Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha pubblicato sul proprio sito l’elenco delle 51 aree dove realizzare in Italia il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi e il Parco Tecnologico, al fine di permettere lo “stoccaggio in via definitiva dei rifiuti radioattivi di bassa e media attività”. Saranno coinvolte sei regioni. Quattro tra Meridione e isole, una nel centro Italia e una nel nord-ovest.
La Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (Cnapi) è stata elaborata dalla società Sogin. “La Carta Nazionale delle aree idonee – spiega il Ministero per l’Ambiente – individua 51 zone i cui requisiti sono stati giudicati in linea con i parametri previsti dalla Guida tecnica Isin, che recepisce le normative internazionali per questo tipo di strutture”.
“Gli enti territoriali le cui aree non sono presenti nella proposta di Cnai, nonché il ministero della difesa per le strutture militari interessate, possono entro trenta giorni dalla pubblicazione della Carta, presentare la propria autocandidatura a ospitare il Deposito nazionale e il Parco tecnologico e chiedere al Mase e alla Sogin di avviare una rivalutazione del territorio stesso, al fine di verificarne l’eventuale idoneità”, si legge nella nota del Ministero.
Nell’elenco pubblicato dal ministero le regioni interessate allo stoccaggio dei depositi delle scorie radioattive sono sei.
In Basilicata le aree individuate sono (MT-1 Matera Montalbano Jonico, MT-2 Matera Montalbano Jonico, MT-3 Matera Matera, MT-15 Matera Bernalda, MT-16 Matera Bernalda Montescaglioso, MT_PZ-6 Matera, Potenza Genzano di Lucania Irsina, PZ-8 Potenza Genzano di Lucania, PZ-9 Potenza Genzano di Lucania, PZ-13 Potenza Genzano di Lucania, PZ-14 Potenza Genzano di Lucania).
Altre quattro sono state localizzate al confine tra Basilicata e Puglia (BA_MT-4 Bari, Matera Altamura Matera, BA_MT-5 Bari, Matera Altamura, Matera, TA_MT-17 Matera, Taranto Laterza, Matera, TA_MT-18 Matera, Taranto Laterza, Matera).
Ben ventuno aree sono state individuate nel Lazio (VT-8 Viterbo Montalto di Castro VT-9 Viterbo Canino, Cellere, Ischia di Castro VT-11 Viterbo Soriano nel Cimino, Vasanello, Vignanello, VT-12 Viterbo Corchiano, Vignanello, VT-15 Viterbo Corchiano, Gallese, VT-16 Viterbo Corchiano, VT-20 Viterbo Gallese, Vignanello, VT-24 Viterbo Canino, Montalto di Castro, VT-25 Viterbo Tarquinia, Tuscania, VT-26 Viterbo Canino, VT-27 Viterbo Canino, Montalto di Castro, VT-28 Viterbo Arlena di Castro, Tuscania, VT-29 Viterbo Ischia di Castro, VT-30_A Viterbo Arlena di Castro, Piansano, Tuscania, VT-30_B Viterbo Piansano, Tuscania, VT-31 Viterbo Tuscania, VT-32_A Viterbo Arlena di Castro, Tessennano, Tuscania, VT-32_B Viterbo Arlena di Castro, Tuscania, VT-33 Viterbo Tessennano, Tuscania, VT-34 Viterbo Canino, VT-36 Viterbo Montalto di Castro).
Cinque aree saranno in Piemonte (AL-1 Alessandria Bosco Marengo, Novi Ligure, AL-3 Alessandria Alessandria, Oviglio, AL-8 Alessandria Alessandria, Quargnento, AL-13 Alessandria Castelnuovo Bormida, Sezzadio, AL-14 Alessandria Fubine Monferrato, Quargnento), 1 in Puglia (BA-5 Bari Gravina in Puglia).
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/12/2023
10/12/2021
Con il nucleare gli italiani sono finiti in bolletta
Una volta presa la decisione per il nucleare non si torna indietro. Non si smette mai di pagare il conto, anche di tasca propria. L’Italia – nonostante un ministro rilanci il tema, in barba a due referendum che sembravano aver chiuso la partita – lo sa bene.
La produzione energetica delle quattro centrali (Trino, Latina, Caorso e Garigliano) è stata storicamente esigua, pari a 91 miliardi di KWh (poco meno di quattro anni di fotovoltaico), ma i costi per smantellarle e mettere in sicurezza le scorie sono esorbitanti. E il cosiddetto decommissioning (disattivazione) viene pagato in bolletta dagli utenti italiani, attraverso voci più o meno nascoste inserite nel calderone degli oneri generali di sistema, le cifre destinate a specifici obiettivi collettivi che riguardano il sistema elettrico.
Abbiamo provato a calcolarne l’impatto attingendo dai dati dalle relazioni annuali dell’Arera, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente. Sommando il gettito annuale dell’aliquota A2Rim (chiamata A2 fino al 2017), destinata al finanziamento delle attività nucleari residue, si arriva in dieci anni, dal 2010 al 2020, a 3,7 miliardi di euro spesi dagli italiani. Che significa 127 euro a utente domestico (circa 29 milioni) in dieci anni, 12 euro l’anno.
A cui si aggiunge l’aliquota AmtcRim (ex Mtc), che finanzia le misure di compensazione territoriale a favore dei siti che ospitano centrali nucleari e impianti del ciclo del combustibile nucleare: negli ultimi dieci anni è arrivata a un totale di 514 milioni di euro.
Gli oneri sono stati per quest’ultimo trimestre transitoriamente azzerati dall’Arera per contrastare i progressivi rincari in bolletta, ma se prendiamo la bolletta di un anno fa, quarto trimestre 2020, pesavano per il 22% e la quota per la messa in sicurezza del nucleare e le compensazioni territoriali era del 6,66%. «Gli oneri nucleari non sono differenziati sulla base del reddito ma del consumo, una ripartizione scorretta», nota Mario Agostinelli, che è stato sindacalista Cgil e ricercatore Enea.
Gli oneri nucleari sono stati introdotti intorno al 2000 (decreto Legislativo 79/99 e, per la loro specifica individuazione, decreto del Ministero dell’Industria del 26 gennaio 2000) e per buona parte alimentano le tasche della Sogin, la società dello Stato italiano responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani, nata nel 1999 – in contemporanea alla liberalizzazione del settore elettrico – da una costola dell’Enel.
Il passaggio da bolletta a Sogin è così spiegato: Arera determina l’entità degli oneri nucleari da addebitare sulla tariffa elettrica (componente A2RIM) garantendo attraverso erogazioni specifiche della Cassa per i servizi energetici e ambientali (Csea) la copertura dei bisogni finanziari di Sogin.
Interpellata, Sogin precisa: «Il piano a vita intera di Sogin per raggiungere il green field degli impianti nucleari in dismissione prevede un costo complessivo di 7,9 miliardi di euro. Al 31 dicembre 2020 la spesa è stata di 4,2 miliardi con una incidenza media per utente domestico elettrico inferiore ai 5 euro l’anno».
La tabella di marcia del decommissioning è proceduta in venti anni a rilento con un lievitare esponenziale dei costi. La Commissione bicamerale Ecomafie, in una relazione dello scorso marzo sulla gestione dei rifiuti radioattivi, ha criticato la gestione di Sogin sottolineando come «i costi associati a ogni anno di ritardo nelle attività di decommissioning siano stimati tra 8 e 10 milioni di euro per sito».
Alle quattro centrali nucleari si aggiungono gli impianti legati al ciclo del combustibile nucleare (Saluggia il più importante e il più a rischio per la vicinanza al fiume Dora Baltea). Mercoledì 15 dicembre si concluderà il Seminario nazionale sul Deposito nazionale delle scorie, con la pubblicazione del resoconto dei lavori. Sogin – ma forse sarebbe stato meglio che il dibattito fosse stato condotto da un soggetto terzo – si è confrontata in nove incontri con enti, associazioni, comitati e cittadini delle 67 aree ritenute potenzialmente idonee.
