È lecito nell’Europa del patto per la ricerca e l'innovazione?
In questi giorni, il 21 settembre, IIT inizia le celebrazioni del ventennale dalla fondazione. Questo ci spinge a tornare su un argomento che Roars ha spesso affrontato. L’Istituto Italiano di Tecnologia.
Proprio a febbraio di quest’anno, Francesco Sylos Labini, ha sollevato alcune tematiche centrali sull’esistenza dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Ci ritorniamo con temi più sindacali, ma a nostro avviso centrali per la ricerca in genere, sperando che la redazione di Roars voglia accoglierci come ospiti.
Uno dei punti sollevati da Francesco Sylos Labini era l’esiguità del personale contrattualizzato. Cerchiamo di precisare la questione, dopo 8 mesi di un’estenuante trattativa che ha solo fumosamente delineato alcuni aspetti di una bozza di contratto aziendale limitato ai tecnici/amministrativi.
In effetti è proprio come scritto nell’articolo di Roars, solo circa 80 dirigenti hanno un contratto di lavoro derivato da un comparto, quello dell’impresa, che “premia” questo gruppo composto soprattutto da “team leader” che ha sapientemente scelto di “eludere” gli stipendi della ricerca italiana per poter approdare a salari ben superiori (magari la Fondazione potrà smentirci con dati dettagliati, ma ad oggi questo deriva dai bilanci) a quelli della docenza o degli enti pubblici di ricerca.
Le domande su come la “mission” dell’IIT ricade sul tessuto economico-produttivo italiano sono quindi più che lecite. Un dirigente di impresa privata ha vincoli di ricaduta ben più evidenti di quelli che, anche Francesco Sylos Labini poneva per l’IIT nel proprio articolo.
A questa “isola felice” per i dirigenti si aggiungono 600 dipendenti contrattualizzati individualmente, la cui carriera è discrezionalmente costruita dalla stessa dirigenza industriale di cui sopra.
Sebbene li abbiamo richiesti più volte, non siamo riusciti ad avere dati che facciano comprendere come questa discrezionalità sia declinata e di fatto, dai dati accorpati che abbiamo consultato, deriva che uno stesso tecnico od amministrativo può avere le stesse funzioni di un collega ma salario differenti anche del 100%.
La questione del salario minimo, in questo caso, si pone perfettamente perché con 40 ore settimanali senza una definita pausa pranzo, i 20 mila euro annuali definiti come la retribuzione annua più bassa, a difficoltà si collocano sopra i 9 euro/ora. E parliamo, è bene ripeterlo, di un datore di lavoro nell’alveo pubblico.
Peggiore è la situazione del corpo di ricerca, difficile da organizzare e portare alla coscienza rivendicativa. Divisi tra strutture ibride universitarie/epr e IIT, sono tutti atipici o borsisti. Nessuna figura di ricercatore “stabile” è prevista. E ogni tentativo di riportare la contrattualità nell’alveo della carta del ricercatore UE non viene recepita né dalla Fondazione né dallo stesso corpo della ricerca.
In sostanza, diviene verosimile supporre che la presenza di borse da 20 mila euro annui, si sovrapponga a coordinatori che prendono anche 10-15 volte di più (comprendendo la premialità).
Nel titolo dicevamo che IIT celebra il ventennale. Ma questa situazione di bassi salari nella ricerca nei giorni in cui si parla di fughe all’estero da parte di medici ed infermieri è sostenibile per un ente che dovrebbe rilanciare la ricerca applicata e fungere da volano per il sistema economico italiano?
Al di là della valutazione della ricerca prodotta da IIT, che pure è necessaria, determinare una giungla contrattuale è lecito nell’alveo del pesante finanziamento pubblico che sorregge la Fondazione?
Come USB PI Ricerca continuiamo il nostro ruolo per far emergere queste contraddizioni, sempre più convinti che Università e Ricerca Pubblica abbiano un bacino di notevole professionalità in IIT da cui attingere personale con esperienza formata ma pagato pochissimo. Un bacino che potrebbe divenire una risorsa importante in tempi di pensionamenti massicci negli enti pubblici.
Se dovesse iniziare l’esodo di lavoratori, i dirigenti IIT non dovrebbero giustificarsi verso chi finanzia la Fondazione? Che, peraltro, siamo sempre noi contribuenti...
Claudio Argentini Esecutivo Nazionale USB PI Ricerca
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/09/2023
21/09/2023
Il caso Schillaci è conseguenza della valutazione amministrativa della ricerca
Il caso del Ministro della salute Orazio Schillaci non è isolato. È il sintomo di una ben documentata ‘malattia’ della ricerca, che in Italia si presenta in forma particolarmente acuta a causa di un quindicennio di riforme bipartisan dell’università che hanno legato carriere e finanziamenti a numero di pubblicazioni e citazioni, esasperando le distorsioni del pubblica o muori.
Alberto Baccini è ordinario di Economia politica a Siena dal 2006, è uno dei massimi esperti dei meccanismi di valutazione della ricerca e dal 2011 fa parte della rete di ricercatori Roars (Return On Academic ReSearch) che critica la logica del mercato applicata a ricerca e università. Gli abbiamo chiesto del caso del ministro della Salute Orazio Schillaci, sollevato dal Manifesto e ripreso anche da Science.
Da professore di Medicina nucleare a Roma Tor Vergata, tra il 2018 e il 2022, Schillaci ha firmato otto articoli in cui compaiono, a conferma dei risultati delle ricerche, immagini al microscopio alterate o già usate per rappresentare cellule tumorali diverse. Si dice che le immagini alterate non mettono in discussione i risultati delle ricerche: sarebbero errori scusabili, non plagio.
Il plagio è un’altra cosa. Ma tutte queste forme di alterazione sono manifestazioni del cattivo funzionamento dei meccanismi di validazione della ricerca. Parliamo sempre di cattiva condotta scientifica.
Le anomalie sono state rilevate con un software apposito. La revisione delle riviste scientifiche, almeno di quelle serie, non dovrebbe evitare queste cose?
Non ce la fanno più, è ingenuo pensarlo, la quantità di pubblicazioni non lo consente. Oggi la peer review non è in grado di bloccare meccanismi di cattiva condotta. Si dice: sostituiamola con forme aperte di peer review. Normalmente è fatta da due revisori che restano anonimi, farla aperta significa pubblicare anche i nomi dei revisori. Una maggiore trasparenza permetterebbe ai lettori di farsi un’idea del processo che ha portato alla pubblicazione. Alcuni lavori mostrano che il tasso di ritrattazione più elevato si registra nelle riviste con impact factor più alto.
All’università di Stanford il rettore Mark Tessier-Lavigne si è dimesso per un caso di alterazione delle immagini. Ne conosce altri? Dovrebbe dimettersi anche Schillaci?
Non sono un esperto di immagini, mi sono occupato di altri tipi di cattiva condotta. Sul caso Schillaci dovrebbe indagare l’università, come è accaduto a Stanford. Casi di dimissioni ce ne sono stati tanti per plagio in Germania e altrove.
Si ritiene normale che il direttore di un laboratorio firmi tutte le ricerche, anche per ottenere maggiori finanziamenti, ma non possa controllare tutto. È così anche all’estero?
In genere i capi dei laboratori firmano tutto, dove ci sono grandi gruppi si attribuiscono le responsabilità di chi ha fatto cosa in un articolo. La firma del direttore serve ad aumentare gli indicatori bibliometrici del laboratorio, che quindi troverà più facilmente finanziamenti. Il meccanismo è generalizzato ma in Italia è più forte perché noi siamo sottoposti a una valutazione quantitativa: i fondi dei dipartimenti e i passaggi di carriera dipendono da quanto pubblichi e da quanto sei citato. E arriviamo a situazioni poco credibili di ricercatori che pubblicano un articolo alla settimana. Noi l’abbiamo documentato sul versante delle autocitazioni, un fenomeno che in Italia è più frequente rispetto ad altri Paesi del G10 dopo l’introduzione delle valutazioni quantitative della legge Gelmini (2010). C’è un problema gravissimo di valutazione amministrativa.
Perché si basa sugli indicatori bibliometrici come H Index?
Sugli indici bibliometrici e su valutazioni dell’agenzia governativa Anvur. Abbiamo regole che spingono i ricercatori a comportamenti non cristallini. Questo non avviene in Francia, avviene meno in Germania e in generale nei Paesi Ue. Finiamo per somigliare di più a Pakistan, Malesia, Arabia Saudita, Cina o Russia.
Qual è l’alternativa?
Si lascia che la comunità scientifica si autogoverni. Anche il modello inglese non prevede indicatori quantitativi, e quello francese solo commissioni di professori che decidono.
Anche noi abbiamo le commissioni per l’abilitazione e i concorsi, però se le vendono e se le comprano...
È una generalizzazione, ma anche in altri Paesi ci sono sono scandali per i concorsi. E non abbiamo risolto il problema con i meccanismi quantitativi.
Colpisce che il professor Schillaci abbia pubblicato di più da quanto è diventato rettore e poi ministro: 148 titoli dal 2019 su un totale di 430 in 30 anni. Colpisce anche lei?
Colpisce chiunque. Probabilmente si spiega con una policy del laboratorio che lo indica come coautore di tutti gli articoli, colpisce nel caso di un rettore ministro ma se ci mettessimo a cercare ne troveremmo altri. Il problema è che in Italia non c’è discussione su questi temi, altrove sì: diversi siti e blog segnalano articoli scientifici che hanno problemi.
