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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/05/2017

Elezioni legislative in Algeria: prova generale per le presidenziali del 2019

Un’opinione pubblica indifferente, un dibattito politico spento, partiti che boicotteranno il voto, rivalità per il potere tra i leader delle principali formazioni politiche nazionali: in questo clima si terranno le prossime elezioni legislative in Algeria, giovedì 4 Maggio.

Il presidente della repubblica Abdelaziz Bouteflika – 80 anni di cui 18 alla guida del più grande paese dell’Africa – ha firmato lo scorso 2 Febbraio un decreto per l’elezione dei membri delle due camere del parlamento: il Consiglio della Nazione (Camera Alta con un terzo dei membri di nomina presidenziale) e l’Assemblea Nazionale del Popolo (Camera Bassa). Le ultime legislative del 2012 avevano già provocato numerose polemiche e accuse di brogli. Le urne avevano stabilito la vittoria del Fronte Liberazione Nazionale (FLN insieme al Raggruppamento Nazionale Democratico (RND) che avevano ottenuto 291 seggi (221 il FLN e 70 il RND): la piena maggioranza sui 462 dell’Assemblea Nazionale.

“Le prossime elezioni legislative si svolgeranno in un clima di tensione e di polemiche tra il governo e molti partiti algerini” aveva affermato Abdelmalek Bouchafa leader del Fronte Forze Socialiste (FFS) all’inizio della campagna elettorale. Contrariamente alle elezioni del 2012, infatti, le legislative si terranno in un contesto sociale ed economico particolare. Il calo del prezzo del petrolio ha costretto il governo a misure di austerità con l’aumento dei prezzi di alcuni generi di prima necessità. Pur di preservare la pace sociale, con una situazione già abbastanza esplosiva e difficile, il governo del primo ministro Abdelmalek Sellal ha mantenuto un sistema di sovvenzioni e aiuti di stato per gli strati più poveri della popolazioni che costano oltre 10 miliardi di dollari all’anno.

Nonostante i sussidi statali, le tensioni esistono e sono sempre più accentuate. La riduzione dei proventi delle esportazioni, il deficit della bilancia commerciale e dei pagamenti, la riduzione delle riserve in valuta estera hanno comunque dimezzato in pochi anni il valore del dinaro algerino.

Piccole rivolte e manifestazioni di protesta sono oramai quotidiane in Algeria. Molte ONG internazionali si sono mobilitate per denunciare l'attacco alla “libertà di stampa” del governo algerino e decine di giornalisti, autori televisivi, comici, artisti e pezzi della società civile algerina si sono attivati, e lo sono ancora, per protestare contro questi arresti.

Un ultimo elemento di crisi è l'ascesa dell'islamismo radicale tra i giovani algerini: secondo l'intelligence ci sarebbero circa 800 giovani sul territorio nazionale sospettati di essere affiliati a qualche organizzazione estremista: dall’AQMI (Al Qaida nel Maghreb), al Gruppo Islamico Armato (GIA) o allo stesso Daesh.

La maggiore incognita, più che l'esito del voto in sé, è rappresentata dall'affluenza: alle ultime elezioni del 2012 era stata pari al 43%. Il governo lo ha capito e negli ultimi mesi, anche a causa delle pressioni internazionali, ha utilizzato qualsiasi mezzo per tentare di convincere gli algerini ad andare a votare. Gli ultimi sondaggi sulle intenzioni di voto, condotti dal quotidiano Al Watan, danno una percentuale al di sotto del 30%: una soglia che significherebbe che l’Assemblea non avrebbe più alcuna rappresentatività della reale situazione politica del paese.

“Molti algerini” – ha dichiarato sul quotidiano La Liberté Louisa Hanoune, segretario del PT, Partito dei Lavoratori (sinistra algerina) – si sentono traditi dalla politica dopo che il presidente della Repubblica è stato eletto per il suo quarto mandato, pur essendo gravemente malato, senza fare campagna elettorale”.

Riguardo alla precedenti elezioni presidenziali ed alle successive tensioni per le passate votazioni legislative, i partiti politici algerini, infatti, hanno assunto posizioni differenti.

Quelli dell’opposizione democratica come Talaie El Hourryat (TH), guidato dall’ex primo ministro Ali Benflis fuoriuscito dal FLN, o il partito democratico Jil Jadid (JJ) hanno annunciato la loro intenzione di boicottare le elezioni. “Il boicottaggio” – secondo Benflis – “è l’unico strumento per dimostrare la mancanza di democrazia in Algeria”.

Al contrario i partiti islamisti, consapevoli del loro crollo nelle ultime elezioni del 2012, tentano di presentarsi sotto il cappello del Movimento Società Pace (MSP), partito islamista erede del FIS, e del suo leader Abderazzak Makri. Dello stesso indirizzo i partiti progressisti rappresentati dal Fronte Forze Socialiste (FFS) e dal Partito dei Lavoratori. In una recente intervista la segretaria del Partito del Lavoratori (PT), Hanoune, ha affermato che “nonostante i brogli elettorali e la diminuzione di garanzie democratiche, è sempre importante essere presenti nell’arena politica, in maniera da mostrare alla popolazione il proprio punto di vista, le proprie idee ed il proprio programma politico”.

Un totale di oltre 23 milioni di elettori algerini chiamati ad esprimere le proprie preferenze in oltre 4700 seggi. Elezioni legislative che, in realtà, si prefigurano come una prova generale per le elezioni presidenziali del 2019: la vera partita per il potere in Algeria.

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17/10/2016

Libia, ancora scontri a Tripoli. Al Serraj sempre più debole

Sembrava destinato a fallire in poche ore il tentato golpe realizzato durante la notte tra venerdì e sabato in Libia dalle milizie dell’ex premier islamista Khalifa al Ghwell. Ma ancora questa mattina gli islamisti hanno attaccato con armi leggere e lanciarazzi la base navale di Busitta, dove si trova una delle residenze del capo del cosiddetto Governo di Accordo Nazionale, al Serraj, sorretto dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti e dall’Onu. Secondo le informazioni a disposizione l’attacco non avrebbe provocato alcuna vittima.