Finito questo step, si apre la fase della consultazione pubblica, della durata di trenta giorni, durante la quale potranno essere inviate a Sogin e al Ministero della Transizione ecologica eventuali altre osservazioni e proposte tecniche finalizzate alla predisposizione della proposta di Carta nazionale aree idonee (Cnai). Difficile si possa trovare facilmente una quadra, viste anche le opposizioni territoriali all’insediamento. L’investimento di circa 900 milioni di euro per la realizzazione del Deposito nazionale e del Parco tecnologico annesso sarà finanziato dalla componente tariffaria A2Rim della bolletta elettrica.
Prima del 2001, i costi sono stati coperti dai fondi «smantellamento impianti nucleari» e «trattamento e smaltimento del combustibile nucleare» accumulati da Enel nel periodo 1962-1999, attraverso l’accantonamento di una percentuale sul prezzo di vendita del kWh prodotto. Un dossier di Legambiente sui «costi nascosti» del nucleare, pubblicato nel 2008, riportava che dal 1987 al 2001 erano stati spesi oltre 2 miliardi di dollari per la sicurezza delle centrali nucleari italiane.
Insomma, una volta che ci si è legati all’atomo non si smette di pagarne le conseguenze. Il nucleare è un pozzo di San Patrizio ed è difficile trovarne il bandolo della matassa anche per i suoi legami con il militare, che impongono segretezza.
Comunque, quello che sappiamo è che non è affatto economico come spesso si dice. Secondo il World Nuclear Industry Status Report, nel 2020, produrre 1 kWh di energia elettrica con il fotovoltaico è costato 3,7 centesimi di dollaro, con l’eolico 4,0, con il carbone 11,2 e con il nucleare 16,3 (dati di Lazard, società di consulenza finanziaria).
«È infatti una bufala che il nucleare costi meno – sostiene Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia – anche in Francia il prezzo delle bollette è schizzato in alto, nonostante la presenza di siti nucleari. Dove ci sono molte rinnovabili, come in Germania, i prezzi sono scesi con la ripresa della stagione eolica. Sul suo essere scarsamente conveniente, è interessante guardare Oltremanica, dove il governo del Regno Unito, per convincere la francese Edf (proprietaria dei siti nucleari britannici) a costruire due reattori Epr a Hinkley Point, ha siglato nel 2012 un contratto che prevede un prezzo garantito di ritiro dell’elettricità dai reattori per 35 anni, indicizzato all’inflazione. Ai valori attuali questo prezzo è di 106 sterline/MWh pari a una cifra tra il doppio e il triplo del prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità registrato negli anni scorsi in quel Paese».
E così in Italia il ministro della Transizione ecologica sembra, per ora a parole, volersi ributtare sul nucleare. Invita a prestare attenzione alla cosiddetta quarta generazione e sostiene l’introduzione dell’energia atomica nella tassonomia europea sugli investimenti verdi, una novità spinta dalla Francia e contrastata dalla Germania (e, proprio durante la Cop26, Roma si è smarcata da Berlino).
«È in atto – commenta Massimo Scalia, fisico, già parlamentare, tra i padri dell’ambientalismo scientifico – una campagna di confusione di massa messa in piedi, in Italia, dal ministro Cingolani per far sì che nessuno tocchi gli asset dell’Eni, che vuole farci restare nell’era dei fossili avendo l’obiettivo di un taglio dei gas climalteranti entro il 2030 del 25%, quando l’Europa lo chiede del 55%. È bene sottolineare che sia per i reattori di terza generazione plus, che Sarkozy voleva rifilare a Berlusconi, sia per quelli di quarta generazione non esiste una vera innovazione impiantistica. Grande o mini il nucleare resta vecchio come il cucco, sempre altamente rischioso e inutile rispetto agli obiettivi climatici fissati. D’altronde, il Nobel Giorgio Parisi assumendo la presidenza della commissione scientifica sul decommissioning aveva detto giustamente che il nucleare è più vecchio del transistor».
Discutere di energia atomica in una situazione di crisi climatica come quella attuale è, secondo il presidente di Legambiente Stefano Ciafani, «tempo perso». Per Mario Agostinelli «se devi affrontare un’emergenza climatica è imprudente avanzare una tecnologia incerta nei tempi ma con rischi certi e sicure emissioni di CO2, quando, invece, fonti rinnovabili come eolico e solare potrebbero affrontare molto meglio gli obiettivi su un ordine di 3 o 4 anni».
Fonte
La produzione energetica delle quattro centrali (Trino, Latina, Caorso e Garigliano) è stata storicamente esigua, pari a 91 miliardi di KWh (poco meno di quattro anni di fotovoltaico), ma i costi per smantellarle e mettere in sicurezza le scorie sono esorbitanti. E il cosiddetto decommissioning (disattivazione) viene pagato in bolletta dagli utenti italiani, attraverso voci più o meno nascoste inserite nel calderone degli oneri generali di sistema, le cifre destinate a specifici obiettivi collettivi che riguardano il sistema elettrico.
Abbiamo provato a calcolarne l’impatto attingendo dai dati dalle relazioni annuali dell’Arera, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente. Sommando il gettito annuale dell’aliquota A2Rim (chiamata A2 fino al 2017), destinata al finanziamento delle attività nucleari residue, si arriva in dieci anni, dal 2010 al 2020, a 3,7 miliardi di euro spesi dagli italiani. Che significa 127 euro a utente domestico (circa 29 milioni) in dieci anni, 12 euro l’anno.
A cui si aggiunge l’aliquota AmtcRim (ex Mtc), che finanzia le misure di compensazione territoriale a favore dei siti che ospitano centrali nucleari e impianti del ciclo del combustibile nucleare: negli ultimi dieci anni è arrivata a un totale di 514 milioni di euro.
Gli oneri sono stati per quest’ultimo trimestre transitoriamente azzerati dall’Arera per contrastare i progressivi rincari in bolletta, ma se prendiamo la bolletta di un anno fa, quarto trimestre 2020, pesavano per il 22% e la quota per la messa in sicurezza del nucleare e le compensazioni territoriali era del 6,66%. «Gli oneri nucleari non sono differenziati sulla base del reddito ma del consumo, una ripartizione scorretta», nota Mario Agostinelli, che è stato sindacalista Cgil e ricercatore Enea.
Gli oneri nucleari sono stati introdotti intorno al 2000 (decreto Legislativo 79/99 e, per la loro specifica individuazione, decreto del Ministero dell’Industria del 26 gennaio 2000) e per buona parte alimentano le tasche della Sogin, la società dello Stato italiano responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani, nata nel 1999 – in contemporanea alla liberalizzazione del settore elettrico – da una costola dell’Enel.
Il passaggio da bolletta a Sogin è così spiegato: Arera determina l’entità degli oneri nucleari da addebitare sulla tariffa elettrica (componente A2RIM) garantendo attraverso erogazioni specifiche della Cassa per i servizi energetici e ambientali (Csea) la copertura dei bisogni finanziari di Sogin.
Interpellata, Sogin precisa: «Il piano a vita intera di Sogin per raggiungere il green field degli impianti nucleari in dismissione prevede un costo complessivo di 7,9 miliardi di euro. Al 31 dicembre 2020 la spesa è stata di 4,2 miliardi con una incidenza media per utente domestico elettrico inferiore ai 5 euro l’anno».
La tabella di marcia del decommissioning è proceduta in venti anni a rilento con un lievitare esponenziale dei costi. La Commissione bicamerale Ecomafie, in una relazione dello scorso marzo sulla gestione dei rifiuti radioattivi, ha criticato la gestione di Sogin sottolineando come «i costi associati a ogni anno di ritardo nelle attività di decommissioning siano stimati tra 8 e 10 milioni di euro per sito».
