Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/03/2017

Libia - Tripoli ostaggio dei gruppi armati

di Chiara Cruciati –  Il Manifesto

Fuga o visita istituzionale? A guardare la situazione di caos in Libia, riesplosa con tutto il suo bagaglio di contraddizioni nel fine settimana, sembrerebbe che il premier del governo di unità nazionale (Gna) al-Sarraj sia venuto in Italia non tanto per impegni pregressi quanto per il fuoco sparato contro la base navale di Abu Seta, sede del Consiglio di presidenza (troppo spaventato dalla scarsa legittimità di cui gode e dall’assenza di sicurezza della capitale per insediarsi sulla terraferma di Tripoli).

La stretta di mano immortalata nella foto pubblicata ieri su Twitter dal primo ministro italiano Gentiloni conferma la presenza in Italia, in un momento in cui un premier “normale” dovrebbe restare nel suo paese: oltre all’assalto armato agli uffici galleggianti di al-Sarraj, gli ultimi giorni hanno visto migliaia di persone scendere in piazza contro le milizie armate.

Domenica miliziani legati alle Brigate al-Nawasi (salafiti dell’area tripolina di Suq al-Juma’a che avevano espresso in passato sostegno al Gna tanto da aiutarlo nell’insediamento) hanno assaltato Abu Seta, occupandola per alcune ore. A facilitare loro il compito il controllo che esercitano su al-Jumaa, la zona che si affaccia su Abu Seta.

A monte dell’attacco la rabbia per un comunicato emesso dal Gna che criticava il fuoco sparato (probabilmente da misuratini) contro la manifestazione anti-milizie di venerdì a Tripoli e che annunciava l’apertura di un’inchiesta per individuare i responsabili della sparatoria.

Poco dopo le forze di sicurezza del Gna hanno ripreso la base a seguito di un accordo stretto tra il ministro della Difesa al-Barghathi (inizialmente dato per «rapito») e le Brigate al-Nawasi. Ma l’assalto dice molto dell’incapacità del governo di unità di esercitare effettiva autorità sulla capitale. La scorsa settimana Tripoli era tornata ostaggio di scontri a fuoco tra miliziani legati al Gna e gruppi armati locali, conclusosi in apparenza con un cessate il fuoco.

Una tregua – siglata giovedì e che doveva durare 30 giorni – sopravvissuta il tempo di una notte perché gli scontri sono ripresi quasi subito. Venerdì scorso, in piazza sono scesi migliaia di manifestanti contrari alle milizie di Misurata (blocco islamista dall’alleanza facile, in prima linea a Sirte al fianco del Gna e ora di nuovo in rivolta).

Dalla folla di piazza dei Martiri e piazza Algeria sono partiti alcuni slogan a favore del generale Haftar. Subito sono riecheggiati colpi di armi da fuoco, sparati da mitragliatrici montate su pick-up probabilmente guidate da misuratini, che hanno disperso la folla.

Al fuoco si è unita la protesta ufficiale: parlamentari di Misurata hanno detto di aver sospeso i contatti con il Gna fino a quando non porgerà scuse ufficiali per le manifestazioni anti-islamiste di venerdì. «Quanto successo non è libertà di parola ma incitamento alla violenza contro la città di Misurata», una protesta a parole a cui è seguito domenica l’assalto alla base di Abu Seta.

Dietro sta la longa manus di Khalifa Ghwell, ex primo ministro del governo islamista di Tripoli, sciolto dopo la creazione dell’esecutivo di unità voluto dall’Onu: Ghwell, protagonista negli ultimi mesi di putsch durati poche ore, è più di una mina vagante, continuando a rappresentare e gestire fazioni islamiste capaci di controllare ampi territori e di attuare azioni armate pericolose, come l’attacco fallito al convoglio presidenziale su cui viaggiava al-Sarraj, lo scorso febbraio.

A mischiare ulteriormente le carte ci sono le dichiarazioni di fonti vicino allo stesso Ghwell che all’agenzia araba Asharq al-Awsat avrebbero detto di aver tentato la via di un’intesa con i rivali di Tobruk per destituire al-Sarraj. Una prospettiva avanzata da alcuni media già a gennaio, seppure si scontri con la natura dei rapporti tra l’ex governo tripolino e il ribelle Tobruk, il cui braccio armato – l’Esercito Nazionale libico del generale Haftar – è impegnato da tre anni in una vasta operazione anti-islamista. Secondo Asharq al-Awsat, Ghwell sarebbe pronto a lanciare un’operazione militare contro i quartier generali delle milizie pro-Sarraj.

