno del Cairo alla Cirenaica e al Generale Haftar.

L’apertura verso Tobruk e la necessaria integrazione di Haftar nel futuro Governo libico sarebbero, inoltre, legate al generale dissesto dell’economia libica che, in base ai dati diffusi dalla Banca Mondiale, potrebbe assistere ad una ripresa solo se si dovesse giungere ad un accordo duraturo tra Tripoli e Tobruk. Nel prospetto previsionale di ottobre sull’economia libica, la Banca Mondiale, infatti, evidenzierebbe una condizione in cui il tasso di inflazione in continua ascesa e la svalutazione continua del Dinaro, in connessione con i danni alle infrastrutture a causa della guerra e la crescente disoccupazione, hanno portato ad un crollo inarrestabile del prodotto interno lordo del Paese. Vedendo nella ripresa delle esportazioni la soluzione di breve periodo e nell’economia della ricostruzione e nella diversificazione degli asset il piano di crescita per il medio-lungo periodo, la stessa Banca Mondiale, sottolinea, la necessità imprescindibile di un voto di fiducia di HoR alla Gna. Secondo l’organismo internazionale, infatti, solo questo modo le politiche economiche potrebbero essere messe in atto in maniera coordinata e univoca su tutto il territorio nazionale.


La Banca Mondiale si dimentica casualmente di specificare che le politiche economiche da distribuire coordinatamente su tutto il territorio nazionale dovranno essere improntate all'interesse dei grandi capitali. 

23/08/2016

Libia. Si mette male per il governo di unità nazionale. Tobruk vota contro, l’Egitto lo sostiene

Doccia fredda in Libia sul governo di unità nazionale voluto e creato da una parte delle potenze occidentali. La Camera dei rappresentanti di Tobruk (per anni sede di un altro governo antagonista a quello di Tripoli) ha votato infatti la bocciatura del governo libico. A riferirlo è il giornale Libya Observer.

Sui 101 deputati presenti alla sessione svoltasi a Tobruk, ben: 61 hanno votato contro l'esecutivo di Fayez Al Sarraj, il primo ministro libico designato dall’accordo firmato in Marocco il 17 dicembre dalle varie fazioni libiche insieme all’inviato speciale dell’Onu. Qualcuno tira calci contro la risoluzione approvata dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk. Il vicepresidente della Camera, Ihmid Houmah, denuncia che l'ordine del giorno della seduta di oggi del parlamento di Tobruk "è stato cambiato all'improvviso" e quindi il voto "è illegale", ha dichiarato al sito arabo Al Wasat. Il parlamento libico con sede a Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, non ha ancora votato la fiducia ai ministri del nuovo esecutivo.

Quando ai primi di agosto sono iniziati i raid aerei statunitensi su Sirte, il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk Aguila Saleh, aveva dichiarato a Sky news Arabiya che "Non accettiamo l'intervento straniero richiesto pubblicamente in Libia," ed aveva ribadito che "Le decisioni prese dal governo libico di unità nazionale, che ancora non ha ottenuto la nostra fiducia, sono una violazione della Costituzione e dell'accordo politico".

L’opposizione frontale al governo libico presieduto da Sarraj viene dai deputati fedeli al presidente del parlamento Aguila Saleh, ma soprattutto al generale Khalifa Haftar, autoproclamatosi comandante dell’Esercito nazionale libico (Lna), e all'entità governativa libica "orientale" cioè la Cirenaica. In Cirenaica il gen. Haftar, sostenuto dall'Egitto punta di fatto alla separazione della Libia. Non certo casualmente il presidente egiziano Al Sisi ha confermato ieri l'appoggio egiziano alla Camera dei rappresentanti di Tobruk e al generale Khalifa Haftar.

