La guerra è un rasoio affilatissimo. Separa la Storia, con un prima e con un dopo, ponendo fine a una fase – i trenta anni della “seconda globalizzazione”, in questo caso – e aprendo un “periodo costituente” che dipenderà dagli esiti, sul campo, nelle economie e nei negoziati.
Taglia gli schieramenti senza alcun riguardo per il quadro di “valori” che si credeva condiviso. Recide relazioni personali e vecchie amicizie. Spacca movimenti e collettivi. Attraversa le classi sociali orizzontalmente (tra “alto” e “basso”, tra chi ci guadagna e chi ci perde) e verticalmente (tra presunti progressisti e autentici conservatori).
Straccia gli ideali fasulli, i castelli di parole scelte con cura nel politically correct, per nascondere più che per rivelare. La guerra è un fatto, il più brutale e inaggirabile dei fatti.
La guerra è un rasoio. È bipolare, non ammette terzietà. Costringe a stare da una parte o dall’altra. L’unica scelta che rimane, agli esseri umani pensanti, è se stare dentro il campo disegnato da chi muove guerra e chiama a schierarsi senza farsi domande, oppure stare contro la guerra e chi la muove.
Usando il rasoio dal lato del manico, insomma, invece di mettere la mano sulla lama.
Sembra inutile doverlo far notare, ma in Italia di “putiniani” non ce ne sono, a parte qualche figura così imbarazzante da risultare utile a tutti i guerrafondai.
Eppure, a leggere i giornali “democratici”, sembra di vivere in un mondo orwelliano, dove domina “un circo barnum di strateghi e opinionisti sponsorizzati da Putin, diventati ormai padroni assoluti dei palinsesti tv”.
Parola di Repubblica, casualmente organo di casa Agnelli, ovvero della famiglia più nota della “borghesia euro-atlantica” – quella che ha nel binomio Draghi-Mattarella l’ancoraggio al potere – ben al di sopra di quella solo “europea” e, per distacco, di quella di basso rango, solo “nazionale”.
Citiamo questo fogliaccio perché sta lanciando una campagna di boicottaggio delle trasmissioni televisive (seguiranno anche i giornali, ecc.) in cui dovessero essere invitati anche opinionisti ed esperti che – a loro insindacabile giudizio – siano da considerare “propagandisti di Putin”.
Sulla stessa linea una folla di guerrafondai di complemento. Si è mosso per esempio Fabrizio Rondolino – ex Pci-Pds-Ds-Pd, ex componente della “banda dei Lothar” al fianco di D’Alema/Mandrake, a palazzo Chigi (gli altri erano Minniti, Velardi e Latorre) – che minaccia direttamente i partecipanti all’evento organizzato da Michele Santoro e Vauro.
Fino all’inarrivabile Paolo Flores d’Arcais – ex Quarta Internazionale – che ha iscritto nella lista nera pure Bergoglio (“Anche il Papa cade nella propaganda di Putin”).
La guerra, insomma, produce subito le sue “liste nere”, l’elenco dei “nemici” da combattere con ogni mezzo, separando chi ha diritto di parola e chi no, in nome della “libertà di espressione”. Intanto con l’esclusione dalla tv generaliste principali. Quelle minori staranno a loro volta attente a non sbagliare, visto che le loro concessioni sono sempre revocabili.
Di fatto, la guerra taglia anche il campo che per motivi spesso incomprensibili veniva chiamato “democratico e progressista” (tra chi si arruola e chi no), forse più per l’antica provenienza dei componenti che per le opinioni attuali. Ma funziona anche come vasca di decantazione, facendo risaltare il PD come nucleo centrale del “partito della guerra”.
La guerra taglia anche a destra, costringendo chi ha ambizioni di governo a dichiararsi totalmente “atlantista”, magari con un briciolo di autonomia da “alleato” e non da “servo”. Persino chi aveva varcato le porte dell’hotel Metropole sta ora ben attento a come parla. Mentre i pochi “anti-americani” sono destinati a restare nel piccolo acquario dei nostalgici d’altri tempi.