Conflitti a fuoco sono avvenuti anche in altre zone della città e in queste ore si combatte vicino alla sede della Sesta brigata nell’area di Zawia al Dahamani. La Sesta brigata è guidata da Abdelhakim Belhaj, ex comandante di al Qaeda in Afghanistan, arrestato dalla Cia nel 2004, consegnato a Muammar Gheddafi e poi rilasciato dallo stesso rais nel 2010. Belhaj è stato fra i protagonisti della cosiddetta “rivoluzione” del 2011 a Bengasi. Da Bengasi Belhaj si è poi spostato a Tripoli nel 2012 e ha finora tenuto un basso profilo. Ma ora le sue milizie sono state coinvolte nello scontro tra al Serraj e l’ex premier al Ghwell destituito nel marzo scorso al momento dell’insediamento del nuovo esecutivo patrocinato da numerose potenze desiderose di imporre un certo ordine in una Libia spaccata da quando la Nato, nel 2011, sostenne con una campagna di bombardamenti la ribellione degli islamisti contro il regime di Gheddafi.

Ma la stabilità è lungi dall’essere tornata in Libia e il maldestro golpe di venerdì notte lo dimostra, preoccupando non poco le varie potenze interessate a imporre un ordine necessario a sfruttare adeguatamente il petrolio e il gas del paese.

Le milizie islamiste agli ordini di al Ghwell, del vice primo ministro del disciolto Congresso Nazionale Generale, Awad Abdul Saddeq, dell’ex capo della Guardia Presidenziale Ali Ramali e di altri esponenti del governo di transizione avevano occupato un certo numero di edifici pubblici, tra cui il Consiglio di Stato, e una emittente televisiva dalla quale i golpisti avevano lanciato un loro messaggio ad una nazione che di fatto non esiste più, frammentata com’è in clan, tribù, fazioni dietro le quali operano per interposta persona le varie potenze straniere e le multinazionali energetiche. Al Ghwell, accusando il Governo di Accordo Nazionale di non essere altro che lo strumento delle varie potenze che si spartiscono le ricchezze del paese, ha chiesto ad Abdullah al Thinni, capo del governo parallelo insediato a Tobruk, di unirsi all’iniziativa per destituire al Serraj, ma senza successo. Poi, nel giro di poche ore, la reazione delle milizie lealiste – anch’esse, per lo più, egemonizzate dalle correnti islamiste ed in particolare dai Fratelli Musulmani – ha costretto i golpisti a ritirarsi dalla maggior parte degli edifici precedentemente occupati. Ma il golpe ha lasciato dietro di sé numerosi strascichi, come dimostrano gli scontri armati di oggi, mentre secondo alcune voci al Ghwell avrebbe abbandonato Tripoli.

Quale che sia l’esito finale della sollevazione degli ambienti legati al precedente governo quanto avvenuto dimostra per l’ennesima volta l’estrema debolezza del Governo di Accordo Nazionale imposto dalla maggior parte delle potenze occidentali in Libia e spacciato come la carta risolutiva che avrebbe restituito al paese unità, ordine e stabilità. Anche la giustificazione che il nuovo esecutivo avrebbe rafforzato la lotta contro le milizie del Califfato perde valore visto che, a parecchi mesi dall’inizio dei combattimenti a Sirte e all’impiego non solo delle milizie di al Serraj ma anche dei commando e dei corpi speciali di vari paesi europei e degli Stati Uniti, i jihadisti controllano ancora una parte importante della città ed altre località.

Per non parlare della sfida lanciata lo scorso mese dalle milizie agli ordini del generale Khalifa Haftar e fedeli al parlamento di Tobruk che con una repentina offensiva hanno occupato tutti i terminal petroliferi della Cirenaica, sfidando l’autorità di al Serraj in quella parte del paese e mettendolo in una scomoda posizione rispetto ai propri padrini internazionali. L’inviato dell’Onu per la Libia, Martin Kobler, avrà pure definito il governo di al Serraj “l’unica autorità legittima” del paese, ma la realtà è assai lontana dall’essere tale e di fatto il suo governo controlla poco più di un terzo della Libia.

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15/10/2016

Golpe islamista in Libia, paese nel caos

Altro che ‘unità nazionale’, il complesso rompicapo costruito a fatica negli ultimi anni dalle varie potenze occidentali e non per dare un minimo di stabilità alla Libia dopo averla letteralmente mandata in pezzi con l’invasione militare del 2011 sembra destinato a fallire. Se finora i principali problemi erano venuti dal governo alternativo insediato in Cirenaica e il cui capo di stato maggiore, generale Haftar, aveva sfidato militarmente le truppe fedeli al governo di accordo nazionale di Tripoli e aveva occupato vari terminal petroliferi, ora sono gli islamisti a tentare di scalzare il premier Fayez al Serraj dal potere.

Durante la notte le milizie islamiste agli ordini dell’ex primo ministro Khalifa al Ghwell hanno realizzato un tentativo di colpo di stato. I miliziani golpisti – affermando in un messaggio televisivo di agire “per la salvezza della Libia” – hanno occupato per alcune ore alcuni ministeri in città, il palazzo del Consiglio di Stato, numerosi edifici amministrativi e una televisione, stabilendo il loro quartier generale all’Hotel Rixos.

Nel corso di una sorta di conferenza stampa i membri dell'ex governo e Congresso libico hanno annunciato il ritorno in carica dei loro organismi, chiedendo a tutti gli impiegati pubblici di fare di nuovo riferimento a loro. Due esponenti della giunta golpista hanno affermato che "il Congresso nazionale è ancora in vigore ed ha ripreso in carico le sue responsabilità costituzionali, legali e politiche".