Fonte

26/01/2016

Libia - Tobruk bocca il governo di Fayez al Sarraj

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Mentre gli Stati Uniti, e anche l’Italia, già scaldano i motori in vista di attacchi in Libia contro l’Isis, dando il via al secondo intervento militare in cinque anni nel Paese nordafricano, ieri la Camera dei Rappresentanti di Tobruk ha negato la fiducia al  governo di accordo nazionale. Hanno votato 104 deputati, 15 per il nuovo governo e 89 contro. Allo stesso tempo con 97 voti favorevoli l’assemblea di Tobruk ha ratificato l’accordo del mese scorso in Marocco per una intesa tra le varie fazioni libiche, congelando però l’articolo 8 che prevede il passaggio dei poteri militari al premier Fayez al Sarraj che ora ha una settimana di tempo per presentare un nuovo governo. Quando un po’ tutti in Occidente, americani in testa, aspettavano il nuovo governo per avere il via libera formale ai bombardamenti, tutto torna in alto mare. Il rischio è che ora salti l’intesa che aveva regalato alla Libia un raro momento di unità nazionale dopo anni di caos totale, guerre tra tribù e conflitti per il controllo delle risorse petrolifere. Una situazione che ha consentito all’Isis di penetrare il Paese in profondità.

Gli Usa scalpitano e nei giorni scorsi il capo di stato maggiore delle forze armate americane, Joseph Dunford, ha detto che un intervento militare è «necessario», sia che il governo libico nasca e chieda il sostegno armato internazionale contro l’Isis, sia che l’esecutivo non veda la luce.

La posizione ufficiale italiana, ripete il ministro degli esteri Gentiloni, è quella di attendere che sia il nuovo governo libico ad invocare l’aiuto (armato) internazionale. Intervistato nel weekend dall’Avvenire, Gentiloni però è stato chiaro nel dire che «se dalle parti libiche non ci sarà alcuna possibilità di pervenire ad un accordo e se la situazione sarà quella di una Somalia a due-trecento chilometri da casa allora l’Italia ha il diritto e il dovere di difendersi e valutare come farlo». Si è anche appreso che dieci giorni fa quattro caccia Amx dell’aeronautica militare italiana sono stati inviati all’aeroporto di Trapani Birgi per “monitorare” la situazione in Libia. Un sito di intelligence ha riferito di un contingente di forze speciali americane, russe, francesi ed anche italiane sarebbero atterrate nel weekend a sud di Tobruk ma la rivelazione non ha trovato alcuna conferma a Roma. In ogni caso la guerra preme alle porte della Libia e neppure il fallimento dell’intesa nazionale sembra poterla impedire.

Era logico attendersi il voto negativo del Parlamento di Tobruk dopo il passo deciso dalle fazioni riunite a dicembre in Marocco di escludere dal comando delle forze armate il generale Khalifa Haftar che appena un anno fa veniva acclamato come il salvatore della Libia dal vicino presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi e da un po’ tutti i governi occidentali. Il nodo è l’articolo 8 dell’accordo del mese scorso. Il testo attribuisce al consiglio di presidenza guidato dal primo ministro Sarraj le funzioni di Comandante supremo dell’Esercito libico, l’incarico desiderato dall’ «uomo forte» che gode sempre di larghi consensi. Assorbito il colpo, Haftar non ha tardato a rispondere, alla sua maniera. I segnali della sua controffensiva erano chiari prima del “no” al nuovo governo da parte del Parlamento di Tobruk. Il presidente dell’assemblea, Aqila Saleh, che appena quattro giorni fa aveva ordinato un’inchiesta parlamentare sulle accuse di corruzione rivolte ad Haftar dal suo ex portavoce, il colonnello Mohamed Hejazi, ieri si è fatto fotografare tra il generale e Ali Qatrani, un oppositore dichiarato dell’intesa in Marocco. Poi è sceso in campo lo stesso Haftar per criticare con toni molto duri l’accordo che lo esautora dalla carica di capo delle forze armate. Haftar ha anche previsto che fra «qualche giorno» verrà «l’annuncio della liberazione» di Bengasi dai jihadisti.

La bocciatura del nuovo governo giunta da Tobruk ha subito riacutizzato tensione e scontri nel Paese. Il ministro della difesa del governo di Tripoli ha chiesto ai dipartimenti civili e militari di attuare una “mobilitazione generale”. Gli abitanti della capitale libica e dei centri vicini dovranno segnalare attività sospette di qualsiasi gruppo radicale. Le missioni diplomatiche inoltre dovranno informare le autorità di polizia sugli spostamenti dei propri funzionari fuori dalla residenza abituale. Altrettanto dovranno fare gli stranieri.

