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27/12/2022

Fusione nucleare e guerra gas&oil

Fusione nucleare, solo quella del Sole è sostenibile e rinnovabile

Abbiamo una comprensione teorica della fusione nucleare da oltre un secolo, ma siamo ben lontani dal poterla impiegare come fonte elettrica continua e controllabile. Eppure, Repubblica, lo scorso 14 Dicembre, titolava: “Viaggio nel futuro, un bicchiere d’acqua ci scalderà per un anno. Nessun governo potrà più ricattare gli altri usando il petrolio o il gas come pistole”. Banalizzando e dando corpo a scenari irrealizzabili al presente e perfino scientificamente azzardati, una voce importante si è unita al coro fastidioso e incosciente di prostrazione del giornalismo nostrano all’annuncio che “l’Occidente” per definizione (gli Stati Uniti) è vicino, in solitaria, a realizzare il miracolo dell’energia del sole, così abbondante da tracimare da enormi impianti e da procrastinare il mito della crescita per un futuro senza limiti di contenimento.

“Ci vorranno almeno 30 anni” afferma invece Stefano Atzeni, dell’Università La Sapienza di Roma ed io ritengo che sia un grave errore da parte dei media tentare di capovolgere la sensazione diffusa che, invece, con la pandemia la guerra e il clima il tempo venga a mancare, se non si muta al presente, non fra 30 anni, il paradigma energetico dei fossili e del nucleare, rigidamente centralizzato ed a grande spreco.

E’ vero che il test realizzato al NIF (i laboratori di Livermore) ha prodotto più energia con la fusione di quella fornita ai laser utilizzati per provocare la reazione stessa. Ma è pur vero che, se si considera tutta l’energia impiegata e non solo quella che incide sul target, anzichè un guadagno netto, si ha un rendimento da numero decimale. E non sarebbe inutile osservare che, dopo ogni singola “iniezione”, occorre raffreddare il sistema ottico e ripristinarne le condizioni normali, con tempi non inferiori al giorno.

Il profluvio di sciocchezze date alla stampa risulta fuorviante e di non trascurabile danno, in particolare nella fase in cui siamo. Si è scritto e detto che “il processo avviene a velocità superiore a quella della luce" (“Repubblica”), che si impiega “acqua pesante, cioè non distillata da usarsi come materia prima: anche quella di mare” (Rampini sul Corriere) e, ancora, che “una mezza palla da basket” – evidentemente magica – sarebbe dovuta entrare nel «cilindretto lungo pochi millimetri» (Ansa), oppure, che “la fusione inerziale non genera radioattività, non produce scorie” (Descalzi, CEO ENI) (vedi qui.)

Questo modo di procedere tra scienza a spanne e tecnologia un tanto al chilo, ha innescato un processo politico di coinvolgimento e informazione dei cittadini con l’obbiettivo di mettere sotto il tappeto le emergenze cui dobbiamo porre adesso riparo, a partire dal ripristino della pace e dall’eccessivo riscaldamento climatico.

Un popolo incolpevolmente disinformato, una casta di giornalisti incompetenti ma pronti a propalare il mainstream predicato dall’Amministrazione Usa, una diffusione di miti energetici venturi, hanno occultato la “strada verso l’inferno” che stiamo percorrendo “col piede sull‘acceleratore”, come ha affermato il presidente dell’ONU Gutierrez alla Cop 27 in Egitto.

Sono tantissime le sfide tecnologiche che devono ancora essere superate, sia per la fusione a contenimento inerziale con i laser (quella che ha portato al risultato ottenuto a Livermore) sia per la fusione a confinamento magnetico (la tecnica del reattore ITER in costruzione a Cadarache in Francia).

Per averne un’idea, vale la pena di confrontare quello che davvero avviene nel nucleo del Sole a 150 milioni di Km da noi rispetto a quanto possiamo disporre sulla piccola Terra che gli ruota attorno. All’interno della nostra stella c’è un plasma di protoni, che, a quattro per volta, si fondono per dare un nucleo di elio, con un difetto di massa di 0,007 (che si traduce in energia secondo la famosa formula di Einstein E=mc^2) grazie ad una temperatura di 16 milioni di gradi e, soprattutto, grazie ad una pressione elevatissima, intorno a 500 miliardi di atmosfere, dovuta all’enorme massa del Sole. Queste condizioni sono estreme su scala umana e pertanto non possono essere riprodotte.