Fonte
Alberto Baccini è ordinario di Economia politica a Siena dal 2006, è uno dei massimi esperti dei meccanismi di valutazione della ricerca e dal 2011 fa parte della rete di ricercatori Roars (Return On Academic ReSearch) che critica la logica del mercato applicata a ricerca e università. Gli abbiamo chiesto del caso del ministro della Salute Orazio Schillaci, sollevato dal Manifesto e ripreso anche da Science.
Da professore di Medicina nucleare a Roma Tor Vergata, tra il 2018 e il 2022, Schillaci ha firmato otto articoli in cui compaiono, a conferma dei risultati delle ricerche, immagini al microscopio alterate o già usate per rappresentare cellule tumorali diverse. Si dice che le immagini alterate non mettono in discussione i risultati delle ricerche: sarebbero errori scusabili, non plagio.
Il plagio è un’altra cosa. Ma tutte queste forme di alterazione sono manifestazioni del cattivo funzionamento dei meccanismi di validazione della ricerca. Parliamo sempre di cattiva condotta scientifica.
Le anomalie sono state rilevate con un software apposito. La revisione delle riviste scientifiche, almeno di quelle serie, non dovrebbe evitare queste cose?
Non ce la fanno più, è ingenuo pensarlo, la quantità di pubblicazioni non lo consente. Oggi la peer review non è in grado di bloccare meccanismi di cattiva condotta. Si dice: sostituiamola con forme aperte di peer review. Normalmente è fatta da due revisori che restano anonimi, farla aperta significa pubblicare anche i nomi dei revisori. Una maggiore trasparenza permetterebbe ai lettori di farsi un’idea del processo che ha portato alla pubblicazione. Alcuni lavori mostrano che il tasso di ritrattazione più elevato si registra nelle riviste con impact factor più alto.
All’università di Stanford il rettore Mark Tessier-Lavigne si è dimesso per un caso di alterazione delle immagini. Ne conosce altri? Dovrebbe dimettersi anche Schillaci?
Non sono un esperto di immagini, mi sono occupato di altri tipi di cattiva condotta. Sul caso Schillaci dovrebbe indagare l’università, come è accaduto a Stanford. Casi di dimissioni ce ne sono stati tanti per plagio in Germania e altrove.
Si ritiene normale che il direttore di un laboratorio firmi tutte le ricerche, anche per ottenere maggiori finanziamenti, ma non possa controllare tutto. È così anche all’estero?
In genere i capi dei laboratori firmano tutto, dove ci sono grandi gruppi si attribuiscono le responsabilità di chi ha fatto cosa in un articolo. La firma del direttore serve ad aumentare gli indicatori bibliometrici del laboratorio, che quindi troverà più facilmente finanziamenti. Il meccanismo è generalizzato ma in Italia è più forte perché noi siamo sottoposti a una valutazione quantitativa: i fondi dei dipartimenti e i passaggi di carriera dipendono da quanto pubblichi e da quanto sei citato. E arriviamo a situazioni poco credibili di ricercatori che pubblicano un articolo alla settimana. Noi l’abbiamo documentato sul versante delle autocitazioni, un fenomeno che in Italia è più frequente rispetto ad altri Paesi del G10 dopo l’introduzione delle valutazioni quantitative della legge Gelmini (2010). C’è un problema gravissimo di valutazione amministrativa.
Perché si basa sugli indicatori bibliometrici come H Index?
Sugli indici bibliometrici e su valutazioni dell’agenzia governativa Anvur. Abbiamo regole che spingono i ricercatori a comportamenti non cristallini. Questo non avviene in Francia, avviene meno in Germania e in generale nei Paesi Ue. Finiamo per somigliare di più a Pakistan, Malesia, Arabia Saudita, Cina o Russia.
Qual è l’alternativa?
Si lascia che la comunità scientifica si autogoverni. Anche il modello inglese non prevede indicatori quantitativi, e quello francese solo commissioni di professori che decidono.
Anche noi abbiamo le commissioni per l’abilitazione e i concorsi, però se le vendono e se le comprano...
È una generalizzazione, ma anche in altri Paesi ci sono sono scandali per i concorsi. E non abbiamo risolto il problema con i meccanismi quantitativi.
Colpisce che il professor Schillaci abbia pubblicato di più da quanto è diventato rettore e poi ministro: 148 titoli dal 2019 su un totale di 430 in 30 anni. Colpisce anche lei?
Colpisce chiunque. Probabilmente si spiega con una policy del laboratorio che lo indica come coautore di tutti gli articoli, colpisce nel caso di un rettore ministro ma se ci mettessimo a cercare ne troveremmo altri. Il problema è che in Italia non c’è discussione su questi temi, altrove sì: diversi siti e blog segnalano articoli scientifici che hanno problemi.
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10/07/2023
L’attacco bipartisan all’istruzione e alla ricerca
La dipartita di Berlusconi ha aperto una riflessione sull’impatto dei suoi governi. Se guardiamo alle poche riforme promosse che non lo riguardavano personalmente, troviamo quelle della scuola e dell’università. Nel luglio 2010, un giornalista di una testata europea chiese a S.B., allora premier, spiegazioni sulle riforme della Ministra Gelmini che, approvate con altri interventi legislativi, tagliarono circa 8,5 miliardi di euro alla scuola e 1,3 miliardi all’università, mai più recuperati. B. rispose con una domanda retorica: “perché dobbiamo pagare uno scienziato se facciamo le scarpe migliori del mondo?”.
C’era appena stata la crisi economica del 2008 e la risposta del governo italiano, quasi l’unico in Europa, fu quello di tagliare risorse ad un settore chiave come quello dell’istruzione e della ricerca. Nel 2012, l’economista dell’università di Chicago Luigi Zingales spiegò meglio l’obiettivo a Michele Santoro:
Questa idea ha accomunato gli estensori e i sostenitori della riforma Gelmini, tra cui ricordiamo gli entusiasti “Bocconi boys”. Nel 2012, economisti ed intellettuali di questa area scesero in campo con la formazione politica di “Fare per fermare il declino”, naufragata dopo la scoperta che il candidato premier Oscar Giannino millantava titoli falsi dell’università di Chicago. Altri più sobriamente plaudivano, dettando la linea con sottili distinguo dal sito LaVoce.info.
Tutti i Ministri (a parte l’effimero Lorenzo Fioramonti) che si sono susseguiti dal 2008 ad oggi hanno rafforzato l’impostazione della riforma Gelmini, senza sanare il sottodimensionamento dell’università. Una parabola analoga hanno seguito anche le politiche per la scuola. Questo è avvenuto perché i maître à penser della Gelmini sono rimasti saldi ai loro posti di guida politica anche quando i governi hanno apparentemente cambiato colore: i consiglieri politici bocconiani hanno goduto di credito bipartisan, perché “meritevoli e competenti”.
L’obiettivo di fondo è stato duplice. Ridurre organico e tempo scuola, rimodellando scopi e funzioni del sistema scolastico e drenando risorse verso un apparato esterno di misurazione standardizzata della sua presunta qualità, l’INVALSI, guidato per anni da funzionari della Banca d’Italia, con cui dirigenti scolastici e insegnanti hanno sviluppato negli anni un rapporto di sudditanza e subordinazione didattica. Dall’altra, introdurre e consolidare un controllo politico sulla ricerca universitaria. Quale sia la reale funzione del sistema di istruzione ce lo ricorda un opuscolo redatto dal governo Renzi, intitolato “Investire in Italia”:
Purtroppo, l’assenza di una visione politica e di un interesse effettivo da parte del mondo produttivo ha causato non solo un restringimento del sistema universitario ma anche ha reso asfittico l’impatto culturale dell’accademia: scuola e università sono viste come scuole di formazione professionale. E, purtroppo, l’attacco all’università è stato bipartisan senza segni di ravvedimento.
Fonte
C’era appena stata la crisi economica del 2008 e la risposta del governo italiano, quasi l’unico in Europa, fu quello di tagliare risorse ad un settore chiave come quello dell’istruzione e della ricerca. Nel 2012, l’economista dell’università di Chicago Luigi Zingales spiegò meglio l’obiettivo a Michele Santoro:
”Ci sono un miliardo e quattro di cinesi e un miliardo di indiani che vogliono vedere Roma, Firenze e Venezia. Noi dobbiamo prepararci a questo. L’Italia non ha un futuro nelle biotecnologie perché purtroppo le nostre università non sono al livello, però ha un futuro enorme nel turismo. Dobbiamo prepararci per questo, non buttare via i soldi a fondo perduto».La crisi del 2008 è stata l’occasione per rimodellare l’intero sistema dell’istruzione alla luce della leggenda del “gap formativo”, cioè che le esigenze tecnico professionali espresse dalle imprese non corrispondono alle professionalità disponibili nel mercato del lavoro: sarebbe il sistema dell’istruzione a essere inadeguato rispetto ai bisogni delle imprese e per questo va riformato.
Questa idea ha accomunato gli estensori e i sostenitori della riforma Gelmini, tra cui ricordiamo gli entusiasti “Bocconi boys”. Nel 2012, economisti ed intellettuali di questa area scesero in campo con la formazione politica di “Fare per fermare il declino”, naufragata dopo la scoperta che il candidato premier Oscar Giannino millantava titoli falsi dell’università di Chicago. Altri più sobriamente plaudivano, dettando la linea con sottili distinguo dal sito LaVoce.info.
