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27/12/2022

Studiare le radici delle guerre (per tagliarle)

di Sandro Moiso

Ernest Mandel, Il significato della seconda guerra mondiale, Associazione Punto Critico, Sacrofano (RM) dicembre 2021, pp. 316, euro 15,00

Il saggio sul secondo conflitto mondiale, le sue origini, i suoi sviluppi e conseguenze, appena pubblicato in Italia da Punto Critico era uscito in lingua originale già nel 1986; eppure, visto il momento storico che il mondo sta attraversando, si rivela ancora di estrema attualità. Ciò è dovuto al fatto che lo studio di Ernest Mandel, condotto sulla base delle categorie marxiste e di una militanza rivoluzionaria e anti-stalinista, supera di gran lunga tante analisi precedentemente condotte sullo stesso argomento, anche se «raccolti tutti insieme, i libri dedicati alla Seconda guerra mondiale occuperebbero centinaia di metri sugli scaffali di una biblioteca».

L’autore evita infatti di dipingere il quadro in bianco e nero, semplice e rassicurante, ma allo stesso tempo reticente e falso, con cui quel conflitto è stato troppo spesso ridotto, a fini propagandistici, a una titanica lotta tra il “bene” e il “male” ovvero tra la democrazia e la barbarie e il totalitarismo nazifascista. Modello storiografico cui si è, invece, abituati fin dalle frequentazioni scolastiche, utile a rappresentare l’attuale come il solo e il “migliore” dei mondi possibili, da difender “ad ogni costo” contro qualsiasi minaccia o attacco proveniente dall’esterno (o dall’interno).

Ottica adattissima a fomentare nuove guerre in difesa delle “libertà occidentali”, tacciando di barbarie criminale qualsiasi potenziale avversario. In modo da tracciare a priori linee di differenziazione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra chi è amico e chi nemico e costruire un comune immaginario su cui costruire un’identità adatta a supportare le esigenze del capitale occidentale e a giustificarne le conseguenze. In parole povere: la situazione di oggi a livello propagandistico e narrativo dei media mainstream e dei guru politici europei ed americani.

Ernest Mandel, nato in Germania nel 1923, da genitori appartenenti alla Lega di Spartaco di Karl Liebneckt e Rosa Luxemburg, e morto a Bruxelles nel 1995, ha dedicato la sua vita, fin dalla più giovane età, alla militanza politica rivoluzionaria. Svolta fin dal 1938 nelle file della IV Internazionale ispirata da Lev Trotsky, seguendone tutte le vicissitudini ideologiche ed organizzative successive, come mette ben in luce Pietro Acquilino nella sua introduzione al testo.

Mandel, per una parte del pubblico italiano meno giovane, è noto soprattutto per alcuni testi editi durante il ciclo di lotte operaie e studentesche a cavallo tra anni ’60 e ’70, che servirono ai più come primo avvicinamento al marxismo: Trattato di economia marxista (Samonà e Savelli 1967)[1], La formazione del pensiero economico di Karl Marx (Laterza 1968) e Neocapitalismo e crisi del dollaro (Laterza 1973), solo per citarne alcuni.

L’opera qui presentata, però, si rivela, almeno in gran parte, come una delle sue più efficaci e interessanti, soprattutto, si scusi la ripetizione, se vista alla luce dell’attualità odierna. Poiché, come si afferma nell’introduzione al testo: «Porre il problema della guerra oggi non è un mero esercizio storiografico». E studiare i motivi reali e lo svolgimento del secondo macello imperialista planetario non significa soltanto, anche se sarebbe già importante di per sé, superare d’un balzo tutte le narrazioni banalizzanti e di comodo che su quel conflitto si sono accumulate sugli scaffali delle biblioteche e nell’immaginario collettivo, ma anche studiare, comprendere e affrontare il conflitto che, dopo decenni di guerre neo-coloniali mascherate da operazioni di polizia internazionale, più si avvicina, per condizioni generali di partenza, pericolosità e possibile estensione su scala planetaria, a quello attualmente in corso sulle frontiere orientali d’Europa. Come si afferma ancora nell’introduzione:
Occorre quindi studiare le guerre del passato, soprattutto prossimo, non perché convinti ingenuamente che gli avvenimenti di allora possano ripetersi negli stessi termini, ma perché le loro cause profonde, che possono condensarsi nelle lotte per i mercati insite nel modo di produzione capitalistico, sono tuttora operanti e potranno portare a nuovi conflitti. Perciò la guerra non sarà solo un problema che le prossime generazioni dovranno affrontare, sarà il problema che coinvolgerà tutti gli aspetti del vivere umano, da quello sociale e a quello ecologico, dissolvendo le ultime vestigia di quel confine tra militare e civile che i grandi conflitti mondiali del ‘900 hanno già fortemente intaccato[2].
Soprattutto in un contesto in cui, come hanno rilevato due esperti di strategia del’esercito cinese, in un testo del 1999: «Con il nuovo secolo i soldati devono chiedersi: che cosa siamo? Se Bin Laden e Soros sono soldati, allora chi no lo è? Se Powell, Schwarzkopf, Dayan sono politici, allora chi è un politico? Questo è il quesito fondamentale del globalismo e della guerra nell’era della globalizzazione»[3]. Affermazione che, tra le altre cose, non fa che confermare l’osservazione già fatta da Michel Foucault, nel 1976, secondo cui «il potere è la guerra continuata con altri mezzi. Così facendo si ha il rovesciamento della tesi di Clausewitz e si afferma che la politica è la guerra continuata con altri mezzi»[4].