Divide i cattolici e i protestanti, i musulmani e i buddisti... La lingua comune diviene babele, le parole significano altro, spesso l’opposto (“guerra umanitaria” resta insuperabile...).
Il vero campo reazionario è ora quello della guerra con la Nato, combattuta “fino all’ultimo ucraino”.
E il vero fronte progressista è quello di chi si batte per la pace. Subito, col negoziato, perché per “fermare Putin” bisogna fermare l’escalation voluta dagli Stati Uniti.
Se – come affermano generali ed analisti sicuramente “atlantici” (da Lucio Caracciolo in giù) – “è impossibile che l’Ucraina vinca la guerra con la Russia”, allora pretendere di far durare la guerra “fino a questa vittoria” significa solo estendere e generalizzare il conflitto. Col rischio di trasformarlo in confronto nucleare ad ogni passo.
Da comunisti in questo disgraziato paese sappiamo che un “fronte pacifista” non può essere limitato alle nostre sole forze. Sarebbe semplicemente ininfluente. E neanche basterebbe promuovere i soliti appelli, di sapore inevitabilmente elettoralistico, all’“unità di tutte le forze progressiste”.
Ci sta dentro chi si oppone alla guerra. È una collocazione oggettiva, costosa, osteggiata dai potenti ma vicinissima al sentire popolare. Vicinissima a chi la guerra la sta pagando in termini di inflazione, caro bollette, salari bassi e fermi, perdita di potere d’acquisto.
È un fronte che si va componendo con iniziative spesso scollegate – l’assemblea del 5 aprile a Roma, il teatro Ghione il 2 maggio – con manifestazioni altrettanto poco “condivise” o almeno coincidenti. Ma si va componendo.
È un fronte obbligatoriamente antifascista, perché la Nato – non da oggi – si serve dei nazifascisti come “avanguardia” che deve aprire la strada al suo incedere imperialistico. Oppure li recupera conferendo loro posizioni prestigiose, come con il generale Heusinger, passato indenne dal Kaiser alla Wermacht alla Nato.
E, nonostante il lavoro di “ripulitura” organizzato dai media mainstream, non sfugge a nessuno che i battaglioni di miliziani nazisti sono diventati parte integrante dell’esercito di Kiev.
È un fronte spontaneamente ambientalista, perché il primo refolo di guerra ha fatto seppellire in un secondo persino quella pagliacciata di “transizione ecologica” disegnata per favorire i grandi gruppi multinazionali del settore energia.
Un fronte non è un partito. Ognuno, ogni organizzazione, ogni forza sociale, sindacale, politica, ci starà declinando lo sforzo verso la pace nel modo che gli è più consono. Non ci sono “esecutivi” da conquistare, maggioranze da precostituire, “coordinamenti” da egemonizzare.
Un fronte non è neanche un cartello elettorale, di quelli tristissimi in cui è annegata ogni istanza di cambiamento radicale.
Un fronte è un movimento di lotta, di critica politica e culturale – valoriale – contro le classi dominanti che stanno portando il paese, l’Europa, il pianeta, verso un baratro da cui potrebbe non esserci via di uscita.
Non siamo preoccupati di vedere volti noti, anzi... Non temiamo che una impossibile “egemonia” possa essere esercitata da chi – non avendo forse colto la portata di questa guerra – magari pensa di poter cavalcare questa spinta pacifista per irrobustire la propria presenza nelle preistoriche “alleanze di centrosinistra”.
La guerra è un rasoio affilatissimo. Che punisce certe ardite acrobazie...
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Fabrizio Rondolino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fabrizio Rondolino. Mostra tutti i post
06/05/2022
21/10/2016
Sciopero generale. Lo schizzetto bilioso del Signor Sì
Il Signor Sì è un uomo d'onore, come si direbbe a certe latitudini. Se qualcuno lo paga bene, non esita a prendere carta e penna e fucilare il nemico del datore di lavoro (diciamo così...).