Al caos sul terreno si aggiunge dunque il caos delle dichiarazioni e del rimescolamento vero o presunto delle alleanze che pare avere come reale obiettivo quello di impedire il raggiungimento di una qualsivoglia intesa capitanata dal Gna.

Al-Sarraj gode solo del consenso internazionale, è privo dell’appoggio a lungo termine delle milizie armate (che cambiano velocemente casacca) e anche di consenso popolare. Per ora a tenerlo in piedi sono Onu e Unione Europea, ma anche il riconoscimento del nuovo attore, la Russia, che punta su al-Sarraj per aprire le porte del Gna ad Haftar.

18/10/2016

Libia - Fallito il golpe a Tripoli ma al Sarraj è sempre più debole

di Michele Giorgio – il Manifesto

Ha avuto vita breve, meno di 24 ore, il tentato colpo di stato delle milizie islamiste agli ordini di Khalifa al Ghwell contro il governo di Tripoli sostenuto dall’Onu. Un flop di cui gli abitanti della capitale non si sono neppure resi conto, tanto è stato inconsistente il “golpe”. Al Ghwell, ex premier del governo di salvezza nazionale che ad aprile aveva passato i poteri a Fayez al Sarraj, venerdì notte assieme ad Awad Abdul Saddeq, vice primo ministro del vecchio Congresso nazionale generale (Gnc), Ali Ramali, ex capo della sua guardia presidenziale, e un numero ignoto di miliziani armati, hanno occupato l’hotel Rixos, alcuni edifici governativi e una stazione tv da dove hanno annunciato una «iniziativa storica per salvare la Libia». Hanno detto di essere pronti a rovesciare al Sarraj, accusato di minare l’unità nazionale e di essere una pedina delle potenze straniere. Al Ghwell ha quindi invitato, invano, Abdullah al Thinni, capo del governo di Tobruk, a unirsi a lui per formare un esecutivo di unità nazionale. Il tentativo però è fallito nel giro di poche ore. Non ci sono state le sollevazioni degli apparati militari e delle milizie che i golpisti si attendevano e il controllo è stata ripresa senza grandi problemi dalle forze di Sarraj che ha ordinato l’arresto di al Ghwell e degli altri protagonisti del fallito colpo di stato.

«Il golpe, o meglio il bluff degli islamisti è fallito – ha commentato ieri con ironia Ahmed Wali, consigliere della municipalità di Tripoli – La situazione nella capitale è calma, non sappiamo dove si trovi Khalifa al Ghwell, forse è fuggito da Tripoli». Pare che alla base del tentato “colpo di stato” ci sia il mancato pagamento della milizia a cui si è appoggiato al Ghwell che non veniva più retribuita dal governo intenzionato a sostituirla. L’accaduto in ogni caso ha generato allarme nelle capitali occidentali che con più decisione sostengono al Sarraj. L’inviato Onu per la Libia, Martin Kobler, ha duramente condannato il golpe. La “ministra degli esteri” dell’Ue, Federica Mogherini ha spiegato che «È cruciale che tutte le parti coinvolte lavorino insieme per sostenere l’applicazione dell’accordo politico raggiunto e per sviluppare un processo democratico in cui tutte le parti possano essere rappresentate». Meno interesse ha suscitato il mancato golpe nel mondo arabo dove i media locali hanno dedicato uno spazio minimo alle notizie dalla Libia.

Il mancato putsch ha evidenziato la debolezza di al Sarraj, già boicottato dal governo parallelo di Tobruk e dal potente generale a capo delle forze armate, Khalifa Haftar, che il mese scorso, con la benedizione degli alleati egiziani, ha occupato la zona della Mezzaluna petrolifera sottraendola al controllo di una milizia fedele a Tripoli. Aguila Saleh, falco della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, ripete che l’opposizione al Governo di Accordo Nazionale (Gna) di Tripoli è motivata dalla sfiducia in al Sarraj che non ha la legittimità per guidare il Paese perché non è stato eletto dal popolo. La distanza tra i due governi, che danneggia di più quello sostenuto dall’Onu, si è ulteriormente allargata dopo la conquista dei giacimenti dalle truppe agli ordini di Haftar. E per al Sarraj non è stato un buon segnale la conferenza internazionale che si è tenuta ad inizio del mese a Parigi, alla quale non è stato invitato nessun esponente del governo di Tripoli avvalorando l’impressione di una apertura indiretta al dialogo con Haftar e l’esecutivo di Tobruk.