Il motivo di tali trasformazioni della politica e della guerra può essere facilmente individuato in ciò che scrive Mandel fin dall’inizio del suo studio:
Il capitalismo implica la concorrenza. Con la nascita delle grandi corporations e dei cartelli – cioè con l’avvento del capitalismo monopolistico – la concorrenza assunse una nuova portata. In termini quantitativi divenne più economico-politica e, dunque, economico-militare. [...] In gioco c’erano colossi industriali e finanziari i cui interessi si misuravano in decine o centinaia di milioni (oggi miliardi, spesso migliaia – NdR). Gli Stati e i loro eserciti, perciò, si impegnarono sempre più direttamente in questa gara, presto diventata competizione imperialistica alla ricerca di nuovi sbocchi per gli investimenti e l’accesso a materie prime a basso prezzo o rare. Il carattere distruttivo di questo antagonismo si accentuò sempre più, in una crescente tendenza alla militarizzazione e al suo riflesso ideologico: la giustificazione e la glorificazione delle guerra. Al contempo la crescita della manifattura, l’aumento della capacità produttiva delle imprese tecnologicamente più avanzate, la produzione complessiva delle principali potenze industriali e, in particolare, l’espansione del capitale finanziario e della capacità di investimento, si riversarono ben oltre le frontiere degli Stati-nazione, persino dei più grandi[5].
Questi però vanno considerati ancora come i prodromi ottocenteschi dei grandi macelli imperialistici del ‘900 e del loro prolungamento nel XXI secolo. Se, infatti, non sorprende che il primo tentativo di mettere in discussione lo status quo ottocentesco, favorevole al colonialismo e al controllo dei mercati di stampo inglese e francese, fosse intrapreso, all’alba del Primo conflitto mondiale, dalla Germania «che aveva raggiunto la supremazia industriale in Europa ed era nella condizione di sfidare con la forza delle armi la suddivisione delle colonie favorevole alla Francia e all’Inghilterra»[6] oltre che quella del mercato mondiale, non c’è nemmeno da stupirsi che il motore del secondo conflitto mondiale, più che nel Trattato di Versailles e affini, fosse ancora una volta determinato dalla «necessità dei principali Stati capitalisti di controllare l’economia di interi continenti attraverso gli investimenti di capitale, gli accordi commerciali privilegiati, le regole monetarie e l’egemonia politica. L’obiettivo della guerra fu sottomettere alle priorità dell’accumulazione di capitale di una singola potenza egemonica, non solo i paesi sottosviluppati, ma anche gli altri Stati industrializzati, sia nemici che alleati»[7].