Il Signor Sì – nel momento in cui i sindacati proclamanti lo sciopero di oggi hanno denunciato all'Agcom sia la Rai che tutti i media in qualche modo beneficati da finanziamenti o agevolazioni pubbliche – ha dunque deciso di dare, sì, la notizia. Ma a modo suo, sfottendo quella banda di peracottari che nel 2016 ancora stanno lì a fare scioperi generali, manifestazioni contro le politiche del governo e i diktat dell'Unione Europea.
Fa niente, lo ringraziamo per aver dato la notizia. Capiamo quanto deve essergli costato.
Certo, a leggere su l'Unità una presa per i fondelli dei lavoratori che cercano disperatamente di costituirsi come soggetto sociale e politico collettivo (individualmente non ci può essere partita, contro il sistema delle imprese e il governo che le tutela), fa un po' senso. E non propriamente dei migliori...
Il Signor Sì ha in comune con il mestiere di giornalista soprattutto il tesserino e la copertura medica – principesca, ancora per poco – della Casagit. Nulla a che vedere con quei poveri disgraziati da lui sfottuti che devono sopportare file millenarie per fare un accertamento diagnostico che il suo committente di turno rende sempre meno accessibile nella sanità pubblica. Anche per questo si sciopera oggi, in fondo.
Il Signor Sì ha poca dimestichezza col nobile mestiere di “dare le notizie”. Di solito esercita la meno nobile arte del killer a pagamento – con la tastiera, per carità! – dell'oppositore. Il contrario della satira, insomma, che ha per oggetto “costituente” il potere e i suoi vizi. No, il Signor Sì aborre stare all'opposizione, preferendo gli agi delle buone compagnie locupletate.
Il Signor Sì odia tutto ciò che puzza di comunismo perché ancora non si perdona di esserlo stato da giovane. Vero è che faceva parte della direzione della Fgci, mica della “base” puzzolente di sudore. Però gli rode evidentemente ancora l'esser stato un giovane con degli ideali...
Ma quando si è accorto, o gli hanno detto, “ora siamo liberisti e per le privatizzazioni” ha capito immediatamente l'antifona e si è costruito una carriera magari non di primo piano, ma comunque ben remunerata. L'apice del potere lo ha assaporato come responsabile della comunicazione nello staff dei Lothar che circondava Massimo D'Alema a Palazzo Chigi (insieme a Minniti, Latorre e Velardi). Il soprannome arrivava dritto dritto dal mondo dei fumetti, ala Mandrake (D'Alema, of course), per connotare la figura del servo fedele, silenzioso, all'occorrenza manesco.
Pochi, nei giorni in cui saliva e scendeva dalle scale di quel Palazzo, si erano accorti del suo ingresso nel mondo sofisticato della letteratura, nonostante due editori del calibro di Rizzoli e Einaudi avessero investito qualche spicciolo nella stampa e promozione dei suoi tentativi di romanzo, ricchi di fantasie sessuali normalmente reperibili in pubblicazioni un po' meno trendy o in qualche “cena elegante”. Anche i familiari, si dice in giro, non contribuirono a far salire le vendite oltre il numero di dita in una mano mozza. Un premio letterario, però, lo vinse lo stesso...
Una volta abituatosi all'empireo delle anticamere del potere, il Signor Sì non ne è voluto più scendere. Uscito di scena D'Alema, il Signor Sì ha trovato posto come editorialista esterno de La Stampa (organo del Padrone per antonomasia, com'è noto), saltabeccando nel frattempo tra Grande Fratello, Vanity Fair e addirittura Donna moderna.
Il Signor Sì non si è però fermato lì. È passato per il giornalino rutelliano Europa come per l'ultraberlusconiano Il Giornale, assumendo nei momenti liberi il grado di consigliere supremo di quell'autentica rivelazione della politica italiana che risponde al nome di Daniela Santaché.
Quando anche questa cordata è andata in malora, tra dimissioni del Grande Capo, inchieste giudiziarie, declino elettorale a precipizio, è tornato trionfalmente a l'Unità appena conquistata da amici di Matteo Renzi, aiutando a suo modo la salma di Antonio Gramsci a fare ancora qualche rivolgimento nella tomba.