Tutti i Ministri (a parte l’effimero Lorenzo Fioramonti) che si sono susseguiti dal 2008 ad oggi hanno rafforzato l’impostazione della riforma Gelmini, senza sanare il sottodimensionamento dell’università. Una parabola analoga hanno seguito anche le politiche per la scuola. Questo è avvenuto perché i maître à penser della Gelmini sono rimasti saldi ai loro posti di guida politica anche quando i governi hanno apparentemente cambiato colore: i consiglieri politici bocconiani hanno goduto di credito bipartisan, perché “meritevoli e competenti”.
L’obiettivo di fondo è stato duplice. Ridurre organico e tempo scuola, rimodellando scopi e funzioni del sistema scolastico e drenando risorse verso un apparato esterno di misurazione standardizzata della sua presunta qualità, l’INVALSI, guidato per anni da funzionari della Banca d’Italia, con cui dirigenti scolastici e insegnanti hanno sviluppato negli anni un rapporto di sudditanza e subordinazione didattica. Dall’altra, introdurre e consolidare un controllo politico sulla ricerca universitaria. Quale sia la reale funzione del sistema di istruzione ce lo ricorda un opuscolo redatto dal governo Renzi, intitolato “Investire in Italia”:
“Un ingegnere in Italia guadagna mediamente in un anno 38.500 euro, mentre in altri Paesi lo stesso profilo ha una retribuzione media di 48.500 euro l’anno”.Tecnici a buon mercato, insomma. Ma se non c’è richiesta di personale con alta qualifica formativa da parte del “mercato” perché investire in formazione? Il controllo politico della ricerca, invece, è garantito dall’agenzia di valutazione dell’università e della ricerca (ANVUR) che dovrebbe promuovere il “merito”. Nessun paese dell’Unione Europea e neanche il Regno Unito ha un’agenzia con competenze e poteri paragonabili a quella italiana, fondata, è bene ricordarlo, dal Ministro Fabio Mussi nel secondo governo Prodi. Il vertice ANVUR è di nomina politica: i politici, pertanto, oltre a intervenire sulle norme generali che regolano le carriere e i finanziamenti dei ricercatori, li tengono al guinzaglio dettando strampalate modalità di valutazione della ricerca scientifica. Questo si è tradotto nell’aumento della competizione tra ricercatori, accompagnata, paradossalmente, dalla mancanza di competizione tra linee di ricerca alternative. È sufficiente avere qualche rudimento di storia della scienza per sapere che le nuove idee nascono grazie alla diversificazione della ricerca e non con l’appiattimento verso il cosiddetto mainstream.
Purtroppo, l’assenza di una visione politica e di un interesse effettivo da parte del mondo produttivo ha causato non solo un restringimento del sistema universitario ma anche ha reso asfittico l’impatto culturale dell’accademia: scuola e università sono viste come scuole di formazione professionale. E, purtroppo, l’attacco all’università è stato bipartisan senza segni di ravvedimento.
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29/11/2020
Legge di bilancio: pronti 84 milioni aggiuntivi per le università private
Nella prossima legge di Bilancio la maggioranza si appresta ad aumentare di 84 milioni di € i finanziamenti alle università private.
In particolare la maggioranza prevede un aumento di 30 milioni (art. 89, co. 3) sul fondo di finanziamento integrativo che nel 2020 ammontava a circa 68 milioni di euro. Si tratta di un aumento di uno stratosferico: +44%. Se lo stesso aumento fosse applicato alle università statali, il FFO dovrebbe aumentare di 3,4 miliardi euro per il prossimo anno!
Ma non bastano questi 30 milioni. La maggioranza ha intenzione anche di contribuire a pagare i trattamenti di previdenza dei professori delle università private con un trasferimento all’INPS di 54 milioni di €.
Ecco gli art 89 co. 3 e l’art. 93.
In particolare la maggioranza prevede un aumento di 30 milioni (art. 89, co. 3) sul fondo di finanziamento integrativo che nel 2020 ammontava a circa 68 milioni di euro. Si tratta di un aumento di uno stratosferico: +44%. Se lo stesso aumento fosse applicato alle università statali, il FFO dovrebbe aumentare di 3,4 miliardi euro per il prossimo anno!
Ma non bastano questi 30 milioni. La maggioranza ha intenzione anche di contribuire a pagare i trattamenti di previdenza dei professori delle università private con un trasferimento all’INPS di 54 milioni di €.
Ecco gli art 89 co. 3 e l’art. 93.
art. 89.3. Per l’anno 2021, i contributi di cui all’articolo 2 della legge 29 luglio 1991, n. 243, sono incrementati di 30 milioni di euro. ART. 93. (Trattamento di previdenza dei docenti di Università private) 1. Ai fini dell’applicazione delle disposizioni di cui al comma 1 dell’articolo 4 della legge 29 luglio 1991, n. 243, per i professori e ricercatori delle Università non statali legalmente riconosciute, a decorrere dal 1° gennaio 2021, l’aliquota contributiva di finanziamento del trattamento di quiescenza è pari a quella in vigore, e con i medesimi criteri di ripartizione, per le stesse categorie di personale in servizio presso le Università statali. Restano acquisite alla gestione di riferimento e conservano la loro efficacia le contribuzioni versate per i periodi anteriori alla data di entrata in vigore della presente legge. Ai maggiori oneri derivanti dal differenziale tra l’aliquota contributiva e l’aliquota di computo relativa ai trattamenti di quiescenza con riferimento al periodo 2016-2020 pari a euro 53.926.054 per l’anno 2021, si provvede mediante apposito trasferimento dal bilancio dello Stato all’ente previdenziale.Fonte
23/01/2020
Citarsi addosso: Anvur cerca di smentire e invece dà la conferma
Il miracolo scientifico italiano è solo un’illusione, dovuta a
doping citazionale, così avevamo scritto in un articolo apparso lo
scorso ottobre su Times Higher Education. Eugenio Bruno, sul Sole 24
Ore, dà voce alle obiezioni dell’Anvur, la nostra Agenzia nazionale di
valutazione della ricerca. Desta perplessità un’agenzia di valutazione
che stila un documento tecnico e lo sottopone a un quotidiano invece che
alla comunità scientifica. Non solo: Anvur non si rende nemmeno conto
che la figura inviata al Sole è in realtà un’ulteriore prova che
dimostra quanto illusorio sia stato il miracolo italiano, a fronte di
massicci tagli di risorse e di personale, quelli sì del tutto reali. Il
dibattito sul “paradosso italiano” (meno finanziamenti ma boom di
citazioni) è esploso in seguito alla pubblicazione lo scorso settembre
di un nostro articolo su PLOS ONE. Il significato del nostro articolo è
stato generalmente ben compreso all’estero, dove i commenti si sono
concentrati sugli effetti distorsivi dei criteri di valutazione numerici
in un ambito così delicato come quello della ricerca scientifica. Esemplare il commento di Le Monde che ha puntato il dito non tanto sui
ricercatori italiani, ma sull’asineria governamentale (“ânerie gouvernementale”)
di chi ha concepito e varato regole destinate inevitabilmente a
incentivare comportamenti opportunistici. Scelte sbagliate, quelle
italiane, che sono frutto di provincialismo e di ritardi
scientifico-culturali che, duole dirlo, traspaiono anche dagli
argomenti, tecnicamente inadeguati, usati dall’Anvur.
Il miracolo scientifico italiano è solo un’illusione, dovuta a doping citazionale, così abbiamo scritto in un articolo recentemente apparso su Times Higher Education [1]. Eugenio Bruno, nel suo articolo dello scorso 21 ottobre [2], dà voce alle obiezioni dell’Anvur, la nostra Agenzia nazionale di valutazione della ricerca. Eppure, la tesi del doping trova conferma proprio nel grafico, di fonte Anvur, che accompagna l’articolo di Bruno. Infatti, nella figura, che è tracciata al netto delle autocitazioni, non si vede traccia dell’impetuosa crescita scientifica italiana che tanto aveva impressionato gli estensori di un rapporto commissionato dal governo britannico [3]. Il sorpasso dell’Italia ai danni del Regno Unito appariva imminente e inevitabile se, come avevano fatto gli esperti di Elsevier, si esaminava il grafico senza depurarlo dalle autocitazioni.
Il dibattito sul “paradosso italiano”, iniziato nel 2018 con la pubblicazione di articoli [4-5] che avevano evidenziato un aumento delle autocitazioni italiane in alcuni settori scientifici, è esploso in seguito alla pubblicazione lo scorso settembre di un nostro articolo [6] su PLOS ONE, rivista scientifica sì autorevole, ma non “di area medica” come scrive Bruno. In quella sede abbiamo mostrato attraverso una comparazione internazionale che, a partire dagli anni 2010, il comportamento dei ricercatori italiani ha subito un brusco cambiamento.
I ricercatori italiani, infatti, hanno cominciato ad autocitarsi maggiormente rispetto ai loro colleghi stranieri, cosicché l’Italia ha cominciato a guadagnare posizioni nella classifica citazionale delle nazioni. Lungi dal muovere accuse ai ricercatori italiani, il nostro articolo rintraccia l’origine di questo cambiamento nell’adattamento dei ricercatori ai criteri di valutazione bibliometrici promossi da Anvur. Essendo divenuto indispensabile avere un certo numero di citazioni per far carriera, i ricercatori si sono adattati, autocitandosi o scambiandosi citazioni. La notizia del doping citazionale italiano ha fatto rapidamente il giro del mondo ed è stata ripresa non solo dai quotidiani nazionali [7-9], incluso il Sole 24 Ore [10], ma anche da importanti riviste scientifiche internazionali, quali Nature [11], Science [12] e Physics Today [13].
