In pochi alle urne e alla fine vincono per un soffio gli islamisti: è
il risultato delle elezioni legislative marocchine di ieri, un mix di
bassa affluenza, rassegnazione e scarsa capacità dei partiti a
mobilitare la popolazione. Secondo i dati del Ministero degli Interni, ieri ha votato il 43% degli aventi diritto: a boicottare le urne sarebbero stati soprattutto i più giovani,
che imputano alla pochezza delle politiche del governo precedente una
più generale incapacità a risolvere i problemi del paese.
Non a caso a far traballare il premier uscente Abdelilah Benkirane e il suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo
(il Pjd, al governo dalle rivolte del 2011 a cui la monarchia rispose
con alcune concessioni politiche e il trasferimento di una serie di
poteri al parlamento) sono state proprio le politiche socio-economiche, l’elevata disoccupazione giovanile
(che in alcuni casi si traduce in radicalizzazione islamista, sarebbero
circa mille i marocchini unitisi alle file dell’Isis tra Siria e Iraq),
l’alto livello di corruzione, il congelamento delle assunzioni nel settore pubblico e dei sussidi per le classi povere.
Nel mirino soprattutto una controversa riforma delle pensioni che ha
innalzato l’età pensionabile e i contributi da parte del lavoratore.
Alla fine, però, Benkirane ha ottenuto il secondo mandato che cercava,
nonostante la perdita di consensi nelle aree rurali del paese.
Secondo i primi dati pubblicati dal Ministero degli Interni, con il 90% dei voti scrutinati, il
Pjd ha ottenuto 99 seggi su 395 mentre gli avversari del Pam (Partito
dell’Autenticità e della Modernità, liberali vicini al re) 80, in
crescita rispetto al parlamento uscente quanto ne occupava 67.
Il resto dei seggi si divide tra partiti minori, socialisti, comunisti,
indipendenti, salafiti, aprendo di nuovo alla necessità di una
coalizione di governo come accaduto nei cinque anni precedenti.
Nessuna maggioranza assoluta, nessun partito chiaramente vincitore e una promessa: sia
il Pam che il Pjd avevano prima delle elezioni allontanato la
possibilità di formare una coalizione insieme. Ora spetterà al re,
Mohammed VI, il vero detentore del potere in Marocco, di nominare il
premier e quindi il governo.
Non sono mancati gli screzi tra i partiti in corsa: il Pjd ha
sollevato dubbi sulla trasparenza delle elezioni in alcuni seggi
parlando di frodi e truffe a favore del Pam, che ribatte accusando gli
avversari di 50 denunce mosse per irregolarità a Tangeri.
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