Nel corso della notte l’islamista al Ghwell ha avvertito Serraj e i suoi ministri che devono considerarsi "sospesi dalle loro funzioni", ha proclamato lo stato d'emergenza ed ha chiesto ad Abdullah al-Thinni, che guida il governo libico di al-Baida, legato al Parlamento ribelle di Tobruk, che non riconosce il governo di al Tripoli, di aderire alla sua iniziativa e di formare insieme a lui un governo di unità nazionale. Ma finora dalla Cirenaica non è giunta alcuna risposta.

Questa mattina, secondo testimoni locali, i miliziani controllavano ancora la zona attorno all’Hotel Rixos e pattugliavano le strade con fuoristrada dotati di mitragliatrici ma avevano dovuto abbandonare la sede del Consiglio di Stato ed altri edifici. Infatti la milizia che “protegge” il Consiglio di Stato e che da sei mesi è senza stipendio aveva deciso in un primo tempo di sostenere il putsch, ma poi si è tirata indietro dopo l’intervento di alcuni notabili fedeli all’attuale capo del Gna.

Durante la notte il Governo di Accordo Nazionale (formato, controllato e sostenuto da Ue e Stati Uniti) si è riunito di urgenza a Tripoli assieme agli esponenti del Consiglio di Stato ed ha ovviamente ordinato l’arresto dei leader della ribellione, a partire da al Ghwell.

Ieri pomeriggio si erano già verificati alcuni scontri armati fra le milizie fedeli ad al Serraj e quelle agli ordini di al Ghwell, ex leader del disciolto Governo di Salvezza Nazionale libico, composto dai Fratelli Musulmani e da altre fazioni islamiste (parte delle quali passate poi a sostenere il nuovo esecutivo di 'accordo nazionale') ma deposto in maniera relativamente incruenta quando gli sponsor occidentali imposero al Serraj nel marzo scorso.

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09/10/2016

Marocco - Gli islamisti invono le elezioni ma perdono terreno

In pochi alle urne e alla fine vincono per un soffio gli islamisti: è il risultato delle elezioni legislative marocchine di ieri, un mix di bassa affluenza, rassegnazione e scarsa capacità dei partiti a mobilitare la popolazione. Secondo i dati del Ministero degli Interni, ieri ha votato il 43% degli aventi diritto: a boicottare le urne sarebbero stati soprattutto i più giovani, che imputano alla pochezza delle politiche del governo precedente una più generale incapacità a risolvere i problemi del paese.
 
Non a caso a far traballare il premier uscente Abdelilah Benkirane e il suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (il Pjd, al governo dalle rivolte del 2011 a cui la monarchia rispose con alcune concessioni politiche e il trasferimento di una serie di poteri al parlamento) sono state proprio le politiche socio-economiche, l’elevata disoccupazione giovanile (che in alcuni casi si traduce in radicalizzazione islamista, sarebbero circa mille i marocchini unitisi alle file dell’Isis tra Siria e Iraq), l’alto livello di corruzione, il congelamento delle assunzioni nel settore pubblico e dei sussidi per le classi povere.

Nel mirino soprattutto una controversa riforma delle pensioni che ha innalzato l’età pensionabile e i contributi da parte del lavoratore. Alla fine, però, Benkirane ha ottenuto il secondo mandato che cercava, nonostante la perdita di consensi nelle aree rurali del paese.

Secondo i primi dati pubblicati dal Ministero degli Interni, con il 90% dei voti scrutinati, il Pjd ha ottenuto 99 seggi su 395 mentre gli avversari del Pam (Partito dell’Autenticità e della Modernità, liberali vicini al re) 80, in crescita rispetto al parlamento uscente quanto ne occupava 67. Il resto dei seggi si divide tra partiti minori, socialisti, comunisti, indipendenti, salafiti, aprendo di nuovo alla necessità di una coalizione di governo come accaduto nei cinque anni precedenti.

Nessuna maggioranza assoluta, nessun partito chiaramente vincitore e una promessa: sia il Pam che il Pjd avevano prima delle elezioni allontanato la possibilità di formare una coalizione insieme. Ora spetterà al re, Mohammed VI, il vero detentore del potere in Marocco, di nominare il premier e quindi il governo.

Non sono mancati gli screzi tra i partiti in corsa: il Pjd ha sollevato dubbi sulla trasparenza delle elezioni in alcuni seggi parlando di frodi e truffe a favore del Pam, che ribatte accusando gli avversari di 50 denunce mosse per irregolarità a Tangeri.

18/04/2016

Svezia: paragona Israele ai nazisti, ministro costretto a dimettersi

In Svezia si è dovuto dimettere il ministro che aveva paragonato gli israeliani ai nazisti. Il primo ministro svedese Stefan Löfven ha confermato che Mehmet Kaplan, ministro per la casa, lo sviluppo urbano e le nuove tecnologie, ha rassegnato le sue dimissioni in seguito alle polemiche scoppiate per la diffusione nel fine settimana di un video, risalente al 2009, in cui criticava la politica israeliana nei confronti della Palestina, arrivando a fare dei paragoni con la Germania nazista (non nuovi, del resto, anche tra gli stessi dissidenti israeliani).

Mehmet Kaplan, che ha origini turche (è nato nel 1971 a Gaziantep, a pochi chilometri dal confine con la Siria), è membro del Partito Verde svedese, ed è stato portavoce del Consiglio Islamico del paese nordico ed ha fondato il gruppo “pacifista” ‘Musulmani svedesi per la pace e la giustizia’.

Nel corso di una intervista concessa a un quotidiano turco, Kaplan ha affermato che è naturale che la Svezia riconosca lo Stato di Palestina, e che “se Allah vuole, i territori occupati saranno liberati e Gerusalemme Est diventerà la capitale della Palestina”, sottolineando la necessità che Israele sia obbligato a siglare un vero trattato di pace con i palestinesi.