Anche la mancata vittoria definitiva dell’esercito agli ordini di Sarraj sulle milizie dell’Isis a Sirte, dove si continua a combattere e a morire, ha contribuito ad accrescere lo scetticismo occidentale verso le capacità del primo ministro sponsorizzato dall’Onu e la reale autorità del governo di Tripoli. Si sta facendo strada l’idea di una integrazione di Haftar nel sistema di potere libico, indispensabile per realizzare una vera unità nazionale e riparare al dissesto dell’economia. Il Pil libico è in picchiata ed è opinione diffusa, a cominciare da quella della Banca Mondiale, che l’economia non tornerà a crescere senza l’attuazione di una politica seria e incisiva sull’intero territorio nazionale.

Fonte

17/10/2016

Libia, ancora scontri a Tripoli. Al Serraj sempre più debole

Sembrava destinato a fallire in poche ore il tentato golpe realizzato durante la notte tra venerdì e sabato in Libia dalle milizie dell’ex premier islamista Khalifa al Ghwell. Ma ancora questa mattina gli islamisti hanno attaccato con armi leggere e lanciarazzi la base navale di Busitta, dove si trova una delle residenze del capo del cosiddetto Governo di Accordo Nazionale, al Serraj, sorretto dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti e dall’Onu. Secondo le informazioni a disposizione l’attacco non avrebbe provocato alcuna vittima.

Conflitti a fuoco sono avvenuti anche in altre zone della città e in queste ore si combatte vicino alla sede della Sesta brigata nell’area di Zawia al Dahamani. La Sesta brigata è guidata da Abdelhakim Belhaj, ex comandante di al Qaeda in Afghanistan, arrestato dalla Cia nel 2004, consegnato a Muammar Gheddafi e poi rilasciato dallo stesso rais nel 2010. Belhaj è stato fra i protagonisti della cosiddetta “rivoluzione” del 2011 a Bengasi. Da Bengasi Belhaj si è poi spostato a Tripoli nel 2012 e ha finora tenuto un basso profilo. Ma ora le sue milizie sono state coinvolte nello scontro tra al Serraj e l’ex premier al Ghwell destituito nel marzo scorso al momento dell’insediamento del nuovo esecutivo patrocinato da numerose potenze desiderose di imporre un certo ordine in una Libia spaccata da quando la Nato, nel 2011, sostenne con una campagna di bombardamenti la ribellione degli islamisti contro il regime di Gheddafi.

Ma la stabilità è lungi dall’essere tornata in Libia e il maldestro golpe di venerdì notte lo dimostra, preoccupando non poco le varie potenze interessate a imporre un ordine necessario a sfruttare adeguatamente il petrolio e il gas del paese.

Le milizie islamiste agli ordini di al Ghwell, del vice primo ministro del disciolto Congresso Nazionale Generale, Awad Abdul Saddeq, dell’ex capo della Guardia Presidenziale Ali Ramali e di altri esponenti del governo di transizione avevano occupato un certo numero di edifici pubblici, tra cui il Consiglio di Stato, e una emittente televisiva dalla quale i golpisti avevano lanciato un loro messaggio ad una nazione che di fatto non esiste più, frammentata com’è in clan, tribù, fazioni dietro le quali operano per interposta persona le varie potenze straniere e le multinazionali energetiche. Al Ghwell, accusando il Governo di Accordo Nazionale di non essere altro che lo strumento delle varie potenze che si spartiscono le ricchezze del paese, ha chiesto ad Abdullah al Thinni, capo del governo parallelo insediato a Tobruk, di unirsi all’iniziativa per destituire al Serraj, ma senza successo. Poi, nel giro di poche ore, la reazione delle milizie lealiste – anch’esse, per lo più, egemonizzate dalle correnti islamiste ed in particolare dai Fratelli Musulmani – ha costretto i golpisti a ritirarsi dalla maggior parte degli edifici precedentemente occupati. Ma il golpe ha lasciato dietro di sé numerosi strascichi, come dimostrano gli scontri armati di oggi, mentre secondo alcune voci al Ghwell avrebbe abbandonato Tripoli.