Alle quattro centrali nucleari si aggiungono gli impianti legati al ciclo del combustibile nucleare (Saluggia il più importante e il più a rischio per la vicinanza al fiume Dora Baltea). Mercoledì 15 dicembre si concluderà il Seminario nazionale sul Deposito nazionale delle scorie, con la pubblicazione del resoconto dei lavori. Sogin – ma forse sarebbe stato meglio che il dibattito fosse stato condotto da un soggetto terzo – si è confrontata in nove incontri con enti, associazioni, comitati e cittadini delle 67 aree ritenute potenzialmente idonee.
Finito questo step, si apre la fase della consultazione pubblica, della durata di trenta giorni, durante la quale potranno essere inviate a Sogin e al Ministero della Transizione ecologica eventuali altre osservazioni e proposte tecniche finalizzate alla predisposizione della proposta di Carta nazionale aree idonee (Cnai). Difficile si possa trovare facilmente una quadra, viste anche le opposizioni territoriali all’insediamento. L’investimento di circa 900 milioni di euro per la realizzazione del Deposito nazionale e del Parco tecnologico annesso sarà finanziato dalla componente tariffaria A2Rim della bolletta elettrica.
Prima del 2001, i costi sono stati coperti dai fondi «smantellamento impianti nucleari» e «trattamento e smaltimento del combustibile nucleare» accumulati da Enel nel periodo 1962-1999, attraverso l’accantonamento di una percentuale sul prezzo di vendita del kWh prodotto. Un dossier di Legambiente sui «costi nascosti» del nucleare, pubblicato nel 2008, riportava che dal 1987 al 2001 erano stati spesi oltre 2 miliardi di dollari per la sicurezza delle centrali nucleari italiane.
Insomma, una volta che ci si è legati all’atomo non si smette di pagarne le conseguenze. Il nucleare è un pozzo di San Patrizio ed è difficile trovarne il bandolo della matassa anche per i suoi legami con il militare, che impongono segretezza.
Comunque, quello che sappiamo è che non è affatto economico come spesso si dice. Secondo il World Nuclear Industry Status Report, nel 2020, produrre 1 kWh di energia elettrica con il fotovoltaico è costato 3,7 centesimi di dollaro, con l’eolico 4,0, con il carbone 11,2 e con il nucleare 16,3 (dati di Lazard, società di consulenza finanziaria).
«È infatti una bufala che il nucleare costi meno – sostiene Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia – anche in Francia il prezzo delle bollette è schizzato in alto, nonostante la presenza di siti nucleari. Dove ci sono molte rinnovabili, come in Germania, i prezzi sono scesi con la ripresa della stagione eolica. Sul suo essere scarsamente conveniente, è interessante guardare Oltremanica, dove il governo del Regno Unito, per convincere la francese Edf (proprietaria dei siti nucleari britannici) a costruire due reattori Epr a Hinkley Point, ha siglato nel 2012 un contratto che prevede un prezzo garantito di ritiro dell’elettricità dai reattori per 35 anni, indicizzato all’inflazione. Ai valori attuali questo prezzo è di 106 sterline/MWh pari a una cifra tra il doppio e il triplo del prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità registrato negli anni scorsi in quel Paese».
E così in Italia il ministro della Transizione ecologica sembra, per ora a parole, volersi ributtare sul nucleare. Invita a prestare attenzione alla cosiddetta quarta generazione e sostiene l’introduzione dell’energia atomica nella tassonomia europea sugli investimenti verdi, una novità spinta dalla Francia e contrastata dalla Germania (e, proprio durante la Cop26, Roma si è smarcata da Berlino).
«È in atto – commenta Massimo Scalia, fisico, già parlamentare, tra i padri dell’ambientalismo scientifico – una campagna di confusione di massa messa in piedi, in Italia, dal ministro Cingolani per far sì che nessuno tocchi gli asset dell’Eni, che vuole farci restare nell’era dei fossili avendo l’obiettivo di un taglio dei gas climalteranti entro il 2030 del 25%, quando l’Europa lo chiede del 55%. È bene sottolineare che sia per i reattori di terza generazione plus, che Sarkozy voleva rifilare a Berlusconi, sia per quelli di quarta generazione non esiste una vera innovazione impiantistica. Grande o mini il nucleare resta vecchio come il cucco, sempre altamente rischioso e inutile rispetto agli obiettivi climatici fissati. D’altronde, il Nobel Giorgio Parisi assumendo la presidenza della commissione scientifica sul decommissioning aveva detto giustamente che il nucleare è più vecchio del transistor».
Discutere di energia atomica in una situazione di crisi climatica come quella attuale è, secondo il presidente di Legambiente Stefano Ciafani, «tempo perso». Per Mario Agostinelli «se devi affrontare un’emergenza climatica è imprudente avanzare una tecnologia incerta nei tempi ma con rischi certi e sicure emissioni di CO2, quando, invece, fonti rinnovabili come eolico e solare potrebbero affrontare molto meglio gli obiettivi su un ordine di 3 o 4 anni».
Fonte
30/09/2015
Sogin e marketing sui rifiuti nucleari
di Liliana Adamo
Per Sogin, azienda che si occupa di “decommissioning” per gli impianti atomici, la campagna on air (tv, web, radio e stampa), è partita da un pezzo, ma il processo entrerà nel vivo dell’interesse generale quando sarà pubblicata la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee ad accogliere il Deposito Nazionale per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi italiani. Il documento definitivo sarà divulgato attraverso il sito web www.depositonazionale.it, insieme a un Progetto Preliminare, una volta ottenuto il placet dai due Ministeri direttamente interessati, Sviluppo Economico e Ambiente.
Sulle reti televisive fino a novembre prossimo, incentrato su azioni quotidiane girate in slow motion, mentre una voce di fondo, recita “Sul problema dello smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi il nostro Paese non è andato lontano…”, lo spot è stato realizzato da Saatchi & Saatchi, con un “battage” che “veicolerà attraverso testi, materiale multimediale e altri canali d’interazione, lo sviluppo di questo percorso”. Costo? Ben 3,2 milioni di euro.
Il percorso integrato al Deposito Nazionale, sembra concentrarsi in un solo leitmotiv, la trasparenza. Di trasparenza la Sogin pare averne bisogno, e non per una mera questione di marketing. Per esempio, ad evitare uno Scanzano bis, quando, nel 2003, il comune lucano fu indicato come sito unico per la sistemazione di scorie nucleari a media e alta intensità. Salvo poi, sconfessare lo stesso decreto dell’allora Consiglio dei Ministri con un emendamento che sanciva, di fatto, come l’alta sismicità della zona, ponesse a rischio l’intero complesso.
Anche adesso, il progetto presenta le prime insidie: intanto, i ministeri interessati hanno smentito la scelta delle aree preposte che, secondo i media, sarebbe stata fissata per quest’agosto, facendo slittare l’approvazione della “mappa”, nel giugno 2016.
Va chiarito un dato imprescindibile: l’Italia, grazie a un referendum popolare, ha definitivamente chiuso col nucleare, ma le scorie prodotte da attività industriali e sanitarie, vale a dire, quelle di bassa e media radioattività, ci sono e vanno gestite in modo adeguato, “trasparente” per usare un sinonimico caro alla campagna Sogin. Non è lo stesso per i rifiuti nucleari ad alta radioattività, messi al bando sull’intero territorio del nostro Paese, neanche in situazioni “emergenziali” o “temporanee”. Da rimarcare, inoltre, che da allora, nulla è stato fatto, mentre il Deposito nucleare avrebbe dovuto esserci per legge, da almeno sette anni.
