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23/12/2022

Di salari e pensioni non si campa più. Un programma di lotta

L’ultimo rapporto Istat conferma il crollo del 10 % di salari e pensioni nel periodo tra il 2007 e il 2020, crollo già indagato un anno fa dall’Ocse, che riconosceva il lavoratore italiano tra i più poveri nella scala mondiale dei salari. 

Il quadro è confermato dall’ultimo rapporto Inapp: l’Italia è l’unico Paese dell’area Ocse nel quale, dal 1990 al 2020, il salario medio annuale è diminuito (-2,9%), mentre in Germania è cresciuto del 33,7% e in Francia del 31,1%.

Nel solo 2020 il salario medio ha perso il 5%, ma nelle indagini Istat e Inapp mancano i dati degli ultimi due anni, contrassegnati dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina.

Due fattori ampiamente utilizzati dalla speculazione finanziaria per aumentare prezzi e tariffe, condizionare la manovra economica e avviare profonde e drammatiche ristrutturazioni, con chiusure di grandi e medie aziende, delocalizzazioni e licenziamenti.

Un quadro complessivo che certifica la guerra al lavoro salariato, sia esso contrattualizzato o frammentato nelle diverse forme di precariato, lavoro nero e false partite IVA.

I dati aggiornati ci dicono che l’inflazione media è di circa l’11%, con punte oltre il 40% per i prodotti energetici.

D’altro canto la politica dei bassi salari, concertata da governi, Confindustria e Cgil, Cisl, Uil e Ugl fa si che la Retribuzione Annuale Lorda (RAL) media, sia stata di 31.797 €, con una perdita secca del 4,3% rispetto all’anno precedente. Il netto annuale, si riduce così a 17.335 €, ossia 1.333 € mensili, tredicesima compresa.

La demolizione dei contratti nazionali e della scala mobile sono i perni su cui ha agito la compressione dei salari pretesa dalle imprese per “rilanciare la competitività”.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la guerra al lavoro salariato ha impoverito la classe lavoratrice e insieme a lei l’intero Paese.

Gli industriali hanno invece ricevuto e continuano a ricevere una valanga di euro, in sconti fiscali e contributivi, riduzione delle bollette, fondi e superammortamenti per investimenti industriali. Senza contare le ristrutturazioni finanziate con l’uso disinvolto degli ammortizzatori sociali.

Nel decennio in corso, tuttavia, gli investimenti delle aziende si sono ridotti del 15%, confermando la natura parassitaria e assistenziale della classe dominante, quella che ora si candida a gestire i fondi del PNRR.

Di fronte a questa guerra al lavoro salariato, che il governo Meloni ha confermato nero su bianco nella manovra economica aggiornando in peggio l’agenda Draghi, è importante costruire una piattaforma generale da far vivere tra i lavoratori e le lavoratrici a partire dai posti di lavoro.

- Aumento di salario del 15%;

- Introduzione di un meccanismo automatico di rivalutazione dei salari, come la scala mobile;

- Riduzione di orario di lavoro a parità di salario;

- Nazionalizzazione vera e pianificazione economica delle infrastrutture e delle aziende strategiche.

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