In questa – per ora – ultima stazione del suo peregrinare per anticamere, gestisce una pensosa rubrica satirica intitolata “Il Noista”, in cui fustiga quasi quotidianamente tutti i NO opposti al suo datore di lavoro. Si tratti della Tav o delle trivelle, del Muos o degli insegnanti, dei metalmeccanici come dei facchini, il Signor Sì non si fa mancare o prestare una battuta salace. Che si fottano, questi pezzenti capaci solo di intralciare il travolgente cammino dell'imperatore di Rignano sull'Arno...
Dobbiamo dunque dolerci di essere entrati anche noi, odierni scioperanti politici, nel mirino del Signor Sì? Al contrario...
Ricordate quella solida massima gandhiana? “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci”. Lo schizzetto bilioso del Signor Sì ci dice che siamo usciti dalla prima fase e entrati nella seconda. Ne riparliamo alla terza e alla quarta, ok?
p.s. Ah, dimenticavamo... Il Signor Sì si chiama Rondolino...
http://www.unita.tv/opinioni/la-passeggiata-di-lotta-di-cremaschi-co-tremano-i-palazzi-del-potere/
Fonte
13/08/2016
Rondolino querelato da associazioni di docenti
Alla fine è giunta inevitabilmente la querela...
Prodotta il 12 agosto la denuncia/querela contro Fabrizio Rondolino, giornalista presso l’Unità, da parte dell’avv. Gianfranca Bevilacqua su iniziativa dei Partigiani della Scuola Pubblica.
Contestualmente è anche avvenuta la presentazione di un esposto, per gli stessi fatti, dinanzi al Consiglio Nazionale Ordine Giornalisti, Consiglio Ordine Giornalisti del Lazio (dove risulta iscritto) e Consiglio Disciplina del medesimo ordine.
La deplorevole e reiterata aggressione verbale del giornalista contro i docenti, in special misura meridionali non poteva, infatti, ulteriormente passare inosservata.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata stavolta il tweet del 06.08.16, pubblicato sul profilo “@frondolino”:
“Mi chiedo come possano fare i bagagli e traslocare se passano il tempo qui su twitter a insultarmi (parlo delle capre deportate)” in cui il giornalista aggiunge l’ingiuria al danno nei riguardi dei docenti trasferiti in questi giorni dal sud al nord, docenti che saranno costretti a lasciare la famiglia per un destino incerto e, cosa che hanno compreso in pochi, con scarse probabilità di rientro.
Un algoritmo mai svelato ha deciso dove dovesse vivere il primo docente in graduatoria, il più delle volte molto lontano, e l’ultimo, spesso e volentieri a due passi da casa: ecco il perché di tanta disperazione, specie per chi lascia figli, mariti o mogli e anche disabili.
Queste le storture denunciate dai docenti, che non sono pedine, ma esseri umani. Eppure Rondolino non recepisce questi disagi, gli sembrano assolutamente dovuti alla provvida mano renziana che dispensa posti di lavoro a “tempo indeterminato” a gente che di fatto precaria era e tale è rimasta, tant’è che il tweet riportato non è stato che l’ultimo di una sequela di contumeliose invettive, avente come unico comune denominatore una aggressiva e pervicace campagna denigratoria contro una categoria che da un anno a questa parte è stata profondamente ferita dalla legge 107/2015.
Il 05.08.16 compariva sullo stesso profilo twitter di Rondolino: “Se gli insegnanti del Sud che urlano in tv conoscessero l’italiano, almeno capiremmo che vogliono”, e ancora, andando a ritroso a far data dall’anno 2014:
“…insegnanti…continuano a distruggere la nostra scuola”;
“…tutti abbiamo conosciuto insegnanti analfabeti, fancazzisti, assenteisti”;
“Non vogliono farsi valutare perché valgono poco”;
“Semianalfabeti, scioperano perché hanno paura del lavoro, del merito, della cultura”
Poi sempre nel 2014 Incitò alla violenza armata anche contro una docente in particolare, la Prof.ssa Sandra Zingaretti, colpevole di aver esposto in tv a Matteo Renzi le incongruenze della riforma: “Se mia figlia avesse come insegnante la sindacalista pazza di #portaaporta domani andrei a scuola con un fucile mitragliatore”,
e il 29.06.15: “Ma perché la polizia non riempie di botte sti insegnanti e libera il centro storico di Roma?”. Sono solo i più significativi esempi delle invettive di Rondolino contro la categoria dei docenti, le cui voci durante la protesta di Napoli vengono paragonate a quelle di “pescivendoli indaffarati”.