Qui, nei nostri laboratori più avanzati, cerchiamo di ovviare alla impossibile replicabilità del processo di fusione solare, imitandone il principio, ma ricorrendo a due rari isotropi dell’idrogeno – deuterio e trizio – i cui nuclei arrivano a fatica a compenetrarsi alle temperature e pressioni massime cui può giungere la nostra tecnologia più raffinata. L’esperimento a Livermore ha per la prima volta registrato un ritorno di energia, ma la continuità del processo non è affatto all’orizzonte, nonostante l’imponenza degli impianti e l’intensità dei finanziamenti.

Si pensi che il NIF – situato in California – ha le dimensioni di uno stadio ed è costato oltre 4 miliardi di dollari. Il suo ruolo nella ricerca di armi nucleari ne ha fatto un progetto controverso tant’è vero che il Sole 24 ore si chiede se “gli annunci dell’amministrazione Biden sulla fusione nucleare non siano un messaggio diretto a Vladimir Putin, che non ha niente a che fare con la crisi energetica in corso, ma, piuttosto, con i continui riferimenti del Cremlino a un attacco nucleare” (vedi qui).

E si rifletta sul fatto che ITER, il progetto concorrente a confinamento magnetico, è dotato di enormi toroidi percorsi da correnti di elevatissima intensità ed ha dimensioni di 20 metri di diametro e 10 metri di altezza con una capienza di circa 1000 m3. Se dovesse fornire energia con continuità, produrrebbe tonnellate di materiale radioattivo, essendo una intensissima sorgente di neutroni, che si arrestano solo sulla prima parete solida che incontrano.

Crea una certa apprensione la costruzione di “miraggi e società sempre più tecnocratiche, all’interno delle quali si starebbero perdendo i vincoli d’appartenenza e la possibilità di essere artigiani di legami e rompere le spirali che annebbiano i sensi”, come afferma Bergoglio (vedi qui). Temo che le mistificazioni sul “grande” risultato della fusione nucleare USA rischino di allontanarci da quel che occorre fare già da ora con le fonti rinnovabili, accontentandoci del reattore a fusione che rimane a 150 milioni di chilometri di distanza: il Sole.

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Oil & Gas e gli interessi per una guerra permanente

C’è una chiave anche lessicale per valutare l’approccio del governo delle destre alla lotta contro il cambiamento climatico: l’introduzione del concetto di “sicurezza energetica” abbinato alla funzione del Ministero per l’Ambiente. Un concetto che puntualizza la garanzia di potenza e velocità di fornitura delle fonti energetiche a cui si ricorrerà anche in futuro, assicurandone la prelevabilità da qualsiasi giacimento raggiungibile, purché in un Paese “amico”. Giacimento, ovviamente, richiama immediatamente la nozione di fossile, assai più che l’enorme disponibilità di fonti naturali diffuse, rinnovabili, non esauribili. E questo anche quando il bilancio di materia e energia risulti svantaggioso rispetto a soluzioni locali ormai tecnologicamente accessibili. Eppure, le rinnovabili sono a portata di mano ed a costi assai minori delle fonti fossili, ma sono talmente deprecate e scoraggiate dall’azione delle lobby Oil &Gas, potentissime a livello delle istituzioni e della comunicazione mainstream, da oscurare la necessità di una immediata conversione energetica, impostata sul decentramento e il risparmio in un assetto comunitario e cooperativo che solo vento, acqua, sole e biomasse possono sviluppare.