Strategicamente,
il passo saliente di uno spot multimilionario pone l’accento su
“un’ampia e approfondita consultazione pubblica” per “ripartire insieme,
attraverso un percorso condiviso e partecipato”, chissà, con l’attesa
di una qualche regione che si candidi, autonomamente a sede del
Deposito, in virtù di possibili ricadute economiche e occupazionali.
Eppure, da qualche mese in Sardegna, regione ormai sconquassata da alcuni “interventi” fallimentari, si sono formati comitati cittadini sul piede di guerra annunciando le giornate “No Nuclear day”, e, in prospettiva, il fatto già la dice lunga.
Lo smaltimento del nucleare è una patata bollente, anzi, bollentissima, che si vorrebbe passare di mano in mano. Il gruppo Sogin insiste sull’esposizione di una presunta normalità delle radiazioni, citando un’enormità d’oggetti d’uso comune, ponendo l’accento su tutto ciò che è naturalmente radioattivo, asserendo che questa radioattività, una volta accertata, può essere isolata.
Ma nel corso degli anni, qualche volta, abbiamo visto come la radioattività sfugga al controllo, con esiti che neanche stiamo qui a ribadire. Sia si tratti di grandi centrali nucleari o dei più defilati centri di ricerca, in tutta questa sorta di rassicurazione generale, ci sono dati che non tornano.
Per quantità, i nostri rifiuti ammontano a 75 mila metri cubi di scorie a bassa e media radioattività e 15 mila ad alta radioattività; è comprensibile, quindi, una soluzione accettabile dal punto di vista sia ambientale sia economico. Ma non basta progettazione, realizzazione e gestione affidabili, parliamo di strutture che devono essere durevoli per centinaia di anni. Dunque, l’impegno diretto di un’entità nazionale con l’incarico di supervisore e un’autorità anticorruzione non sarebbero solo graditi ma fondamentali durante l’intero iter del processo.
Durante una conferenza stampa tenuta dai vertici della società, non si è parlato, ad esempio, delle oggettive difficoltà tecniche che ruotano intorno allo smantellamento risolutivo del reattore gas - grafite di Borgo Sabotino (nei pressi di Latina, prima centrale nucleare italiana, costruita dall’Eni), dove sono immagazzinate oltre duemila tonnellate di materiale ad alta radioattività. Sono questi, fra gli altri, che attendono la realizzazione di un sito unico, ma non quel Deposito cui si parla, bensì di un dock geologico definitivo, come appunto, indica, un recentissimo documento curato dal Governo Britannico sul tema, pubblicato su La Nuova Ecologia.
Attenzione: tale documento cita anche lo smantellamento di undici reattori gas - grafite inglesi - che sarà terminato nel 2115. No, non è un errore di stampa, si parla di cento anni, poiché bisogna attenderne la riduzione naturale di radioattività per poi passare al nucleo del reattore. La dimostrazione, per quel che concerne la corretta, esaustiva informazione energetica in Italia, che astenersi da inibizioni e riserbi potrebbe sì garantire quella “trasparenza” tanto auspicata sul piano marketing.
Sogin
non creerà un Deposito geologico ma, secondo i loro parametri, una
“struttura a rischio zero”, con barriere ingegneristiche e naturali
costruite in serie, seguendo i più recenti standard posti
dall’International Atomic Energy Agency per la definitiva sistemazione
dei 75 mila metri cubi di bassa e media radioattività e lo stoccaggio
limitato dei restanti 15 mila metri cubi ad alta radioattività.
In toto, il materiale proverrà dalle operazioni di smontaggio degli impianti dismessi sparsi sul nostro territorio e dalle attività nucleari, in campo medico, industriale, di ricerca, i quali, però, continueranno a produrne in futuro.
In più, come detto in precedenza, è stata indetta una gara rivolta ai vari Professionisti, per la realizzazione di un concept congiunto, un Parco Tecnologico che si troverà all’interno del Deposito Nazionale di scorie radioattive. Il costo parziale dell’opera, escluso il Polo Tecnologico, si aggirerebbe intorno ai 1,5 miliardi di euro.
Fonte
Per Sogin, azienda che si occupa di “decommissioning” per gli impianti atomici, la campagna on air (tv, web, radio e stampa), è partita da un pezzo, ma il processo entrerà nel vivo dell’interesse generale quando sarà pubblicata la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee ad accogliere il Deposito Nazionale per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi italiani. Il documento definitivo sarà divulgato attraverso il sito web www.depositonazionale.it, insieme a un Progetto Preliminare, una volta ottenuto il placet dai due Ministeri direttamente interessati, Sviluppo Economico e Ambiente.
Sulle reti televisive fino a novembre prossimo, incentrato su azioni quotidiane girate in slow motion, mentre una voce di fondo, recita “Sul problema dello smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi il nostro Paese non è andato lontano…”, lo spot è stato realizzato da Saatchi & Saatchi, con un “battage” che “veicolerà attraverso testi, materiale multimediale e altri canali d’interazione, lo sviluppo di questo percorso”. Costo? Ben 3,2 milioni di euro.
Il percorso integrato al Deposito Nazionale, sembra concentrarsi in un solo leitmotiv, la trasparenza. Di trasparenza la Sogin pare averne bisogno, e non per una mera questione di marketing. Per esempio, ad evitare uno Scanzano bis, quando, nel 2003, il comune lucano fu indicato come sito unico per la sistemazione di scorie nucleari a media e alta intensità. Salvo poi, sconfessare lo stesso decreto dell’allora Consiglio dei Ministri con un emendamento che sanciva, di fatto, come l’alta sismicità della zona, ponesse a rischio l’intero complesso.
Anche adesso, il progetto presenta le prime insidie: intanto, i ministeri interessati hanno smentito la scelta delle aree preposte che, secondo i media, sarebbe stata fissata per quest’agosto, facendo slittare l’approvazione della “mappa”, nel giugno 2016.
Va chiarito un dato imprescindibile: l’Italia, grazie a un referendum popolare, ha definitivamente chiuso col nucleare, ma le scorie prodotte da attività industriali e sanitarie, vale a dire, quelle di bassa e media radioattività, ci sono e vanno gestite in modo adeguato, “trasparente” per usare un sinonimico caro alla campagna Sogin. Non è lo stesso per i rifiuti nucleari ad alta radioattività, messi al bando sull’intero territorio del nostro Paese, neanche in situazioni “emergenziali” o “temporanee”. Da rimarcare, inoltre, che da allora, nulla è stato fatto, mentre il Deposito nucleare avrebbe dovuto esserci per legge, da almeno sette anni.
Eppure, da qualche mese in Sardegna, regione ormai sconquassata da alcuni “interventi” fallimentari, si sono formati comitati cittadini sul piede di guerra annunciando le giornate “No Nuclear day”, e, in prospettiva, il fatto già la dice lunga.
Lo smaltimento del nucleare è una patata bollente, anzi, bollentissima, che si vorrebbe passare di mano in mano. Il gruppo Sogin insiste sull’esposizione di una presunta normalità delle radiazioni, citando un’enormità d’oggetti d’uso comune, ponendo l’accento su tutto ciò che è naturalmente radioattivo, asserendo che questa radioattività, una volta accertata, può essere isolata.
Ma nel corso degli anni, qualche volta, abbiamo visto come la radioattività sfugga al controllo, con esiti che neanche stiamo qui a ribadire. Sia si tratti di grandi centrali nucleari o dei più defilati centri di ricerca, in tutta questa sorta di rassicurazione generale, ci sono dati che non tornano.
Per quantità, i nostri rifiuti ammontano a 75 mila metri cubi di scorie a bassa e media radioattività e 15 mila ad alta radioattività; è comprensibile, quindi, una soluzione accettabile dal punto di vista sia ambientale sia economico. Ma non basta progettazione, realizzazione e gestione affidabili, parliamo di strutture che devono essere durevoli per centinaia di anni. Dunque, l’impegno diretto di un’entità nazionale con l’incarico di supervisore e un’autorità anticorruzione non sarebbero solo graditi ma fondamentali durante l’intero iter del processo.
