Dal primo febbraio di quest’anno Donald Trump ha deciso di applicare i dazi sull’importazione di prodotti provenienti da Canada e Messico (+25%) e Cina (+10%), i tre maggiori partner commerciali degli Stati Uniti.
La risposta cinese è stata immediata: al presidente Usa che ha imposto tariffe del 10% sulle importazioni cinesi, Pechino ha risposto con un pacchetto che prevede una tassa del 15% su alcuni tipi di carbone e gas naturale liquefatto e una tariffa del 10% su petrolio greggio, macchinari agricoli, auto di grossa cilindrata e pick-up. Le misure cinesi in risposta a quelle USA sono entrate in vigore il 10 febbraio.
Tuttavia, con l’Executive Order n. 14228 del 3 marzo 2025, Donald Trump ha deciso di aumentare ancora i dazi sulle importazioni negli USA di prodotti originari di Cina e Hong Kong, portandoli dal 10% al 20%. La decisione è stata motivata ufficialmente “a causa dell’insufficiente impegno del Paese nel collaborare a livello internazionale per affrontare la crisi legata alla droga illecita”.
In realtà, dietro la decisione di continuare ad inasprire la guerra commerciale con la Cina raddoppiando i dazi nei confronti del paese del Dragone c’è la strategia economica USA orientata al protezionismo più duro con l’obiettivo di ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti e incentivare la rilocalizzazione della produzione industriale sul suolo americano.
Anche in questo caso le autorità cinesi hanno reagito subito. Il ministero del Commercio di Pechino ha aumentato, a partire dal 10 marzo scorso, del 15% i dazi sulle importazioni di pollo, grano, mais e cotone dagli USA, più un incremento del 10% su quelle di soia, sorgo, carne di maiale, manzo, frutta e verdura e altri beni alimentari. Un vero salasso per l’economia USA considerando che la Cina è il primo mercato per esportazioni per gli agricoltori statunitensi.
Ma che impatto avrà questa nuova impennata dei dazi USA sull’export cinese decisa da Trump? Praticamente zero.
Il governo cinese ha già dimostrato di essere in grado di neutralizzarne la portata grazie alla riduzione dei margini di profitto imposta dal governo alle imprese multinazionali cinesi. Una mossa che aveva già assorbito la prima ondata di dazi sui prodotti cinesi introdotti da Trump a febbraio scorso.
Viceversa, nei paesi occidentali (Italia compresa), in cui sono, ormai, le multinazionali a controllare i governi, gli aumenti dovuti ai dazi verranno scaricati sui consumatori sicché il costo della vita, già sensibilmente aumentato a causa della ripresa dell’inflazione a due cifre, schizzerà ulteriormente andando a peggiorare un quadro già drammatico per decine di milioni di persone.
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