Fonte

22/01/2016

Libia - Puzzle irrisolvibile

di Francesca La Bella

Gli aggiornamenti sulla Libia in questi giorni si rincorrono, e se a inizio settimana è stata ufficialmente annunciata la formazione di un nuovo governo guidato da Fayez al Sarraj, giovedì le agenzie di stampa di tutto il mondo hanno dovuto dare notizia di un attacco dello Stato Islamico nella zona dei terminal petroliferi libici di Ras Lanuf. Secondo fonti locali, i miliziani jihadisti avrebbero nuovamente colpito numerose installazioni petrolifere appiccando il fuoco ad almeno due serbatoi di stoccaggio di greggio. In questo contesto, l’invio di consiglieri militari occidentali (britannici, statunitensi e francesi) in territorio libico non dovrebbe stupire in quanto lineare rispetto ad una scelta di coinvolgimento internazionale sempre maggiore nella questione libica a seguito degli incontri svoltisi a Roma alla fine dell’anno passato.
Il mutamento di rotta che il consesso internazionale avrebbe voluto indurre attraverso la firma dell’accordo a Tunisi tra il governo di Tripoli e Tobruk e la creazione di un governo di unità nazionale sembrano, infatti, scontrarsi con la pressione di numerose forze centrifughe che, prive di punti di convergenza, si sono poste in maniera conflittuale rispetto alle ultime evoluzioni politiche del Paese. Una breve disamina delle forze in campo, pur non potendo essere esaustiva, potrebbe consentire di comprendere, almeno in parte, sia la frammentazione estrema della società libica nel suo complesso sia i numerosi ostacoli che si pongono sulla strada della risoluzione del dramma libico.
Il Governo di Tobruk

Il Governo di Tobruk, unico Governo riconosciuto dalla comunità internazionale sembra essere il primo detrattore del nuovo accordo raggiunto. Secondo diverse fonti locali ed internazionali, due membri del Consiglio presidenziale avrebbero lasciato il negoziato a causa della mancata nomina del generale Khalifa Haftar come Ministro della Difesa del neonato Governo Sarraj. Per quanto la divisione dei ministeri tra la coalizione facente riferimento a Tobruk e quella legata ai gruppi di stanza a Tripoli sia stata bilanciata in modo da accontentare le due parti, sembrano esserci molte resistenze all’accordo e questo potrebbe aprire diversi scenari di frattura. Da un lato il mancato incarico ad Haftar confina uno degli attori fondamentali di questi anni di guerra ad un ruolo marginale, dall’altro le divergenze tra Tobruk e gli attori internazionali lasciano la coalizione internazionale priva di interlocutori preferenziali nel Paese. Se a questo aggiungiamo il legame solido e continuativo tra Haftar e l’Egitto del Generale Abd al Fattah al Sisi, uno degli attori principali della contesa libica e della contrapposizione con lo Stato Islamico e con alcuni gruppi legati a Tripoli, diventa evidente la portata disgregativa di questi ultimi eventi.
Il Governo di Tripol

La coalizione che controlla la capitale libica ha anch’essa posto numerose resistenze rispetto al nuovo Governo Serraj. Varie sono le evidenze di questo distacco: molti dei parlamentari di Tripoli non hanno partecipato alle sedute del negoziato; numerosi sono stati gli inviti a favorire un dialogo Libia-Libia anziché creare a tavolino un Governo supportato dalle Nazioni Unite come dichiarato da Saeed Al Khattali, membro del General National Congress (GNC) libico; il presidente del GCN, Nuri Abu Sahmain, solo pochi giorni fa, ha, infine, dichiarato che, date le riserve sull’iter di nomina di Serraj, difficilmente si sarebbe potuti giungere alla firma dell’accordo.
Da un lato, il Governo di Tripoli, a maggioranza islamica e strettamente connesso alla Fratellanza Musulmana libica, ha espresso i propri timori rispetto al profondo coinvolgimento di attori internazionali al fianco di Tobruk come Egitto ed Emirati Arabi Uniti, lasciando trasparire la sfiducia in un accordo che non nasca genuinamente dall’interno del Paese, ma che venga mediato dall’esterno. Dall’altro, controllando la capitale, il GNC ha la capacità di obbligare il Governo Serraj all’esilio in Tunisia o a prendere sede in altre città della Libia dove, anche a causa dell’avanzare dello Stato Islamico, sempre più difficoltoso è il mantenimento di un adeguato livello di sicurezza.
Lo Stato Islamico