Durante una conferenza stampa tenuta dai vertici della società, non si è parlato, ad esempio, delle oggettive difficoltà tecniche che ruotano intorno allo smantellamento risolutivo del reattore gas - grafite di Borgo Sabotino (nei pressi di Latina, prima centrale nucleare italiana, costruita dall’Eni), dove sono immagazzinate oltre duemila tonnellate di materiale ad alta radioattività. Sono questi, fra gli altri, che attendono la realizzazione di un sito unico, ma non quel Deposito cui si parla, bensì di un dock geologico definitivo, come appunto, indica, un recentissimo documento curato dal Governo Britannico sul tema, pubblicato su La Nuova Ecologia.
Attenzione: tale documento cita anche lo smantellamento di undici reattori gas - grafite inglesi - che sarà terminato nel 2115. No, non è un errore di stampa, si parla di cento anni, poiché bisogna attenderne la riduzione naturale di radioattività per poi passare al nucleo del reattore. La dimostrazione, per quel che concerne la corretta, esaustiva informazione energetica in Italia, che astenersi da inibizioni e riserbi potrebbe sì garantire quella “trasparenza” tanto auspicata sul piano marketing.
In toto, il materiale proverrà dalle operazioni di smontaggio degli impianti dismessi sparsi sul nostro territorio e dalle attività nucleari, in campo medico, industriale, di ricerca, i quali, però, continueranno a produrne in futuro.
In più, come detto in precedenza, è stata indetta una gara rivolta ai vari Professionisti, per la realizzazione di un concept congiunto, un Parco Tecnologico che si troverà all’interno del Deposito Nazionale di scorie radioattive. Il costo parziale dell’opera, escluso il Polo Tecnologico, si aggirerebbe intorno ai 1,5 miliardi di euro.
Fonte
31/07/2013
Sogin, centrale di Saluggia: nelle vasche danneggiate anche plutonio
Secondo l'Arpa all'interno dei contenitori non c'erano solo americio e stronzio. L'impianto è sorvegliato speciale da due anni, mentre alcuni mesi fa dagli impianti era fuoriuscito liquido radioattivo
Nella vasca di stoccaggio dell’impianto nucleare Eurex di Saluggia (Vercelli), dove qualche mese fa sono state riscontrate due fessure dalle quali fuoriusciva liquido radioattivo oltre all’americio e allo stronzio, è presente anche il plutonio. Sono i risultati delle ultime analisi eseguite dall’Arpa Piemonte, di concerto con la Sogin, sui sedimenti contenuti nella vasca. Una situazione non proprio rassicurante per i cittadini dei comuni limitrofi e l’ennesima tegola che si abbatte sulla Sogin, la società di Stato incaricata della bonifica ambientale dei siti nucleari italiani e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi. L’impianto di Saluggia è un sorvegliato speciale da circa due anni, quando si è scoperto che i liquidi presenti nella vasca di stoccaggio in questione non potevano essere scaricati nella vicina Dora Baltea poiché il livello di radioattività delle acque contenute superava determinati livelli stabiliti dall’Ispra.
Ora l’Arpa certifica drammaticamente tale rischio, evidenziando che i sedimenti presenti nel WP719 (la vasca di stoccaggio) “per la loro composizione e le concentrazioni riscontrate dovranno essere gestiti come rifiuti radioattivi” si legge nelle considerazioni conclusive dell’agenzia regionale per la protezione ambientale. Considerazioni che preoccupano molto i residenti della zona. “E’ dunque evidente purtroppo – commenta Paola Olivero, consigliere del Comune di Saluggia – come l’aver segnalato la cosa mesi fa fosse tutt’altro che un inutile allarmismo. Fino ad oggi si è cercato di minimizzare sull’ipotesi che all’origine dell’anomalia, dichiarata dalle autorità competenti, si possa essere verificato un incidente. Certo è che l’anomalia ha portato quella vasca ad essere utilizzata per uno scopo non previsto, ovvero contenere del materiale nucleare che dovrà essere rimosso con un preciso piano operativo approvato dall’Ispra. Di fatto la vasca parrebbe essere stata utilizzata come un deposito a cielo aperto, benché i fatti abbiano dimostrato che non aveva le caratteristiche idonee a svolgere tale funzione”. Preoccupa, e non poco, anche la collocazione della vasca in questione, posizionata in un’area a forte edificazione e transito di mezzi pesanti, che provocano forti vibrazioni, trovandosi nei pressi del cantiere dove stanno costruendo un nuovo deposito nucleare. La vasca inoltre si trova lungo il corso del fiume, in prossimità dei pozzi dell’acquedotto del Monferrato che serve oltre cento comuni.
“Inoltre – rimarca la Olivero – in un documento del 16 aprile 2013, Sogin afferma che durante lo svuotamento della piscina Eurex, nel WP719 fu trasferito un quantitativo di radioattività ‘non più trascurabile’. Nello stesso documento Sogin afferma che il contenuto radiologico del WP719 era comunque noto. Dunque, ci chiediamo se Sogin scrisse una frase di circostanza per tranquillizzare la popolazione oppure se sapesse fin dal 2008 che era presente anche del plutonio nella vasca. Non insinuo nulla, sarebbe invece importante fare chiarezza”.
Al fattoquotidiano.it, all’indomani della scoperta delle due fessure, Davide Galli, il responsabile disattivazione impianti e centrali del nord Italia per la Sogin, aveva rilasciato dichiarazioni tranquillizzanti: “Facendo dei lavori di scavo – spiegò nell’aprile scorso – si sono aperte queste due fessurazioni, e si è visto un trasudamento che ha bagnato il terreno circostante. Ci sono deboli segni di contaminazione ed il fenomeno è circoscritto. Ora dobbiamo svuotare la vasca e poi pulire il fondo. L’evento che comunque si è verificato è assolutamente irrilevante”. Una situazione delicata tanto che il responsabile per la Sogin del sito Eurex di Saluggia, Michele Gili, sarebbe stato richiamato urgentemente dalle ferie. Inoltre, secondo alcune fonti, è in corso, sotto il diretto controllo di Ispra, una nuova campagna di prelievi dal centro della vasca, per accertare la presenza o meno di zone molto più radioattive di quelle già individuate. Forse la situazione non è poi così tranquilla.
Fonte
Nella vasca di stoccaggio dell’impianto nucleare Eurex di Saluggia (Vercelli), dove qualche mese fa sono state riscontrate due fessure dalle quali fuoriusciva liquido radioattivo oltre all’americio e allo stronzio, è presente anche il plutonio. Sono i risultati delle ultime analisi eseguite dall’Arpa Piemonte, di concerto con la Sogin, sui sedimenti contenuti nella vasca. Una situazione non proprio rassicurante per i cittadini dei comuni limitrofi e l’ennesima tegola che si abbatte sulla Sogin, la società di Stato incaricata della bonifica ambientale dei siti nucleari italiani e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi. L’impianto di Saluggia è un sorvegliato speciale da circa due anni, quando si è scoperto che i liquidi presenti nella vasca di stoccaggio in questione non potevano essere scaricati nella vicina Dora Baltea poiché il livello di radioattività delle acque contenute superava determinati livelli stabiliti dall’Ispra.