Kaplan ha partecipato nel 2010 alla Freedom Flotilla, una spedizione internazionale di solidarietà nei confronti della popolazione assediata da Israele nella Striscia di Gaza nel tentativo di portare beni di prima necessità agli abitanti stremati dell’enclave palestinese. Ma il 31 maggio del 2010 le forze speciali attaccarono le sei imbarcazioni che formavano la flottiglia ed uccisero 9 membri dell’ong islamista turca IHH.

Da allora le sue priorità politiche sembrano decisamente aver virato dal pacifismo e dalla solidarietà verso il sostegno alla versione jihadista dell’Islam politico. Il Primo Luglio del 2014, nel corso di una conferenza, ha paragonato i giovani musulmani svedesi che vanno a combattere con le formazioni islamiste in Siria contro il governo di Damasco a quegli svedesi che, volontariamente, scelsero di combattere insieme ai nazionalisti e all’estrema destra finlandese contro l’Armata Rossa sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale.

Negli ultimi tempi contro di lui sono aumentate le accuse di ‘islamismo radicale’ e quest’anno è stato accusato di avere legami con alcuni gruppi turchi jihadisti e ultranazionalisti. Kaplan è ad esempio accusato di intrattenere relazioni stabili con il gruppo turco Millî Görüş, una organizzazione di estrema destra di ideologia islamista. Da almeno due anni le associazioni curde, armene e turche progressiste operanti in Svezia e molti suoi colleghi di partito o di governo accusano esplicitamente Kaplan di essere un agente del presidente turco Erdoğan e un islamista radicale che per lungo tempo ha mascherato la sua vera identità infiltrandosi negli ambienti progressisti.

Poi, il 14 aprile scorso, il quotidiano Aftonbladet ha pubblicato delle foto che ritraevano Kaplan seduto ad un tavolo insieme ad alcuni noti esponenti dei Lupi Grigi, un gruppo neofascista turco responsabile di numerosi attentati terroristici, e con Barbaros Leylani, noto per aver tenuto dei comizi a Stoccolma nel corso dei quali invitava i turchi a svegliarsi e ad uccidere “quei cani degli armeni”.

Ma è solo quando un giornale ha reso pubblico un suo video, risalente al 2009 in cui paragona gli israeliani ai nazisti che il capo del governo ne ha chiesto e ottenuto le dimissioni, su pressione dello Stato di Israele e dell’ambasciatore di Tel Aviv. Precedentemente, invece, le sue pericolose relazioni con gli ambienti ultranazionalisti ed islamisti turchi non sembrava rappresentare un problema degno di attenzione...

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22/10/2015

Siria. La Russia martella i jihadisti e aumenta il pressing sui loro sponsor

L’intervento russo in Siria continua a suscitare novità non indifferenti nel quadro mediorientale. Come il viaggio a sorpresa del leader siriano Bashar Assad a Mosca, il primo da quando nel 2011 il paese venne scosso da una guerra civile combattuta per procura anche da numerose potenze mondiali e regionali grandi e piccole. Il viaggio che ha portato Assad a Mosca rappresenta inoltre una provocatoria (nei confronti dell’Occidente, ovviamente) violazione delle sanzioni imposte da Usa e Ue al regime di Damasco.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha parlato di una «visita di lavoro» durante la quale «i due leader hanno discusso la lotta contro i gruppi terroristici, la continuazione dei raid russi e i piani militari siriani». Putin ha anche espresso «preoccupazione» per gli almeno 4000 ex cittadini sovietici presenti nei ranghi dei gruppi ribelli in Siria: «Non possiamo permettere che adoperino contro la Russia l’esperienza militare e l’indottrinamento ideologico che hanno maturato».

Secondo una trascrizione fornita dal Cremlino, Putin si è rivolto ad Assad chiamandolo «amico» e aggiungendo che «la Russia è pronta a contribuire non solo con l’azione militare ma anche al processo politico per portare pace alla Siria».

Di fatto l’intervento russo ha non solo rilegittimato Assad a livello internazionale ma ha anche imposto alle potenze regionali che sostengono i ribelli islamisti – Stato Islamico ed Al Qaeda compresi – ma anche agli Stati Uniti e all’Unione Europea di dichiararsi disponibili alla permanenza al potere dell’attuale leader anche nel corso della transizione che pure Mosca – e lo stesso governo siriano – prevedono a chiusura (almeno si spera) della guerra civile in corso ormai da quasi cinque anni.

Né Putin né il regime negano che si dovrà andare ad una trattativa per dirimere gli opposti interessi delle parti in lotta all’interno del paese e soprattutto del contenzioso aperto in Siria da numerose potenze straniere. Ma mentre fino all’inizio dei bombardamenti di Mosca sui territori controllati dai jihadisti le petromonarchie, la Turchia e Washington, insieme ad alcuni governi europei, puntavano alla semplice rimozione violenta del regime capeggiata da Assad conseguente ad una vittoria militare delle fazioni cosiddette ribelli, oggi i vari burattinai dei gruppi armati islamisti e jihadisti devono riconoscere che quell’ipotesi non è realistica e che al tavolo della trattativa dovranno sedersi anche il governo di Damasco, quello iraniano e quello russo. Un cambiamento non da poco. Addirittura il sempre più debole e criminale regime turco si sarebbe convinto ad aprire ad un “periodo interinale di sei mesi” durante il quale Assad potrebbe restare al potere prima della formazione di un governo di transizione.