Nonostante sia di più recente apparizione nel contesto libico, negli ultimi mesi, quello che viene considerato il protagonista principale del disastro della Libia è sicuramente lo Stato Islamico. Anche l’accordo per un Governo di unità nazionale, per quanto debole e combattuto da più parti, sembra essere frutto del timore dell’avanza del movimento islamista. Il controllo territoriale di molte aree costiere, la creazione di reti di sostegno con gruppi jihadisti dell’area nord-Africana come Boko Haram (ora ISWA-Islamic State Western Africa) o Morabituon (ala dissidente di AQIM-Al Qaeda nel Maghreb Islamico, confluita nello Stato Islamico), la presunta infiltrazione di militanti nei contingenti migranti verso l’Europa ed ora la distruzione di alcuni terminal petroliferi sono stati i fattori principali del rinnovato interesse internazionale per la questione Libia.
In mancanza di uno Stato centrale capace di mantenere la sicurezza e di garantire i servizi minimi alla popolazione e lunghi anni di guerra che hanno indebolito e quasi distrutto l’economia e la società libica, la propaganda dello Stato Islamico ha attirato molti giovani nelle file delle milizie. In questo senso, l’avanzata nelle aree costiere è solo una delle direttrici di penetrazione del gruppo nel territorio libico e, parallelamente ad essa, si creano piccoli nuclei di affiliati nelle città maggiori e si incrementa il controllo dello Stato Islamico sui porosi confini nazionali. Laddove alla creazione di un Governo di unità non faccia seguito un percorso di riconciliazione nazionale e dei piani di sviluppo per la popolazione, la capacità attrattiva dello Stato Islamico potrebbe non risultarne indebolita. Anche l’eventualità di un attacco armato internazionale potrebbe, in tal senso, incrementare la base di appoggio del gruppo jihadista anziché restringerla.

Tuareg e Tebu

Le due popolazioni occupano una vasta area nel sud della Libia e, in guerra tra loro, contribuiscono alla perdurante instabilità libica. In questa ottica risulta significativo leggere gli eventi contemporanei alla creazione del Governo nazionale che hanno coinvolto Tuareg e Tebu. La scorsa settimana, infatti, dopo alcuni mesi di apparente calma a seguito della firma di un accordo di pace nel novembre 2015, forti scontri hanno interessato la città di Ubari negli stessi giorni in cui rappresentanti dei due gruppi si incontravano nella vicina città di Sebha per discutere lo stato di avanzamento del fragile processo di pace.

A tal proposito, in una delle sue prime dichiarazioni, il Consiglio di presidenza del Governo appena formato, domenica scorsa avrebbe condannato la ripresa dei combattimenti chiedendo la fine immediata delle ostilità e facendo appello alle parti per il rispetto dell’accordo di pace, ma la situazione potrebbe non essere di così semplice risoluzione. Il reciproco scambio di accuse e la denuncia rispetto ad un accordo troppo favorevole ad una delle parti restituisce, infatti, l’immagine di un conflitto radicato che, in un contesto nazionale di profonda divisione e contrapposizione, rischia di trovare nuova linfa per alimentarsi. Per quanto, ufficialmente, il conflitto in atto nel distretto di Ubari sia considerato indipendente rispetto alle più ampie dinamiche nazionali, secondo molti analisti esisterebbe un legame ben definito tra le due popolazioni e le coalizioni principali presenti nel paese: la dirigenza Tuareg sarebbe supportata dalle forze di Tripoli mentre le forze Tebu avrebbero il sostegno di Tobruk e del generale Haftar. La dimensione locale avrebbe, quindi, una portata ben più ampia di quella apparente.