Ora, cambiati almeno in parte gli interpreti del dramma destinato ad andare nuovamente in scena, è possibile verificare non solo che tale prospettiva è ancora quella in atto, ma che le stesse motivazioni stanno da anni spingendo al conflitto in ogni area del mondo. Dall’Africa al Medio Oriente, dal Mar della Cina all’Ucraina passando per i processi mai riusciti completamente di centralizzazione del capitale europeo intorno a suo “cuore tedesco” e i vari tentativi di quello statunitense di sabotarne la realizzazione. Mentre nuovi soggetti politici e progetti imperiali scalpitano per sostituire il dominio occidentale e del dollaro sulle risorse, le ricchezze e i mercati globali del pianeta.
Non esiste la benché minima prova che il Giappone, la Germania e gli Stati Uniti, i veri sfidanti dello status quo nella Seconda guerra mondiale, ponessero limiti ai loro obiettivi bellici. […] si stabiliva fin dall’inizio che per l’esercito giapponese l’occupazione della Cina era soltanto il trampolino verso la conquista del dominio mondiale, che sarebbe stato raggiunto dopo aver soffocato la resistenza degli Stati Uniti. L’alleanza giapponese con la Germania in effetti non fu che momentanea e rimase fragile e inefficace durante tutta la guerra, perché era considerata come una tregua provvisoria con un futuro nemico. Per Hitler la comprensione della guerra in arrivo era altrettanto chiara: «La lotta per l’egemonia mondiale in Europa sarà decisa dal possesso dello spazio russo. Qualsiasi idea di politica mondiale sarà ridicola [per la Germania] fintanto che non dominerà il continente (…) Se saremo i padroni dell’Europa, allora occuperemo una posizione dominante nel mondo. Se l’Impero britannico dovesse crollare adesso grazie alle nostre armi, non ne saremmo noi gli eredi, perché la Russia si prenderebbe l’India, il Giappone l’Asia orientale e l’America il Canada[8]. Anche l’imperialismo americano era cosciente del suo “destino” di leader nel mondo. […] Per gli Stati Uniti la guerra doveva essere la leva con cui aprire allo sfruttamento americano l’intero mercato e le risorse mondiali[9]. […] Se dunque il significato della Seconda guerra mondiale, come di quelle precedenti, si può comprendere solo nel contesto della contesa mondiale per il domino imperialista, la sua importanza sta nel fatto che si trattò della decisiva verifica dei reciproci rapporti di forza per gli Stati imperialisti in competizione. Il suo esito ha determinato per un lungo periodo la forma specifica dell’accumulazione mondiale del capitale. Nel mondo organizzato dal capitale, fondato sugli Stati-nazione, la guerra è lo strumento per la risoluzione definitiva delle divergenze[10].
Si lascia naturalmente qui, ai lettori più attenti e interessati, la comprensione di quali siano oggi i propositi e i protagonisti principali del conflitto apertosi in Ucraina, sottolineando, però, come ancora una volta l’ideologia liberal-democratica costruirà, e stia già costruendo, un proprio modello di paesi e comportamenti “amici” per individuare il fronte dei “cattivi nemici”. Operazione che, ormai ben rodata da anni di sbandieramento democratico e discorsi politically correct, viene portata avanti quotidianamente sui media mainstream occidentali. Mentre sul fronte opposto, ancora una volta profondamente diviso nella sostanza, l’unico discorso unificante pare ancora esser quello “anticoloniale” arbitrariamente sventolato da nazioni altrettanto imperialiste negli intenti ultimi. Motivo per cui, forse, era più sincero Goebbels quando, con il suo solito stile diretto e cinico, descriveva così gli obiettivi dell’imperialismo: «Obiettivamente il senso di giustizia e il sentimentalismo sarebbero soltanto un ostacolo per i tedeschi nella loro missione mondiale. Questa missione non consiste nell’estendere la cultura e l’educazione nel mondo, ma nel sottrarre grano e petrolio»[11].

Per ragioni di lunghezza occorre chiudere qui la recensione di un libro la cui lettura, in quasi tutti gli aspetti, esclusi forse quelli relativi al controverso ruolo dell’URSS nel conflitto 1939-1945 e ai movimenti di Resistenza antifascista e antinazista inquadrati dagli interessi delle borghesie nazionali e del capitale imperialista occidentale, può rivelarsi particolarmente utile ancora oggi. Specie per tutti quei militanti che dal loro campo di interessi e di azione hanno precedentemente escluso la storia militare ed economica dell’imperialismo mondiale.

Avvertenza

Poiché il testo non è di facile reperibilità, si indica qui di seguito l’indirizzo e-mail da contattare per richiederlo o ordinarlo: assopuntocritico@gmail.com

Note

[1] Ora disponibile qui

[2] P. Acquilino, Introduzione a E. Mandel, Il significato della Seconda guerra mondiale, Punto Critico, 2022, p.10

[3] Qiao Liang – Wang Xiangsui, Guerra senza limiti, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2001

[4] M. Foucault, Corso al Collège de Franc del 7 gennaio 1976 ora in M. Foucault, “Bisogna difendere la società”, Feltrinelli, Milano 2009 (prima edizione 1998), p. 22

[5] E, Mandel, op. cit., p. 21

[6] Ibidem, p.22

[7] Ibid, pp. 25-26

[8] Discorsi nel Quartier generale del Führer 1941-1944, Heine, Monaco 1986, p. 110 – NdA

[9] All’inizio della Seconda Guerra Mondiale, nel 1941 in Life Magazine, Henry Luce ha scritto: «Roosvelt è riuscito dove Wilson aveva fallito (…) Per la prima volta nella storia il nostro mondo di due miliardi di abitanti formerà un’unità indissolubile. Perché questo mondo sia sano e forte il XX secolo deve diventare il più possibile il Secolo americano» – NdA

[10] E. Mandel, op. cit., pp. 26-29

[11] Cit. in Mandel, p. 28, n. 15

Fonte

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