Ora l’Arpa certifica drammaticamente tale rischio, evidenziando che i sedimenti presenti nel WP719 (la vasca di stoccaggio) “per la loro composizione e le concentrazioni riscontrate dovranno essere gestiti come rifiuti radioattivi” si legge nelle considerazioni conclusive dell’agenzia regionale per la protezione ambientale. Considerazioni che preoccupano molto i residenti della zona. “E’ dunque evidente purtroppo – commenta Paola Olivero, consigliere del Comune di Saluggia – come l’aver segnalato la cosa mesi fa fosse tutt’altro che un inutile allarmismo. Fino ad oggi si è cercato di minimizzare sull’ipotesi che all’origine dell’anomalia, dichiarata dalle autorità competenti, si possa essere verificato un incidente. Certo è che l’anomalia ha portato quella vasca ad essere utilizzata per uno scopo non previsto, ovvero contenere del materiale nucleare che dovrà essere rimosso con un preciso piano operativo approvato dall’Ispra. Di fatto la vasca parrebbe essere stata utilizzata come un deposito a cielo aperto, benché i fatti abbiano dimostrato che non aveva le caratteristiche idonee a svolgere tale funzione”. Preoccupa, e non poco, anche la collocazione della vasca in questione, posizionata in un’area a forte edificazione e transito di mezzi pesanti, che provocano forti vibrazioni, trovandosi nei pressi del cantiere dove stanno costruendo un nuovo deposito nucleare. La vasca inoltre si trova lungo il corso del fiume, in prossimità dei pozzi dell’acquedotto del Monferrato che serve oltre cento comuni.
“Inoltre – rimarca la Olivero – in un documento del 16 aprile 2013, Sogin afferma che durante lo svuotamento della piscina Eurex, nel WP719 fu trasferito un quantitativo di radioattività ‘non più trascurabile’. Nello stesso documento Sogin afferma che il contenuto radiologico del WP719 era comunque noto. Dunque, ci chiediamo se Sogin scrisse una frase di circostanza per tranquillizzare la popolazione oppure se sapesse fin dal 2008 che era presente anche del plutonio nella vasca. Non insinuo nulla, sarebbe invece importante fare chiarezza”.
Al fattoquotidiano.it, all’indomani della scoperta delle due fessure, Davide Galli, il responsabile disattivazione impianti e centrali del nord Italia per la Sogin, aveva rilasciato dichiarazioni tranquillizzanti: “Facendo dei lavori di scavo – spiegò nell’aprile scorso – si sono aperte queste due fessurazioni, e si è visto un trasudamento che ha bagnato il terreno circostante. Ci sono deboli segni di contaminazione ed il fenomeno è circoscritto. Ora dobbiamo svuotare la vasca e poi pulire il fondo. L’evento che comunque si è verificato è assolutamente irrilevante”. Una situazione delicata tanto che il responsabile per la Sogin del sito Eurex di Saluggia, Michele Gili, sarebbe stato richiamato urgentemente dalle ferie. Inoltre, secondo alcune fonti, è in corso, sotto il diretto controllo di Ispra, una nuova campagna di prelievi dal centro della vasca, per accertare la presenza o meno di zone molto più radioattive di quelle già individuate. Forse la situazione non è poi così tranquilla.
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11/04/2013
Saluggia, fuoriuscite da vasca dell’impianto nucleare Sogin: “Nessun allarme”
Un’altra tegola si abbatte sulla Sogin, la società di Stato incaricata della bonifica ambientale
dei siti nucleari italiani e della gestione e messa in sicurezza dei
rifiuti radioattivi, per la gestione dell’impianto nucleare Eurex di Saluggia, Vercelli. Nella vasca di stoccaggio WP719 (waste ponds), di cui abbiamo già parlato sul fattoquotidiano.it, sono state riscontrate almeno due fessure dalle quali fuoriesce liquido radioattivo. Dall’Arpa
– l’Agenzia regionale per la protezione ambientale – assicurano che al
momento non c’è nessun allarme ambientale, anche se la Sogin ha
segnalato la questione alla prefettura di Vercelli ed i liquidi
contenuti nella vasca in questione non vengono scaricati da almeno due
anni nella vicina Dora Baltea, proprio perché troppo contaminati.
“Abbiamo prelevato dei campioni di terreno nella zona circostante –
spiega Laura Porzio, responsabile siti nucleari per
l’Arpa Piemonte – e dalle prime analisi pare che la contaminazione sia
circoscritta. Stiamo attendendo l’esito di esami più specifici per
capire quanto è estesa la contaminazione e se c’è stato l’inquinamento
della falda acquifera”.
Nonostante le rassicurazioni e le cautele del caso la situazione non sembra essere delle più confortanti. La radioattività anomala dei liquidi della vasca, ormai praticamente piena, non permette di svuotarla da molto tempo; tale situazione è stata anche confermata dal ministero dello Sviluppo Economico, direzione generale per l’energia nucleare. La Sogin ha scoperto le due fessurazioni proprio durante i lavori avviati per coprire la vasca ed evitare che si riempisse ulteriormente di acqua piovana, in modo da scongiurare eventuali traboccamenti pericolosi per l’ambiente.
Dalla Sogin precisano di aver informato gli enti locali, l’Arpa, la prefettura, l’Asl e l’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) più per una questione legata alla trasparenza informativa che non alla reale emergenza ambientale. “Facendo dei lavori di scavo – spiega Davide Galli, responsabile disattivazione impianti e centrali del nord Italia per la Sogin – si sono aperte queste due fessurazioni, e si è visto un trasudamento che ha bagnato il terreno circostante. Ci sono deboli segni di contaminazione ed il fenomeno è circoscritto. Ora dobbiamo svuotare la vasca e poi pulire il fondo. L’evento che comunque si è verificato è assolutamente irrilevante”.
In attesa dei risultati di analisi più specifiche, le rassicurazioni fatte in questi mesi e ripetute anche a seguito delle scoperta delle fessure non sembrano però tranquillizzare la popolazione. Sono stati presentati già due esposti alle Procure di Vercelli e Torino, in merito alla gestione del sito, da Paola Olivero, consigliere comunale di Saluggia, e da Luigi Borasio, sindaco di Verolengo, comune limitrofo. Una gestione problematica anche alla luce di come sono stati condotti i lavori di messa in sicurezza della vasca in questione. Con una nota del 17 ottobre 2012, un mese dopo l’allarme lanciato per la vasca stracolma, la Sogin ha indicato la tempistica degli interventi da attuare per lo svuotamento della vasca stessa. Il completamento delle operazioni era previsto per marzo 2013, data ampiamente non rispettata e, secondo un tecnico nucleare che preferisce mantenere l’anonimato, del tutto irrealistica. “Le operazioni di bonifica non sono neanche iniziate – spiega il tecnico – è cominciato solo il montaggio di una tenda per riparare la vasca dalla pioggia. Questi interventi non sono semplici, potrebbero volerci degli anni. Inoltre dopo otto mesi dalla prima segnalazione, nonostante le ripetute richieste avanzate in tutte le sedi istituzionali, compreso il Parlamento, ancora non è dato sapere né come né quando sia stata causata l’indebita contaminazione del WP719, al cui interno sono già stati individuati Cesio e Americio oltre i limiti. Non è possibile neanche sapere quale sia l’entità esatta del problema e quali e quanti altri materiali radioattivi siano presenti”.
“Eravamo preoccupati prima – spiega Paola Olivero – e lo siamo ancor di più ora che sono state scoperte queste falle dalle quali fuoriesce liquido radioattivo. Il ministero dello Sviluppo Economico tra l’altro ha già dichiarato che, a causa degli elevati livelli di contaminazione nella vasca, fra cui Cesio 137 e Americio 241, si dovrà procedere al recupero del suo contenuto e proseguire il trattamento di liquidi e sedimenti come rifiuti radioattivi, con un sistema dedicato. Non si sa ancora perché il liquido contenuto in questa vasca abbia dei valori di radioattività troppo elevati per essere scaricato nel fiume. La vasca, che ha oltre cinquant’anni, non fu progettata per svolgere la funzione di deposito e stoccaggio, tanto che l’Ispra, in una nota del 9 gennaio scorso, afferma che è in corso una anomalia rispetto alla normale conduzione dell’impianto. E’ altresì collocata in un’area a forte edificazione e transito di mezzi pesanti, che provocano forti vibrazioni, trovandosi nei pressi del cantiere dove stanno costruendo un nuovo deposito nucleare. La vasca si trova lungo il corso del fiume, in prossimità dei pozzi dell’acquedotto del Monferrato che serve oltre cento comuni”. “Qualche” elemento di preoccupazione effettivamente c’è.