Il significato del nostro articolo è stato generalmente ben compreso all’estero, dove i commenti si sono concentrati sugli effetti distorsivi dei criteri di valutazione numerici in un ambito così delicato come quello della ricerca scientifica. Più complessa è stata invece l’accoglienza in Italia, dove è stato spesso frainteso, leggendolo, a torto, come un atto di accusa verso comportamenti scorretti dei singoli scienziati e dei gruppi di ricerca. Esemplare il commento di Le Monde [14] che ha puntato il dito non tanto sui ricercatori italiani, ma sull’asineria governamentale (“ânerie gouvernementale”) di chi ha concepito e varato regole destinate inevitabilmente a incentivare comportamenti opportunistici.
Scelte sbagliate, quelle italiane, che sono frutto di provincialismo e di ritardi scientifico-culturali che, duole dirlo, traspaiono anche dagli argomenti usati dall’Anvur. L’obiezione tecnica mossa al nostro indicatore di Inwardness, per esempio, fa leva sulla definizione di autocitazione da noi usata che però, guarda caso, è la stessa definizione usata per il calcolo del Field Weighted Citation Index (FWCI) mostrato nel grafico proposto da Anvur. Miccoli e Rumiati obiettano che l’Inwardness cresce anche nelle altre nazioni, ma come abbiamo spiegato su PLOS ONE, l’anomalia italiana non è tanto la crescita quanto la forte accelerazione della crescita in concomitanza con l’introduzione dei criteri bibliometrici citazionali. Sorprendente anche il commento sui ricercatori che operano nelle scienze umane e sociali. L’Anvur dovrebbe essere la prima a sapere che gran parte dei loro lavori non sono censiti nei database bibliometrici internazionali, ragion per cui il loro caso non è pertinente al dibattito sul doping citazionale. Desta infine perplessità un’agenzia di valutazione che stila un documento tecnico e lo sottopone a un quotidiano invece che alla comunità scientifica.
Dieci anni di riflessioni sui limiti e sui danni delle misurazioni numeriche – la San Francisco Declaration on Research Assessment [15], il Metric Tide britannico [16], il Manifesto di Leiden [17] sull’uso responsabile della bibliometria – sembrano passati invano per i vertici dell’agenzia di valutazione. Non solo: mentre si ostinano a minimizzare, forniscono, seppur inconsapevolmente, altre prove che evidenziano quanto illusorio sia stato il miracolo italiano, a fronte di massicci tagli di risorse e di personale, quelli sì del tutto reali. È ora di riaprire gli occhi e rimboccarsi le maniche.
[Questo post esce in ritardo rispetto agli eventi cui si riferisce. Fu inviato a suo tempo a IlSole24Ore. A seguito di reiterate
Note:
[1] A. Baccini, G. De Nicolao, E. Petrovich, Italy’s miracle is an illusion, Times Higher Education, https://digital.timeshighereducation.com/THE101019-N34ncq/html5/index.html
[2] E. Bruno, Autocitarsi non è un vizio italiano, Sole 24 Ore, 21 ottobre 2019, https://scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2019-10-18/anvur-134947.php?uuid=ACqCb7s
[3] BIS, U. K. International Comparative Performance of the UK Research Base–2016. 2016, https://www.elsevier.com/research-intelligence/research-initiatives/beis2016
[4] F. Scarpa, V. Bianco, and L. A. Tagliafico, The Impact of the National Assessment Exercises on Self-Citation Rate and Publication Venue: An Empirical Investigation on the Engineering Academic Sector in Italy, Scientometrics 117, no. 2 (November 2018): 997–1022, https://doi.org/10.1007/s11192-018-2913-5
[5] M, Cattaneo M, Meoli M, Malighetti P. Self-citations as strategic response to the use of metrics for career decisions. Research Policy. 2019; 48(2):478–491. https://doi.org/10.1016/j.respol.2017.12.004
[6] A. Baccini, G. De Nicolao, E. Petrovich, Citation gaming induced by bibliometric evaluation: a country-level comparative analysis, PLOS ONE, 09.11.2019, https://doi.org/10.1371/journal.pone.0221212
[7] G. Stella I prof si citano da soli. Il Corriere della Sera,
https://www.corriere.it/cronache/19_settembre_11/i-professori-si-citano-soli-cosi-si-gonfia-ricerca-c471954a-d4cf-11e9-8dcf-5bb1c565a76e.shtml
[8] M. Esposito, Le autocitazioni dei prof italiani per scalare le classifiche, Il Mattino, https://www.cnr.it/rassegnastampa/19-09/190912/ADVNUX.tif
[9] V.Della Sala, Ricerca, le troppe autocitazioni gonfiano i risultati top dell’Italia, il Fatto Quotidiano, https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/09/12/ricerca-le-troppe-autocitazioni-gonfiano-i-risultati-top-dellitalia/5447777/
[10] Alberto Magnani, Auto-citazioni, il «doping» della ricerca italiana, Il Sole 24 Ore, https://www.ilsole24ore.com/art/boom-auto-citazioni-studio-denuncia-doping-ricerca-italiana-ACnIPdj
[11] Richard Van Noorden Italy’s rise in research impact pinned on ‘citation doping’, Nature News, https://www.nature.com/articles/d41586-019-02725-y?fbclid=IwAR3cfJMU0gH0-JMqg6HMTuXdNH-QGGucJCyLKBoUbWz23izj2Tz8WC5LEBM
[12] G. Guglielmi,Clubby and ‘disturbing’ citation behavior by researchers in Italy has surged, Science Mag, https://www.sciencemag.org/news/2019/09/clubby-and-disturbing-citation-behavior-researchers-italy-has-surged
[13] D. Singh Chawla, Researchers in Italy are increasingly citing researchers in Italy, Physics Today, https://physicstoday.scitation.org/do/10.1063/PT.6.2.20190919a/full/
[14] S. Huet, Recherche scientifique : le faux miracle italien, Le Monde, https://www.lemonde.fr/blog/huet/2019/09/25/recherche-scientifique-le-faux-miracle-italien/
[15] San Francisco Declaration on Research Assessment (DORA), https://sfdora.org/
[16] The Metric Tide, https://responsiblemetrics.org/the-metric-tide/
[17] Leiden Manifesto for Research Metrics, http://www.leidenmanifesto.org/
*****
Il miracolo scientifico italiano è solo un’illusione, dovuta a doping citazionale, così abbiamo scritto in un articolo recentemente apparso su Times Higher Education [1]. Eugenio Bruno, nel suo articolo dello scorso 21 ottobre [2], dà voce alle obiezioni dell’Anvur, la nostra Agenzia nazionale di valutazione della ricerca. Eppure, la tesi del doping trova conferma proprio nel grafico, di fonte Anvur, che accompagna l’articolo di Bruno. Infatti, nella figura, che è tracciata al netto delle autocitazioni, non si vede traccia dell’impetuosa crescita scientifica italiana che tanto aveva impressionato gli estensori di un rapporto commissionato dal governo britannico [3]. Il sorpasso dell’Italia ai danni del Regno Unito appariva imminente e inevitabile se, come avevano fatto gli esperti di Elsevier, si esaminava il grafico senza depurarlo dalle autocitazioni.
Il dibattito sul “paradosso italiano”, iniziato nel 2018 con la pubblicazione di articoli [4-5] che avevano evidenziato un aumento delle autocitazioni italiane in alcuni settori scientifici, è esploso in seguito alla pubblicazione lo scorso settembre di un nostro articolo [6] su PLOS ONE, rivista scientifica sì autorevole, ma non “di area medica” come scrive Bruno. In quella sede abbiamo mostrato attraverso una comparazione internazionale che, a partire dagli anni 2010, il comportamento dei ricercatori italiani ha subito un brusco cambiamento.
I ricercatori italiani, infatti, hanno cominciato ad autocitarsi maggiormente rispetto ai loro colleghi stranieri, cosicché l’Italia ha cominciato a guadagnare posizioni nella classifica citazionale delle nazioni. Lungi dal muovere accuse ai ricercatori italiani, il nostro articolo rintraccia l’origine di questo cambiamento nell’adattamento dei ricercatori ai criteri di valutazione bibliometrici promossi da Anvur. Essendo divenuto indispensabile avere un certo numero di citazioni per far carriera, i ricercatori si sono adattati, autocitandosi o scambiandosi citazioni. La notizia del doping citazionale italiano ha fatto rapidamente il giro del mondo ed è stata ripresa non solo dai quotidiani nazionali [7-9], incluso il Sole 24 Ore [10], ma anche da importanti riviste scientifiche internazionali, quali Nature [11], Science [12] e Physics Today [13].
Il significato del nostro articolo è stato generalmente ben compreso all’estero, dove i commenti si sono concentrati sugli effetti distorsivi dei criteri di valutazione numerici in un ambito così delicato come quello della ricerca scientifica. Più complessa è stata invece l’accoglienza in Italia, dove è stato spesso frainteso, leggendolo, a torto, come un atto di accusa verso comportamenti scorretti dei singoli scienziati e dei gruppi di ricerca. Esemplare il commento di Le Monde [14] che ha puntato il dito non tanto sui ricercatori italiani, ma sull’asineria governamentale (“ânerie gouvernementale”) di chi ha concepito e varato regole destinate inevitabilmente a incentivare comportamenti opportunistici.