Sul fronte delle operazioni militari, però, le cose non stanno andando esattamente come previsto. Anche se l’offensiva di terra ha permesso alle truppe governative e a quelle di Hezbollah e iraniane di riconquistare alcuni villaggi intorno ad Aleppo e di far diminuire l’intensità dell’assedio jihadista sulla città parzialmente occupata dai ‘ribelli’ e sulle roccaforti del regime – Damasco e Latakia – è anche vero che le linee dello Stato Islamico, di Al Nusra, dell’Esercito della Conquista e di altri gruppi combattenti reggono. D’altronde i cosiddetti ‘ribelli’ sono pesantemente armati e riescono spesso a mettere in difficoltà i carri armati e i blindati lealisti con sofisticate armi anticarro gentilmente fornite dai loro padrini di Riad. Proprio nelle ultime ore la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha denunciato che i fondamentalisti continuano a ricevere attrezzature belliche e sostegno dall’estero: "Abbiamo anche informazioni che i gruppi terroristici continuano a ricevere spedizioni di attrezzature e forze vive dall'estero, questa è una tendenza molto pericolosa (…) Tali fatti ci costringono a ritornare sulla questione di quanto uno o l'altro dei lati coinvolti negli eventi siriani e nella risoluzione del conflitto siriano sia implicato nel finanziamento e supporto tecnico dei gruppi armati anti-governativi".

L’aviazione militare russa ha intensificato i raid sulle regioni di Hama, Idlib, Latakia, Aleppo e Deir ez-Zor nel tentativo di stroncare la resistenza delle milizie fondamentaliste, portandoli da 60 a 80 al giorno. Ma i bombardamenti difficilmente riescono ad andare a segno ed in zone altamente popolate spesso causano un elevato numero di vittime civili il cui bilancio reale viene ovviamente gonfiato dai gruppi ribelli siriani protetti da Washington e dalle varie potenze regionali con l’intento di scatenare le opinioni pubbliche internazionali contro quella che i padrini della guerra civile siriana ritengono una indebita invasione di campo.

Mosca, che ha smentito il bombardamento di un ospedale da campo nella località di Sarmin e l’uccisione di 13 civili, ha anche negato l’utilizzo di ‘bombe a grappolo’ denunciato invece dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani e da altre presunte ong, molte delle quali sono in realtà solo sigle che fanno riferimento al variegato arcipelago dei gruppi ribelli sostenuti da Washington e dalle petromonarchie.

Ma ora anche il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha affermato che i raid aerei russi in Siria stanno rendendo più difficili le operazioni di soccorso umanitario dei civili che soffrono le conseguenze dei combattimenti.

Se su un fronte la Russia intensifica i bombardamenti e fornisce copertura alle operazioni di terra dell’esercito siriano contro i ribelli delle diverse famiglie islamiste nell’ovest e nel nord della Siria, dall’altra il Cremlino è impegnato in una fitta rete di negoziati e contatti con tutti gli attori della vicenda siriana.

“Non si erano mai tanto telefonati e visti come in questi giorni” scrive una nota dell’agenzia Askanews, rendendo bene il fitto scambio di relazioni intessute da Putin mentre i suoi bombardieri martellano i riferimenti locali dei paesi citati, Usa, Arabia Saudita, Turchia in particolare. E per venerdì prossimo è previsto anche un incontro a Vienna per i rispettivi ministri degli Esteri. Mosca ha inviato i propri emissari più volte anche in Israele, tentando con le minacce e con le promesse di tenere Tel Aviv fuori dalla contesa.

Ieri Putin ha prima avuto un lungo colloquio telefonico con il presidente turco Erdogan, e poi con il sovrano saudita Salman bin Abdulaziz Al Saud e quello della Giordania Abdullah II, e poi ancora con il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. Dopodiché il Cremlino ha annunciato che il ministro degli Esteri di Mosca Sergei Lavrov e il Segretario di Stato americano John Kerry si vedranno il 23 ottobre a Vienna per discutere del futuro della Siria con i colleghi di Turchia e Arabia Saudita.

Il braccio di ferro tra le varie potenze si incentra per ora sulla presenza in scena di Bashar Assad. Per ora Mosca non parla di un'uscita dai giochi del leader siriano, ed anzi il viaggio a Mosca sembra volerlo legittimare di fronte ai vari contendenti. Compresi gli Stati Uniti che hanno appena siglato con i rappresentanti russi un accordo per la sicurezza nei cieli siriani dove si incrociano ormai sempre più spesso i caccia di Washington e Mosca.

Ora molto dipenderà da come andrà l’incontro al vertice di venerdì. Una fonte del ministero degli Esteri russo ha detto che Mosca non è contraria al fatto che altri Paesi si uniscano alla riunione prevista in Austria. Tuttavia balza all'occhio l'assenza di Iran e Qatar, che sono parte in causa nel conflitto su fronti opposti.

Addirittura il ministro degli Esteri del Qatar, Khalid al Attiyah in queste ore non ha escluso un'invasione militare della Siria, come aveva fatto alcune settimane fa il regime saudita dopo l’inizio dei raid russi. "Insieme con i nostri fratelli sauditi e la Turchia non escludiamo alcuna ipotesi di difendere il popolo siriano", ha detto in un'intervista alla Cnn araba il dirigente qatariota.

Da parte loro gli iraniani sono ampiamente coinvolti nel centro di comando che da Baghdad coordina l’azione contro lo Stato Islamico in Iraq. Oggi Mosca ha inoltre lasciato aperta l'ipotesi di un prestito da ben 5 miliardi dollari per infrastrutture e ricerca geologica per Teheran, un modo per rafforzare ulteriormente l'asse russo-iraniano.

Di certo Mosca ha ottenuto una legittimazione a tutto campo del proprio ruolo internazionale, anche in Medio Oriente, teatro dal quale negli ultimi decenni la Russia era stata completamente estromessa. Col risultato che quell’isolamento politico, diplomatico, commerciale e militare imposto alla Federazione Russa dopo la reazione di Mosca al golpe filoccidentale andato in scena in Ucraina nel febbraio del 2014 si sta se non rompendo per lo meno allentando.

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20/10/2015

Libia - Tobruq boccia piano ONUpe rgoverno di unità nazionale

Il piano proposto dall’Onu lo scorso 9 ottobre per un governo di unità nazionale in Libia si sta rivelando un mezzo fiasco. Dopo le perplessità espresse dal governo islamista di Tripoli, infatti, ieri è arrivata la bocciatura anche dal parlamento di Tobruq, quello riconosciuto dalla comunità internazionale. “Una maggioranza di parlamentari è contraria alla proposta dell’Onu per cui non la voteremo” ha dichiarato all’Afp il deputato Ali Tekbali. L’indiscrezione di Tekbali è stata confermata anche dall’Agenzia stampa ufficiale Lana.