A questi detti, si associano anche quelli contro i meridionali, per come si evince da un’intervista rilasciata il 31.07.15: “I meridionali sono poveri perché non pagano le tasse, disoccupati perché lavorare stanca”. E ancora: “… melensi e retorici. Tutti i meridionali fanno il piagnisteo: …Lo Stato dovrebbe abbandonare completamente il Sud perché rinasca.”
Le accuse investirebbero il codice penale in numerose fattispecie di reato che vanno dall’Istigazione a delinquere” all’”Istigazione a disobbedire alle leggi” attraverso “l’odio fra le classi sociali” nonché la “Diffamazione col mezzo della stampa”.
Anche gli insegnanti settentrionali hanno inteso partecipare agli intenti della querela sottoscrivendo in questi giorni un documento di solidarietà stilato sempre dai Partigiani della Scuola Pubblica nei riguardi dei docenti meridionali investiti dalle invettive del giornalista de l’Unitá.
Oltre a numerosi docenti a proprio nome, hanno aderito al documento i gruppi degli insegnanti in lotta contro la legge 107/2015, meglio nota come “buona scuola” che dal varo della riforma sono attivi su Facebook e non, oltre ai promotori, i Psp-Partigiani della Scuola Pubblica, i seguenti:
Scuola,tutti uniti per resistere;
DAT- Docenti Autorganizzati Terni;
LA SCUOLA BRUCIA !;
Iuas – Insieme un’altra scuola;
“Docenti incazzati”;
“Professione insegnante”:
CSV coordinamento scuole Viterbo;
MPS – Movimento per la Scuola Pubblica;
RESISTENZA ATTIVA PRECARI SCUOLA;
Associazione Nazionale Docenti per i Diritti dei Lavoratori;
ILLUMIN’ITALIA – ASSOCIAZIONE NAZIONALE;
LA SCUOLA INVISIBILE;
Desertum fecerunt et bonam scholam appellaverunt;
INVALSICOMIO.
Fonte
*****
Prodotta il 12 agosto la denuncia/querela contro Fabrizio Rondolino, giornalista presso l’Unità, da parte dell’avv. Gianfranca Bevilacqua su iniziativa dei Partigiani della Scuola Pubblica.
Contestualmente è anche avvenuta la presentazione di un esposto, per gli stessi fatti, dinanzi al Consiglio Nazionale Ordine Giornalisti, Consiglio Ordine Giornalisti del Lazio (dove risulta iscritto) e Consiglio Disciplina del medesimo ordine.
La deplorevole e reiterata aggressione verbale del giornalista contro i docenti, in special misura meridionali non poteva, infatti, ulteriormente passare inosservata.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata stavolta il tweet del 06.08.16, pubblicato sul profilo “@frondolino”:
“Mi chiedo come possano fare i bagagli e traslocare se passano il tempo qui su twitter a insultarmi (parlo delle capre deportate)” in cui il giornalista aggiunge l’ingiuria al danno nei riguardi dei docenti trasferiti in questi giorni dal sud al nord, docenti che saranno costretti a lasciare la famiglia per un destino incerto e, cosa che hanno compreso in pochi, con scarse probabilità di rientro.
Un algoritmo mai svelato ha deciso dove dovesse vivere il primo docente in graduatoria, il più delle volte molto lontano, e l’ultimo, spesso e volentieri a due passi da casa: ecco il perché di tanta disperazione, specie per chi lascia figli, mariti o mogli e anche disabili.