Scelte sbagliate, quelle italiane, che sono frutto di provincialismo e di ritardi scientifico-culturali che, duole dirlo, traspaiono anche dagli argomenti usati dall’Anvur. L’obiezione tecnica mossa al nostro indicatore di Inwardness, per esempio, fa leva sulla definizione di autocitazione da noi usata che però, guarda caso, è la stessa definizione usata per il calcolo del Field Weighted Citation Index (FWCI) mostrato nel grafico proposto da Anvur. Miccoli e Rumiati obiettano che l’Inwardness cresce anche nelle altre nazioni, ma come abbiamo spiegato su PLOS ONE, l’anomalia italiana non è tanto la crescita quanto la forte accelerazione della crescita in concomitanza con l’introduzione dei criteri bibliometrici citazionali. Sorprendente anche il commento sui ricercatori che operano nelle scienze umane e sociali. L’Anvur dovrebbe essere la prima a sapere che gran parte dei loro lavori non sono censiti nei database bibliometrici internazionali, ragion per cui il loro caso non è pertinente al dibattito sul doping citazionale. Desta infine perplessità un’agenzia di valutazione che stila un documento tecnico e lo sottopone a un quotidiano invece che alla comunità scientifica.
Dieci anni di riflessioni sui limiti e sui danni delle misurazioni numeriche – la San Francisco Declaration on Research Assessment [15], il Metric Tide britannico [16], il Manifesto di Leiden [17] sull’uso responsabile della bibliometria – sembrano passati invano per i vertici dell’agenzia di valutazione. Non solo: mentre si ostinano a minimizzare, forniscono, seppur inconsapevolmente, altre prove che evidenziano quanto illusorio sia stato il miracolo italiano, a fronte di massicci tagli di risorse e di personale, quelli sì del tutto reali. È ora di riaprire gli occhi e rimboccarsi le maniche.
[Questo post esce in ritardo rispetto agli eventi cui si riferisce. Fu inviato a suo tempo a IlSole24Ore. A seguito di reiterate
Note:
[1] A. Baccini, G. De Nicolao, E. Petrovich, Italy’s miracle is an illusion, Times Higher Education, https://digital.timeshighereducation.com/THE101019-N34ncq/html5/index.html
[2] E. Bruno, Autocitarsi non è un vizio italiano, Sole 24 Ore, 21 ottobre 2019, https://scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2019-10-18/anvur-134947.php?uuid=ACqCb7s
[3] BIS, U. K. International Comparative Performance of the UK Research Base–2016. 2016, https://www.elsevier.com/research-intelligence/research-initiatives/beis2016
[4] F. Scarpa, V. Bianco, and L. A. Tagliafico, The Impact of the National Assessment Exercises on Self-Citation Rate and Publication Venue: An Empirical Investigation on the Engineering Academic Sector in Italy, Scientometrics 117, no. 2 (November 2018): 997–1022, https://doi.org/10.1007/s11192-018-2913-5
[5] M, Cattaneo M, Meoli M, Malighetti P. Self-citations as strategic response to the use of metrics for career decisions. Research Policy. 2019; 48(2):478–491. https://doi.org/10.1016/j.respol.2017.12.004
[6] A. Baccini, G. De Nicolao, E. Petrovich, Citation gaming induced by bibliometric evaluation: a country-level comparative analysis, PLOS ONE, 09.11.2019, https://doi.org/10.1371/journal.pone.0221212
[7] G. Stella I prof si citano da soli. Il Corriere della Sera,
https://www.corriere.it/cronache/19_settembre_11/i-professori-si-citano-soli-cosi-si-gonfia-ricerca-c471954a-d4cf-11e9-8dcf-5bb1c565a76e.shtml
[8] M. Esposito, Le autocitazioni dei prof italiani per scalare le classifiche, Il Mattino, https://www.cnr.it/rassegnastampa/19-09/190912/ADVNUX.tif
[9] V.Della Sala, Ricerca, le troppe autocitazioni gonfiano i risultati top dell’Italia, il Fatto Quotidiano, https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/09/12/ricerca-le-troppe-autocitazioni-gonfiano-i-risultati-top-dellitalia/5447777/
[10] Alberto Magnani, Auto-citazioni, il «doping» della ricerca italiana, Il Sole 24 Ore, https://www.ilsole24ore.com/art/boom-auto-citazioni-studio-denuncia-doping-ricerca-italiana-ACnIPdj
[11] Richard Van Noorden Italy’s rise in research impact pinned on ‘citation doping’, Nature News, https://www.nature.com/articles/d41586-019-02725-y?fbclid=IwAR3cfJMU0gH0-JMqg6HMTuXdNH-QGGucJCyLKBoUbWz23izj2Tz8WC5LEBM
[12] G. Guglielmi,Clubby and ‘disturbing’ citation behavior by researchers in Italy has surged, Science Mag, https://www.sciencemag.org/news/2019/09/clubby-and-disturbing-citation-behavior-researchers-italy-has-surged
[13] D. Singh Chawla, Researchers in Italy are increasingly citing researchers in Italy, Physics Today, https://physicstoday.scitation.org/do/10.1063/PT.6.2.20190919a/full/
[14] S. Huet, Recherche scientifique : le faux miracle italien, Le Monde, https://www.lemonde.fr/blog/huet/2019/09/25/recherche-scientifique-le-faux-miracle-italien/
[15] San Francisco Declaration on Research Assessment (DORA), https://sfdora.org/
[16] The Metric Tide, https://responsiblemetrics.org/the-metric-tide/
[17] Leiden Manifesto for Research Metrics, http://www.leidenmanifesto.org/
07/10/2019
Citarsi addosso. Ascesa scientifica dell’Italia? No, solo doping per inseguire i criteri ANVUR
Nonostante i pesanti tagli ai
finanziamenti e al personale, la ricerca italiana negli anni
post-riforma ha compiuto una sorta di miracolo: il suo impatto, misurato
in termini di citazioni e produttività, anziché diminuire è addirittura
aumentato. Secondo un rapporto stilato nel 2016 da SciVal
Analytics per il governo britannico, le pubblicazioni italiane, non solo
hanno superato quelle statunitensi in termini di impatto citazionale
pesato (field-weighted citation impact), ma hanno raggiunto il secondo posto nel G8, appena dietro al Regno Unito. Sempre secondo lo stesso report, “based on current trajectories, [Italy is] set to overtake the UK in the near future”. La spiegazione? “La valutazione migliora l’università”
aveva detto nel 2016 Andrea Graziosi, Presidente dell’Anvur, l’agenzia
nazionale di valutazione della ricerca. Tuttavia, diversi studi stanno
mostrando che l’uso massiccio della bibliometria nella valutazione della
ricerca promuove comportamenti opportunistici da parte dei ricercatori.
È appena uscito su PLOS ONE l’articolo “Citation gaming induced by bibliometric evaluation: a country-level comparative analysis”
(A. Baccini, G. De Nicolao, E. Petrovich) che introduce e studia un
nuovo indice bibliometrico, l’Inwardness (“autoreferenzialità”),
sensibile agli effetti su scala nazionale delle autocitazioni e dei club
citazionali. A partire dal 2010, anno della riforma universitaria, c’è
un brusco cambio di marcia nell’auto-referenzialità italiana, che mette
il turbo, distaccandosi nettamente dai trend degli altri paesi del G10.
Sembra esserci una sola spiegazione plausibile: la necessità di
raggiungere gli obiettivi bibliometrici fissati da ANVUR ha creato un
forte incentivo all’autocitazione e alla creazione di club citazionali.
Tali comportamenti sono diventati così pervasivi da modificare il valore
di Inwardness dell’intero Paese, sia globalmente che nella maggior
parte dei settori. Così stando le cose, l’incremento dell’impatto
citazionale italiano registrato nei “country ranking” è un miraggio,
dovuto a un colossale doping citazionale collettivo.
Link all’articolo: https://doi.org/10.1371/journal.pone.0221212
1. Il paradosso italiano
Com’è noto, la riforma universitaria
introdotta nel 2010 con la legge Gelmini (L240/2010) ha profondamente
ridisegnato il sistema della ricerca italiano. Nel nome dell’uso
efficiente dei fondi pubblici, i finanziamenti per la ricerca hanno
subito tagli severi, il turnover è stato fortemente
ridimensionato ed è stato messo in moto un complesso sistema di
valutazione della ricerca, gestito dalla neonata Agenzia per la
Valutazione della Ricerca e dell’Università (ANVUR). Com’è noto, spina
dorsale di questo sistema sono gli indicatori bibliometrici che, da quel
momento, svolgono un ruolo fondamentale nell’accademia. Non soltanto
sono usati per valutare la performance dei dipartimenti e degli
atenei, ma sono entrati anche nelle procedure di reclutamento e
promozione dei ricercatori. Ad oggi, superare le cosiddette “soglie
bibliometriche”, che nelle scienze dure sono calcolate sulla base di
citazioni, pubblicazioni e h-index, è condizione necessaria per ottenere
l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) nei settori scientifici.
Tuttavia, nonostante i pesanti tagli ai
finanziamenti e al personale, la ricerca italiana negli anni
post-riforma ha compiuto una sorta di miracolo: il suo impatto, misurato
in termini di citazioni e produttività, infatti, anziché diminuire è
addirittura aumentato.