La sicurezza energetica e climatica che i governi continuano a perseguire è un concetto a carattere prevalentemente nazionale, che rafforza le dinamiche a favore della militarizzazione dei confini e descrive la migrazione su larga scala come “il problema più preoccupante associato all’aumento delle temperature e del livello del mare” (vedi qui). I piani di sicurezza climatica si nutrono di narrazioni di paura e di un mondo a somma zero in cui non tutti possano sopravvivere. Il modello fossile risponde a questo schema tutto sommato liberista e non può che essere sollecitato da cospicui interessi, che hanno oggi la loro base nell’industria militare e nella filiera del gas. Ad esso, purtroppo, si va orientando l’attuale governo in carica, a meno che si riorganizzi un’opposizione sociale e politica con un progetto alternativo di chiaro stampo ecologista. Occorre, cioè, contrastare una transizione energetica infinita e una definitiva concentrazione finanziaria e produttiva nelle mani dei soliti noti, attorniati magari da nuovi interessati, affini alla maggioranza parlamentare in corso.

E così, sotto la supervisione di Crosetto e di Cingolani, il governo Meloni associa l’invio di armi all’Ucraina ad un revival della combustione a elevate emissioni (e, in futuro, chissà… reattori nucleari!), a conferma del fatto che i profitti delle industrie delle armi e di Oil&Gas si sono impennati da Marzo 2022. Quindi, carbone a pieno ritmo nelle centrali, sfruttamento estensivo di tutti i possibili giacimenti nazionali fossili e decisa e duratura ripresa della filiera del metano, che contribuisce ad un improvvido aumento della CO2 – dispersa in atmosfera o infilata sottoterra – con bilanci di energia e materia insostenibili e incomparabili con la riduzione prevista dal ricorso a cicli rinnovabili.

La crisi scaturita dall’invasione russa dell’Ucraina avrebbe dovuto essere l’occasione per un cambiamento radicale di approccio e per la ripresa del controllo pubblico sul settore energetico. Anche se la “terza guerra mondiale a pezzi” si va estendendo per una ragione di cause molto articolata, non può sfuggire quanto in questa fase accelerata dell’Antropocene gli interessi del settore energetico vadano messi sotto osservazione speciale e siano all’origine del deteriorarsi del conflitto climatico in particolare.

Si può stabilire un legame tra la guerra – quella in Ucraina in particolare – la procrastinazione dell’uso del gas, il brusco cambio del clima da una parte e le manifestazioni di insofferenza degli studenti, la coscienza sicura e diffusa del degrado della biosfera e del pericolo nucleare dall’altra, che incominciano a rimarcarsi nelle mobilitazioni per la pace, razionalmente non violente e senza bandiere. Si incomincia ad intendere, anche sotto le atrocità della guerra e alle minacce della bomba, che c’è un “taglio militare” che sostiene la “sicurezza energetica e climatica” contrapponendola alla “giustizia climatica”, nel momento in cui stiamo valicando il limite di 1,5 °C per attestarci oltre 2,5°C. È pertanto ancora accettabile l’annientamento di popoli, territori, coltivazioni, animali, in oltre 200 territori in armi nel mondo, uno dei quali dentro l’Europa? Non solo gli eserciti usano allo stremo alti livelli di combustibili fossili, ma si combattono con armi e artiglieria sempre più tossiche e inquinanti, infrastrutture mirate soggette a distruzione, con danni ambientali durevoli.

Per avere un’idea dei consumi dei mezzi militari, un carro armato leggero consuma 300 litri di combustibile per 100 chilometri e immette oltre 600 kg di CO2 in atmosfera. Un caccia F-35 utilizza oltre 400 litri di carburante ogni 100 chilometri e immette in atmosfera circa 28.000 chilogrammi di CO2 per ogni missione di volo. Le stime ci dicono che un mese di guerra tra Russia ed Ucraina potrebbe portare ad emissioni di anidride carbonica nell’aria pari a quelle emesse in un intero anno da una città come Napoli o Firenze (vedi qui).

La giustizia climatica, al contrario, non contempla la guerra e impegna invece ad uno sforzo preventivo anche economico per evitare eventi catastrofici e distribuire capacità di resilienza e solidarietà laddove questi si manifestano.

Perché allora l’opinione pubblica non reagisce a questo stato di cose rovinoso?

Perché pace e rinnovabili sono così lontane dall’azione politica che non sia quella ormai spossata di Bergoglio? Perché – aggiungiamo qui – la UE non è protagonista di un’azione di tregua sul bordo dei suoi confini e non rilancia il significato in questa fase rivoluzionario del Next Generation EU? Non è certo secondaria un’accondiscendenza dei vertici di Bruxelles alle pressioni lobbistiche di Big Oil che hanno vinto su tasse e una tassonomia aperta a gas e nucleare.