Queste le storture denunciate dai docenti, che non sono pedine, ma esseri umani. Eppure Rondolino non recepisce questi disagi, gli sembrano assolutamente dovuti alla provvida mano renziana che dispensa posti di lavoro a “tempo indeterminato” a gente che di fatto precaria era e tale è rimasta, tant’è che il tweet riportato non è stato che l’ultimo di una sequela di contumeliose invettive, avente come unico comune denominatore una aggressiva e pervicace campagna denigratoria contro una categoria che da un anno a questa parte è stata profondamente ferita dalla legge 107/2015.
Il 05.08.16 compariva sullo stesso profilo twitter di Rondolino: “Se gli insegnanti del Sud che urlano in tv conoscessero l’italiano, almeno capiremmo che vogliono”, e ancora, andando a ritroso a far data dall’anno 2014:
“…insegnanti…continuano a distruggere la nostra scuola”;
“…tutti abbiamo conosciuto insegnanti analfabeti, fancazzisti, assenteisti”;
“Non vogliono farsi valutare perché valgono poco”;
“Semianalfabeti, scioperano perché hanno paura del lavoro, del merito, della cultura”
Poi sempre nel 2014 Incitò alla violenza armata anche contro una docente in particolare, la Prof.ssa Sandra Zingaretti, colpevole di aver esposto in tv a Matteo Renzi le incongruenze della riforma: “Se mia figlia avesse come insegnante la sindacalista pazza di #portaaporta domani andrei a scuola con un fucile mitragliatore”,
e il 29.06.15: “Ma perché la polizia non riempie di botte sti insegnanti e libera il centro storico di Roma?”. Sono solo i più significativi esempi delle invettive di Rondolino contro la categoria dei docenti, le cui voci durante la protesta di Napoli vengono paragonate a quelle di “pescivendoli indaffarati”.
A questi detti, si associano anche quelli contro i meridionali, per come si evince da un’intervista rilasciata il 31.07.15: “I meridionali sono poveri perché non pagano le tasse, disoccupati perché lavorare stanca”. E ancora: “… melensi e retorici. Tutti i meridionali fanno il piagnisteo: …Lo Stato dovrebbe abbandonare completamente il Sud perché rinasca.”
Le accuse investirebbero il codice penale in numerose fattispecie di reato che vanno dall’Istigazione a delinquere” all’”Istigazione a disobbedire alle leggi” attraverso “l’odio fra le classi sociali” nonché la “Diffamazione col mezzo della stampa”.
Anche gli insegnanti settentrionali hanno inteso partecipare agli intenti della querela sottoscrivendo in questi giorni un documento di solidarietà stilato sempre dai Partigiani della Scuola Pubblica nei riguardi dei docenti meridionali investiti dalle invettive del giornalista de l’Unitá.
Oltre a numerosi docenti a proprio nome, hanno aderito al documento i gruppi degli insegnanti in lotta contro la legge 107/2015, meglio nota come “buona scuola” che dal varo della riforma sono attivi su Facebook e non, oltre ai promotori, i Psp-Partigiani della Scuola Pubblica, i seguenti:
Scuola,tutti uniti per resistere;
DAT- Docenti Autorganizzati Terni;
LA SCUOLA BRUCIA !;
Iuas – Insieme un’altra scuola;
“Docenti incazzati”;
“Professione insegnante”:
CSV coordinamento scuole Viterbo;
MPS – Movimento per la Scuola Pubblica;
RESISTENZA ATTIVA PRECARI SCUOLA;
Associazione Nazionale Docenti per i Diritti dei Lavoratori;
ILLUMIN’ITALIA – ASSOCIAZIONE NAZIONALE;
LA SCUOLA INVISIBILE;
Desertum fecerunt et bonam scholam appellaverunt;
INVALSICOMIO.