Eppure l’inviato delle Nazioni Unite in Libia, Bernadino Leon, era apparso fiducioso quando, ad inizio mese, aveva presentato la sua proposta. Per comprendere le difficoltà che ha la diplomazia nell’intervenire nello stato nord africano bisogna tenere presente che dall’anno scorso la Libia ha due governi rivali: uno islamico a Tripoli e l’altro riconosciuto dalla comunità internazionale a Tobruk. In questo contesto, è facile capire perché i tentativi di “pacificare” diplomaticamente il Paese siano estremamente complicati e si siano rivelati finora fallimentari. Eppure questa volta, nonostante lo scetticismo intorno alla squadra di governo proposta dall’inviato Onu, si sperava che il risultato potesse essere diverso e che davvero si potesse giungere alla fine delle ostilità tra Tripoli e Tobruq provando così a ricomporre (almeno parzialmente) le tensioni che lacerano il Paese devastato dalle bombe Nato e da centinaia di milizie armate più o meno islamiche.

Oltre al premier Fayyez es-Serraj di Tobruq, il piano di Leon aveva individuato tre vice-primi ministri (rispettivamente provenienti dall’est, sud e ovest del Paese) che avrebbero dovuto far parte del Consiglio di presidenza. La composizione dell’esecutivo, specchio delle divisioni che regnano in Libia, era stato accolto favorevolmente dalla rappresentante degli Esteri dell’Unione europea, Federica Mogherini, che aveva anche promesso al neo-esecutivo uno stanziamento di cento milioni di euro.

Un’intesa tra i due governi rivali resta fondamentale in un Paese dove, caduto il rais al-Gheddhafi, proliferano gruppi legati in qualche misura all’Isis (o che millantano una affiliazione al califfo al-Baghdadi) e dove il traffico di esseri umani è ormai diventato uno dei principali business delle bande e delle fazioni in lotta. Un accordo che appare fondamentale soprattutto per gli europei che gioiscono al solo pensiero di non ricevere più sulle loro coste ondate di migranti africani dalla sponda sud del Mediterraneo (già basta la grana dei rifugiati provenienti da est). Traversate rischiose durante le quali migliaia di essere umani hanno perso la vita. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) stima che dall’inizio dell’anno siano circa tremila le persone morte nel Mediterraneo in quelle che politici e stampa occidentali si ostinano a chiamare “tragedie”, quasi fossero calamità naturali e non la logica e diretta conseguenza di politiche predatorie europee e statunitensi in terra libica e, più in generale, in terra africana.

Il rifiuto di ieri del governo di Tobruq mostra per l’ennesima volta quanto sia irrilevante l’Onu in Libia perfino tra i “suoi uomini” in loco e come, di conseguenza, siano apparse esagerate, se non ridicole, le sue minacce. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva infatti promesso sanzioni a coloro che “bloccano il processo di pace in Libia”. Resta ora da capire se la comunità internazionale dalle parole passerà ai fatti o, come appare più credibile, non compierà alcun atto di ritorsione.

Mentre la diplomazia si muove con difficoltà, nel Paese si continua a morire. Cinque persone sono state uccise ieri sera da una bomba esplosa a Bengasi. A riportare la notizia sono state fonti mediche locali dell’ospedale al-Jalaa secondo le quali le vittime sono soprattutto bambini di età inferiore ai 10 anni. Sempre nella giornata di ieri, inoltre, i combattenti dello Stato Islamico (Is) hanno postato in rete un video in cui affermano di aver giustiziato due uomini nella parte orientale del Paese. Secondo il filmato, le due vittime sarebbero un cristiano del sud Sudan e un uomo che avrebbe combattuto tra le file del governo di Tobruq.

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27/09/2015

Siria: scenari ancora non definiti per l'intervento russo contro lo stato islamico

Che quello della lotta allo stato Islamico costituisca uno dei temi, se non il tema centrale, dell'intervento di Vladimir Putin in programma per domani all'assemblea generale dell'ONU, a questo punto pare quasi una tautologia.

Appena qualche giorno fa - quasi ignorando le parole del portavoce presidenziale Dmitrij Peskov, che le definiva “speculazione non costruttiva” - si erano date per scontate le “rivelazioni” dell'agenzia Bloombreg, secondo cui la Russia intenderebbe bombardare autonomamente le posizioni dell'Isis in Siria, se gli Stati Uniti rifiutano la proposta di una coalizione internazionale. Ma, qual è oggi la situazione?

Al momento, di ufficiale c'è che Russia, Siria, Iraq e Iran si sono accordati per l'apertura a Bagdad di un “Centro informativo” per la lotta all'Isis, costituito da rappresentanti degli Stati maggiori dei quattro paesi e la cui funzione principale, ha dichiarato a “Interfax” una fonte militare russa, sarà quella della “raccolta, elaborazione, condivisione e analisi delle informazioni sulla situazione nella regione mediorientale, soprattutto per la lotta allo Stato Islamico”. Se questo non è un passo verso l'intervento diretto russo, su cui si sta da tempo speculando, rappresenta quantomeno una sua possibile premessa. Tant'è che, sulla base del Centro, ha specificato la stessa fonte militare, in prospettiva potrà essere creato un Comitato di coordinamento per la pianificazione operativa delle operazioni; il Centro informativo “costituisce un passo importante per l'unione dei paesi della regione nella lotta al terrorismo internazionale, in primo luogo contro l'Isis”.