Fonte
Sono dell'idea che nemmeno tra un paio di secoli l'umanità si sarà liberata dell'ingombrantissima eredità del nucleare a fissione, il bello è che di tutto si discute tranne di cose come queste, tanto nelle sedi istituzionali quanto tra la gente comune.
Nonostante le rassicurazioni e le cautele del caso la situazione non sembra essere delle più confortanti. La radioattività anomala dei liquidi della vasca, ormai praticamente piena, non permette di svuotarla da molto tempo; tale situazione è stata anche confermata dal ministero dello Sviluppo Economico, direzione generale per l’energia nucleare. La Sogin ha scoperto le due fessurazioni proprio durante i lavori avviati per coprire la vasca ed evitare che si riempisse ulteriormente di acqua piovana, in modo da scongiurare eventuali traboccamenti pericolosi per l’ambiente.
Dalla Sogin precisano di aver informato gli enti locali, l’Arpa, la prefettura, l’Asl e l’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) più per una questione legata alla trasparenza informativa che non alla reale emergenza ambientale. “Facendo dei lavori di scavo – spiega Davide Galli, responsabile disattivazione impianti e centrali del nord Italia per la Sogin – si sono aperte queste due fessurazioni, e si è visto un trasudamento che ha bagnato il terreno circostante. Ci sono deboli segni di contaminazione ed il fenomeno è circoscritto. Ora dobbiamo svuotare la vasca e poi pulire il fondo. L’evento che comunque si è verificato è assolutamente irrilevante”.
In attesa dei risultati di analisi più specifiche, le rassicurazioni fatte in questi mesi e ripetute anche a seguito delle scoperta delle fessure non sembrano però tranquillizzare la popolazione. Sono stati presentati già due esposti alle Procure di Vercelli e Torino, in merito alla gestione del sito, da Paola Olivero, consigliere comunale di Saluggia, e da Luigi Borasio, sindaco di Verolengo, comune limitrofo. Una gestione problematica anche alla luce di come sono stati condotti i lavori di messa in sicurezza della vasca in questione. Con una nota del 17 ottobre 2012, un mese dopo l’allarme lanciato per la vasca stracolma, la Sogin ha indicato la tempistica degli interventi da attuare per lo svuotamento della vasca stessa. Il completamento delle operazioni era previsto per marzo 2013, data ampiamente non rispettata e, secondo un tecnico nucleare che preferisce mantenere l’anonimato, del tutto irrealistica. “Le operazioni di bonifica non sono neanche iniziate – spiega il tecnico – è cominciato solo il montaggio di una tenda per riparare la vasca dalla pioggia. Questi interventi non sono semplici, potrebbero volerci degli anni. Inoltre dopo otto mesi dalla prima segnalazione, nonostante le ripetute richieste avanzate in tutte le sedi istituzionali, compreso il Parlamento, ancora non è dato sapere né come né quando sia stata causata l’indebita contaminazione del WP719, al cui interno sono già stati individuati Cesio e Americio oltre i limiti. Non è possibile neanche sapere quale sia l’entità esatta del problema e quali e quanti altri materiali radioattivi siano presenti”.
“Eravamo preoccupati prima – spiega Paola Olivero – e lo siamo ancor di più ora che sono state scoperte queste falle dalle quali fuoriesce liquido radioattivo. Il ministero dello Sviluppo Economico tra l’altro ha già dichiarato che, a causa degli elevati livelli di contaminazione nella vasca, fra cui Cesio 137 e Americio 241, si dovrà procedere al recupero del suo contenuto e proseguire il trattamento di liquidi e sedimenti come rifiuti radioattivi, con un sistema dedicato. Non si sa ancora perché il liquido contenuto in questa vasca abbia dei valori di radioattività troppo elevati per essere scaricato nel fiume. La vasca, che ha oltre cinquant’anni, non fu progettata per svolgere la funzione di deposito e stoccaggio, tanto che l’Ispra, in una nota del 9 gennaio scorso, afferma che è in corso una anomalia rispetto alla normale conduzione dell’impianto. E’ altresì collocata in un’area a forte edificazione e transito di mezzi pesanti, che provocano forti vibrazioni, trovandosi nei pressi del cantiere dove stanno costruendo un nuovo deposito nucleare. La vasca si trova lungo il corso del fiume, in prossimità dei pozzi dell’acquedotto del Monferrato che serve oltre cento comuni”. “Qualche” elemento di preoccupazione effettivamente c’è.
Fonte
Sono dell'idea che nemmeno tra un paio di secoli l'umanità si sarà liberata dell'ingombrantissima eredità del nucleare a fissione, il bello è che di tutto si discute tranne di cose come queste, tanto nelle sedi istituzionali quanto tra la gente comune.
01/12/2012
L'inconcludenza di Sogin
La Sogin, la società di Stato incaricata di smantellare gli impianti nucleari
dismessi, a 12 anni dalla sua costituzione ha realizzato circa il 12%
del lavoro per il quale è stata istituita, peraltro pagato a caro prezzo
dai contribuenti. Oltre alla gestione a dir poco problematica delle
vecchie centrali nucleari, come gli impianti di Saluggia e Caorso,
la società partecipata al 100 per cento dal ministero del Tesoro, in
circa 10 anni avrebbe infatti speso la considerevole somma di quasi 1,7
miliardi di euro, a fronte di un avanzamento dei lavori di
smantellamento dell’1% all’anno. Gran parte delle attività svolte hanno
peraltro riguardato attività riconducibili alla
realizzazione-ristrutturazione di alcuni depositi temporanei di rifiuti
radioattivi e alla demolizione di vecchi fabbricati. L’individuazione di
un’area e la successiva realizzazione del deposito nazionale definitivo
dei rifiuti radioattivi sarebbero dovute avvenire qualche anno fa.
“Secondo una legge del 2003 – spiega un tecnico nucleare che preferisce
mantenere l’anonimato – Sogin avrebbe già dovuto completare tale
deposito entro la fine del 2008 ma, ad oggi, dopo altri 4 anni,
nonostante tale compito gli sia stato nuovamente assegnato, attraverso
uno specifico decreto del 2010, non c’è ancora neanche una vaga idea di
dove localizzarlo”.
Per svolgere tali attività sono previsti 7,5 miliardi di euro che saranno erogati attraverso il prelievo della componente “A2” della tariffa elettrica che pagano tutti i cittadini. “La Sogin è stata istituita per smantellare i siti nucleari – sottolinea il tecnico – e quindi, come sanno gli addetti ai lavori, per attività di decontaminazione e smaltimento di tutte le scorie radioattive. I ritardi accumulati nella realizzazione del deposito nazionale contribuiscono oggettivamente ad allontanare la definitiva conclusione di tali attività”. Dopo 25 anni dalla chiusura delle centrali nucleari l’Italia, quindi, non ha fatto molti passi in avanti per la messa in sicurezza definitiva delle scorie nucleari e, osservando alcune dinamiche gestionali della Sogin, il futuro non sembra promettere nulla di buono.