Secondo un rapporto stilato nel 2016 da SciVal Analytics per il governo britannico, nel 2012 le pubblicazioni italiane hanno superato quelle statunitensi in termini di impatto citazionale pesato (field-weighted citation impact), e l’Italia ha raggiunto il secondo posto nella classifica dei Paesi G8, appena dietro al Regno Unito[i]. Sempre secondo lo stesso report, “based on current trajectories, [Italy is] set to overtake the UK in the near future“[ii]. Anche Nature, in un recente editoriale, ha riconosciuto il continuo miglioramento della performance italiana, nonostante il basso livello di spesa pubblica in ricerca e sviluppo (1.3%), ampiamente al di sotto della media europea.[iii]
2. Affama la bestia, schiocca la frusta bibliometrica
Tali risultati sembrano dimostrare che l’Italia sia diventata, grazie alla riforma, una specie di tigre della scienza europea.
Tagli alla spesa, uniti al pervasivo uso di misurazioni bibliometriche,
sembrerebbero essere la ricetta giusta per conquistare le vette dei
ranking internazionali.
Secondo ANVUR, “Italy is one of the international best practices in the design and implementation of research evaluation exercises. In particular, the use of bibliometrics is at the forefront for how it deals with the problems of comparison between disciplines and for the sophisticated use of multiple indicators“. L’Agenzia mette in evidenza il crescente innalzamento della ricerca italiana verso elevati standard scientifici: “After a first phase in which autonomy was accompanied by centrifugal tendencies, in recent years Italian universities have shown a gradual convergence towards higher standards both in teaching […] and in the research activity.“[1]
Eppure, prima di proporre l’Italia come un modello vincente, da esportare magari in altri paesi europei e nei giganti emergenti della scienza del XXI secolo, Cina e India, è necessario considerare attentamente il lato oscuro del successo italiano.
3. Una mascherata bibliometrica
Sono sempre di più gli studi che
mostrano come l’uso massiccio della bibliometria nella valutazione della
ricerca induca comportamenti opportunistici da parte dei ricercatori.
Di recente, uno studio di Ioannidis e colleghi ha rivelato che, tra i
ricercatori più citati al mondo, ce ne sono alcuni che ricorrono in modo
massiccio e sistematico all’autocitazione per far lievitare i propri
indicatori. [iv]
Riguardo all’Italia, lavori recenti hanno rilevato un aumento dell’uso strategico delle autocitazioni all’interno di alcuni settori scientifici[v].
È appena uscito su PLOS ONE l’articolo “Citation gaming induced by bibliometric evaluation: a country-level comparative analysis” (A. Baccini, G. De Nicolao, E. Petrovich)[vi] che introduce e studia un nuovo indice bibliometrico, l’Inwardness (“autoreferenzialità”), sensibile agli effetti su scala nazionale delle autocitazioni e dei club citazionali. Tale indicatore misura quante delle citazioni totali ricevute da un Paese provengano dal Paese stesso, cioè quanto dell’impatto totale di un Paese sia dovuto a citazioni “endogene”. In questo modo, l’indicatore è sensibile sia alle autocitazioni che ai cosiddetti “club citazionali” intra-nazionali (gruppi di connazionali che scambiano opportunisticamente citazioni) in quanto entrambi i tipi di citazione provengono dal Paese stesso.
Per la prima volta, viene mostrato chiaramente che la recente impennata dell’impatto citazionale dell’Italia è essenzialmente un miraggio, prodotto da un cambiamento del comportamento citazionale dei ricercatori italiani dopo la riforma.
Confrontando gli andamenti nel tempo dell’Inwardness dei Paesi del G10, a partire dal 2010, anno della riforma universitaria, c’è un brusco cambio di marcia nell’auto-referenzialità italiana, che mette il turbo, distaccandosi nettamente dai trend degli altri paesi del G10 nella maggior parte dei settori di ricerca. Dietro gli USA, nel 2016, l’Italia diventa, globalmente e nella maggior parte dei campi di ricerca, il Paese con l’Inwardness più alta, a fronte del più basso indice di collaborazioni internazionali.
La spiegazione più probabile di questo fenomeno è che le nuove policy introdotte dalla riforma abbiano indotto nei ricercatori italiani un sostanziale incremento dell’uso strategico delle citazioni.
La necessità di raggiungere gli obiettivi bibliometrici fissati da
ANVUR con ogni mezzo ha creato un forte incentivo all’autocitazione e
alla creazione di club citazionali. Tali comportamenti sono diventati
così pervasivi da modificare il valore di Inwardness dell’intero Paese,
sia globalmente che nella maggior parte dei settori. Stando così le
cose, l’incremento dell’impatto italiano registrato nei ranking
citazionali non sarebbe altro che il frutto di un doping citazionale collettivo. Dietro al caso italiano non ci sono politiche della scienza miracolose, ma una gigantesca mascherata bibliometrica.
Che lezione dovremmo trarre da questi
dati? Qualcuno potrebbe pensare che l’uso di indicatori più raffinati o
la rimozione delle autocitazioni dai calcoli basterebbe a risolvere il
problema. Dal nostro punto di vista questa soluzione è invece destinata
al fallimento: i ricercatori sono estremamente veloci ad adattarsi ai
cambiamenti nella science policy e qualsiasi nuovo indicatore non farebbe altro che stimolare strategie di “gaming” più raffinate, in accordo con la famosa legge di Goodhart
(“Quanto una misura diventa un obiettivo, cessa di essere una buona
misura”). Noi pensiamo al contrario che l’insegnamento da ricavare sia
che non esiste alcuna bacchetta magica – bibliometrica o di altro tipo –
che possa gonfiare la performance scientifica di un Paese. Soltanto un
massiccio investimento nella ricerca può farlo.
Note:
Note:
[1] ANVUR, Rapporto biennale sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2018, 2018, https://www.anvur.it/rapporto-biennale/rapporto-biennale-2018/
[i] Nature, Seven days: 6–12 December 2013, https://www.nature.com/news/seven-days-6-12-december-2013-1.14335
[ii] BIS, U. K. International Comparative Performance of the UK Research Base–2016. 2016, https://www.elsevier.com/research-intelligence/research-initiatives/beis2016
[iii] Nature, Editorial, ‘Memo to Italy’s president: your researchers need you’, 27 August 2019, https://www.nature.com/articles/d41586-019-02560-1
[iv] John P. A. Ioannidis et al., ‘A Standardized Citation Metrics Author Database Annotated for Scientific Field’, PLOS Biology 17, no. 8 (12 August 2019): e3000384, https://doi.org/10.1371/journal.pbio.3000384.
[v] Marco Seeber et al., ‘Self-Citations as Strategic Response to the Use of Metrics for Career Decisions’, Research Policy
48, no. 2 (March 2019): 478–91,
https://doi.org/10.1016/j.respol.2017.12.004; Federico Scarpa, Vincenzo
Bianco, and Luca A. Tagliafico, ‘The Impact of the National Assessment
Exercises on Self-Citation Rate and Publication Venue: An Empirical
Investigation on the Engineering Academic Sector in Italy’, Scientometrics 117, no. 2 (November 2018): 997–1022, https://doi.org/10.1007/s11192-018-2913-5.
[vi] A. Baccini, G. De Nicolao, E. Petrovich, “Citation gaming induced by bibliometric evaluation: a country-level comparative analysis”, PLOSONE, 09.11.2019 https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/pone.0221212
Fonte
Fonte
18/10/2017
Indovina, indovinello, chi ha modificato la voce “Elena Cattaneo” su Wikipedia?
No non è stato iCub™,
il robot IIT con la faccia di bambino, a modificare – un po’
maliziosamente – la voce “Elena Cattaneo” su Wikipedia. Ma se lo avete
pensato non siete troppo lontani dalla verità. Abbiamo ricevuto una
lettera da José De Falco, Capo segreteria della Sen.ce e prof.ssa Elena
Cattaneo, il quale ricostruisce nel dettaglio una singolare vicenda,
relativa ad alcuni cambiamenti “chirurgici” operati da una certa
“Rosetta95” sulla voce enciclopedica della Senatrice a vita. Con un po’
di pazienza, è possibile risalire all’identità di “Rosetta95”, un
profilo che, dalla data della sua creazione, ha lavorato solo su due
voci: il 20 novembre 2015 su quella di “Roberto Cingolani”, Direttore
scientifico dell’IIT, e il primo dicembre 2016, con nove interventi di
corpose aggiunte (pari a 1840 caratteri), sul lemma “Elena Cattaneo”.
Ebbene, De Falco ha scoperto che l’utente Rosetta95 non è altri che …
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
_______________
Mai gli uffici della Prof.ssa e Sen.ce
Elena Cattaneo erano intervenuti sulla voce enciclopedica a lei
riferita. Si è sempre ritenuto che la “comunità wikipediana” fosse
libera di selezionare le informazioni enciclopediche da iscrivervi. Solo
a seguito di segnalazioni di colleghi della Prof.ssa si è posta
l’attenzione su alcune modifiche proposte da un singolo utente,
“Rosetta95”, che – sebbene in via dissimulata – sono tese a screditare
la reputazione della stessa tanto in riferimento alla sua attività
scientifica e professionale quanto a quella svolta come Senatrice a
vita. Si è, infatti, osservata una certa attività di “cherry picking“, apparentemente volta a riportare quanto potesse mettere in cattiva luce la persona descritta nella voce.
L’utente “Rosetta95” interviene sul profilo Wikipedia della Prof.ssa ad esempio per riportare la chiusura di una spin off biotech universitaria da lei fondata nel 2004 [in realtà fu nel 2006, NdA], grazie a “un
cospicuo finanziamento seed da parte di Finlombarda (finanziaria della
regione Lombardia), a cui seguirono finanziamenti di venture capital”, indicando poi che “la società fu messa in liquidazione nel 2008 senza aver scoperto nulla di innovativo”. Una descrizione che si connota come innegabilmente negativa e che peraltro tace sul tasso di fallimento fisiologico delle start up pari a 9 su 10.