Fonte
08/08/2016
La “questione meridionale” da Gramsci a Rondolino
Fabrizio Rondolino è uno dei tanti giornalisti-consiglieri-per-la-comunicazione che hanno scelto di stare alla corte del potente di turno anziché faticare alla ricerca della notizia. In molti, tra i giornalisti di mestiere, lo ricordano quando faceva parte della “banda dei Lothar” – dal nome del “tuttofare negro e pelato” che accompagnava Mandrake nel fumetto omonimo. Lui, Claudio Velardi (allora capo dello staff) e Marco Minniti facevano corona a Massimo D’Alema nel momento di picco della sua carriera, quando Palazzo Chigi veniva descritta – da Guido Rossi, uno che se ne intende – come una merchant bank dove non si parla inglese. Tutti accomunati dall’assoluta assenza di capelli, mentre l’allora lider Massimo sfoggiava baffetti e capigliatura da mago.
Come intellettuale non viene di certo ricordato per il suo primo e unico libro – un romanzo erotico pubblicato da Einaudi ma ignorato dal pubblico – quanto per il suo rapido passaggio nel campo teoricamente opposto, alla corte di Berlusconi, dove cura programmi di alta cultura come Il grande fratello, Il ristorante e La pupa e il secchione. Lavora per anni a Canale 5, scrive su Il Giornale, insulta D’Alema ogni volta che può e incensa il suo datore di lavoro (“Più volte B. ha ricordato la gioia che suo padre portava in casa ‘come se avesse il sole in tasca’. È un’espressione molto bella, perché il sole deve riscaldare e rischiarare, ma deve anche restare nascosto in tasca per non accecare chi lo guarda”),
Non si nega neanche un passaggio come “consulente politico” di Daniela Santanché, prima di fiutare il vento e correre alla corte di Matteo Renzi. Da qui all’ingresso nella nuova L’Unità diretta da Erasmo De Angelis (ex verde ed ex redattore fiorentino de Il manifesto) il passo è infine brevissimo.
Sotto quest’ultima cupoletta ha partorito un tweet insulante verso tutti i professori meridionali in questi giorni impegnati a protestare per lo scandalo dei trasferimenti folli decisi da un algoritmo adottato dal Miur. Merita di essere citato per intero: “Se gli insegnanti del Sud che urlano in tv conoscessero l’Italiano, almeno capiremmo che vogliono“.
Meritoria dunque l’iniziativa di un folto gruppo di insegnati centro-settentrionali aderenti al movimento Partigiani della Scuola Pubblica, che inquadra il Rondolino restituendogli la statura che merita. Purtroppo non altissima...
Noi, insegnanti del Nord e del Centro Italia esprimiamo solidarietà nei confronti delle colleghe e dei colleghi del Sud che, riunitisi per manifestare a Napoli il 4 agosto scorso riguardo alle anomalie del procedimento di mobilità, sono stati apostrofati dal giornalista Fabrizio Rondolino sulle pagine del quotidiano l’Unità e tramite tweet con espressioni di carattere discriminatorio e razzista, lesive della loro dignità di docenti.
Le anomalie sono rilevate anche dalle Organizzazioni sindacali che, senza procedure trasparenti e pubbliche, vedono trasferiti lontani dal proprio luogo di residenza i docenti di tutta Italia ed in tutta Italia, in una confusione ed illogicità proprie delle azioni casuali e senza criteri di un folle algoritmo.
Desta meraviglia che un quotidiano nazionale, di cui socio azionista è un partito al governo del Paese, possa ospitare nelle sue pagine articoli di un giornalista che si è permesso di istigare la polizia alla violenza fisica sugli insegnanti in occasione di una manifestazione a Roma del giugno 2015 e che non perde occasione di gettare impropriamente discredito diffondendo informazioni non veritiere sul lavoro e la professionalità dell’intera categoria docente e che probabilmente confonde la realtà scolastica per il reality “Grande Fratello” da cui proviene.
Ci appelliamo alla deontologia professionale dei giornalisti perché la campagna diffamatoria nei confronti degli insegnanti italiani cessi al più presto in quanto compito della stampa non è disinformare, ma fornire elementi di conoscenza attendibili. Esortiamo quindi un impegno dei nostri colleghi “dottori” della stampa perché la conoscenza e la verità non vengano sacrificati e asserviti al potere di turno.