Negli ultimi mesi si susseguono le iniziative che pongono dubbi sul comportamento della Sogin: interrogazioni parlamentari di ogni genere presentate da ogni parte politica, articoli di stampa che descrivono situazioni preoccupanti, se non addirittura di potenziale pericolo, allarmi lanciati dagli stessi lavoratori impegnati negli impianti da smantellare e assegnazioni di gare di appalto non sempre trasparenti. “La costruzione di uno dei nuovi depositi temporanei a Saluggia – dichiara il tecnico – è stata assegnata alla Monsud Spa di Avellino, dopo la singolare esclusione di Ansaldo Nucleare, azienda di comprovata affidabilità, per motivi che nessuno ha compreso. Questo a mio avviso è uno dei tanti esempi di com’è oggi gestita la Sogin, per non parlare di com’è spesso utilizzato il personale tecnico più preparato”.
Qualche esempio? Il tecnico racconta: “Nell’impianto di Casaccia, vicino Roma, tanto per fare un esempio i quattro ingegneri nucleari di maggiore esperienza e qualifica, che ricoprivano i posti chiave dell’impianto, circa un anno fa sono stati improvvisamente rimossi dai loro incarichi e trasferiti in altre sedi, senza una motivazione specifica da parte della Sogin. La cosa sconcertante di tutta la vicenda è che sono stati sostituiti con altri ingegneri, del tutto privi di ogni specifica conoscenza dell’impianto. Tra questi spicca un ingegnere civile, prima nominato direttore e successivamente declassato a vice, che di recente non è riuscito nemmeno a superare l’esame dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, per acquisire il necessario attestato di direzione richiesto dalla legge. Due dei quattro ingegneri allontanati erano invece patentati da molti anni”.
E pensare che a Casaccia gli incidenti nucleari non sono mancati: solo nel 2006 ne sono avvenuti ben quattro in 11 mesi, tutti, per fortuna, senza gravi conseguenze. Il 30 settembre 2006, il più grave. “A causa del malfunzionamento dell’apparato antincendio – dichiara ancora il tecnico – una quarantina di bombole hanno scaricato anidride carbonica dentro l’impianto ‘Plutonio’ provocando un enorme aumento di pressione. Sono saltate un paio di porte metalliche di sicurezza, ma poteva andare molto peggio se uno delle decine di contenitori di materiali radioattivi avesse registrato una perdita. Si tratta di plutonio, un’emissione all’esterno avrebbe fatto scattare l’emergenza anche per la popolazione circostante. Per evitare che un incidente simile si ripeta, l’impianto antincendio è stato modificato da Ansaldo Nucleare, poco dopo esclusa da tutti o quasi i lavori Sogin, sempre per motivi sconosciuti”.
Su diversi siti Sogin pare stia accadendo di tutto, da Caorso a Saluggia, dalla Casaccia fino alla sede di Roma, dove negli ultimi due anni il personale è aumentato a dismisura. Al punto da aver innescato una sorta di conflitto generazionale: a giorni, infatti, è previsto un esodo di massa “volontario” verso altre sedi di molti dipendenti ultracinquantenni, di elevata professionalità, per fare posto a giovani neo-assunti. L’attuale vertice Sogin, inoltre, ha organizzato anche la gestione dei rapporti con l’autorità di controllo Ispra nominando, come interlocutore principale, un avvocato: in passato questo ruolo, squisitamente tecnico, era sempre stato assegnato, per ovvi motivi, a ingegneri nucleari esperti.
In questa situazione è difficile essere ottimisti sulla realizzazione del deposito nazionale e lo stoccaggio definitivo delle scorie nucleari, sia per la tempistica che appare infinita, sia per la sicurezza stessa dei cittadini italiani.
Fonte
Per svolgere tali attività sono previsti 7,5 miliardi di euro che saranno erogati attraverso il prelievo della componente “A2” della tariffa elettrica che pagano tutti i cittadini. “La Sogin è stata istituita per smantellare i siti nucleari – sottolinea il tecnico – e quindi, come sanno gli addetti ai lavori, per attività di decontaminazione e smaltimento di tutte le scorie radioattive. I ritardi accumulati nella realizzazione del deposito nazionale contribuiscono oggettivamente ad allontanare la definitiva conclusione di tali attività”. Dopo 25 anni dalla chiusura delle centrali nucleari l’Italia, quindi, non ha fatto molti passi in avanti per la messa in sicurezza definitiva delle scorie nucleari e, osservando alcune dinamiche gestionali della Sogin, il futuro non sembra promettere nulla di buono.
Negli ultimi mesi si susseguono le iniziative che pongono dubbi sul comportamento della Sogin: interrogazioni parlamentari di ogni genere presentate da ogni parte politica, articoli di stampa che descrivono situazioni preoccupanti, se non addirittura di potenziale pericolo, allarmi lanciati dagli stessi lavoratori impegnati negli impianti da smantellare e assegnazioni di gare di appalto non sempre trasparenti. “La costruzione di uno dei nuovi depositi temporanei a Saluggia – dichiara il tecnico – è stata assegnata alla Monsud Spa di Avellino, dopo la singolare esclusione di Ansaldo Nucleare, azienda di comprovata affidabilità, per motivi che nessuno ha compreso. Questo a mio avviso è uno dei tanti esempi di com’è oggi gestita la Sogin, per non parlare di com’è spesso utilizzato il personale tecnico più preparato”.
Qualche esempio? Il tecnico racconta: “Nell’impianto di Casaccia, vicino Roma, tanto per fare un esempio i quattro ingegneri nucleari di maggiore esperienza e qualifica, che ricoprivano i posti chiave dell’impianto, circa un anno fa sono stati improvvisamente rimossi dai loro incarichi e trasferiti in altre sedi, senza una motivazione specifica da parte della Sogin. La cosa sconcertante di tutta la vicenda è che sono stati sostituiti con altri ingegneri, del tutto privi di ogni specifica conoscenza dell’impianto. Tra questi spicca un ingegnere civile, prima nominato direttore e successivamente declassato a vice, che di recente non è riuscito nemmeno a superare l’esame dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, per acquisire il necessario attestato di direzione richiesto dalla legge. Due dei quattro ingegneri allontanati erano invece patentati da molti anni”.
E pensare che a Casaccia gli incidenti nucleari non sono mancati: solo nel 2006 ne sono avvenuti ben quattro in 11 mesi, tutti, per fortuna, senza gravi conseguenze. Il 30 settembre 2006, il più grave. “A causa del malfunzionamento dell’apparato antincendio – dichiara ancora il tecnico – una quarantina di bombole hanno scaricato anidride carbonica dentro l’impianto ‘Plutonio’ provocando un enorme aumento di pressione. Sono saltate un paio di porte metalliche di sicurezza, ma poteva andare molto peggio se uno delle decine di contenitori di materiali radioattivi avesse registrato una perdita. Si tratta di plutonio, un’emissione all’esterno avrebbe fatto scattare l’emergenza anche per la popolazione circostante. Per evitare che un incidente simile si ripeta, l’impianto antincendio è stato modificato da Ansaldo Nucleare, poco dopo esclusa da tutti o quasi i lavori Sogin, sempre per motivi sconosciuti”.
Su diversi siti Sogin pare stia accadendo di tutto, da Caorso a Saluggia, dalla Casaccia fino alla sede di Roma, dove negli ultimi due anni il personale è aumentato a dismisura. Al punto da aver innescato una sorta di conflitto generazionale: a giorni, infatti, è previsto un esodo di massa “volontario” verso altre sedi di molti dipendenti ultracinquantenni, di elevata professionalità, per fare posto a giovani neo-assunti. L’attuale vertice Sogin, inoltre, ha organizzato anche la gestione dei rapporti con l’autorità di controllo Ispra nominando, come interlocutore principale, un avvocato: in passato questo ruolo, squisitamente tecnico, era sempre stato assegnato, per ovvi motivi, a ingegneri nucleari esperti.
In questa situazione è difficile essere ottimisti sulla realizzazione del deposito nazionale e lo stoccaggio definitivo delle scorie nucleari, sia per la tempistica che appare infinita, sia per la sicurezza stessa dei cittadini italiani.
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