Nei giorni scorsi sono rimbalzate da più parti voci circa voli di caccia russi nei cieli siriani, che però non avrebbero partecipato ad azioni di guerra. Da parte statunitense si era addirittura ambiguamente prospettato che Mosca avrebbe potuto colpire le posizioni dei ribelli siriani che compongono la cosiddetta “opposizione moderata” (armata) a Bashar Assad. Il sospetto avanzato da Washington serviva forse a mascherare la figuraccia fatta fare agli USA proprio da quei ribelli, intenti a vendere all'Isis le armi americane o a passare direttamente, armi e bagagli, dalla parte di Al Nusra o del Califfato, come pare abbiano già fatto moltissimi di quei cinquemila (dovevano essere 15mila, ma non si è riusciti a reclutarne tanti) “insorti” anti-Assad addestrati dagli Stati Uniti. Peraltro, da tempo Mosca sostiene che l'unica via per fermare il Califfato sia quella di un accordo, sia pur limitato al periodo della guerra contro l'Isis, tra forze governative e opposizione armata islamica, sostenuta dagli stati esteri, che si dichiara nemica del Califfato; ragion per cui quei sospetti paiono quantomeno fuori luogo.

Di contro, nessuno fa certo mistero che la presenza russa in Siria si sia accresciuta nelle ultime settimane. Il parigino “Afrique Asie” riproduce le parole esposte su France24 da Wassim Nasr, riguardo la situazione delle forze russe in Siria: decine di aerei, elicotteri da combattimento, difesa aerea, artiglieria, e altre unità russe sono già presenti a Latakia, mentre sono ora in corso grosse manovre navali nel Mediterraneo orientale: "L'impegno russo è pubblico e aperto. La Russia è presente in Siria dal 1971, nella base navale di Tartus e l'assistenza militare, economica e di formazione alla Siria non è mai cessata”. Tuttavia, il Primo vice capo di Stato Maggiore russo, scrive ancora “Afrique Asie”, generale Nikolaj Bogdanovski, ha assicurato che Mosca "non ha in programma, per ora, la costruzione di una base aerea in Siria. Ma nulla è escluso", ha aggiunto. Da parte sua, Putin nega l'idea del dispiegamento di truppe russe in Siria, senza però scartare l'idea per il futuro e ricorda l'aiuto sia umanitario, sia in mezzi militari, fornito in gran quantità a Damasco, nonostante l'embargo USA.

Stando alla “Tass”, pur se Mosca parla da tempo della necessità di una coalizione internazionale e si susseguano consultazioni con USA, Turchia, Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Israele (con Tel Aviv pare siano già intercorsi colloqui a livello di capi di Stato maggiore), vari esperti russi, pur concordando sulla necessità della lotta attiva all'Isis, si dichiarano contro un intervento militare diretto in Siria. Il presidente del Consiglio per la politica estera di difesa, Fëdor Lukjanov, ritiene che l'invio di truppe in Siria rappresenti uno “scenario estremo, molto pericoloso. Bisogna fare di tutto per evitarlo. Altra cosa, possono essere reparti di appoggio, che probabilmente già ci sono; ma non si tratta dello sbarco di un contingente, che dovrebbe combattere direttamente con gli islamisti: questo non deve accadere”. Il direttore del Consiglio per gli affari internazionali, Andrej Kortunov, sembra adombrare, pur senza dirlo, una scelta “all'americana” - bombardamenti dall'aria - ma “il compito di condurre operazioni di terra se lo devono assumere le forze locali”. Il direttore dell'Istituto di orientalistica dell'Accademia delle Scienze, Pavel Naumkin ritiene che “sulla Siria, sarebbe tempo che gli USA concordassero con il nostro piano: già in Afghanistan hanno allevato i mujaheddin e Al Qaeda, che poi gli si sono rivolti contro. Oggi lo stesso pericolo c'è con gli islamisti, con la non volontà di creare una larga coalizione con le forze regionali, incluse Siria e Iran”.

Ancora la “Tass” aveva parlato nei giorni scorsi del fatto che Mosca non è soddisfatta della coalizione formata un anno fa dagli Stati Uniti per la lotta all'Isis. Già lo scorso giugno, la proposta di Vladimir Putin si sintetizzava in: una coalizione che includa tutti i paesi dell'area, in primo luogo, quelli che combattono sul terreno - Iraq, Siria e formazioni curde; azioni della coalizione approvate dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU; soluzione dei conflitti interni nei paesi della zona di influenza dell'Isis, in primo luogo la Siria, e risanamento della loro situazione economica e sociale. La coalizione guidata dagli USA, che già da un anno bombarda le posizioni dell'Isis in Siria e Iraq, non ha mandato dell'ONU e non coordina la propria azione con Damasco: ciò è inaccettabile per Mosca.

L'ultima questione, cioè il mancato coinvolgimento della Siria, rappresenta secondo la “Tass” il punto divergente tra la Russia e i potenziali alleati: USA, UE, Turchia, Arabia Saudita, Qatar e Israele. Mentre i secondi sostengono che l'appoggio russo ad Assad contribuisce alla destabilizzazione della Siria, per Mosca il punto non è tanto sostenere Assad, quanto mantenere una struttura statale in Siria. Ogni azione “diretta alla distruzione del governo legittimo della Siria”, ha detto Putin, “creerebbe la stessa situazione, ad esempio, della Libia, dove tutte le istituzioni statali sono state distrutte”. Da questo punto di vista, Mosca ritiene che alcuni passi avanti siano stati fatti: paesi come Germania o Turchia cominciano ad ammettere la possibilità del dialogo con la Siria; e anche Washington, dopo l'accordo con l'Iran sul nucleare, a parere del Cremlino, dovrebbe poter guardare in altro modo alla Siria. Purtroppo, USA e alleati regionali continuano a giocare la carta dell'opposizione armata siriana, che è a sua volta divisa e sempre più spesso sconfina dalla parte dell'Isis e di Al Nusra. E' così che mentre Mosca rifornisce di armi l'esercito regolare siriano, USA, Turchia e Paesi del Golfo armano l'opposizione; e se in aiuto a Damasco vengono anche Iran ed Hezbollah libanesi, ecco che Israele, nel tentativo di indebolirli, colpisce la Siria.