Gli altri attori

Esiste nel contesto libico, infine, una galassia di attori che con le loro attività e le alleanze variabili intraprese a seconda dei diversi contesti, incidono sulla stabilità del Paese. Questi gruppi, di cui il più conosciuto è Ansar al Sharia, movimento islamista legato ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), non sono stati coinvolti nel dialogo nazionale e potrebbero avere un ruolo significativo nella futura messa in atto dell’accordo. Fermi oppositori dello Stato Islamico in città come Derna e Sirte, questi gruppi mantengono le proprie posizioni di contrasto rispetto al Governo centrale ed al coinvolgimento internazionale in territorio libico.

Pur avendo, ad oggi, un ruolo di secondo piano rispetto all’avanzata massiva dello Stato Islamico, questi gruppi, ben radicati a livello territoriale, potrebbero costituire un reale pericolo per la sicurezza di alcune aree qualora riuscissero a stabilire nuove alleanze trasversali e ad aggregare parte della popolazione in funzione di contenimento dello Stato Islamico. D’altra parte, qualora l’intervento del Governo e di altri attori internazionali (come ad esempio l’Egitto) dovesse indirizzarsi contro di loro, potrebbero crearsi le premesse per un avvicinamento sempre maggiori tra gruppi jihadisti con conseguenze di ampia portata sul destino del Paese e sulle condizioni di vita della popolazione.

Fonte

20/08/2015

Rompicapo Libia: la strana legge del silenzio sui decapitati di Sirte

Presentiamo la traduzione di questo interessante articolo, importante anche per capire in quale contesto si muove l’immigrazione clandestina dalla Libia.

Per una migliore comprensione pubblichiamo una mappa dell’attuale controllo del territorio nel Paese nordafricano e ricordiamo che attualmente in Libia - divisa in zone d’influenza dei diversi clan tribali e delle loro milizie- coesistono due differenti governi: uno con sede a Tobruk (“Consiglio dei deputati)”, che gode del riconoscimento internazionale e in particolare degli Stati Uniti e dell’Egitto (il territorio che controlla è quello colorato in rosa nella cartina tratta da Wikipedia) e uno con sede a Tripoli (“Nuovo Congresso generale nazionale”), espressione dei Fratelli Musulmani e appoggiato dal Qatar e dalla Turchia (in verde). Altre zone del Paese sono invece sotto il controllo delle forze tuareg (arancio) e dello Stato Islamico (grigio). Da notare la presenza di gruppi integralisti salafiti che però in Libia, diversamente che altrove, sono in contrasto con i jihadisti. Un rompicapo... (red.)

*****

Nicolás Beau (*)

(Mondafrique)

I dodici uomini decapitati dallo Stato Islamico il 14 agosto a Sirte non hanno ottenuto le prime pagine dei mezzi di comunicazione a causa della presenza di sostenitori di Gheddafi?

Quello che è successo a Sirte per tutta la settimana è davvero inaudito e tuttavia, questa volta, l’opinione pubblica internazionale non ha provato quasi nessun orrore. La città costiera di Sirte, culla del defunto dittatore libico Muhammar Gheddafi, è nelle mani dello Stato Islamico (ISIS) dallo scorso mese di giugno. Venerdì 14 agosto, dopo la preghiera, la decapitazione di dodici uomini da parte dell’ISIS avrebbe dovuto incendiare i mezzi di comunicazione internazionali. Tanto più che questo nuovo crimine dell’ISIS è stato accompagnato per tutta la settimana precedente da violenti combattimenti che hanno causato la morte di quasi 200 persone solo nella città di Sirte.

Queste nuove scosse nel centro del caos libico hanno suscitato solo un modesto comunicato dell’agenzia AFP il venerdì e oltretutto diverse ore dopo i drammatici avvenimenti. Il giorno seguente alle decapitazioni, sabato 15 agosto, sono state diffuse alcune notizie brevi, ma senza analisi, su diversi mezzi di informazione. Perché stavolta questa mancanza di clamore dopo una nuova atrocità dello Stato Islamico?

Gheddafi, il ritorno

Dopo la condanna a morte questa estate di Saif al Islam, il focoso primogenito di Gheddafi, i nuclei della «resistenza verde» che raggruppano i fedeli del defunto leader della Jamahiriya si sono manifestati in diverse città libiche, in particolare a Sirte, Bani Walid, Sebha, Tarkuna e Bengasi. Pochissima eco hanno avuto queste manifestazioni duramente represse a Sirte dai jihadisti dello Stato Islamico e disperse dalle forze di Fajr Libya, le milizie islamiste che occupano, in particolare, le regioni di Trípoli e Misurata.