Di tutta l’attività parlamentare svolta
dalla Sen.ce Cattaneo nei soli quattro anni dalla sua nomina, l’utente
“Rosetta95” cita la sola promozione del Progetto Genomi, premurandosi di chiarire che il bando è andato deserto (*).
Analogamente, nell’intervenire sul
profilo Wikipedia della Sen.ce e Prof.ssa Cattaneo, l’utente “Rosetta95”
ricorda la circostanza che la Sen.ce “si è fatta promotrice di una campagna contro il progetto scientifico del Governo Renzi Human Technopole”, senza
dare conto né della messe di documenti portati a corredo della
critiche, né delle altre voci autorevoli che si sono aggiunte al
dibattito, né, infine – aspetto più qualificante -, che l’insieme di
quelle motivate critiche espresse nell’interesse del Paese e della
ricerca italiana sia stato meritevole di attenzione da parte dello
stesso Governo Renzi, il quale nel settembre 2016, con il decreto
ministeriale di attuazione, imponeva un drastico cambio nella gestione
dell’intera operazione.
Infine, per quanto riguarda l’attività
di ricerca della Prof.ssa Cattaneo e del suo laboratorio alla Statale di
Milano, dedicata allo studio di una tragica malattia neurodegenerativa,
la Corea di Huntington, l’utente “Rosetta95” interviene per segnalare
inspiegabilmente e unicamente che la Prof.ssa “nel 2015 si è aggiudicata un PRIN pari a 334.500,00 euro” senza
nemmeno riconoscere che tale assegnazione, come tipicamente avviene nei
bandi PRIN, si riferisce all’intero progetto coordinato dalla Prof.ssa
Cattaneo, che coinvolge altri quattro partner, a loro volta destinatari
di una quota di quella cifra totale prevista per lo svolgimento delle
attività sperimentali. Ancora di più colpisce che, nel volersi
apparentemente diffondere sui progetti competitivi vinti dalla prof.ssa
Cattaneo, l’utente “Rosetta95” scelga di citare unicamente
l’assegnazione di tale bando PRIN 2015, e taccia sugli altri
finanziamenti competitivi, ben più noti e complessi oltre che
economicamente più rilevanti, vinti dalla Prof.ssa per progetti da lei
proposti ad esempio alla Commissione Europea o a enti americani e che la
vedono vincitrice e coordinatrice del progetto europeo Neurostemcell
(anni 2008-2013: 12 milioni di Euro, 14 partner europei e uno
americano); del progetto Neurostemcellrepair (anni 2013-2017: 6 milioni
di Euro, 13 partner europei); oltre che dei progetti europei o americani
di cui è partner quali Neuromics, CircProt, CHDI, NeuroNE, EStools,
Stem-HD, Model PolyQ per citarne alcuni tra le decine vinti in modo
competitivo.
È evidente come, pur essendo ciascun
micro-aspetto ricapitolato “sostanzialmente vero”, l’effetto di “attenta
selezione” dell’assemblaggio delle informazioni, combinato alla loro
incompletezza, mette in cattiva luce il profilo della personalità
descritta dal lemma enciclopedico.
MA CHI È “ROSETTA95”?
Dando uno sguardo alle attività del
profilo “Rosetta95” su Wikipedia si ricavano alcune informazioni.
Infatti, andando sulla pagina dei contributi [https://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:Contributi/Rosetta95],
appare evidente come il profilo, dalla data della sua creazione, abbia
lavorato solo su due voci: il 20 novembre 2015 su quella di “Roberto
Cingolani”, Direttore scientifico dell’IIT, e il primo dicembre 2016,
con nove interventi di corpose aggiunte (pari a 1840 caratteri), sul
lemma “Elena Cattaneo”.
La circostanza (difficilmente
ascrivibile al caso, considerate le critiche formulate dalla Prof.
Cattaneo in merito alle modalità operative dell’IIT) ha indotto questo
ufficio a compiere un ulteriore approfondimento sull’identità
dell’utente “Rosetta95”. È Wikipedia stessa ad offrire un chiarimento al
riguardo. A questo link di benvenuto dell’utente [https://it.wikipedia.org/wiki/Discussioni_utente:Rosetta95], si apprende che “Rosetta95” è la dott.ssa Valentina Polini, Research Support Administrative Senior – Media Relations and Digital Communication
dell’Ufficio Comunicazione e Relazioni esterne dell’Istituto italiano
di tecnologia (IIT), ufficio operativo sotto la direzione del dott. Stefano Amoroso.
Peraltro, lo stesso Dott. Amoroso, lo scorso 5 settembre 2017, nell’ambito di un post pubblico su Facebook di commento a un articolo della Sen.ce Cattaneo[https://www.facebook.com/stefano.amoroso.50/posts/1536818233044922] in cui afferma che “la
Sen.ce Cattaneo utilizza il proprio ruolo istituzionale per screditare
l’operato di IIT, Istituto Italiano di Tecnologia agli occhi
dell’opinione pubblica …” , risponde al commento di un’utente
scrivendo “Da Wikipedia: …” e quindi copia-incollando lo stralcio della
voce enciclopedica di Wikipedia della Sen.ce Cattaneo modificata come
sopra indicato dalla sua collaboratrice Valentina Polini/Rosetta95,
quale “summa” di tutti i limiti e fallimenti (eventuali) della Prof.ssa.
Sembra quindi chiarirsi il contesto e le
finalità di tali modifiche testuali alla voce enciclopedica della
Prof.ssa Cattaneo. Tra le tre e le quattro del giovedì pomeriggio del
primo dicembre 2016, una dipendente dell’Istituto italiano di
tecnologia, ente di diritto privato largamente finanziato con risorse
pubbliche, si presume dal posto di lavoro e non si sa se nell’ambito di
attività concordate con l’Ufficio Comunicazione e Relazioni esterne da
cui dipende, si attiva per “integrare” con una selezione di informazioni
“fior da fiore” la voce Wikipedia di una studiosa che – evidentemente –
ha il torto di aver pubblicamente criticato, circostanziandole,
attività e performance del suo datore di lavoro. Critiche sempre
pubbliche e sempre motivate, raccolte a seguito di oltre un anno di
analisi di fatti e numeri non visibili o difficilmente rintracciabili, a
cui si aggiunge una messe di segnalazioni parlamentari accumulatesi
negli anni e provenienti da più parti del Parlamento circa l’operatività
dell’ente in questione, nonché formalizzate dalla Prof.ssa anche in
sede istituzionale in un primo “Documento di studio relativo al progetto Human Technopole”
depositato agli atti della seduta del Senato della Repubblica del 4
maggio 2016 e con alcuni punti sinteticamente riassunti in articoli
pubblicati sulla stampa (Sole24Ore, 15 maggio 2016; Secolo XIX, 2 e 13 giugno 2017).
Wikipedia fornisce ulteriori indicazioni
circa quanto rilevato: dato che l’attività della dott.ssa Polini - pur
sotto lo pseudonimo di “Rosetta95” - è, osservate le circostanze, da
ritenersi di natura professionale, e considerato che nel suo profilo
manca ogni dichiarazione di conflitto d’interesse (come sarebbe invece
richiesto dalle stringenti policy di Wikipedia per la contribuzione su
commissione[https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Avvertenze_sulla_contribuzione_su_commissione#Cosa_fare_se_ti_viene_richiesto_di_modificare_Wikipedia_su_commissione]),
essa è da ritenersi eseguita in violazione delle regole che fanno di
questo strumento conoscitivo un luogo libero e partecipato di
condivisione del sapere.
Questo Ufficio tutto quanto osservato e
d’intesa con la Sen.ce Cattaneo che ha letto e condivide quanto scritto
in ogni sua parte, nel rigoroso rispetto delle regole di condotta
adottate da Wikipedia sulla contribuzione su commissione, si è attivato
perché fossero eliminate, riformulate o integrate le aggiunte
analiticamente segnalate alla Wikimedia Foundation, auspicando – ove sia
tecnicamente possibile – che sia “censurata” la condotta realizzata
dall’utente Rosetta95/dott.ssa Valentina Polini verosimilmente “per
conto” dell’Istituto italiano di tecnologia, evidentemente tendente a
contrastare, attraverso il tentativo di offuscarne la reputazione
personale, quanto dimostrato pubblicamente dalla Prof.ssa e Sen.ce
Cattaneo , sulla stampa e in sede parlamentare, in merito alle
performance di produttività scientifica, alla trasparenza, alla
governance e all’accountability dell’Istituto Italiano di Tecnologia.
José De Falco
Capo Segreteria Sen.ce Elena Cattaneo
___________________________
(*) Trattasi di un progetto di genomica
clinica facente capo al Ministero della Salute, cui la Prof.ssa e
Sen.ce, con il sostegno di altri membri del Parlamento, ha dedicato
tempo e impegno in un momento di minimo interesse politico per il
settore ricerca, affinché il Paese si dotasse di un proprio Progetto
Genomi a carattere nazionale che coinvolgesse specialisti e coorti
cliniche di tutta Italia, da identificare per via competitiva da una
commissione di studiosi esperti, con l’obiettivo di consentire ai centri
italiani di strutturarsi in modo integrato per confrontarsi con
analoghe (e ben più sostenute) iniziative in altri paesi (La Repubblica, 30 novembre 2015; La Repubblica, 15 dicembre 2015).