Quale che sia l’esito finale della sollevazione degli ambienti legati al precedente governo quanto avvenuto dimostra per l’ennesima volta l’estrema debolezza del Governo di Accordo Nazionale imposto dalla maggior parte delle potenze occidentali in Libia e spacciato come la carta risolutiva che avrebbe restituito al paese unità, ordine e stabilità. Anche la giustificazione che il nuovo esecutivo avrebbe rafforzato la lotta contro le milizie del Califfato perde valore visto che, a parecchi mesi dall’inizio dei combattimenti a Sirte e all’impiego non solo delle milizie di al Serraj ma anche dei commando e dei corpi speciali di vari paesi europei e degli Stati Uniti, i jihadisti controllano ancora una parte importante della città ed altre località.

Per non parlare della sfida lanciata lo scorso mese dalle milizie agli ordini del generale Khalifa Haftar e fedeli al parlamento di Tobruk che con una repentina offensiva hanno occupato tutti i terminal petroliferi della Cirenaica, sfidando l’autorità di al Serraj in quella parte del paese e mettendolo in una scomoda posizione rispetto ai propri padrini internazionali. L’inviato dell’Onu per la Libia, Martin Kobler, avrà pure definito il governo di al Serraj “l’unica autorità legittima” del paese, ma la realtà è assai lontana dall’essere tale e di fatto il suo governo controlla poco più di un terzo della Libia.

Fonte

15/10/2016

Golpe islamista in Libia, paese nel caos

Altro che ‘unità nazionale’, il complesso rompicapo costruito a fatica negli ultimi anni dalle varie potenze occidentali e non per dare un minimo di stabilità alla Libia dopo averla letteralmente mandata in pezzi con l’invasione militare del 2011 sembra destinato a fallire. Se finora i principali problemi erano venuti dal governo alternativo insediato in Cirenaica e il cui capo di stato maggiore, generale Haftar, aveva sfidato militarmente le truppe fedeli al governo di accordo nazionale di Tripoli e aveva occupato vari terminal petroliferi, ora sono gli islamisti a tentare di scalzare il premier Fayez al Serraj dal potere.

Durante la notte le milizie islamiste agli ordini dell’ex primo ministro Khalifa al Ghwell hanno realizzato un tentativo di colpo di stato. I miliziani golpisti – affermando in un messaggio televisivo di agire “per la salvezza della Libia” – hanno occupato per alcune ore alcuni ministeri in città, il palazzo del Consiglio di Stato, numerosi edifici amministrativi e una televisione, stabilendo il loro quartier generale all’Hotel Rixos.

Nel corso di una sorta di conferenza stampa i membri dell'ex governo e Congresso libico hanno annunciato il ritorno in carica dei loro organismi, chiedendo a tutti gli impiegati pubblici di fare di nuovo riferimento a loro. Due esponenti della giunta golpista hanno affermato che "il Congresso nazionale è ancora in vigore ed ha ripreso in carico le sue responsabilità costituzionali, legali e politiche".

Nel corso della notte l’islamista al Ghwell ha avvertito Serraj e i suoi ministri che devono considerarsi "sospesi dalle loro funzioni", ha proclamato lo stato d'emergenza ed ha chiesto ad Abdullah al-Thinni, che guida il governo libico di al-Baida, legato al Parlamento ribelle di Tobruk, che non riconosce il governo di al Tripoli, di aderire alla sua iniziativa e di formare insieme a lui un governo di unità nazionale. Ma finora dalla Cirenaica non è giunta alcuna risposta.

Questa mattina, secondo testimoni locali, i miliziani controllavano ancora la zona attorno all’Hotel Rixos e pattugliavano le strade con fuoristrada dotati di mitragliatrici ma avevano dovuto abbandonare la sede del Consiglio di Stato ed altri edifici. Infatti la milizia che “protegge” il Consiglio di Stato e che da sei mesi è senza stipendio aveva deciso in un primo tempo di sostenere il putsch, ma poi si è tirata indietro dopo l’intervento di alcuni notabili fedeli all’attuale capo del Gna.

Durante la notte il Governo di Accordo Nazionale (formato, controllato e sostenuto da Ue e Stati Uniti) si è riunito di urgenza a Tripoli assieme agli esponenti del Consiglio di Stato ed ha ovviamente ordinato l’arresto dei leader della ribellione, a partire da al Ghwell.

Ieri pomeriggio si erano già verificati alcuni scontri armati fra le milizie fedeli ad al Serraj e quelle agli ordini di al Ghwell, ex leader del disciolto Governo di Salvezza Nazionale libico, composto dai Fratelli Musulmani e da altre fazioni islamiste (parte delle quali passate poi a sostenere il nuovo esecutivo di 'accordo nazionale') ma deposto in maniera relativamente incruenta quando gli sponsor occidentali imposero al Serraj nel marzo scorso.

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