Ma la settimana scorsa la situazione si è complicata ulteriormente a Sirte. Gli scontri e le esecuzioni di chi manifestava in memoria di Gheddafi si sono moltiplicate. Uno dei capi religiosi della città, lo sceicco Khaled Al-Farjane, appartenente alla grande tribù Al-Farjane che una volta non era totalmente ostile al vecchio potere, ha preso posizione a favore della libertà di espressione. Scelta sbagliata, lo sceicco è stato giustiziato giovedì 13 agosto da alcuni malviventi dello Stato Islamico. Il giorno successivo è scoppiato il grande incendio. Lo Stato Islamico ha arrestato un centinaio di persone e si è dedicato, senza alcun preavviso, al suo sport favorito: la decapitazione di innocenti. Per aggiungere altro orrore i jihadisti hanno finito varie decine di feriti all’ospedale.

Nel cuore del caos politico

Con i tragici avvenimenti di Sirte siamo arrivati al centro della complessità libica. Sul terreno, le fazioni presenti si dividono secondo linee di demarcazione sfumate e fluttuanti. A Sirte le forze dello Stato Islamico approfittano della benevolenza del Governo «islamista» di Tripoli, che se ne guarda bene dallo scontrarsi frontalmente con i jihadisti, essendo felice di disporre di efficaci cani da guardia contro i ribelli incontrollabili. Un’altra sorpresa, anche questa a Sirte e rispetto allo Stato Islamico, è che abbiamo scoperto legami di solidarietà insospettati tra i «salafiti» ostili alla jihad, i rappresentanti delle tribù e i nostalgici del vecchio ordine gheddafista.

In ogni caso è certo che se gli ex baathisti pro-Saddam Hussein sono riusciti a stabilire alleanze in Iraq con lo Stato Islamico, i fedeli di Gheddafi sono in Libia i suoi principali avversari.

Tra persone rispettabili

Nemmeno il Governo legittimo di Tobruk, come quello non riconosciuto di Tripoli, desidera veramente tenere in considerazione la realtà del Paese «reale». A Tobruk nessuno vuole aderire apertamente ai nuclei fedeli al vecchio regime, anche se molti ex gheddafisti lottano a fianco del generale Khalifa Hafter, alleato del Governo legittimo di Tobruk. Ma non è il caso per quest’ultimo di rivendicare una simile alleanza con il diavolo verde, mentre negozia a Ginevra con l’ONU e gli statunitensi. Tra persone rispettabili. Così l’ambasciatore del Governo di Tobruk a Parigi ha deplorato i gravi incidenti di Sirte e ha pianto le vittime ma quasi senza fornire dettagli, con molta fretta di voltare pagina.

Quanto al Governo di Tripoli, non legittimo, che si basa su un movimento «islamista» dai contorni confusi, sembra appoggiare i «salafiti» di Sirte nella loro lotta contro lo Stato Islamico. Così, il martedì le autorità di Tripoli hanno annunciato il lancio di un’«operazione per liberare Sirte». Il ministero della Difesa ha precisato che «i giovani e gli abitanti di Sirte» avrebbero partecipato a questa offensiva appoggiati dall’aviazione. Ma sul terreno nulla indica che le milizie di Tripoli siano disposte ad aiutare gli anti-ISIS, piuttosto il contrario.

(*) Ex collaboratore di Le Monde, Libération e Le Canard Enchainé, Nicolás Beau è stato redattore capo di Bakchich. È professore associato dell’Institut Maghreb (París VIII) e autore di diversi libri, Papa Hollande au Mali, Le vilain petit Qatar, La régente de Carthage (La découverte, Catherine Graciet) e Notre ami Ben Ali (La Découverte con Jean Pierre Tuquoi).

Fonte: http://mondafrique.com/lire/politique/2015/08/18/etrange-omerta-sur-les-decapites-de-syrte

Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo 20\08\2015

Fonte