L’italiana Eni, la spagnola Repsol, la francese Total e l’anglo-olandese Shell hanno sostenuto ben centotredici incontri con la Commissione europea dall’inizio di febbraio alla fine di settembre. Le pressioni esercitate sulle istituzioni europee hanno permesso alle società del settore di “uscire dal dibattito sulla tassazione degli extra-profitti con danni minimi” e di “sfruttare la crisi a proprio vantaggio costringendo l’Ue a sostenere investimenti infrastrutturali che ci legheranno ulteriormente al consumo di metano” (v. qui). Per quanto riguarda l’industria armiera, non a caso in connubio con le big company del gas, l’obbiettivo è quello di espandere l’industria della difesa nei mercati ambientali, come più significativo mercato adiacente, in un afflato di green-washing, che nasconda una predisposizione ai combustibili fossili e al nucleare.

Già il 22 Ottobre scorso Federico Fubini poneva sul Corriere della Sera il dubbio se la transizione energetica, proiettata al 2030 dal Green Deal UE come “fit for 55- rinnovabili – efficienza – idrogeno verde”, fosse invece stata convertita, in seguito alla piega presa dalla guerra in Ucraina e dalle sanzioni alla Russia, in ricerca affannosa di un approvvigionamento d’emergenza di gas, reso sollecitamente accessibile dagli Stati Uniti di Biden. La potenza militare più temuta al mondo, già egemone tecnologicamente e autonoma energeticamente, avrebbe così posto l’Italia “in uno stato di inferiorità strategica, competitiva e industriale rispetto al mondo di oltreoceano con pochi precedenti recenti”. (vedi qui).

Fubini fa riferimento all’implementazione delle consegne di gas liquido da oltreoceano via nave: una trasformazione epocale dell’approvvigionamento del metano che mette alle corde i tradizionali gasdotti, geopoliticamente vincolati ai territori da attraversare. Oltre Atlantico, infatti, viene estratto il gas di scisto, trasferito ad impianti di liquefazione e trasportato dalle metaniere che, oltre alla Spagna ed ai Paesi Baltici, dove già approdano, potrebbero ormeggiare lungo le nostre coste presso grandi impianti rigassificatori, a complemento del gas residuo di pochi metanodotti: non più russi, ma provenienti dall’Africa e dall’Azerbaijan.

Il ciclo del gas liquido (GNL) è molto inquinante: passa infatti da estrazioni rovinose sotto il profilo ambientale (shale gas e sabbie bituminose), dal successivo processo di liquefazione, dal trasporto via mare a lunga distanza in grandi serbatoi, dalla successiva rigassificazione e dall’aggancio finale ai tubi dei gasdotti locali. In questi passaggi complessi risulta ancor più rilevante la dispersione in atmosfera di quantità di CH4 puro, fortemente climalterante.

La guerra e le sanzioni stanno, di fatto, favorendo la sostituzione gas-gas, non, come si prospettava, gas-rinnovabili e ad un prezzo che per noi vale sei volte quel che si paga negli States. La fornitura di gas liquido via nave, in effetti, rappresenta una rivoluzione silente, ma molto perniciosa e, di fatto, contiene la risposta di Gas &Oil per ritardare la “transizione ecologica”, con un protrarsi del ricorso al metano ben oltre i termini fissati dalla UE.

Questo ribaltamento si ostacola se, anziché la via della sicurezza energetica, viene sostenuta e praticata quella della giustizia climatica – ovvero l’ecologia integrale della Laudato Sì – che non contempla la guerra e impegna invece ad uno sforzo preventivo anche economico per evitare eventi catastrofici e distribuire capacità di resilienza e solidarietà laddove questi si manifestano. Ho la speranza che cominci a manifestarsi un bisogno di democratizzazione del processo decisionale e l’emergere di nuove forme di sovranità che richiederebbero necessariamente una riduzione del potere e del controllo dei militari e delle corporazioni e un aumento del potere e della responsabilità nei confronti dei cittadini e delle comunità. Lo considero uno dei compiti principali della ricostruzione della sinistra.

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