Se questo è il quadro, sostengono al Cremlino, come si può parlare di un fronte unico contro l'Isis? Ecco allora le consultazioni con Obama, con Turchia, Israele, Giordania, Arabia Saudita, Egitto. Ma, parlare di un intervento diretto russo, aveva dichiarato Putin a inizio settembre - anche se già allora non erano escluse “varie alternative” - “è prematuro; noi già così forniamo alla Siria un serio aiuto, in mezzi e preparazione dei militari”. Putin aveva anche messo l'accento sul pericolo di diffusione islamista in diversi paesi europei e in Russia. Secondo il “NYT”, dal 2011 sarebbero 30mila, provenienti da circa 100 paesi, gli stranieri arruolati nelle file del califfato e, secondo fonti russe, si tratterebbe di 1.500 francesi, oltre 1000 britannici e circa 700 tedeschi. I russi - cittadini di nazionalità russa, insieme a gruppi fondamentalisti dell'area del Caucaso o delle ex Repubbliche sovietiche dell'Asia centrale - sarebbero 2.400; in rapporto alla popolazione e considerando che un settimo dei russi sono di religione musulmana, per ogni milione di cittadini, i russi nelle file islamiste sarebbero 10, 8 i tedeschi, 12 i britannici, 18 i francesi e fino a 40 i belgi; ma anche 32 svedesi, 27 danesi, 17 austriaci, 15 olandesi, ecc. Su ogni milione di musulmani residenti in paesi europei, i combattenti islamici sono 264 dalla Francia, 244 dalla Gran Bretagna, 218 dalla Germania, 161 dalla Russia, ecc.

A parere di vari esperti europei, in Europa, non ci si coordina sufficientemente con i leader dell'islam moderato, a differenza di quanto avviene in Russia (qui, l'esempio più vistoso è stata l'inaugurazione a Mosca, nei giorni scorsi, della moschea più grande d'Europa, cui sono intervenuti, insieme a Vladimir Putin, il presidente kazakho Nazarbaev, il turco Erdogan, il palestinese Abbas, i presidenti delle due repubbliche russe a maggioranza islamica - Tatarstan e Cecenia - Minnikhanov e Kadyrov) dove in effetti ci si scontra con una aperta guerra di informazione islamista e si tenta di arginarla facendo appello alle guide religiose islamiche.

Un occhio di riguardo per le posizioni di Mosca lo manifesta ancora “Afrique Asie”: il ruolo degli Stati Uniti nell'ascesa folgorante dello stato islamico in Siria e Iraq “non può essere un segreto per alcun osservatore”, scrive; l'Isis “è solo un nuovo look fornito ad Al Qaeda dagli specialisti americani in destabilizzazione degli stati, come è stato spiegato molto bene da Bashar al-Assad nella recente intervista ai media russi: "sappiamo che la Turchia sostiene Al Nusra e Isis fornendo denaro, armi e volontari, e sappiamo tutti che la Turchia ha stretti rapporti con l'Occidente e questo ha sempre visto il terrorismo come una carta da tenere in tasca e utilizzare di volta in volta. Ora vogliono usare Al Nusra contro l'Isis perché questo è fuori controllo. Ma non significa che vogliano eliminare l'Isis; se davvero lo avessero voluto, sarebbero stati in grado di farlo già da molto tempo. Da quando la coalizione guidata dagli Stati Uniti ha cominciato a operare, l'Isis è in espansione. Lo stato islamico” ha detto ancora Assad, "rappresenta la terza fase della politica occidentale del male, che mira a soddisfare obiettivi politici: il primo passo è stata la creazione della Fratellanza Musulmana, nel secolo scorso. La seconda fase è stata Al Qaeda in Afghanistan, il cui ruolo era quello di lottare contro l'Unione Sovietica. Il terzo passo è lo stato islamico e Al Nusra”.

Come ha sottilmente insinuato il Ministro degli esteri Sergei Lavrov, "L'analisi dei colpi portati dagli aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti offre una sensazione strana. Si ha a volte l'impressione che oltre l'obiettivo dichiarato della lotta contro lo stato islamico, ci sia qualcos'altro nei compiti della coalizione. Alcuni nostri partner della coalizione affermano di avere informazioni precise sulle posizioni dell'Isis, ma il capo della coalizione (gli Stati Uniti) non dà il via libera per portare l'attacco".

In effetti, la condotta USA è chiara da tempo. Dopo la “primavera araba” destinata a “destabilizzare il potere siriano e sollevare una forza di opposizione”, scrive ancora “Afrique Asie”, la seconda fase della strategia USA doveva essere, sull'esempio libico, “l'attacco alla Siria da parte della Francia, sostenuta dagli Stati Uniti. Se la prima fase è riuscita perfettamente, la seconda fase è stata un fallimento: i missili yankee contro la Siria nel 2013 si sono persi in mare, paralizzati dai controsistemi russi. Ecco allora che si è lanciato lo stato islamico, come sorto dal nulla, a margine dei presunti "oppositori moderati".

Quando è diventato chiaro che si trattava di forze “impresentabili”, ecco un altro piano USA in due fasi: i bombardamenti sulle posizioni dell'Isis cominciati un anno fa e il sostegno alla “opposizione moderata” destinata a eliminare fisicamente Assad, sull'esempio iracheno e libico. Di nuovo fallimenti”, scrive “Afrique Asie”: il fiasco nella formazione della "opposizione moderata" e i seimila attacchi aerei della coalizione, con declamati 10.000 morti nelle file dell'Isis, non hanno impedito allo stato islamico di prosperare. Ecco dunque la possibilità di accordo con la Russia, pur con la premessa della eliminazione di Assad, richiesta per bocca di François Hollande”.

Il quadro, al momento, appare dunque tutt'altro che definito nei particolari.

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