Un ultimo riferimento lo vogliamo fare a Gramsci, che del quotidiano L’Unità fu il fondatore con una citazione: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia”.
Noi siamo Partigiani. Abbiamo deciso di stare dalla parte della scuola pubblica statale, dalla parte della Costituzione e della libertà di informazione.
Fonte
Come intellettuale non viene di certo ricordato per il suo primo e unico libro – un romanzo erotico pubblicato da Einaudi ma ignorato dal pubblico – quanto per il suo rapido passaggio nel campo teoricamente opposto, alla corte di Berlusconi, dove cura programmi di alta cultura come Il grande fratello, Il ristorante e La pupa e il secchione. Lavora per anni a Canale 5, scrive su Il Giornale, insulta D’Alema ogni volta che può e incensa il suo datore di lavoro (“Più volte B. ha ricordato la gioia che suo padre portava in casa ‘come se avesse il sole in tasca’. È un’espressione molto bella, perché il sole deve riscaldare e rischiarare, ma deve anche restare nascosto in tasca per non accecare chi lo guarda”),
Non si nega neanche un passaggio come “consulente politico” di Daniela Santanché, prima di fiutare il vento e correre alla corte di Matteo Renzi. Da qui all’ingresso nella nuova L’Unità diretta da Erasmo De Angelis (ex verde ed ex redattore fiorentino de Il manifesto) il passo è infine brevissimo.
Sotto quest’ultima cupoletta ha partorito un tweet insulante verso tutti i professori meridionali in questi giorni impegnati a protestare per lo scandalo dei trasferimenti folli decisi da un algoritmo adottato dal Miur. Merita di essere citato per intero: “Se gli insegnanti del Sud che urlano in tv conoscessero l’Italiano, almeno capiremmo che vogliono“.
Meritoria dunque l’iniziativa di un folto gruppo di insegnati centro-settentrionali aderenti al movimento Partigiani della Scuola Pubblica, che inquadra il Rondolino restituendogli la statura che merita. Purtroppo non altissima...
*****
La “Questione Meridionale” da Gramsci a Rondolino”
Noi, insegnanti del Nord e del Centro Italia esprimiamo solidarietà nei confronti delle colleghe e dei colleghi del Sud che, riunitisi per manifestare a Napoli il 4 agosto scorso riguardo alle anomalie del procedimento di mobilità, sono stati apostrofati dal giornalista Fabrizio Rondolino sulle pagine del quotidiano l’Unità e tramite tweet con espressioni di carattere discriminatorio e razzista, lesive della loro dignità di docenti.
Le anomalie sono rilevate anche dalle Organizzazioni sindacali che, senza procedure trasparenti e pubbliche, vedono trasferiti lontani dal proprio luogo di residenza i docenti di tutta Italia ed in tutta Italia, in una confusione ed illogicità proprie delle azioni casuali e senza criteri di un folle algoritmo.
Desta meraviglia che un quotidiano nazionale, di cui socio azionista è un partito al governo del Paese, possa ospitare nelle sue pagine articoli di un giornalista che si è permesso di istigare la polizia alla violenza fisica sugli insegnanti in occasione di una manifestazione a Roma del giugno 2015 e che non perde occasione di gettare impropriamente discredito diffondendo informazioni non veritiere sul lavoro e la professionalità dell’intera categoria docente e che probabilmente confonde la realtà scolastica per il reality “Grande Fratello” da cui proviene.
Ci appelliamo alla deontologia professionale dei giornalisti perché la campagna diffamatoria nei confronti degli insegnanti italiani cessi al più presto in quanto compito della stampa non è disinformare, ma fornire elementi di conoscenza attendibili. Esortiamo quindi un impegno dei nostri colleghi “dottori” della stampa perché la conoscenza e la verità non vengano sacrificati e asserviti al potere di turno.
Un ultimo riferimento lo vogliamo fare a Gramsci, che del quotidiano L’Unità fu il fondatore con una citazione: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia”.
Noi siamo Partigiani. Abbiamo deciso di stare dalla parte della scuola pubblica statale, dalla parte della Costituzione e della libertà di informazione.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)