La legge di Stabilità 2016, che stabiliva la disponibilità di 15
milioni di euro per il Progetto Genomi-Italia, poneva anche il vincolo
dell’identificazione, nel giro di soli sei mesi, di almeno un ente
co-finanziatore disposto a partecipare al Progetto con una quota non
inferiore alle risorse destinate annualmente dallo Stato. Nonostante le
manifestazioni pubbliche da parte di enti interessati a co-finanziare (La Repubblica, 4 dicembre 2017),
nessuna partnership giunse a concretizzazione, presumibilmente per
motivi legati alle obbligazioni di legge o per le tempistiche ristrette
di un bando per l’identificazione del co-finanziatore aperto dal
Ministero della Salute e chiuso nel giro di 10 giorni. Come previsto
dalla legge, il Progetto si è chiuso per assenza di un co-finanziatore (Relazione conclusiva della Commissione, Ministero della Salute). Il Milleproroghe 2017 ha impiegato l’importo originariamente stanziato dal Parlamento per il Progetto Genomi-Italia per la stabilizzazione dei precari dell’Istituto Superiore di Sanità.
26/05/2017
Tesoretto IIT: il recupero è appeso ad un emendamento
Circolano in queste ore notizie confuse
circa il fatto che anche l’ultimo emendamento alla mini finanziaria
finalizzato a destinare alla ricerca pubblica il “tesoretto” di IIT
(oltre 400 milioni di euro) sarà ritirato dal suo proponente (Repubblica Genova: IIT, l’emndamento sparisce. No, ritorna).
«Mi ha garantito che non appena riprenderanno i lavori della commissione Bilancio ritirerà l’emendamento»
scrive Repubblica Genova, citando una deputata, senza però intervistare
il diretto interessato. Come escludere che siano voci sparse ad arte
per indebolire la posizione di chi, proprio in queste cruciali ore, si
sta impegnando in commissione Bilancio alla Camera perchè l’emendamento
passi?
Vogliamo ricordare che, come
testimoniato sia da numerose interrogazioni parlamentari pregresse sia
dalle pagine di ROARS, la richiesta della restituzione di fondi
inutilizzati di così ampia entità è un atto di giustizia richiesto da
un’ampia comunità.
In merito, qui
sono state raccolte oltre 5000 firme perchè quei soldi tornino alla
ricerca pubblica, invece di giacere in Banca d’Italia (o peggio, come
sembra circolare nelle ultime ore, se ne pianifichi la spesa da parte di
IIT per fantomatici nuovi centri di ricerca).
Vale la pure la pena di ricordare che anche dall’Accademia dei Lincei, aveva sollecitato “una
valutazione straordinaria a tutto tondo per giudicare l’efficacia del
modello di organizzazione dell’IIT come modello per sviluppare la
ricerca italiana”.
Infine, è opportuno sottolineare come
IIT (che continuerebbe sempre ad ottenere i suoi quasi 100 milioni
annui) non sia affatto in pericolo: al contrario della ricerca pubblica,
cui quei 400 e passa milioni potrebbero restituire un po’ di ossigeno e
dignità.
Sarebbe bene che chi siede in Parlamento
sia consapevole della posta in gioco e dell’opinione della comunità
scientifica italiana.
Continua la maretta intorno a IIT e la gestione dei fondi.
Così a naso direi che non se ne esce anche perché la critica resta troppo interna a dinamiche tecniche che la visione politica della cosa la lambisce appena.
28/03/2017
Due parole sul mondo accademico
Con le righe sfibrate e rade che seguono non intendo imbastire una disamina sulle criticità che attanagliano il mondo dell'alta formazione italiana, a dirla tutta non avrei nemmeno titolo per approcciarmi all'impresa.
Più semplicemente intendo riscontrare come all'interno dell'ambiente, anche in quei soggetti che si propongono e tentano di agire in controtendenza rispetto alle forze che determinano la realtà fattuale dell'università italiana, persista una primigenia incapacità ad esulare dagli assetti di pensiero consolidatisi a partire dalla controrivoluzione liberista dell'ultimo trentennio.
Questa banale e scontata conclusione la ricavo periodicamente dalla lettura degli interventi su ROARS, probabilmente il più acuto osservatorio di fatti, analisi e punti di vista riguardanti, appunto l'universo accademico.
Le pagine virtuali che compongono il portale sono di notevole interesse perché consentono di addentrarsi in situazioni e dibattiti che altrimenti sarebbero del tutto preclusi al pubblico, sia generalista, sia antagonista.
Da queste tuttavia, spesso si evince un canovaccio mortificante a livello sistemico.
Scarsi, infatti, sono i riferimenti che il mondo accademico fa di se stesso in rapporto al resto dell'esistente.
Quando si legge di ricerca, per esempio, si fatica a comprendere se il relatore di turno riesca a porre al centro delle proprie riflessioni l'utilità che il suo lavoro dovrebbe avere nei confronti del collettivo; si ha, insomma, l'impressione che spesso e volentieri s'adombri la stella polare per cui la ricerca dovrebbe essere finalizzata a determinare progresso tangibile per tutti, e non maggiori margini di guadagno alla multinazionale di turno che si impossesserà del nuovo brevetto del tal dipartimento, tacendo di eventuali interessi di bottega possibili in ogni ambiente – lo sanno bene i subordinati pensando alla triplice del confederalismo sindacale –.
Altrettanto mortifere sono le discussioni che ruotano intorno alla "istituzionalizzazione" della cultura e della ricerca, in particolare per quel che riguarda l'accesso ai fondi.
Per dovere di cronaca, ROARS e il mondo accademico cui da voce non hanno mai lesinato critiche aspre e ponderate alle varie riforme che hanno massacrato ogni ordine e grado dell'istruzione italiana, tuttavia ciò è sempre declinato dal versante "tecnico", quasi si avesse paura di fare (o anche solo discutere di) politica.
Mi piace pensare che si tratti di una limitazione scelta per "rigore analitico", e non per filtro ideologico che impedisce di concepire la politica oltre la buona gestione dell'esistente, evitando (o negando?) qualsiasi speculazione sui rapporti di forza materiali interni alla società che determinano le conseguenti scelte politiche che quell'esistente che si vorrebbe ben amministrare, lo inverano in ogni dettaglio.
Il ritorno alla ricerca accademica dunque va benissimo, tuttavia dovrebbe essere altrettanto auspicabile un ritorno all'analisi e al discorso politico, ormai smarriti da troppo tempo, se non altro per evitare maldestre cadute di stile citando superficialmente "assurde programmazioni di stampo sovietico", che fanno il paio con giornalisti (o sedicenti tali) che chiamano in causa presunti padroni delle ferriere sovietiche...
Più semplicemente intendo riscontrare come all'interno dell'ambiente, anche in quei soggetti che si propongono e tentano di agire in controtendenza rispetto alle forze che determinano la realtà fattuale dell'università italiana, persista una primigenia incapacità ad esulare dagli assetti di pensiero consolidatisi a partire dalla controrivoluzione liberista dell'ultimo trentennio.
Questa banale e scontata conclusione la ricavo periodicamente dalla lettura degli interventi su ROARS, probabilmente il più acuto osservatorio di fatti, analisi e punti di vista riguardanti, appunto l'universo accademico.
Le pagine virtuali che compongono il portale sono di notevole interesse perché consentono di addentrarsi in situazioni e dibattiti che altrimenti sarebbero del tutto preclusi al pubblico, sia generalista, sia antagonista.
Da queste tuttavia, spesso si evince un canovaccio mortificante a livello sistemico.
Scarsi, infatti, sono i riferimenti che il mondo accademico fa di se stesso in rapporto al resto dell'esistente.
Quando si legge di ricerca, per esempio, si fatica a comprendere se il relatore di turno riesca a porre al centro delle proprie riflessioni l'utilità che il suo lavoro dovrebbe avere nei confronti del collettivo; si ha, insomma, l'impressione che spesso e volentieri s'adombri la stella polare per cui la ricerca dovrebbe essere finalizzata a determinare progresso tangibile per tutti, e non maggiori margini di guadagno alla multinazionale di turno che si impossesserà del nuovo brevetto del tal dipartimento, tacendo di eventuali interessi di bottega possibili in ogni ambiente – lo sanno bene i subordinati pensando alla triplice del confederalismo sindacale –.
Altrettanto mortifere sono le discussioni che ruotano intorno alla "istituzionalizzazione" della cultura e della ricerca, in particolare per quel che riguarda l'accesso ai fondi.
Per dovere di cronaca, ROARS e il mondo accademico cui da voce non hanno mai lesinato critiche aspre e ponderate alle varie riforme che hanno massacrato ogni ordine e grado dell'istruzione italiana, tuttavia ciò è sempre declinato dal versante "tecnico", quasi si avesse paura di fare (o anche solo discutere di) politica.
Mi piace pensare che si tratti di una limitazione scelta per "rigore analitico", e non per filtro ideologico che impedisce di concepire la politica oltre la buona gestione dell'esistente, evitando (o negando?) qualsiasi speculazione sui rapporti di forza materiali interni alla società che determinano le conseguenti scelte politiche che quell'esistente che si vorrebbe ben amministrare, lo inverano in ogni dettaglio.
Il ritorno alla ricerca accademica dunque va benissimo, tuttavia dovrebbe essere altrettanto auspicabile un ritorno all'analisi e al discorso politico, ormai smarriti da troppo tempo, se non altro per evitare maldestre cadute di stile citando superficialmente "assurde programmazioni di stampo sovietico", che fanno il paio con giornalisti (o sedicenti tali) che chiamano in causa presunti padroni delle ferriere sovietiche...
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